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mercoledì 9 novembre 2016

Amor materno

Oggi mi fermo a scuola con un gruppetto di III C. Nosferatu, Attimo Fuggente, Mammina, Sveglia, lo Stuonato, Cavallona, Carotina, l'Adorabile,  la Gnocca.

Con  55 minuti di pausa tra lezioni del mattino e del pomeriggio, posso ovviamente solo pranzare al baretto. Mi aggrego, visibilmente non invitata, alla collega Troll e al Genuino, che pranzano con otto alunni della loro terza. Mentre andiamo, la collega dice ai suoi pargoli: "Visto? Abbiamo trovato anche una zia" e poi spiega con aria complice: "Sai, abbiamo deciso che io sono la mamma, lui è il fratello grande, perché è un po' giovane per fare il papà, e allora tu puoi essere la zia". Il Genuino giustamente bofonchia: "Ma, ora magari il fratello grande..." E io secca: "Già, in rapporto agli alunni fratello grande è pericoloso. E anche mamma, considerato che molte madri raccattano calzini e stanno zitte... Io continuo a preferire professore e professoressa."

Dite che sono stronza?

Bravi, allora stavate attenti, sono proprio stronza. È che il Troll se lo merita. Eccome. È iniziata la guerra. Il Gigante ha cercato di avvisarmi, con una frase che suonava: "Tu hai preparato qualcosa per la manifestazione del 4 novembre?" E il cui significato reale era: "Occhio che si stanno organizzando senza di te, le tue colleghe di storia, ti smerderanno". Io capisco dopo, quando incontro la collega Troll che nel corridoio, falsa come Giuda, mi dice zuccherosamente: "Oh scusami, spero che tu non ci sia rimasta male, non volevamo tagliarti fuori, credevo che ti avessero avvisata, nella confusione abbiamo dimenticato di dirti che..."
Io taglio corto: "Cosa? avete preparato qualcosa da leggere davanti a sindaco alpini etc? Ah ok, non c'è problema. I vostri leggono, i miei no, niente di grave, tanto guarda in questo periodo ho altro di cui occuparmi" e tiro dritta, perché ho grane una sull'altra. Tra cui una segnalazione ai servizi sociali e un altro alunno in arrivo dalla comunità, pare.
Ormai comunque mancano meno di 24 ore, e qualsiasi bella idea mi venga non faremmo in tempo a realizzarla.
Mi limito a dire alla terza, in assenza di testimoni: "Di là le colleghe hanno fatto preparare delle letture da fare alla cerimonia. Io vi ho spiegato di che si tratta, e a parte questo mi limito a sapere che siete quelli che di storia ne capiscono di più, quindi mi aspetto che siate i più attenti ed educati. E, anche se non farete domande perché non ce ne sarà tempo, dò per scontato che le vostre sarebbero domande intelligenti." Come non far battere ciglio a ventitre alunni per una durata di due ore di alzabandiera, filmato, trombettista, discorso del sindaco e abbassabandiera. Sono talmente attenti che non si accorgono che al suono de "Il silenzio" io piango. Non che me ne stracatafotta una sega del 4 novembre, io detesto tutto ciò che ha a che fare coi militari, pace sia alle anime dei caduti eh. Ma mio padre era un alpino, ha fatto la guerra, al famoso pezzo per tromba gli scendeva sempre una lacrima. E mi manca da star male.

Comunque nei giorni successivi rifletto sui ruoli similgenitoriali che a noi prof toccano, volenti, nolenti e più o meno affetti da manie di protagonismo e/o tendenza a porsi come complici dei propri alunni (aggiungerei: a trattare i propri alunni come bimbetti dementi in terza media. Io ai miei che escono a pranzo dico: "e vedete di sedervi due tavoli più in là, che non sono in servizio e voglio mangiare in santa pace. Chiaro?")

