Anni '80: prima capitale d'Italia, capoluogo del Piemonte, che è quella regione dove faccio le vacanze in montagna. Orrenda tangenziale che percorriamo in macchina per andare in montagna.
Anni '90: stazione gigantesca, caratterizzata da un caldo umido insopportabile e da bagni ragionevolmente sporchi, dove mi cambio (infilo jeans a salire - sfilo jeans e rimango in braghette corte a scendere) durante le coincidenze dei treni per andare e venire dalla montagna.
2000-2004: città orrenda, nebbiosa, gelida d'inverno e torrida d'estate, dove si è trasferita la Tipa una volta sposata col Ferrarista. Dotata di un bel parco lungofiume.
2004-2005: città elegante, snob, francese, con un centro rumoroso, inquinato e bellissimo, nel cuore del quale io lavoro, in un liceo, felice come una pasqua e indaffaratissima, mentre mi sposo, trasloco altre due volte e cerco di restare incinta. Dotata di piazzette fuori dal tempo, di un fiume maestoso e di negozi splendidi, ma anche di un traffico insidioso e di incroci mortali. Spettacolare in primavera, siberiana in inverno, struggente in giugno coi tigli profumati, da paranoia ad agosto, romantica e decadente in autunno. Patria della Nipotina, quindi luogo degli affetti, dal quale torno con le ovaie attorcigliate dopo averla tenuta in braccio.
2005-2008: città elegante etc etc, come sopra, dove talvolta vado a vedere mostre e negozi, nonchè sede di uno spaventoso, agghiacciante centro commerciale con tanto di Ikea, dove purtroppo le mie amiche trasferite a Nordovest, che ormai sono tre, sembrano sempre spasmodicamente desiderose di andare a subire ore di coda per parcheggiare, folla caotica e taglieggiamenti nei bar-ristorante più cattivi della storia.
Patria del Coccodrillo, fratellino di Nipotina, ma come mi fa attorcigliare le ovaie lei non ci riesce nessuno.
2009: sede di un'università che fa corsi interessantissimi ma a cui per ora non posso accedere, città elegante etc etc di cui sopra, dove talvolta incrocio la Tipa per pranzo, o vado a trovarla a casa, o affronto il centro commerciale spaventoso agghiacciante di cui sopra.
2010: via di fuga di alcuni weekend, nei quali arrivare allo spaventoso agghiacciante centro commerciale da sola in orario di pranzo, per mangiucchiare una brioche (cattiva) o un fetta di focaccia (cattiva) e bere un caffè (decente), gironzolare per negozi senza comprare o comprando roba bio, etnica e cosmetici, e intanto fare la spesa e far venire l'ora di andare o tornare al centro buddhista di Avigliana.
Quindi città guardata col filtro della tranquillità mentale che questi weekend mi danno, e aggirando le ore o le zone di maggior caos.
La tangenziale è sempre orrenda, le ovaie mi si attorcigliano anche se Nipotina ha raggiunto l'età scolare, il centro non lo vedo da mesi, la parte periferica è sempre troppo campagnola e troppo industriale al tempo stesso.
Effetto collaterale curioso: Torino è l'unico posto al mondo in cui sento prepotentemente la mancanza di Genova.
lunedì 10 maggio 2010
venerdì 7 maggio 2010
Robe cosmiche e risvolti inaspettati
Ce l’avete presente, no? E’ quella volta in cui la vostra amica vi telefona e voi avvertite “la” vibrazione nella sua voce, oppure la vedete per un caffè (che lei non tocca neanche) e sembra che abbia la febbre, non riesce a star ferma e le brillano gli occhi…
Eccola lì, la vostra amica, quella che qualche mese fa beveva con voi roba alcolica giurando che era l’ultima volta che si faceva fregare da un uomo; oppure vi singhiozzava in grembo rifiutandosi di mangiare e di dormire; oppure sghignazzava con voi dell’ultima boiata di un fidanzato coglione; oppure fumava guardando in silenzio fuori da una finestra, perché lui non chiamava mai.
Ormai ve la siete giocata. Ha incontrato l’uomo della sua vita.
Sono stata testimone quasi diretta di molte di queste svolte.
La Frenci ha trovato un messaggio in bottiglia sullo zerbino.
La Piccolina ha mangiato del pane appena sfornato alle cinque di mattina, seduta in macchina.
Cavallino ha avuto per mesi il cellulare incandescente per i messaggi e le si vedeva distintamente battere il cuore ogni volta che ne arrivava uno.
La Tipa è stata incollata a un armadio a tradimento.
Musica ha giocato a ping pong e preso passaggi troppe sere di fila.
La Symo si è accorta che erano le sette di mattina e stavano ancora parlando.
Castagna è uscita da un esame della specializzazione, un pomeriggio molto tardi, e ha trovato l’Uomo seduto su una scalinata di marmo.
E improvvisamente diventa molto chiaro, alla diretta interessata e a tutti quelli che la conoscono, che la felicità assoluta esiste.
L’amica risplende di luce propria, ha dei capelli favolosi, è dimagrita, ride di gola e cammina a un metro buono dal pavimento. Di fronte a una bocciatura, a un licenziamento, alla perdita di un treno all’ora di punta o a una catastrofe di altro genere mantiene la calma.
Improvvisamente la più dura e pura delle carrieriste indipendenti ha gli occhi velati alla vista dei passeggini, la femminista più spietata finge malamente di non guardare la vetrina degli abiti da sposa, e la bohémienne dedita al junk food e agli aperitivi lunghi compra un libro di cucina.
Tutto, tutto, anche il fatto che non le si spezzano più le unghie, che non le si smagliano mai le calze, che non prende storte sui tacchi, grida ai quattro venti che ha trascorso notti di passione rovente e di teneri sussurri, che se facesse un check up medico le troverebbero dei valori extraterrestri di ferro, vitamine e endorfine, mentre un mese e mezzo fa le avrebbero diagnosticato disfunzioni metaboliche gravi, mal celate da anemia, alcolismo e cortisolo.
Se per caso mentre la vostra amica vive una fase del genere siete sole e insoddisfatte, il picco ormonale che raggiungete può spingervi a trombare qualunque essere vivente che si dia disponibile, a bere o, era il mio caso, a sfasciarvi di cioccolatini.
E poi il sogno si corona.
E assistete al passaggio lungo la navata di apparizioni angeliche in pizzo dei primi del Novecento, aiutate la vostra compagna di studi con la zip del vestito bianco, vi estasiate invidiose di fronte alla camera matrimoniale Ikea del primo nido d’amore, o riconoscete il taglio degli occhi della vostra migliore amica sul faccino piccolissimo di un bimbo di tre giorni.
Un bel giorno anche voi andate all’Ikea e scegliete un materasso matrimoniale con un sorriso beato, comprate un test di gravidanza con il cuore in gola, vi mettete le scarpe bianco avorio, vi tirano del riso.
Okay.
Nessuno, nessuno tornando indietro cambierebbe alcunchè di quei momenti cosmici. Perché l’uomo della tua vita lo incontri una volta sola, checchè se ne dica.
E le tue amiche sanno sempre quando è veramente l’uomo della tua vita.
Ora, io c’ero quando la Tipa ha incontrato l’uomo della sua vita. E sono sicura che si trattava proprio dell’uomo della sua vita. C’ero anche quando lo ha sposato, e l’espressione di lui fugava qualunque dubbio che lei non fosse la donna della sua vita.
La Tipa c’era quando io ho incontrato l’Uomo. E a volte ancora adesso mi dice che roba incredibile eravamo noi due insieme all’inizio.
Tuttavia, ci doveva essere una riga scritta molto in piccolo, nelle istruzioni per la vita con il suddetto uomo, che non avevamo mica letto: né noi, né le nostre amiche che testimoniavano indirettamente delle nostre scopate galattiche, delle nostre
serate indimenticabili e del nostro progressivo sprofondare nella felicità completa.
Perché altrimenti una telefonata come quella che io e la Tipa ci siamo fatte ieri non potrebbe esistere.
La domanda è: posto che quest’uomo, a fianco del quale ci sdraiamo da dieci anni e oltre, è senza alcun dubbio l’unico uomo che vogliamo vedere al nostro fianco e da cui vogliamo avere dei figli, e questo al di là di crisi, problemi e momenti di marasma che si sono presentati o si presenteranno… come può l’indicibile, inequivocabile felicità di averlo trovato, che ricordiamo perfettamente e non rinneghiamo affatto, conciliarsi con il desiderio, a tratti violentissimo, di spaccargli la testa con una pesante mazza chiodata???????????????
Eccola lì, la vostra amica, quella che qualche mese fa beveva con voi roba alcolica giurando che era l’ultima volta che si faceva fregare da un uomo; oppure vi singhiozzava in grembo rifiutandosi di mangiare e di dormire; oppure sghignazzava con voi dell’ultima boiata di un fidanzato coglione; oppure fumava guardando in silenzio fuori da una finestra, perché lui non chiamava mai.
Ormai ve la siete giocata. Ha incontrato l’uomo della sua vita.
Sono stata testimone quasi diretta di molte di queste svolte.
La Frenci ha trovato un messaggio in bottiglia sullo zerbino.
La Piccolina ha mangiato del pane appena sfornato alle cinque di mattina, seduta in macchina.
Cavallino ha avuto per mesi il cellulare incandescente per i messaggi e le si vedeva distintamente battere il cuore ogni volta che ne arrivava uno.
La Tipa è stata incollata a un armadio a tradimento.
Musica ha giocato a ping pong e preso passaggi troppe sere di fila.
La Symo si è accorta che erano le sette di mattina e stavano ancora parlando.
Castagna è uscita da un esame della specializzazione, un pomeriggio molto tardi, e ha trovato l’Uomo seduto su una scalinata di marmo.
E improvvisamente diventa molto chiaro, alla diretta interessata e a tutti quelli che la conoscono, che la felicità assoluta esiste.
