Non ho proprio idea di come sia successo, ma siamo oltre la metà del 2021 e questo blog, per quanto molto anchilosato, ancora è qui a testimoniare della mia vita. Come prof e come persona.
Solo che è passata la fase di detta vita in cui mi ci aggrappavo per non sentire la solitudine, per sfogare qualsiasi paturnia, e intanto i blog quelli belli, che seguivo sempre, sono diventati ad accesso controllato o si sono persi per strada.
È anche passata la fase della vita in cui avevo tempo di scrivere ogni giorno. Ho iniziato a trentatré anni e, se oggi incontrassi la persona che ero in quel periodo, le darei due schiaffi e una bella svegliata, perché era una piccola idiota, bloccata da mille paure e cieca a ogni cosa che non fosse il suo bisogno immediato di sollievo. La signora che scrive oggi è una quarantacinquenne parecchio disillusa, ma molto più solida.
In comune, la Castagna versione 2009 e questa di adesso hanno solo la professione, la passione sviscerata per la professione e le grane della professione, pur se anche in quella l'atteggiamento è molto diverso. E se, certo, da matura si lavora meglio che da acerba, io però quella trentaequalcosenne che si faceva un mazzo così non la giudico affatto male, aveva altre risorse rispetto all'esperienza, comunque sapeva giocare duro, dire la sua e guardare lontano. Quest'anno, che ho lavorato gomito a gomito con l'Altissimo, poi ribattezzato Dottor Carter, che era mio alunno all'alba della mia scalata alle graduatorie e in questi mesi è stato il mio coordinatore in una prima, ho capito cosa vedevano in me all'epoca i docenti più esperti, quando decidevano di fidarsi nonostante la mia giovanissima età. Ci sono, semplicemente, quelli che per questo mestiere sono tagliati e punto.
Ma andiamo con ordine.
Intanto per cominciare, questo blog è nato e si è sviluppato quando avevo appena finito il mio primo anno come titolare a Scuolina Rosa. Io da esattamente 12 mesi non appartengo più a Scuolina Rosa, e solo qualche giorno fa sono riuscita a tornare a Paesino di Sogno senza una stretta micidiale al petto. Però va detto che far parte di Scuola Vintage è come aver finalmente passato la selezione per i nazionali, dopo aver giocato per anni a livello locale. Credo anche di essere capitata lì in un anno in cui tra gli atleti nazionali venivano selezionati quelli da mandare ai mondiali, o almeno lo spero, perché se il ritmo dovesse essere sempre lo stesso, come giustamente diceva la Mater, io lì ci duro cinque anni. ("Ah, sicuro, non arrivo ai cinquanta, ma muoio felice", le ho risposto.)
Poi ci sono stati alcuni eventi maggiori nella mia vita. Su tutti diventare mamma della Princi, ma anche perdere tante persone per strada: chi ha svoltato per motivi più o meno chiari, chi è stato preso dalla Nera Signora, chi è andato a vivere lontano. Chi è andato via, lasciando la città a bruciare fino alle fondamenta, e poi è tornato e dorme qui sulle ceneri ancora tiepide.
Però, anno Domini MMXXI, non è che io abbia solo croci da contare. Anzi. Sembra che, dalla parte di qua della pandemia, quella dopo la paura e prima del controllo totale delle menti, io ci sia arrivata in questa modalità: bionda, forte, piena di amici e relazioni significative, con tante "mie" persone attorno, abitudini più sane e palle decisamente più quadrate. Forse perché, se sbatti la faccia nel cemento un po' di volte, ma anche quando sei ridotto a una maschera di sangue continui a urlare "Però ho ragione!!!", e poi alla fine viene fuori che AVEVI DAVVERO ragione, gli altri finiscono per fare un passo indietro e guardarti fare. E tu, dopo un po' di chirurgia maxillofacciale ed estetica per poter di nuovo respirare, masticare, guardarti allo specchio, in questo spazio che gli altri ti lasciano ti ci muovi.
E quindi veniamo alle grandi notizie del 2021, che è un giro di calendario a dir poco interessante. Intanto si è visto che si poteva chiudere in discreta bellezza un primo anno assolutamente non facile a Scuola Vintage. E questo era fondamentale, ma assolutamente non scontato, in tempi di Covid e dopo una tempesta di cacca forza 9 che da febbraio ha sconquassato diverse classi (e ve ne parlerò, ma adesso c'è un'indagine della polizia, non è il momento).
Poi la figlia è andata a stare da sola, o meglio, con il fidanzato BP. Che ha l'impressionante atout di piacere alla mamma, e che pare la faccia contenta. E ciò si svolge nella Città coi Due Fiumi, a poca distanza da qua, in pieno centro, dove i due, in pochi mesi, si sono integrati senza fatica in una piccola comunità di negozianti e impiegati di uffici.su strada, che ha finito per adottare anche me e l'Uomo. Vivono in tre stanzine miserande con finestre su un solo lato, un caldo soffocante e evidenti segni di quella gioia che c'è solo all'inizio di una convivenza. La sola volta che, venendo via da lì, non ho singhiozzato, per il distacco dalla Princi e anche per l'invidia, è stata mercoledì scorso, quando anche l'Uomo è stato lì con me e gli ho visto passare emozioni varie sulla faccia.
