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sabato 6 novembre 2021

Ci fa un freddo disperato in quel cortile, ma noi facciamo splendere il sole

Ed è arrivato novembre. Sono quattordici mesi che lavoro a Scuola Vintage. Dieci mesi pieni di 2021, e il 2021 da solo per me conta tanti lutti atroci quanti ne contano gli ultimi dieci anni. L'ultimo è stato tanto agghiacciante che, per la seconda volta da quando mi sono trasferita, non ho potuto parlare di un fatto importantissimo per me qui, a causa di indagini in corso, e anche ora, che l'aspetto poliziesco è risolto, grazie, ma non è il caso.

Da un paio di giorni il cielo è pulito come un bicchiere di cristallo appena lavato, ci sono tramonti ad effetto, stellate senza fine. Fino a qualche giorno fa era tutto una nebbietta bagnata e un clima semicaldo privo di senso. I capelli impazzivano e bisognava cambiarsi due volte al giorno perché, coi termosifoni in modalità bistecchiera, ci si infradiciava. Soprattutto in prima, dove la camminata in mezzo ai banchi è cruciale per far lavorare i topini, e batte sempre luce, a qualsiasi ora (deve essere l'unica stanza del mondo orientata contemporaneamente su tre punti cardinali, che non comprendono il nord).

Quest'anno "ho" cinque classi. Nel senso che ci sono i miei, quelli della seconda B, dove io sono l'autorità somma che coordina; poi, ci sono quelli della seconda del dottor Carter in cui faccio storia e geografia; poi, mi hanno dato questa ventina di topini freschi di primaria, che adorano essere alle medie; poi, ho un'ora a settimana in una terza che è un film dell'orrore per tutti; poi, mi hanno tolto i Bimbi Sperduti che ora sono stati dati alla Bella Statuina, ma incautamente me li hanno lasciati come vicini di casa. 

Capita quindi, mentre sto spiegando ai topini, che entri, non troppo furtivamente, la mia Palestinese in Fuga e mi avvolga in un abbraccio direttamente alla cattedra. Capita che i topini facciano l'intervallo in classe mentre in corridoio i Bimbi Sperduti, quasi tutti più alti di me ormai, mi trascinano nelle loro vite. Inizialmente erano lamentosi: "Prof noooooo deve tornare da noiiiii perchééé ci ha lasciaaaaatoooo" o rivendicativi: "Questa prof non ci piace, è cattiva" ("Ma starete scherzando, io vi sgridavo di continuo!!!" "Sì, ma lei ci faceva anche ridere!"). 

In un paio di mesi sembrano aver deciso che è bello non avermi come docente perché ora possono starmi addosso, abbracciarmi (le regole antiCovid e l'affetto non sono compatibili) e venirmi a raccontare i fatti loro: "Non piango più quando mi interrogano!" ("Era l'ora!!!"), "Ho fatto un casino con la prova di matematica!", "Ho preso 9 di storia!". Salvo poi restarci malissimo quando scoprono che io so parecchie cose di loro: "Ricciolone, tu vedi di stare fuori dai casini, non fare il pazzesco con quelli pericolosi qua in giro". "Ma prof..." "E te li tagli 'sti capelli, santiddio???" 

Poi suona la campanella e se ne vanno: "Ti voglio bene prof" mi dice il marocchino più dislessico e tenero del mondo, andando via. Io rientro dai primini, che osservano senza osare commenti il mio sorriso emozionato, per loro le creature di terza e i loro comportamenti sono ancora un impressionante mistero.

Con la terza che è un film dell'orrore vado molto d'accordo perché il poliziotto cattivo lì lo fa l'Artista, io faccio solo compresenza, non do voti e tengo mezza classe per volta, li porto in mensa e li incontro nei corridoi, dove ancora confondo i nomi di tre ragazze che secondo me sono uguali, in compenso mi ricordo la pronuncia precisa dell'unico cognome moldavo, credo di essere la sola in tutto l'istituto. Stiamo sviluppando insieme i contenuti di un sito internet. È un lavoro nuovo anche per me, non mi annoio.

Sono un po' stanca delle seconde medie, che quest'anno sembrano quinte elementari,  e molto contenta di come impostiamo il lavoro con i primini. Ci sono, come al solito, arrivate dai maestri delle segnalazioni di disturbi dell'apprendimento, certificati e non, che non corrispondono a realtà,  in compenso ne abbiamo alcuni, sulla carta normalissimi, che sembrano fuori come balconi. Ma è una classe dove si fa tanto e si fa in allegria. 

In sala prof mangiamo come al solito troppi dolci, beviamo quantità di caffè che fanno paura ai cardiologi e diciamo talmente tante parolacce che a volte io vado a chiudere la porta.

 Quest'anno è tornata la Valchiria, che è esattamente come me nel modo di fare, infatti ci siamo trovate subito, e poi ci sono un po' di gradevoli facce nuove per tutti. Tra cui la Coscialunga di Mate, che io detesto solo perché è bella e l'Orsone ci va molto d'accordo, scatenando la mia feroce possessività nei confronti del mio personale rifugio antiatomico a due ante. 

Sembra abbiamo acquistato bene per quanto riguarda Tecnologia (Uno Carino) e Spagnolo (Minnie). La Sirena di Francese adesso insegna Inglese, e improvvisamente parla, anche parecchio, dopo un intero anno in cui aveva tre scuole e da noi veniva solo due giorni a settimana, senza quasi salutare. Francese lo fa la Gnoma Simpatica, che è l'ultima che saluto a fine settimana (sì, ho di nuovo il prolungato al venerdì, l'orrore e l'abisso). 

Poi c'è il Pezzodignocco che potenzia matematica, dimostrazione spettacolare di come un maschio sulla trentina possa essere contemporaneamente fico e imbranato come una dodicenne, perdipiù palestrato e laureato. Un enigma alto un metro e novanta, sempre sorridente peraltro, che noi trattiamo istintivamente da amico, perché è contagiosamente allegro e molto semplice, salvo poi ricordarci all'improvviso che lui non è  Carter, non sa molti intrighi di palazzo. Io, sono già due volte che gli dico che dovremo ucciderlo al termine della conversazione, perché per sua sfiga gli capita l'ora buca del venerdì con me,  l'Orsone e la Valchiria, in cui l'ultima cosa che si fa è avere peli sulla lingua. 