L’amica risplende di luce propria, ha dei capelli favolosi, è dimagrita, ride di gola e cammina a un metro buono dal pavimento. Di fronte a una bocciatura, a un licenziamento, alla perdita di un treno all’ora di punta o a una catastrofe di altro genere mantiene la calma.
Improvvisamente la più dura e pura delle carrieriste indipendenti ha gli occhi velati alla vista dei passeggini, la femminista più spietata finge malamente di non guardare la vetrina degli abiti da sposa, e la bohémienne dedita al junk food e agli aperitivi lunghi compra un libro di cucina.
Tutto, tutto, anche il fatto che non le si spezzano più le unghie, che non le si smagliano mai le calze, che non prende storte sui tacchi, grida ai quattro venti che ha trascorso notti di passione rovente e di teneri sussurri, che se facesse un check up medico le troverebbero dei valori extraterrestri di ferro, vitamine e endorfine, mentre un mese e mezzo fa le avrebbero diagnosticato disfunzioni metaboliche gravi, mal celate da anemia, alcolismo e cortisolo.
Se per caso mentre la vostra amica vive una fase del genere siete sole e insoddisfatte, il picco ormonale che raggiungete può spingervi a trombare qualunque essere vivente che si dia disponibile, a bere o, era il mio caso, a sfasciarvi di cioccolatini.
E poi il sogno si corona.
E assistete al passaggio lungo la navata di apparizioni angeliche in pizzo dei primi del Novecento, aiutate la vostra compagna di studi con la zip del vestito bianco, vi estasiate invidiose di fronte alla camera matrimoniale Ikea del primo nido d’amore, o riconoscete il taglio degli occhi della vostra migliore amica sul faccino piccolissimo di un bimbo di tre giorni.
Un bel giorno anche voi andate all’Ikea e scegliete un materasso matrimoniale con un sorriso beato, comprate un test di gravidanza con il cuore in gola, vi mettete le scarpe bianco avorio, vi tirano del riso.
Okay.
Nessuno, nessuno tornando indietro cambierebbe alcunchè di quei momenti cosmici. Perché l’uomo della tua vita lo incontri una volta sola, checchè se ne dica.
E le tue amiche sanno sempre quando è veramente l’uomo della tua vita.
Ora, io c’ero quando la Tipa ha incontrato l’uomo della sua vita. E sono sicura che si trattava proprio dell’uomo della sua vita. C’ero anche quando lo ha sposato, e l’espressione di lui fugava qualunque dubbio che lei non fosse la donna della sua vita.
La Tipa c’era quando io ho incontrato l’Uomo. E a volte ancora adesso mi dice che roba incredibile eravamo noi due insieme all’inizio.
Tuttavia, ci doveva essere una riga scritta molto in piccolo, nelle istruzioni per la vita con il suddetto uomo, che non avevamo mica letto: né noi, né le nostre amiche che testimoniavano indirettamente delle nostre scopate galattiche, delle nostre
serate indimenticabili e del nostro progressivo sprofondare nella felicità completa.
Perché altrimenti una telefonata come quella che io e la Tipa ci siamo fatte ieri non potrebbe esistere.
La domanda è: posto che quest’uomo, a fianco del quale ci sdraiamo da dieci anni e oltre, è senza alcun dubbio l’unico uomo che vogliamo vedere al nostro fianco e da cui vogliamo avere dei figli, e questo al di là di crisi, problemi e momenti di marasma che si sono presentati o si presenteranno… come può l’indicibile, inequivocabile felicità di averlo trovato, che ricordiamo perfettamente e non rinneghiamo affatto, conciliarsi con il desiderio, a tratti violentissimo, di spaccargli la testa con una pesante mazza chiodata???????????????
Lo spazio bianco?
L’interminabile interminato intermedio interessante interrotto...
Son qui che penso a questo post di Silvietta. Da diversi giorni. Penso al non finito, al pressappochismo, al compromesso, o meglio al farsi uno sconto.
Io vivevo in una famiglia dove:
- si finiva quel che c’era nel piatto
- si facevano i compiti
- si aveva una scaletta per tutta la vacanza in montagna: il 10 agosto gita al rifugio, l’11 visita guidata, il 12 camminata in quota, il 13 diapositive naturalistiche…
Si facevano le cose, insomma: tutte, seriamente e bene. E ovviamente fino in fondo. Al concorso (sempre di tipo culturale, che fosse il concorso tra bambini delle elementari per la favola o la poesia più bella, o quello per il posto da primario ospedaliero) non si partecipava: si vinceva.
Io ero:
- una bambina senza grilli per la testa
- una dodicenne sfigata
- una sedicenne prudente
- una diciottenne sensata.
Poi grazie a Dio sono uscita da quella specie di pentola a pressione senza valvola che è il liceo classico e sono andata a Lettere.
Lettere!!! Ritmi giamaicani nel dare gli esami, grande spazio per approfondire, deviare dal programma e sognare, molti stimoli e nessuna costrizione.
Bellissimo. E pericolosamente vicino al non finito cronico, solo che io studiavo volentieri e sul serio, quindi ho fatto tante cose, e bene. Ma a modo mio, coi miei tempi, senza ridurmi una palla d’odio verso la vita come al liceo, anzi aprendomi, divertendomi, respirando.
Ovviamente siamo entrati in conflitto, io e i due progenitori, su questo modo di vivere. Ho vinto io. Sono andata a stare da sola poco dopo la laurea, e se lavorativamente continuavo a piazzarmi bene in tutte le competizioni e a fare le cose fino in fondo, a livello personale la mia vita si è prima rallentata, poi sfilacciata e sciolta, man mano.
Certo, quando ho cominciato la convivenza con l’Uomo ero ancora convintissima che le scalette, gli schemini e le agende mi avrebbero salvato la vita.
Ma poi ho scoperto che vivevo e lavoravo anche senza rispettare le agende.
E poi sono andata via da Genova e improvvisamente non c’è stato più nessuno con cui fare bella figura o mettersi in competizione.
Ecco, diciamo che sconti me ne sono fatti, e ancora me ne faccio, che strutture ne ho perse, che scalette ne ho rispettate poche o nessuna.
Il che ha fatto della mia vita, della mia casa e (meno, molto meno) del mio lavoro qualcosa di:
- disordinato
- creativo
- soft
- accogliente
- pigro
- lento
- fluido
- caotico
- dispersivo
- rilassato
- disorganizzato
- poco prevedibile
- molto spaesato.
Un insieme di caratteristiche che ha avuto su di me a volte un effetto rasserenante, a volte assurdamente ansiogeno.
Ormai sono anche passata oltre questa specie di vendetta contro i primi venticinque anni della mia educazione e posso darmi di nuovo degli obiettivi, ma ai miei occhi è diventato assolutamente ridicolo prevedere le cose in termini di ore o giorni.
Scendo dal letto la mattina e sono una freccia con la punta che mira secca verso la mia cattedra, lavoro in modo organizzato e coerente fino alle tredici e trenta, poi vengo a casa e mi sbraco.
Nel pomeriggio, se sto in casa, spesso noto:
- il lavoro a maglia cominciato
- i compiti da archiviare
- i manuali da finire
- il mobile da riordinare
- la polvere che si accumula sui testi di psicologia mentre decido che fare del mio futuro universitario
- le mille altre cose che dovrei finire.
Vado un po’ in ansia. E a volte molto in ansia.
Però, da qualche anno a questa parte, i tentativi di imporre a me stessa quella disciplina prussiana che mio padre dovrebbe avermi trasmesso nel DNA, o quel sadomasochismo cattolico tipico di mia madre, che dovrebbe andare una volta a settimana all’Anonima Autolesionisti, falliscono miseramente, prima ancora che io metta mano a una biro per fare una lista o mi alzi dal divano per iniziare un lavoro.
Perciò mi stupisce e stravolge leggere, oggi, un vecchio file, creato nel febbraio 2008 e modificato l’ultima volta nel gennaio 2009, dal titolo “Finisci quel che hai iniziato!!!”
Scopro così, come se leggessi di un’altra persona, di un’altra vita, che all’incirca due anni fa:
- io e l’Uomo stavamo facendo le pratiche per sposarci in chiesa (peccato che il corso
prematrimoniale sia stato, ad oggi, l’ultima occasione in cui io ho voluto sentir parlare di cattolicesimo)
- davo ripetizioni (che incubo doloroso, menomale che ho smesso…)
- non avevo accantonato l’idea di studiare canto
- imparavo a fare la maglia (questo sono proprio contenta di averlo fatto e mi è rimasto, per fortuna, anche se faccio delle “piccole“ pause di quattro mesi)
- camminavo da 1 a 2 ore al giorno col cane (ahimè, abitudine sana oggi fiaccata dal maltempo e dalla pigrizia)
- riflettevo se andare da un terapeuta
- avevo fatto il corso per l’AVO
- andavo a yoga
- avevo intenzione di studiare il buddhismo, lo zen e il tantra (e non sapevo per un belino di cosa stavo parlando)
- pensavo di trasferirmi a Genova e di passare alle superiori.
Insomma, ero già e non ero ancora io, la io di adesso, intendo.
Posso aggiungere tre o quattro cose che sulla lista non figurano:
- ero in crisi con l’Uomo
- ero ancora con la testa in palla dietro all’Amore Sbagliato
- ero convinta di voler prendere una cascina in campagna e avere il frutteto e il prato
- cucinavo ancora decentemente, a volte
- la casa era un immondezzaio disordinato
- avevamo solo Bontcho e la Daisy, quindi non era ancora cominciata la delirante Era del Disastro inaugurata un anno fa dall’arrivo di Matilda
- non avevo ancora litigato a morte con mio padre.
Come scenario collaterale, Cognatina stava ancora con quello che io avrei voluto poter nominare a vita come lo Zio dei Miei Bambini, la Biosuocera non aveva ancora preso l’ennesimo cane enorme, bavoso e viziato, la Zia Buona non viveva ancora con la simpatica governante detta Frau Blucher, lavoravo su due scuole in un anfratto della provincia tanto coreografico quanto sperduto, con un preside d’oro e d’argento che adoravo, ricambiatissima, e dei colleghi umanamente gradevoli, e avevo ancora qualche amico a Genova.
