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giovedì 31 dicembre 2009

A fairy tale

C'era una volta un piccolo, sereno microstato, chiamato
Scazzolandia. Era situato in una tranquilla valle tra le montagne, tipo Liechtenstein, ma non aveva un clima freddo, bensì gradevole, una specie di perenne, pacato autunno.
A Scazzolandia ogni casa era separata dalle altre da diversi ettari di terreno boscoso o di prato. Dalle strade principali si allontanavano pacifici sentierini che portavano a ogni casa e solo a quella.

Non esistevano mezzi di trasporto rumorosi, solo macchinine elettriche che producevano un buffo ronzio, carri, cavalli e biciclette.
Non c'erano negozi, ma una compagnia di fattorini che consegnava silenziosamente cartoni di cibo e altri beni richiesti dalla gente, depositandoli all'inizio di ogni stradina.
Non si pagavano bollette e non c'erano tasse, ma non era un paradiso fiscale, per il semplice motivo che a Scazzolandia nessuno poteva mettere la propria residenza.
Scazzolandia infatti aveva una popolazione che variava a seconda della stagione. Alla frontiera potevano passare tutti quelli che volevano, purchè dopo un po' se ne andassero e lasciassero spazio ad altri.
Funzionava così: quando la vita diventava troppo pesante, bastava prendere un treno, uno zaino con un po' di cose e arrivare ai confini di Scazzolandia. Lì bisognava solo compilare un foglio in cui si diceva quanto, più o meno, si aveva intenzione di restare, le autorità prendevano silenziosamente atto della dichiarazione e si passava, lasciando la lista della spesa all'ufficio della compagnia che curava le consegne.
Poi ci si chiudeva nella propria casetta, si facevano passeggiate nel proprio terreno e si rispettava l'unica regola della costituzione di Scazzolandia: mai, mai e poi mai andare a trovare qualcuno o invitarlo a casa propria. Le stradine che portavano alle case, infatti, non potevano essere percorse da nessuno che non abitasse, temporaneamente, sia chiaro, proprio nella casa verso cui la stradina portava.
Naturalmente succedeva che qualcuno percorresse invece una delle strade principali e incontrasse altra gente, che ci si fermasse a parlare o a bere una cosa in un chioschetto pubblico, che si passeggiasse insieme lungo i confini tra due proprietà, chiacchierando piacevolmente. Ma poi, ognuno a casa sua.
Scazzolandia aveva solo questa regola e quella, stabilita da un trattato internazionale, di non accettare residenti fissi.
Poi era un Paese assolutamente aperto, non veniva discriminato nessuno, non c'erano limitazioni di alcun genere al tipo di vita che ognuno si sceglieva.

A Natale e a Capodanno Scazzolandia raggiungeva il numero massimo di abitanti registrati.

Un anno d'amore

Settembre. In principio era il registro

Sono una ventina di nomi nuovi per classe. Bisogna farsi insegnare la pronuncia di quelli stranieri, dedicare qualche minuto a capire le dinamiche della classe, individuare il leader, lo svogliato, il casinaro, il prepotente, le sciocchine, i caciaroni, azzeccare almeno tre battute veramente divertenti e prenderli sempre in contropiede, tutte le mattine, con qualcosa di inatteso.
A casa non porti mai niente da correggere, a scuola vai pianissimo e studi tutto come un naturalista. Fuori c'è il sole, si fanno ancora passeggiate stupende, le riunioni coi colleghi sono al vetriolo.
Ti riprometti di non fare gli errori che hai fatto l'anno scorso. Di tenere in ordine il registro e il cassetto. Di non rimanere indietro col lavoro.

Ottobre. Fondare le basi

Cominci a controllare tutti i quaderni ogni mattina, a dare note sul diario a chi non porta il compito, tre volte, quattro, quaranta volte di seguito. Convochi già qualche genitore.
Fai la prima sfuriata generale, nel corso della quale dici frasi tipo: "Qua bisogna che vi diate una regolata" e "I casi sono due, o vi mettete a lavorare seriamente, o vi mettete a lavorare seriamente".
Interroghi. Passi ad argomenti più spessi. Sgridi. Porti a casa i primi quaranta compiti scritti, stappi la penna rossa nuova e ti viene la prima botta di nausea nel correggerli.
Sei già indietro coi progetti, ma ancora in pari con le materie.
Fuori c'è il sole oppure piove, non fa freddo e tu vai a camminare parlando con un'amica dei problemi della scuola e incazzandoti a morte col governo e il ministero.