Carter arriva dal corso di alfabetizzazione sul finire dell'ora e trova sempre uno spettacolo poco edificante, la Valchiria che gesticola come la tipica donna di colore che non ha paura di nessuno, me con le guance rosse per il fervore dei discorsi o per le risate, l'Orsone che spara cazzate a raffica, un po' brontolando un po' ridendo, il Pezzodignocco che si sbriciola con la brioche, seduto curvo perché nessuno gli ha detto che quando uno è alto come un palazzo deve muoversi come un Lacedemone alle Termopili, non come un bambino timido... Quattro pessimi soggetti. I bidelli non osano affacciarsi in sala prof in quell'ora del venerdì,  sembriamo quattro migliori amici in gita scolastica, quelli seduti nell'ultima fila del pullman a fare cagnara. 

Tranne oggi: l'Orsone era a casa in permesso, la Valchiria sudava sangue sulla compilazione di un foglio ferie con le settanta procedure burocratiche annesse, così io ho preso il Pezzodignocco e ho biecamente sfruttato i suoi definitissimi muscoli per scaricare uno scatolone con venti copie della Divina Commedia dalla mia auto, dato che mi sono distrutta una spalla in non so quale pratica yoga. Poi l'ho portato al bar a sbriciolarsi la brioche addosso e ho ascoltato le sue vicende sportive per un po', per risarcirlo della manovalanza. Ma non mi sono divertita come al solito. Tranne quando mi ha detto che, al suo esordio da noi come insegnante che fa lezione invece che come figura di potenziamento, era entrato in classe con la frase "Voi l'avete visto V per Vendetta?". Allora ho riso, e ho pensato che, se gli diamo ancora qualche anno, forse non dovremo più ucciderlo al termine delle conversazioni proibite del venerdì. 








   

mercoledì 25 agosto 2021

Il cerchio della vita

Urlo della scimmia sacerdote, sole che sale sulla savana... 

Sottofondo crescente...

Ingonyama nengw' enamabala

Ingonyama nengw' enamabala

Ingonyama nengw' enamabala

...enter Ivana Spagna o Elton John, a piacere.

No, era per dire che oggi mia figlia si è messa i turni sul lavoro, ha portato la macchina a fare la cinghia di distrubuzione nuova e si paga la sua prima multa da sola. 

E io sono andata a scuola coi pantaloni di lino color sabbia e sono stata presa in contropiede da un ciclo assassino in anticipo di sette giorni, di cui mi sono accorta solo dopo essere stata al lavoro, in centro e a fare la spesa. Come riavere 13 anni, e volere una vanga per sotterrarsi. 

È una gioostra che vaaaaaa...





martedì 24 agosto 2021

Noi, cose facili, mai.

Domani torno al lavoro. A parlare di lavoro, spero, non di profilassi sanitaria. Stando ai titoli dei giornali, sarà un autunno probabilmente interessante. 

Qua però la notizia significativa è un'altra. Totalmente un'altra. Ed è tostissima. Domenica, con sandali nuovi, lucidalabbra oro, e dimenticandomi totalmente a casa la mascherina per la prima volta in 19 mesi, nel senso che stavolta, non dovendo entrare nei negozi, non me ne sono resa conto fino al giorno dopo, di non averne nemmeno una in borsa, vado a trovare la gentilissima e generosa signora che ci ha venduto la casa nuova. Porto le paste, ci sediamo a chiacchierare, la prendiamo larghissima, poi una frase che dice mi fa l'effetto del fulmine che squarcia il cielo nero, come il nome di don Rodrigo nei pensieri confusi di don Abbondio. Sta parlando del prato. Sta dicendo che è già stato falciato ma si scusa perché, al momento, la batteria del tosaerba è in riparazione,  comunque per la settimana prossima ce l'avrò, o al limite farò dare una tosata dal giardiniere e devo dirgli anche di legare le rose sul cancello. 

All'improvviso un bignè che sto deglutendo mi assume un sapore aspro. Perché, si chiede il mio povero cervellino, il soggetto della frase è cambiato? Perché sta parlando di cose che farò io, invece che di se stessa? 

Frena. Fermi. "E ogni quanto lo rasi, il prato, a questa stagione?", chiedo, fingendo di non avere dei cubetti di ghiaccio al posto delle vertebre. 

Di colpo realizzo di cosa stiamo parlando. La signora, che chiameremo Fiore d'Acciaio, trasloca il 30. Di AGOSTO. Da lì a 8 giorni, che mentre scrivo sono già diventati solo 6. 

Il restante tempo lo passo a pensare: non sono pronta. Non. Sono. Pronta. Solo giovedì 19 parlavo con la Princi e il Fidanzato BP, e dicevo cose sul destino del mobilio della camera da letto, affermando che si sarebbe comunque parlato di spostarsi tra DIVERSI MESI, L'ANNO PROSSIMO.  

Sia ben chiaro. In questa famiglia siamo tre. La sola ad aver manifestato resistenze, la Princi, è andata a stare per i fatti suoi. Se fosse per me, Fiore d'Acciaio finirebbe di caricare l'ultimo scatolone, e esattamente dieci minuti dopo che la portiera della sua auto avesse sbattuto chiudendosi, io entrerei in casa, srotolerei il tappetino da yoga sul pavimento e ci passerei la prima notte. Il problema, come sempre, non sono io... che sono terrorizzata, ma non vedo l'ora di imbarcarmi nell'ennesima epopea. Ma l'Uomo. 

L'Uomo non era contrario a questo acquisto. Ma, punto primo: l'Uomo è contrario ai traslochi. A qualsiasi cambio di casa. Ha sposato proprio la donna sbagliata, in tal senso. Punto secondo: l'Uomo è contrario a parlare di traslochi. Punto terzo: l'Uomo, in generale, È CONTRARIO. A qualcosa, se non a tutto. 

