Il primo giorno di scuola, nelle classi campeggiano sopra le lavagne delle allegre lettere di carta, colorate a pennarello di colori sgargianti, in varie fantasie.
BENVENUTI, recitano le lettere in prima.
BENTORNATI, in seconda.
BUON INIZIO, in terza.
Castagna: "Che carino, chi l'ha fatto?"
La classe: "La prof di mate!!!" in coro, entusiasti.
Castagna: "La prof di...? Oh. Oh ma che idea gentile."
Viene fuori che la nuova collega ha messo i figli con pennarelli etc a preparare le letterine.
Inoltre, passando nelle classi dopo di lei, si trovano sulla lavagna, i primi giorni, accattivanti giochini di logica, problem solving, indovinelli.
"Ci ha fatto giocare!!!" esclamano, con gli occhi iniettati di fanatismo, i più piccoli.
Umm.
La Castagna viene punta da un attimo di gelosia, diciamo un po' come se fosse a cena con l'Uomo dopo una giornata intera passata a depilarsi farsi maschere mettersi in tiro etc e al tavolo a fianco venisse a sedersi, anche struccata, Penelope Cruz.
Poi riflette che avere una collega brava è comunque un vantaggio, vuoi mettere con quel coglione avariato che ci è capitato l'anno scorso dopo la morte della Compagna, e si dice che non è il caso di mettersi a fare la reginetta scalzata dal trono, mica siamo in una puntata di O.C.
Peraltro, la nuova collega arriva, obiettivamente, ovunque.
Il terzo giorno: "Perché da me facevamo un bellissimo progetto di educazione all'affettività etc etc e venivano tre volte dal consultorio, sai potremmo coordinarlo con Educazione Fisica e Italiano, no? Chiamiamo, facciamo richiesta? Chiami tu? Chiamo io?"
Il quinto giorno sta già calcolando con Castagna come rivoluzionare i banchi in terza C: "No no Pagliuzza deve stare davanti, guarda sempre fuori dalla finestra, si distrae, e questa bambina non sta mai con nessuno, e questo ragazzo dove lo mettiamo che è così alto? Ti va bene? Li sposto io? Li sposti tu?"
Il sesto sta imperversando sulle diagnosi di DSA: "Eh ma questa è del 2009, bisogna rivederla, chiamiamo i genitori o direttamente la neuropsichiatria? Come funziona?"
Tutte cose sane, belle e vere. E' che la collega, diciamo, è un filino in botta di coca. Parla a mille parole al secondo, di dieci cose, e ascolta poco, anche se non si può dire che pesti i calli a nessuno, io sono la coordinatrice in terza, e in terza lei fa correttamente capo a me.
Il decimo giorno mi presta un libro. Che mi aveva catechizzato a leggere il giorno prima, parlandomi del fatto che la terza va scossa, va svegliata, va messa in moto. In effetti ha ragione, sulla terza, ed il libro era interessante, era Serra, "Gli sdraiati". Diciamo che avere la collega di Matematica che mi presta un libro, dopo aver discusso con me di titoli da dare da leggere ai ragazzi, ed essersi mostrata aggiornata e all'altezza, mi scuote abbastanza.
Un po' affascinata, un po' divertita, attendo di vedere se si smorzerà, il suo entusiasmo iniziale, ma penso di no, da cose che colgo nei discorsi a proposito della sua vita fuori: e la figlia che sta a Milano da sola a dodici anni perché balla alla Scala, e loro che leggono i classici della letteratura per ragazzi insieme, e gli sport del figlio, e questo e quello: insomma, Bree Van De Kamp con il cestino di muffin fatti in casa, bordato di nastri. Non è gnocca, solo, è normale. Però insomma, tende un attimo al perfezionismo. E' oggettivamente simpatica, Bottadicoca, a parte essere appunto un po' sopra le righe.
Castagna, come sapete, quest'anno è partita motivata, anche perché seppellirsi nel lavoro, stare con la Princi e studiare sono le sole cose che le alleviano la confusione mentale e sentimentale dell'ultimo periodo. Peraltro, dopo due settimane, con la zia ricoverata in reparto lazzaretto, la madre che sclera, la badante che impazza, tutte le cose da fare dietro alla Princi e i discorsi da sviscerare con l'Uomo, le magnifiche tentazioni di farsi del male cosmico che talvolta le levano ancora il sonno dopo tutto questo tempo, e la commercialista rientrata dalle ferie come una tigre che ha saltato pasto per giorni, diciamo che il ritmo della ripresa ora va assestandosi sulla velocità di crociera.
Così stamattina sono lì con una pilazza di compiti delle vacanze vistati, il telefono che mi ricorda ogni dieci minuti con un fastidioso tictac che devo riprovare a chiamare l'assistente sociale per inserire la Zia Buona in casa di riposo, una prova di geografia appena stampata, il dettato da preparare, una barretta di cioccolato e un insopprimibile desiderio di dormire, magari dopo una bella trombata (oui, et bien? era quello cui stavo pensando), o almeno almeno di sopperire alla stanchezza con un'accoppiata tossica di caffè e nicotina.
Entra come una palla di cannone la collega in sala prof. Ne approfitto per restituirle il libro e lei, in un nanosecondo, fa l'analisi del capitolo che le è piaciuto di più, io rispondo a tono (la descrizione del negozio di felpe firmate a Milano è a tutti gli effetti un capolavoro), lei riparte. Sparisce all'orizzonte in una nuvola di parole.
Più tardi, mentre Castagna supplica il caffè moscio della macchinetta di entrare in circolo e farla funzionare, e si rassegna a tirare le righe divisorie sul registro cartaceo autoprodotto, visto che non c'è più tempo per iniziare altri lavori grossi, ripiove la Bottadicoca in sala prof e stavolta ha lo smalto leggermente appannato.