Faccio queste riflessioni perché ultimamente, complice il nuovo modo di vedere le cose attraverso il filtro della filosofia tibetana, ho messo a fuoco che la mia vita, segnata negli ultimi dieci anni da continui traslochi, cambi di lavoro e di città, crisi familiari / coniugali, emergenze salute, etc etc, si è finalmente stabilizzata in una sua forma. E ora, da un lato, non c’è che da mantenere la rotta, dall’altro, c’è il rischio di sedersi, di ammuffire, di morire, o semplicemente di non avere più nemmeno una scadenza davanti a sé.
Certo, se riuscissi a restare incinta tutto ciò non avrebbe più senso. Ma dato che per ora il programma “Mi sconvolgo l’esistenza, possibilmente con due gemelli eterozigoti di sesso diverso” sembra rimandato a data da definirsi, torno a quel che dicevo mesi fa: che persona voglio essere io, indipendentemente dall’avere dei figli?
E leggendo il post di Silvietta penso:
- no, non voglio ricominciare con le agende e le liste
- no, non voglio tornare al caos
- no, non voglio continuare così, a fare le cose a botte di due mesi una, tre mesi l’altra, con pause senza progettualità, con settimane di mera sopravvivenza
- no, non voglio traslocare
- no, non voglio cambiare sede di lavoro
- no, non mi fa schifo la persona che sto diventando, anche se è tanto che non faccio una lista e se non ho più concorsi da vincere.
… eppure… qualcosa mi sfugge. Cosa voglio cambiare? Cos’è che nel profondo mi grida “Ehi! Ehi!!! Qui non hai finito! Qui hai da sistemare! Non ti faccio andare avanti finchè non mi sistemi!!!”
Perché sono sicura che è una cosa del passato, non del futuro. E mi sta tenendo ferma.
Ma cos’è?
Son qui che penso a questo post di Silvietta. Da diversi giorni. Penso al non finito, al pressappochismo, al compromesso, o meglio al farsi uno sconto.
Io vivevo in una famiglia dove:
- si finiva quel che c’era nel piatto
- si facevano i compiti
- si aveva una scaletta per tutta la vacanza in montagna: il 10 agosto gita al rifugio, l’11 visita guidata, il 12 camminata in quota, il 13 diapositive naturalistiche…
Si facevano le cose, insomma: tutte, seriamente e bene. E ovviamente fino in fondo. Al concorso (sempre di tipo culturale, che fosse il concorso tra bambini delle elementari per la favola o la poesia più bella, o quello per il posto da primario ospedaliero) non si partecipava: si vinceva.
Io ero:
- una bambina senza grilli per la testa
- una dodicenne sfigata
- una sedicenne prudente
- una diciottenne sensata.
Poi grazie a Dio sono uscita da quella specie di pentola a pressione senza valvola che è il liceo classico e sono andata a Lettere.
Lettere!!! Ritmi giamaicani nel dare gli esami, grande spazio per approfondire, deviare dal programma e sognare, molti stimoli e nessuna costrizione.
Bellissimo. E pericolosamente vicino al non finito cronico, solo che io studiavo volentieri e sul serio, quindi ho fatto tante cose, e bene. Ma a modo mio, coi miei tempi, senza ridurmi una palla d’odio verso la vita come al liceo, anzi aprendomi, divertendomi, respirando.
Ovviamente siamo entrati in conflitto, io e i due progenitori, su questo modo di vivere. Ho vinto io. Sono andata a stare da sola poco dopo la laurea, e se lavorativamente continuavo a piazzarmi bene in tutte le competizioni e a fare le cose fino in fondo, a livello personale la mia vita si è prima rallentata, poi sfilacciata e sciolta, man mano.
Certo, quando ho cominciato la convivenza con l’Uomo ero ancora convintissima che le scalette, gli schemini e le agende mi avrebbero salvato la vita.
Ma poi ho scoperto che vivevo e lavoravo anche senza rispettare le agende.
E poi sono andata via da Genova e improvvisamente non c’è stato più nessuno con cui fare bella figura o mettersi in competizione.
Ecco, diciamo che sconti me ne sono fatti, e ancora me ne faccio, che strutture ne ho perse, che scalette ne ho rispettate poche o nessuna.
Il che ha fatto della mia vita, della mia casa e (meno, molto meno) del mio lavoro qualcosa di:
- disordinato
- creativo
- soft
- accogliente
- pigro
- lento
- fluido
- caotico
- dispersivo
- rilassato
- disorganizzato
- poco prevedibile
- molto spaesato.
Un insieme di caratteristiche che ha avuto su di me a volte un effetto rasserenante, a volte assurdamente ansiogeno.
Ormai sono anche passata oltre questa specie di vendetta contro i primi venticinque anni della mia educazione e posso darmi di nuovo degli obiettivi, ma ai miei occhi è diventato assolutamente ridicolo prevedere le cose in termini di ore o giorni.
Scendo dal letto la mattina e sono una freccia con la punta che mira secca verso la mia cattedra, lavoro in modo organizzato e coerente fino alle tredici e trenta, poi vengo a casa e mi sbraco.
Nel pomeriggio, se sto in casa, spesso noto:
- il lavoro a maglia cominciato
- i compiti da archiviare
- i manuali da finire
- il mobile da riordinare
- la polvere che si accumula sui testi di psicologia mentre decido che fare del mio futuro universitario
- le mille altre cose che dovrei finire.
Vado un po’ in ansia. E a volte molto in ansia.
Però, da qualche anno a questa parte, i tentativi di imporre a me stessa quella disciplina prussiana che mio padre dovrebbe avermi trasmesso nel DNA, o quel sadomasochismo cattolico tipico di mia madre, che dovrebbe andare una volta a settimana all’Anonima Autolesionisti, falliscono miseramente, prima ancora che io metta mano a una biro per fare una lista o mi alzi dal divano per iniziare un lavoro.
Perciò mi stupisce e stravolge leggere, oggi, un vecchio file, creato nel febbraio 2008 e modificato l’ultima volta nel gennaio 2009, dal titolo “Finisci quel che hai iniziato!!!”
Scopro così, come se leggessi di un’altra persona, di un’altra vita, che all’incirca due anni fa:
- io e l’Uomo stavamo facendo le pratiche per sposarci in chiesa (peccato che il corso
prematrimoniale sia stato, ad oggi, l’ultima occasione in cui io ho voluto sentir parlare di cattolicesimo)
- davo ripetizioni (che incubo doloroso, menomale che ho smesso…)
- non avevo accantonato l’idea di studiare canto
- imparavo a fare la maglia (questo sono proprio contenta di averlo fatto e mi è rimasto, per fortuna, anche se faccio delle “piccole“ pause di quattro mesi)
- camminavo da 1 a 2 ore al giorno col cane (ahimè, abitudine sana oggi fiaccata dal maltempo e dalla pigrizia)
- riflettevo se andare da un terapeuta
- avevo fatto il corso per l’AVO
- andavo a yoga
- avevo intenzione di studiare il buddhismo, lo zen e il tantra (e non sapevo per un belino di cosa stavo parlando)
- pensavo di trasferirmi a Genova e di passare alle superiori.
Insomma, ero già e non ero ancora io, la io di adesso, intendo.
Posso aggiungere tre o quattro cose che sulla lista non figurano:
- ero in crisi con l’Uomo
- ero ancora con la testa in palla dietro all’Amore Sbagliato
- ero convinta di voler prendere una cascina in campagna e avere il frutteto e il prato
- cucinavo ancora decentemente, a volte
- la casa era un immondezzaio disordinato
- avevamo solo Bontcho e la Daisy, quindi non era ancora cominciata la delirante Era del Disastro inaugurata un anno fa dall’arrivo di Matilda
- non avevo ancora litigato a morte con mio padre.
Come scenario collaterale, Cognatina stava ancora con quello che io avrei voluto poter nominare a vita come lo Zio dei Miei Bambini, la Biosuocera non aveva ancora preso l’ennesimo cane enorme, bavoso e viziato, la Zia Buona non viveva ancora con la simpatica governante detta Frau Blucher, lavoravo su due scuole in un anfratto della provincia tanto coreografico quanto sperduto, con un preside d’oro e d’argento che adoravo, ricambiatissima, e dei colleghi umanamente gradevoli, e avevo ancora qualche amico a Genova.
Faccio queste riflessioni perché ultimamente, complice il nuovo modo di vedere le cose attraverso il filtro della filosofia tibetana, ho messo a fuoco che la mia vita, segnata negli ultimi dieci anni da continui traslochi, cambi di lavoro e di città, crisi familiari / coniugali, emergenze salute, etc etc, si è finalmente stabilizzata in una sua forma. E ora, da un lato, non c’è che da mantenere la rotta, dall’altro, c’è il rischio di sedersi, di ammuffire, di morire, o semplicemente di non avere più nemmeno una scadenza davanti a sé.
Certo, se riuscissi a restare incinta tutto ciò non avrebbe più senso. Ma dato che per ora il programma “Mi sconvolgo l’esistenza, possibilmente con due gemelli eterozigoti di sesso diverso” sembra rimandato a data da definirsi, torno a quel che dicevo mesi fa: che persona voglio essere io, indipendentemente dall’avere dei figli?
E leggendo il post di Silvietta penso:
- no, non voglio ricominciare con le agende e le liste
- no, non voglio tornare al caos
- no, non voglio continuare così, a fare le cose a botte di due mesi una, tre mesi l’altra, con pause senza progettualità, con settimane di mera sopravvivenza
- no, non voglio traslocare
- no, non voglio cambiare sede di lavoro
- no, non mi fa schifo la persona che sto diventando, anche se è tanto che non faccio una lista e se non ho più concorsi da vincere.
… eppure… qualcosa mi sfugge. Cosa voglio cambiare? Cos’è che nel profondo mi grida “Ehi! Ehi!!! Qui non hai finito! Qui hai da sistemare! Non ti faccio andare avanti finchè non mi sistemi!!!”