E questi punti, uno due e tre, erano validi quando io e l'Uomo ancora eravamo "io e l'Uomo". Adesso le incognite sono ben maggiori, c'è rischio che rivendiamo questa casa senza averci dormito una sola notte. Ma io che, evidentemente, sono nata per coesistere con ansie che sbriciolerebbero le coronarie a Capitan America, l'ho comprata lo stesso, la casa, mannaggia a me. È mia. Quindi, secondo me, è nostra. E ne sono felice.

Solo che alle 6 di mattina apro gli occhi, e penso che questo settembre ci sono l'adozione della Princi da mandare avanti, il Covid e la questione vaccini, la scuola nuova, la casa nuova e due corsi professionalizzanti in inglese da finire per lo yoga, e quando arrivo in salotto dalla camera da letto sono già stanca, da quanto ho pensato. 





venerdì 20 agosto 2021

Fine della seconda estate pandemica e inizio del terzo anno scolastico devastato dalle leggi antipandemiche

Mi succede un fatto strano. Mi sono piaciute le vacanze, quest'anno. 

Tradotto, sono solo due o tre giorni che non vedo letteralmente l'ora di tornare al lavoro, mentre gli anni scorsi, da quando insegno, alla seconda di luglio ero annoiata (o addirittura stanca, l'estate a volte per me è drammatica a causa di tutto quello che la famiglia si aspetta dame) e mi mancavano i ragazzi. 

Cioè, i ragazzi mi mancano. Da inizio agosto, più  o meno, quando ho incontrato il Ricciolone dal tabacchino che mi stava aiutando a creare il codice SPID. Devo dire che incontrarli non era ovvio, in centro io quasi non ci ho messo piede per settimane, al bancomat della via principale ci vado al mattino presto o la sera. Da quando la figlia non vive qui, nessuno mi trascina per negozi nelle ore canoniche. Comunque i ragazzi mi mancano e in generale io sarei per una riduzione oraria che mi permettesse di fare, che so, due ore ogni tanto, anche tutta l'estate, per tenerli attivi e tenermi felice. In tal senso, l'estate scorsa, in cui ho fatto laboratorio di scrittura online fino al 15 luglio, mi ha dato molto.

Questo comunque è stato l'anno scolastico in cui ho lavorato di più da quando sono nata. Proprio in termini di ore. Colleghi assatanati che scrivevano dalle 7 di mattina (e io c'ero) alle 11 di sera (e io c'ero). Il problema è che alcuni colleghi scrivevano presto ma non tardi, altri tardi ma non presto. Io e un paio di altri eravamo online sia presto, che tardi, che in mezzo.

Poi gli incarichi. Troppi, ma ho cambiato scuola apposta, perché a Paesino di Sogno o facevo di mio ma senza tanto riconoscimento così, o non potevo fare. La scuola difficile in città che per me era un contesto nuovo in generale, 4 classi, gli orari deliranti in tempo di Covid, i casi di sostegno che invece di migliorare peggioravano. Il casino scoppiato in terza. 

Preparare la mia stessa maturità non è stato così pesante. Alla fine avevo la pressione troppo alta e serissimi disturbi del ciclo sonno veglia, oltre ad aver preso 4 kg (quelli solo nella seconda parte dell'anno, il terzo lockdown non ho neanche provato a gestirlo). 

Le vacanze in realtà non sono state questa grossa cosa. Cinque giorni nel Tibet toscano (stavolta, Covid oblige, niente monastero ma cameretta con verandina in grazioso hotel con piscina, e me la meritavo, perché lì mi sono ripresa) e diverse puntate da due, massimo tre sere in montagna. Con l'Uomo che continuava ad andare e venire dalla città.  Ho provato a proporre di spostare le gatte su per fare base in montagna, invece di avere l'elastico che ci riportava indietro. Ma lui faceva colazione, una passeggiata e ripartiva, per ricomparire la sera in orari variabili. Io, dal canto mio, le sere in cui non poteva esserci, tornavo in città. Però chissà, c'era questa capacità di scendere dalla macchina e stare subito bene. Una specie di leggerezza nello svicolare tra una e l'altra delle complicazioni legate al Covid, tanta nostalgia di quelle cose che si facevano prima, come una sera al cinema o la processione coi quadri viventi, la musica in piazza e le manifestazioni gastronomiche.  Ma poi chi se ne frega, sia in Toscana che in montagna la gente sorrideva affabile e mangiava all'aperto, i bambini giocavano, al markettino del paesino toscano (e solo lì) si facevano cose dimenticate da secoli, come annusare la frutta o addirittura scegliersela dalle cassette senza i guanti. In altri luoghi, tutto sommato era bello  il rispetto dei clienti per le norme schizoidi di questa fase, al puro scopo di non mettere nei casini i gestori di servizi aperti al pubblico. 

In tal senso, il rientrare al lavoro comporterà probabilmente delle menate di proporzioni galattiche. Non me la sento di mettermi a spiegare qui come mi rapporto alla situazione finto obbligo vaccinale e parzialmente vero obbligo di green pass per i docenti. Mi ci manca sentirmi fare il lavaggio del cervello anche qua. Comunque un dato certo è che dallo scorso anno non vedremo differenze, nella pratica si entrerà scaglionati, si farà lezione distanziati, si terrà la mascherina in faccia fino a giugno, e mannaggia se fa come lo scorso anno, un mese caldo e un mese freddo, avremo tutti la tosse, per motivi che col virus non c'entrano niente. 