"Di' un po', ma stamattina ho interrogato Sgamo e Svacco, sai che voti ho dato? Quattro al cinque e quattro, Sgamo aveva studiato tutta l'ora prima sulle ginocchia ma non la sapeva, Svacco è stato zitto: zitto ti dico, non-una-parola. E di là in seconda, c'era da recuperare il debito di Scienze, e il Bambino più Grasso e Nocciolina erano assenti, tutti e due."
Occhio verde di Castagna che, dalle profondità del suo rimuginare, la considera bonariamente.
"Così non ci siamo eh. Non ci siamo."
Cara collega.
Tu sei una ventata di energia, ci servivi. Ma sappi che non è che qua le cose non si facciano (vedi educazione sessuale): si fanno come si riesce. Spesso si riesce male. Perché si sprofonda in queste resistenze dei ragazzi, dei colleghi, dei dirigenti, dei genitori. Poi io mi tiro le mie soddisfazioni lo stesso, eh. Ma i muffin fatti in casa, il nastro intorno al cesto, non so se funzioneranno, qua. E' più discorso di acqua che scava la roccia.
Di mio, io a Sgamo la prima nota sul diario gliel'avevo messa venerdì all'ultima ora.
Senza alzare la voce, ma avvisandolo che se mi prende per i fondelli si caccia in guai grossi. Veda lui, scemo non lo è.
Come disse una volta la preside precedente, azzeccandoci proprio: "Non sono qua per essere amata."
Sia messo a verbale che venerdì, comunque, all'uscita è venuto a trovarci Atreiu. Sempre più diafano e sempre più magro e sempre col capello da gentiluomo scapigliato, con una piega della bocca più decisa e un sorriso trionfante dopo la sua prima settimana al liceo classico: e mi ha afferrata per una spalla e abbracciata stretta in mezzo al flusso di alunni di terza che mi scorrevano intorno.
"Ti piace il liceo?"
"Sì, i professori sono bravissimi, le ore di greco poi mi volano, non me ne accorgo nemmeno."
Splendeva di orgoglio come l'elmo corrusco di Ettore. Ma mai quanto me, che ero addirittura senza parole. Il povero ragnetto sconsolato di tre anni fa. Eccolo lì, che torna scuotendosi di dosso la polvere del campo di battaglia, poi fa una faccia buffa però, e confessa: "Mi manca tantissimo la scuola" guardando con genuino affetto le mura che ci circondano.
Mi volto, c'è il Gigante che arriva con un'altra classe, e lo vede nella mischia, e si illumina. Mi faccio da parte e sorrido.
Domattina a Sgamo gliene dico quattro io. E anche a Svacco.
martedì 23 settembre 2014
lunedì 22 settembre 2014
Set me free
Oggi guidavo con la Princi al mio
fianco, verso casa, dopo un weekend di molti chilometri, molto verde,
molti ricordi della mia famiglia.
Siamo tornati a Via del Golf, a fare
colazione a Paesino Incantevole, a fare la spesa a Paesino Verde,
seppellito nell'umidità peggio ancora dell'ultima volta. Stavolta
niente passeggiate alle sette di mattina, né bagni di sole sulla
sdraietta in giardino, ma nemmeno un mazzo così a pulire, stavolta
avevo i compiti delle vacanze delle classi da visionare, avevo i
compiti di mate della Princi da seguire, avevo i tagli profondi di un
altro, forse di un ultimo, sterile e doloroso scambio di messaggi da
sanare.
Il mio atteggiamento nei confronti
della vita campestre è stato molto meno aggressivo della volta
scorsa. Stamattina ho fatto la doccia con un ragno, e senza fare
tante storie: “Oh, ciao. Spero che tu sappia nuotare.” Ho
battezzato Natasha la biscetta marrone che vive in giardino, e ogni
tanto guizza sulle scale. Di solito, dopo che sono passati l'Uomo e
la Princi, e prima che passi io in fila indiana dietro di loro. Forse
sa che i serpenti a me piacciono. In ogni caso è innocua. E poi non
saprei come fare a liberarmene.
Poi appunto, rientrando, ascoltavo la
musica con la Princi, un auricolare lei, uno io. E nel cielo ho visto
alzarsi uno stormo in migrazione. E ho pensato che è autunno, ormai.
E' l'autunno dell'unica estate che non
avrei voluto che finisse. E' autunno e l'aria la sera è fresca, e
viene buio alle otto, e adesso tutto quel che resta è andare avanti
piano, piano piano, fino al cuore dell'inverno, fino alla mattina in
cui non mi sveglierò più con sollievo perchè ho superato, un'altra
volta, l'incubo delle ore di buio, e perchè mancano per fortuna
molte ore al momento di chiudere di nuovo gli occhi e sognarlo,
sognarlo fino ad aver paura di dire il suo nome ad alta voce nel
sonno, sognarlo seduto vicino al mio letto che sorride con quella sua
espressione, attenta e stranamente dolce nel suo essere non
coinvolta. Quella mattina arriverà. Ci vorrà tempo, ma arriverà.
Per il momento l'unica cosa che ho
pensato, però, è che ormai è autunno e non si sa come io possa
essere rimasta ferma a quel giorno di primavera, con l'aria ancora
fredda che mi accapponava la pelle sulle braccia nude, anche se c'era
il sole, mentre lo ascoltavo parlare.
Devo muovermi, devo andare avanti.
Finora ho puntato a sopravvivere. Ma intorno a me non è cambiata
solo la stagione. E' cambiata la Princi, è cambiato l'Uomo, sono
cambiati alcuni presupposti. Solo io sto ancora lì nel brivido del
vento di primavera, con in mano lo stesso caffè che non riesco a bere.
