Cervogia, tre soldi. Ceci e costine, cinque scudi. Paglia per terra. Gente in costume, odore di friciule, di cavallo. Arti & Mercanti, sotto la Torre Rossa, è una delle manifestazioni che mi piacciono di più. Un intero quartiere ridiventa medievale, la gente ride, si ubriaca, circola affascinata col naso per aria sotto i tendoni degli artigiani.
Mi sono appena levata la maglia perché c'è così tanta gente che non si cammina e fa caldo. Punto verso la fine della fiera e come in un sogno, in mezzo alla calca, metto a fuoco il suo passo elegante, la sua figura che svetta sopra le altre, la maglietta bianca che disegna le spalle grandi, il suo tono di voce mentre chiacchiera rilassato con un amico. Più di un anno che non lo incontravo e il mio cuore non manca un battito per la sorpresa, come se fosse sempre stato davanti a me.
Gira gli occhi distrattamente nella mia direzione, mi vede, il suo cervello registra, mi inonda del suo sguardo scuro e profondissimo, io dico: Ciao, lui dice: Ciao!
Finito.
Pochi passi dopo penso se girarmi. Non mi giro.
Cammino. Dopo non molto riconosco la familiare morsa nel petto, che non è dolore, non è rimpianto, non è senso di colpa, è solo questo vortice, questa sensazione di impotenza, non avrei mai potuto non caderci, è così, era così, e basta.
Arrivo in piazza, dove non c'è molta gente perché sono tutti alla fiera, c'è un'unghia di luna brillante, nitida nel cielo crepuscolare, e ho gli occhi pieni di lacrime. Oltrepasso i portici e, maledizione, da un bar con il dehors viene fuori Hotel California. Mi appoggio a una colonna e penso: "Ora sto qui. La sento tutta. E non me lo dimenticherò mai più."
Poi vado oltre. Non ho tempo, ho appuntamento con l'Uomo. Non voglio che mi coli il trucco.
Alla sera ho dei momenti di vuoto in cui il risucchio del suo sguardo incendiario si fa sentire fortissimo, sembra azzerare tutto. Perdo dei pezzi di film, mi fermo a metà di un gesto. L'Uomo mi sfiora la schiena. Lo amo. Perché non sa di cosa si è accorto, ma se ne è accorto.
Dura tre giorni. Mi è già successo. Un giorno o io o lui non abiteremo più qui e non potrà più capitare.
My head grew heavy and my sight grew dim, I had to stop for the night...
lunedì 25 settembre 2017
domenica 24 settembre 2017
Riflessione guidata post Mabon
Quest'anno la bella festa dell'inizio d'autunno, che per gli antichi popoli del Nord era Mabon, la fine del raccolto, l'ho passata a letto. Aspirina. Un gioco sul pc con l'Uomo. Gatte.
Nella stanza a fianco, anche la Princi era sotto le coperte. Tosse e febbre, lei, e menomale che era chiaramente una roba delle vie respiratorie superiori, altrimenti, con trentotto e mezzo e l'appendice nello stato in cui è, saremmo corsi tutti in chirurgia d'urgenza.
Volevo mandare a Sanguedelmiosangue gli auguri di Happy Mabon. Me li sono tenuti. Peraltro non reagisce a stimoli del più e del meno e ha liquidato la notizia che la Princi deve essere operata con un "confido che andrà tutto per il meglio". Ma beato te. Beh, del resto diciamo che la partecipazione della famiglia alla lunga trafila di esami e rotture di coglioni preoperatorie che stiamo attraversando è riassumibile in una fila non tanto lunga di persone che chiedono come va: mia madre. Fine. Niente nonni dall'altro lato, niente zii, solo la Cugina Bella di Roma, che povera ragazza ha già i suoi problemi. Ho sparso in giro le foto della Princi che sfila, molto carina nonostante i digiuni, per il Palio: aha. Qualche complimento svogliato, non che volessi una standing ovation, ma insomma, di solito si approfitta per scambiare due messaggi, chiedere come va, specie se non ci si vede da un po'. Una freddezza atroce, lato ligure e lato lombardo, il lato piemontese non ha neanche risposto. Molto bene.