Però, adesso che mancano solo 5 giorni alla fine delle ferie, sto pregustando quella normalità che, alla fin fine, tutti noi ci siamo così tanto goduti, dopo l'incubo del secondo quadrimestre 2020. Il caffè coi colleghi, le chiacchierate all'angolo della strada, i bidelli che portano i dolcetti. I bidelli che...? Ah sì, sì. Non ci sono stati Conte, Figliuolo, Speranza, Burioni, Draghi, che potessero scalfire l'inveterata abitudine di mollare in sala professori giganteschi vassoi di bocconcini fatti in casa, doppiamente proibiti dalla legislazione sul Covid e da quella sull'igiene alimentare. Io non amavo sottomettermi alla prima e me ne sono sempre  stracatafottuta, come tutti, della seconda.  Ma dopo aver capito quali animali (e di quali dimensioni) possono uscire dalle mura di un edificio medievale in centro città quando noi non siamo presenti... e a volte anche quando ci siamo... ho assaggiato solo quel che si presentava in porzione singola, prodotto industrialmente con intorno una solida fasciatura di plastica e alluminio. Con l'eccezione della torta di pistacchi di Bronte del Gattopardo, ma quella era distribuita, solo per pochissimi raccomandati, in segreteria, con maggiore attenzione alla pulizia. E poi è entrata di diritto nella lista dei 4 dolci ( gli altri sono la Tarte Tatin, la bavarese menta e cioccolato e la tavoletta di cioccolato alle ciliegie) per i quali non importa se dopo muori, muori comunque col sorriso sulle labbra. In ogni caso, previa attenta disinfezione delle mani, i miei colleghi, tuttora viventi, hanno gioiosamente sbafato fino all'ultima briciola. Del resto, tra gel, spray, amuchine e candeggine, anche gli scarafaggi della scuola ormai erano belli lustri e profumati, e alla sera entravano scaglionati, firmando il registro visitatori e indossando la mascherina. Io sono una fobica e mi lavo le mani col sapone centosessanta volte al giorno, a casa mia. Ma credo che dopo questa pandemia farò una vacanza nella parte più fangosa e putrescente dell'Amazzonia, in un posto in cui l'odore della candeggina non sia mai arrivato e l'unico modo di disinfettare qualcosa sia bruciarlo. 

Quindi così, parliamo con questo tono leggero. Intanto Kawaii, Ricciolone, la Palestinese In Fuga, il Calligrafo, Barbie Mollettine Rosa, Precious e gli altri stanno per iniziare la terza e anche questo sarà per loro un anno di merda, non faranno neppure UNO dei tre anni di medie senza l'incubo della DAD e le altre oscenità a cui abbiamo sottoposto i nostri ragazzi. 

Per non urlare e non mettermi a spaccare tutto dalla frustrazione che provo per loro, più che per me, mi concentro sul programma (nel caso della prossima terza, faraonico, visto che non sanno le cose di prima e la seconda, più che un anno di scuola, era un periodo in struttura di riabilitazione psicomotoria) e su un sacco di cose che di per sé con la scuola non c'entrano poi tanto, tipo abbinare i nuovi sandali ai vestiti per le riunioni di inizio anno, farmi un taglio di capelli che gridi che finalmente sono capace di domare la mia criniera, e riprendere il sorriso spavaldo dello scorso anno, ma misurando meglio le interazioni coi colleghi e lavorandomi la preside con maggiore abilità, per renderla inconsapevole complice dei miei piani malvagi. E poi vorrei trovare un ritmo di lavoro che mi permettesse di non entrare in trance agonistica la terza settimana di scuola, per uscirne il 2 luglio del 2022. O quantomeno di non provare SOLLIEVO quando alle 4 di sabato pomeriggio qualcuno, sulla chat del lavoro, fa una domanda, perché a me il mio lavoro piace, ma ero arrivata alla tossicodipendenza. 

Faccio anche l'ottimo proposito di aggiornare questo blog, perché Scuolina Rosa l'avete conosciuta in tutti i suoi aspetti, di Scuola Vintage sapete poco, ma è un pianeta meraviglioso e, soprattutto, se quella era la mia casa, questa è la mia missione spaziale, la mia Wall Street, la mia fiammata di gloria. Mi serviva, o meglio serviva al mio ego, poi io in classe sempre la prof sono, ma lui era stufo di stare chiuso nel bagagliaio. Per qualche anno lo lascio espandere, poi non ne avrà più bisogno. E intanto avrò dato il massimo. Anche perché a Scuola Vintage danno il massimo anche gli scarafaggi delle mura medievali, o così o chiedi il trasferimento, non è propriamente un picnic, diciamo. 


 

 


sabato 31 luglio 2021

Nuovomondo

 Non ho proprio idea di come sia successo, ma siamo oltre la metà del 2021 e questo blog, per quanto molto anchilosato, ancora è qui a testimoniare della mia vita. Come prof e come persona. 

Solo che è passata la fase di detta vita in cui mi ci aggrappavo per non sentire la solitudine, per sfogare qualsiasi paturnia, e intanto i blog quelli belli, che seguivo sempre, sono diventati ad accesso controllato o si sono persi per strada. 

È anche passata la fase della vita in cui avevo tempo di scrivere ogni giorno. Ho iniziato a trentatré anni e, se oggi incontrassi la persona che ero in quel periodo, le darei due schiaffi e una bella svegliata, perché era una piccola idiota, bloccata da mille paure e cieca a ogni cosa che non fosse il suo bisogno immediato di sollievo. La signora che scrive oggi è una quarantacinquenne parecchio disillusa, ma molto più solida.

In comune, la Castagna versione 2009 e questa di adesso hanno solo la professione, la passione sviscerata per la professione e le grane della professione, pur se anche in quella l'atteggiamento è molto diverso. E se, certo, da matura si lavora meglio che da acerba, io però quella trentaequalcosenne che si faceva un mazzo così non la giudico affatto male, aveva altre risorse rispetto all'esperienza, comunque sapeva giocare duro, dire la sua e guardare lontano. Quest'anno, che ho lavorato gomito a gomito con l'Altissimo, poi ribattezzato Dottor Carter, che era mio alunno all'alba della mia scalata alle graduatorie e in questi mesi è stato il mio coordinatore in una prima, ho capito cosa vedevano in me all'epoca i docenti più esperti, quando decidevano di fidarsi nonostante la mia giovanissima età. Ci sono, semplicemente, quelli che per questo mestiere sono tagliati e punto. 

Ma andiamo con ordine.