Perché sono sicura che è una cosa del passato, non del futuro. E mi sta tenendo ferma.
Ma cos’è?
giovedì 6 maggio 2010
Oh già
Se dovessi acclarare che il compito di storia fosse stato da me copiato dal libro di testo che tenevo sulle ginocchia aperto durante la prova, senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l'annullamento dell' otto in pagella assegnatomi.
Astenersi forzitalioti
Ma brutta puttana, stupida, disinformata, ignorante e presuntuosa.
Quando mia madre mi ha accennato all'intervista, ho risposto: "In questo paese non esistono più diritti e doveri, ma solo privilegiati e sfigati".
Gli sfigati fanno ridere. E' colpa loro, in fondo, se sono sfigati.
E quelli che si lamentano? Come la precaria di 36 anni, 2 figli, marito anche lui precario, che a AnnoZero si è sentita dire da un politico facciadimerda: "ma lo vede, che state sempre a piangervi addosso? Lei è giovane e carina, sorrida, sia contenta!" (Lei aveva appena finito di parlare di insegnanti che fanno i pendolari avanti e indietro da Ustica e aveva sottolineato che a 36 anni non è granchè non avere un posto di lavoro e mantenere due bambini. Contenta? Come contenta?)
In realtà mi ero giurata di non rispondere alla provocazione, stavolta, ma poi ne ho lette un paio che mi hanno fatto esplodere la tiroide e mi sono trasformata in Hulk:
"E comunque l’aumento delle iscrizioni alle paritarie è dovuto a un dato innegabile, la scuola pubblica è in crisi e per salvarla non basta il governo, devono contribuire i sindacati e i dirigenti, spesso poco attenti agli sprechi."
Gli sprechi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Quest'anno sapone e carta per asciugarci le mani ce li portiamo da casa e ci fanno storie per comprare due gessetti!!!!!
E poi la chicca: "se un insegnante di Palermo vorrà lavorare in Lombardia potrà farlo, a patto di garantire almeno due anni di residenza."
Oh coglioni, svegliatevi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ma se è già così da mille anni!!!! Ma credete veramente che noi insegnanti ci spostiamo a nostro piacere da un mese all'altro? Non so se la scema presuntuosa intenda "mettere la residenza nella regione dove si lavora", ma che cambia, in tal caso? Le tasse regionali? Okay! Mi può anche sembrare sensato! Però il posto di lavoro in ruolo non lo sposti da una parte all'altra quando ti pare nemmeno adesso!!!! La richiesta di trasferimento la si fa dopo 3, treanni di lavoro nella stessa sede. Si sta di nuovo facendo bella di aver inventato l'acqua calda, come con il voto di Educazione Civica?
O non ti sei mai letta le leggi, Maria stronza, tu che sei dalla parte dei furbi e fichi e non da quella degli sfigati? Ma tu in un provveditorato ci sei mai stata? Le hai mai fatte quelle belle code a luglio in sindacato? Ce l'hai presente cosa vuol dire per il mio collega di sostegno lavorare a Paesino di Sogno e avere la moglie a Pachino? Ecco, lui non solo non si lamenta, di essere a lavorare qua, nè di fare sostegno invece che greco e latino, ma tiene su di morale tutti. Eppure è un precario di merda. E' a lui che dobbiamo dare un aumento, perchè sorride? E al bidello che era a Montiglio Monferrato e piangeva perchè a Tropea sua moglie stava correndo in ospedale per un parto prematuro e lui non c'era, a quello no, non glielo dobbiamo dare, gli dobbiamo dire "lei è giovane e sta diventando papà, sorrida, che in televisone siamo stufi di tutti questi musi lunghi"?
Ma che cazzo sto a dire. Cosa gliene fotte a quelli come te del costo umano della vita lavorativa. Dobbiamo anche ringraziare che noi non precipitiamo (sempre sorridendo) da un'impalcatura non a norma.
Oppure... un attimo.
Non vorrà mica dire che se tu sei di Pachino e trovi una supplenza di due settimane a Pavia (esistono eh? l'anno scorso a scuola dall'Uomo è arrivato da Cagliari uno per coprire due settimane a Paesone Sfigato, 12 km da Asti: due settimane = 1 punto in graduatoria, si fa di tutto per un punto in graduatoria... tranne i pompini sia ben chiaro, siamo statali, mica escort)...
Dicevo, non vorrà mica dire che se tu trovi un mesetto di supplenza per prenderla devi trasferire la residenza?
Guarda, Mariastronza, che con le nuove regole che hai dato e i tagli del tuo amico nano alla pubblica spesa, non c'è bisogno di fare niente del genere, i precari che lavorano quest'anno sono più rari dei panda, perchè non ci sono posti di lavoro nemmeno per quelli in ruolo, e io ne so qualcosina!!!
Okay. Ora vado, che faccio tardi, perchè io sono una privilegiata, non ho figli e devo solo preoccuparmi di portare il mio culo laureato a scaldare la sedia di una cattedra.
Oh, un attimo: prima vado in bagno a provare il sorriso allo specchio. Che fa brutto, lamentarsi e protestare. Bisogna avere amore per il sacrificio, e non in modo ipocrita, ma sincero. Proprio come la ministra, che si farà aprire la nursery in Parlamento (l'ha detto lei, in un'intervista precedente). Lei sì che sa cosa vuol dire farsi il mazzo, poverina, mica io che mi lagno sempre.
Quando mia madre mi ha accennato all'intervista, ho risposto: "In questo paese non esistono più diritti e doveri, ma solo privilegiati e sfigati".
Gli sfigati fanno ridere. E' colpa loro, in fondo, se sono sfigati.
E quelli che si lamentano? Come la precaria di 36 anni, 2 figli, marito anche lui precario, che a AnnoZero si è sentita dire da un politico facciadimerda: "ma lo vede, che state sempre a piangervi addosso? Lei è giovane e carina, sorrida, sia contenta!" (Lei aveva appena finito di parlare di insegnanti che fanno i pendolari avanti e indietro da Ustica e aveva sottolineato che a 36 anni non è granchè non avere un posto di lavoro e mantenere due bambini. Contenta? Come contenta?)
In realtà mi ero giurata di non rispondere alla provocazione, stavolta, ma poi ne ho lette un paio che mi hanno fatto esplodere la tiroide e mi sono trasformata in Hulk:
"E comunque l’aumento delle iscrizioni alle paritarie è dovuto a un dato innegabile, la scuola pubblica è in crisi e per salvarla non basta il governo, devono contribuire i sindacati e i dirigenti, spesso poco attenti agli sprechi."
Gli sprechi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Quest'anno sapone e carta per asciugarci le mani ce li portiamo da casa e ci fanno storie per comprare due gessetti!!!!!
E poi la chicca: "se un insegnante di Palermo vorrà lavorare in Lombardia potrà farlo, a patto di garantire almeno due anni di residenza."
Oh coglioni, svegliatevi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ma se è già così da mille anni!!!! Ma credete veramente che noi insegnanti ci spostiamo a nostro piacere da un mese all'altro? Non so se la scema presuntuosa intenda "mettere la residenza nella regione dove si lavora", ma che cambia, in tal caso? Le tasse regionali? Okay! Mi può anche sembrare sensato! Però il posto di lavoro in ruolo non lo sposti da una parte all'altra quando ti pare nemmeno adesso!!!! La richiesta di trasferimento la si fa dopo 3, treanni di lavoro nella stessa sede. Si sta di nuovo facendo bella di aver inventato l'acqua calda, come con il voto di Educazione Civica?
O non ti sei mai letta le leggi, Maria stronza, tu che sei dalla parte dei furbi e fichi e non da quella degli sfigati? Ma tu in un provveditorato ci sei mai stata? Le hai mai fatte quelle belle code a luglio in sindacato? Ce l'hai presente cosa vuol dire per il mio collega di sostegno lavorare a Paesino di Sogno e avere la moglie a Pachino? Ecco, lui non solo non si lamenta, di essere a lavorare qua, nè di fare sostegno invece che greco e latino, ma tiene su di morale tutti. Eppure è un precario di merda. E' a lui che dobbiamo dare un aumento, perchè sorride? E al bidello che era a Montiglio Monferrato e piangeva perchè a Tropea sua moglie stava correndo in ospedale per un parto prematuro e lui non c'era, a quello no, non glielo dobbiamo dare, gli dobbiamo dire "lei è giovane e sta diventando papà, sorrida, che in televisone siamo stufi di tutti questi musi lunghi"?
Ma che cazzo sto a dire. Cosa gliene fotte a quelli come te del costo umano della vita lavorativa. Dobbiamo anche ringraziare che noi non precipitiamo (sempre sorridendo) da un'impalcatura non a norma.
Oppure... un attimo.
Non vorrà mica dire che se tu sei di Pachino e trovi una supplenza di due settimane a Pavia (esistono eh? l'anno scorso a scuola dall'Uomo è arrivato da Cagliari uno per coprire due settimane a Paesone Sfigato, 12 km da Asti: due settimane = 1 punto in graduatoria, si fa di tutto per un punto in graduatoria... tranne i pompini sia ben chiaro, siamo statali, mica escort)...
Dicevo, non vorrà mica dire che se tu trovi un mesetto di supplenza per prenderla devi trasferire la residenza?
Guarda, Mariastronza, che con le nuove regole che hai dato e i tagli del tuo amico nano alla pubblica spesa, non c'è bisogno di fare niente del genere, i precari che lavorano quest'anno sono più rari dei panda, perchè non ci sono posti di lavoro nemmeno per quelli in ruolo, e io ne so qualcosina!!!
Okay. Ora vado, che faccio tardi, perchè io sono una privilegiata, non ho figli e devo solo preoccuparmi di portare il mio culo laureato a scaldare la sedia di una cattedra.