Devo togliermi da lì. Io non ho mai
potuto né voluto imprigionarlo e adesso non posso stare a
guardare le sue ombre cinesi sulle chat di notte, né il suo riflesso
nell'aria di giorno. Perciò prenderò quello di cui
dispongo, fosse anche solo una lima per unghie, e inizierò a segare
le catene che mi tengono ancorata al rettangolo di terra su cui poggiavano i nostri piedi quel pomeriggio. Ci metterò il tempo che ci
devo mettere. Sarebbe più facile se sapessi dove vado, certo. Comunque non resterò lì.
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back to the shire,
cerco l'antidoto,
Dio che male,
staring at the sun
venerdì 19 settembre 2014
L'erba voglio
Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.
Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.
Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.
Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.
Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.
E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.
Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.
E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così.
In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.
Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.
Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.
Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.
L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.
Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.
giovedì 11 settembre 2014
Mi lamento un attimo
Allora. Oggi ho diritto di lamentarmi. Perché da sabato ho un male cane nella metà sinistra della bocca, e guarda guarda venerdì era il giorno che operavano mia zia e sabato m'han svegliato telefonando dall'ospedale se potevo correre a tenerla buona, e io a metà pomeriggio un dolore, ma un dolore che mi sono ricoperta di sudore come avessi fatto la doccia, e guidare fino a casa (che è, quella di Genova, a dieci minuti dall'ospedale) è stato veramente difficile.
Mi tengo il dolore fino a ieri, non così tremendo per fortuna a parte i primi due giorni, e finalmente il dentista mi vede.
"Vediamo un po', questo dente dovrebbe essere devitalizzato, aspetta che te lo lavo" e ci spara dentro una siringata di roba. Poi mentre mi fanno scendere, con tante scuse, dal soffitto dove mi sono aggrappata come Spiderman, dice: "No no, qui non è normale, facciamo una lastra" e sapete che c'è?
Stavolta ho vinto il Campionato Europeo di Bruxismo 2014. Mi sono FRATTURATA il pavimento della camera pulpare. Traduco: ho stretto i denti così forte, dormendo, che nella lastra del mio molare si vede un'impressionante riga frastagliata in orizzontale, tra la radice del dente e la parte esterna alla gengiva. Il dente tagliato completamente in due da sinistra a destra, che se fosse un po' più netta la linea di frattura sembrerebbe fatta con una katana.
Insomma, finisce che mi levano anche questo dente. Punti, cloroformio, garza, ghiaccio, ciao ciao ci vediamo la settimana prossima.
Ma ora.
Io non è del mal di denti che mi volevo lamentare, e neanche della notte quasi bianca, degli incubi orrendi, della fame, del saporaccio in bocca, del gonfiore. Certo che starei meglio senza tutto ciò. Ma a me cosa deprime è che:
- è iniziata la scuola da tre giorni e io stamattina devo chiedere una sostituzione, quindi non sono al mio posto di prof;
- mia figlia comincia la scuola lunedì e io da una settimana non le guardo i compiti estivi di ripasso, nè sono andata in libreria a prendere i testi mancanti, nè sono stata a parlare coi prof, quindi non sono al mio posto di mamma;
- mia zia è in ospedale con una gamba fratturata e si agita scompostamente ogni sei ore, e io non la vedo da domenica, quindi non sono al mio posto di nipote;
- mia madre si sta sbattendo per trovarle una struttura di ricovero per quando la metteranno fuori dall'ospedale, e io a parte due telefonate non sto facendo niente, quindi non sono al mio posto di figlia;
- la casa è una merda e si mangiano solo surgelati e pasta con sughi pronti, quindi non sono al mio posto di (non fatemi scrivere casalinga, non ce la faccio) organizzatrice della vita familiare;
- e lasciamo stare il ruolo di moglie va', che in questo periodo non so come siamo girati con l'Uomo, tecnicamente s'è parlato anche di vedere se ci farebbe bene una pausa, ma ditemi quando me la prendo, una pausa, adesso, e come me la giostro con la Princi che non sa niente di tutti i nostri recenti casini e vive beata nella convinzione, peraltro fin qui non erronea, di essere semplicemente capitata in una famiglia dove ogni tanto c'è un po' di mare mosso ma va sempre tutto a finire benone.
Inadeguatezza e senso di colpa, portatemi via.
Mi tengo il dolore fino a ieri, non così tremendo per fortuna a parte i primi due giorni, e finalmente il dentista mi vede.
"Vediamo un po', questo dente dovrebbe essere devitalizzato, aspetta che te lo lavo" e ci spara dentro una siringata di roba. Poi mentre mi fanno scendere, con tante scuse, dal soffitto dove mi sono aggrappata come Spiderman, dice: "No no, qui non è normale, facciamo una lastra" e sapete che c'è?
Stavolta ho vinto il Campionato Europeo di Bruxismo 2014. Mi sono FRATTURATA il pavimento della camera pulpare. Traduco: ho stretto i denti così forte, dormendo, che nella lastra del mio molare si vede un'impressionante riga frastagliata in orizzontale, tra la radice del dente e la parte esterna alla gengiva. Il dente tagliato completamente in due da sinistra a destra, che se fosse un po' più netta la linea di frattura sembrerebbe fatta con una katana.
Insomma, finisce che mi levano anche questo dente. Punti, cloroformio, garza, ghiaccio, ciao ciao ci vediamo la settimana prossima.
Ma ora.
