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domenica 8 marzo 2015

Superficialmente donna

Né io né mia figlia abbiamo fatto gli auguri a nessuno. 

Così. Di solito la festa della donna la vivo bene, se sono a scuola c'è sempre qualcuno che porta la mimosa, che a me fa dispiacere, è chiaro che non si può staccare quei fiori così delicati dall'albero senza renderli subito tristi. 

Quest'anno non ce la sentivamo, ma va bene lo stesso. 

Perché poi in fondo quel che conta è che parliamo delle doppie punte. 
Se in nessuna vita precedente siete stati donne, non potete capire la sollecitudine che ci può mettere una donna nel curarsi delle doppie punte di una sua consorella. 
Se invece avete, anche eoni fa, vissuto cinque minuti un un corpo femminile dotato di pelliccia, riconoscerete subito il significato della cura reciproca dei peli e dei capelli. Mamma orsa che lecca i suoi cuccioli, due gatte che si lisciano la schiena a vicenda e poi si graffiano, mia figlia che mi spazzola piano i capelli mentre piango perché ho appena finito di litigare con un'amica al telefono. 

Così restiamo sul superficiale. Sto, per la prima volta in vita, prendendo sul serio, e con studi di settore, una riorganizzazione del guardaroba e vedo che un sacco di outfit carinissimi prevedono una canottiera sotto una maglia, non importa se leggerissima o di lana spessa. Io che avevo appena rinunciato per sempre allo smanicato, causa braccia troppo abbondanti e poco toniche, complice lo yoga credo che rivedrò la mia posizione.

Perché all'improvviso mi sono detta che, se faccio respirare il mio corpo,  come l'estate scorsa, probabilmente il mio corpo reagirà asciugandosi e rifiorendo. 

Perché la mimosa non va staccata dall'albero. 

E perché di quel che si prova bisogna sempre poter parlare. E le amiche capiranno. 







sabato 7 marzo 2015

Caffè bollente

Sono le sette di mattina di sabato e, fidatevi, è da ieri alle 16,35 che ne ho abbastanza del weekend.

Dovrei andare in montagna, con Uomo e Princi.

Voglia zero. Grande desiderio di togliermi da dentro la mia pelle e librarmi altrove, ma se mi chiedete dove, ora sinceramente non lo so.

Ci sarebbe una casa da ristrutturare a Genova. Ci sarebbero commissioni da fare qui. Ci sarebbe una pila di cose da correggere. Ci sarebbero ore di studio in cui annullarsi.

So solo una cosa. Voglio poter improvvisare. Ma l'ultima volta che l'ho fatto ho distrutto il motore della mia auto, e adesso anche quella di mia zia fa un rumore strano. Credo che, se dipendesse da me, ridotta all'impotenza senza le mie fide 4 ruote sotto, il weekend lo passerei a letto. Sto rileggendo La donna del tenente francese e posso non alzarmi nemmeno per fare pipì finché non è assolutamente indispensabile.

Curiosamente c'è un posto dove vorrei andare, ed è Via del Golf. Non so perché, dato che è lontano, scomodo e dovrei pulire tutta la casa.

Per qualche assurda associazione di pensieri, forse con l'infanzia, forse con le giornate tutto sommato belle che ci abbiamo passato l'estate scorsa, sento che là avrei meno paura. Dei conti da pagare, del matrimonio che vacilla, del non arrivare dappertutto. Là sembra esserci sempre un momento in cui l'importante è solo vedere se dal giardino sta arrivando qualche gatto. Là stranamente io non mi sento strana dentro la mia pelle, sono una mamma quarantenne con figlia quasi maggiorenne, una moglie borghese e una donna adulta e niente di tutto ciò mi sta stretto. Forse perché, dopo secoli che non ci andavo, è come inaugurare un capitolo nuovo, tornarci così, con la mia vita talmente cambiata.

Comunque. Mi sono ammutinata fin dall'alba e così il caffè per una volta me l'ha fatto l'Uomo. Ma ora vado, perché in 14 anni e mezzo non ha ancora capito che lo voglio bollente e quindi non me lo deve versare nella tazzina prima che abbia mangiato.

martedì 3 marzo 2015

E adesso anche basta, però

Oggi ore 8 mi fiondo in terza per posare il registro e le borse, mentre in aula computer la stampante sforna la copia madre del compito di storia, uno dei più cattivi che abbia mai prodotto.
Le domande sono divise per livello di difficoltà.
Ma c'è dentro tutto. Tutto. Il gas mostarda Ludendorff Fokker Fisher Brest-Litovsk Ekaterinenburg lo shell shock i sottomarini le Dreadnought Caporetto Lemberg e i laghi Masuri.

