Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

martedì 11 maggio 2021

Difficoltà di adattamento alle situazioni estreme

Quando guardo indietro alla mia vita,  certi periodi, durati mesi o anche anni, sono riassumibili in una singola immagine. Che affiora lenta dal bagno chimico di ricordi coscienti, emozioni mal digerite, cellule che hanno memoria di sensazioni muscolari. 

Da quando è arrivata mia figlia, per esempio.
Il 2013 è la foto di una donna che guarda, con gli occhi sgranati.  
Il 2014 è il buio dell'abitacolo della macchina, con la macchia di colore di uno schermo verdolino, piccolo, di un Nokia, che si illumina. 
Il 2015 è la stoffa del cuscino del divano, perennemente zuppa di lacrime. 
Il 2016 è un copriletto con le mele verdi. E le piastrelle del bagno. 
Il 2017 sono io che lavo i piatti in silenzio. Odiando tutti, credo. O venendo odiata. O entrambe. 
Il 2018 l'ho quasi cancellato. Deve esserci stato anche del bello. Ma dalla catinella della camera oscura escono solo foto prese storte, sfocate. I giorni si assomigliavano un po' tutti. L'estate non passava mai. È uno di quegli anni di cui non sai, pur sapendo che è stato importante, come hai fatto a esistere da un giorno all'altro, forse come fanno le piante. Pioveva e bevevi. Non pioveva e seccavi. Veniva giorno e veniva notte.
Il 2019, in compenso, è iniziato col botto e le foto sono tante e molto vivide. La mia vita ha preso una brusca accelerazione. E per certi aspetti non si potrà fermare più. 
Il 2020 è il terrazzo di casa, con la sdraio blu.

Adesso siamo qui e, se penso che un anno fa uscivamo dal lockdown duro, mi viene la chinetosi per lo choc temporale: ma come un anno fa? Ma sul serio manca un mese scarso alla fine della scuola? Ma adesso cosa faccio d'estate? Oddio: sto comprando una casa in un paesino di duecento abitanti? Ma DAVVERO? 

E lui? 
E lei? 
E tutti gli altri? 

E... ma ho finito quel che dovevo fare con la scuola? No.
Ho fatto finire quei lavori che avevo iniziato l'estate scorsa? No.
Ho finito di studiare per il diploma della Yoga Alliance? No. 

CAZZO!
MA NON HO FATTO NIENTE? 

Scusa??? Ancora oggi sei tornata dal lavoro che ti faceva male la vescica (non la pancia, che sarebbe più normale: la vescica. Neanche più pisciare) e avevi un webinar di lì a mezz'ora per il progetto estivo e non avevi ancora posato la borsa che vibrava il telefono,  era la scuola e hanno chiamato su ENTRAMBI i numeri CINQUE volte. Perché la dirigente, che entra a lavorare 9 e mezza  o 10 e alle 15.30 se ne va, non concepisce che tu, che entri alle 7 e mezza e esci alle 13 e 50, ma poi hai riunione online alle 2 e mezza o alle 16 o alle 18, o tutte e tre, non ti sia fermata ad aspettare di essere ricevuta per parlare dei corsi del prossimo anno. E tu saresti una che non fa NIENTE??? 

Eppure. Apri chiudi apri chiudi, la scuola quest'anno era un multiverso di dimensioni parallele, ed erano così i weekend, le code fuori dai negozi, i corsi online, tutto. E adesso il tempo si è riallineato e mi devo rimettere a pensare alle settimane con giorni feriali, giorni festivi, e notti che durano, per gli altri perlomeno, quanto le ore di buio. 

 Credo che di questi mesi mi resterà la vertigine di me che attraverso a passo spedito i corridoi di Scuola Vintage, passando sotto le vetrate che sembrano quelle delle sale da ballo di un palazzo austriaco, e intanto cerco di capire, nella luce grigia del cielo con la neve o la  pioggia o in quella chiara di una giornata azzurra, se è ancora mattina o già pomeriggio, e di quale giorno della settimana.

L'età degli eroi, l'assedio di Troia, la resistenza a oltranza. Abbiamo vinto, ma ora non ci scende l'adrenalina. 




lunedì 26 aprile 2021

Non è una brutta cosa

 È  andata così.  Siamo stati in zona gialla per pochi giorni. Ne abbiamo approfittato poco, perché il Gigante era appena mancato ed io avevo poca voglia di tutto. Ma un venerdì pomeriggio io e l'Uomo siamo andati a passeggiare a Paesino Cartolina. E c'era un cartello con scritto vendesi.  

In un punto irripetibile.

Ho insistito per vedere la casa. Irripetibile pure la casa.

La compro. 

E non so in quanti ci andremo a stare. 

Ma la compro. 

Porterò il mio cuore amputato lì. Con, o forse anche senza, l'Uomo. Non ci durerò due anni, ma la compro. Non posso più andare avanti dicendomi solo dei grandi no. Ho bisogno di prendermi cura di me stessa e questo lo capiscono tutte, tutte, le persone che in qualche modo, anche di striscio, anche nei ritagli di tempo, si occupano di me.

Le quattro passate, sala professori. Io non accenno ad andarmene.

"Ma ti diverte, stare qui?"

"No, è che se vado a casa dormo."

"Beh, non è una brutta cosa."

Come hai ragione. 

martedì 16 marzo 2021

"Gracie di quore"

Due brevissimi annunci.

Ho iniziato a vedere New Amsterdam. Che non è E.R., va bene. Ma nemmeno Grey's Anatomy, dopotutto.  
Qualcosa mi suonava familiare fin dal primo minuto. Il rapporto tra colleghi. Ho capito allora perché, quando sentivo la voce del Vicepreside Faina, pensavo a Robert "Missile" Romano. Quindi, a guardarmi in giro, ho trovato anche Kerry Weaver, Luka Kovac, Carter, Lizzie Corday. Manca un dottor Ross. Manca un bel po' di gente. E io non somiglio più da tanto tempo a quel groviglio di problemi con l'autostima e la figura materna di Abby Lockhart. 
Comunque è così. Anzi, il nostro non somiglia a un policlinico universitario.  Somiglia proprio a un ospedale pubblico. 
Mi è scappato detto con la mia consulente a Genova: "Non pare ma lavorare da casa (che fa schifo) invece che al reparto emergenze in cui mi sono trasferita (che adoro) lascia perlomeno il tempo di ragionare". Contestualmente, mentre si commentava che TUTTI i colleghi già vaccinati hanno preso in pieno O il lotto di Astrazeneca che ha fatto morti in Sicilia, OPPURE quello successivo che ha fatto morti in Piemonte, uno dei colleghi di strumento, che chiameremo il Gigione, ha scritto sul gruppo: "Diciamo comunque che io al momento non ho avuto nessun sintomo e neanche febbre. Siamo docenti di Scuola Vintage." Tutti d'accordo. 
 
