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lunedì 28 gennaio 2013

Otra cosa

Oggi, distribuzione prove INVALSI alla seconda. Un brano da Oliver Twist con annesse domande.

Huck Finn ha preso 9-. Penso sia il primo della sua vita. Davanti a lui ci sono solo due 9 e ½ e un 9+. Non è un ragazzino che viene a prendersi la prova alla cattedra, è un asteroide di puro cristallo illuminato da una fluorescenza interna, brilla di luce propria, è così contento che si muove come un sonnambulo e parla con un filo di voce. Mangiarselo di baci? Non posso. Peccato. Ci penserà la sua mamma, che se lo merita.

Tostissima prende 8+.
Viene a protestare che Bambola, secondo lei, ha sbagliato solo una cosa in meno e ha preso 9 e ½. Io controllo tutto da capo: vuoi magari vedere che, nella foga di fare i calcoli su 26 prove, ognuna con 18 domande, mi sia sbagliata a conteggiare qualche punto. Risulta che la proporzione matematica dà 8,3333333333... Quindi 8+. Cari colleghi di matematica, se vi venissero dubbi, sappiate che per me 8+ è 8,25, quindi è più vicino a 8,33 di 8,5.
Tostissima torna a posto con smorfia di rabbia malcelata. Anzi, senza celarla per niente.
Prende la calcolatrice e si rifà il calcolo. Io mollo quel che sto facendo, cioè scrivere i voti sui diari, e la prendo di punta.
“Scusa, ma che fai? Non ti fidi?”
“Mmm…no” risponde con aria arcigna.
Potrei ucciderla. Oppure aspettare che finisca i conti. Scelgo la seconda.
“Quanto è venuto?”
Mormorio inintelligibile.
“Quanto. Ti. E’. Venuto.”
“Mmmmttotttre”, bofonchia.
“Otto e trentatre?”
“Sì.”
“Quindi 8+. E non va bene?”
“No!” sputa fuori.

Mi alzo. Vado da lei.
“Come fai a dire che otto più non va bene?”
“Mma. Ma. La media…”
“No no un momento. Qua non possiamo prendercela per un voto del genere, non mi torna. Ma chi è che ti tiene così sotto pressione? La mamma?”
(Cioè, questa stracciacazzi qua.)
“No.”
“Non è a casa che ti tengono sotto così?”
“No, ma va beh. Basta.”
Perché le viene da piangere, e Tostissima, lo sanno tutti, NON piange.
Interviene Dylan McKay con un volo radente dalla prima fila: “Seee, aspetta di esser messa come me, poi…”
Io senza neanche voltarmi incrocio lo sguardo di Tostissima, poi roteo gli occhi verso il cielo: “Ma lo è, scemo, ‘sto qua?”
Le parte una risatina. Menomale.
Ma bisogna andare a fondo.
“Sai che abbiamo già parlato del compito di geografia, so che la mamma era scocciata... Non è la mamma che se la prende se ti si abbassa la media? Sicura?”
Una vocina inudibile, per dire: “No. Sono io.”
E, finalmente, piange.
“No. Allora. Ma tu devi essere generosa con te stessa. Quest’anno i voti sono un po’ meno alti dell’anno scorso, e tu ci patisci?”
“Sì…” e parte un’inondazione dai suoi occhi verdi, mai saputo che potesse uscire tanta acqua tutta insieme da una faccia.
“Scusa eh, ma guardiamo il tuo diario.”
Sfoglio il diario. Ogni pagina delle valutazioni è un’apoteosi di otto e nove, salvo Geografia che in effetti stona un po’ nel quadro. E che, comunque, è sul sette e mezzo. E’ vero che l’anno scorso il 9, a momenti, era il voto più basso sul suo diario. Però.
Mentre volto le pagine, chinata al suo fianco, avverto come una sensazione. Mi sono arrivati tutti alle spalle, silenziosi come degli indios guerrieri nella foresta: praticamente io e Tostissima siamo accerchiate dai curiosoni. Taccio per un secondo. Per due. Poi, di colpo, urlo: “Toooglieeeteviiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” scatenando una divertita fuga collettiva e una risata di Tostissima, che mentre ride spara tutt’intorno fiotti di lacrime come un irrigatore da giardino.
Mollo il diario.
“Allora, vediamo. L’anno scorso avevi la media degli alieni. Sei una brava studentessa, sei arrivata dalle elementari preparatissima, ti sei bevuta la prima media. Ora sei sempre una brava studentessa, ma sei una comune mortale che fa la seconda media, e la fa bene. Non devi piangere. Devi avere un po’ di senso delle proporzioni.”

Torno alla cattedra, spiegando che io sono stata una studentessa che aveva paura di rientrare a casa quando la media scendeva. E che ho vissuto male. E invece avrei dovuto vivere benone, perché è vero che di matematica avevo 5 e mezzo, ma di tutte le materie letterarie ero proprio brava, e, essendo al classico, evidentemente ero nella scuola giusta per una che di matematica ci piglia meno e invece è molto brava in lettere. E avrei dovuto godermela, e andare in giro a testa molto alta. Poi ho imparato, eh. Ma dopo.

E all’improvviso vedo baluginare qualcosa di particolarmente luminoso in fondo alla classe. E’ il sorriso della Bambola.
La Bambola è bravissima, anche lei. Ma è umana, non è un androide da combattimento come Tostissima. Ha pecche qua e là, ed è meno simpatica ai compagni di Tostissima, perché mentre la piccola atleta va d’accordo coi maschi, e ha un modo di fare tutto suo che incute soggezione nei più piccoli e non solo, la Bambola è davvero una bambolina, carina, femminile, a volte un po’ smorfiosetta, e comunque fragile. E a lei, se piangesse, non so se la classe dedicherebbe tante attenzioni come a Tostissima, che praticamente ha avuto tutti lì che le facevano il teatrino per farla ridere. A lei, forse, darebbero della secchiona, per una cosa come quella di oggi. Facendola sentire ancora peggio.

E io sono stata, alle medie, quella a cui davano della secchiona. E sono stata male, peggio, e peggio ancora, finchè non ho imparato a sbattermene.