Diverso il discorso per gli amici: sempre sul pezzo, loro, e anche i miei due gruppi di yoga e parecchi colleghi, non quelli che mi sarei aspettata, tra l'altro. Che poi, ultimamente, il mio spirito era così a terra che sono arrivata a ringraziare che il Magnifico abbia preso servizio altrove, perché se in un corridoio della scuola, invece dei soliti colleghi più e meno simpatici, più e meno gentili, ci trovassi una persona che interagisce con me come lui, sarei sempre seduta a tirare su col naso, sepolta nei miei stessi kleenex fradici. Invece, a scuola si lavora, anche bene, anche seriamente, anche organizzati, dai. E' arrivato l'Orsone al posto del Genuino e sembra uno davvero disinvolto, capace e sereno. Le sue referenze da altre scuole sono molto positive. E' tornata la Pallida di Inglese ed è arrivata anche una nuova di Arte, che pare sia in gamba, ma non so ancora come chiamarla. Poi c'è Tette, che ha preso le ore di storia con me, cominciamo domani con una compresenza. Mi spiace per il soprannome politicamente scorrettissimo. E' una ragazza dolcissima, entusiasta e molto volenterosa, ma per precedenti esperienze di lavoro temo che dovrò tenere d'occhio il suo operato minuto per minuto, soprattutto nella prima dei Gini. D'altra parte, i soprannomi gentili non sono mai stati il mio forte, lo so (la Bottadicoca ormai è una mia ottima amica, ma come faccio a cambiarle il nomignolo? la Bionda Svampita è altrettanto una cara persona, la Barbie Di Inglese ha un gran bel cervello, non solo dei begli outfit; in compenso Milady non era una lady per niente... e vogliamo parlare di Vomitino, che ho incontrato in giro dieci giorni fa, e che mi ha fatto tante feste? Di certo non somiglia più al bimbo pallido con la nausea dei primi giorni di scuola. Vedansi anche quelli che somigliavano a Winnie Pooh, a una ciotola di spaghetti scotti, a Morticia Addams... anche Lexotan è diventato un bellissimo ragazzino dall'aria pensosa, dalla palla di angosce che era... gli anni passano!)
Comunque. Tutti questi giri un po' per distrarmi dall'umore, che sempre sta lì bassino, anche se credo di aver capito come andare oltre questo periodo di merda, e un po' per dire: era Mabon, appunto. (Auguri, quindi. Il primo settembre per me è capodanno, non è una novità. Il Magnifico mi ha scritto, dopo le nomine annuali, che tutto questo farsi gli in bocca al lupo per i nuovi inizi tra gente di ruolo e gente precaria faceva tanto primo dell'anno: gli ho spedito una versione per cornamusa di Auld Lang Syne, che tra l'altro è la canzone degli addii coi vecchi amici, penso sappia cogliere il sottotesto.)
E oggi, aprendo la posta con un po' di ritardo, mi ritrovo a vedere una mail di Allie Van Fossen, la Journey Junkie, che io seguo con interesse su Youtube e di cui sto scaricando un milione di suggerimenti e sequenze yoga, anche se per starle dietro dovrei avere delle settimane di diciotto giorni. La mail parla dell'equinozio d'autunno e propone questo flow che ora vi embeddo (sì lo so, non parlo più italiano, internet inglese impresa, eccetera, ma le mie colleghe di lingue sono contentissime perché non storpio le pronunce, e perché talvolta possiamo buttare lì qualche commento tagliente senza che gli altri capiscano).
Non fate caso al fatto che parla come se avesse un gatto agonizzante in bocca, ci sono dei sottotitoli quasi sempre decenti, è davvero brava, e fidatevi, ormai sono in grado di valutare la preparazione tecnica, questo è yoga serio.
Oltre al flow, c'era un questionario di riflessione sulla grossa fetta di anno già trascorsa, che qui vi traduco:
1. Cosa hai realizzato quest'anno?
2. Chi ti ha aiutato nelle tue realizzazioni, e in che modo? Come puoi ringraziare queste persone?
3. Quali abitudini positive hai coltivato?
4. Quali abitudini negative hai coltivato?
5. In che modo puoi attrarre a te altre esperienze positive e lasciar andare quelle negative?
6. In quale campo ti serve maggiore equilibrio e come puoi raggiungerlo?
7. Cosa vuoi realizzare prima della fine dell'anno?
OK, adesso alzate la mano se, come a me, questo elenco di domande anche a voi ha fatto salire il panico. La 1, la 6 e la 7 a me hanno anche scatenato una risata isterica.
Però qui non si tratta di piangersi addosso, giusto? Lottiamo. Quindi? volete provare a rispondere? Io adesso mi faccio un tè e mi ci metto. Non per altro, ma domani inauguro il gruppo di pratica yoga guidato da me, non posso certo arrivarci sulle ginocchia, un minimo di karma positivo devo instillarlo in questo weekend partito tanto male.
martedì 12 settembre 2017
True colors III - Rainbows
Come dicevo, c'è il buio. C'è il dolore. C'è questo spazio senza parole in cui si macerano i risultati degli ultimi tre terribili anni.
Poi ci sono gocce: di sudore, di sangue, di pioggia. E in ogni goccia, in questo spazio la cui luce non proviene più dal sole, si vede una rifrazione colorata. Anche minuscola. Ma io, lottando invano per restare aggrappata con le unghie e i denti alla mia vita di prima, ho imparato a vederla.
Ci sono dei colori tenui, ed altri pieni di fuoco.