Novembre. Non si scherza più

Ormai sai con chi hai a che fare. E loro sanno abbastanza di te. Il lavoro ora dovrebbe essere serio e organizzato, ma loro non se ne sono ancora accorti.
Ti pesa scendere dal letto la mattina, fa freddo e sei preda dei primi giri di influenza, hai poche riunioni ma troppa carne al fuoco e sei indietro col programma.
Cominciano i pomeriggi in più (latino, recupero) e quando cala la sera e te ne vai conti le ore che ti separano del rientrare a scuola e non sai mai se sono troppe o troppo poche.

Dicembre. La Grande Fatica

Dicembre non passa mai. Le ferie sono lontanissime, il lavoro da fare tantissimo, ci sono i colloqui con le famiglie e devi correggere un sacco di roba e interrogare un sacco di gente.
Hai smesso di andare a camminare perchè fa buio presto e fa freddo. I ragazzi prendono sottogamba la pagella che a loro sembra lontanissima, tu invece sai benissimo di essere nella merda.

Gennaio. Il Massacro

Arrivano dalle vacanze tutti sorridenti e tentano il colpo: "Erano tantissimi, gli esercizi di compito!". Tempo due giorni hanno preso il primo cazziatone e hanno capito che mancano tre settimane alla pagella. Metà classe ha paura, l'altra metà cerca di comportarsi come sempre, però se dai un quattro ora scoppiano a piangere. I genitori vanno in paranoia.
Tu entri e ne interroghi sei per volta, mentre due fanno il tema di recupero, tre rifanno gli esercizi per punizione e dieci ti supplicano di poter ripassare per la prova di Scienze dell'ora successiva.
A casa sei colta dalle botte d'ansia alla vista dei pacchi di prove tutte mischiate da correggere e del registro da compilare. Se ti ammali sono cazzi tuoi e devi andare a scuola lo stesso. Se si ammalano loro e saltano due o tre giorni, poi ti ritrovi a interrogarli nell'intervallo, pucciando una barretta al cacao in un orrendo caffè tiepido, con le cosce strette perchè ti sei giocata gli unici tre minuti in cui potevi andare a fare pipì.
Il cazziatone scatta se ti interrompono mentre stai facendo quattro cose contemporaneamente, ed è forza sette, per cui dopo il primo si fanno furbi e non devi ripeterti.

Febbraio. La risacca

Pagelle date. Materie ferme da un paio di settimane per poter interrogare. Cominci argomenti nuovi e, come a settembre, ti prendi tutto il tempo, ti espandi, vai piano, aggiungi materiale. Ma adesso davanti hai dei faccini stanchi, che seguono se riescono, e se per caso la primavera anticipa di una o due settimane dormono proprio. A questa stagione, a qualcuna delle ragazze vengono le mestruazioni per la prima volta e ti sbiella per un mese e mezzo, poi di solito una mamma imbarazzata ti confessa che è un momento delicato e che non sa più come prenderla.
Non puoi ancora andare a camminare perchè le temperature registrano picchi di meno dodici. Hai un sonno tremendo e la mattina fai i calcoli sui secondi, invece che sui minuti, per poter strappare venti minuti di sonno in più.