Perciò, quando mi accorgo che la Bambola mi sta fissando rapita, con un sorriso caldo, pieno di gioia, come se finalmente qualcuno le dicesse qualcosa che la fa sentire proprio tranquilla e contenta di sé, insisto, riprendo il discorso, lo carico ulteriormente. E il sorriso della Bambola resta lì e si allarga, e lei annuisce vigorosamente, e io penso: “Ma guarda, è come a biliardo, quando miro in un punto e magari mando in buca tutt’altra palla, con una carambola che, a volerla fare con intenzione, non mi sarebbe mai venuta.”

E così, io oggi non lo so se Tostissima ha capito, ma almeno si è un po’ lasciata avvicinare, invece di fare come al solito la sdegnosa, almeno abbiamo fatto un ragionamento io e lei senza lo spettro di quella rompicoglioni di sua madre, almeno ho scoperto che le ghiandole lacrimali ce le ha, e lei ha scoperto che davanti a un prof può piangere e ridere e arrabbiarsi, anche contemporaneamente, e va tutto bene lo stesso. E intanto Bambola si è sentita capita e appoggiata in qualcosa, là dove forse prima era a disagio.

E io, che in questi giorni ero molto presa da voti, medie, compiti da finire di correggere, griglie, sbarre, pacchetti di interrogazioni dell’ultima settimana da organizzare, scansione al minuto delle giornate per farci stare il compito di recupero di Tizio e le due domandine per definire il voto finale a Caia, anche io ero rasserenata e felice perché, di tutta questa arida e ansiogena contabilità, non me ne poteva fregare di meno, dopo le lacrime di una e i sorrisi dell’altra. La vida es otra cosa. Io lo so, adesso. E loro devono impararlo prima possibile.

domenica 27 gennaio 2013

La cosa che vi volevo raccontare di Momo Docteur


 
L’opzione era seguire l’interrogazione (di Latino) o fare gli esercizi (di Grammatica).

Io passavo intorno alle file di banchi, come faccio sempre quando devo lasciare la lavagna sgombra. Lavagna alla quale, solitamente, sto attaccata piatta come un poster, dato che 26 banchi, sì, cari membri del Parlamento europeo, sono proprio tanti in un’aula, se ci metti anche: 26 ragazzini, 26 zaini, 26 cappotti, 26 cartelline di tecnica. E, buon peso, 26 borsine delle scarpe di ricambio per ginnastica. Poi va beh, Malinconelfo, Dylan, Atreiu, il Bufalo, e diversi altri a volte non hanno la borsina, hanno la sacca da allenamento per il pomeriggio. Quella grande, con lo spazio sotto per le scarpe. E Winnie si porta la chitarra per il corso di musica. Ma stendiamo un velo peloso, come dice Cavallino.

Dicevo, io passo lungo la fila verso la finestra, e Momo Docteur, con un gesto fintamente trascurato, fa sparire un foglietto ripiegato dentro lo zaino. Si intravede però l’inconfondibile forma di un grosso cuore sul biglietto. Al che io, carogna: “A-a-a-a cosa c’è qui??? Lettera d’amore!!! Attenzione attenzione, lettera d’amore!!!”

Un po’ di agitazione, così, per divertirci.

“Ahah, sei arrossito!” gli dice qualcuno dall’altra fila, e qualcun altro: “Ma i Marocchini arrossiscono? Uh, sì, guardate!!!” “Ma non diventa rosso, diventa rosa!” “E’ vero!”

Ci facciamo due risate, e finirebbe lì.

Io non posso mettere le mani negli zaini e loro lo sanno. Ma poi a un certo punto viene fuori che, tra una parola da declinare e una traduzione degli interrogati di Latino, la lettera è arrivata al banco di Huck Finn. Poco prima, il mio cocco era stato beccato a ciondolare distratto, senza copiare la frase dalla lavagna. Il che, a casa nostra, viene sanzionato con il dover riscrivere la frase 40 volte. Nel suo caso, in latino.

Qualcuno fa la spia: “Prof, la lettera di Momo è lì. Guardi, ce l’ha Huck!”

Io mi giro con l’occhio di falco, ma la lettera si è appena tuffata nello zaino del suddetto. Accidenti.

“Huck, vediamo, se mi consegni quella lettera, potrei farti uno sconto sulle frasi da copiare.”

Con tono calmo, lui: “Uno sconto di quanto, esattamente?”

Ma intanto si è voltato verso Momo e gli ha fatto segno di no, con un bel sorriso leale.

“Ma tu non me la consegnerai, vero?” dico io.

“No”, conferma lui.

“Certo che no, non glielo faresti mai, perché sei suo amico. E anche io non ti avrei mai fatto lo sconto sulle frasi, del resto.”

Huck mi fa una smorfia, con gli occhi che ridono.

E finisce l’ora. Poi, a fine intervallo, Momo mi porta spontaneamente la sua missiva. “La legga, avanti, prof.”

Perché sì, scrivono lettere d’amore, vere lettere, non essemmesse o tuittate, proprio lettere di carta, coi cuori. I maschi, sì. E, cosa davvero pazzesca, ce le fanno leggere. Diventano grandi, superano il confine dell’adolescenza, entrano nella grande partita delle relazioni di coppia, e vogliono una pacca sulla spalla, prima del salto.

E sapeste che lettere producono, a volte. Quella di Atreiu per Pocahontas era splendida, originale, poetica, e in II A è diventata un vero best seller, infatti Bimbo Transfert se l’è copiata, non si sa mai che possa servire, magari quando non sembrerà più un piccolo crucco sovrappeso, tipo manifesto dell’Oktoberfest, ma diventerà un bel ragazzone alto, con gli occhi verde bosco tipici dei Paesi slavi.

Questa comunque non somiglia alle appassionate dichiarazioni di Atreiu, questa è un’altra cosa. Questa è la parafrasi di “Al cor gentil rempaira sempre Amore”, in buon italiano, scritta in bella calligrafia e seguita da una chiusa contemporanea: “I love you F.”, con la firma e il disegnino del cuore.