Seconda cosa.
Lui è nato qui.  

Nello stramaledetto Peloponneso.  Di fronte a quel mare che io nomino ogni momento in letteratura. 
Parla solo albanese. Ha gli occhi grigi e sta attentissimo a tutto. Gli ho fatto un orario di 3 ore al giorno, per cominciare. Il secondo giorno si è schierato alle 8 e se ne è andato alle 13.30. Caparbiamente ha frequentato così gli altri 3 giorni tra il suo arrivo e il lockdown. E chi lo manda via. 

Tra venerdì e oggi a me e a Carter (l'Altissimo, giovane giovane e immensamente, mostruosamente, stupendamente bravo) è riuscito di piegare le resistenze del temibile dottor Romano e, in barba alle mille difficoltà, siamo riusciti a organizzare un mini orario per gli alfabetizzandi, tra cui questo piccolo Ulisse contemporaneo, e a far venire a scuola fisso il nostro Braccobaldo dell'altra prima, che meno sta a casa meglio è.  
È una settimana che sono al telefono con il padre o la madre di Ulisse, e mando vocali per spiegare come fare a iscriverlo, come fargli avere il tablet, come compilare i moduli. Oggi tra le mille volte in cui mi hanno ringraziato è uscito questo "Sei molto gentile gracie di quore"... e io mi sono perdonata di botto per essermi piegata a una cosa che non avevo ancora fatto in 20 anni, nemmeno da giovane giovane e indifesa Abby Lockhart, cioè farmi attivare una scheda telefonica solo per i genitori.  

A Scuola Vintage è così. O te ne vai, o diventi così.  O lo eri sempre stato, e ti senti finalmente a casa. 


mercoledì 3 marzo 2021

Cantami o Diva

È una stanza sempre mal illuminata dal neon. Imposte vecchissime di legno, finestre coperte da polverose tende rosse fisse. Per avere luce dalla strada bisognerebbe tenere aperta l'anta di  vetro, e fuori c'è ancora il ghiaccio. 

Il tavolo è spoglio. Le sedie sono cigolanti. I panchetti di legno e ferro traballano. L'armadio di metallo che contiene i tablet suona come una campana di bronzo ogni volta che lo si apre. Quello a fianco, dove mettiamo i compiti in classe, non chiude. 

L'altro giorno, il Jinn, il mio collega di matematica spiritato, ha schiacciato uno scarafaggio con una pedata secca, dopo che io, con proverbiale bon ton, avevo interrotto una conversazione con "no ma che cazzo è quello?"

Raramente ho visto un ambiente così squallido, così tristo, così statale. 

Sì. Però. 

Io arrivo per prima, quattro mattine su cinque. Anche cinque su cinque, certe settimane. 

Mi sfilo gli auricolari del telefono, spengo la musica, tiro fuori i miei oggetti simbolo: lo specchietto per controllare il trucco e la chiavetta elettronica del caffè.  

Poco dopo, alla spicciolata, arrivano gli altri, sempre in rigoroso ordine di materia: i matematici, le lingue straniere, quello di motoria, arte, per ultimi gli altri italiani e tecnologia, certe mattine la responsabile del sostegno. I religiosi non entrano in sala prof. I musicisti e i sostegni arrivano tutti dopo. 

E si parla, si ride, si decidono cose. Si fa tattica, politica, etica. Si fa, soprattutto, gruppo. 

Li guardo, ci guardo. Almeno metà di loro, di questi che arrivano presto al mattino, sono dei titani. Gente che lavora in mezzo a ricorsi, denunce, genitori zingari che alzano la voce, alunni disastrati da portare di peso ai servizi sociali, stranieri che non capiscono una parola, famiglie del tutto assenti, ragazzetti maneschi, casi umani. Gente che si vede lanciare addosso oggetti da ragazzini autistici, si sente insultare da principessine mafiose, gente che ha sollevato da terra adolescenti che davano in escandescenze, per toglierli di dosso ad altri adolescenti che stavano per prenderle. Gente che fa il mestiere più bello del mondo in condizioni di cui tanti avrebbero paura, adesso pure in mezzo a un'emergenza sanitaria mondiale. 

Quando partiamo al mattino, alle sette e cinquantanove, da quella misera e scomoda aula prof, sembriamo una stirpe di eroi, l'Amazzone responsabile del sostegno con il suo metro e cinquanta di pura autorevolezza, la collega Panzer di inglese che non ha paura di niente e nessuno, io che sono sempre più bionda, ormai vestita, truccata e taccata ogni giorno e impegnatissima a instaurare la mia reputazione da Crudelia De Mon, il Jinn magro come un chiodo e innervato dalla sua cattiveria leggendaria, l'Orsone con la sua stazza da vichingo, i capelli lunghi a metà schiena e la battuta feroce, l'Altissimo con i suoi occhi attenti e una prontezza da ninja nel cogliere i casini, Kim Rossi R. che sembra un monaco zen ma è a sua volta temibile, l'Ometto Buffo di tecnologia che è un po' la mascotte sfigata del gruppo, la Strawberry Shortcake con le sue strane gonne tipo tutù, la Gentile di matematica con le sue facce irresistibili. 

Verso le nove, dopo aver depositato a scuola i suoi minuscoli bellissimi bambini, compare il vicepreside, che al primo metro e mezzo lineare  di corridoio ha già risolto otto casini, sta facendo cenno a tre persone in fondo all'edificio che arriva subito e si sta scrollando di dosso sei o sette di noi che gli si posano sopra come piccioni impazziti in piazza San Marco, tutti a fare domande o sottoporre questioni. Il Pelide Achille, perennemente furente e sempre in testa all'esercito. 

