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lunedì 30 aprile 2012

Peaceful in the deep

Looking up from underneath
Fractured moonlight light on the sea
Reflections still look the same to me
As before I went under

And it's peaceful in the deep
'Cause either way you cannot breathe
No need to pray, no need to speak
Now I am under

And it's breaking over me
A thousand miles down to the sea bed
I found the place to rest my head.

Never let me go, never let me go.
Never let me go, never let me go.

And the arms of the ocean are carrying me
And all this devotion was rushing over me
And the question of heaven
For a sinner like me
But the arms of the ocean deliver me.

Though the pressure's hard to take
It's the only way I can escape
It seems a heavy choice to make
Now I am under, oh

And it's breaking over me
A thousand miles down to the sea bed
I found the place to rest my head.

Never let me go, never let me go.
Never let me go, never let me go.

And the arms of the ocean are carrying me,
(so cold and so sweet)
And all this devotion was rushing over me
And the question of heaven
For a sinner like me
But the arms of the ocean deliver me

And it's over
And I'm going under
But I'm not giving up,
I'm just giving in.

Slipping underneath.
So cold, but so sweet.

In the arms of the ocean, so sweet and so cold,
And all this devotion, well, I never knew went on,
And the question to heaven, for a sinner released,
But the arms of the ocean deliver me.

Never let me go, never let me go. Never let me go, never let me go.
Deliver me.
Never let me go, never let me go. Never let me go, never let me go.
Deliver me.
Never let me go, never let me go. Never let me go, never let me go.
Never let me go, never let me go. Never let me go, never let me go.

And it's over, And I'm going under,
But i'm not giving up, I'm just giving in.
Slipping underneath. So cold, but so sweet

(Never let me go, Florence + The Machine)

venerdì 20 aprile 2012

E così

Siamo di nuovo a guardare il mondo attraverso quel vetro spesso di paura e sofferenza che è la finestra di un ospedale.

auleintempesta deve di nuovo parlare di cose tristi invece che di bellissime statue ellenistiche e di undici-tredicenni esagitati. I quali, dopo una settimana in cui ho interrogato a tappeto come se dovesse finire la scuola domani, non sentiranno nemmeno poi tanto la mia mancanza se mi occupo un po' di mio papà. O forse sì, ma se fosse preferisco se nessuno me lo dice. Oggi, se riesco a non piangere mentre lo faccio, preparo un po' di lavoro per la settimana prossima, non sia mai che venga un supplente.

Per il resto, vedremo. Non possiamo fare altro che aspettare, e vedere. Ieri sera sopra Genova c'era un arcobaleno immenso. Mi sentivo un po' presa per il culo, ma era bello lo stesso.

martedì 17 aprile 2012

Ah, le printemps

Anche tipo basta parlare di
divorzi
morti
bambini trascurati
crisi
disgrazie
problemi...

No dai, davvero. Ho interrogato VENTISETTE persone oggi e sono esausta, voglio pensare solo a cose belle.

1) Potreste, è evidente, rimproverarmi che parlo sempre dei miei alunni maschi e poco o nulla delle bambine.
Ci sono vari motivi: che vado d'accordo coi maschi in generale, che ai maschi di dodici anni piace abbastanza parlare con me, che spesso in quella fascia d'età sono i più problematici da seguire, che ne fanno di tutti i colori. Ma anche che, se parlo di certe bambine, mi riduco un ammasso gelatinoso di prolattina e altri ormoni della gravidanza.

Prendiamo la Bambola, per esempio. Cioè, tu hai una figlia, no? E questa figlia è sana e normalmente equilibrata, e sei già contenta. Poi però è anche intelligente, acuta, brava a scuola, e porta a casa dei dieci come se in classe piovessero, e tu gongoli. E poi è bruna, con gli zigomi da gatta, gli occhioni neri vellutati, i gesti non sconclusionati da bambina, ma posati e eleganti da donnina, la voce dolce, e tu sei consapevole che gli uomini più avanti uccideranno per averla, ma anche che lei, per ora, non se la tira eccessivamente coi ragazzi. Ed è troppo. Infatti, quando la mamma della Bambola è venuta a parlare del rendimento di sua figlia per la prima volta, e io le ho fatto tanti complimenti per quanto è brava e matura e beneducata e sempre attenta la sua bambina, la mamma della Bambola si è messa a piangere dall'emozione. E lo capisco.