Oh, un attimo: prima vado in bagno a provare il sorriso allo specchio. Che fa brutto, lamentarsi e protestare. Bisogna avere amore per il sacrificio, e non in modo ipocrita, ma sincero. Proprio come la ministra, che si farà aprire la nursery in Parlamento (l'ha detto lei, in un'intervista precedente). Lei sì che sa cosa vuol dire farsi il mazzo, poverina, mica io che mi lagno sempre.
martedì 4 maggio 2010
Plagio alferese

Piove sulle nostre auto
sul piazzale infangato
sulla statale lucente
per Casale Monferrato
piove, o II B,
e la pizza ve la servono
alle due e venti
ma voi, germogli silvani,
alle due e venticinque
dovete essere attenti
nell'aula deputata
alle ore pomeridiane
...che se ne vanno a puttane
perchè arrivate tardi
e tutti infradiciati
sì che par che la classe
ne grondi come un bosco
dopo il temporale
- profumano le bambine
come frutti coltivati
su alberi lontani
...e piove, o II B,
mentre io tento
l'analisi grammaticale
e come l'alto falco
sorveglio il primo banco
- ché Gatti oggi è agitato
e quasi invulnerabile
ignora le mie grida
...e piove su Pietro il Grande
sul complemento di fine
di prezzo e di vantaggio
sui rosei pennarelli
su diari gomme e favole
...piove, o II B,
ma quanto siete belli
sotto il diluvio di maggio
anch'io fatta di nuvole
leggera come panna
in mezzo a mille gocce
con voi vorrei volare
scordandomi il programma
lunedì 3 maggio 2010
Storie dell'altro mondo - Cugina e fratello in The Road Back Home, il finale della storia (per ora)
L’espressione di lei, quando vede il fratello, vale da sola tutto il viaggio. La cugina si sente immediatamente una merda per essere venuta giù al bieco scopo di indagare.
Si incontrano nei pressi della casa dove lui e lei vivono con tutta la famiglia di lui: padre madre sorella e fratello.
Arriva lei da sola, ci si scambiano effusioni in una tranquilla piazzetta davanti a una chiesa, poi, a distanza di un pochino di tempo, arriva lui (dal lavoro? Non viene specificato).
Vengono invitati a salire in casa, sorseggiano acqua fresca sul terrazzo con la mamma di lui e il fratello. Qualcuno dice che la sorella non c’è. Si scoprirà che è una balla.
Ovviamente vengono invitati a cena, ma la cugina declina. Allora lui, lei e il padre di lui che è arrivato nel frattempo li accompagnano al treno che torna a Salerno. Lungo la strada, lei chiacchiera felice con suo fratello, la cugina scambia invece frasi cortesi con il padre di lui, e intanto lui torna alla carica più e più volte con domande sul come siano arrivati lì e spuntati nel quartiere in cui loro hanno comprato casa. Lo domanda alla cugina, poi al fratello di lei, poi di nuovo alla cugina, e non una volta sola.
La cugina sospetta che ci sia qualcosa che non va, e in effetti arrivata in albergo verificherà di essersi autodenunciata bugiarda, per la questione della fermata del treno.
Non si fuma nessun calumet della pace, comunque: a un certo punto della passeggiata, la cugina ha accennato a lei e al fratello di lei che camminano ridendo, e ha detto a lui: “Immagino che non ti faccia piacere vedermi, ma guardali, valeva la pena fare questa sorpresa, che ne dici? Del resto io l‘ho fatto per lei e suo fratello.” Leggi: “non sprecarti a essere ipocrita, io non lo farò, non sono certo qui per vedere la tua bella faccia e non mi aspetto che tu sia contento di vedere la mia”.
Il senzapalle, preso un’altra volta in anticipo da questa tremenda donna del Nord, decide intelligentemente di trascorrere i successivi giorni in rapporti di urbana cortesia con la cugina.
Ma qualcosa non va, e si capirà subito dopo. Cugina e fratello ripartono, ci si mette d’accordo per ritornare nel paesino a vedere la casa di lui e lei, e per passare una giornata al mare a Salerno tutti insieme.
Arrivati in albergo vengono contattati via sms per sapere se sono rientrati bene.
Saluti e baci, ci si vede domani, buonanotte.
La mattina dopo sono lui e lei a venire a Salerno, si va in spiaggia, la cugina viene lasciata un po’ in disparte ma le va bene così, li osserva mentre fanno il bagno e rimugina.
Nel pomeriggio, c’è il ritorno al paesino per vedere la casa, e la casa è carina e, come da notizie divulgate in famiglia, da finire. In quell’occasione, lui e la cugina parlano tranquilli di questioni di agenzie immobiliari, operai, lavori etc; in fondo, se questa psicopatica di una cugina si comporta come un uomo e ha la pretesa di condurre da sola affari e trattative immobiliari, beh, fingiamo che sia un uomo e parliamole alla pari. Funziona, la cugina intanto si sente sempre più una merda perché la casa è effettivamente allo stadio dei lavori di cui si sapeva a Genova, ma si rilassa anche, tutto sommato allora non sono così malmessi come credeva.
Durante tutto il giorno lui torna nuovamente alla carica, sempre prendendo cugina e fratello di lei separatamente, con le domande sul treno con cui sono arrivati, e la cugina e il fratello, come da accordi, insistono con la risposta del giorno prima, sperando che, a forza di ripetergli una cosa palesemente falsa, lui si convinca che semplicemente non hanno capito un cazzo di come si chiamano le due stazioni del paesino e si sono confusi per le strade. Miseranda, come finta, ma alla lunga potrebbe anche diventare plausibile.
Scortati di nuovo al treno, i due tornano a Salerno, anche questa volta accompagnati da messaggi che chiedono se si sono spostati bene, dove mangeranno etc.
E viene l’ultima mattina. Cugina e fratello di lei fanno le valigie prima di scendere a colazione, e già arrivano messaggi da lei che chiede a che ora partono e dove vanno. La cugina (che brutta persona!) già la sera prima aveva chiesto, ridendo: “Ma che fanno, ci controllano?” e sempre come battuta si era detto “Deve avergli fatto proprio piacere, a lui, questa bella sorpresa… poi ci ha pure beccati a mentire e chissà cosa si immagina che facciamo adesso!”
Beh: lui e lei sono arrivati, a sorpresa, nell’atrio dell’albergo. Cugina e fratello di lei, stupiti, li invitano a fare colazione, decidendo che in fondo si sono comportati da pessimi visitatori arrivando tra capo e collo, e non fermandosi a cena, insomma, facendo gli stronzi, e che forse lui e lei ritengono più gentile comportarsi da buoni ospiti. Ma qualcosa stona: lui sembra molto desideroso non solo di salutarli, ma di accompagnarli alla stazione, e in effetti ce li porta, in macchina, a fare il biglietto, con largo anticipo rispetto al treno per Roma che i due hanno, alla fine, deciso di prendere per andare nella Città Eterna che il fratello di lei non ha mai visto e la cugina adora.
Talmente in anticipo che poi devono ammazzare il tempo per un po’ e tornare a prendere i bagagli in albergo: tutto accompagnati da lui, che in pratica li osserva fare il biglietto, chiede quanto si fermeranno a Roma e dove andranno dopo (di nuovo a tutti e due, e separatamente, e non una volta sola), più tardi li scarica sul binario e poi se ne va, a cinque minuti dalla partenza del treno, con lei, perché non ha posto dove lasciare la macchina.
Baci, abbracci, saluti con lei. Franca stretta di mano della cugina, che ha apprezzato la tregua con lui e si sente la coda di paglia per i suoi sordidi sospetti.
Partono, arrivano a Roma.
Frase della cugina: “occhio, che a Roma ci farà un caldo bastardo a metà agosto, ma ormai che siamo qui voglio fartela vedere, poi domani andiamo su e ci fermiamo in Toscana a fare un bel bagno.”
Temperatura di Roma: 25 gradi!!! Neanche a chiederlo su ordinazione!!! Il cielo azzurro, con due nuvole bianche, messe lì solo per godersi la bellezza delle chiese e dei siti archeologici con uno sfondo variegato…
La giornata a Roma è fa-vo-lo-sa, complice questo clima inaspettatamente primaverile.
Si gira in pullmann aperto e a piedi, si guardano le vetrine in via Condotti (oh Dio, Armani, Valentino, Chanel, Dio, sì, che goduria, ancora!!!), ci si perde nelle stradine intorno alla Fontana di Trevi, si rende omaggio alla bellezza di Piazza Navona, si compra un trancio di pizza vicino a Campo dei Fiori, si cena sulla scalinata di Trinità dei Monti, due turisti felici spaparanzati sui gradini caldi di sole, e si torna a piedi, al buio, per una città semideserta, cantando in genovese e sentendosi stupidamente, euforicamente, completamente innamorati di Roma e della sua atmosfera ineguagliabile.
La mattina dopo si riparte e, essendo il fratello di lei un po’ provato da tutto questo girare per l’Italia, si lascia perdere la sosta in Toscana e si prosegue, a Nord, dritti verso Genova.
Ma… in tutto questo… dov’è il thriller? Me lo son dimenticato?
No. Il punto è che i due viaggiano, ovviamente, col cellulare acceso. E a intervalli regolari di un’ora, da quando lasciano Salerno fino alla partenza da Roma, e poi ancora, a intervalli appena più lunghi, dopo l’arrivo a Genova, arrivano domande su domande da lei, si presume pilotate da lui, su:
- dove sono cugina e fratello di lei
- quanto si fermano
- cosa fanno (hanno fatto, stanno facendo, faranno tra poco)
- dove dormono
- dove mangiano
- quando ripartono
- dove fanno tappa
- se vanno diritti a Genova
e simili.
Ovviamente le domande vengono fatte alla cugina, al fratello di lei, e dopo i due si renderanno conto che, a quel punto, veniva coinvolta anche la madre di lei a Genova, dato che ormai l’intera famiglia era stata, ovviamente, informata della spedizione a sorpresa e dei successivi spostamenti.
Ora. Va bene che lui era stato colto in contropiede dall’arrivo di due alieni dal Nord, atterrati senza avvisare, e mentendo, troppo vicino alle sue due abitazioni. Va bene che la cugina è una pazza psicopatica sospetta delle peggiori cose.