Ci ho litigato, una decina di giorni fa, e ci siamo presi le misure. Ho ceduto io, per niente convinta, e dicendo che non ero convinta, e facendo in modo che si vedesse e pesasse che cedevo solo perché ho sette anni di più, non voglio minare la sua posizione, e capisco quando c'è qualcosa di più importante del mio orgoglio in ballo. Lui aveva torto su alcune cose e ragione su altre, ma non è indietreggiato di tanto così e non ha chiesto scusa. Settimana successiva, ha tentato di mettermi in mezzo, ho riconosciuto il test fatto per vedere se avevo davvero ceduto, l'ho sventato con assoluta padronanza dell'arte marziale e senza quasi sudare, ci siamo capiti, non ci riproverà mai più. Ora siamo a posto. 

Stiamo affrontando, in questi giorni, una grana madre, una Ur-grana, una gatta da pelare grossa come un orso polare e altrettanto incazzata. Una roba di quelle che ti tolgono la fiducia nel genere umano e la voglia di fare questo lavoro, se non stai attento alla curva che prendi. L'Orsone, di persona o al telefono, si sfoga con me un'ora al giorno. E se ha bisogno di sfogarsi lui, pensate come posso stare io che sono appena arrivata. Non è cosa di cui si possa parlare qua, ma è possente. Ci siamo sopra da tre settimane e le conseguenze, disciplinari e di altro genere, non solo dureranno fino a fine anno, ma resteranno a perenne monito su apposita colonna infame nel cortile. In tre, l'Orsone, l'Amazzone e la Melensa, mi hanno chiesto preoccupati se sono pentita di essermi trasferita, perché è chiaro che un merdone del genere a Scuolina Rosa non sarebbe mai scoppiato. Ho risposto che questa scuola è  adattissima a me, che mi sento al mio posto, protetta e in buona compagnia.  Nonostante il merdone che tutti ci avvolge.  

Anche in queste giornate pesantissime, sono più le volte che mi va di traverso il caffè per quanto sto ridendo, al mattino, delle volte che riesco a finirlo senza tossire. A me la polvere della battaglia piace, la lotta corpo a corpo si attaglia, la squadra di combattenti scelti fa sentire al sicuro e felice. Avevo bisogno di questo. Si stanno colmando molti vuoti e risolvendo molti dubbi. A scuola, e pure fuori. 




sabato 16 gennaio 2021

No. No.

Ha fatto lezione fino alle 10. Ha supervisionato gli operai, che tinteggiavano i corridoi di un magnifico verde chiaro e le aule di un delicato color lilla. Ha parlato con la BN delle cose da fare venerdì  e dell'open school di sabato. Lei gli ha chiesto di metterle a posto un tablet. Gli ha detto che non era urgente, che poteva portarselo a casa e farlo con calma.  Lui ha risposto "lo faccio subito". Un po' più tardi ha preso la sua Ford ed è uscito dal parcheggio.


E poi, a un dato momento della sera, non c'era più. 


Il Gigante non c'era più. 


Il Gigante non verrà più a insegnare musica, risolvere casini, dare scappellotti affettuosi, abbracciare adolescenti in lacrime, tuonare sgridate e fare scherzi a Scuolina Rosa. Il Gigante non sceglierà più, tra gli studentelli accaldati e nervosi, il ragazzo e la ragazza di terza che devono estrarre il numerino per le terne di prove d'esame. Non riceverà più i primini con gli occhioni sgranati, la prima mattina di scuola. Non risponderà più a centinaia di telefonate, sms, mail di docenti e genitori. Non ci manderà più le foto delle sue gigantesche padelle di paella cucinate alla proloco, o delle sue gite in moto. Non farà più i video con le foto delle uscite didattiche, dei gemellaggi e di tutte le manifestazioni. Non farà più il concerto di fine anno con gli alunni del corso pomeridiano. 

Scuolina Rosa è lì, piccola, vuota, come una foglia secca, senza volume. Sembra possa sbriciolarsi da un momento all'altro, o volare via con il primo refolo d'aria. Un'intera comunità, scolastica e non, è sotto choc. Continuo a scambiare messaggi con gente che mi dice che non riesce a respirare, che non riesce a dormire, che ha malesseri fisici. Che crederci è impossibile. I ragazzi hanno detto che nessuno può sostituirlo, e che nessuno deve toccare la sua tastiera e la sua chitarra. I colleghi annaspano cercando di capire come portare avanti un'attività minimamente sensata.  La sua faccia è su tutti i giornali, i biglietti colorati dei ragazzi con le loro parole per lui sono ovunque appesi nella scuola, ma lui non c'è.  Siamo tutti abituati che "quando arriva il Gigante, chiediamo a lui". Ma il Gigante non arriverà. 

Sono corsa su in macchina dopo le mie lezioni. I manifesti con gli orari delle funzioni erano ancora bagnati. Volevo scendere dalla macchina e strapparli. Voglio gridare che la piantino di scherzare e ci dicano dove si è nascosto. Voglio che salti fuori ridendo, una parte di me è ridotta a una bambina piccola che crede al gioco del cucù settete e ha la stessa paura di una bambina che, dietro le mani, non ci sia davvero più nessuno. Più di così per ora non riesco a metabolizzare. 

Scuolina Rosa è morta il 14 gennaio 2021. Qualunque cosa venga dopo, Scuolina Rosa se la porta via lui, in una delle sue grandi mani. 




martedì 5 gennaio 2021

Identità e appartenenza non te le vendono in piazza

Dieci dicembre, pomeriggio, tra una riunione online e l'altra.

Castagna: "Oggi comunque mi sono resa conto che mi sembrano 10 anni che sono lì da voi... in senso sia buono (possibilità di fare) che cattivo (impossibilità di fare qualsiasi altra cosa)."

L'Orsone: "In effetti hai ragione. Quest'anno è allucinante."

Non gliel'ho detto, ma credo che per me il passaggio da Scuolina Rosa a Scuola Vintage sarebbe stato un salto epocale anche in un altro momento storico.

Ho vissuto questa esperienza di cambiare  contesto, a metà dell'anno del Covid, dopo averci pensato per 24 mesi, aver inoltrato la domanda, ed essere stata con il cuore in bocca per altri 3. E a casa a domandarmi come sarebbe stato per altri 2. Poi dice che il mio difetto principale in passato era non saper aspettare. Se mai un tratto del carattere si può del tutto abolire, io ci sono riuscita. 