Marzo. Love makes the world go round

Fuori aula: "Non si agiti, signora. A questa stagione sono stravolti. Sono stanchi, non lo fanno apposta. Non è il momento di mollare, ma vedrà che tra un paio di settimane passa, questa fase."
Dentro l'aula: "Non hai studiato. Guarda che se fai il furbo e ti metti a prendere degli otto a maggio, dopo averci preso per i fondelli tutto l'anno, ce ne accorgiamo sai? E ne teniamo conto"; "Quand'è che pensi di metterti a lavorare? Ad aprile? A maggio? Già che ci sei perchè non ne riparliamo direttamente a settembre, di nuovo in seconda?"; "Non mi crollare adesso, capito? Non è il momento"; e la clamorosa uscita in corridoio nel cambio d'ora: "Senti, io non mi voglio fare i fatti tuoi, ma non ci siamo, sei deconcentrato e nervoso, che succede?", seguita da pianto dirotto e torcimento spasmodico delle mani dell'alunno interessato, se femmina, o da contorsioni sullo stipite della porta, occhi bassi e piega amara della bocca, se maschio.
A questo punto dell'anno le famiglie ti conoscono, i bambini si confidano, tu li pensi continuamente.
Esci da scuola e non vedi l'ora di tornarci, ti crucci se un collega sembra aver decretato la bocciatura di un bambino anzitempo, o ancora peggio se ha decretato che potete promuoverlo perchè, tanto, bocciandolo non migliora. Ti sforzi di far vedere i miglioramenti realizzati, e combatti per quelli che non sono ancora migliorati, perchè non è ancora troppo tardi.
Porti gli irriducibili di peso in presidenza, strillando come un'aquila, ma se qualcuno ti tocca la tua classe, ti giri con i denti a sciabola e lo sguardo da killer e frapponi il tuo stesso corpo tra loro e qualunque cattiveria. Sono i TUOI alunni. Il tuo impegno li salverà. Non sei mai stanca quando sei a scuola, a casa invece sei uno zombie.

Aprile. Non potete mollare adesso

"Okay, gente. Ora mancano nove settimane alla fine della scuola e di queste una se ne va con le vacanze di Pasqua, l'altra col primo maggio e la gita. Fatevi i vostri conti."
Chiami i genitori a rapporto. Li spaventi a dovere. Dai compiti a raffica. Stai addosso come la scabbia, insistente e fastidiosa, a quelli che lavorano male.
C'è il sole, e nella pausa di mezzogiorno si va tutti alla gelateria sulla statale e poi a far venire l'ora di rientrare sul prato dietro la scuola o al parcogiochi.
A qualche ragazzo, noti quando ricominciano a comparire in maglietta, sono spuntati dei muscoli sulle braccia, a qualcun altro sta cambiando la voce.

Maggio. La Grande Fuga

"Bene. Da questo momento io non vi dirò più solo come dovete studiare, ma anche come dovete mangiare e dormire. Vi romperò virtualmente le scatole anche quando sarete a casa.Sarò come il coach degli atleti olimpionici. Niente caffè, niente Cocacola, mangiate pesce, mangiate mele, andate a letto presto e mettete lo studio prima di ogni altra cosa. Sapete che io difendo il vostro diritto e bisogno di fare attività fisica, ma da ora in poi, per quelli che hanno diverse materie sotto, sarò io a dire ai genitori di togliervi dagli allenamenti, se non si alza la media. Manca solo un mese, e non possiamo giocarci i voti o l'ammissione all'esame perchè avete fatto tardi davanti al computer o siete tornati scotti dalle gare."
Se hai lavorato bene, la classe è una squadra compatta, e prende sul serio questo discorso. Se hai una terza, li pompi a dovere col discorso dell'esame e delle ricerche. Qualcuno ti supplica di smetterla di dire che hanno l'esame perchè ha l'ansia.
C'è la gita scolastica e quando tornano sono scoppiati amori, si sono spezzati cuori, sono sorte amicizie e faide. "Allora, com'è andata la gita? Ah, un momento, prima che mi diciate qualcosa che non voglio sentire, sappiate che non sono interessata alla vostra vita sessuale, chiaro?"
Fai un paio di lezioni fuori al sole, e magari, se avanza il tempo, una passeggiata tra i campi al posto di una lezione di Geografia.
Correggi come una pazza, ma poi vai a camminare anche tu, la sera, pollini permettendo.

I famosi "tre mesi di ferie" degli insegnanti

Giugno, ci sono i saluti, c'è l'esame, ma ne parlerò fin troppo nei prossimi post, dato che sono alla mia quinta terza in quattro anni. E, probabilmente, se nessuno fa cadere il governo in tempo, purtroppo sarò anche al mio settimo cambio di scuola in otto anni di lavoro.