Sono costretta a riflettere sui ruoli perché l'Orientale di seconda continua a tampinare tutti i prof dicendo che sua madre la picchia e la spinge sulle scale e qua e là e sa io fumo prof, e non mangio da due giorni, no però mio padre è meglio di no non lo chiamate sono separati, e c'era un uomo in casa l'altra sera e non so chi era e io qua io là, no, poi, però, ma cosa succede ora se chiamate i servizi. E la madre, in un italiano impossibile fatto di parole incollate a caso e pronunciate in modo stranissimo, prova a spiegare alla preside che lei è sola e non sa leggere e deve lavorare tutto il giorno fuori e la figlia non le obbedisce etc etc e forse meglio casa famiglia, poi però quando io dico che i servizi possono mandare un educatore a casa scoppia in lacrime perché gliela portano via, la figlia, oddio. Ma no signora, però avete bisogno d'aiuto, lo state chiedendo in due. (La ragazzina è una ninfetta pallista, la madre una poveretta confusa. Ma hanno ragione tutte e due: non si va avanti così, qualcosa bisogna fare.)
Insomma la ragazza le sta provando tutte, e il contrario di ciascuna, per attirare l'attenzione, e io ho detto la mia, e la mia è: sta inventando, ma sta male, la madre ammette di avere problemi, lasciarla sola, alzarle le mani e non riuscire a gestirla, e se le succede qualcosa noi eravamo informati. Al che la preside Chic si decide e fa scrivere la segnalazione. Il Genuino mi chiama preoccupato perché la ragazzina all'idea che la lettera parta è impazzita. Così ci ritroviamo a saltare mezz'ora di lezione e calmarla in tre. Tre su quattro che lei ha interpellato, perché ormai da un mese siamo sulla questione, e fondamentalmente oltre alla preside e al vice la ragazzina ha visto il Genuino che è il suo coordinatore, me che sono autorevole per esperienza sul campo, la Pianista e il Magnifico che sono di sostegno. E quindi si è creata una specie di task force che sembra una strana famigliola.  La Pianista va in ansia e trema a ogni confessione della ragazzina. Il Genuino suda, le parla con tono gentile e tratta le cose burocratiche con il suo piglio un po' orsacchiottoso, ma con grande efficienza. Il Magnifico ascolta, annuisce, non si sbilancia e le fa domande, senza farle sconti. Io le spacco il mazzo ogni volta che si contraddice e cerco di prepararla al fatto che i servizi faranno molte domande e lei deve essere coraggiosa e magari anche sincera.
Lingua mortal non dice quanto mi sento merda dentro, di aver assunto il ruolo della Madre Normativa. Proprio io con la mia Princi preziosissima strappata a cose orrende e messa in salvo dai suoi prof.
Comunque, anche se nessuno ci chiama mamma zia fratellone o "bella, cuggi", alla fin fine siamo una specie di ipergenitore quadrimensionale multisfaccettato. Io, fossi nell'Orientale, mi fiderei. Ora speriamo che i servizi facciano il loro lavoro.




mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.





















lunedì 31 ottobre 2016

Qualche input positivo

Nelle ultime ore di questo pesante ottobre ho imparato che:

- esiste una cosa più difficile del corso istruttori yoga ed è il corso di perfezionamento per istruttori yoga

- posso fare garudasana in sarvangasana senza spaccarmi le vertebre del collo

- mi piacciono i ramen in brodo piccante

- alle tre di notte vengono delle belle idee, non è il caso di pensare solo a cose tristi. Poi va beh ho avuto gli incubi tra le 5 e le 7, ma insomma

- nessuno può costringermi a festeggiare Halloween se non me la sento, ma terrò delle caramelle in tasca per quando vado a prendere la Princi in discoteca, sia mai che incontri dei vampiri.


domenica 30 ottobre 2016

Fatica

Il fatto che dormo di nuovo. Come un cazzo di criceto in letargo, dormo. Il fatto che per dieci settimane ho corso in su e in giù per l'Italia con un trasportino in macchina. Il fatto che poi ero assuefatta a fare 5 ore di macchina ogni due o tre giorni e continuavo a guidare senza pace. Il fatto che prima un freddo boia e i termosifoni spenti, ora caldo umido primaverile e i termosifoni a mille.
Magari anche l'aver preso su di sé notevoli grane da pelare a scuola, l'aver accumulato impegni cercando di non pensarci, ma avendo in realtà l'angoscia di ritrovarsi addosso avvocati commercialisti fisco amministratori etc. 
Tutto questo. 
E l'Uomo di cui non si decifrano i pensieri. E la figlia che costantemente minaccia in modo neanche tanto velato conseguenze cosmiche. 
E le amiche che ce ne fosse una che non è in crisi.