Oggi per esempio pensavo a un episodio di qualche giorno fa con la mamma di Tostissima e mi chiedevo cosa dev'essere avere una figlia, venire a parlare con la sua prof nell'intervallo, e vederla passare con l'inseparabile compagno di classe con cui, mesi fa, è scoppiato l'amore. Cioè, come si sente una donna guardando per la prima volta la figlia con il suo filarino? Cosa pensa? "Ah guarda, a lei piacciono alti e biondi con l'aria gentile?"*
Ecco, capite perchè non parlo quasi mai delle bambine? Ho mal di stomaco, adesso. Fanculo.

*descrizione sommaria di Biondosole, da settimane del tutto inscindibile da Tostissima, in quel modo di stare insieme pazzescamente bello da vedere che hanno certe coppie di bambini di undici anni: girare insieme nell'intervallo separati da trenta centimetri di aria che, per qualche strano motivo, è più densa dell'aria circostante. E se uno dei due si ferma a parlare con qualcuno, l'altro lo aspetta senza fretta, senza allontanarsi e senza smettere di addensare l'aria tutto intorno con la propria vicinanza, e poi ripartono insieme per il giro della scuola e, vedendoli ricompattare quell'unità, tutti si accorgono che è assolutamente inevitabile e logico che sia così.
Io e l'Inflessibile, guardando questo fenomeno, li abbiamo battezzati i Bengalini, come quegli uccellini colorati che si vendono solo in coppia e che sono noti anche come "inseparabili".
Risulta che per il possesso di Tostissima si sia anche scatenata l'ira funesta del nostro Dylan McKay, uscito però dalla tenzone sconfitto, non tanto da Biondosole quanto dal fatto che nessuno potrebbe mai decidere di "prendersi" Tostissima perchè lei è la miglior dimostrazione undicenne vivente del concetto "Io sono mia". E però è anche assolutamente di Biondosole, per scelta evidentemente propria.



2) E' primavera anche per le professoresse.
L'altro giorno ho portato in classe la foto del Laocoonte per illustrare ai bambini di prima la scena virgiliana dei due draghi marini e la collega Pianista, che stava facendo supplenza, mi ha chiesto di non mettere via il libro perchè dopo voleva vedere anche lei. Così all'inizio dell'ora successiva, mentre l'Inflessibile cazziava un genitore in sala prof, noi ci siamo rifugiate al tavolino degli Infedeli (dove stanno di solito quelli che non fanno religione!) con un'enciclopedia di arte e siamo passate dal Laocoonte al Galata morente, poi all'Hermes di Prassitele, e via così. Sul Galata lei, con tono sognante, ha detto:
"Ma secondo te allora gli uomini erano davvero tutti così?"
"Eh, sai, mangiavano diversamente da noi, si muovevano di più, si spostavano a piedi e a cavallo, erano dei guerrieri..."
Pausa di religiosa contemplazione del Galata, che in effetti, ora che ci penso, è persino più bello di Cristiano Ronaldo.
Sentirsi tornare indietro al ginnasio, quando guardare il corpo eccezionale del Discobolo sul libro di arte era un antidoto all'ennesima ora di interrogazioni sui paradigmi dei verbi greci, e con la compagna di banco si fantasticava, in modo ancora così vago, sugli eroi mitologici, sugli attori di Hollywood e sugli inarrivabili fratelli Afferni, che chiunque abbia frequentato il nostro liceo in quegli anni non può non ricordare.

lunedì 16 aprile 2012

E questo 2012 che ci piace tanto

...si è portato via anche il mio prof della tesi, al quale non ero molto affezionata, anzi, che rappresentava buona parte di quello che io non volevo diventare nella vita lavorativa. Conoscerlo mi ha chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la carriera accademica non era proprio la mia strada.

Ma abbiamo collaborato per tre anni, e correggeva con puntualità e attenzione assoluta ogni singola riga dei miei lavori con la biro rossa, come un umile prof delle medie, il che mi ha sempre fatto effetto, in un mondo in cui i tesisti valgono meno di zero e il lavoro di seguirli, se non è svolto svogliatamente e in modo capriccioso, è spesso demandato a assistentelli sottopagati.