Sudano sangue per un'ora. Scatto e Svacco, quest'ultimo in punizione da gennaio per il 5 di Storia in pagella, mi danno una prova molto completa. Il Re del Tevere invece, confuso forse dai suoi successi al corso pomeridiano di Latino, fa un disastro. Sandra Bullock, altra con insufficienza da recuperare, fa bene. Svampo si agita invano. È come far fare un compito sulla Grande Guerra a King Kong, con lui.

E poi eccolo. In felpa rossa e sguardo accattivante, Sgamo ha finito prima degli altri, sta rilassato nel banco e fa saltare la penna in mano come d'abitudine. Quando ritiro la prova e dò un'occhiata, nel più facile degli esercizi a completamento mi ha scritto che l'Italia entra in guerra nel 19015.

Ovviamente gli faccio una scenata da Orso d'Oro al Festival del Cinema di Berlino. Sembro Meryl Streep in Silkwood, sono immensa, davvero. Arrivo fino a far fare la fotocopia ingrandita dell'errore, ritaglio la frase, gliela faccio firmare e la appendo al muro. E intanto osservo: dallo sghignazzo passa al rossore, dal rossore alla deglutizione faticosa, tanto che mentre firma attorniato dalla cagnara dei compagni gli trema la mano, e a me scappa di scompigliargli il Sacro Ciuffo con una manata. Dopotutto sto scherzando, è chiaro che è una sbadataggine.

Dopo, nell'intervallo, racconto alla collega di sostegno, che era fuori con Stondaio e Waanaagsan, la scena. Lei mi fa: io non lo capisco quel ragazzo. E io: è ferocemente disturbato, nel suo rapporto con i docenti, ma lo vedi che seduce, poi prende in giro, poi cerca ammirazione, poi fa il figo, poi ci resta male...

Tornata in classe glielo dico: la collega ha detto che non ti capisce, io capisco che sei un pasticcione!!! Perché dovresti stare un po' attento a non fare il figo e poi cascare sulle scemate, tu sei bravo.
Lei dice, prof?
Io dico, sì.

Ma forse anche io non capisco abbastanza, perché sono le 14.00 e sul gruppo Whatsapp della classe (in cui mi hanno inserito d'arroganza, rubando il mio numero di cellulare da una comunicazione per gli assistenti di comunità di Waanaagsan) mi allertano che Sgamo ha preso un'altra nota sul registro appena io sono uscita da scuola. È lui che si autodenuncia, anzi. Io mando sei megabyte di faccine incazzate. Ma insomma non è possibile mi prendete in giro? domani c'è consiglio di classe!!! e su non fate sul serio, VERO??? Dai che sono immersa nel lavoro e sono pure malata.
Sotto, in mezzo alle assicurazioni degli altri che purtroppo è vero, compare un disarmante Non volevo rovinarle la giornata prof.

Allora io penso due cose. Una è che Sgamo ci sta supplicando di sospenderlo. L'altra è che gli servirebbe un grosso grosso grosso abbraccio, con rassicurazione ferma e definitiva che lui ce la può fare, ma che non sta a me darglielo, anche se lui se lo prenderebbe volentieri.

E domani, se il preside ci scavalca di nuovo sul comminare il provvedimento disciplinare, scatta la rissa.







Niente tace

In questa settimana di terribili impatti con la realtà, ho seguito il filo rosso di un commento, e trovato lei: https://tuttotace.wordpress.com

Leggere qua e là la sua storia mi ha messo in uno stato tremendo. Ma mi ha anche tenuta inchiodata al presente, e impedito di svalvolare in un passato e in un futuro che non mi appartengono. Il presente è questa settimana che mi ha terrorizzato, rendendo attuali le mie peggiori paure.