Luglio e Agosto sono due mesi brutti, perchè vai a scuola per le riunioni e i ragazzi non ci sono. Il che è contraddittorio, doloroso e assurdo, e a me fa sempre lo stesso effetto. Quello di quando entri in un ospedale da sano, per andare a trovare qualcuno, e ti sembra inconcepibile che un luogo del genere esista, e appena esci cerchi di dimenticartelo.

martedì 29 dicembre 2009

Letture delle vacanze della prof

Pacco di libri comprati online consegnato alla Professoressa Castagna il 28 dicembre 2009:

1) "Adesso basta" di Simone Perotti (non che io voglia cambiare mestiere. E' che il concetto di downshifting io lo sto applicando da due anni alla mia vita familiare. Ed è anche che, quando un manuale me lo consiglia la Frenci, solitamente è un signor manuale, vedi "Donne che amano troppo", "Simplify your life", etc)

2) "Spaceclearing" di Lucia Larese (perchè ho QUASI vinto, complici due aiutanti bravissime, la mia lotta contro il disordine)

3) "La cucina zen" (ah ah ah, questa si commenta da sola. Io non voglio imparare a cucinare, solo non avere orrendi attacchi d'angoscia al pensiero di entrare in cucina)

4) "La vita ridotta all'osso" dello stupendo Leo Hickman, che già seguivo su "Internazionale" (questo libro mi sta dando una soddisfazione enorme... ve ne parlerò presto)

Già che siam qua a parlare di manuali, posso permettermi di chiedere se questi citati qua li conoscete, se vi sono serviti?

Oltre a questi io sono sommersa da manuali di robe orientali miste, come ho già detto, ma pochi sono quelli sullo scaffale degli insostituibili. Sicuramente Leo Hickman ci entrerà di diritto e mi servirà un casino anche per le lezioni a scuola.

Dovessi dare un consiglio suggerirei, oltre a quelli che ho recepito dalla Frenci, "Il mestiere di moglie" di Susan Maushart. E l'intramontabile "Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere" (o era viceversa? l'ordine del titolo, intendo, non i pianeti) di John Gray.

E, come a qualcuno ho già detto, fondamentale per la sopravvivenza sul lavoro: "Il metodo antistronzi". Quello è veramente un libro UTILE. Secondo solo a "Come si fa una tesi di laurea" di Umberto Eco, in termini di applicabilità delle soluzioni.

Mi sono trovata bene anche con "E' facile perdere peso se sai come farlo", e mio suocero OGM ha smesso dopo trecento anni di fumare grazie al medesimo Carr, "E' facile smettere di fumare se sai come farlo".

Sono commercialissima come gusti di manualistica, dite? Mah, come dice il mio medico, "per certe cose ci sono solo tre farmaci, vendon sempre gli stessi da quarant'anni, vorrà dire che funzionano" (che è poi la filosofia della Cera di Cupra, del Glysolid, dell'acqua di rose Roberts e dell'Oil of Olaz: se continuano a venderli è perchè ci sono donne che li usano da sessant'anni, e se queste donne sono sessant'anni che non cambiano prodotto, ci saranno dei motivi).

Aspetto pareri.

lunedì 28 dicembre 2009

No, un momento

No, un momento.

Un attimo.

Chiariamo un punto.

Perchè stai zitto, perchè non mi dici cosa vuoi, perchè non ti arrabbi mai, e perchè quando ti arrabbi ne dici solo un paio, ma che mi segano le gambe?

Sei felice?

Ti rendo la vita impossibile?

No, perchè, okay, va bene, sto calma, non ho mai detto di non avere un carattere di merda, no, lo so, lo so, però...

E' chiaro o no che senza di te si sgretolerebbe comunque tutto? Che non ce ne sarebbe più per nessuno, se ogni giornata non finisse con il mio piede sinistro che trova il tuo polpaccio destro sotto le coperte e se ne resta lì al caldo e al sicuro?

Ma lo sai che quando non ci sei dormo con la luce accesa?
(E non ridete, voi altre, so di donne molto meno strane di me che lo fanno!!!)
E' un retaggio di quando arrivavi a notte fonda, e delle sere in cui proprio non tornavi e io dovevo ingannarmi malamente, desiderando che non fosse vero, raccontandomi che la luce l'avresti poi spenta tu.

Ma lo sai che quando vai via per qualche giorno, io il primo giorno faccio tutto quello di cui ho voglia, compreso mangiare i cornflakes a letto riempiendolo di briciole e cucinarmi quelle cose abominevoli di pasta e verdura stracotte, il secondo giorno mi fermo come minimo due ore e mezzo di più a lavorare, e il terzo sono intrattabile e con il magone?