Non mi viene, se penso che non c'è più, la stessa voragine nel cuore che ancora mi si apre se solo nomino il professore di Letteratura Italiana I, l'indimenticabile, appassionato Franco Croce Bermondi, che è morto anni fa in un incidente d'auto privandoci per sempre della sua bellissima voce calda, delle sue parole ispirate e delle sue impeRRiose R con cui leggeva "CaRRon dimonio dagl'occhi di bRRagia" o "la baRRba unta e atRRa" di CeRRbeRo. Gli rendo omaggio ogni santa volta che leggo una terzina dantesca. Ma anche Bertini era bravo, ed essere scelta da lui per scrivere una tesi e degli articoli era un grande onore. La facoltà di Lettere di Genova è più povera senza di lui.

giovedì 12 aprile 2012

Del prendere precauzioni

Ehi, tu.
Dico a te, bel ragazzone di ventisei anni.
Stai uscendo dal lavoro. Stai prendendo la macchina e andando a casa, dove ti aspetta la tua mogliettina fresca fresca di anello. Uno schianto, la tua mogliettina, eh. Te la invidiano, in paese, gli amici dell'adolescenza. Quando vi siete messi insieme e li avete lasciati a bocca asciutta contro ogni previsione, qualcuno te l'ha giurata, e qualcuna ti ha telefonato in lacrime, ma tu niente, avevi occhi solo per lei.
Stasera arriverai a casa e la troverai lì che si ingegna per elaborare una ricetta per cena, e ti sorriderà vedendoti arrivare, con quel suo visino giovane pieno di adorabili fossette, e magari, invece di buttarti sul divano ad aspettare che sia pronto, le farai spegnere i fornelli e te la porterai sotto la doccia, e poi in camera da letto.

Ecco.

Non farlo.

Non farlo, a meno che tu non sappia con certezza che tra dodici anni, quando lei avrà due o anche tre bambini coi tuoi stessi occhi, tu non farai lo stronzo che prende una sbandata per una collega, si fa beccare a mentire, poi fa scenate, poi va via di casa, poi ci torna, poi se ne va di nuovo, poi fa tira e molla con lei e con l'altra perchè ci sono di mezzo i bambini, e poi un giorno lei va a parlare con la professoressa di lettere di suo figlio e ingoia le lacrime come fossero ricci di mare vivi, decisa a non crollare, mentre si svolge il seguente dialogo:

"Sa, mi scusi se le ho telefonato a casa, ma volevo proprio vederla, perchè con Dylan, ultimamente, non ci siamo mica. Ha una nota ogni due giorni sul diario, io gliene ho messa anche una rossa sul registro, non scrive i compiti, non li fa, ieri gli ho ricordato che gli avrei preparato per oggi la prova di recupero di geografia e oggi non solo non aveva studiato, ma sosteneva di essersene dimenticato e in più non ha nemmeno provato a scrivere quattro cose, ha tentato di consegnare dopo un quarto d'ora, poi me l'ha riportata dopo altri dieci minuti praticamente in bianco, e gli ho messo due. E la cosa brutta è che non era per niente preoccupato."
"Sì, ha fatto bene, io ho notato che aveva preso questo andazzo, ho guardato il diario con regolarità, però, diciamo, in questo momento probabilmente non ho concentrato tanta attenzione sulla scuola, nel senso che, sa, si è creata una situazione difficile a casa..."
"Ora, io non voglio sapere i fatti vostri, per carità..."
"...e io non glieli dico..."
"...naturalmente, però sarò sincera, me lo ero immaginato, perchè vede, Dylan ha proprio fatto un'escalation nel comportamento, e siccome mi ricordavo che all'inizio dell'anno lei lo aveva ripreso e aveva funzionato benissimo, ho appunto pensato che dovesse esserci qualcos'altro. E volevo un po' confrontarmi per vedere come fare a irregimentarlo di nuovo."
Andiamo avanti a parlare di Dylan, del suo potenziale, del suo carattere, e a un certo punto cerca sua sponte di tornare sull'argomento situazione familiare, ed è lì che deglutisce il riccio di mare e batte le palpebre, e le si affievolisce la voce, ma non molla, mantiene la linea della mascella dura, la dizione accurata, il tono fermo. E la guardo. E' quel tipo di donna, bella senza essere appariscente, fine senza essere fredda, luminosa senza essere vacua, per la quale io perderei la testa se fossi un uomo. Emana energia, persino in una giornata come oggi. Ha sulle ginocchia la figlia piccola, una furfantella uguale precisa a suo fratello, che mi si mangia con gli occhi, curiosa, sparandomi dei sorrisoni. Le faccio ridere tutte e due, raccontando che Dylan si arreda ogni santo giorno il suo angolo di classe spargendo roba sul calorifero, per terra, sull'appendiabiti eccetera, e ora che l'ho allontanato dall'angolo tende a usare la compagna di banco come segretaria e donna di servizio perchè prima sparpagli la sua roba lungo la parete e poi gliela passi quando gli serve.