L'altra enorme, gigantesca notizia è che da esattamente tre giorni e quattordici ore siamo i proprietari della casa dove ci trasferiremo. Quindi, tra qualche mese, per fare colazione scenderò le scale e aprirò la porta finestra verso il portico, che a sua volta guarderà sul giardino. Per dare aria alle stanze aprirò la porta finestra sul terrazzo lungo, e girandomi a destra vedrò le montagne. Per stendere uscirò sul terrazzino dietro e sentirò le campane della chiesa barocca in cima al paese. D'inverno correggerò le prove nel tinello davanti al camino. Farò yoga sul mio prato. E perderò ore a rintracciare i gatti. Insomma, dopo vent'anni esatti di sistemazioni nate per essere provvisorie, ho comprato la casa dei miei sogni. Provvisoria pure quella, penso, perché non credo che ci invecchieremo, a Paesino da Cartolina, abitanti 387. Ma strappacuore. Sarà una delle grandi protagoniste di questo blog, la casa nuova.
Ora voi direte: ma proprio adesso che la Princi si sposta (o magari pure si sposa)? Ma con l'Uomo che vive un po' dentro un po' fuori e non fa programmi oltre le 12 ore? Ma adesso che lavori in città, insegni yoga in città, tua madre ha una casa in affitto in città? Ma...
Ma, ma, ma. Guardate un breve filmato in cui la mia faccia, devastata dai colpi sul cemento grezzo, ruscella sangue ma io, anche coi denti rotti e gli occhi pesti, continuo a farfugliare "Però ho ragione!!!". Ecco, posso sempre sbagliarmi e avere torto, stavolta. Ma quella è la determinazione con cui si fanno le cose qui da me, mia madre è uguale, mia figlia è uguale, mio marito è uguale. Non siamo gente che si lascia dire da altri quali sogni (e quali incubi) deve avere.
Sono assolutamente certa che passare da cinque vani urbani a una casa indipendente in paese, con il prato, il muraglione di confine coi vicini, la crota (non esiste un termine non piemontese per descrivere quel tipo di cantina), sarà un'avventura non da poco. Suderemo, spenderemo, ci metteremo anni a imparare a godercela e chissà quanti piccoli intoppi dovremo affrontare per far funzionare il tutto. I colleghi sono unanimi nell'affermare che la differenza la fa il giardino. Kim Rossi R. mi ha messo in guardia sulle proporzioni apparentemente ragionevoli di alberi che, visti così, sono piccoli, poi se decidi di tagliarli scopri che ci vogliono tre viaggi a portare via tutto. La Genovese mi ha detto "Il giardino diventa così importante che ti dimentichi dell'interno" (il che, a me che adesso ho le mani in mille riviste di arredamento e sto sudando per scegliere pezzi tra il country, l'elegante, il pratico e il moderno, sembra impossibile). Il segretario Gattopardo, rotolando o espungendo le erre nel suo spettacolare accento siciliano, mi ha detto "Quando hai la tua terra, me lo dici che ti porto le fragole da trapiantare." Ma ovviamente è l'Orsone, orgogliosissimo proprietario del cocuzzolo di un colle oltre il fiume, che ha fatto centro: "È un sacco di lavoro. Vai fuori, decidi di regolare la siepe o sistemare il prato, e in un attimo ci sei stato cinque ore. Però va bene, perché ti dimentichi di tutto." Io e quell'uomo chiaramente abbiamo visto entrambi il cemento da molto vicino, e non una volta sola. Non c'è nemmeno stato bisogno di raccontarselo. Dice che è l'antidoto. Io gli credo. Guardo il mio, di Uomo, e me lo immagino in ciabatte di gomma che bagna il prato. Guardo la camera da letto che attrezzerò per i ragazzi e me li vedo arrivare in cucina al mattino della domenica per fare colazione. Mi immagino i nipotini sul prato. Ma soprattutto, se chiudo gli occhi, vedo me in ogni anfratto della casa, che pulisco, che studio, che arredo, che riparo, che vivo. Che prendo l'auto e parto per Scuola Vintage attraversando le nebbie del mattino. Che torno a casa, sento il cancello chiudersi dietro di me e scendo in mezzo alle aiuole, dando inizio alla seconda parte della giornata, quella in cui mi coccolo la mia casa e le mie piante. "Vedrà che sarà contenta" ha detto, con semplicità ma con un bel sorriso sincero, la signora che mi ha venduto la casa, una che di cemento ne ha trovato intere scogliere su cui fratturarsi, ma si illumina parlando delle sue ortensie.
Speriamo davvero.