Resto di sasso. Cioè, nel XXI secolo, nel mondo della Tamarreide, di Tiziano Ferro nanananaanana e di minkiaohmalamadrediChevinèproprio unamilfona, un ragazzino di tredici anni sente di poter usare come sue le parole di un poeta del Duecento, per chiarire che Amore e il cor gentil sono una cosa? Non me lo aspettavo.

Qualche giorno dopo, lo ribecco a scrivere bigliettini. Stavolta sta parafrasando, senza le note del libro, ma di testa sua, “Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come Amor lo strinse.”

Lo sgridacchio un po’, pur sciogliendomi in una pozza di miele: “Sì va beh per carità, Momo, e ci avrei giurato che non ti lasciavi sfuggire il quinto canto. Ma non puoi passare le mie ore di lezione a fare il marpione con la fidanzata usando i grandi classici della letteratura italiana, su.”

“Ma tanto, prof, lei non accetta…”

“Ma… ma… come, non accetta??? E’ scema? Tu le scrivi del cor gentile, e amor che a nullo amato, e lei non ti considera??? Ma cercatene una più furba!!! Anzi, più colta!!!”

Mi mordo subito la lingua, però: l’espressione dispiaciuta di Momo, al sentirmi supporre che F. sia una sciocchina ignorante, o forse all’idea di cercarsene un’altra, dice chiaramente che la cosa è più seria del previsto.

Qualche giorno dopo, faccio le fotocopie del sonetto che abbiamo appena parafrasato sulla LIM, e che ho dichiarato pubblicamente figurare tra i versi d’amore da me preferiti: nello specifico, sono quelli che, quando li rileggo, mi fanno ancora sentire una quindicenne cotta persa del biondo coi ricci della fila accanto (ma questa parte non l‘ho detta). E siccome loro sono ventisei e ci sono quattro testi uguali per pagina, ce ne sono due di troppo.

“Allora, di questi avanzati, uno lo tengo io… e l’altro lo diamo a Momo, per la fidanzata.”

Se lo prende per davvero, tutto contento. Non so se F. sia bionda, ma so cosa ci sarà scritto nel prossimo bigliettino che riceverà:

“Non era l’andar suo cosa mortale,

Ma d’angelica forma, e le parole

Sonavan altro che pur voce umana;

Uno spirto celeste, un vivo sole

Fu quel ch’i’ vidi, e se non fosse or tale,

Piaga per allentar d’arco non sana.”

 

sabato 26 gennaio 2013

Tre scritti

Ma come cazzo ragionano i miei colleghi, mi chiedo.

Ieri. Giovedì. I bambini di II A il giovedì hanno 9 ore di lezione, e Dio solo sa che pazienza ci vuole a tenerli nell’ultima, interminabile unità di 55 minuti.

Io il giovedì ho solo le prime tre. Tutte con loro. E’ il giorno migliore della settimana. Perché non vado a crucciarmi per la mia terza problematica e perché c’è Dolce Cowboy che mi aiuta per due ore su tre. E perché mi posso permettere di divagare sul muro di Berlino e la caduta del comunismo per mezz’ora. Di portarli a vedere le carte interattive dei luoghi che stiamo studiando e a fare, live and acoustic, la parafrasi di un sonetto di Petrarca, con il piacere di vederla comporsi pezzo per pezzo sulla LIM e finire online sul mio blog scolastico in tempo reale, con le loro firme sotto.

Nello specifico, comunque, anche stavolta sono rimasta a scuola fino a mezzogiorno e mezza e poi ci sono tornata dalle tre alle cinque. Ho visto tutte le fasi della loro pesante giornata.

E ieri era DAVVERO pesante: perché la Bestia Nera aveva fissato il compito di Storia (70 pagine), la Compagna Collega quello di Matematica (espressioni) e la Stronza di Arte il suo (dalle 16,20 alle 17,10...).

TRE SCRITTI nello stesso giorno? (Madri, padri, tutori legali dei minorenni: è illegale, sappiatelo. Credo sia illegale anche alle superiori. Alle medie è uno stupido modo di produrre un bagno di sangue, soprattutto a tre giorni dagli scrutini).

- Ma non potevate chiedere di spostarne almeno uno???

- Eh lo abbiamo detto…

- E?

- E niente… non hanno voluto spostarli.

“Fottute deficienti” è la scritta in sovrimpressione sulla mia fronte. Spero che le colleghe siano perseguitate per settimane dalla madre di Tostissima e, per l’occasione, anche da tutti gli altri genitori, tipo branco di iene rabbiose all‘assalto.

Io sono anche fortunata perché, all’inizio della mattinata, i ranocchietti sono agitati ma freschi. Avevo promesso di non interrogare di Geografia perché mi avevano detto del compito di Storia, così sono andata avanti e ho sentito qualcuno alla lavagna di Grammatica. Tanto di Grammatica siamo fermi da settimane. E andiamo comunque più veloci della terza, anche da fermi. Fanno già una bozza di analisi del periodo, indovinano i complementi, trovano la corrispondenza coi casi latini, e il bello è che non se ne accorgono neanche. L’altro giorno m’è scappato detto: “Siete proprio bravi quando lavorate così. Farò di voi i miei soldatini d’assalto per l’esame di terza media. Sarete la mia squadra olimpionica.” Qualcuno ha alzato gli occhi con aria sognante. “…Sì, sappiate che in sostanza vi sto dicendo che non vi darò respiro per tutto l’anno prossimo.” Hanno riabbassato gli occhi con espressione afflitta. Sono Mengele, a volte.