Poi passeggiamo per la scuola perchè sta per arrivare l'ora in cui i ragazzi escono e la piccolina vuol vedere tutto, la classe di suo fratello, che cos'è quella stanza piena di computer e da dov'è che viene quella bella musica, che poi è prodotta proprio da Dylan e dai compagni che fanno lezione col Gigante. E capisco di aver fatto un errore a non lasciar sfogare la mamma di Dylan, perchè torna sul discorso casa più e più volte, fino a dirmi: "E' che attraversiamo un momento così, capisce che io mantengo la stessa linea di sempre, ma dall'altra parte... c'è un mettere in discussione l'idea stessa di scuola... ci si fanno delle domande sulla reale utilità di far studiare i figli..."
"Beh, certo che Dylan, se ha un genitore che ci tiene e un altro che mette in discussione la scuola, seguirà più volentieri la strada che in questo momento gli pare più comoda... Ma posso chiedere a cosa si deve questa sfiducia nelle istituzioni?"
"E' una sfiducia generale. Non solo nei confronti della scuola. Anche della società, del lavoro."
Penso a un caso di disoccupazione, di depressione, forse. Ma lei mi riporta subito alla prima interpretazione della storica frase "c'è una situazione difficile a casa" che tante volte ho già sentito: "C'è sfiducia anche nell'istituzione della famiglia. Della coppia."
Ecco, mi era parso, infatti.

Mi ritrovo a gironzolare per la scuola con la bimba e questa mamma cui darei così volentieri del tu, e a raccontarle che pensiamo di adottare, che siamo stati torchiati durante i colloqui, io in particolare, e come è strano fare la prof pensando che uno qualsiasi di questi bambini potrebbe essere mio figlio. Cose che non ho mai detto a nessuno. Poi esce la mia classe dall'aula di musica e lei mi stringe la mano con un bellissimo sguardo diretto: "In bocca al lupo."
"In bocca al lupo, per tutto", rispondo.
E se ne vanno, lei con la bambina e con Dylan, e gli altri: siamo a sette figli di separati in una classe sola, e di questi ben quattro sono in pieno marasma proprio in questi mesi.

Perciò, bel ragazzo, vai a casa, rapisci tua moglie dalla cucina e fanne quello che vuoi, ma pensa bene al futuro prima di farci un figlio, perchè poi, se qualcosa va storto, non ci verrai mica tu, a parlare coi prof.

L'ultima parola

1)
Interrogazione a tappeto di geografia.
Domanda a Winnie Pooh.
Winnie Pooh annaspa un attimo e mi guarda come a dire: "ma questa non è una domanda come le altre che hai fatto finora". Il resto della classe rumoreggia, e io: "Lasciatelo pensare, lo sapete che io a Winnie voglio un sacco bene e gli faccio solo domande difficilissime."
Ci sorridiamo con affetto genuino. Poi risponde giusto.
A mensa, più tardi, mentre passo lungo il tavolo, gira il suo faccino tondo da orsetto coccoloso verso di me e fa, trionfante: "Ma io la sapevo, la risposta alla domanda difficilissima!"
"Sì che la sapevi."
"Eheheh! Sono più intelligente di lei!"
"Questo può anche darsi. Ma io, per adesso, ho studiato più di te."
Castagna - Winnie Pooh 1-1.