Intanto per cominciare, questo blog è nato e si è sviluppato quando avevo appena finito il mio primo anno come titolare a Scuolina Rosa. Io da esattamente 12 mesi non appartengo più a Scuolina Rosa, e solo qualche giorno fa sono riuscita a tornare a Paesino di Sogno senza una stretta micidiale al petto. Però va detto che far parte di Scuola Vintage è come aver finalmente passato la selezione per i nazionali, dopo aver giocato per anni a livello locale. Credo anche di essere capitata lì in un anno in cui tra gli atleti nazionali venivano selezionati quelli da mandare ai mondiali, o almeno lo spero, perché se il ritmo dovesse essere sempre lo stesso, come giustamente diceva la Mater, io lì ci duro cinque anni. ("Ah, sicuro, non arrivo ai cinquanta, ma muoio felice", le ho risposto.)

Poi ci sono stati alcuni eventi maggiori nella mia vita. Su tutti diventare mamma della Princi, ma anche perdere tante persone per strada: chi ha svoltato per motivi più o meno chiari, chi è stato preso dalla Nera Signora, chi è andato a vivere lontano. Chi è andato via, lasciando la città a bruciare fino alle fondamenta, e poi è tornato e dorme qui sulle ceneri ancora tiepide. 

Però, anno Domini MMXXI, non è che io abbia solo croci da contare. Anzi. Sembra che, dalla parte di qua della pandemia, quella dopo la paura e prima del controllo totale delle menti, io ci sia arrivata in questa modalità: bionda, forte, piena di amici e relazioni significative, con tante "mie" persone attorno, abitudini più sane e palle decisamente più quadrate. Forse perché, se sbatti la faccia nel cemento un po' di volte, ma anche quando sei ridotto a una maschera di sangue continui a urlare "Però ho ragione!!!", e poi alla fine viene fuori che AVEVI DAVVERO ragione, gli altri finiscono per fare un passo indietro e guardarti fare. E tu, dopo un po' di chirurgia maxillofacciale ed estetica per poter di nuovo respirare, masticare, guardarti allo specchio, in questo spazio che gli altri ti lasciano ti ci muovi.

E quindi veniamo alle grandi notizie del 2021, che è un giro di calendario a dir poco interessante. Intanto si è visto che si poteva chiudere in discreta bellezza un primo anno assolutamente non facile a Scuola Vintage. E questo era fondamentale, ma assolutamente non scontato, in tempi di Covid e dopo una tempesta di cacca forza 9 che da febbraio ha sconquassato diverse classi (e ve ne parlerò, ma adesso c'è un'indagine della polizia, non è il momento). 

Poi la figlia è andata a stare da sola, o meglio, con il fidanzato BP. Che ha l'impressionante atout di piacere alla mamma, e che pare la faccia contenta. E ciò si svolge nella Città coi Due Fiumi, a poca distanza da qua, in pieno centro, dove i due, in pochi mesi, si sono integrati senza fatica in una piccola comunità di negozianti e impiegati di uffici.su strada, che ha  finito per adottare anche me e l'Uomo. Vivono in tre stanzine miserande con finestre su un solo lato, un caldo soffocante e evidenti segni di quella gioia che c'è solo all'inizio di una convivenza. La sola volta che, venendo via da lì, non ho singhiozzato, per il distacco dalla Princi e anche per l'invidia, è stata mercoledì scorso, quando anche l'Uomo è stato lì con me e gli ho visto passare emozioni varie sulla faccia.  

L'altra enorme, gigantesca notizia è che da esattamente tre giorni e quattordici ore siamo i proprietari della casa dove ci trasferiremo. Quindi, tra qualche mese, per fare colazione scenderò le scale e aprirò la porta finestra verso il portico, che a sua volta guarderà sul giardino. Per dare aria alle stanze aprirò la porta finestra sul terrazzo lungo, e girandomi a destra vedrò le montagne. Per stendere uscirò sul terrazzino dietro e sentirò le campane della chiesa barocca in cima al paese. D'inverno correggerò le prove nel tinello davanti al camino. Farò yoga sul mio prato. E perderò ore a rintracciare i gatti. Insomma, dopo vent'anni esatti di sistemazioni nate per essere provvisorie, ho comprato la casa dei miei sogni. Provvisoria pure quella, penso, perché non credo che ci invecchieremo, a Paesino da Cartolina, abitanti 387. Ma strappacuore. Sarà una delle grandi protagoniste di questo blog, la casa nuova. 

Ora voi direte: ma proprio adesso che la Princi si sposta (o magari pure si sposa)? Ma con l'Uomo che vive un po' dentro un po' fuori e non fa programmi oltre le 12 ore? Ma adesso che lavori in città, insegni yoga in città, tua madre ha una casa in affitto in città? Ma...

Ma, ma, ma. Guardate un breve filmato in cui la mia faccia, devastata dai colpi sul cemento grezzo, ruscella sangue ma io, anche coi denti rotti e gli occhi pesti, continuo a farfugliare "Però ho ragione!!!". Ecco, posso sempre sbagliarmi e avere torto, stavolta. Ma quella è la determinazione con cui si fanno le cose qui da me, mia madre è uguale, mia figlia è uguale, mio marito è uguale. Non siamo gente che si lascia dire da altri quali sogni (e quali incubi) deve avere. 