Comunque una giornata di fine quadrimestre con tre scritti non è normale. Qualcuno sclera, infatti. Quando rientro dopo l’intervallo trovo Momo inferocito perché Dylan gli ha preparato una trappola, inzuppandogli la sedia con la coccoina in tubo di Winnie. Dylan strilla: “Non sono stato ioooo”. Momo ha tutti i pantaloni della tuta sporchi sul retro, sta cercando di valutare il danno e alza una gamba lunga e ossuta in una posizione assurda, tipo i gatti quando si lavano il sotto della coscia, imprecando. Le bidelle, che io speravo potessero smacchiarlo almeno parzialmente, sostengono che ci vuole il detersivo. Intanto sul collo e sul viso di Dylan si stanno seccando delle grosse chiazze della stessa colla, con un simpatico effetto alieno. Momo non fa fatica ad ammettere di averlo impiastrato, per reazione all’essersi ritrovato incollato alla sedia. Si beccano la nota tutti e due. E anche il Malinconelfo, che continua a intervenire con battute maligne. E Bimbo Transfert, che sputazza, dalla cerbottana fatta con una biro, palline di gomma o carta in testa a Huck.

La successiva frase che detto alla lavagna è: “A ventitre anni lavoravo coi bambini delle elementari, poi credevo di avere smesso.” Qualcuno fa un sorriso stanco.

Poi, siccome continuano a battibeccare, Dylan e Momo finiscono fuori dalla porta. Dopo un po’ butto un’occhiata in corridoio. Sono tutti e due girati verso la finestra e guardano zitti, con aria preoccupata, il giardino interno della scuola, spoglio, parzialmente coperto di brina e illuminato da un dolce e chiarissimo sole invernale. Mi avvicino e metto una mano sulla spalla di ognuno, per una breve e affettuosa ramanzina. Momo, che ha il cuore in collegamento diretto con la faccia, si commuove un po’. Dylan scarta e distoglie gli occhi come un cavallo nervoso. Entrambi sembrano più piccoli della loro età, e infinitamente belli. Faccio veramente fatica a non abbracciarli.

Oggi c’era la classe decimata. Atreiu è via da una settimana, in crociera con suo padre. Il che fa di me una donna inconsolabile, perché lui, di tanti che mi fanno impazzire in questa classe, è inequivocabilmente l’alunno strappacuore. Senza le sue lentiggini in primo banco, io non funziono.

Il Bufalo è in ospedale perché è stato operato ieri, per togliere tutti i fili i chiodi e le viti dalla caviglia, e molte delle ragazze erano a fare il vaccino che previene il papilloma. Insomma erano pochi, stanchi e nervosi. Ed era pure la quarta ora del venerdì. Così, quando ho detto che chi non voleva seguire l’interrogazione di letteratura poteva anche dormire, bastava che non disturbasse, Topoloso e Tostissima si son spalmati sul banco, e credo abbiano dormito davvero. Per fortuna, a interrogare quattro persone ci ho messo meno del solito, così poi li ho portati a vedere i video che ho scaricato da Youtube sul canale di Panamà, per spiegare il funzionamento delle chiuse, e ce ne siamo andati tutti a navigare sul lago di Gatùn, lontanissimi dai compiti in classe.



 

 

mercoledì 23 gennaio 2013

Tempo zero

.. scusate ma proprio non ho tempo, a volte riesco a leggere ma non a scrivere, e sì che ne avevo una stupenda di Momo Docteur, ma giuro non posso.

Però volevo rendervi partecipi di una cosa che ho capito.

NON SONO IO CHE NON CE LA FACCIO.

SONO GLI ALTRI CHE NON CE LA FANNO.
A CAPIRE CHE IO LAVORO.

Tutto questo per riassumere con tre parole una riflessione sulle generazioni, la donna e la malafede, che a scriverla tutta dovrei aprire un forum di discussione da qui al 17012 d. C. E che ho brevemente sintetizzato a Sanguedelmiosangue l'altra sera in montagna davanti a un apple crumble. Tra l'altro quello è l'ultimo pasto completo che ricordo di aver fatto, e da seduta a tavola per giunta. Era sabato scorso.

Saluti.

venerdì 11 gennaio 2013

Bandiere a mezz'asta

Può darsi che io sia una brutta persona perchè non entro in lutto per la Montalcini, o per i civili della Siria, o per i bambini della scuola dove c'è stata la sparatoria. O per questo povero, povero Paese di nuovo in campagna elettorale sempre con le stesse facce e gli stessi bassi espedienti.
Può darsi che io sia una scollegata dalla realtà e un'ignorante perchè sono settimane che non guardo le notizie su Internet nè leggo un giornale in modo un po' approfondito.
Non so se è futile. Non so se è stupido.
Ma il pensiero che il suo bel corpo non percorrerà più nessun palcoscenico,  il pensiero che la sua voce calda non farà più vibrare il cuore degli spettatori, che non sorriderà più felice, stringendosi le mani al petto, di fronte a una platea che sembra rovinarle addosso in un muro unico di applausi e grida, mi fa stare malissimo. Lei era la forza, lo stile, la potenza e la classe. Lei era qualcosa di irripetibile, e ora che non c'è più non sarà più lo stesso pensare a quella sera di tanti anni fa in cui la gente sorrideva sedendosi addirittura per terra nel principale teatro genovese, in attesa che lei entrasse in scena, e teneva il fiato mentre lei recitava, e tremava e piangeva nella scena clou, e poi le urlava senza sosta brava brava brava spellandosi le mani alla fine, e io ero in mezzo a quelle persone e mi facevano male gli occhi, il petto, le spalle, a forza di stare tesa, di non perdermi una vibrazione della sua voce, un movimento, uno sguardo di una Blanche Dubois assolutamente sbalorditiva.
Non so come spiegarlo senza sembrare una ragazzina idiota, ma ho sempre pensato di essere una vera privilegiata solo perchè avevo respirato per una sera nella stessa sala dove lei stava recitando. Forse questo rende, ingenuamente ma in modo chiaro, l'idea del rispetto che ho sempre avuto per lei.  
Come sono triste, veramente, oggi.



 

giovedì 10 gennaio 2013

Scusa, puoi ripetere? Non ho sentito bene

Dicevo appunto che a me parlare coi genitori degli alunni piace.