2)
"Malinconelfo! Siediti bene!!!"
Faccetta finto colpevole, in realtà strafottentissima. E' la diciassettesima volta che lo richiamo perchè si gira e si dondola.
"Malinconelfo, senti."
Altra faccetta istrionica, ora finto attenta, in realtà beffarda.
"Possiamo trovare un modo di comunicare in cui io non ti chiamo col cognome, che suona così bene per sgridare qualcuno..."
Faccetta finto afflitta, in realtà i compagni si scompisciano dal ridere.
"... ma ti chiamo C., e smetto di tirarti ordini secchi tipo al mio cane, 'fermo!', 'seduto!' 'basta!', ma ti parlo, come a una persona..."
Tenta un'altra faccetta.
"... e tu invece di farmi facce, smorfie e versi mi parli, come a una persona?"
Nessuna faccetta. Annuisce.
Castagna - Malinconelfo 1-1.

3)
Atreiu è in crisi nera a casa, e a scuola piange, si arrabbia, si lamenta e va in paranoia per qualsiasi cosa. Oggi, a tavola, muovendosi nel suo solito modo nervoso, si sbatte una manata sull'apparecchio fisso che ha da poco e si taglia una fetta di pelle dal dito con una delle placchette metalliche. Esce una microgoccia di sangue e lui passa il resto del pasto a sottopormi a intervalli il ditino spellato, come un bambino di tre anni che ti fa vedere un'inesistente bua per avere il famoso "bacino passa tutto". Dato che, a forza di spremersi il dito, si è fatto uscire un'ulteriore piccolissima emorragia, gli dico che non può stare a tavola sanguinando e lo mando dalla bidella a farsi mettere un cerottino. Torna e afferma che il cerotto gli dà fastidio. Poi rientriamo in classe e dobbiamo fare il tema. Si agita e si lamenta finchè gli chiedo cosa c'è. Mi fa vedere il dito fasciato e dice con aria tragicamente oltraggiata: "E come faccio a scrivere?"
Un pezzetto di me gli girerebbe un ceffone. Un altro pezzo di me lo prenderebbe in giro. Per fortuna prevale l'altro pezzo, quello con il sopracciglio sinistro alzato, che dice senza scomporsi: "Guarda, se c'è gente che fa le Olimpiadi senza le gambe, tu puoi fare un tema con un cerotto sul dito."
Lasciato completamente in mutande a metà del suo capriccio, perde il controllo della mandibola, che gli cade, e anche la favella. Non lo sento più per tutto il resto del tema.
Castagna - Atreiu 1-0.

Quello che gli uomini non vedono

Dicevo qui di quel certo adorabile tipo di donnina che talvolta ronza intorno ai mariti altrui.

Ieri ero in aula prof con la Pianista, la mia collega di sostegno, che pianista lo è veramente e ha pure una sorella primo violino. Si correggeva (io) e metteva in ordine il quaderno del sostegno (lei) e si scambiavano due caeti (leggasi cèti con e molto aperta, genovesismo per pettegolezzi). Precisamente si parlava della sorella di lei, che ha conosciuto mio marito alla festa in casa di cui dicevo, quella cui io non sono andata, e che era piena di gente che, per un motivo o l'altro, aveva a che fare con l'ambiente di Hastiwood.

La Pianista ha alcune idee precise sulla vita, spesso ripetute pur se suona strano nell'ambiente in cui lavoriamo sentire una posizione così esplicita, che sono così riassumibili: "Gli uomini ragionano col pisello, ma certe donne sono proprio troie" e "A certi uomini bisognerebbe tagliarlo". E non avete idea di che effetto fa sentir dire cose del genere a una creatura elfica, sottile ed elegante, vestita come Bree Van de Kamp in versione lavorativa e dotata di una voce dolce e flautata. Cioè, in confronto io sembro un camionista incazzato anche quando coccolo un neonato.

Ci siamo ritrovate in questi mesi a non raccontarci mai nulla di preciso per non sforare in territori pericolosi (Asti è piccola e io ho definitivamente smesso di credere che sarò mai piemontese), ma a generalizzare molto e capirci abbastanza. E poi lei ha avuto un grosso lutto all'improvviso e io ho tentato di consolarla quando è arrivata a scuola in lacrime, e insomma siamo abbastanza coetanee e abbastanza in confidenza da aspettarci con fedele regolarità per la pausa caffè. Amiche potrebbe essere una parola grossa, ma andiamo d'accordo.