Il presente è Lui, l'Uomo, che fissa il nulla fuori dalla finestra, o sul soffitto, o sul pavimento, e parla di andarsene. Il presente è Lui, l'altro, che per la seconda volta da quando è successo tutto mi incontra e mi accarezza con gli occhi. La prima volta, pensosi. Stavolta, felici.
Il presente è essere all'improvviso tutti e tre negli stessi quattro metri quadri. E venirne fuori.
Il presente sono io che, seduta davanti alla psicologa della Princi, dichiaro che non ho intenzione di restare sola e tenere botta. Che se l'Uomo va via io crollerò, e non possono costringermi a crollare davanti alla Princi. Il presente è questa donna che in una seduta sola riesce a vedermi piangere, spettacolo raro, in presenza di terzi non consanguinei, quanto l'avvistamento di una tigre bianca.
Il presente è mia figlia che non sa come far fronte al terrore di perdere uno di noi, o entrambi, e si fa un selfie ogni due ore, mettendolo ogni volta come immagine profilo su Whatsapp e documentando così i suoi sbalzi d'umore incontrollabili.
Il presente siamo io e l'Uomo che ci aggrappiamo a un filo sottile, che pensiamo a cosa mangiare per cena, e io esco a fare la spesa e mi sento svenire dall'angoscia alla cassa del supermercato, oppure mi sento meglio mentre cammino per strada col cane e penso che ogni istante potrebbe essere l'inizio della ripresa.
Il presente sono io che per il tempo di una sigaretta o di una doccia penso a tutto quello che vorrei dire all'altro se potessi, e resto stupita dalla serena bellezza di quel che provo e dal semplice fatto di provarlo.
Il presente è che incontrarlo ha liberato dentro di me un'ennesima ondata di gioia e di vita e io l'ho presa e ne ho fatto scaturire il coraggio di lottare con l'Uomo. Il presente è che la psicologa della Princi ha dato altro coraggio a me e all'Uomo per lottare, e io ho preso questo coraggio e ne ho speso parte per augurare silenziosamente all'altro ogni bene.

E stare qui di nuovo al centro di questo vorticoso dolore, di queste gioie che rimbalzano e colpiscono come palline del flipper, di queste domande, capendo che io, di mio, le risposte le avrei, ma accettando che sia tutto diverso da quel che potrei dire o fare io.

lunedì 2 marzo 2015

Resta o croce

Le opzioni sono tre. 

Stai qui. Aspettiamo che passi. 

Vai un po' più in là, per un po', ma senza cancellarci dalla tua vita. 

Vai via. 

Le abbiamo analizzate. Io non sono d'accordo su due di queste tre. E non collaborerei mai.

Se tu ci sei, io scendo dal letto e preparo la colazione. Se tu non ci sei, io non lo faccio. Non faccio niente. 

L'opzione di mezzo, ai miei occhi, non esiste. Ma ho provato lo stesso a farti dire come la immaginavi. Non ci sei riuscito. Così ti ho detto, calma: andrai quando ti troverai un appartamento, non voglio doverti cercare ogni volta che ho bisogno di un documento in casa o vederti passare ogni volta che ti servono i vestiti. Vuoi dormire in albergo stanotte? E intanto pensavo: povera cretina, è inutile che tu ti finga fredda e razionale, e se dice di sì? 

Ma tu non hai risposto. Hai detto che volevi toglierti dal disagio che provi, non da me. Hai provato a restare immobile. Il panico è lentamente passato. Hai ripreso fiato, proposto cose da fare nell'immediato. La merenda, la spesa secondo il piano della dieta iniziata insieme. Ho detto di sì, poi ho guardato l'ora, al rientro della Princi mancava ancora un po'. Mi sono avvicinata, ti ho detto che ci prenderemo cura l'una dell'altro. Ti ho spogliato, mi sono spogliata. Siamo stati abbracciati. Mentre stavo con il viso sul tuo petto ho realizzato che dentro di me qualcosa vive, qualcosa canta ancora piano, ogni volta che posso esprimere come mi sento veramente. E l'ho sentito cantare sotto gli occhi di un altro perché con te non potevo più dire chi ero. Ma adesso che non c'è più niente che sia rimasto sacro, niente che sia rimasto intero, è inutile che nasconda quel che provo, più danni di così non se ne farebbero comunque. E allora faccio quel che mi viene, così sento quel canto e voglio che lo senta anche tu. Se mi lasci devi lasciare me, non quello spettro cui mi stavi riducendo. 