E poi all'improvviso era il primo settembre, io avevo i miei pantaloni estivi preferiti addosso e il cuore che faceva bum bum come quello di una scolaretta. Un vicepreside Faina con gli occhi fuori dalla testa per il milione e mezzo di cose da organizzare causa pandemia mi ha fatto fare un giro dell'edificio, così veloce e pieno di informazioni che alla fine mi girava la testa e non mi ero accorta di quanti chilometri avessi percorso. Sarebbe diventato assolutamente evidente che le passeggiate a scopo di fitness non servivano più, il primo giorno di effettiva lezione portato avanti coi tacchi. Quella scuola ha distanze considerevoli da percorrere e i tempi di spostamento incidono parecchio sulla durata di qualsiasi attività. Era necessario ottimizzare. Dopo un po' ho scoperto che, se, e sottolineo se, riesco ad andare alla stessa velocità del vice, che credo giochi a calcio da Dio perché sembra Quicksilver, o a tenere il passo con le lunghe gambe dell'Orsone, la percorrenza del corridoio da sala prof a II A è sufficiente a risolvere una grana, progettare un lavoro e/o farsi dare un buon numero di informazioni vitali. Quella tra sala prof e I C è ancora maggiore, e di solito la percorriamo io e il grosso orso tramando piani oscuri che riguardano cattedre, incarichi e linee didattiche dei prossimi anni. 

Il primo mese, non l'ho detto a nessuno, forse solo a mio marito in uno di quegli istanti a letto la sera tardi in cui sembra di poter confessare tutto, mi sono spaventata. Il mio cervello era immerso costantemente nella nebbia. Troppe cose da ricordare: e i registri totalmente elettronici con troppe funzioni. E i nomi assurdi da 4 continenti (vi prego, iscrivetemi un bambino neozelandese, non posso fare 4 e non 5, per l'Antartide pazienza). E chi è responsabile di cosa e a chi si può e non si può chiedere cosa.  E la segreteria. E i nomi di tutti i colleghi delle elementari che sono nelle 5 o 6 commissioni in cui l'Orsone mi ha messa d'ufficio. E le mille regole delle precauzioni sanitarie. E gente che conosci da una settimana che ti parla da dietro una mascherina, in un ambiente coi soffitti alti 4 metri e mezzo che fanno eco come una cattedrale tardogotica, magari con un difetto di pronuncia o un accento straniero, e tu ti senti scema perché devi farti ripetere le cose dodici volte. Certi giorni ero così confusa, e così agitata, che al ritorno facevo la strada verso casa ripetendomi, a giro, una di queste frasi: "sei troppo vecchia per ripartire da zero / ti credevi furba invece sei una ragazzina nevrotica, ti credevi brava invece eri solo in un ambiente protetto / cazzo, ma qua non sarà che il Covid mi ha bruciato dei pezzi di corteccia, oltre che togliermi l'olfatto per 15 giorni e mantenermelo sfalsato per altri 2 mesi?"

Insomma, era terrore allo stato solido. Mentre mi innamoravo della luce che entrava dai finestroni, mentre mi affezionavo al sapore del caffè della macchinetta, mentre imparavo a memoria il numero di passi tra la macchina e il cancello, mi ripetevo che avrei fallito e sarebbe stato un fiasco totale, e quel che è peggio sarei stata sola perché anche il mio pigmalione si sarebbe ricreduto sulla sua convinzione che impiantarmi nel sistema lo avrebbe sostenuto e migliorato. 

Poi in una delle molte deliranti giornate di lavoro con computer di qua, telefonino di là, libri sulle ginocchia e quaderni in bilico tra i cavi, ho guardato quel che stavo facendo. E cazzo, no, non lo stavo facendo male. 

Ieri a tavola ho detto ai miei che avevo passato la mattina a mettere a posto il calendario delle prossime prove e interrogazioni di recupero e, beh, potevo anche schiacciare un po' meno, se non altro su classi che si sono fatte un mese e mezzo a scuola e due a casa.  Perché alla fine arrivo a chiusura di quadrimestre con una bella fetta di programma svolto e quasi lo stesso numero di voti che avrei dato in un anno normale...

Ah già un attimo, devo ridirlo, non si sa mai. Io sono una docente di quelle che devo andare avanti col programma e mi serve ancora un giro di voti e studiate a memoria la definizione, a memoria non vuol dire con parole tue,  come si diceva in latino questo?  e i compiti ve li assegno perché li facciate e questo lo fate come dico io non come dice il libro. E se qualcuno non è ancora inorridito a sufficienza, a me la didattica per competenze, il byod e i compiti di realtà fanno cagare. Cagare. CA-GA-RE. Più tengo duro con la buona, sana, severa didattica tradizionale, più i miei ragazzi sono preparati e contenti di esserlo. Chiedere in giro. 

Comunque. Anche la più stronza professoressa TRADIZIONALE con il pelo sullo stomaco e 19 anni di insegnamento dietro, a cambiare ambiente, contesto, bioma, ha paura e fa fatica ad adattarsi. Questo ve lo dovevo dire. E adesso che riapriamo e ci sono 3 settimane per portare al traguardo il lavoro del primo quadrimestre del mio primo anno a Scuola Vintage, ho di nuovo un'ansia che non dormo. Dice che è il danno di essere una fanatica e una perfezionista.  Dice che è l'educazione cattoborghese e il complesso di Elettra e la personalità introversa e il disturbo ossessivo compulsivo. Ma tant'è. 

Dopodomani, caffè in sala prof e tutte e nove le classi a scuola. La mia idea del paradiso. 

giovedì 12 novembre 2020

Quelle sere in cui

Non so. Stasera la Princi, temporaneamente convivente con il fidanzato BP causa complicato protocollo di prevenzione del contagio, non ha mandato la buonanotte. 

E mia madre a Genova non si è fatta trovare al telefono. Ha risposto ai whatsapp ma non alle telefonate.

E io non sono andata a sistemarmi nel letto con l'Uomo. E ho le antenne su, per un problema serio di interferenze, sento qualcuno di quelli a cui tengo che ha un problema stasera, credo di sapere chi, ma non sono sicura. 

E adesso sono le 2 di notte e c'è un usignolo che canta, fortissimo, come sempre gli usignoli. E io ascolto e non dormo. Perché? 

Comunque, la prima settimana di didattica metà e metà è stata pesantissima. Ancora due giorni.  


sabato 7 novembre 2020

Il miglio verde, La capanna dello zio Tom, Il principe d'Egitto e minuti di incontestabile bellezza in un panorama di desolazione

Se l'anno scolastico scorso ha visto una chiusura repentina delle scuole, modello scossa sismica: un minuto prima era tutto normale e poi, di colpo, era un panorama di macerie che sembrava Guernica illustrata da Picasso, ora, invece, la ghigliottina è calata dopo attenta preparazione. Martedì,  mercoledì e giovedì, Il miglio verde: abbiamo consapevolmente accompagnato i ragazzi più grandi al patibolo. 