Comunque stavamo parlando di quella serata e io le ho detto che ero a casa tipo Dracula nella bara col mal di testa, e che all'improvviso mi son tirata su dal feretro ricordandomi con orrore che avevo mandato il marito solo a una cena in piedi dove sicuramente c'era anche una che non mi piace vedergli intorno.

Tira e molla due minuti per capire di chi parlavo, le dico "no guarda, non sto a dirti, è una dell'ambiente teatro, ma dai non voglio fare nomi che l'ho vista una volta sola e magari... però mi ha proprio dato fastidio, sai come sono quelle che fanno le prime donne, non dico che ci stia provando ma... sai quelle che ti fanno il complimento, inclinano la testa e ti toccano la spalla con aria finto amichevole... poi per carità, io sono un po' suscettibile su queste cose, però...". Lei ci pensa un attimo (giuro, meno di quattro secondi), apre la bocca e tira un nome, uno solo. E ci azzecca in pieno, così a bruciapelo che io scoppio a ridere e ammetto che ci ha preso.

E allora lo vedi che le donne queste cose le sanno con certezza matematica. Perchè gli uomini no?

mercoledì 11 aprile 2012

Professori

Fare il professore o la professoressa autorizza ad essere eccentrici almeno su qualcosa.
Io passerò senz'altro alla storia, nella memoria di alunni, genitori e colleghi, per la devastazione che regna nella mia macchina, dove libri, compiti, vestiti, materassini da yoga, scarpe, sacchetti vari e oggetti misteriosi si mescolano allegramente sui sedili (e sotto). Passano gli anni e temo che non si possa più dire che questa è la mia sola forma di eccentricità, ma è senz'altro un aspetto non trascurabile.

Mio marito è un professore di lettere come me e NON POSSIEDE PENNE ROSSE.

Cioè, non è che non le usa.
Non ce le ha.

Le uniche penne rosse che usa sono mie. E voi direte va bene, anche il letto in cui dormiamo l'ho pagato io, l'importante è che io non dorma sul pavimento. Invece con le penne la scena è una di queste due:

1)
"Mi dai una biro rossa?"
"No!"
"Ma come faccio, devo correggere!"
"Anch'io!"
"Ma ne hai quattro!"
"Questa non scrive, una te l'ho prestata l'altroieri, e una la sto usando io."
"E allora prendo l'altra, dai."
"Ma quella che ti ho dato l'altroieri?"
"Non so, sarà in macchina."
Prende la biro. Non la rivedrò mai più.

2)
"Uomo. Tieni."
"Uh, grazie!"
"Queste sono dieci. E sono TUTTE TUE. Io ne ho comprate altre dieci e SONO ESCLUSIVAMENTE PER ME."
Settimana dopo: "Mi dai una penna rossa?"
"MMMMMMRRRRRAAAAAGGGGGRRRRRRRRRHHH!!!"

Le penne rosse di mio marito sono in macchina. Nel cassettino della macchina. Ce ne sono decine.
Tranne che quando io salgo in macchina con la precisa intenzione di ficcare la mano nel cassettino, estrarre una dozzina di penne rosse e mettermele in borsa. Le ha addestrate a correre a nascondersi nella valigetta, nel bagagliaio, tra il recipiente dell'acqua per i vetri e quello dell'olio dei freni.

Ieri sera correggevamo tutti e due, ma alle dieci e mezza io sono crollata. Lui è rimasto in salotto a correggere temi con una biro (indovinate di chi era). Prima di andarmene, consapevole che al risveglio mi sarei ritrovata metà della pila di compiti di grammatica da finire, ho nascosto la biro rossa che stavo usando io con tanta cura che stamattina non la trovavo più.

lunedì 9 aprile 2012

Lo scrigno

Nelle fiabe c'è quel cofanetto il cui contenuto
a) è prezioso e magico
b) è pericoloso
c) è l'unico modo per collegare una persona al suo passato
d) è l'unico luogo dove custodire un segreto

Genova per me sta diventando tutto questo. Ogni volta che sollevo il coperchio dello scrigno per un istante, da dentro filtrano colori, suoni, ricordi, dolori, emozioni.