Io non è del mal di denti che mi volevo lamentare, e neanche della notte quasi bianca, degli incubi orrendi, della fame, del saporaccio in bocca, del gonfiore. Certo che starei meglio senza tutto ciò. Ma a me cosa deprime è che:
- è iniziata la scuola da tre giorni e io stamattina devo chiedere una sostituzione, quindi non sono al mio posto di prof;
- mia figlia comincia la scuola lunedì e io da una settimana non le guardo i compiti estivi di ripasso, nè sono andata in libreria a prendere i testi mancanti, nè sono stata a parlare coi prof, quindi non sono al mio posto di mamma;
- mia zia è in ospedale con una gamba fratturata e si agita scompostamente ogni sei ore, e io non la vedo da domenica, quindi non sono al mio posto di nipote;
- mia madre si sta sbattendo per trovarle una struttura di ricovero per quando la metteranno fuori dall'ospedale, e io a parte due telefonate non sto facendo niente, quindi non sono al mio posto di figlia;
- la casa è una merda e si mangiano solo surgelati e pasta con sughi pronti, quindi non sono al mio posto di (non fatemi scrivere casalinga, non ce la faccio) organizzatrice della vita familiare;
- e lasciamo stare il ruolo di moglie va', che in questo periodo non so come siamo girati con l'Uomo, tecnicamente s'è parlato anche di vedere se ci farebbe bene una pausa, ma ditemi quando me la prendo, una pausa, adesso, e come me la giostro con la Princi che non sa niente di tutti i nostri recenti casini e vive beata nella convinzione, peraltro fin qui non erronea, di essere semplicemente capitata in una famiglia dove ogni tanto c'è un po' di mare mosso ma va sempre tutto a finire benone.
Inadeguatezza e senso di colpa, portatemi via.
A caldo sulla terza
C'è un tizio di cui, se vi dicessi il vero nome, ridereste. Chiamiamolo il Tiberino. Peraltro è straniero.
E' stranissimo. Ha i baffi. Giuro. Una via di mezzo spelacchiata tra Adolf Hitler e Charlot. E ha gli occhi blu scuro. Cioè non azzurro, eh: blu. Scuro. Mai vista roba di quel colore senza Photoshop.
Poi c'è Robin Goodfellow. Col quale andremo d'accordo, credo. Anche se il nomignolo si deve alla definizione della Brava Crista: "Questo è un folletto."
Poi c'è Vento del Nord. Grosso e bonaccione, molto preparato.
Poi c'è Mercoledì. Proprio Mercoledì nel senso di Wednesday Addams. Inquietante.
C'è Er Piotta. Quello che ha detto che Ulisse baciò la sua petrosa Itàca. E io: "Itaka? e dov'è, in Giappone?"
Poi c'è Sgamo. Questo di sicuro sarà un protagonista dell'annata, lo so già.
Poi c'è Ratto.
Poi c'è Frecciolina.
Li conosco da tre giorni e direi che per ora ci siamo presi bene. Poi vedremo.
E' stranissimo. Ha i baffi. Giuro. Una via di mezzo spelacchiata tra Adolf Hitler e Charlot. E ha gli occhi blu scuro. Cioè non azzurro, eh: blu. Scuro. Mai vista roba di quel colore senza Photoshop.
Poi c'è Robin Goodfellow. Col quale andremo d'accordo, credo. Anche se il nomignolo si deve alla definizione della Brava Crista: "Questo è un folletto."
Poi c'è Vento del Nord. Grosso e bonaccione, molto preparato.
Poi c'è Mercoledì. Proprio Mercoledì nel senso di Wednesday Addams. Inquietante.
C'è Er Piotta. Quello che ha detto che Ulisse baciò la sua petrosa Itàca. E io: "Itaka? e dov'è, in Giappone?"
Poi c'è Sgamo. Questo di sicuro sarà un protagonista dell'annata, lo so già.
Poi c'è Ratto.
Poi c'è Frecciolina.
Li conosco da tre giorni e direi che per ora ci siamo presi bene. Poi vedremo.
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il mio è il mestiere più bello del mondo,
wind of change
martedì 9 settembre 2014
Senza te o con te la mia vita...
L'era della C. s'è conclusa per
sempre.
Aspettate che lo riscrivo in due o tre
modi per godermi l'effetto.
La C. è andata via e non torna.
La C. non è più un nostro problema.
Non c'è più la C. come dirigente.
Abbiamo un altro preside, non c'è più
la C.
Ooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooddddiiiiiiiiiiiiiiiiiooooooooooooo
che godimento.
Tutti molto curiosi di conoscere il
Tipo da Barca.
Non che sia facile vederlo.
Egli terrà la reggenza per un anno,
intanto ha un liceo altrove. Poi tra l'altro andrà in pensione.
Quindi batte i record storici di durata minima del collegio docenti,
dice tre o quattro cose abbastanza utili, costringe il Gigante a
lasciare una sezione per mettere sei ore a disposizione della scuola
come facente funzione, dice qualcosa sul fare le cose con criteri
sensati, e sparisce all'orizzonte.
Sedotti e abbandonati a noi stessi.
Dopo un primo istante di smarrimento,
ci bastano esattamente ventiquattro ore per renderci conto che:
- nessuno sta litigando,
- tutti collaborano,
- mancando molti docenti ancora da nominare, i presenti si fanno il mazzo e si aiutano a vicenda,
- e il vicepreside è stanco morto e indaffarato come sempre, ma adesso sorride e stranamente sembra meno oberato di prima, quando invece ha la scuola sulle spalle.
- I nuovi colleghi vengono introdotti nell'ambiente con tempistiche stringatissime, ma si orientano abbastanza.
- Le comunicazioni si fanno con tono rilassato ma in modo efficiente, poche parole molto risultato.
“Lo puoi fare tu?” - “Io sto
facendo questo” - “Allora lo faccio io”
“Datemi da fare quest'altro, che io
non sto facendo niente”
“Mentre voi facevate lì, io ho
fatto qua”
e l'inaudita frase: “Bene, se
abbiamo fatto tutto, per oggi possiamo andare”
Con sovrabbondanza di verbo fare,
rispetto a dire, congiurare, scavare sotto, parlare dietro. L'unica
cosa che non abbiamo fatto è stata la pausa caffè, perchè
effettivamente non c'era un secondo da perdere.