L'altra sera lui mi ha sorriso, e, anche se l'incontro è stato uno choc tremendo, il suono della sua voce, la luce calda nei suoi occhi mi hanno ricordato chi sono. Una donna, non uno spettro. La tua donna, tra l'altro, e nel bene e nel male. Tutta intera. 

È questo che lasci se te ne vai: una donna con il cuore che canta, piena di vita e di amore, e non me ne frega un cazzo se ti ho tradito, non ho tradito me stessa, quello lo farei adesso se non lottassi per te, per noi e per difendere quel canto.

Forse è solo questione di tempo. Lo so. Ma sono testarda di natura, ti cercherei in capo al mondo se te ne andassi, figurati se ti lascio in pace mentre sei qui. 

Se questo pomeriggio sia stato il canto del cigno, o se un giorno mi ringrazierai per non aver ceduto le armi, lo dirà il seguito. Finché sentirò cantare, andrò dietro alla musica, del resto non vedo alternative. Fa un male porco, non vedere alternative. Ma così è. 
















domenica 1 marzo 2015

Mazzate nello stomaco e barattoli

Il lunedì il marito è in brutta e non si sa perché. Si scoprirà a breve, e piangendo da star male.

Il martedì la lite è talmente grave da lasciare a pezzi tutti, anche la povera Princi sempre più spesso ormai tirata in mezzo, che poi sbarella e lacrima per giorni. 

Il mercoledì tutti allineati e compatti si riprova a farcela, svegliandosi alle 4 con l'iperventilazione e venendo tenuta abbracciata stretta due ore prima della sveglia: e quanti ANNI erano che l'Uomo non mi teneva abbracciata per due ore? Cinque? Sei? Beh. 

Il giovedì, alzandosi con tutta la famiglia dal tavolo della cena, si gira lo sguardo sulla sala del ristorante e si scopre che per quasi due ore si è data la schiena a qualcuno che non bisognerebbe incontrare possibilmente mai più. E questo qualcuno, tranquillamente ignaro del fatto che l'Uomo sa tutto e quindi libero di esprimere le proprie emozioni in modo sfacciato, nel vedere Castagna incenerisce l'intera sala con un sorriso pieno di gioia, di quelli che passano anche dagli occhi, e che occhi. I significati dei verbi soffrire, vergognarsi, sprofondare e pentirsi raggiungono profondità e sfumature prima credute inarrivabili da essere umano.

Il venerdì, suturandosi a fatica le ferite e cercando di sciacquare via l'ennesima chilata di sale gettata negli squarci ancora aperti, si riparte lo stesso, col freno a mano tirato ma avanzando. Due ore e un quarto di terapia di coppia in cui si sviscerano cose e finalmente Castagna si incazza bene e a voce alta, e si esorcizza l'orrendo frontale della sera prima parlando di sfiga, perché questo è, sfiga, che proprio nel momento più faticoso della salita lo si incontri continuamente a ricordarci che siamo così fragili. 

In una nebbia confusa Castagna ha lavorato e fatto da mangiare e firmato fogli e fatto telefonate, lo stesso, anche se dentro era un cumulo di macerie, e così han fatto l'Uomo e la Princi. Il weekend, da accordi, sarebbe stato suo, per andare nel suo Tibet italiano a sedersi un po' per terra a prendere appunti sul pensiero mahayana. Invece ha preferito uscire sola il venerdì sera e tirare le due di notte a parlare con la Tipa, dopo una tranquilla cena con Nipotina e Coccodrillo, rientrare all'ora del lupo e andare a dormire vestita per portare la Princi a scuola alle 8.

Poi il sabato ha tentato di passarlo a casa. Venute le tre di pomeriggio, si poneva la scelta tra silenziosa rassegnazione a rimuginare tra sé le proprie frustrazioni e ulteriore discussione con litigata e pianto. 
Al che ha temporeggiato per un po' fingendo di dormire. Poi ha afferrato il cellulare e scritto alla Princi: Io vado in montagna tra un'ora, tu? e la Princi è saltata giù da una giostra al luna park ed è corsa, tenendo tra le braccia un imbarazzante maiale di peluche rosa vinto al tiro a segno, verso casa.
E dopo altre due ore Castagna sta abbracciando la sua amica Cavallino che tanto le manca anche se si sentono sempre, e poi il cielo è stellato e nero e la casa è bella calda e la Princi sembra una bambola russa, con quel musino stanco, tutta imbacuccata nelle coperte. 