Martedì la terza C era in modalità tuttapposto prof: "Bene, allora, se domani non veniamo a scuola, con Lei abbiamo la terza ora di live, cosa portiamo, storia o geografia?" 

Mercoledì: Bello e Inutile piange di rabbia per un 4 dell'Orsone, seguito a ruota da mia nota perché mi ha risposto di merda. College Britannico  tossisce a raffica,  la sua è sempre stata tosse nervosa, ma oggi sembra stia per morire, ha mal di testa, lo mando a casa. Segue mattinata pseudonormale, un po' troppo silenziosa, con saluti, a me viene il magone, cazzo li conosco da un mese e mezzo e già vorrei scappare nelle grotte in montagna con tutti questi qua, a far lezione nel bosco, tipo partigiani. 

Mattina di giovedì,  siamo di nuovo a scuola, ma stavolta siamo sicuri che è l'ultimo giorno, due si sentono mancare l'aria, gli altri sono tesi, College Britannico è assente, l'Uomo delle Stelle che mi adora e mi sta sempre attaccato ha un crollo infantile, mi sento male prof,  io me ne sbatto dei regolamenti e gli tocco la fronte, è sudato come uno che sta per svenire, ha gli occhi pieni di lacrime. Vorrei coccolarlo, invece lo faccio mettere con la testa sul banco, ma è troppo nervoso, non riesce a starci. La Giunonica è attenta, come sarebbe a dire, la Giunonica ha ininterrottamente chiacchierato per sei settimane durante le mie lezioni, che ci fa tutta concentrata così? Chiede addirittura di leggere. Ho la pressione al soffitto. Quando arrivo a casa mi sento come avessi scalato il Ruwenzori, che, per chi non lo sapesse, ha il versante est pieno di colate di fango, vischioso, faticosissimo. 

Pomeriggio della riunione genitori della I A, qualche settimana fa. Un papà nigeriano si attacca come una cozza al mio collega (ed ex alunno) Altissimo. Testualmente: "Io nero africano povero, non ho soldi, compra tu i libri". Gli porta il foglietto dove il libraio dell'usato gli ha scritto la cifra che manca per ritirare i testi messi da parte per Birimbo Nero: 60 euro e 40 centesimi. Il povero Altissimo gli parla, gli spiega, gli scarica sul telefono l'app per la didattica a distanza, lo consola, ma i libri non glieli può pagare; la Castagna ha già pregato il Vicepreside Faina di concedere un posticipo della presentazione degli ISEE, il capo le ha pazientemente spiegato che papà di Birimbo non sarà probabilmente in grado di presentare alcun ISEE, mentre, se si offre a tutti una secobda possibilità di allungare in segreteria delle certificazioni fiscali oltre la scadenza, arriverà in Mercedes un quarto della comunità nomade della città, a sporgere con sicumera un foglio che li dichiara nullatenenti. Agitando un Rolex da 15.000 euro sul polso.

Castagna comprende,  ma dice in consiglio di classe che, se Birimbo non può guardare il libro di Geografia, non ce la faremo mai a insegnargli qualcosa, visto che non sa bene l'italiano e in più è dislessico, gli servono almeno le carte e le figure. Così, l'altroieri, Castagna, fingendo di sgridarlo, dà al Birimbo Nero un altro libro di Geografia di prima, diverso da quello dei compagni. Gli occhi profondissimi di questo bimbo spesso distratto si illuminano. Passerà due ore a cercare di capire se quello che segue a fatica nelle sue pagine è quello che stiamo facendo noi sul testo ufficiale. Nel primo giorno di lockdown, invece, gli segno tutte le parti che deve fare; sembra che gli abbia regalato chissà cosa. Passeggio tra i banchi (e per forza, questo mestiere non si può fare se non si guarda da vicino) mascherata come un rapinatore: in un raro momento di quiete in cui si sente solo la voce dell'alunno incaricato di leggere, un costante bisbiglio mi disturba. Arrivata all'altezza del banco del Birimbo, lo trovo che segue le parole del "suo" libro con il dito e cerca di leggerle sottovoce. Mi si muove istintivamente una mano per accarezzargli la testa, ma mi fermo, già sto violando 38 dpcm. Più tardi sono di nuovo alla cattedra e lui alza la mano: "Quale libro è per imparare a leggere? Sì, per imparare italiano?" Io, presa in contropiede: "Antologia? Grammatica?" "Sì... no... libro per preci...perci..." "Per principianti, Birimbo? Facilitato?" "Sì!!! Qual è?" "Te lo porto io, Birimbo, ti ho sentito che prima ti esercitavi, bravo, se ti impegni così diventerai bravissimo." 

Il Principe del Deserto, fratello della Regina del Deserto, mi guarda dall'altra fila, pensoso. Lui non spiccica quasi sillaba, non legge, capisce poco: a parte essere bellissimo, elegantissimo e molto gentile, come sua sorella in seconda, non fa molto. Il collega Altissimo che fa alfabetizzazione dice che lui è il più difficile da trattare, fa scarsi progressi, forse è troppo grande per memorizzare alla velocità dei bambini. Eppure, in classe è volenteroso, vuole tutti gli appunti, mi chiama se resta indietro, addirittura ieri giocavamo con l'alfabeto greco per distrarci un po' dopo due ore filate, e lui se lo copiava tutto bene, era contento, ha voluto il suo nome scritto in lettere greche alla lavagna. "Ok Principe, ma tu questo non lo devi studiare eh, stiamo solo giocando, tu devi imparare l'italiano!" Mi fulmina con un'occhiata che denuncia oltraggio: "Sua Altezza intende imparare il greco". È un principe anche perché noi siamo intimiditi dalle sue sopracciglia, che indicano innegabile superiorità. Poi va be', l'altro giorno ho fatto per togliergli un quaderno e appoggiarlo  nel sottobanco, ignara che il sottobanco fosse chiuso di lato e incastrandomi goffa, ci siamo messi a ridere, per un istante era un ragazzino come gli altri, solo infinitamente più bello. Sua sorella è umile e molto dolce, ma quando la vedi passare per i corridoi te la immagini sulle dune, semisvestita e coperta d'oro, con uno stuolo di schiavi, cammelli e cavalli che la segue e il popolo che la ammira a rispettosa distanza. 