Ma lo sai che ti spaccherei la faccia almeno sei volte ogni giorno per le cose più stupide, ma che mi spaccherei la testa seicento volte al giorno per tutto quello che vorrei fare per te e che non riesco a fare?

No, perchè, guarda, te lo dico, io, se tu non lo sapessi, non mi capacito di come siamo arrivati fin qua, che sono quasi nove anni, con tutto quel che c'è successo, ma poi succede una belinata qualsiasi e io scatto con tutti i muscoli in difesa del mio territorio e guai chi ti tocca, anzi chi ti guarda, se avessi ammazzato, o anche solo graffiato sulla faccia, che è il mio primo istinto da felino selvatico, tutte le donne che mi ha dato fastidio vederti accanto, per come ti guardavano o parlavano, a quest'ora avrei la coscienza che gronda sangue come quella di Erszebet Bathory.

No, nel senso, che qua, pochi scherzi, qua sei fondamentale. Tipo che, senza di te, non ci provavo nemmeno, a farcela.

Mi son spiegata?

domenica 27 dicembre 2009

Tornati a casa

Che pacco! Si è sciolta tutta la neve!!!

Comunque tornare a casa mi ha già rasserenato. Lavoro a maglia quietamente sul mio divano, vedo i film per la rassegna cinematografica di gennaio, faccio buoni propositi per il 2010. E ora sì che io e l'Uomo sembriamo in vacanza.

Domani si va a comperare la macchinina nuova a doppia alimentazione. E dalla maglierista a comprare i ferri piccoli per un lavoro fine fine, un maglioncino aderente con il collo ripiegato a barchetta e le spalle scoperte. E si fanno telefonate per salutare e ringraziare quelli che questo Natale stranissimo ha tagliato fuori dalla mia giornata, all'improvviso, con un colpo secco, indolore (e spero privo di strascichi futuri).

Si pensa alle amiche, soprattutto a quelle in difficoltà: cioè tutte. Perchè, chi più chi meno, devo dire, non ci stiamo granchè godendo le ferie. Si telefona ad alcune di loro. Si pensa più forte a quelle che, per motivi loro, non possono essere raggiunte via telefono.

Si porta il cane a fare pipì sull'erba gelata. Si compra la carne per la dieta dell'Uomo e per la mia (la Zona, dice la Fata Bionda, è la soluzione a mille guai). Si cucinano verdure al vapore, si vede la Diavolessa che mai come in queste feste ha avuto un diavolo per capello.

Si mette in ordine la casa canticchiando. Si cerca di essere felici. Qui è molto più facile.

sabato 26 dicembre 2009

e ora chiudiamo con ironia...

...Buon Natale a TUTTI, proprio a TUTTI... soprattutto ai cattivi, coi quali quest'anno mi identifico così bene

Ai grandi assenti

Il post di Sanguedelmiosangue sul Natale (da cui si evince facilmente che pure lui non ama granchè le feste, almeno ultimamente) contiene un ritratto pazzesco della Vecchia Sibilla (da lui citata come Nonna Elegante).

Questo Natale, che io ho boicottato nel peggiore dei modi, e per di più senza neppure sentirmi in colpa, l'ho vissuto senza nessuna emozione nè bella nè brutta.
La sensazione più forte che ho avuto si situa in un preciso momento della cena della Vigilia a casa dei miei genitori, quando nella conversazione (più gradevole del solito, grazie al buon umore di mio padre e ai tentativi incessanti di mia madre di fare, di questo povero squallido mondo, un posto migliore) c'è stato un buco di qualche secondo e ho avvertito con chiarezza cosa avrei tanto voluto sentire: la risata vellutata della Zia Bella. Siamo al quarto Natale senza di lei e mi manca come l'ossigeno. Non so come possa sopravvivere la Zia Buona senza di lei, dopo 78 anni di vita insieme. Io a casa loro avverto ancora uno strappo quando mi giro verso il corridoio e mi rendo conto che lei non arriverà, come sempre, a salutarmi, uscendo felina dalla sua stanza, con quegli zigomi perfetti distesi da un sorriso.