Fatto sta che in ottobre, che sarebbe il mio mese preferito, ho tirato l'anima coi denti. Oppressa dalla tristezza. E sempre scarica. 

Adesso cambiano l'ora e verrà buio prestissimo. Sto pensando con desiderio a un antidepressivo, fosse ben solo l'erba di San Giovanni. 

Clorofilla, dice la maestra di yoga. Pratica, pratica di più, fai del pranayama, dice la formatrice del corso istruttori. Mia figlia si autocura con potassio, magnesio, vitamina B, nicotina e massicce dosi di Tipello Tenero. Mio marito ha proposto la montagna, le terme, le caldarroste e di decorare casa per Halloween, peccato che abbiamo realizzato solo l'ultima delle proposte e comunque lui ad Halloween è via. Salta addosso al Magnifico, propongono unanimi Pellona e Noisette. Ti presto una nuova serie tv, dice Sanguedelmiosangue. Ti intestiamo Via del Golf 13, ha detto ieri mia madre. 

Io ho solo voglia di una grande stanza matrimoniale con tendaggi e telerie da letto sui colori del bronzo, dell'arancio e dell'oro, con un bel sole fuori, e di raggomitolarmi e dormire. Mi manca il mio cane. Mangio senza sentire i sapori. Cucino e mi viene tutto male. Giro in macchina in mezzo ai boschi colorati e mi chiedo se dovrei passare dal canile a prenderne un altro. Ma mi manca lei. 

Fosse la sola cosa che mi manca.

Comunque.

Adesso devo studiare per l'esame da istruttrice. E oggi inizio la postformazione, perché dice la nostra docente che siamo promosse. In ogni caso c'è da scrivere la tesina e io la scriverò sulla fiducia, quindi chiaramente non posso crollare ora. E questo è quanto. 

Mah. Se sono sopravvissuta a tutto il 2015 e mezzo 2016, praticamente possiamo dare per scontato che sia in grado di fare qualsiasi cosa. Quindi la mia cura è proiettarmi in avanti e pensare a come sarà tutto questo tra un po', quando avrò ultimato alcuni dei miei progetti. Che evidentemente vanno avanti anche quando io sono totalmente morta. 

Ora borsa per lo yoga, e devo far qualcosa per questi capelli. Ottobre finisce così.


martedì 18 ottobre 2016

Heart keeps beating

Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.

I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.

Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.

La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.

Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.

La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.

Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.

La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.

I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.

Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
























martedì 11 ottobre 2016

Parte di me


Con un cane è diverso, vedrai.
Me lo avevano detto tutti.

E infatti: sono nata e morirò con un gatto sul letto, li ho amati tutti da morire, ma questo, questo di avere una parte di te che zampetta attaccata a un guinzaglio blu, questo di essere il sole la luna e tutte le stelle per qualcuno, si fa una sola volta nella vita.

Ma questo cane fa sempre così, anche a casa? mi chiese una volta mio padre.
Così cosa?
Di non staccarsi mai da te.
Sì, sempre.

E risento le tue unghiette sul pavimento quando arrivavi correndo e trascinando il cuscino in bocca per sistemarti vicino a me.

Sei stata straordinaria fino alla fine, hai fatto innamorare tutti, hai voluto un bene infinito a tutti. Ti interessava tutto, eri curiosa, capace di ricordare, di capire, testarda come una spina in un dito e paziente come un monaco zen.