Sono assolutamente certa che passare da cinque vani urbani a una casa indipendente in paese, con il prato, il muraglione di confine coi vicini, la crota (non esiste un termine non piemontese per descrivere quel tipo di cantina), sarà un'avventura non da poco. Suderemo, spenderemo, ci metteremo anni a imparare a godercela e chissà quanti piccoli intoppi dovremo affrontare per far funzionare il tutto. I colleghi sono unanimi nell'affermare che la differenza la fa il giardino. Kim Rossi R. mi ha messo in guardia sulle proporzioni apparentemente ragionevoli di alberi che, visti così, sono piccoli, poi se decidi di tagliarli scopri che ci vogliono tre viaggi a portare via tutto. La Genovese mi ha detto "Il giardino diventa così importante che ti dimentichi dell'interno" (il che, a me che adesso ho le mani in mille riviste di arredamento e sto sudando per scegliere pezzi tra il country, l'elegante, il pratico e il moderno, sembra impossibile). Il segretario Gattopardo, rotolando o espungendo le erre nel suo spettacolare accento siciliano, mi ha detto "Quando hai la tua terra, me lo dici che ti porto le  fragole da trapiantare." Ma ovviamente è l'Orsone, orgogliosissimo proprietario del cocuzzolo di un colle oltre il fiume, che ha fatto centro: "È un sacco di lavoro. Vai fuori, decidi di regolare la siepe o sistemare il prato, e in un attimo ci sei stato cinque ore. Però va bene, perché ti dimentichi di tutto." Io e quell'uomo chiaramente abbiamo visto entrambi il cemento da molto vicino, e non una volta sola. Non c'è nemmeno stato bisogno di raccontarselo. Dice che è l'antidoto. Io gli credo. Guardo il mio, di Uomo, e me lo immagino in ciabatte di gomma che bagna il prato. Guardo la camera da letto che attrezzerò per i ragazzi e me li vedo arrivare in cucina al mattino della domenica per fare colazione. Mi immagino i nipotini sul prato. Ma soprattutto,  se chiudo gli occhi, vedo me in ogni anfratto della casa, che pulisco, che studio, che arredo, che riparo, che vivo. Che prendo l'auto e parto per Scuola Vintage attraversando le nebbie del mattino. Che torno a casa, sento il cancello chiudersi dietro di me e scendo in mezzo alle aiuole, dando inizio alla seconda parte della giornata, quella in cui mi coccolo la mia casa e le mie piante. "Vedrà che sarà contenta" ha detto, con semplicità ma con un bel sorriso sincero, la signora che mi ha venduto la casa, una che di cemento ne ha trovato intere scogliere su cui fratturarsi, ma si illumina parlando delle sue ortensie. 

Speriamo davvero. 










sabato 29 maggio 2021

Siamo adulti

 La Fräulein se n'è andata.

C'era un sole pazzesco la mattina del suo funerale, qui è tutto in fiore, tutto verdissimo, era azzurrissimo il cielo, con questo vento che fa girare le nuvole in cinque minuti da panna ad acciaio, o viceversa. E così, adesso io non so che dire. Mi tocca legare per sempre un grazioso paesino che non avevo mai visto al ricordo delle palpebre peste a forza di piangere.

Siamo adulti, e la sappiamo leggere una diagnosi. Siamo adulti, e sappiamo che una persona che non si cura per tempo è spacciata. Siamo adulti, e sappiamo che un altro adulto, tra l'altro con un QI fuori dal comune, non può essere costretto a fare quel che non si sente di fare.

Però. 

Non posso scrivere come si sta senza di lei. Non posso raccontare come si è svolto il suo funerale, bellissimo come sono bellissimi i funerali delle persone speciali. E tremendo.

Sembravamo tutti dei bambini a cui hanno ammazzato Babbo Natale, o la Fata Turchina. Persi. 

Non posso dire come ho passato i giorni successivi.

Siamo adulti, e sappiamo come vanno queste cose. Siamo adulti, e riconosciamo il momento di trasporto che spezza una corazza ben indurita, quando i sentimenti sono sconvolti da una perdita. Siamo adulti, e i problemi sono tanti; i desideri anche troppi, ma sappiamo lasciarli dove vanno lasciati, quando al mattino ci alziamo per andare al lavoro. 

Però. 

La Fräulein, se c'era una cosa che sapeva fare, era vivere con passione. Se potesse ascoltare adesso la mia voce, nella penombra del suo salotto, in mezzo a una nube di fumo, starebbe annuendo, con gli occhi seri. Poi farebbe il suo bellissimo sorriso da ragazzina impertinente e direbbe, con voce bassa e melodiosa, qualcosa di assolutamente tremendo. 

Nessuno mi ascolterà mai più così.



martedì 11 maggio 2021

Difficoltà di adattamento alle situazioni estreme

Quando guardo indietro alla mia vita,  certi periodi, durati mesi o anche anni, sono riassumibili in una singola immagine. Che affiora lenta dal bagno chimico di ricordi coscienti, emozioni mal digerite, cellule che hanno memoria di sensazioni muscolari. 

Da quando è arrivata mia figlia, per esempio.
Il 2013 è la foto di una donna che guarda, con gli occhi sgranati.  
Il 2014 è il buio dell'abitacolo della macchina, con la macchia di colore di uno schermo verdolino, piccolo, di un Nokia, che si illumina. 
Il 2015 è la stoffa del cuscino del divano, perennemente zuppa di lacrime. 
Il 2016 è un copriletto con le mele verdi. E le piastrelle del bagno. 
Il 2017 sono io che lavo i piatti in silenzio. Odiando tutti, credo. O venendo odiata. O entrambe. 
Il 2018 l'ho quasi cancellato. Deve esserci stato anche del bello. Ma dalla catinella della camera oscura escono solo foto prese storte, sfocate. I giorni si assomigliavano un po' tutti. L'estate non passava mai. È uno di quegli anni di cui non sai, pur sapendo che è stato importante, come hai fatto a esistere da un giorno all'altro, forse come fanno le piante. Pioveva e bevevi. Non pioveva e seccavi. Veniva giorno e veniva notte.
Il 2019, in compenso, è iniziato col botto e le foto sono tante e molto vivide. La mia vita ha preso una brusca accelerazione. E per certi aspetti non si potrà fermare più. 
Il 2020 è il terrazzo di casa, con la sdraio blu.

Adesso siamo qui e, se penso che un anno fa uscivamo dal lockdown duro, mi viene la chinetosi per lo choc temporale: ma come un anno fa? Ma sul serio manca un mese scarso alla fine della scuola? Ma adesso cosa faccio d'estate? Oddio: sto comprando una casa in un paesino di duecento abitanti? Ma DAVVERO? 

E lui? 
E lei? 
E tutti gli altri? 

E... ma ho finito quel che dovevo fare con la scuola? No.
Ho fatto finire quei lavori che avevo iniziato l'estate scorsa? No.
Ho finito di studiare per il diploma della Yoga Alliance? No. 

CAZZO!
MA NON HO FATTO NIENTE? 