Poi leggendo il post di mio cugino mi accorgo di come anche la Vecchia Sibilla, altra bella donna famosa per avere un carattere di merda, entrava con eleganza strafottente nelle nostre vite, sbattendosene di tutto e di tutti ma indovinando cose che nemmeno noi eravamo ancora arrivati a sospettare, di noi stessi e di altri.
Tranne la mitica volta in cui ha detto di me (ovviamente in mia presenza) che non mi sarei mai sposata e Sanguedelmiosangue, all'epoca un adolescente che mi adorava, ha tentato con voce tremula un: "Beh... magari convive..."
In fondo era un centro di aggregazione. Ha ragione lui, da quando non c'è più certe cose hanno perso il collante, il senso di esistere.

E che dire di quell'uomo tormentato e spiritoso, con più problemi lui che tutti noi altri messi insieme, che era lo Zio Grande. Lui e le sue vicende scandalose, di divorzi e di faide familiari, lui e la salute rovinata dalle angosce, lui e la Zia Bambina che sembravano contemporaneamente sopportarsi a fatica e amarsi alla follia, lui e le sue sciarpe ultima moda, lui e le sue battute folgoranti, fatte con un sorriso storto all'angolo della bocca, che ti faceva capire subito perchè la Zia Bambina avesse mollato qualunque cosa per dedicargli la sua vita.

Addirittura, rileggendo attraverso gli occhi di mio cugino la vita come era quando eravamo ragazzini, sono arrivata a provare nostalgia di quella porta chiusa dietro cui si celava la stanza, piena di santini e cimeli di famiglia, della Prozia Maestra che tutti noi non sopportavamo, fino a quando non è diventata una povera vecchina in un ospizio, che piangeva tutte le sue lacrime perchè non poteva tornare a casa. Alla fine della sua vita era un ragnetto pieno di rughe, ormai troppo svampito per ricordare bene cosa aveva desiderato fare, che ancora scriveva in una calligrafia indiscutibilmente bella e cantava salmi alla Madonna con una vocetta tremolante ma intonata.
Curiosamente, lei e la nonna della Frenci, vicine di camera in ospizio, erano molto amiche. Quando la mitica nonna dal berretto storto è morta, io sono andata al funerale e ho visto la Prozia Maestra singhiozzare come non faceva dalla morte del Nonno Alpino, che era stato il suo preferito tra i fratelli.

E così io questo Natale in fondo lo sto passando snobbando i vivi, ma riallacciando coi morti. Forse per questo non mi sento in colpa. Non sarà il massimo per una donna giovane e in salute, ma dopotutto ci vuole anche qualcuno che si ricordi chi manca. Che abbia poca voglia di scartare regali e sbaciucchiare parenti profumate non è una bella cosa. Ma forse in questo limbo in cui aspetto che molte cose si sistemino ho senza saperlo lasciato aperta una finestra segreta, di quelle che stanno chiuse tutto l'anno, e ora al davanzale sono appoggiati, a guardare dentro, quell'antica Prozia Maestra che quando ero piccola mi portava ad accendere le candele a Nostra Signora della Guardia e, la sera a letto, faceva ballare la dentiera per vedermi ridere, la Zia Bella con le sue mani dalla pelle di seta, il Nonno Alpino che, a volte, smetteva di darci grissini e bocconcini buoni di arrosto, si trasformava nel pericoloso Nonno Chirurgo e ci visitava nel suo studio antiquato da dottore di una volta, facendoci moltissima paura, lo Zio Grande col suo passo leggero da indossatore, la Vecchia Sibilla con il suo sguardo perennemente insoddisfatto e le sue caviglie sottili.

Chissà cosa pensa tutta questa gente di noi dell'ultima generazione, sbandati e sconvolti nelle nostre vite, che non riusciamo a trovare abbastanza silenzio per far stare zitti i nostri mostri e ascoltare la nostra musica. Chissà se pensano che sia la strada buona, o se ridono di noi, o si preoccupano, o semplicemente ci osservano olimpici dall'alto di un posto meno stupido.

venerdì 25 dicembre 2009

Love it or leave it

Dopo aver letto questo:

http://mammacattiva.blogspot.com/2009/12/balla-che-ti-passa.html

penso al vivere con passione.
Penso alle risate che mi faccio a scuola quando ne dicono una di quelle belle.
Penso al nervoso che mi faccio davanti al telegiornale e a quando spiego ai ragazzi che una coscienza politica purchessia, nella vita, ci vuole.
Penso a come mi trema la voce quando rispiego per la miliardesima volta la stessa poesia.
Penso a quando canto a squarciagola con Sanguedelmiosangue in macchina.
Penso a quando l'Uomo arriva dopo una giornata di lavoro, e io lo vedo comparire sulla porta e istantaneamente me lo immagino senza vestiti addosso e mi impazzisce il cuore.