Beh: viva l'autogestione!!!
In un batter d'occhio arriva il primo
giorno di lezione per le sezioni B e C.
Ho due persone nuove in II e venti
nuovi alunni di III.
Pane per i vostri denti.
E no!
Il primo di settembre il cielo e gli
alberi etc etc e casa mia e che bella la mia scuolina, etc.
Il due di settembre il primo collegio
docenti con questo preside che chiameremo il Tipo da Barca
(definizione con cui, nella mia famiglia, si indicano gli uomini
bellocci, abbronzati, spettinati e con le scarpe da barca classiche,
pelle marrone e suola in gomma bianca; solitamente poco affidabili, e
dal punto di vista economico, e da quello sentimentale: come presidi,
non saprei per il momento).
Nella notte tra il due e il tre la Zia
Buona (91 anni e 10 mesi) decide di alzarsi senza chiamare la badante
Frau Bluecher. Fa il giro del letto e cade. Livido sull'arcata
sopracciliare. Un avambraccio completamente blu. Una gamba, la
destra, ferita superficialmente. E la sinistra, rotta. Per la seconda
volta. Che, se aggiungiamo la precedente frattura della destra, fa
tre: tre femori rotti, tre ricoveri, tre interventi. Più, sei anni
fa, un bell'attacco ischemico.
Allora.
Noi si doveva partire per la capitale,
per il matrimonio della Cugina Bella. Parte solo l'Uomo e io mi
ritrovo a pendolare tra qua e Genova, e usare il giorno di ferie che
avevo preso per il viaggio per attendere che fissino il femore della
zia, con una paura nera che mi vengano a dire che non ce l'ha fatta.
La zia ce la fa. Poi, però, sbarella
con la testa: non sa dov'è, non sa perchè si sente male, non sa
cosa succede e forse non sa nemmeno chi sono io. Poi si riprende
anche dallo sbarellamento, ma alterna fasi in cui sta benissimo ed è
la mia sempre coccolosissima Zia Buona a fasi in cui è una furia
degna di un poema epico greco, e urla e scaglia le cose e prende
tutti a sberle. Nonché scavalca (col drenaggio, la flebo, il
catetere e il tubo dell'ossigeno che le pendono da tutte le parti) le
sbarre del letto e cerca di andarsene. Tutta la famiglia di mio padre
essendo dotata di fisico grande e atletico e avendo praticato sport
di ogni genere fino alla terza età, anche a novantadue anni e con un
osso rotto, se la zia vuole scavalcare, la zia scavalca, per
impedirglielo bisogna legarla. Da cui un corri corri in ospedale di
tutta la famiglia (che ormai siamo io, mia madre e Frau Bluecher) a
tutte le ore del giorno e della notte, perchè gli infermieri, pur
gentilissimi e molto competenti, però non possono smettere di
guardare tutto il reparto per tenere ferma lei.
Minchia.
Che rientro.
Comunque.
Adesso tra una settimana la dimettono.
Poi deve stare un mese senza caricare sulla gamba. E poi deve andare
in riabilitazione, e vediamo se ce la fa (di testa e di gambe) a
recuperare un po' di mobilità.
Partirei dall'assunto di base che io,
all'idea di vivere di nuovo come due anni fa, quando stava male mio
padre, e cioè perennemente terrorizzata che succeda qualcosa, sempre
in autostrada, a scapito del mio tempo libero e va beh, ma più che
altro del lavoro e del matrimonio, e ormai anche della figlia... beh,
metto la quinta, chiudo gli occhi e punto dritta verso il guardrail
di un cavalcavia altissimo. Voi non potete capire come vivevo di
merda. Non lo rifarei mai, per quanto io adori mia zia e sia, a tutti
gli effetti, la sola parente di sangue ancora viva di cui lei
disponga.
Incredibilmente, l'imminenza del mio
suicidio deve essere stata recepita anche da mia madre, perchè dopo
sole due discussioni, civili tra l'altro, siamo d'accordo che no,
basta, a casa la zia, purtroppo per lei, non ci tornerà più. Andrà
in una struttura dove un anziano non autosufficiente sia sempre
controllato anche da medici, e gestito in modo professionale, con
spazi e strumenti adatti. Il che costituirà modo e ragione anche per
liberarci della Frau, che con mia zia è attenta e capace, ma con noi
è un pezzo di stronza della risma peggiore.
Ora vedremo. Tra l'altro,
l'appartamento di mia zia è allo stato dell'arte invendibile e
inaffittabile. Quindi, se non ci torna a stare lei, ci sarà un
trasloco in vista per noi, e neanche tra tanto tempo, mentre
cercheremo di far rendere il nostro, che è piccolino e si affitta
bene.
In effetti un bel traslochino era una
cosa di cui si sentiva la mancanza, in un anno come questo, in cui è
successo più o meno TUTTO quel che può succedere in un nucleo
familiare.
Noi annoiarci due minuti no, eh.
giovedì 4 settembre 2014
Segaioli
Partendo sempre dagli ovvi presupposti che:
- ogni blog può risultare noioso a chi legge, ma non mi risulta che nessuno sia pagato per leggere queste pagine, o che le mie confessioni saltino fuori a mo' di pop up mentre uno cerca di ascoltare musica o visualizzare contenuti online in santa pace;
- ognuno è libero di smettere di leggere quando vuole e di non essere d'accordo con quanto viene detto, oltre che di dire eventualmente la sua:
non trovate curioso che io abbia scritto per anni dei fatti miei, quindi di scuola, ragazzi, colleghi, ministeri, fatti d'attualità come li vedevo io, ma anche di seghe mentali, ansie, problemi di famiglia, emozioni, lutti, amori etc, e per anni non è mai accaduto che qualcuno mi aggredisse verbalmente...