E così si è arrivati alla domenica mattina e davanti alla finestra c'è bianco. Scende una leggera nevicata e il pozzo di domande che sta al posto dello stomaco ribolle. Ma tra poco sarà l'ora di rientrare e portare via un po' di barattolo, per affrontare la nuova settimana. 

Perché, come ha detto una volta Strega Celtica, un'amica nuova che niente sa ma molto percepisce, si sopravvive sempre. È questo il guaio, ha risposto Castagna. 





mercoledì 18 febbraio 2015

Chi per lungo silenzio parea fioco - parte seconda

Madre di Castagna.
Madre di Castagna negli ultimi mesi ha cambiato casa, e dopodomani vende la sua metà di Cime Tempestose. Si è trasferita nella casa che fu della Vecchia Sibilla, sua madre, una volta rimasta vedova del Nonno Mego.

(Un giorno la Sibilla si svegliò e in letto a fianco a lei c'era il Nonno Mego. Cosa impossibile, dato che il nonno era un medico e un uomo sempre attivo, e quando non era a visitare gente era in giro: a fare la spesa, a caccia, a giocare a bocce, per pranzi dai figli o in osterie di campagna, a bere con gli alpini. La Sibilla, bella come un'attrice - per la precisione, dopo una certa età identica a Jessica Lange - scodellati tre figli faceva la moglie do scio mego, supervisionava con aria annoiata la cucina e la famiglia, fumava e leggeva, non aveva bisogno di alzarsi presto, per quello c'era la cognata, la Prozia Maestra. Beh quella mattina il nonno era a letto, infatti era morto. Vent'anni dopo il figlio maggiore si sdraierà sul letto dopocena, a vedere C'era una volta il West. E non si alzerà più. Mia madre ha un filino paura degli attacchi di cuore, e chi la biasima.)

La casa della Vecchia Sibilla io l'ho sempre vista buia, e finchè lei si faceva due pacchetti al giorno era anche puzzolente di fumo, poi con mobili pesanti, con persiane sempre a mezz'asta, con la tv sempre accesa. Mia madre l'ha trasformata in un elegante e accogliente appartamento dai muri colorati, arredandola con l'impeccabile gusto che la contraddistingue e rendendola gloriosa con una sapiente distribuzione di quadri (tra cui, va detto, la Daisy Fay dipinta dallo Psicozio risalta come una vera chicca).
Quando è lì, mia madre sembra persino felice. In realtà ha passato le festività natalizie in uno stato spaventoso, e anch'io a dire il vero. L'assenza di papà, sia pure di un papà immobile in letto, si è sentita fortissima.
Comunque adesso ha recuperato un po' delle sue belle iniziative, fa di nuovo volontariato, va di nuovo a ginnastica, cura il suo anzianissimo gatto che sta dando segni di cedimento, e per il resto corre tra impegni vari, sfuggendo di misura agli squali e digrignando i denti, esattamente come me.
Non ci vediamo spesso e credo che vada bene così.
In realtà, a me interesserebbe soprattutto vedere come si rapportano lei e la Princi. Nel poco tempo che hanno trascorso insieme finora si sono studiate come due gatte diffidenti, ma reciprocamente attratte. Sono due caratteri fortissimi e ciascuna riconosce nell'altra un qualcosa. Ma soprattutto io quando le guardo interagire vedo una somiglianza impressionante, nel modo di fare, in certi gusti, nelle intuizioni, di cui anche la Princi sembra essere consapevole, mentre mia madre no, o forse lo sa ma non se lo dice. Attendo sviluppi.