Il rosa e il grigio delicati degli abiti della Fräulein. Che ben si sposano col suo tono di voce, quando mi ascolta fino alle due di notte e mi fa ragionare.
Un azzurro brillante si associa a Cavallino che dimagrisce, che si rinnova, che cambia finalmente tono di voce dopo i suoi personali anni d'inferno. Un pesca pieno di sfumature alla Tipa e alla sua lunga marcia indomita attraverso il deserto.
Il lilla del mio tappetino yoga. Il color argento dei primi fili sbiaditi nella barba del Magnifico. Il bellissimo color caffè, illuminato dalle lacrime, degli occhi di Siddhartha, conosciuto, più di quanto noi stessi potessimo concepire di conoscere qualcuno in poche ore, sui monti in ritiro. Il biondo cenere dei capelli di mia madre, affogata nel cuscino a pancia in giù con la sua gatta addosso. Il rosa proprio rosa della copertina della Princi, che ormai sembra davvero lei solo quando dorme. Il giallo acceso delle battute al vetriolo di Agatha. Il cilestrino degli occhi della Zia Buona quando non parlava più. Il panna della gatta piccola e il rosso marmellata d'arance della grande. Il bianco grigiastro dei ghiacciai. Verde scuro gli abeti, nero e bianco il primo cane che ho fatto giocare, fino a piangere dal ridere, da quando la De non c'è più, rosso come le ciliegie il colore di una nota maglia da calcio. Acqua piena di riflessi. Cielo. Alberi.
Tu, amore mio, uomo della mia vita, disastro annunciato, sadico bastardo che mi stai macellando con lentezza, non sei un colore. Sei tutti i colori e nessuno. Sei l'alba. Sei il colore buio e rossastro che non si vede dall'interno dell'utero, il colore del sole come lo percepiscono i ciechi. Sei soprattutto una sensazione fisica di contatto, la notte quando ti giri, di giorno quando ti avvicini, sei un suono, la tua voce, sei il tuo odore che finalmente riempie di nuovo le stanze, le lenzuola, il pigiama, i miei capelli.
Io non posso vivere di questo e non posso vivere senza questo. Quindi mi concentro sui piccoli riflessi variopinti. Ogni goccia ha i suoi. Molti non mi toccano davvero, alcuni mi fanno un dolce male, altri un sollievo doloroso. Poi arrivi tu, e dimentico. Dimentico tutto quel che non sei tu. Il giorno dopo sono di nuovo sola, e ricordo. Ricordo tutto. Te, e tutto il resto.
Niente, non se ne esce.
Poi ci sono gocce: di sudore, di sangue, di pioggia. E in ogni goccia, in questo spazio la cui luce non proviene più dal sole, si vede una rifrazione colorata. Anche minuscola. Ma io, lottando invano per restare aggrappata con le unghie e i denti alla mia vita di prima, ho imparato a vederla.
Ci sono dei colori tenui, ed altri pieni di fuoco.
Il rosa e il grigio delicati degli abiti della Fräulein. Che ben si sposano col suo tono di voce, quando mi ascolta fino alle due di notte e mi fa ragionare.
Un azzurro brillante si associa a Cavallino che dimagrisce, che si rinnova, che cambia finalmente tono di voce dopo i suoi personali anni d'inferno. Un pesca pieno di sfumature alla Tipa e alla sua lunga marcia indomita attraverso il deserto.
Il lilla del mio tappetino yoga. Il color argento dei primi fili sbiaditi nella barba del Magnifico. Il bellissimo color caffè, illuminato dalle lacrime, degli occhi di Siddhartha, conosciuto, più di quanto noi stessi potessimo concepire di conoscere qualcuno in poche ore, sui monti in ritiro. Il biondo cenere dei capelli di mia madre, affogata nel cuscino a pancia in giù con la sua gatta addosso. Il rosa proprio rosa della copertina della Princi, che ormai sembra davvero lei solo quando dorme. Il giallo acceso delle battute al vetriolo di Agatha. Il cilestrino degli occhi della Zia Buona quando non parlava più. Il panna della gatta piccola e il rosso marmellata d'arance della grande. Il bianco grigiastro dei ghiacciai. Verde scuro gli abeti, nero e bianco il primo cane che ho fatto giocare, fino a piangere dal ridere, da quando la De non c'è più, rosso come le ciliegie il colore di una nota maglia da calcio. Acqua piena di riflessi. Cielo. Alberi.
Tu, amore mio, uomo della mia vita, disastro annunciato, sadico bastardo che mi stai macellando con lentezza, non sei un colore. Sei tutti i colori e nessuno. Sei l'alba. Sei il colore buio e rossastro che non si vede dall'interno dell'utero, il colore del sole come lo percepiscono i ciechi. Sei soprattutto una sensazione fisica di contatto, la notte quando ti giri, di giorno quando ti avvicini, sei un suono, la tua voce, sei il tuo odore che finalmente riempie di nuovo le stanze, le lenzuola, il pigiama, i miei capelli.