Naturalmente non tutte le giornate sono come martedì: non tutte le madri riescono col buco, la vita non è tutta rose e fiori, ogni medaglia ha il suo rovescio e così via, quindi mi capita anche di avere a che fare con papà gigioneggianti, con madri nevrotiche, con gente presuntuosa o sfuggente o così ignorante che mi fa scappar da ridere. Qua e là (ma sono una minoranza nella minoranza) ho incontrato dei veri e propri stronzi, come capita in tutte le situazioni in cui si ha a che fare con il pubblico.

Però in genere io vengo ben digerita, spesso trovata simpatica, e a volte anche ascoltata, perchè tendo a essere accogliente, se necessario anche con gli stronzi (ma solo nel caso in cui ci sia in gioco il bene superiore dell'istruzione di un minore. Con tutti gli altri stronzi solitamente sono una iena, vedansi  recenti assemblee di condominio). Lo so, che chi mi conosce nel mondo fuori dalla scuola non se lo immaginerebbe mai, ma a me non costa fatica mettermi da parte, di fronte a una persona che, minimo minimo, dice quel che dice mossa dal sincero convincimento di fare qualcosa di buono per suo figlio. Poi se è il caso discuto, contesto, dico la mia, e so essere molto insistente, ma di base i genitori li rispetto e parto dal presupposto che di crescere un adolescente ne sappiano più di me.

Capita ovviamente a volte il genitore che ritiene di saperne più di me anche della materia che insegno e delle tecniche didattiche da applicare. E' come il paziente che spiega la malattia e la cura al medico, ma poichè l'essere umano è quel che è, io non mi scompongo, spiego lo stesso il mio punto di vista e solitamente ne approfitto per farmi un rapido esame di coscienza, sia mai che il mio lavoro faccia acqua da qualche parte. Nel lavoro bisogna sì essere sicuri di sè, ma non presuntuosi.

Poi esiste anche il genitore che preferisce denigrare il professore o la scuola piuttosto che il figlio. E anche quelli, per quanto chiaramente non siano tra i miei preferiti, li ho sempre gestiti, tanto poi c'è sempre lo stanzino del caffè per sfotterli pubblicamente con i colleghi.

Quindi, se io ti dico "Tostissima prende voti più bassi dell'anno scorso" e tu mi rispondi "Ma vede, è confusa, non sa bene cosa deve studiare perchè parte di Letteratura è sul libro e parte è sul quaderno", io ti spiego con calma che questo, invece, dovrebbe essere considerato un arricchimento, perchè io ho corretto il tiro sullo stilnovismo che sul testo era spiegato male, ho aggiunto cose su Dante e su Petrarca, e sto facendo di sana pianta il riassunto dei canti della Commedia, così come l'anno scorso avevo dettato il riassunto di TUTTI i canti dell'Iliade e di TUTTI i canti dell'Eneide.

Se io specifico che i voti si sono abbassati in Geografia, e tu dici con aria insoddisfatta che la geografia di quest'anno è diversa da quella dell'anno scorso, io ti spiego serenamente che l'anno scorso abbiamo fatto geografia generale, che adesso stiamo facendo gli Stati e c'è da studiare in modo più mnemonico.

Se tu dici che Tostissima si era preparata su tutto, e invece io nel compito in classe ho chiesto solo il Regno Unito e l'Eire nei dettagli, io contesto, pacata ma decisa, dicendo che io dò sempre indicazioni precise sul diario su quel che metterò nelle prove. Se tu rispondi "Sì, ma così, da una settimana all'altra, lei invece aveva iniziato a studiare con me molto prima", io non sto neanche a risponderti, perchè ti stai palesemente arrampicando sui vetri. Oppure potrei risponderti che non sei tu che devi decidere a metà ottobre che cosa ci sarà nella mia prova di metà novembre, perchè magari io alcuni argomenti li valuto oralmente e altri per iscritto, e sono francamente cazzi miei e della mia strategia didattica con la classe, if you know what I mean. Ma non lo faccio.

Allora tu, sempre con l'aria di chi ha appena annusato una puzza schifosa e storce la bocca, mi attacchi sul fatto che i ragazzi scrivono troppo poco. E io, che a dicembre mi sono sentita dire questa cosa dalla preside, perchè una delle rappresentanti evidentemente aveva parlato con te, non faccio fatica ad ammettere che me lo hanno già fatto notare, spiego che me ne sono accorta anche io, che hanno bisogno di fare altro esercizio, quando ho rilevato che riempiono di strafalcioni le prove scritte di Geografia, e quindi li ho già fatti esercitare correggendo uno per uno gli esercizi che ho dato, in occasione delle lezioni in compresenza, quando posso lavorare su dodici o tredici persone invece che su ventisei.

Se tu mi dici che "io la faccio scrivere, sa, Tostissima, anzi se lei mi dice cosa posso farle fare d'altro, perchè già io le faccio tenere un diario, tutte le sere, poi però chiaramente non posso darlo a lei da correggere nè correggerlo io" e io penso "perchè non glielo leggi mica, no?", però tu continui "perchè non sono un'insegnante di italiano" (ah no? mi sembrava proprio che fossi il presidente della facoltà di Lettere alla Normale di Pisa, guarda), io penso un gigantesco "ma povera bambina, con 'sta madre stracciacazzi", e lo penso così forte che quasi mi si materializza la scritta sopra la testa, ma non ti dico che sei un mostro da rinchiudere, anzi ragiono con te, con la massima disponibilità, sul come e sul perchè possiamo potenziare la scrittura.

Tu dici che tuo figlio faceva un testo di compito ogni settimana e io ribatto che io temi a casa non ne dò, per non correggere cose scaricate da Internet o scritte da altri, che preferisco gli esercizi di scrittura creativa, e perdo anche del tempo a spiegarti cosa intendo e farti vedere degli esempi, e ti prometto che cercherò un testo che tu possa usare a casa per sfracellare le palle a tua figlia, che già guarda tutti dall'alto in basso, ma presto sarà proprio una disadattata sociale.

Ed è allora che tu fai l'errore. Quello madornale.

Dici che bisogna dare più compiti. Che bisogna abituare i ragazzi a lavorare di più, perchè poi tu hai visto tuo figlio alle superiori che salto che ha fatto. E che se si mantiene questa idea di mandare Tostissima allo scientifico, tu sei disposta a farla lavorare anche a casa aggiungendo cose dietro mia supervisione, perchè ti rendi conto che alle medie magari si fa un po' quel che si può.