Oggi, chissà perchè, un rapido passaggio in macchina lungo una delle solite vie mi ha improvvisamente proiettato indietro in un punto a random del mio passato, e ho fatto una cosa mai vista prima, ho svoltato profittando dell'assenza di traffico della sera di Pasquetta e mi sono infilata lungo le impervie stradine in salita, in curva, strette, cieche, praticamente impercorribili, che portano alla facoltà di Ingegneria. Non l'avevo mai fatto, l'ultima volta che sono passata di lì deve essere stato quando si è laureata la Tipa.

E intanto tornava uno spezzone del mio vissuto, i miei passi lungo quella stessa salita, l'elasticità dei miei muscoli di ventenne che camminava ogni giorno per le strade di città, i miei braccialetti tintinnanti al polso, la borsa coi libri, e il suo odore, le sue mani, la stoffa dei suoi abiti. Le pause pranzo nei giardini del conservatorio,il sole che ci scaldava la pelle. Il giorno che s'è laureato, la folla di ragazzi eleganti, io con il vestitino blu, i capelli lunghissimi, una gigantesca scatola infiocchettata da regalargli. Il suo letto stretto e le luci della città viste dalla sua finestra, l'odore polveroso del divano nella casa di campagna, il suo braccialetto d'oro.

Per la prima volta ho pensato che, a parte la certezza che non saremmo mai andati oltre quel che eravamo allora, praticamente non ho brutti ricordi di lui. Peccato che lui non possa dire altrettanto di me. Per la prima volta ho pensato che mi dispiace che lui non abbia visto cosa potevo diventare. Si è preso la parte peggiore, eppure se potessi parlargliene so che mi direbbe che non me ne vuole. Io non posso avercela con lui per com'è finita, non dopo aver visto cosa c'era dietro quell'angolo che ho svoltato di malavoglia. A volte mi chiedo cosa direi, cosa farei, se una volta davvero ci potesse succedere di vederci da soli e fare il punto di quel che è stato, prima e dopo. Penso che sarebbe strano ancora adesso parlare di questioni personali senza rannicchiarmi tra le sue braccia. Eppure il regalo migliore che mi ha fatto è stato andarsene mentre all'orizzonte appariva il mio vero futuro, il treno che non potevo perdere, l'inizio della mia vita. Io credo che le cose migliori di me che ha avuto siano state la dolcezza, l'affetto e il rispetto con cui gli ho parlato o scritto dopo, la gratitudine eterna che gli porto per quel che ha accettato di vivere al mio fianco, e questi ricordi luminosi, pieni di vita, che stanno qua e là in agguato negli angoli di Genova. Chissà in quale punto della città lui qualche volta rivede il mio fantasma all'improvviso, e se sorride.

sabato 7 aprile 2012

High Quality

Su "Myself" di questo mese c'è un articolo sull'HCD. Il padre ultimo modello, High Care, o High Quality, Dad. Sì, avete capito: David Beckham, quello che saltava gli allenamenti perchè uno dei bambini aveva mal di pancia e Victoria era in giro per sfilate. O il Brangelino.

Corredato, l'articolo, di una delle più arrapanti foto di Matthew McConaughey che io abbia mai visto, mentre cammina per strada con il figlio treenne, oltre che di scatti di Beckham, appunto, e di Colin Farrell in veste paparino (scatti che ti raccomando caldamente di visionare con cura se non hai figli e tuo marito, anche se awesome come sempre tu lo vedi, è un grosso orso viziato e parecchio brontolone, come l'Uomo in questo periodo).

L'articolo è scritto da un uomo, Stefano Menichini, perchè una donna dopo aver scelto le foto non sarebbe stata in grado di connettere, e si conclude con questa frase: "Tutte lo vorrebbero (l'HCD). Se l'avete tenetevelo stretto. Magari ricordando di essere qualche volta, come dire... delle High Care Wives."