...e invece, ora che ho postato qualcosa riguardante la mia recente situazione sentimentale poco limpida, improvvisamente si siano manifestati termini come baldracca, insulti alla mia intelligenza, etc.? Tra l'altro, in due casi su tre non firmati. Il che mi ricorda di complimentarmi ancora con luciano f, che non so chi sia, ma almeno, nel darmi della puttana, ci mette un nickname. Un signore.
Perchè vorrei fare presente all'altro segaiolo (non so perchè, ma mi pare che lo stile dell'ultimo commento sia lo stesso del primo attacco...) o agli altri segaioli, se ho la fortuna di avere così tanti fans, che è tristissimo immaginarseli mentre si leggono i miei post e si indignano schifati sulle mie infedeltà. Tra l'altro, nessuno sa se numerose, consumate, platoniche, o cosa. Cioè proprio io mi vedo questi che mi leggono e progressivamete si agitano, si incazzano con me e finalmente si sentono realizzati mentre mi insultano trincerandosi dietro all'anonimato, perchè sono dei poveri sfigati che nessuno si fila e che hanno preso un bel numero di facciate, ma non hanno il coraggio di farsi le loro ragioni con l'ultima tipa che li ha giustamente scaricati, trovano più comodo venire qui a leggersi i fatti miei e darmi dei titoli, magari dopo essersi tutti emozionati nell'immaginarsi la professoressa porca, che notoriamente è un cliché dell'immaginario maschile.
Questo, nel caso che si tratti di uomini, come mi pare di intuire dal tono.
Se invece le gradevoli osservazioni sono di donne, ho solo una cosa da dire: non ce l'ho con voi, magari siete persone coerenti e convinte delle vostre posizioni. Un giorno capirete, malgrado voi, e se non capirete, vorrà dire che la vostra vita sarà trascorsa in tutta tranquillità, beate voi, con le vostre certezze morali. Io di certo ormai ho solo che non sono stupida e il sostegno non mi è necessario, il mio cervello pesa comunque più delle mie tette. Quindi, siete perdonate, perchè al massimo mi fate un po' di tristezza.
E comunque questo è un Paese libero, il mondo è bello perchè è vario, e potete dire quel che vi pare. Ma non firmarsi dopo un attacco diretto, sappiatelo, mi causa visioni di scroti raggrinziti e semivuoti, o di vagine parecchio desertificate. Scusate il linguaggio un po' crudo, ma anche io vivo in un Paese libero, e posso dire quel che mi pare, soprattutto qui. E se vi dà fastidio quel che scrivo, chiedetevi perchè state leggendo.
- ogni blog può risultare noioso a chi legge, ma non mi risulta che nessuno sia pagato per leggere queste pagine, o che le mie confessioni saltino fuori a mo' di pop up mentre uno cerca di ascoltare musica o visualizzare contenuti online in santa pace;
- ognuno è libero di smettere di leggere quando vuole e di non essere d'accordo con quanto viene detto, oltre che di dire eventualmente la sua:
non trovate curioso che io abbia scritto per anni dei fatti miei, quindi di scuola, ragazzi, colleghi, ministeri, fatti d'attualità come li vedevo io, ma anche di seghe mentali, ansie, problemi di famiglia, emozioni, lutti, amori etc, e per anni non è mai accaduto che qualcuno mi aggredisse verbalmente...
...e invece, ora che ho postato qualcosa riguardante la mia recente situazione sentimentale poco limpida, improvvisamente si siano manifestati termini come baldracca, insulti alla mia intelligenza, etc.? Tra l'altro, in due casi su tre non firmati. Il che mi ricorda di complimentarmi ancora con luciano f, che non so chi sia, ma almeno, nel darmi della puttana, ci mette un nickname. Un signore.
Perchè vorrei fare presente all'altro segaiolo (non so perchè, ma mi pare che lo stile dell'ultimo commento sia lo stesso del primo attacco...) o agli altri segaioli, se ho la fortuna di avere così tanti fans, che è tristissimo immaginarseli mentre si leggono i miei post e si indignano schifati sulle mie infedeltà. Tra l'altro, nessuno sa se numerose, consumate, platoniche, o cosa. Cioè proprio io mi vedo questi che mi leggono e progressivamete si agitano, si incazzano con me e finalmente si sentono realizzati mentre mi insultano trincerandosi dietro all'anonimato, perchè sono dei poveri sfigati che nessuno si fila e che hanno preso un bel numero di facciate, ma non hanno il coraggio di farsi le loro ragioni con l'ultima tipa che li ha giustamente scaricati, trovano più comodo venire qui a leggersi i fatti miei e darmi dei titoli, magari dopo essersi tutti emozionati nell'immaginarsi la professoressa porca, che notoriamente è un cliché dell'immaginario maschile.
Questo, nel caso che si tratti di uomini, come mi pare di intuire dal tono.
Se invece le gradevoli osservazioni sono di donne, ho solo una cosa da dire: non ce l'ho con voi, magari siete persone coerenti e convinte delle vostre posizioni. Un giorno capirete, malgrado voi, e se non capirete, vorrà dire che la vostra vita sarà trascorsa in tutta tranquillità, beate voi, con le vostre certezze morali. Io di certo ormai ho solo che non sono stupida e il sostegno non mi è necessario, il mio cervello pesa comunque più delle mie tette. Quindi, siete perdonate, perchè al massimo mi fate un po' di tristezza.