Io non posso vivere di questo e non posso vivere senza questo. Quindi mi concentro sui piccoli riflessi variopinti. Ogni goccia ha i suoi. Molti non mi toccano davvero, alcuni mi fanno un dolce male, altri un sollievo doloroso. Poi arrivi tu, e dimentico. Dimentico tutto quel che non sei tu. Il giorno dopo sono di nuovo sola, e ricordo. Ricordo tutto. Te, e tutto il resto.
Niente, non se ne esce.
True colors II - The blank space
Ci sono arrivata, a pensare che voglio riassumere quel che è accaduto, perché ho fatto un ritiro yoga in montagna, dove, per la prima volta da forse troppo tempo, non ero la madre di nessuno né la moglie di nessuno, ma ero soltanto io, io così come sono adesso, cioè quello che resta dopo la mia morte nel 2015. C'era mia madre, ma non ero neanche più di tanto sua figlia, cercavo di essere una donna indipendente da lei, ed effettivamente, dopo tanti anni senza fare una vacanza insieme, si vede la differenza abissale che ormai separa le nostre due teste, le nostre due persone, e che, finalmente, ci permette di non soffocarci a vicenda.
Ero sola con me stessa e senza il senso di dover per forza tornare ai miei giorni di silenzio, dolore e raccolta differenziata. Ero lì a prendermi cura del mio corpo, del mio spirito, e, invece di vedere solo cicatrici e decadimento, vedevo spazio. Uno spazio silenzioso e solitario tutto mio. Dove non pretendere di trovare a tutti i costi una risposta, una soluzione, un'ispirazione. Uno spazio. Senza una destinazione.
E quindi. Riassunto.
C'è stata tutta la mia vita. Prima. Poi c'è stato il 2014. E già sapete.
Poi sono morta. Era maggio del 2015. Poi è morto Bontcho e l'Uomo, per un qualche misterioso equilibrio del destino, è tornato. I dodici mesi tra la morte mia e quella del gatto non li racconterò credo mai a nessuno, non riesco nemmeno a pensarci, figuriamoci parlarne. Qualcuno li ha visti, è sufficiente. I dodici mesi dopo, invece, sono stati pura fantascienza. Mi si è polverizzato e ricostruito interamente il carattere. Questi ultimi tre mesi, poi, escono proprio da qualsiasi definizione, credo.
Adesso comunque siamo qui. Terra incognita dopo il tradimento, dopo la rottura, dopo la solitudine, dopo mille umiliazioni, dopo un progetto di famiglia evidentemente fallito, dopo tre possibilità differenti di viversi una relazione di tutto un altro stampo fuori; tre dico le mie, tutte comunque finite in nulla di fatto, non voglio sapere quante siano le sue e fino a che punto siano arrivate davvero, o qui invece di scrivere cose sensate mi metto a bestemmiare urlando e sbavando finchè non mi abbattono, o mi affogano nell'acqua santa: che, a ogni buon conto, al contatto con la mia rabbia cieca, evaporerebbe in un istante.
Intanto il lavoro è andato avanti, la figlia è cresciuta, abbiamo seppellito anche un cane, molte speranze, alcuni dei nostri anni migliori, e le nostre rispettive figure di riferimento non genitoriali ma quasi più importanti, cioè la Nonna Infera, lui, e la Zia Buona, io.
Sanguedelmiosangue ci ha lasciati. Partendo per quella che lui dice essere la sua vita in cui “sta molto meglio”. E tante grazie, eh.
Nostra figlia si è fidanzata con il Padreterno. Menomale che c'è lui che ci spiega tutto eh, se no non so come faremmo, in fondo siamo solo due adulti che lavorano, si mantengono, sostengono le rispettive famiglie d'origine e crescono una figlia, cazzo se ne abbiamo da imparare da un ventiduenne cresciuto con la sua mamma. Menomale che c'è lui che la mantiene, la sostiene, la vizia e la protegge e si fa carico di tutto, anche di (parole sue) difenderci quando lei è arrabbiata con noi.
Grazie, caro, che premuroso, in effetti aspettavamo te, dove cazzo eri quando lei non sapeva formulare un suo bisogno in parole, urlava in arabo nel sonno, piangeva sui suoi insuccessi scolastici, sveniva per l'ansia, non mangiava, non voleva andare dalla psicologa, scappava di casa, si faceva le canne, usciva con dei delinquenti? Certo che tutto questo è finito ora che ci sei tu eh, quindi ci fai un figurone, è chiaro che sei tu quello che l'ha presa in affidamento e le raddrizza la vita, noi siamo solo dei coinquilini fastidiosi dotati di un utile bancomat. Chissà come mai è diventato possibile che lei riesca a viversi una relazione serenamente e intanto a studiare con buoni risultati eh, hai fatto tutto tu, e sì, certo, menomale, menomalissimo che sei arrivato tu a prendere le nostre difese, infatti si vede come è spaventosamente migliorato, da quando ci sei tu, il rapporto della Princi con noi. Una festa continua. Ma vaffanculo, va'.