sabato 14 febbraio 2015

Chi per lungo silenzio parea fioco - parte prima

Di Castagna sapete abbastanza, come aggiornamento vi do solo che ella combatte ancora e che ha appena preso un'altra batosta, di quelle proprio fetenti, perché arrivata a cielo quasi sereno da un'amica. Magari ne parleremo, ma spero in sviluppi positivi e per adesso non ve la sto a mettere in piazza qui, ché questa per me è amica in carne e ossa da quando eravamo ragazzine con lo zaino Invicta, ma pure voi la blogconoscete da un pezzo.
Non c'è molto altro da dire di me, se non tanta tanta fatica e qua e là piccoli sprazzi di bene, come la Princi che esce dalla piscina esaltata: Mi hai vista, che nuotavo dove non si tocca? Sì amore, ma anche dove tocchi ormai i piedi non li metti più giù. Davvero? Davvero, in compenso l'istruttore ti ha sgridato per la postura a dorso. Sì, non so perché mi va giù il culo!!! Te lo dico io: perché abbassi il mento per guardare l'istruttore. Davvero? Davvero.
Anche io guardo l'istruttore, ma l'altro, quello di agonistica, che è alto moro c'ha poco più di vent'anni e il vizio di stiracchiarsi con grande dispendio di dorsali e pettorali, santa Madonna. A riprova che non sono ancora morta.
Poi Atreiu, che viene a trovarmi all'ultima ora. E mi dice che dalle superiori chiedono di non stare a fare precorsi di Latino, ma di potenziare l'analisi logica. E mi guarda da parecchi centimetri più in su con affetto, e fa: Che poi io penso sempre che mi vergogno tantissimo di come mi comportavo coi miei professori alle medie. Non mi sembra nemmeno possibile se ci penso adesso.
E i miei occhi senza che me ne renda conto si spostano oltre lui, oltre la vetrata del corridoio, nel giardino dove abbiamo piantato la magnolia per la Compagna Collega.
E cose così. La sopravvivenza quotidiana.

Ma questo non era un post per parlare di me.
Era un aggiornamento su tutto il resto, che qua i mesi passano.

Sanguedelmiosangue.
S'è messo con un Irlandese. Bello, gentile, fedele. Poi però quando stava per chiedergli di andare a vivere insieme s'è incasinato. E l'Irlandese, che a questo punto stava qua per lui, è ripartito.
Le nostre serate a base di pizza e Nescafé sono ormai l'immagine fedele del detto "rido per non piangere".
Peraltro il ragazzo studia, si dà da fare per cercare lavoro, insomma la sua vita non si è fermata.
Mi ha fatto un cd da ascoltare in macchina. Un cd che gli avevo chiesto l'estate scorsa con l'esplicita precisazione: me lo darai quando vedrai che mi è passata.
Lui ha aspettato. Ha aspettato da agosto a gennaio. E dentro il cd ci ha messo questa:
Mio cugino mi capisce troppo bene. Meglio di chiunque altro.







venerdì 6 febbraio 2015

Quando arriva la notte

Il peggiore di tutti è stato il sogno ambientato in montagna. C'è l'Uomo. C'è l'altro. C'è anche Sanguedelmiosangue. C'è un bel sole e siamo proprio in vetta. Non so cosa ci facciamo lì insieme. Ma non è brutto.
Però, in questo sogno, io sono diabetica. E ad un certo punto ci rendiamo conto, tutti contemporaneamente, che non c'è l'insulina.
Non c'è nello zaino, e le città sono lontane. Non ci arriveremo in tempo.
Cugino, marito e amante vanno in agitazione. Si guardano, e mi guardano, consapevoli che è troppo tardi per fare qualcosa.
E io penso: "Beh, ma va bene così, dopotutto, che io levi il disturbo, no?"

Quando ho fatto questo sogno, era l'estate scorsa. Era il picco, in una serie di incubi orribili da cui mi svegliavo piangendo, parlando, gridando.

Ho ripreso a dormire in letto con l'Uomo, e in generale ho ripreso a dormire. Ma ho ancora paura di addormentarmi.

mercoledì 4 febbraio 2015

Passare l'inverno

Tornata a lavorare dopo otto giorni otto, e neanche tanto in forma per la verità.
Stando a letto al caldo ti proteggi da molte cose, ti riposi da molte altre, però conti anche le cicatrici e, merda, sono abbastanza da tenerti impegnata per un bel po' di ore, mentre gli altri sono al lavoro.