E comunque questo è un Paese libero, il mondo è bello perchè è vario, e potete dire quel che vi pare. Ma non firmarsi dopo un attacco diretto, sappiatelo, mi causa visioni di scroti raggrinziti e semivuoti, o di vagine parecchio desertificate. Scusate il linguaggio un po' crudo, ma anche io vivo in un Paese libero, e posso dire quel che mi pare, soprattutto qui. E se vi dà fastidio quel che scrivo, chiedetevi perchè state leggendo.
Etichette:
aaaaaah beh,
come la vedo io,
nell'universo dei blogger
martedì 2 settembre 2014
La ragnatela
Tu che di tutti sei sempre stato il
prediletto. Tu che sai cosa vuol dire partire dallo svantaggio,
crescere tra gli animali presi a bastonate, fare la fame di tutto,
del cibo, dell'affetto, delle cure.
Tu che, con la tua mente come un rasoio
senza pietà, uscivi dalle nebbie della cannabis a botte di caffè
della macchinetta, per ascoltare le mie lezioni di storia, e fare i
tuoi commenti cinici e intelligenti. Convinto da sempre che un
cervello sia l'arma che può difendere da tutto il male del mondo,
fermamente intenzionato a imparare ad usarlo.
A te io vorrei spiegare le mie paure, i
miei desideri, le mie aspettative su questa ragazzina tremenda e
fragile che mi è piovuta dal cielo. Per come mi hai ascoltato quella
volta in piazza. Per tutta la fiducia che hai sempre messo in me. E
quella che io ho messo in te.
E tu, invece, che stai nel morbido, che
hai tutto, e intanto ti maceri in qualcosa che non ha nome, una
malinconia primordiale che risiedeva nei tuoi occhi fin da ragazzino,
quando serio e riflessivo ascoltavi, e poi intervenivi con quella
bella voce bassa. E hai affidato al mio sguardo incredulo
qualche tua fragilità, senza spiegarti più di tanto, con pause di
silenzio in uno stanzino, con confessioni imbarazzate in un
parcheggio, con qualche frase apparentemente disinvolta su una chat.
E io d'istinto dopo tanto tempo ho abbassato le difese e ti ho
raccontato molto, poi anche troppo, di me. Non certa di essere
capita. Ma sicura di non essere tradita. E tu hai preso tra le tue
grandi mani impacciate la mia sincerità e hai cercato maldestramente
di non schiacciarla.
A te io vorrei ogni tanto affidare le
mie giornate faticose, e spesso così ripetitive e deludenti, per
uscire fuori a chiacchierare vicino alle macchine, sotto un bel cielo
pulito, come abbiamo fatto tante volte.
E tu, poi, che hai le lacrime
trasparenti come l'aria e il sorriso chiaro come l'alba di marzo, e
ammetti le sconfitte, e capisci le necessità, senza pie illusioni
sul futuro, senza pretese ma anche con un sano orgoglio. Tu che, come tante altre, stai
diventando una donna che cade e si rialza, cade e si rialza, e cambia
colore ai capelli e adegua il trucco degli occhi al nuovo colore, e
ce la fa di nuovo a ricominciare con la stessa decisione e la stessa
dolcezza, anche dove c'è un deserto di macerie.
A te io vorrei lasciare a volte la
possibilità di mettermi lo zucchero nel caffè della pausa pranzo, e
di offrirmi rifugio al tavolo immacolato della pizzeria per un po' di
incoraggiamento reciproco, quando tutto sembra essere andato a bagno
e bisogna trovare le energie per riderci sopra.
E tu che sei qui nello spazio digitale,
alle ore più buie nella notte, e non mi lasci cadere, anche se ci
vediamo poco, e ti preoccupi per me. Dalla tua vita incasinata non puoi
aiutare nessuno, ma a volte devi chiedere e poi fai fatica a
restituire, e però io sono tua sorella, e tra fratelli non di sangue
ma di spirito è più facile dirsi ti voglio bene e perdonarsi le
cose. E ogni tanto ci troviamo per mangiare quel risotto o quella
farinata di corsa tra un impegno e l'altro, e io controllo se sei
dimagrito, se sei stanco e ti tremano le mani; e tu, che di me
ricordi la ragazza snella con la gonna scozzese cortissima, che scese
dall'autobus quella volta vicino al porto, oggi guardi le mie
occhiaie e le mie nuove rughe, e mi dici che vuoi che io stia bene e
sia serena.
A te ogni tanto vorrei ricorrere quando
l'angoscia è atroce, rannicchiarmi sul tuo divano, confidarmi e poi
litigare perchè tu metti battute pessime in mezzo ai miei discorsi
accorati, e magari aspettare che ci addormentiamo vicini dopo aver
sfogato la paura.
E tu che mi rispetti quando ti racconto
cose tremende senza piangere, perchè sai che io non piango davanti
agli altri, sai che esistono donne che non vogliono essere consolate
e protette, ma solo ascoltate, e ascolti come poche persone al mondo
sanno fare, tu che passi da noi una volta alla settimana con
regolarità da parente, e quando sei in ferie e vai lontano scrivi
che ti manchiamo. Tu che a tua volta ti porti i tuoi problemi e i
tuoi dolori, e ce li racconti con quella voce calma e il sorriso
blasé di chi ne ha viste altre, creatura elegante, conoscitore delle
notti bianche e del loro silenzio angosciante da riempire di film,
libri, computer, e messaggi con gente come me che non dorme.
A te io vorrei poter chiedere ogni
tanto di materializzarti in tre minuti nella mia cucina, con il
sempiterno smartphone acceso e le tue giacche di marca, e passare dai
discorsi più stupidi a quelli più seri con lo stesso tono attento e
lo stesso affettuoso rispetto.