Io sono capace di vivere con passione un sacco di cose. Non chiedo di meglio. Mi è rimasta impressa questa frase: "preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a un'intera vita fatta di niente di speciale". Chi indovina il film vince un buono per vederselo con me e Sanguedelmiosangue di fronte a un cesto di Kleenex per soffiarsi il naso.

Otto anni fa il Natale, per mia sfiga, ha smesso di funzionare per me. Ho fatto del mio meglio per esserci per gli altri. Nei successivi sette sono scomparse delle persone: alcune portate via dalla Signora in Nero, altre andate via con le loro gambe, perchè i soldi sono più importanti della famiglia. Io ero al mio posto e ci sono rimasta, anche quando non ne avevo proprio voglia,sono riuscita a esserci tutti gli anni tranne uno.

Non è colpa mia se di passione, nel volgere del tempo, ce ne ho potuta mettere sempre meno.

Ma se quest'anno pesa a tutti, se quest'anno siete tutti un po' più disillusi, un po' più disincantati o un po' più vecchi, e nessuno ha voglia di festeggiare niente, non potete contare su di me per metterci l'ipocrisia di un entusiasmo che non esiste.

Che Dio mi strafulmini se l'anno prossimo mi faccio fregare di nuovo.

Il Natale sarà anche tante cose, ma non dovrebbe essere obbligatorio.
Tanto meno doloroso e ingiusto, come sarà oggi per qualcuno.
Tanto meno litigioso.
Tanto meno finto.

martedì 22 dicembre 2009

PERSONE

Volevo mettere un post sui colleghi.
Volevo lagnarmi ancora un po' delle feste, che quest'anno passeremo così:
Asti - Genova - Milano - Genova - Arenzano - Genova - Asti (in 5 giorni), e puntualmente Asti è bianca di neve, Genova intrappolata nel ghiaccio, Milano in tilt con una nevicata che non si vedeva da anni, Arenzano non so, ma sarà come minimo flagellata dalla tramontana...

Ma è un momento strano. Comincia con venerdì 11, lo sciopero, continua con una settimana di malattia e lunedì, tornando a lavorare, cosa trovo? La caldaia della scuola si è rotta e quando entro io tutti i ragazzi (tranne una ventina su 200, nessuno di questi venti alunno mio) sono stati mandati a casa. E oggi? Niente pullmini, neve, presenti classe II B, 4, presenti classe III C, 2.

Così ho passato oltre dieci giorni a lavorare poco e niente e a esserci per le persone singole. Un pezzetto per volta. Una di queste persone ero io, e ho scoperto che era un po' che non mi rivolgevo la parola. Altre erano amici, colleghi, parenti, ai quali ho potuto dedicare il tempo di vederci, scriverci, telefonarci, o semplicemente parlare senza fretta.

Il che è veramente bello, molto più umano di una normale settimana di lavoro in cui alterno un diavolo per capello a una stanchezza insensata, e molto più natalizio di feste e brindisi.

Vi saluto, sto per essere risucchiata nel gorgo sopra descritto di spostamenti e pranzi. Se ne riparla dopo il 26.

