Mi facevano male le mani a forza di arrotolare il filo, ero stanca. Faceva di nuovo un caldo insopportabile, nel cortile di pietra non muoveva un filo di vento. Dalle stanze interne venivano le loro risa sguaiate: anche quel giorno avevano banchettato a nostre spese, ed io non avevo più, da tempo, il coraggio di guardare l'espressione sfiduciata di Laerte.
Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?
I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.
Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.
Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.
Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.
Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.
"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.
Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.
Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.
"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."