E non apro proprio il capitolo figlia, altrimenti mi metto a cercare quel tombino e a nuotare velocissima nella merda verso l'oceano, come dicevo. L'ho detto che vedo tutto nero adesso, no? D'altra parte mi è stato da poco chiarito che, nel caso mi dessi alla macchia, non si sentirebbe la mia mancanza, come quella di chiunque ora non stia dicendo, facendo e forse addirittura pensando qualcosa che a lei vada bene e non stia eseguendo, alla perfezione e senza lagnarsi, il compito di servirla, onorarla e lodarla. Poi, per uno scherzo della natura, invece di venire un embolo o una cirrosi a me, finisce per venire un'appendicite a lei, ma tu guarda i misteri del fato. Forse perchè io sto rapidamente rinunciando a quello che credevo mi spettasse, e piuttosto guardo con grosso dispiacere alle facciate paurose che prenderà questa ragazza quando esporterà fuori da questo nucleo familiare il suo modo di relazionarsi. Comunque il senso di sconfitta è notevole, anche da qua.
E così, adesso, qui siamo. Tre persone diverse legate da qualcosa che non ha un nome, che solo io ancora mi ostinerei a chiamare famiglia, ma forse smetterò, dopo questi ultimi venti giorni di totale resa. Tre che abitano insieme, che si relazionano due alla volta, e che forse non hanno più qui il loro centro. Non so quanti siano gli affetti significativi effettivamente presenti nella vita di ciascuno. Nella mia è meglio non contare, più che altro il numero degli assenti lascia sbigottiti e addolorati, cazzo, la Frenci forse posso accettarlo, ma Sanguedelmiosangue e mia figlia speravo di non perderli, eh.
Boh. Vedo davvero molto nero. Vedo pure che io e l'Uomo nonostante tutto ci addormentiamo con le mani intrecciate. Ma si può chiamare coppia? Non penso. Si può chiamare famiglia? Oh, sì, tra me e lui sì, molto più di quanto si possa credere, se però nel concetto di famiglia ci mettiamo qualcosa che trascenda di brutto il quadro che ne avevamo prima. Del resto sono morta, che ne sapete voi di cosa c'è dopo, di come si chiamano le cose dopo. Io neanche, lo so, ma ci passo attraverso e quindi osservo, almeno.
True colors I - The dark ones
Sono
diverse settimane che penso a aggiornare il blog, dire un po' davvero
cosa sta succedendo, almeno condividere quella parte di verità che
si può dire a chi legge queste pagine senza danneggiare nessuno
oltre me.
Questo
nuovo autunno è un nuovo inizio, non so di che cosa. Dati gli ultimi
sviluppi della mia vita coniugale, potrebbe anche essere un inizio di
qualcosa di orribile o la fine di qualcosa di bellissimo, non lo
sappiamo.
Di
sicuro non ci sono più cose che prima c'erano e ci sono cose che
prima non esistevano. Ma ora non voglio giocare agli indovinelli, ora
voglio esternare brevemente con voi alcune vicende che sono successe
negli ultimi mesi.
...e perché scelgo la giornata di oggi per farlo?
Perché
non riesco a fare nient'altro, e non riesco a fare nient'altro perché
domani andiamo dal chirurgo e forse la Princi dovrà essere operata,
e io ho tanta paura, non dell'operazione in sé, ma di tutto quello
che ci sta intorno: la clinica o l'ospedale, l'anestesia, la ferita,
la convalescenza, il fidanzato della Princi, mio marito, la dieta, il
rispettare le regole date dai medici, mia figlia che mi abbaia, mi
ringhia e mi morde tutte le volte che mi avvicino, e, sopra ogni
altra cosa, la paura peggiore me la mette il mio infinito
desiderio spasmodico di essere da un'altra parte, di non
dovermi misurare con nulla di tutto questo, di non avere neanche mai
cominciato niente del genere.
Sì,
sì, sì, mi sento in colpa a dirlo, a scriverlo, ma lo penso
continuamente nelle ultime settimane, è stato un errore, un errore
gravissimo, io non dovrei essere qui con loro due, soprattutto non
con lei.
Sono
ufficialmente di fronte a uno di quei momenti in cui ci si chiede se
esista un tombino in cui tuffarsi, per navigare a denti stretti nella
merda fino a sbucare in mare aperto, e se da una barca qualcuno
tenderà una mano, perchè se la decisione dipendesse solo dagli
ultimi venti giorni della mia vita potrei scappare via, sola o con
chiunque, senza lasciare traccia. E senza voltarmi più.