Scusa??? Ancora oggi sei tornata dal lavoro che ti faceva male la vescica (non la pancia, che sarebbe più normale: la vescica. Neanche più pisciare) e avevi un webinar di lì a mezz'ora per il progetto estivo e non avevi ancora posato la borsa che vibrava il telefono,  era la scuola e hanno chiamato su ENTRAMBI i numeri CINQUE volte. Perché la dirigente, che entra a lavorare 9 e mezza  o 10 e alle 15.30 se ne va, non concepisce che tu, che entri alle 7 e mezza e esci alle 13 e 50, ma poi hai riunione online alle 2 e mezza o alle 16 o alle 18, o tutte e tre, non ti sia fermata ad aspettare di essere ricevuta per parlare dei corsi del prossimo anno. E tu saresti una che non fa NIENTE??? 

Eppure. Apri chiudi apri chiudi, la scuola quest'anno era un multiverso di dimensioni parallele, ed erano così i weekend, le code fuori dai negozi, i corsi online, tutto. E adesso il tempo si è riallineato e mi devo rimettere a pensare alle settimane con giorni feriali, giorni festivi, e notti che durano, per gli altri perlomeno, quanto le ore di buio. 

 Credo che di questi mesi mi resterà la vertigine di me che attraverso a passo spedito i corridoi di Scuola Vintage, passando sotto le vetrate che sembrano quelle delle sale da ballo di un palazzo austriaco, e intanto cerco di capire, nella luce grigia del cielo con la neve o la  pioggia o in quella chiara di una giornata azzurra, se è ancora mattina o già pomeriggio, e di quale giorno della settimana.

L'età degli eroi, l'assedio di Troia, la resistenza a oltranza. Abbiamo vinto, ma ora non ci scende l'adrenalina. 




lunedì 26 aprile 2021

Non è una brutta cosa

 È  andata così.  Siamo stati in zona gialla per pochi giorni. Ne abbiamo approfittato poco, perché il Gigante era appena mancato ed io avevo poca voglia di tutto. Ma un venerdì pomeriggio io e l'Uomo siamo andati a passeggiare a Paesino Cartolina. E c'era un cartello con scritto vendesi.  

In un punto irripetibile.

Ho insistito per vedere la casa. Irripetibile pure la casa.

La compro. 

E non so in quanti ci andremo a stare. 

Ma la compro. 

Porterò il mio cuore amputato lì. Con, o forse anche senza, l'Uomo. Non ci durerò due anni, ma la compro. Non posso più andare avanti dicendomi solo dei grandi no. Ho bisogno di prendermi cura di me stessa e questo lo capiscono tutte, tutte, le persone che in qualche modo, anche di striscio, anche nei ritagli di tempo, si occupano di me.

Le quattro passate, sala professori. Io non accenno ad andarmene.

"Ma ti diverte, stare qui?"

"No, è che se vado a casa dormo."

"Beh, non è una brutta cosa."

Come hai ragione. 

martedì 16 marzo 2021

"Gracie di quore"

Due brevissimi annunci.

Ho iniziato a vedere New Amsterdam. Che non è E.R., va bene. Ma nemmeno Grey's Anatomy, dopotutto.  
Qualcosa mi suonava familiare fin dal primo minuto. Il rapporto tra colleghi. Ho capito allora perché, quando sentivo la voce del Vicepreside Faina, pensavo a Robert "Missile" Romano. Quindi, a guardarmi in giro, ho trovato anche Kerry Weaver, Luka Kovac, Carter, Lizzie Corday. Manca un dottor Ross. Manca un bel po' di gente. E io non somiglio più da tanto tempo a quel groviglio di problemi con l'autostima e la figura materna di Abby Lockhart. 
Comunque è così. Anzi, il nostro non somiglia a un policlinico universitario.  Somiglia proprio a un ospedale pubblico. 
Mi è scappato detto con la mia consulente a Genova: "Non pare ma lavorare da casa (che fa schifo) invece che al reparto emergenze in cui mi sono trasferita (che adoro) lascia perlomeno il tempo di ragionare". Contestualmente, mentre si commentava che TUTTI i colleghi già vaccinati hanno preso in pieno O il lotto di Astrazeneca che ha fatto morti in Sicilia, OPPURE quello successivo che ha fatto morti in Piemonte, uno dei colleghi di strumento, che chiameremo il Gigione, ha scritto sul gruppo: "Diciamo comunque che io al momento non ho avuto nessun sintomo e neanche febbre. Siamo docenti di Scuola Vintage." Tutti d'accordo. 
 
Seconda cosa.
Lui è nato qui.  

Nello stramaledetto Peloponneso.  Di fronte a quel mare che io nomino ogni momento in letteratura. 
Parla solo albanese. Ha gli occhi grigi e sta attentissimo a tutto. Gli ho fatto un orario di 3 ore al giorno, per cominciare. Il secondo giorno si è schierato alle 8 e se ne è andato alle 13.30. Caparbiamente ha frequentato così gli altri 3 giorni tra il suo arrivo e il lockdown. E chi lo manda via. 

Tra venerdì e oggi a me e a Carter (l'Altissimo, giovane giovane e immensamente, mostruosamente, stupendamente bravo) è riuscito di piegare le resistenze del temibile dottor Romano e, in barba alle mille difficoltà, siamo riusciti a organizzare un mini orario per gli alfabetizzandi, tra cui questo piccolo Ulisse contemporaneo, e a far venire a scuola fisso il nostro Braccobaldo dell'altra prima, che meno sta a casa meglio è.  
È una settimana che sono al telefono con il padre o la madre di Ulisse, e mando vocali per spiegare come fare a iscriverlo, come fargli avere il tablet, come compilare i moduli. Oggi tra le mille volte in cui mi hanno ringraziato è uscito questo "Sei molto gentile gracie di quore"... e io mi sono perdonata di botto per essermi piegata a una cosa che non avevo ancora fatto in 20 anni, nemmeno da giovane giovane e indifesa Abby Lockhart, cioè farmi attivare una scheda telefonica solo per i genitori.  

A Scuola Vintage è così. O te ne vai, o diventi così.  O lo eri sempre stato, e ti senti finalmente a casa. 


mercoledì 3 marzo 2021

Cantami o Diva

È una stanza sempre mal illuminata dal neon. Imposte vecchissime di legno, finestre coperte da polverose tende rosse fisse. Per avere luce dalla strada bisognerebbe tenere aperta l'anta di  vetro, e fuori c'è ancora il ghiaccio. 