Parlavamo di sentimenti molto molto privati e individuali e di questioni di fatica bruta matrimoniale, però non è che mentre qui ci si occupava di queste urgenze il mondo intanto stesse fermo eh, anzi questo primo mese di 2015, come dire, non si è posto particolarmente bene, no. E vedi intorno gente che soffre, gente che si arrabbia, gente che si rassegna, gente che molla. Gente che si agita. Senti parlare di divorzi, di litigarsi i figli tramite azioni legali, di ricominciare tutto in un altro modo da un'altra parte, di ripartire per una verde isola lontana, di chiudere con una città e seppellire il passato.

Cambia il presidente della repubblica e, mah. Non sai cosa pensare. Di lui, di Renzie, di tanti altri. Non riesci a seguire questa politica che sembra sempre uguale e sempre meno legata ai problemi del Paese, e vorresti che almeno almeno ti dicessero PERCHE' i legali di Berlusconi dovrebbero prometterci che nel 2018 il tristo figuro sarà rieleggibile. Voglio dire, avrà anche 82 anni per allora, ammesso che ci arrivi, e anche se si fa criocosare nella sua cripta di Arcore, non è che da surgelato sarà meno morto, più giovane, più onesto o più furbo. E se gli andrà di culo sarà ancora vivo e racconterà ancora sordide barzellette pensando di essere figo, ormai siamo rassegnati. Ma dovrebbero rieleggerlo? Fosse Fidel Castro, capirei il senso, ma solo fino a un certo punto comunque, che anche Fidel e Raul ragazzini non sono eh. E poi io in ogni caso volevo l'altro. Non l'Ernesto. Il Camilo. Che non se lo fila nessuno nei libri di storia perché è morto prima ancora del Comandante, ma era ridente coraggioso barbuto e bello.

Cambiano le carte in tavola, perché il preside non ci lascia applicare il regolamento e non permette di sospendere Sgamo. Sgamo fa il grandioso. "No ma è simpatico, il preside".
Castagna lo gela: "Sì? Mi fa piacere. Ma il preside è un reggente e tra massimo due anni se ne va. Noi restiamo. E' a noi che interessa che i ragazzi qui rispettino le regole. Quindi se secondo il preside tre note sul registro di cui due dalla stessa prof non sono sufficienti, e poi non sono in rosso, bene, del resto il preside non ci conosce e noi non conosciamo lui, ma la prossima volta che ti cade una biro dal banco la nota te la metto io, rossa e lunga così, e vedi che alla fine i conti li mettiamo in pari lo stesso."
Sgamo afferra il concetto.

Abitudini che avevi preso, e che ti facevano male, scompaiono. Altre che volevi instaurare, perché ti facevano bene, vengono sabotate.

L'amico di sempre, quello che consideravi finalmente davvero un fratello, si appella alle tradizioni incestuose delle famiglie regnanti di Game of Thrones e fa un ulteriore tentativo di diventare il diversivo nella tua travagliata vita sentimentale, e per l'ennesima volta prendi atto di avere allevato in seno, con sincero affetto, una persona le cui intenzioni non sono cattive ma nemmeno limpide. E lo sposti un po' più in là e continui a volergli bene, come a un fratello, sul serio,  ma smetti di dirgli come stai veramente, e ti senti un po' più sola.

Avevi programmato un bel Tibet da fare in tre o anche in quattro. La tua amica non ci verrà e tuo cugino nemmeno. Forse tua figlia, ma spiegarle come siete messi tu e l'Uomo ha fatto boomerang: non l'avevi mica pensato, che il tre è un numero maledetto e che di tre, uno si schiera sempre con uno degli altri due, e che non è mica detto che vada come fa comodo a te. Eppure la triangolazione padre madre figlia la conoscevi molto bene. Ma chissà. Credevi che fosse chiaro come l'acqua pura di un ruscello di montagna che ce la stavi mettendo tutta. Poi, dal di fuori, quel che sembra così chiaro dentro non si vede, ed è la storia della tua vita, che parli una lingua che capisci solo tu, per quello stavi per scappare via con qualcuno che, contrariamente a qualsiasi previsione, sembrava sapesse il tuo alfabeto più vero prima che tu potessi anche solo pensare una frase.

Il lavoro è sempre tanto e aiuta, e aiuta cambiare i mobili del salotto, e aiuta anche stare zitti perché si ha la tosse. E aiuta anche tossire fuori tutto lo sporco. L'inverno ha da passare, comunque, e poi. E poi?