Tu che scrivi che anche oggi hai
pianto, ma anche coltivato fiori o cucito tende o fatto biscotti, e
che insisti nel tenere la testa alta e buttar fuori con l'ironia il
dolore che ogni giorno minaccia di schiacciarti. Tu che giudichi te
stessa con la furia del Dio degli eserciti appena fai un microscopico
errore, ma accogli me e la mia gigantesca, animalesca confusione con
un abbraccio caldo e un sorriso sereno, giurandomi che mi vorrai
bene anche se dovrò bere questo calice, anche se farò questo
sbaglio, anche se sai che vado incontro a un pentimento.
A te io sto dicendo di me più di
quello che oso dire a me stessa, e a volte la tisana fumante che mi
offriresti, o il caffè lungo che ti offrirei, se tra noi non ci
fossero tanti chilometri, sono così reali che ne sento il tepore
consolante tra le mani.
Una ragnatela di un filo
resistentissimo, così sottile da sembrare invisibile anche a un
Lillipuziano, mette in comunicazione le anime di persone come queste,
tanto che quando penso a loro le confondo, creo un unico essere
protettivo, potente, ultracorporeo, che unisce il profumo speziato di
un'amica e il sorriso da Monna Lisa di un'exalunna, l'abbraccio
sollecito di un fratello putativo e la risata franca di uno zio
acquisito, la voce rauca di un exalunno e gli occhi pensosi
dell'altro. E alcuni altri che ho già incontrato, di cui ho visto in
nuce il carattere che verrà, altri che devono ancora venire, e che
forse rintraccerò con maggior chiarezza quando saranno grandi e
passeranno a dirmi come stanno: giovani donne e giovani uomini che
hanno almeno una radice nello stesso terreno da cui prendo nutrimento
io, e le loro foglie al vento fanno un rumore che io capisco. Gente
che parla, per motivi indipendenti da ogni spiegazione terrestre, la
mia stessa lingua, da prima che ci incontrassimo.
Vita dopo vita credo di aver già
incontrato e amato queste persone, che rispetto alle molte,
meravigliose amicizie da cui ho la fortuna di essere circondata hanno
qualcosa, qualcosa nel DNA, di affratellato a me così profondamente
da rendermele gemelle.
Quando sono in difficoltà, con me stessa, con l'Uomo, con la
Princi, mi vengono in mente uno dopo l'altro, come i grani di una
ghirlanda di preghiera. Le loro facce, le loro voci, che mi riportano
alla mia identità profonda, a quel che non posso rinunciare a
essere, costi quel che costi. Loro, e le altre presenze buone nella
mia vita, così diverse da me, loro, ma solide come la roccia al mio fianco
da lustri interi, sono il motivo per cui ce la farò comunque vada,
nella salute e nella malattia, da moglie o da single, fino alla fine.
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come la vedo io,
Dio che male,
dov'è l'insulina?,
fine pena mai,
mi fa male tutto
lunedì 1 settembre 2014
Verde scuro e giallo sole
Primo settembre.
Un condominio con il viale ombreggiato da alberi, là in fondo le montagne bianche, un cielo da cartolina, luce dolce d'autunno perché è ancora abbastanza presto.
La scuolina rosa. Col suo piazzale polveroso.
Sono vestita di giallo sole. Mi splendono gli occhi e la pelle, e dire che stanotte non s'è quasi dormito, causa nuovi presidi in arrivo, e necessità di ripercorrere le stesse strade, di passargli sotto casa, di rientrare nelle aule, di rientrare nella mia vita di sempre. Quella che a maggio ho cercato di strapparmi via come una crosta da una brutta ferita. Che rimargina facendo un male del Gesù, tessuto nuovo che tira sulla carne viva.
Però questa è la mia scuola. E' la mia vita. Questa è casa.
Io non lo so cosa sto facendo, e perché.
So che nello specchio non c'è la stessa di prima. So che questa qui, nuova, incosciente, pericolosa, mi piace. Sicuramente si caccerà nei guai. Ma saranno, come ho già detto varie volte, i suoi guai, quelli che s'è cercata lei, non tutte le grane che le hanno scaricato addosso gli altri. E' comunque un bel cambiamento.
Se un giorno tutto questo avrà un senso, vorrei ricordarmi questo momento in cui sto ferma qui, trafitta da questo cambiamento inesorabile e dalla certezza che alcune cose, invece, non potranno cambiare mai.
Un condominio con il viale ombreggiato da alberi, là in fondo le montagne bianche, un cielo da cartolina, luce dolce d'autunno perché è ancora abbastanza presto.
La scuolina rosa. Col suo piazzale polveroso.
Sono vestita di giallo sole. Mi splendono gli occhi e la pelle, e dire che stanotte non s'è quasi dormito, causa nuovi presidi in arrivo, e necessità di ripercorrere le stesse strade, di passargli sotto casa, di rientrare nelle aule, di rientrare nella mia vita di sempre. Quella che a maggio ho cercato di strapparmi via come una crosta da una brutta ferita. Che rimargina facendo un male del Gesù, tessuto nuovo che tira sulla carne viva.
Però questa è la mia scuola. E' la mia vita. Questa è casa.
Io non lo so cosa sto facendo, e perché.
So che nello specchio non c'è la stessa di prima. So che questa qui, nuova, incosciente, pericolosa, mi piace. Sicuramente si caccerà nei guai. Ma saranno, come ho già detto varie volte, i suoi guai, quelli che s'è cercata lei, non tutte le grane che le hanno scaricato addosso gli altri. E' comunque un bel cambiamento.
Se un giorno tutto questo avrà un senso, vorrei ricordarmi questo momento in cui sto ferma qui, trafitta da questo cambiamento inesorabile e dalla certezza che alcune cose, invece, non potranno cambiare mai.
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