Il tavolo è spoglio. Le sedie sono cigolanti. I panchetti di legno e ferro traballano. L'armadio di metallo che contiene i tablet suona come una campana di bronzo ogni volta che lo si apre. Quello a fianco, dove mettiamo i compiti in classe, non chiude. 

L'altro giorno, il Jinn, il mio collega di matematica spiritato, ha schiacciato uno scarafaggio con una pedata secca, dopo che io, con proverbiale bon ton, avevo interrotto una conversazione con "no ma che cazzo è quello?"

Raramente ho visto un ambiente così squallido, così tristo, così statale. 

Sì. Però. 

Io arrivo per prima, quattro mattine su cinque. Anche cinque su cinque, certe settimane. 

Mi sfilo gli auricolari del telefono, spengo la musica, tiro fuori i miei oggetti simbolo: lo specchietto per controllare il trucco e la chiavetta elettronica del caffè.  

Poco dopo, alla spicciolata, arrivano gli altri, sempre in rigoroso ordine di materia: i matematici, le lingue straniere, quello di motoria, arte, per ultimi gli altri italiani e tecnologia, certe mattine la responsabile del sostegno. I religiosi non entrano in sala prof. I musicisti e i sostegni arrivano tutti dopo. 

E si parla, si ride, si decidono cose. Si fa tattica, politica, etica. Si fa, soprattutto, gruppo. 

Li guardo, ci guardo. Almeno metà di loro, di questi che arrivano presto al mattino, sono dei titani. Gente che lavora in mezzo a ricorsi, denunce, genitori zingari che alzano la voce, alunni disastrati da portare di peso ai servizi sociali, stranieri che non capiscono una parola, famiglie del tutto assenti, ragazzetti maneschi, casi umani. Gente che si vede lanciare addosso oggetti da ragazzini autistici, si sente insultare da principessine mafiose, gente che ha sollevato da terra adolescenti che davano in escandescenze, per toglierli di dosso ad altri adolescenti che stavano per prenderle. Gente che fa il mestiere più bello del mondo in condizioni di cui tanti avrebbero paura, adesso pure in mezzo a un'emergenza sanitaria mondiale. 

Quando partiamo al mattino, alle sette e cinquantanove, da quella misera e scomoda aula prof, sembriamo una stirpe di eroi, l'Amazzone responsabile del sostegno con il suo metro e cinquanta di pura autorevolezza, la collega Panzer di inglese che non ha paura di niente e nessuno, io che sono sempre più bionda, ormai vestita, truccata e taccata ogni giorno e impegnatissima a instaurare la mia reputazione da Crudelia De Mon, il Jinn magro come un chiodo e innervato dalla sua cattiveria leggendaria, l'Orsone con la sua stazza da vichingo, i capelli lunghi a metà schiena e la battuta feroce, l'Altissimo con i suoi occhi attenti e una prontezza da ninja nel cogliere i casini, Kim Rossi R. che sembra un monaco zen ma è a sua volta temibile, l'Ometto Buffo di tecnologia che è un po' la mascotte sfigata del gruppo, la Strawberry Shortcake con le sue strane gonne tipo tutù, la Gentile di matematica con le sue facce irresistibili. 

Verso le nove, dopo aver depositato a scuola i suoi minuscoli bellissimi bambini, compare il vicepreside, che al primo metro e mezzo lineare  di corridoio ha già risolto otto casini, sta facendo cenno a tre persone in fondo all'edificio che arriva subito e si sta scrollando di dosso sei o sette di noi che gli si posano sopra come piccioni impazziti in piazza San Marco, tutti a fare domande o sottoporre questioni. Il Pelide Achille, perennemente furente e sempre in testa all'esercito. 

Ci ho litigato, una decina di giorni fa, e ci siamo presi le misure. Ho ceduto io, per niente convinta, e dicendo che non ero convinta, e facendo in modo che si vedesse e pesasse che cedevo solo perché ho sette anni di più, non voglio minare la sua posizione, e capisco quando c'è qualcosa di più importante del mio orgoglio in ballo. Lui aveva torto su alcune cose e ragione su altre, ma non è indietreggiato di tanto così e non ha chiesto scusa. Settimana successiva, ha tentato di mettermi in mezzo, ho riconosciuto il test fatto per vedere se avevo davvero ceduto, l'ho sventato con assoluta padronanza dell'arte marziale e senza quasi sudare, ci siamo capiti, non ci riproverà mai più. Ora siamo a posto. 

Stiamo affrontando, in questi giorni, una grana madre, una Ur-grana, una gatta da pelare grossa come un orso polare e altrettanto incazzata. Una roba di quelle che ti tolgono la fiducia nel genere umano e la voglia di fare questo lavoro, se non stai attento alla curva che prendi. L'Orsone, di persona o al telefono, si sfoga con me un'ora al giorno. E se ha bisogno di sfogarsi lui, pensate come posso stare io che sono appena arrivata. Non è cosa di cui si possa parlare qua, ma è possente. Ci siamo sopra da tre settimane e le conseguenze, disciplinari e di altro genere, non solo dureranno fino a fine anno, ma resteranno a perenne monito su apposita colonna infame nel cortile. In tre, l'Orsone, l'Amazzone e la Melensa, mi hanno chiesto preoccupati se sono pentita di essermi trasferita, perché è chiaro che un merdone del genere a Scuolina Rosa non sarebbe mai scoppiato. Ho risposto che questa scuola è  adattissima a me, che mi sento al mio posto, protetta e in buona compagnia.  Nonostante il merdone che tutti ci avvolge.  

Anche in queste giornate pesantissime, sono più le volte che mi va di traverso il caffè per quanto sto ridendo, al mattino, delle volte che riesco a finirlo senza tossire. A me la polvere della battaglia piace, la lotta corpo a corpo si attaglia, la squadra di combattenti scelti fa sentire al sicuro e felice. Avevo bisogno di questo. Si stanno colmando molti vuoti e risolvendo molti dubbi. A scuola, e pure fuori.