Quando arrivo in sala professori dopo tre o quattro ore di nomi albanesi, egiziani, marocchini, tunisini, maliani, nigeriani, romeni, tamarri (abbiamo una Marissa e una Chanel) o totalmente privi di etimologia, dire ai colleghi "Buongiorno Roberto, ciao Annamaria" mi fa strano. E anche il silenzio,  dopo queste aule coi soffitti appesi metri e metri sopra di noi, che risuonano come cattedrali gotiche. Ieri poi la scuola era inquietante,  solo il corridoio delle prime era abitato, io e l'Orsone passeggiavamo nei corridoi immensi e vuoti, sentendoci un po' sovreccitati,  come due studenti di Hogwarts che si fossero persi appena arrivati nel castello. 

Dalla macchinetta del caffè, eccezionalmente tutta per noi due come quando eravamo a Scuolina Rosa,  io gli dico: "Sai, io cerco di mettere gli argomenti delle lezioni puntualmente sul registro" e lui, prendendo in prestito espressioni tipiche della mia regione, ride: "Io me ne batto o belin". "Boh, sai, penso che mi stiano un po' controllando e ci tengo a far vedere che lavoro" e lui si inalbera. "No, ma non farlo, non devi!" Lui mi ha prelevata da Scuolina Rosa,  ha personalmente trapiantato le lunghe radici che avevo sviluppato sotto la terra solforosa della Valle delle Meraviglie, e ci tiene che io mi trovi bene lì, mi toglie ogni fastidio se può, sono la sua creatura e si preoccupa che mi ambienti. Io rispondo: "Va beh, ma non scrivo dei poemi come la Melensa, cerco solo di far notare che ho un certo ritmo." Lui beve un sorso, abbassa di nuovo gli occhi su di me, e con aria seria: "Non lo fare, se ti pesa." "Adesso posso, ho tempo, se capiterà un periodo in cui sarò incasinata lascerò stare", mento con lo sguardo fermo, per rassicurarlo. 

Non so ancora se il monumento che voglio fargli lo preferisco in bronzo, in marmo di  Carrara, o criselefantino. Senza di lui sarei ancora a Scuolina Rosa a strapparmi le penne dalle ali per non farle crescere. Qui ho il Vicepreside Faina che, se volo troppo in alto, mi richiama giù prima che mi bruci come Icaro, ma poi, quando torno a terra, trovo sempre qualche regalo, un orario fatto bene, una proposta di lavoro allettante, un alleggerimento del carico, preparati in silenzio sotto il mio albero dal mio grosso amico della foresta, mentre io ero distratta. È un bel modo di lavorare, avere spazio e avere sponda al tempo stesso. 





mercoledì 14 ottobre 2020

Geografia, anche umana, di Scuola Vintage

A metà del corridoio della presidenza, c'è la Barriera. In un punto preciso tra un finestrone napoleonico e l'altro, la temperatura precipita di 7 gradi. Ti aspetti metalupi, giganti e Whitewalkers, invece incontri solo bimbetti color dattero che, dalla porta di una prima, zampettano verso il bagno maschile. Quello femminile è così lontano dalle classi che l'assorbente, se una ragazzina è in emergenza, è  meglio se se lo cambia dietro a uno dei giganteschi hibiscus in vaso che segnano l'ingresso delle stanze dei bottoni. 

Arrivi all'unico, angosciante, bagno dei docenti (illuminazione, cubatura e piastrelle: tutto preso di peso da un istituto psichiatrico di inizio Novecento, avete presente le foto raccapriccianti dei manicomi abbandonati? Quelle) e se non ti sei fatto la pipì addosso sei un Guardiano della Notte. Comunque, te la fai sotto dallo spavento quando entri. Io controllo sempre che non ci siano punteruoli per la lobotomia appoggiati sul termosifone.  

Il corridoio delle prime è una scuola a sé, sta nel corpo ulteriore dell'edificio, quello che si allunga oltre il cortile settecentesco e finisce nella torre medievale. Ci sono tre aule, una con vetrate laterali e pavimento stupendo (quella della sezione musicale, o sezione figa) una piccola sfigata e buia che sembra un orfanotrofio delle suore, ma che guarda la piazza coi platani e il retro della cattedrale (quella della Mia Prima),  e una grossa e brutta che però ha tre finestre enormi (l'Altra Prima). Poi c'è una stanza archivio che contiene cartoni, scaffali in legno e ratti. Non ci metterò piede nemmeno se mi pagano quanto il ministro dell'Istruzione. Poi c'è un fichissimo laboratorio di informatica con 24 postazioni e la torre del XII secolo annessa. 

Il corridoio delle terze è vasto e luminosissimo. Nelle terze splende il sole tutta la mattina, e tutti i docenti si tolgono tre strati di abbigliamento prima ancora di sedersi in cattedra. Le aule delle terze, soprattutto quella della mia che è la più numerosa, sono talmente grandi che non sono ancora arrivata fino in fondo a vedere cosa ci sia. Non ho mai avuto così tanto spazio per muovermi, proprio quando, in teoria, non dovrei spostarmi dalla cattedra.

Le seconde sono le cenerentole, sparse a macchia di leopardo lungo la costruzione. Una, della sezione informatica, è una piazza d'armi, e credo che originariamente facesse parte di una parete dell'edificio col porticato verso il cortile interno, perché ha delle finestre che danno verso il corridoio. La mia, della Seconda Scalcinata, è bruttina e richiede immediato intervento creativo per addobbarla (non sarebbe brutto neanche se si ricordassero di pulirla, a dire la verità). La seconda della sezione figa è in esilio oltre le scale, ma ha il vantaggio di avere un corridoio tutto suo e le ragazze arrivano al bagno  in tempi ragionevoli.

Le mie 4 classi, parlando di popolazione, sono sono diverse come i 4 punti cardinali. La Mia Prima sembra una succursale della materna. Sono piccini e non ne fanno mistero. Sorridono, tutti voltati verso la porta come girasoli, quando mi vedono passare, io per loro sono la Grande Madre Coordinatrice, colei che racconta i miti greci e fa ripetere l'alfabeto e i digrammi giocando. Li maltratto con affetto.