Cioè.

Cioè.

Fermi tutti.

Aspetta un attimo.

Tu hai appena detto ALLA PROFESSORESSA CASTAGNA che non sta preparando per il liceo la classe migliore che le sia capitata negli ultimi sei anni.

Tu hai detto questo ALLA CASTAGNA, che in questa classe ha iniziato Latino IN PRIMA MEDIA.

ALLA CASTAGNA, che prepara le lezioni sui testi dell'università, e non su quelli che ha in casa e bon, ma sui migliori, che siano i grandi classici di una volta o manuali recenti e aggiornati rubati al cugino.

ALLA CASTAGNA, che ogni volta che ha una terza si ricompra il Calendario Atlante De Agostini nuovo, e lo usa in classe per integrare i dati del libro di Geografia, tra l'altro con tanta passione che alcuni suoi alunni lo chiedono ai genitori come regalo.

ALLA CASTAGNA, che spacca il mazzo ai suoi studenti se il fiume Tago non diventa Tejo passando dalla Spagna al Portogallo, e guai a sbagliare la pronuncia di un nome geografico nelle principali quattro lingue straniere studiate in Italia: addirittura la II A ci resta male quando lei ammette di non sapere come si pronuncia una cosa in finlandese o in croato e quindi dice "leggetemelo pure com'è scritto".

ALLA CASTAGNA, che fa comprare la Divina Commedia integrale invece di fare solo i tre canti morti dal sonno che ci sono sul libro, e OLTRE a svolgere il programma di letteratura va avanti con Dante QUATTRO MESI, facendolo diventare una materia a sè come al TRIENNIO SUPERIORE.

ALLA CASTAGNA, che se leggi un romanzo per ragazzi consigliato da lei niente niente è capace di essere la trilogia della Allende, altro che i Piccoli Brividi de me' cojoni.

ALLA CASTAGNA, che se un alunno alla prima lezione di Latino sbaglia e legge kaelum invece di celum, ne approfitta per spiegare la pronuncia ecclesiastica e quella restituta.

ALLA CASTAGNA, i cui alunni ti dicono tutti contenti che la Sibilla divinava il futuro lanciando delle foglie su cui erano tracciati dei segni e che questo è un dato storico, perchè l'alfabeto di derivazione fenicia e poi greca è probabilmente arrivato a Roma passando per Cuma.

ALLA CASTAGNA, i cui alunni chiamano la Divina Commedia COMEDìA e se vedono scritto RVF XXVII sanno che cosa significa.

Tu hai appena trattato LA CASTAGNA come una che poverina insegna solo alle medie.

Tu hai appena osato suggerire che quel che la Castagna fa andrà forse bene al massimo per quelli che vanno al professionale, e che ci devono pensare le mammine care come te a preparare i figli per fare carriera in un liceo.

Tu vuoi morire, no, tu sei già morta, stasera respiri perchè io te lo concedo ancora per qualche tempo. Ti lascio in vita solo perchè tu possa vedere dove saranno tra due o tre anni i miei alunni. E non parlo di Tostissima, che è brava e che ha te che glielo meni. Parlo degli altri, quelli che di Italiano e Geografia, quando arriveranno alle superiori, avranno in saccoccia "solo" quello che gli ho insegnato io.

Comunque ora so come si sentono le persone che stanno per cadere al suolo in preda a un colpo apoplettico causato da un'incazzatura repentina di proporzioni galattiche. Praticamente sono in vita anche io solo perchè devo farti mangiare tanta, ma tanta, ma tanta di quella merda che alla fine la troverai persino buona.

 



 

 

 

martedì 8 gennaio 2013

Colloqui extra large

Avendo perso causa malattia le due date di ricevimenti generali scuola - famiglia, oggi ho messo il pomeriggio a disposizione dei genitori che volessero parlarmi, e così ho fatto una delle cose che mi piacciono di più del mio mestiere: dei colloqui senza fretta con le mamme.

Non lo diresti mai quando cominci a fare il prof, ma parlare con le madri, questa specie a cui non appartengo ma che studio con passione, come uno che studia i delfini e ne sa tutto, ma, chiaramente, delfino non è, è veramente appagante, molte volte.

Perchè poi la mamma di Atreiu è simpatica, arriva, si toglie la giacca, si mette comoda, mi dà del tu perchè dice che sono così giovane (?), e parliamo di religione (ex marito valdese) e di politica (famiglia d'origine equamente divisa tra cattolici e bolscevichi) facendoci delle grasse risate.
La mamma di Topoloso è topolosa a sua volta, e tanto preoccupata, e molto gentile anche se non imbrocca un congiuntivo, e siccome Topoloso oggi piangeva dignitosamente sul suo cinque e mezzo di letteratura lei altrettanto dignitosamente gli porgeva il fazzolettino di carta e solo dopo, quando lui non c'era, mi si aggrappava con le unghie supplicando aiuto perchè il suo bambino di colpo è cambiato, è nervoso, è musone e le racconta un fracco di balle.
La mamma della Isinbayeva mi ha raccontato della vita culturale complicata dei Romeni che non tornano spesso in Romania e quasi dimenticano la lingua, e di come è strano che i tuoi figli parlino italiano con i loro coetanei di mille paesi, a scuola, e poi però a casa abbiano bisogno di un interprete per dire una cosa alla nonna.
La mamma di Orsetto Marrone è sempre lì per qualche dritta su come strappare all'ignoranza il suo bambinone alto uno e serttantacinque e ancora così sgrammaticato, e da una volta all'altra si è fatta raccontare tutta la storia della mia famiglia, ci manca solo più che mi chieda come sta quella mia cugina che vive in Campania.
La mamma di Huck Finn è come Huck Finn. Cioè, mi porterei a casa anche lei, perchè, come il suo bambino che sta ormai assurgendo al ruolo di Cocco Di Tutti I Miei Cocchi, ha quegli occhi color caffè così tristi e così intelligenti. E visto che Huck è Huck, io questa donna, nel corso di un anno e mezzo di convocazioni, l'ho vista sia ridere di gusto che piangere esausta, e anche incazzarsi, e lo so che è una che sente tutto, ma proprio tutto, la rabbia il pianto e la risata, dritto nella pancia, come me.