L'ultima cosa incredibile di te era che in clinica accudivi i cani malati stando vicino a loro quando dovevano svegliarsi dall'anestesia. Me lo hanno detto, ma solo quando l'ho visto coi miei occhi ho pensato che non mi meritavo neanche di averti. Cazzo, se non ti reincarni tu in qualcosa di migliore, proprio non so chi (il gatto lo lascio fuori dal discorso, solo perché era già un bodhisattva che si cammuffava sotto una pelliccetta grigia).

Sei stata una piccola, instancabile guerriera. Ci hai insegnato cose. Ci hai lasciato un guinzaglio blu, molti cappottini, un cuscino distrutto, e un prato dove correvi e scavavi dissotterrando conchiglie preistoriche. Andrò lì quando vorrò stare un po' con te, piccolo chien, disgraziata, che cazzo di strazio atroce che è non poterti più accarezzare, avanzo di canile. Ti ho amata tanto.





giovedì 6 ottobre 2016

Come d'autunno sugli alberi le foglie

Uomo a Genova, figlia con capricci misti, cane rientrato ieri da clinica abbastanza malconcio.

No ma va tutto bene, l'Uomo lo vedo oggi a pranzo, la figlia si lamenta e aggredisce continuamente ma alla fin fine fa quel che deve fare, il cane ieri era disappetente e col cagotto ma oggi se la tengo a digiuno sicuramente poi riesco a darle una siringata di sciroppo e 4 diverse frazioni di pastiglia senza che faccia storie.

E non è una tragedia nemmeno che Cavallino mi abbia inserito nel gruppo WhatsApp delle superiori con cui si cerca di organizzare un'assai improbabile rimpatriata. Tanto non ce la faremo mai.

Stamattina primo attacco di panico sotto la doccia, secondo davanti al caffè. Ora sveglio la belva (bipede: le due quadrupedi sono già in giro da oltre un'ora) e poi con la scusa che ho scuola, da correre alla farmacia veterinaria, un impegno in una superiore e un'altra riunione a Scuolina Rosa, e stasera abbiamo una bicchierata di addio al nubilato trasversale (madri e figlie insieme), penso che fino a domani la sfangherò senza litigi.

Sì beh a meno che non ci piombino addosso i servizi sociali a scuola, ecco. O meglio, la madre a causa della quale li abbiamo allertati.

Cosa fai nella vita? L'acrobata.

giovedì 29 settembre 2016

Quando una donna si taglia i capelli...

Ecco beh.

Sto per farlo.

Tra l'altro da stamattina, esattamente da 8 minuti, posseggo una connessione Internet tutta mia, non sullo schermino del tablet, non condivisa in wifi e non dipendente dalle buone grazie di Mamma, il server della scuola, che più che Mamma bisognerebbe chiamare Trisavola dato che viaggia a 2 MB e ci fa disperare tutti.

Ritornare a auleintempesta è solo una delle molte cose che devo fare quest'autunno. Ed è come tornare a trovare dei parenti che non vedevi da tempo: dolce, emozionante, fastidioso, doloroso. Doloroso per le spiegazioni che bisogna in qualche modo dare. Fastidioso perché le abitudini si perdono e riacquisirle a volte costa sforzo. Ma era una buona abitudine usare il tempo libero qui. E, come ha detto ieri la Bottadicoca: "Vedo che la guerra è cominciata". Vi avevo promesso il diario di bordo dell'attacco di HMS Castagna contro la fregata avversaria Troll. E al crepuscolo degli dei, al tramonto si pensa definitivo della sezione C, Castagna, che vuole morire in una fiammata di gloria, intende lottare. E vincere.
A costo di essere seppellita nel legno della cattedra come Nelson nell'albero maestro.

Posso cominciare dicendovi intanto due o tre cose carine.

Le prime sono senz'altro due uscite dei ragazzi.

In terza Nosferatu (già autore della bellissima analisi "modo indicativo, tempo soleggiato" che fino a qualche mese fa campeggiava in una scritta colorata sull'esterno della nostra classe (sì, sull'esterno, perché NOI, a scuola, ci divertiamo anche):
- Nosferatu, come al solito, se mi fai il dettato e io ti devo correggere l'ortografia, si deve poter distinguere nella tua scrittura se questo è un accento o un apostrofo...
- E' un acciostrofo, prof.