So
benissimo che mi passerà. Ma non so quando, ed è talmente forte la
marea che mi risucchia via, stavolta, che non credo esistano
precedenti. Forse solo quell'estate in cui sono andata a prendere
l'Uomo a Torino Caselle e, mentre aspettavo fuori dal check out, ho
pensato: e se non mi facessi trovare? Nè qui, né a casa?
Il
punto è che oggi, anno del Signore MMXVII, ricordo perfettamente la
sensazione di malessere, anche fisico, ma non mi ricordo più perchè non volevo
esserci, lì fuori dal check out. Nè di preciso che anno fosse, se è
per questo. Dopo quella mezz'ora di apocalisse in cui sudavo freddo sui seggiolini della sala d'attesa, non solo mi sono fatta trovare, ma siamo venuti a
casa e insieme abbiamo fatto centinaia di cose, alcune delle quali
assolutamente imperdibili. Ed è stato peraltro imperdibile anche il
momento in cui, solo poche ore fa, mi ha salutato tornando dal lavoro
e, va' a sapere perchè, mi ha stretta e sollevata da terra tra le
sue braccia. Quindi immagino che esisterà un anno del Signore MMXXV
in cui non avrò più che una vaga idea di quel che rimugino adesso.
SPERIAMO.
Quindi
ho deciso di concentrare oggi l'attenzione su un post che rimando da
molto tempo, e che, se voglio scriverlo come Dio comanda, porterà
via un paio d'ore a un pomeriggio in cui la mia presenza sul pianeta
ha meno senso del solito, perché sono una palla di pensieri cupi.
Un altro autunno
Gli ex alunni degli ultimi tre anni spuntano dalle finestre, nei corridoi, in cortile, in piazza durante le sagre, sorridenti, affettuosi, proponendo pizze, cene, rimpatriate. E ahimè gruppi WhatsApp.
"Adesso posso darti del tu?" scrive un sempre più sereno Brad Pitt.
"Certo caro, ormai non sono più un tuo problema."
Quelli di terza sono catatonici. Li ho minacciati di mettermi a sparare agli zombie.
Poi ci sono venticinque primini fior di conio.
Venticinque. Senza sostegno. Anche se Tippete senza sostegno proprio non ci può stare, che ha l'interruttore che si inceppa e resta fermo nel banco con lo sguardo fisso e nervoso, finché non gli dici la stessa cosa otto volte, di cui sei proprio solo a lui. Mentre gli altri ventiquattro imperversano tutto intorno come un bombardamento aereo.
Venticinque. Di cui DICIOTTO maschi.
"Maestra, che ore sono?"
"È l'ora che mi chiami professoressa, è l'ora che la pianti di parlare, e non è ancora l'ora di andare a casa."
"Ma tu sei la strega buona o la strega cattiva?"
"Primo, dammi del lei, e secondo, la risposta è talmente evidente che adesso sei in un mare di guai."
"Ma questa [frase sulla lavagna da copiare] è un test d'ingresso?" chiede lo stesso di maestracheoresono. Un biondino bellissimo, pestifero come una testata nucleare coreana.
"No."
"E allora perché dobbiamo farla?"
Io mi volto cercando di ergermi in tutti i centimetri di cui dispongo. Piego il collo per guardarlo proprio da sopra. Cerco di concentrare nello sguardo la potenza di due bombe H.
"Tu ci devi stare TRE ANNI, con me."
E non dico altro. Ma il biondino non capisce. Né quelli vicino a lui.
Vedo distintamente un fabbro infernale che lucida un bellissimo chiodo tutto nuovo per la mia bara e ci incide nome cognome e anno di arrivo alle medie del biondino.
È autunno. Asti è bellissima, col cielo azzurro, le foglie chd iniziano appena a ingiallire, i miei ciclamini che iniziano a tirare fuori le foglie ancora tutte ripiegate. La Princi oggi entra in quarta superiore, cazzo, non ci si crede.
Io arranco.
"Adesso posso darti del tu?" scrive un sempre più sereno Brad Pitt.
"Certo caro, ormai non sono più un tuo problema."
Quelli di terza sono catatonici. Li ho minacciati di mettermi a sparare agli zombie.
Poi ci sono venticinque primini fior di conio.
Venticinque. Senza sostegno. Anche se Tippete senza sostegno proprio non ci può stare, che ha l'interruttore che si inceppa e resta fermo nel banco con lo sguardo fisso e nervoso, finché non gli dici la stessa cosa otto volte, di cui sei proprio solo a lui. Mentre gli altri ventiquattro imperversano tutto intorno come un bombardamento aereo.
Venticinque. Di cui DICIOTTO maschi.
"Maestra, che ore sono?"
"È l'ora che mi chiami professoressa, è l'ora che la pianti di parlare, e non è ancora l'ora di andare a casa."