L'Altra Prima è una qasba, sembra di entrare di botto nella piazza di un mercato levantino, i colori della stanza e dei ragazzini sono quelli pulsanti dell'Africa, il rumore quello di una curva dello stadio. Per iniziare lezione bisogna sparare verso il soffitto con un AK47, poi però sono soddisfazioni: "La scuola non è democratica, è un'oligarchia, perché comandate in pochi e non c'è un re." Questo era, stamattina, il Piranha, il piccolo Albanese iperattivo che, in effetti,  aveva prodotto una delle prove di ingresso di storia migliori della classe. Solo che, poi, rompe a voce alta tutto il tempo, saltella ovunque alla velocità di Quicksilver, è un piranha. Attaccato ai cabasisi. 

La Seconda è Scalcinata, tutta. Buoni sono buoni. Ma sono piatti, sonnolenti, avulsi da qualsiasi aspetto scolastico. A parte Polpettina Quattrocchi che mi fa impazzire con i suoi occhiali a fondo di bottiglia, i suoi codini lunghi come lei e un eterno fiducioso sorriso da bimba. E a parte la Nemesi, che non sta MAI zitto. Mai. "Nemesi, devi andare in bagno, vero?" "No!" "Sì, sì che ci devi andare. E ci stai, non so, venti minuti? Così forse io spiego."

Sulla Fantastica Terza, un post dedicato a breve. 



martedì 6 ottobre 2020

Quelle belle giornate tipo spremiagrumi che mi sono mancate tanto

Ventotto settembre 

Ore 14.27, aula professori di Scuola Vintage. 

Faina entra con un mezzo sospiro e, per una volta, non si dirige sparato verso uno dei colleghi per dare indicazioni /fare domande / controllare che sia stato fatto tutto quello che aveva chiesto, piroettando per i vasti e luminosi corridoi e sparandosi da un angolo all'altro del grande edificio settecentesco. Guarda invece, con sguardo stranamente calmo, il tavolo a cui sono sedute la Rossa e Castagna, poi sposta gli occhi sulla macchinetta del caffè. 

Castagna (sapendo già la risposta): -S.? Sei riuscito ad andare a mangiare?

Faina: - No. E come facevo, che ne abbiamo uno in aula Covid ancora adesso?

Castagna: - Ma! ti posso prendere qualcosa?

 Faina: - No, ma ho pranzato eh. Questo - (accenna con gli occhi alla macchina del caffè).

Infila cinquanta centesimi nella macchinetta. Poi abbassa gli occhi sull'orologio. 

- Tre minuti.

Castagna lo guarda, e, per la dodicesima volta negli ultimi sette giorni, le si scolpisce in mente la frase: 'quest'uomo è straordinario'.

Cioè, Castagna per gli ultimi quattordici anni ha lavorato per il Gigante, e il Gigante è un'istituzione, rispettato, indiscusso e imponente come uno dei presidentoni effigiati sul Mount Rushmore. Ma questo quarantenne piccolino, che gioca a calcetto con l'Uomo, che a seconda di come lo guardi e della faccia che sta facendo è bruttino o molto dolce, ha l'incredibile talento di ricordarsi assolutamente tutto di tutto e tutti, e gestire dalle sei alle dieci cose contemporaneamente, in uno stato di perenne concitata mobilitazione, parlando alla velocità della luce e sfrecciando come una faina nel bosco. Poi all'improvviso, come la stessa faina, si immobilizza per un secondo e al suo sguardo d'acciaio si sostituisce un musino di una tenerezza disarmante, mentre ammette di essere a) terrorizzato, b) stanchissimo, c) sollevatissimo dal fatto che qualcun altro abbia risolto un problema o se la sia cavata senza di lui. Assolutamente adorabile. 

Castagna lo ha tempestato di migliaia di domande negli ultimi ventotto giorni (e sono sempre un terzo della quantità imbarazzante di domande che, nel frattempo, faceva all'Orsone, di persona o via whatsapp in qualunque orario del giorno o della notte o giorno della settimana, tanto con l'Orsone si fa così da quando ha lavorato a Scuolina Rosa). E si è perdutamente innamorata della sua passione per il suo mestiere e della sua gestione delle cose, già da questa tarda primavera, quando si sono telefonati per scambiarsi un po' di impressioni su come fosse andata nelle rispettive scuole con la fottutissima didattica online. Quel giorno ha scritto all'Orsone "ho capito, adesso, perchè vuoi lavorare per lui", e l'Orsone, come sempre senza farsi spiegare un cazzo, ha risposto imperturbabile "hai visto".

Comunque, oggi, alla Castagna si è piantata in mente quell'immagine del vicepreside Faina che si prende uno e mezzo di quei tre minuti per tracannare un caffè, mentre non smette neanche per un nanosecondo di tenere il mondo intero sotto accuratissimo controllo. Ed era sinceramente emozionata quando si è resa conto di cosa è successo addì 28 del mese di Settembre, giorno che non dimenticherà presto. 

Sette ore prima 

 Il lunedì, la Castagna entrerebbe alle 10.38 e inizierebbe la giornata con l'assistenza al tristissimo intervallo nei banchi dei suoi alunni della prima B. Invece, nel primo lunedì di orario definitivo, la Castagna compare sulla porta dell'ingresso secondario di Scuola Vintage alle 7.55 insieme al Dolcissimo, il prof di sostegno e informatica, perchè deve individuare, all'ombra dei platani, il ragazzino che arriva da due settimane di quarantena  e deve ancora mettere piede nella sua classe.  Quel che vede la lascia commossa: tre gruppetti di cuccioli di vario colore e diversa corporatura, tutti in fila abbastanza distanziati lungo i due marciapiedi della strada del centro storico, che aspettano il momento di spostarsi come una frotta di anatroccoli sul lato giusto, dove con pazienza presentano il diario, se necessario si fanno misurare la temperatura e poi si mettono davanti al bidello, con le manine a coppa, per prendere una dose di disinfettante come fosse la santa comunione.

Sorridenti e fiduciosi, nei confronti degli adulti impazziti tutto intorno a loro, e di questo mondo di merda, come solo gli undicenni sanno essere. Castagna chiede mentalmente scusa alla propria intelligenza e a generazioni di maestri  educatori  e pedagoghi prima di lei, e,  non trovando il reduce da quarantena, pinza subito il reduce da assenza normale, che si presenta con la giustificazione sbagliata e ... una tosse catarrosa che lo sbatte tutto. [...]


-------------------------

Chiariamo. Questo post AVEVA un inizio e una fine. Non sono mai riuscita a scriverlo tutto. Ma soprattutto, dal 28 settembre a oggi che fa 6 ottobre, le cose si sono evolute e sono andate a una velocità tale che non so già più cosa avrei voluto scrivere. 