In seconda Satana (che è di nuovo in seconda!!! e l'ho di nuovo bocciato io!!!) spiega a un compagno:
- Perché Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva mai?
- Perché aveva friendzonato tipo un po' di volte il dio Apollo.

Ho l'aula con quattro finestre sull'angolo nordest  della scuola. Enorme e luminosissima. Dentro, nelle mie ore, ci siamo io, la Pianista o il Magnifico di sostegno, ventisette ragazzini, una famiglia di ragni che figlia continuamente, e svariate dozzine di pidocchi.

Nel corridoio ovest c'è la mia terza. Dove sono ventitré, di cui uno totalmente disabile, uno che è arrivato dall'Albania il 16 agosto e non parla italiano, due della comunità psichiatrica, due scappati dalla sezione A perché non avevano voglia di lavorare, e gli altri, quelli che non abbiamo segato cioè.

"Fa caldo, prof" ansima l'Albarino che ha la botta ormonale.

Io trovo che, da quando se ne sono andate la Baciapile di Tecnica, la Stronza di Arte, un prof di sostegno innominabile per incompetenza, sporcizia e problemi psichiatrici misti, la Generala, la Stepford Wife e soprattutto la preside C., si stia veramente a una temperatura ottimale. Per la maturazione delle Castagne e l'avvizzimento dei Troll, quantomeno.

Poi ci sono tutte le cose da raccontare che stanno al di qua. In casa. Per ora vi dico solo che la Piccola De è in clinica da ventidue giorni e che, anche in questa cosa della sua malattia, c'è stato un bivio:

Signora veda lei il cane è suo, ma sta molto male

Contro

Ci sarebbe come ultima spiaggia la possibilità di fare una risonanza 

...Castagna crede nei miracoli. Il gatto dopo tutto ha convissuto con un carcinoma per due anni, ed è morto prima il tumore, solo dopo il gatto, di vecchiaia. Ma andando in giro per centri di ricerca, con la triste sensazione di usare il suo cane per aiutare la scienza e basta, Castagna ha scoperto che il suo cane ci crede molto più di lei, ai miracoli. E comunque la piccola randagina con un tumore di tre centimetri per due nel cervello è capace di farci passare in venti giorni da "senta io sono a 3 ore di macchina da qua, se soffre troppo chiamatemi ma non aspettatemi per fare quello che dovete" a "il suo cane è uno spettacolo. È troppo intelligente, e poi è simpatica. Ma lo sa che la usiamo per tenere compagnia agli altri cani quando si svegliano dall'anestesia? E poi ormai va da sola a cercarsi il dottore e entra nelle macchine, basta dirle che tocca a lei".
Che poi noi qui non swagghiamo e non bragghiamo troppo quando fanno dei complimenti al qi: "se è intelligente con il cervello schiacciato dal tumore, pensi cosa può essere senza", ha risposto mamma Castagna vibrando d'orgoglio, e poi si è chiesta se poteva sposare il veterinario cui si deve la resurrezione.

E poi si chiede quotidianamente molte altre cose, ma se vale la pena non se lo chiede più, non ne ha più tempo, è troppo in tempesta il mare per discutere la rotta.

Deve tagliarsi i capelli. Ecco cosa.

























sabato 20 agosto 2016

Il qui e ora

Agosto duemilasedici è varie cose.

Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.

Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.

Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.

Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."

Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.

Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.

Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.

Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.

Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.

Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.

Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.

Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".

Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.

Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.









domenica 7 agosto 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Inferni, mani e raggi di luce

Quando è morto mio padre in realtà non era così buio. Sì, era dicembre e stavamo tutto il giorno in quella stanzina piccola con la luce del letto d'ospedale e le persiane chiuse, ma io non ricordo un buio interiore.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.

Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.

C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.

Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.

Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina.  E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.

Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.

Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.

L'unico  rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.

In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa.  Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.

Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.

La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo  infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via  per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.

E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.

Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.

Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.