E quando ho tempo per queste persone e non ho la fila in corridoio, è proprio bello passare un po' di tempo così.

lunedì 7 gennaio 2013

Rientro con il botto

C'è in giro l'influenza intestinale. Ce ne sono diversi pallidi. Molti visibilmente assonnati, qualcuno distrattissimo, qualcuno immusonito. Qualcuno è tornato a casa col due di una scena muta già il primo giorno. Diciotto sono quelli che io personalmente ho interrogato (ma posso fare molto meglio, sotto fine quadrimestre; una volta so di essere arrivata a contarne oltre 40 nella stessa mattina). Molti si son sentiti dire, neanche tanto amichevolmente: sveglia, muoviti, avanti su. Tempo per guardarli in faccia, per verificare come sono andate le feste, per raccogliere qualche momento di emotività, non ce n'è stato. Ho di striscio notato che Arcangelo Biondo ormai cresce a vista d'occhio e sta cambiando lineamenti, non si assomiglia più. Ho strapazzato la Verace in seconda e Christiane F. in terza, per pigrizia manifesta e recidiva.
Non hanno protestato. C'era uno strano clima da reparto di terapia intensiva, uno di quei luoghi dove sembra ci sia un gran silenzio ma in realtà si stanno svolgendo battaglie sull'orlo della morte, e quando qualcosa precipita si mettono tutti a correre. Con le due sole differenze che non c'era poi tutto questo silenzio e che non solo non correva nessuno, ma anzi per far alzare Dylan dalla sedia e interrogarlo su Dante ci sono voluti il tempo e le discussioni che solitamente servono a una contrattazione sindacale sul pubblico impiego. Poi la sapeva però.
Il Malinconelfo mi ha recitato i versi della porta dell'Inferno con dizione impeccabile, lui che di solito strascina le vocali, e ci ha messo delle pause, un timbro vocale, una passione non esagerata ma contenuta eppure evidente, da attore consumato. Dieci secco, sembrava di stare a teatro, e voi non avete visto lo sguardo che aveva, c'era dentro fino al collo in quel che stava recitando. Peccato, veramente peccato, che fossero solo nove versi.
I compagni erano inceneriti. Io, appena ha aperto bocca con quel piglio e con tutto quel fuoco negli occhi, ho perso il senso dello spazio e del tempo e avevo i brividi, giuro. E' stato come quando ho letto il primo tema di prima media della mia alunna Angelo Esistenzialista: d'improvviso ti trovi di fronte a qualcosa che trascende la possibilità di insegnare, di imparare. Si chiama talento naturale, e il mio Malinconelfo, tutto storto, disadattato e cinico, ce l'ha, cazzo se ce l'ha. Ora che lo so, attenzione, devo farne qualcosa. E subito.




domenica 6 gennaio 2013

Ricominciamo

...con le prove, le interrogazioni, la penna rossa
...a fumare (ahimè, da quando agli affari di famiglia s'è aggiunta anche una causa... erano tantissimi mesi che facevo la brava)
...con il blog di scuola, il doppio account di posta, i due cellulari, l'agenda e le crisi di rigetto
...con i corsi di aggiornamento
...con le sveglie alle sei meno un quarto
...con i pranzi alle due meno cinque
...con l'odio generalizzato per qualcunque cosa mi distolga dal lavoro
...con un notevole scazzo.

Così imparo a godermi per una volta le vacanze.

Potete scommettere su quando e dove mi verrà il primo attacco di panico.
Chi ci arriva più vicino vince un buono per venire a vedere un evento ad Hastiwood, cena e pernottamento spesati. Ah, Noise, Tipa: pioggia di addominali prevista per il 24/1, come promesso. Peraltro il Signor XII Tavole è spesso da queste parti perchè gira un documentario in città. Fuori i tacchi ragazze.

giovedì 3 gennaio 2013

Rientrare, e come rientrare: questo è il problema

Diciamo che, scazzi in famiglia a parte, quando mi lasciano nel mio guscio sereno, fatto di nebbia, gatti e libri, io le vacanze non è che me le godo: è che proprio risucchio dalla terra le forze primordiali che rigenerano tutto il mio essere. Come una pianta: immobile come una pianta, verde come una pianta, piena di ossigeno come una pianta.

Quest'anno, in tal senso, è andata proprio bene.

Il marito non ha rotto nemmeno le balle per andare da qualche parte, e soprattutto con qualcuno, per fare il Capodanno. Cenetta noi due, di produzione casalinga, e, con mio sommo trionfo, ha anche incontrato nel pomeriggio non uno ma due tizi di sesso maschile che, avendo invece in programma la serata da amici o in un locale, alla frase "Ce ne stiamo io e lei, ci siamo preparati una cenetta a casa", hanno risposto ammirati: "Che figata!". Questa per me è stata una rivincita notevole: non so se avete presente la guerra senza quartiere che io conduco da 36 anni nei confronti del Capodanno. In effetti, se devo considerare quante volte nella mia vita mi sono divertita la sera del 31 dicembre, il conto è rapido: due. Una volta avevo 14 o 15 anni (tennis club in campagna) e l'altra 18 (serata galeotta a Recco, l'unico Capodanno in cui ho fatto le SETTE di mattina). Finito.

In questi giorni ho goduto della vita che amo fare quando posso starmene un po' a casa: dormite, letture, bucati, non troppo Internet, tanto studio, coccole, decluttering, maglia, buon cinema in dvd...
Con l'ottima aggiunta del fatto che praticamente io e l'Uomo siamo stati inseparabili, e anche avere il tempo per questo, a casa mia, è una bella novità.