So solo che il 28 è stata la prima giornata da 11 ore filate, ed è stato bellissimo. Anche perchè è stato il primo lunedì con 6 ore di lezione, il primo lunedì coi consigli di classe, il primo lunedì con le grane che ti piovono a raffica come colpi in un videogame con le astronavi aliene, il primo lunedì in cui Castagna è di nuovo stata Castagna, "miscusisignoramiservecheleifotocopiquesto, fermolìtudovevai, scusacapodevoparlarti, siaccomodisignorachelespiegocomefunzionaperlegiustificazioni, haivistoilcapo?, cipensoio, nonotranquillohogiàfattofirmareilgenitore, prontosignorasonolacordinatricedellaclassediCarletto, midatel'elencodiquesto, prendoilfaldonediquello", e intanto l'Opossum ha iniziato a studiare l'alfabeto in classe ("Opossum, ma tu da quanto sei in Italia?" "Eeeeh!" "Ma le elementari le hai fatte tutte qui o in parte in Tunisia?" "Qua, qua" "E IN CINQUE ANNI NON HAI IMPARATO L'ALFABETO??????") e il mio fidanzatino zingaro ha espresso categoricamente la necessità di essere spostato in primo banco per amarmi e venerarmi più da vicino. Questo nella Mia Prima. Perchè poi c'è l'Altra Prima, anche detta Prima Frizzante, poi c'è la Fantastica Terza, poi c'è la Seconda Scalcinata. Ottantaquattro anime. 

Come già fatto altre volte per riassumere periodi particolarmente congestionati della mia vita, andrò per fotogrammi, importando impressioni, battute, sensazioni, anche dal telefono. Da ciò spero vi facciate un'idea di Scuola Vintage, dei suoi ritmi assurdi, della sua variopinta composizione etnica, e delle dimensioni del monumento che erigerò all'Orsone per aver insistito per il mio trasferimento lì.

--------------------

Primo settembre

Mia figlia per il primo giorno di scuola mi ha fatto un nuovo taglio di capelli. Mi guardo allo specchio: "Ma sai cosa sembra? il taglio corto di Lady Diana." La Princi si sbrodola dalla gioia: "E' esattamente quello che avevo in mente!!!"
Due settembre

Al collegio docenti in Zoom apprendo che la chiesa che deve offrire gli spazi per le classi in esubero delle elementari vuole essere PAGATA. Ma soprattutto... il parroco, VE LO GIURO, si chiama Don Rodrigo.

Tre settembre

Prima riunione in presenza con gli altri quindici titolari di cattedra. Forse ho esagerato un pochino col "camminare per smaltire le emozioni". Il contapassi alla sera segna: 2146 kcal, 17,76 km, 26.359 passi, 261 minuti di movimento. Resterò azzoppata, con cerotti ai talloni, per una settimana.
Quattro settembre

Castagna: "Dove sta scritto nel vostro regolamento cosa si fa se uno bestemmia in classe?" L'Orsone: "Non lo so, non l'ho mai letto per intero" Castagna: "Ah certo, tu usi la legge del taglione nelle tue classi?" L'Orsone: "Sono io la legge, in classe" Dieci settembre (da una conversazione WhatsApp di Castagna)

"Sono contentissima. Contentissima. Felice Oggi raccontavo a mia madre come è andata stamattina e mi sono resa conto che va ESATTAMENTE come mi ero immaginata. Io, l'Orsone e il Vicepreside Faina seduti al tavolo insieme a cercare soluzioni."

Quindici settembre (da una conversazione WhatsApp di Castagna)

"È la scuola per me... nessuno va via se non è strettamente tenuto a recuperare figli da qualche parte, un ragazzo(*) che poteva prendere la mia cattedra a Scuolina Rosa e abita lì vicino ha preferito tornare anche solo per 15 ore. Facciamo riunione in coda alle lezioni e nessuno si lamenta, la scuola è aperta fino alle 19 e i progetti del pomeriggio sono a piacere. I bidelli non fanno una piega."
"Sono felice come una bambina a Natale."

(*) Il "ragazzo" ha 29 anni. In prima media, aveva una prof di Geografia di 26 anni che arrivava tutte le mattine col treno da Genova. Non riesco a riprendermi dal trauma. L'ho riconosciuto io, alla prima riunione dei coordinatori, quando si è tolto la mascherina e, ad un certo punto, ha fatto una faccia un po' preoccupata guardando verso il banco. Di colpo il suo nome si è associato alla stessa identica espressione preoccupata, sulla faccia di un bambino a sinistra della cattedra. Porca Eva. Un mio exalunno è prof di lettere, oltretutto è coordinatore di una classe in cui io faccio Storia e Geografia, oltretutto è cazzutissimo. Oggi pomeriggio mi ha telefonato per darmi delle dritte sulla Prima Frizzante, e io ancora devo riprendermi dallo choc di quando abbiamo ricostruito dove ci eravamo già visti.

Ventinove settembre (da una conversazione WhatsApp di Castagna)

"Ho detto di sì a una roba così spaventosa che in cambio ho chiesto un ufficio tutto mio nella torre medievale. E credo proprio che me lo daranno. Ti racconto domani perché sono le otto, i consigli sono finiti da mezz'ora e quei pazzi dei miei colleghi sono già online a commentare le mail arrivate nel frattempo, è una scuola di assatanati. Ma hanno una visione pazzesca."


Trenta settembre

Il colleghino di matematica della Mia Prima, 27 kg di peso se lo infradici, ferocissimo e scattante come un gatto nevrotico, mentre mi complimentavo per come aveva magistralmente asfaltato i tre o quattro alunni che già dopo dieci giorni di prima media si stavano allargando, mi ha confidato che il suo soprannome è La Morte. Volevo dirgli che i miei ultimi alunni di Scuolina Rosa mi avevano finalmente promossa al titolo di Lucifero. Ma ho deciso che lo scoprirà da solo.


Oggi

Sono coordinatrice della Mia Prima, domani 7 ottobre mi prendo il ruolo di coordinatore di dipartimento di Lettere, ho fatto domanda per entrare in commissione Continuità e orientamento, su richiesta espressa dell'Orsone lavorerò alla gestione della piattaforma per i PAI, Lady S. (la dirigente) mi ha chiesto di diventare referente della formazione docenti. Terrorizzata, iperattiva e entusiasta, come il Vicepreside Faina.