Va bene. Ma possibile che fossero così preoccupati di sapere quali fossero i successivi spostamenti?
Mentre nell’albergo di Roma, la sera, la cugina dice al fratello di lei di provare a non rispondere all’ennesima domanda, e scatena così una pioggia di messaggini e anche una richiesta di conferma e di farsi vivi da Genova (la madre di lei, coinvolta da lui e lei a distanza, perché i due agenti della CIA non si stanno facendo trovare…), sorge un pensiero:
“In fondo“, ragiona ad alta voce la cugina a un certo punto, “io avrò anche fatto la figura della spia, della bugiarda e della sospettosa. Ma ho trovato tutto come avevano detto, quindi avevo torto, non avevano niente da nascondere. E allora perché ora sono così agitati?”
A Genova, quando dopo altre 48 ore i messaggi dal Sud che chiedono conferma su dove si trovino ancora tempestano tutta la famiglia, forse cercando di cogliere qualche contraddizione sugli spostamenti, la cugina e il fratello di lei si mettono, in simultanea, a sudare freddo.
Se fanno tutti questi controlli, forse qualcosa da nascondere davvero ce l’hanno, e noi ci siamo appena passati proprio accanto.
MINCHIA.
Si incontrano nei pressi della casa dove lui e lei vivono con tutta la famiglia di lui: padre madre sorella e fratello.
Arriva lei da sola, ci si scambiano effusioni in una tranquilla piazzetta davanti a una chiesa, poi, a distanza di un pochino di tempo, arriva lui (dal lavoro? Non viene specificato).
Vengono invitati a salire in casa, sorseggiano acqua fresca sul terrazzo con la mamma di lui e il fratello. Qualcuno dice che la sorella non c’è. Si scoprirà che è una balla.
Ovviamente vengono invitati a cena, ma la cugina declina. Allora lui, lei e il padre di lui che è arrivato nel frattempo li accompagnano al treno che torna a Salerno. Lungo la strada, lei chiacchiera felice con suo fratello, la cugina scambia invece frasi cortesi con il padre di lui, e intanto lui torna alla carica più e più volte con domande sul come siano arrivati lì e spuntati nel quartiere in cui loro hanno comprato casa. Lo domanda alla cugina, poi al fratello di lei, poi di nuovo alla cugina, e non una volta sola.
La cugina sospetta che ci sia qualcosa che non va, e in effetti arrivata in albergo verificherà di essersi autodenunciata bugiarda, per la questione della fermata del treno.
Non si fuma nessun calumet della pace, comunque: a un certo punto della passeggiata, la cugina ha accennato a lei e al fratello di lei che camminano ridendo, e ha detto a lui: “Immagino che non ti faccia piacere vedermi, ma guardali, valeva la pena fare questa sorpresa, che ne dici? Del resto io l‘ho fatto per lei e suo fratello.” Leggi: “non sprecarti a essere ipocrita, io non lo farò, non sono certo qui per vedere la tua bella faccia e non mi aspetto che tu sia contento di vedere la mia”.
Il senzapalle, preso un’altra volta in anticipo da questa tremenda donna del Nord, decide intelligentemente di trascorrere i successivi giorni in rapporti di urbana cortesia con la cugina.
Ma qualcosa non va, e si capirà subito dopo. Cugina e fratello ripartono, ci si mette d’accordo per ritornare nel paesino a vedere la casa di lui e lei, e per passare una giornata al mare a Salerno tutti insieme.
Arrivati in albergo vengono contattati via sms per sapere se sono rientrati bene.
Saluti e baci, ci si vede domani, buonanotte.
La mattina dopo sono lui e lei a venire a Salerno, si va in spiaggia, la cugina viene lasciata un po’ in disparte ma le va bene così, li osserva mentre fanno il bagno e rimugina.
Nel pomeriggio, c’è il ritorno al paesino per vedere la casa, e la casa è carina e, come da notizie divulgate in famiglia, da finire. In quell’occasione, lui e la cugina parlano tranquilli di questioni di agenzie immobiliari, operai, lavori etc; in fondo, se questa psicopatica di una cugina si comporta come un uomo e ha la pretesa di condurre da sola affari e trattative immobiliari, beh, fingiamo che sia un uomo e parliamole alla pari. Funziona, la cugina intanto si sente sempre più una merda perché la casa è effettivamente allo stadio dei lavori di cui si sapeva a Genova, ma si rilassa anche, tutto sommato allora non sono così malmessi come credeva.
Durante tutto il giorno lui torna nuovamente alla carica, sempre prendendo cugina e fratello di lei separatamente, con le domande sul treno con cui sono arrivati, e la cugina e il fratello, come da accordi, insistono con la risposta del giorno prima, sperando che, a forza di ripetergli una cosa palesemente falsa, lui si convinca che semplicemente non hanno capito un cazzo di come si chiamano le due stazioni del paesino e si sono confusi per le strade. Miseranda, come finta, ma alla lunga potrebbe anche diventare plausibile.
Scortati di nuovo al treno, i due tornano a Salerno, anche questa volta accompagnati da messaggi che chiedono se si sono spostati bene, dove mangeranno etc.
E viene l’ultima mattina. Cugina e fratello di lei fanno le valigie prima di scendere a colazione, e già arrivano messaggi da lei che chiede a che ora partono e dove vanno. La cugina (che brutta persona!) già la sera prima aveva chiesto, ridendo: “Ma che fanno, ci controllano?” e sempre come battuta si era detto “Deve avergli fatto proprio piacere, a lui, questa bella sorpresa… poi ci ha pure beccati a mentire e chissà cosa si immagina che facciamo adesso!”
Beh: lui e lei sono arrivati, a sorpresa, nell’atrio dell’albergo. Cugina e fratello di lei, stupiti, li invitano a fare colazione, decidendo che in fondo si sono comportati da pessimi visitatori arrivando tra capo e collo, e non fermandosi a cena, insomma, facendo gli stronzi, e che forse lui e lei ritengono più gentile comportarsi da buoni ospiti. Ma qualcosa stona: lui sembra molto desideroso non solo di salutarli, ma di accompagnarli alla stazione, e in effetti ce li porta, in macchina, a fare il biglietto, con largo anticipo rispetto al treno per Roma che i due hanno, alla fine, deciso di prendere per andare nella Città Eterna che il fratello di lei non ha mai visto e la cugina adora.
Talmente in anticipo che poi devono ammazzare il tempo per un po’ e tornare a prendere i bagagli in albergo: tutto accompagnati da lui, che in pratica li osserva fare il biglietto, chiede quanto si fermeranno a Roma e dove andranno dopo (di nuovo a tutti e due, e separatamente, e non una volta sola), più tardi li scarica sul binario e poi se ne va, a cinque minuti dalla partenza del treno, con lei, perché non ha posto dove lasciare la macchina.
Baci, abbracci, saluti con lei. Franca stretta di mano della cugina, che ha apprezzato la tregua con lui e si sente la coda di paglia per i suoi sordidi sospetti.
Partono, arrivano a Roma.
Frase della cugina: “occhio, che a Roma ci farà un caldo bastardo a metà agosto, ma ormai che siamo qui voglio fartela vedere, poi domani andiamo su e ci fermiamo in Toscana a fare un bel bagno.”
Temperatura di Roma: 25 gradi!!! Neanche a chiederlo su ordinazione!!! Il cielo azzurro, con due nuvole bianche, messe lì solo per godersi la bellezza delle chiese e dei siti archeologici con uno sfondo variegato…
La giornata a Roma è fa-vo-lo-sa, complice questo clima inaspettatamente primaverile.
Si gira in pullmann aperto e a piedi, si guardano le vetrine in via Condotti (oh Dio, Armani, Valentino, Chanel, Dio, sì, che goduria, ancora!!!), ci si perde nelle stradine intorno alla Fontana di Trevi, si rende omaggio alla bellezza di Piazza Navona, si compra un trancio di pizza vicino a Campo dei Fiori, si cena sulla scalinata di Trinità dei Monti, due turisti felici spaparanzati sui gradini caldi di sole, e si torna a piedi, al buio, per una città semideserta, cantando in genovese e sentendosi stupidamente, euforicamente, completamente innamorati di Roma e della sua atmosfera ineguagliabile.
La mattina dopo si riparte e, essendo il fratello di lei un po’ provato da tutto questo girare per l’Italia, si lascia perdere la sosta in Toscana e si prosegue, a Nord, dritti verso Genova.
Ma… in tutto questo… dov’è il thriller? Me lo son dimenticato?
No. Il punto è che i due viaggiano, ovviamente, col cellulare acceso. E a intervalli regolari di un’ora, da quando lasciano Salerno fino alla partenza da Roma, e poi ancora, a intervalli appena più lunghi, dopo l’arrivo a Genova, arrivano domande su domande da lei, si presume pilotate da lui, su:
- dove sono cugina e fratello di lei
- quanto si fermano
- cosa fanno (hanno fatto, stanno facendo, faranno tra poco)
- dove dormono
- dove mangiano
- quando ripartono
- dove fanno tappa
- se vanno diritti a Genova
e simili.
Ovviamente le domande vengono fatte alla cugina, al fratello di lei, e dopo i due si renderanno conto che, a quel punto, veniva coinvolta anche la madre di lei a Genova, dato che ormai l’intera famiglia era stata, ovviamente, informata della spedizione a sorpresa e dei successivi spostamenti.
Ora. Va bene che lui era stato colto in contropiede dall’arrivo di due alieni dal Nord, atterrati senza avvisare, e mentendo, troppo vicino alle sue due abitazioni. Va bene che la cugina è una pazza psicopatica sospetta delle peggiori cose.
Va bene. Ma possibile che fossero così preoccupati di sapere quali fossero i successivi spostamenti?