"Ma tu sei la strega buona o la strega cattiva?"
"Primo, dammi del lei, e secondo, la risposta è talmente evidente che adesso sei in un mare di guai."
"Ma questa [frase sulla lavagna da copiare] è un test d'ingresso?" chiede lo stesso di maestracheoresono. Un biondino bellissimo, pestifero come una testata nucleare coreana.
"No."
"E allora perché dobbiamo farla?"
Io mi volto cercando di ergermi in tutti i centimetri di cui dispongo. Piego il collo per guardarlo proprio da sopra. Cerco di concentrare nello sguardo la potenza di due bombe H.
"Tu ci devi stare TRE ANNI, con me."
E non dico altro. Ma il biondino non capisce. Né quelli vicino a lui.
Vedo distintamente un fabbro infernale che lucida un bellissimo chiodo tutto nuovo per la mia bara e ci incide nome cognome e anno di arrivo alle medie del biondino.
È autunno. Asti è bellissima, col cielo azzurro, le foglie chd iniziano appena a ingiallire, i miei ciclamini che iniziano a tirare fuori le foglie ancora tutte ripiegate. La Princi oggi entra in quarta superiore, cazzo, non ci si crede.
Io arranco.
domenica 3 settembre 2017
Okay, ci si riprova
Sì, avevo steso a terra il telo per iniziare una sequenza sullo psoas, perché sono tornata da un ritiro di meditazione zen e yoga (dcpvd, = di cui poi vi dirò) con un inizio di lombalgia e sciatalgia che non mi piace niente. Io seduta a terra 45 minuti nella stessa posizione non ci so mica ancora stare.
Sì, sul telo ci sono i materiali del corso di perfezionamento, perché alzando gli occhi per mettermi correttamente in shukhasana ho visto il plico sul tavolo.
Sì, lavorerò, insegnerò yoga e seguirò gli affari di Genova, ma prenderò anche un titolo di perfezionamento, se ce la faccio, il che vi dà la misura del livello di testosterone (e carogna) con cui ho intenzione di riprendere dopo questa estate indefinibile.
Sì, sul telo ci sono i materiali del corso di perfezionamento, perché alzando gli occhi per mettermi correttamente in shukhasana ho visto il plico sul tavolo.
Sì, lavorerò, insegnerò yoga e seguirò gli affari di Genova, ma prenderò anche un titolo di perfezionamento, se ce la faccio, il che vi dà la misura del livello di testosterone (e carogna) con cui ho intenzione di riprendere dopo questa estate indefinibile.
Sì, sono tornata al mio primo amore.
venerdì 18 agosto 2017
No tenemos miedo (?)
Siamo sedute, io la Caramella e la Pallida, in attesa che la cena ci venga servita dagli undicenni reclutati dalla proloco di uno dei molti paesini della Valle delle Meraviglie. Festicciola locale, sera di giovedì, sfigata, poca gente, ma noi siamo accolte da abbracci e sorrisi di alunni, exalunni, fratelli e genitori dei suddetti. Aspettiamo che arrivi la Bottadicoca.
E la Pallida dice alla Caramella: "ma tuo figlio è a casa, vero?"
"Sì, è arrivato ieri."
"Minchia, menomale, pensa se era ancora là."
E io, bella fresca: "perché?"
"Ma non hai sentito cosa è successo a Barcellona?"
Io dapprima penso a una mia compagna del liceo, che ci vive e lavora, tra l'altro in ospedale. Stasera ho saputo che era in vacanza in Grecia.
Stamattina, parlandone con la Princi, che è preoccupata per sua madre e sua sorella, dato che tra poche ore saranno sul pullman per il Marocco, mi vengono in mente la Diavolessa che va in vacanza lì vicino, la creatura venuta dal lontano pianeta degli sbagli cosmici, che doveva andare a Ibiza, ma non so né quando né come, e insomma, che la Catalogna non è affatto una meta rara dove trascorrere le ferie estive.
Poi oggi butto un occhio alle notizie e resto brasata. Uno dei ragazzi italiani morti, quello che era in vacanza con la fidanzata, cazzo, é bellissimo. Ma non nel senso che faccio delle osservazioni futili, fuori luogo e anche un po' macabre. Nel senso che mi si rovescia lo stomaco: è una bellezza che conosco molto bene. È praticamente la copia senza lentiggini di mio marito quando l'ho visto la prima volta. Talmente uguale che d'istinto controllo la sfumatura di colore degli occhi, ma i suoi non sono di due verdi diversi.