A pochi giorni dal rientro al lavoro, esamino la situazione con una certa agitazione. Come dico da diverso tempo, sono un po' in crisi con la mia professione.
Anche se a correggere i temi rido e piango come davanti a un bel film, a volte.
Anche se ieri sera nel film "Cose dell'altro mondo" (che vi consiglio fortemente: Mastandrea, sono giunta a concludere ultimamente, è fico dentro, fuori, intorno, attraverso, per di su e per di giù, è TROPPO bravo) la Lodovini, che fa la parte di una maestra, camminava per la strada con tre alunni e per scherzo tirava su il cappuccio del giaccone a due di loro, e a me veniva tenerezza, perchè lo faccio sempre anche io.
Anche se, in caso di fine del mondo, a me sarebbe andato benissimo che il meteorite dei Maya, l'implosione del pianeta, o quel che doveva essere, fosse capitato mentre io ero in aula computer con la mia ingestibile e meravigliosa II A.

Però ci sono diverse cose che non vanno e non mi riferisco solo alla gigantesca pila di roba che ancora aspetta la mia penna rossa in cameretta. Quella, com'è come non è, sappiamo che io in qualche modo me la gestisco, ogni volta. Ma io non sto lavorando bene.

Diciamo anche che nella mia scuola, ultimamente, le questioni spinose sono abbastanza precipitate verso veri e propri casini.

La Stronza di Arte è sempre più strana, strisciante, malmostosa e riottosa, specialmente da quando abbiamo definitivamente sospeso le gite scolastiche per protesta contro i tagli.
Quello Stronzo di Sostegno ha tirato su un casino disciplinare talmente complesso che non ve l'ho nemmeno raccontato, per rifarsi di anni di invidia e ripicche contro gli altri uomini abili e arruolati della scuola (significativo, direi, che se la prenda con Celhoduro e con il Gigante, invece che con il Grande Puffo che è anziano, con Orsetto Lavatore che è un mezzo prete e tutto ispira fuorchè un minimo di istinto sessuale, o con il giovane e bellissimo collega di tecnica che è perdutamente gay).
La Bestia Nera è sempre nera. Come l'inferno. La aborro così tanto che non voglio neanche parlarne.
Ma in generale negli ultimi due anni quel che poteva andare storto c'è andato, tra prof di inglese ipocondriache, prof di lettere incasinate con la salute/ la famiglia/ le proprie personali stranezze, prof di matematica sempre più chiuse nei loro famosi universi paralleli.*

[*Una precisazione. Da studentessa, ero convinta, come tutti quelli che di matematica non ci capiscono una mazza, che le prof di matematica fossero tutte pazze. Tranne la mia delle medie, per la quale mi sarei lanciata nel fuoco o giù da una rupe, su richiesta. Da insegnante, fin dal tirocinio e dal periodo come prof di sostegno, ho incontrato un secco 93 per cento di professoresse di matematica che erano al tempo stesso persone normali, in gamba, brave a spiegare, simpatiche e abbastanza umane coi ragazzi. Diciamolo, che essendo alle medie erano quasi tutte laureate in biologia e non in matematica pura. Però in genere io sono famosa per andare d'accordissimo con le mie colleghe di Scienze MFN e fare progetti a quattro mani con reciproca soddisfazione. Addirittura, la temutissima collega della sezione A di ScuolaFica dei QuartieriAlti, un metro e quarantacinque di generalissimo che terrorizzava interi corridoi con un solo sguardo, quando è finita la mia supplenza si è messa a piangere. Vero è che avevo 30 anni e bene come quell'anno forse non ho mai lavorato nè prima nè dopo. Comunque, di matematica da noi ce ne sono tre: la Compagna Collega, la cui frase archetipica è "A me di queste cose non me ne frega un cazzo", la collega F. che io molto amo e stimo ma che è pericolosa come Andreotti perchè, essendo una colonna portante dell'istruzione della Valle, può fare esattamente quel che vuole, quando vuole, come vuole e senza parere, e la Brava Crista che è quanto di più corretto e gradevole si possa chiedere come collega. Però ecco, due su tre, recentemente, sono proprio partite per un loro mondo, beate loro.]

Quindi non so. Se penso alla scuola, vedo come una carta tematica tutta colorata: nella pianta dell'edificio ci sono parti colorate in rosa pesca, in rosso sangue, in blu elettrico, in verde acido, in giallo sole, in marrone fangoso. Sono rosa pesca l'aula di II A, il parcheggio dal quale guardo i ragazzi scendere dai pullmini, l'aula computer. La III C tende al fango, con qualche sprazzo giallo di entusiasmo purtroppo passeggero. Gli altri colori indicano le zone ad alto rischio di ansia, collisione, conflitto o semplice fatica bruta. Anche lo stanzino del caffè, apparentemente luminoso e caldo, può contenere insidiose voragini piene di spine. Quindi io entro e, per arrivare alla porta della II A, che è dove io realmente voglio andare quando mi sveglio la mattina, passo attraverso tutte queste zone di altri pericolosi colori. Una volta vorrei avere addosso un apparecchietto di quelli che registrano il tracciato cardiaco, per vedere le alterazioni dei tratti del mio elettrocardiogramma durante i pochi passi dalla porta principale alla fine del corridoio est.

In conclusione, dato che il mio lavoro è vedere il picco di intelligenza pura negli occhi di Winnie Pooh, ma anche correggere montagne di errori di italiano di Muy Lejos; spiegare Dante o Petrarca in un silenzio da cattedrale, ma anche scuotere continuamente le coscienze dei miei ragazzi di terza così impenetrabili; riempire lavagne di collegamenti linguistici e storici ma anche scrivere noiose relazioni, programmazioni etc; avere a che fare con giovani anime piene di domande e di emozioni ma anche con vecchie e intristite bigotte, eminenze grigie, pazze paranoiche, umorali dedite allo sbalzo d'umore vertiginoso (me inclusa) e sfiduciati nullafacenti (per tacere di vipere, ragni velenosi, tenie, vibrioni del colera e altre forme di vita che annovero tra i miei colleghi): devo trovare un modo nuovo, un sistema nuovo. Sono anni che lo dico. Ci devo arrivare.