Mentre nell’albergo di Roma, la sera, la cugina dice al fratello di lei di provare a non rispondere all’ennesima domanda, e scatena così una pioggia di messaggini e anche una richiesta di conferma e di farsi vivi da Genova (la madre di lei, coinvolta da lui e lei a distanza, perché i due agenti della CIA non si stanno facendo trovare…), sorge un pensiero:
“In fondo“, ragiona ad alta voce la cugina a un certo punto, “io avrò anche fatto la figura della spia, della bugiarda e della sospettosa. Ma ho trovato tutto come avevano detto, quindi avevo torto, non avevano niente da nascondere. E allora perché ora sono così agitati?”
A Genova, quando dopo altre 48 ore i messaggi dal Sud che chiedono conferma su dove si trovino ancora tempestano tutta la famiglia, forse cercando di cogliere qualche contraddizione sugli spostamenti, la cugina e il fratello di lei si mettono, in simultanea, a sudare freddo.
Se fanno tutti questi controlli, forse qualcosa da nascondere davvero ce l’hanno, e noi ci siamo appena passati proprio accanto.
MINCHIA.
Storie dell'altro mondo - Cugina e fratello in: Mission Impossible, Heading Southwards
Mentre gli anni passavano e passavano senza novità di sorta, il fratello di lei si diplomò, tra l’altro con un inaspettato bel voto, dopo aver passato anni a far credere a tutta la famiglia di essere un pessimo studente, o forse dimostrando che, di fronte all’intelligenza e alla furbizia di certi marpioni, noi professori poco possiamo…
Come regalo di maturità, la cugina strega propose di realizzare una cosa che da un po’ di tempo si discuteva segretamente, e cioè un simpatico viaggio a sorpresa, solo loro due, a trovare lei, nel paesino al Sud.
L’idea era di arrivare giù talmente clandestini che non dovevano saperlo neanche i genitori di lei: il viaggio doveva avere per meta Roma e dintorni, un po‘ di Toscana sul ritorno, biglietto di sola andata perché le tappe si sarebbero decise a piacere man mano. Fra poco spiego il piano malato che stava alla base di questa scelta.
Il marito della cugina non era poi entusiasta, ma si limitò a chiarire che avrebbe scelto l’albergo, e probabilmente pensava che a sud di Firenze non fosse il caso di correre rischi, per cui prenotò una stanza in un posto superfico a Salerno, dicendo “E’ un albergo 4 stelle nuovo di pacca, dovrebbe essere bello. Purtroppo sarete senza vista mare”. La cugina prenotò il viaggio in treno e partirono, la notte di ferragosto, in una cuccetta pulita ma claustrofobica al massimo (se metti per terra la valigia non puoi scendere dal letto a castello, se metti giù i piedi devi tirare su la valigia… aiuto… soffoco… e le scarpe dove le mettiamo, soprattutto quelle del fratello di lei che sono lunghe come due piroghe???)
Viaggio della speranza, in cui il di lei fratello si addormenta verso le tre del mattino, mentre la di lei cugina si spara tutta la notte in bianco, guardando un rettangolo di finestrino e annusando gli odori dell’Italia, dal salino della Liguria alle pinete della Toscana, e le rimarrà per sempre il ricordo dell’odore di un enorme, spaventoso, gigantesco allevamento di molluschi poco prima di Napoli, la cui puzza di cozze le ha ribaltato lo stomaco per oltre mezz’ora.
Sette spaccate del mattino, dopo essere stati gentilmente accuditi dall’addetto al caffè, con una puntualità svizzera che non era nemmeno necessaria il 16 di agosto e per un treno della notte, i due clandestini sbarcano nella stazione di Salerno. La giornata è bella: i due raggiungono l’albergo, mollano le valigie e vanno a collassare sulla spiaggia.
Entro le dodici della mattina stessa si sono già chiarite alcune cose:
- Salerno, che la cugina immaginava grande, rumorosa e sporca, è piccola, piacevole e abbastanza ben tenuta
- il cappuccino lo fanno buono (verso sera si scoprirà che la pizza è favolosa, come era prevedibile)
- la stanza non solo ce l’ha la vista mare, ma è enorme, stupenda e ha una spettacolare vista mare con tanto di magnifico terrazzino, e poiché l’albergo è alla fine del lungomare è bella silenziosa, oltre ad avere un bagno faraonico e due letti comodissimi
- esistono treni che portano al paesino dove lui e lei vivono, e uno parte verso le tre.
Cugina e fratello di lei, ancora un po’ stanchi del viaggio, si sparano un’altra oretta di treno per arrivare nel paesino, che si rivela:
- decisamente più bello di Salerno
- circondato da montagne verdissime e spazzato da un gradevole vento, mentre a Salerno la cappa d’umido nel pomeriggio era divenuta irrespirabile
- abitato da gente gentile, che in risposta a una normale richiesta di indicazioni stradali, addirittura li accompagna a cercare la casa…
Alt. Direte: ma come, i due filibustieri sono giunti alla meta e non hanno ancora avvisato della sorpresa lei e lui?
No. Perché la cugina, nota psicopatica, con gli anni aveva sviluppato l’idea che la famosa casa dove non si finivano mai i lavori, in realtà, fosse affittata a terzi: e ciò le era venuto in mente perché i genitori di lei avevano fatto ben pochi viaggi al Sud per controllare l’andamento dei lavori e perché, a quella stronza di una cugina, non tornava che una famiglia di cinque persone e svariati animali si mantenesse tutta solo con lo stipendio statale del padre e le “riparazioni di computer” occasionali dei due figli. Oltre, beh, ai soldi mandati dai genitori di lei, ovvio.
Quindi il mefistofelico piano era: PRIMA si va all’indirizzo della casa, si suona alla porta e si vede se apre qualcuno, POI si chiama lei e le si dice: “Cucù! Sooorpreesaa, siamo qua, ci venite incontro?”
Nell’attimo prima di suonare alla porta, il fratello di lei si gira e rivolge alla cugina una frase che passerà alla storia: “Ora ti dico una cosa, se adesso suoniamo e ci apre uno sconosciuto noi prendiamo un treno per tornare a casa, ma SUBITO, perché io di restare qui HO PAURA!”
E cosa volevate che succedesse, dopo una simile premessa!!!
Indovinato: apre una sconosciuta. Tre secondi di cieco terrore. Poi i due, barcollanti dallo sgomento, fanno un paio di domande e vengono a sapere che il civico 3 di via dei Carrafa si estende all’intera palazzina e che ci sono altri ingressi nel cortiletto retrostante.
Per fortuna su uno dei campanelli ci sono i nomi che cercano, ma lì non risponde nessuno.
E’ il momento di telefonare a lei e farle la sorpresa.
Scusa ufficiale per essere passati a cercarli prima nella casa in ristrutturazione: “pensavamo foste lì, e poi abbiamo preso un treno che fermava proprio vicino alla strada di casa vostra”.
Ecco. La cugina, oltre che strega e stronza, è anche pessima nell’inventare le balle. Nessun treno, di giorno feriale, ferma in quella stazione, e se lei avesse dormito un paio d‘ore forse avrebbe letto decentemente il fottuto orario Palagi delle ferrovie dello stato.
Praticamente la balla viene scoperta prima ancora che cugina e fratello di lei incontrino lui e lei. Favoloso.
Bene, ora comincia la parte thriller della storia. Mandate a letto i bambini e preparatevi lo Xanax, per riuscire a dormire dopo aver letto. Ho i brividi ancora adesso a pensarci.
Però è anche l’ora di preparare uno straccio di cena. Ve la narro domani.
(Si chiama l’arte della suspence, non ditemi che non lo sapevate.)
Come regalo di maturità, la cugina strega propose di realizzare una cosa che da un po’ di tempo si discuteva segretamente, e cioè un simpatico viaggio a sorpresa, solo loro due, a trovare lei, nel paesino al Sud.
L’idea era di arrivare giù talmente clandestini che non dovevano saperlo neanche i genitori di lei: il viaggio doveva avere per meta Roma e dintorni, un po‘ di Toscana sul ritorno, biglietto di sola andata perché le tappe si sarebbero decise a piacere man mano. Fra poco spiego il piano malato che stava alla base di questa scelta.
Il marito della cugina non era poi entusiasta, ma si limitò a chiarire che avrebbe scelto l’albergo, e probabilmente pensava che a sud di Firenze non fosse il caso di correre rischi, per cui prenotò una stanza in un posto superfico a Salerno, dicendo “E’ un albergo 4 stelle nuovo di pacca, dovrebbe essere bello. Purtroppo sarete senza vista mare”. La cugina prenotò il viaggio in treno e partirono, la notte di ferragosto, in una cuccetta pulita ma claustrofobica al massimo (se metti per terra la valigia non puoi scendere dal letto a castello, se metti giù i piedi devi tirare su la valigia… aiuto… soffoco… e le scarpe dove le mettiamo, soprattutto quelle del fratello di lei che sono lunghe come due piroghe???)
Viaggio della speranza, in cui il di lei fratello si addormenta verso le tre del mattino, mentre la di lei cugina si spara tutta la notte in bianco, guardando un rettangolo di finestrino e annusando gli odori dell’Italia, dal salino della Liguria alle pinete della Toscana, e le rimarrà per sempre il ricordo dell’odore di un enorme, spaventoso, gigantesco allevamento di molluschi poco prima di Napoli, la cui puzza di cozze le ha ribaltato lo stomaco per oltre mezz’ora.
Sette spaccate del mattino, dopo essere stati gentilmente accuditi dall’addetto al caffè, con una puntualità svizzera che non era nemmeno necessaria il 16 di agosto e per un treno della notte, i due clandestini sbarcano nella stazione di Salerno. La giornata è bella: i due raggiungono l’albergo, mollano le valigie e vanno a collassare sulla spiaggia.
Entro le dodici della mattina stessa si sono già chiarite alcune cose:
- Salerno, che la cugina immaginava grande, rumorosa e sporca, è piccola, piacevole e abbastanza ben tenuta
- il cappuccino lo fanno buono (verso sera si scoprirà che la pizza è favolosa, come era prevedibile)
- la stanza non solo ce l’ha la vista mare, ma è enorme, stupenda e ha una spettacolare vista mare con tanto di magnifico terrazzino, e poiché l’albergo è alla fine del lungomare è bella silenziosa, oltre ad avere un bagno faraonico e due letti comodissimi
- esistono treni che portano al paesino dove lui e lei vivono, e uno parte verso le tre.