Bacioni e, dopotutto tocca dirlo, Buon Natale

Castagna

domenica 20 dicembre 2009

The One and The Other One



Aveva i capelli più lunghi che avessi mai visto, e questa fu la prima osservazione. Era l'unica "grande" oltre a me e a Sorrisone, in mezzo a dei "babani" di quattordici anni (orrore! per noi che ne avevamo sedici ed eravamo ormai donne!!!).
Aveva una camera da sola, un buchetto mansardato, ma era ospite fissa da noi che avevamo la stanza d'angolo, molto grande, con due finestre.
Verso la fine della vacanza, però, non più veniva lei a parlare sul mio letto vicino alla finestra, andavo io a chiudermi nel suo stanzino.
Avevamo corso sui prati a piedi nudi, eravamo state sdraiate un intero pomeriggio a guardare le nuvole cambiare forma, esplorato giardini segreti all'imbrunire e dato da mangiare biscotti dolci e salati a una coppia di litigiosi scoiattoli.
Ci eravamo raccontate le nostre vite. Lei piangeva al pensiero di tornare a casa da sua madre che la tiranneggiava, e aveva scoperto di potersi benissimo sfogare con me che, all'epoca, con mia madre avevo un rapporto a dir poco traumatizzante. Ci piacevano gli stessi ragazzi per la strada, ma eravamo troppo diverse per poterci innamorare mai dello stesso tipo di persona. Sognavamo viaggi e storie d'amore.
A due giorni dalla partenza, l'ho guardata mentre mi parlava, il walkman in mano, seduta sul suo letto, e ho pensato: no, come faccio adesso?

Non è stato poi difficile. L'anno dopo, a forza di lettere, telefonate, incontri diplomatici genitori-professori, sia pure vivendo a distanza di 75 minuti d'autobus l'una dall'altra, e facendo due scuole impegnative che tempo libero ne lasciavano pochino, eravamo sedute vicine sull'aereo e lei mi teneva la mano mentre io fingevo di non iperventilare.
Poche ore dopo vedevamo l'alba sul mar del Nord e i fiordi della Scozia orientale.
Di quella vacanza ricordo soprattutto due sensazioni, come fosse ieri:
1) io NON VOGLIO tornare a casa MAI PIU' (mai pensato in altri viaggi) perchè questo posto è CASA MIA, e
2) la fusione totale con lei. Ventiquattro ore al giorno. A un certo punto nel nostro gruppo studio (non più composto da babanetti, ma da fanciulle ben più spigliate di noi e da baldi giovani, tanti e anche per la maggioranza gradevoli da vedere) qualcuno ha timidamente sondato il terreno (con lei, io mettevo troppa soggezione anche allora!) per scoprire se fossimo una coppia. Chissà cosa ci siamo perse, eh Tipa, a forza di stare sempre incollate io e te a parlare fitto fitto? Magari se fossimo state un po' meno assorbite l'una dall'altra quello bruno con gli occhi verde bosco (Maurizio? beh, comunque, sai l'amico di David, quello biondo) o addirittura il lepegosissimo Mauro... o quello di Genova con quel culo fantastico che si è fatto un giro con Sorrisone... chissà...
Mah, non lo so. So quello che non ci siamo perse, e cioè il fascino di quelle terre ventose, di quel mare, di quei laghi. So quanto ridere ci siamo fatte con gli altri. So che eravamo due figlie uniche e che probabilmente tutte e due sognavamo da una vita una vacanza con un'amica in cui nessun genitore rompesse i coglioni dicendo che era l'ora di tornare a casa.
So che svegliarmi con lei, passarci tutta la giornata e addormentarmi parlando con lei non era ancora abbastanza, e non ho memoria nè prima nè dopo di una tale simbiosi. So che avere diciassette anni è l'apice della bellezza e della vitalità e, proprio perchè su certe cose eravamo così diverse, era bellissimo avere diciassette anni insieme e non vergognarsi di cantare November Rain sull'autobus o di dormire abbracciate.

Sono passati diciassette anni da allora. La settimana scorsa ho spiegato la Svizzera in seconda e ho detto che il soggiorno dell'inverno scorso con mio marito a Morcote è in una delle prime posizioni nel mio elenco di vacanze fatte finora. Al che ovviamente mi hanno chiesto: "Qual è il viaggio più bello della sua vita?"
E io senza un attimo di esitazione: "La Scozia, nel 1993".
Perchè la Scozia è un posto dove potrei trasferirmi a vivere tra un quarto d'ora, se me lo chiedessero.
E in buona parte anche per i favolosi diciassette anni, che non ho purtroppo più.
Sicuramente non è secondario che dentro a queste due vacanze, in un Paese che adoro come la Gran Bretagna, sia scoppiata quest'amicizia così delicata e così profonda.
Oggi la figlia della Tipa mi chiama zia. Quando riesco a distrarmi per un attimo dal sorriso e dagli occhi pieni di luce della bimba, penso che un giorno capirà che non sono biologicamente sua parente, e allora vorrà sapere da sua madre quando ci siamo conosciute. E mi si allarga il cuore al pensiero che le racconteremo quelle vacanze.