Ci resto colpita. Ma è niente, zero, rispetto a come resto quando vedo le foto degli attentatori. Sono dei bambini. Identici a parecchi miei exalunni, a un fottio di amici di mia figlia. A vedere le quattro foto in fila, ho una sovrapposizione tra le faccette imberbi degli assassini e quelle degli exalunni che mi fanno capannello intorno alle feste di paese. Mi viene lo schifo. Non è giusto. Che muoia un venticinquenne con gli occhi verdi, e che questi qua non stiano alle feste di paese a chiacchierare coi loro ex prof. E che mia figlia mi dica con occhi tristi e tono isterico: "nel Corano c'è scritto da tutte le parti che i buoni musulmani devono essere i primi a portare la pace! Ma perché fanno così???"
E la Pallida dice alla Caramella: "ma tuo figlio è a casa, vero?"
"Sì, è arrivato ieri."
"Minchia, menomale, pensa se era ancora là."
E io, bella fresca: "perché?"
"Ma non hai sentito cosa è successo a Barcellona?"
Io dapprima penso a una mia compagna del liceo, che ci vive e lavora, tra l'altro in ospedale. Stasera ho saputo che era in vacanza in Grecia.
Stamattina, parlandone con la Princi, che è preoccupata per sua madre e sua sorella, dato che tra poche ore saranno sul pullman per il Marocco, mi vengono in mente la Diavolessa che va in vacanza lì vicino, la creatura venuta dal lontano pianeta degli sbagli cosmici, che doveva andare a Ibiza, ma non so né quando né come, e insomma, che la Catalogna non è affatto una meta rara dove trascorrere le ferie estive.
Poi oggi butto un occhio alle notizie e resto brasata. Uno dei ragazzi italiani morti, quello che era in vacanza con la fidanzata, cazzo, é bellissimo. Ma non nel senso che faccio delle osservazioni futili, fuori luogo e anche un po' macabre. Nel senso che mi si rovescia lo stomaco: è una bellezza che conosco molto bene. È praticamente la copia senza lentiggini di mio marito quando l'ho visto la prima volta. Talmente uguale che d'istinto controllo la sfumatura di colore degli occhi, ma i suoi non sono di due verdi diversi.
Ci resto colpita. Ma è niente, zero, rispetto a come resto quando vedo le foto degli attentatori. Sono dei bambini. Identici a parecchi miei exalunni, a un fottio di amici di mia figlia. A vedere le quattro foto in fila, ho una sovrapposizione tra le faccette imberbi degli assassini e quelle degli exalunni che mi fanno capannello intorno alle feste di paese. Mi viene lo schifo. Non è giusto. Che muoia un venticinquenne con gli occhi verdi, e che questi qua non stiano alle feste di paese a chiacchierare coi loro ex prof. E che mia figlia mi dica con occhi tristi e tono isterico: "nel Corano c'è scritto da tutte le parti che i buoni musulmani devono essere i primi a portare la pace! Ma perché fanno così???"
giovedì 17 agosto 2017
Siediti sulla sponda del fiume e aspetta
"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".
Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.
Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.
Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.
Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.
Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.
Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.
Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.
Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.
Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.
Chi ci capisce è bravo.
Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.
Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.
E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.
D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.
Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.
Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.
Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.
Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.
Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.
Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.
Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.
Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.
Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.
Chi ci capisce è bravo.
Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.
Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.
E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.
D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.
Etichette:
aaaaaah beh,
ti amerò sempre,
una spada ti trafiggerà il cuore
giovedì 3 agosto 2017
Transazione negata
Così
può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non
escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia
rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua
prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia
interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i
biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a
fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti
senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è
attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra
con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.
Torni
a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di
pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche
coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni
fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i
prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano
tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie
che non vi sono piaciute molto.
Il
quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le
giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi,
vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli
acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo
sistematico di barattolini di gelato.
Stai
lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora
che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di
adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un
quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali
responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta:
essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi,
amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a
volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a
lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne
dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al
prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente
che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e
protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato,
perso nella nebbia.
Tu
al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè
avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse,
questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto
i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto
tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti
faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te,
quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi
mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola:
quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano
tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la
cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si
ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi
epilettica di quattro minuti.
Così
ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e
quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi
proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post
traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi,
non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e
ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore
incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte
anche durante il pisolino pomeridiano.
Tranne
in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un
sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una
bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno
dopo.
La
prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico
tu, tra altre persone.
Al
risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era
un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su
significava: ce la faremo.
La
seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare
senza fretta e senza paura.
Al
risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per
parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono
stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha
detto di no e sorrideva.
La
terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove
abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi
più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una
strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno
spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte
e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce
da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla
curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello
sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto
piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare.
Immenso.
Al
risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da
reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei
dettagli.
La
quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici
dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva
girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso
luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed
ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta.
Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso?
Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a
sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando
che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al
risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai
raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato
che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli
hai detto cosa avevi pensato nel sogno.
E
ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di
lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio
stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un
enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con
una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per
qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel
terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo
piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente,
per non turbare il mistero della trasformazione.
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