Cugina e fratello di lei, ancora un po’ stanchi del viaggio, si sparano un’altra oretta di treno per arrivare nel paesino, che si rivela:
- decisamente più bello di Salerno
- circondato da montagne verdissime e spazzato da un gradevole vento, mentre a Salerno la cappa d’umido nel pomeriggio era divenuta irrespirabile
- abitato da gente gentile, che in risposta a una normale richiesta di indicazioni stradali, addirittura li accompagna a cercare la casa…
Alt. Direte: ma come, i due filibustieri sono giunti alla meta e non hanno ancora avvisato della sorpresa lei e lui?
No. Perché la cugina, nota psicopatica, con gli anni aveva sviluppato l’idea che la famosa casa dove non si finivano mai i lavori, in realtà, fosse affittata a terzi: e ciò le era venuto in mente perché i genitori di lei avevano fatto ben pochi viaggi al Sud per controllare l’andamento dei lavori e perché, a quella stronza di una cugina, non tornava che una famiglia di cinque persone e svariati animali si mantenesse tutta solo con lo stipendio statale del padre e le “riparazioni di computer” occasionali dei due figli. Oltre, beh, ai soldi mandati dai genitori di lei, ovvio.
Quindi il mefistofelico piano era: PRIMA si va all’indirizzo della casa, si suona alla porta e si vede se apre qualcuno, POI si chiama lei e le si dice: “Cucù! Sooorpreesaa, siamo qua, ci venite incontro?”
Nell’attimo prima di suonare alla porta, il fratello di lei si gira e rivolge alla cugina una frase che passerà alla storia: “Ora ti dico una cosa, se adesso suoniamo e ci apre uno sconosciuto noi prendiamo un treno per tornare a casa, ma SUBITO, perché io di restare qui HO PAURA!”
E cosa volevate che succedesse, dopo una simile premessa!!!
Indovinato: apre una sconosciuta. Tre secondi di cieco terrore. Poi i due, barcollanti dallo sgomento, fanno un paio di domande e vengono a sapere che il civico 3 di via dei Carrafa si estende all’intera palazzina e che ci sono altri ingressi nel cortiletto retrostante.
Per fortuna su uno dei campanelli ci sono i nomi che cercano, ma lì non risponde nessuno.
E’ il momento di telefonare a lei e farle la sorpresa.
Scusa ufficiale per essere passati a cercarli prima nella casa in ristrutturazione: “pensavamo foste lì, e poi abbiamo preso un treno che fermava proprio vicino alla strada di casa vostra”.
Ecco. La cugina, oltre che strega e stronza, è anche pessima nell’inventare le balle. Nessun treno, di giorno feriale, ferma in quella stazione, e se lei avesse dormito un paio d‘ore forse avrebbe letto decentemente il fottuto orario Palagi delle ferrovie dello stato.
Praticamente la balla viene scoperta prima ancora che cugina e fratello di lei incontrino lui e lei. Favoloso.
Bene, ora comincia la parte thriller della storia. Mandate a letto i bambini e preparatevi lo Xanax, per riuscire a dormire dopo aver letto. Ho i brividi ancora adesso a pensarci.
Però è anche l’ora di preparare uno straccio di cena. Ve la narro domani.
(Si chiama l’arte della suspence, non ditemi che non lo sapevate.)
sabato 1 maggio 2010
I apologize for not avoiding it
I apologize for having felt that way
I apologize for all that's been
I apologize for being who I am
I apologize for even getting to know you
I apologize for remembering it
I apologize for my dreams
I apologize for my words
I apolgize for the words I didn't say
I apologize for the things I used to think about
I apologize for the things I read in your eyes
I apologize for not closing mine in time
I apologize...
...but I can't help it
Time has passed
But I still can't stand it
And it still hurts
Sometimes
I apologize for having felt that way
I apologize for all that's been
I apologize for being who I am
I apologize for even getting to know you
I apologize for remembering it
I apologize for my dreams
I apologize for my words
I apolgize for the words I didn't say
I apologize for the things I used to think about
I apologize for the things I read in your eyes
I apologize for not closing mine in time
I apologize...
...but I can't help it
Time has passed
But I still can't stand it
And it still hurts
Sometimes
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Questione di amigdala
Ieri sono entrata in II B in una mia ora buca, la classe era vuota perchè i bambini erano in un'altra stanza, le finestre erano chiuse. Sono stata investita dall'aria che era rimasta concentrata nella stanza: e il mio cervello ha reagito in modo immediato, a più di un livello.
Nella parte cosciente la reazione è stata: "toh, ma che buon odore hanno questi bambini". E siamo onesti, a parte qualche annata in cui mi sono capitate classi di atleti che facevano la doccia tutti i giorni dopo gli allenamenti, non è un pensiero che solitamente si associa all'entrare in una stanza dopo che ci sono stati, per tre ore di fila, ventidue preadolescenti .
Ma la cosa pazzesca è stata la reazione inconscia, primordiale. Quella del cervello del rettile, che esiste dal tempo dei dinosauri.
Prima di rendermene conto ho associato a quel che annusavo immagini di bambini piccoli, cotone pulito, qualcosa di dolce e appetitoso come del latte caldo zuccherato, manine sudate, capelli soffici.
Gesù, ho capito che riconoscerei l'odore di questo gruppo di bambini in un edificio con cinquecento aule. Perchè in un certo senso è un odore che ho sentito nascere, quasi due anni fa, quando una ventina di ragazzini si sono per la prima volta riuniti nella stessa stanza, e perchè sono due anni che lo sento quasi tutti i giorni.
E' una roba istintiva, viscerale, incontrollabile: mamma tirannosauro e il suo nido, la gatta e i suoi gattini. Se già in passato sono stata incredibilmente sentimentale e possessiva con alcune delle mie classi, beh, questi, che sono i primi che mi porto avanti per due anni di fila, il mio cervello li interpreta inequivocabilmente come la mia CUCCIOLATA.
Non ci voglio NEANCHE PENSARE a cosa mi succede se a luglio qualcuno mi passa avanti sull'assegnazione provvisoria.
"La funzione olfattiva nell'uomo si realizza per mezzo di strutture specifiche: i recettori degli stimoli, che si trovano nella mucosa nasale in numero variabile tra i 10 ed i 20 milioni, trasducono l'informazione chimica in un impulso nervoso che percorre gli assoni emergenti dall'estremità basale delle cellule ricettorali, il segnale giunge ai bulbi olfattori, collocati al di sopra delle cavità nasali, qui avviene il contatto con il secondo neurone della via olfattiva, il quale proietta il proprio assone al sistema limbico, all'ipotalamo, all'amigdala ed alla cosiddetta corteccia olfattiva primaria dove vengono interpretati i segnali olfattivi.
L’amigdala è archivio della nostra memoria emozionale, per ciò analizza l’esperienza corrente, con quanto già accaduto nel passato: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione ed agisce, talvolta, prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo paragoni di episodi simili, anche di molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi analoghi. L’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.
Uno studio scientifico ha dimostrato che il 60% delle madri di neonati da 1 ai 10 giorni, riconosceva la maglietta del proprio figlio in mezzo ad altre uguali di bambini della stessa età." (Wikipedia)
Nella parte cosciente la reazione è stata: "toh, ma che buon odore hanno questi bambini". E siamo onesti, a parte qualche annata in cui mi sono capitate classi di atleti che facevano la doccia tutti i giorni dopo gli allenamenti, non è un pensiero che solitamente si associa all'entrare in una stanza dopo che ci sono stati, per tre ore di fila, ventidue preadolescenti .
Ma la cosa pazzesca è stata la reazione inconscia, primordiale. Quella del cervello del rettile, che esiste dal tempo dei dinosauri.
Prima di rendermene conto ho associato a quel che annusavo immagini di bambini piccoli, cotone pulito, qualcosa di dolce e appetitoso come del latte caldo zuccherato, manine sudate, capelli soffici.
Gesù, ho capito che riconoscerei l'odore di questo gruppo di bambini in un edificio con cinquecento aule. Perchè in un certo senso è un odore che ho sentito nascere, quasi due anni fa, quando una ventina di ragazzini si sono per la prima volta riuniti nella stessa stanza, e perchè sono due anni che lo sento quasi tutti i giorni.
E' una roba istintiva, viscerale, incontrollabile: mamma tirannosauro e il suo nido, la gatta e i suoi gattini. Se già in passato sono stata incredibilmente sentimentale e possessiva con alcune delle mie classi, beh, questi, che sono i primi che mi porto avanti per due anni di fila, il mio cervello li interpreta inequivocabilmente come la mia CUCCIOLATA.
Non ci voglio NEANCHE PENSARE a cosa mi succede se a luglio qualcuno mi passa avanti sull'assegnazione provvisoria.
"La funzione olfattiva nell'uomo si realizza per mezzo di strutture specifiche: i recettori degli stimoli, che si trovano nella mucosa nasale in numero variabile tra i 10 ed i 20 milioni, trasducono l'informazione chimica in un impulso nervoso che percorre gli assoni emergenti dall'estremità basale delle cellule ricettorali, il segnale giunge ai bulbi olfattori, collocati al di sopra delle cavità nasali, qui avviene il contatto con il secondo neurone della via olfattiva, il quale proietta il proprio assone al sistema limbico, all'ipotalamo, all'amigdala ed alla cosiddetta corteccia olfattiva primaria dove vengono interpretati i segnali olfattivi.
L’amigdala è archivio della nostra memoria emozionale, per ciò analizza l’esperienza corrente, con quanto già accaduto nel passato: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione ed agisce, talvolta, prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo paragoni di episodi simili, anche di molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi analoghi. L’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.
Uno studio scientifico ha dimostrato che il 60% delle madri di neonati da 1 ai 10 giorni, riconosceva la maglietta del proprio figlio in mezzo ad altre uguali di bambini della stessa età." (Wikipedia)
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