Ecco, la frase finale mi ha colpito, dato che ultimamente a casa mia, tra lavoro bruto, piatti precotti, corse avanti e indietro e un certo affievolimento degli impegni legati al cinema, come dire, l'High Care Wife è un po' assente, o meglio, quanto a esserci c'è, ma è soggetta a improvvise cadute a picco nella sindrome pre-, durante- e post-mestruale, a malesseri di stagione, a una tabella di marcia tipo "ho detto che al pranzo non ci posso pensare e nemmeno alla cena di stasera, ah stasera non ci sei? meglio, che devo lavorare", nonchè a intere mezze giornate in pigiama con la pinza tra i capelli (per fortuna appena stilosamente tagliati) e i compiti in classe sparpagliati attorno.

Poi mi sono ricordata le piaghe ai piedi causate dall'ultimo paio di scarpe atrocemente belle che mi sono messa per presenziare in teatro e mi sono detta che, beh, se si accetta il trauma di convivere con la signora Pina Jekyll in ciabatte e la Gnocca Intellettuale Hyde in tacco nove, posso anche considerare che mio marito non stia messo tanto male. In effetti, anche in fatto di HCH (High Care Husband), possiamo dire che io devo alternare la visione di Grande Gnagno che va a farsi fotografare con Vinicio Marchioni a quella di Grosso Troglodita che da due giorni non si lava non si sbarba e se ne sta insaccato sul divano davanti al pc. Io lui lo vedo bellissimo praticamente sempre, speriamo che sia reciproco.

Poi mi sono messa a pensare a tutte le cose HQ (High Quality) che una come me voleva essere nella vita.

High Quality Student, lo sono stata. Devo mio malgrado accettare di non esserlo più perchè non ho il tempo mentale per la seconda laurea o altre cose simili, ma un seminario ogni tanto, come quest'inverno, può bastare per ricordarmi che tengo una Ferrari in garage e, quando voglio, la so ancora guidare.

High Quality Prof, tutta la vita cercherò di esserlo meglio che posso, per fortuna non si arriva mai davvero al traguardo in un mestiere del genere, quindi non è previsto che ad un certo punto ci si fermi.

High Quality Wife, si può anche migliorare, senza dubbio. Il mio bravo mazzo me lo faccio già, anche con la pinza nei capelli.

Ma ci sono molte altre situazioni in cui i miei tentativi hanno prodotto poco, o niente, o quel che è stato prodotto non andava bene per gli standard di qualcun altro.

E' del tutto inutile che spieghi perchè partirebbe un pistolotto autocommiserativo e non ne ho proprio l'intenzione, comunque il sunto è che penso alle aspettative (non tanto a quelle degli altri, che magari applicate a me erano sbagliate, ma alle mie) e alle delusioni, e come sempre in questi casi mi passano di fronte i momenti veramente NO della mia vita, come le volte in cui, con dolore indicibile, ho visto allontanarsi un amico e l'ho lasciato andare, o addirittura ho dovuto io scrivere la parola fine a anni di confidenza e fiducia. Mi vengono in mente tutte le situazioni in cui non è stato possibile dimostrare di essere HQ: lo scoraggiamento sempre in agguato nel tentare di essere una High Quality Daughter (l'opposto della mia vita di studentessa: sempre al limite della bocciatura, senza il libretto delle giustificazioni, tutta la vita insufficiente o inadeguata, fino ad arrivare, com'è logico, a farsi delle domande sul metro di valutazione usato...), i patetici tentativi di essere una High Quality Relative per una famiglia (e intendo sia la mia che quella acquisita) dove le relazioni tra parenti si sfaldano sempre più come intonaco marcio, l'impossibilità di confrontarsi finora con alcuni ruoli come quello di genitore, la fatica, a volte puramente organizzativa ma spesso anche psicologica, nel mantenere amicizie High Quality come quelle di cui tuttora riesco a fregiarmi in barba agli anni e ai chilometri, la sconfitta nel quotidiano quando cerco di essere una High Quality Citizen o una High Quality Housewive.

Poi tocca alzarsi lo stesso la mattina, guardarsi allo specchio, mettersi in moto, e ricordarsi che una buona parte dell'essere High Quality Something consiste proprio nella resilienza di fronte alle delusioni e nel puro e semplice seguire ostinatamente la propria strada, che, per fortuna, è tracciata con chiarezza.

A tutte voi donne di qualità, a tutti voi uomini di qualità, una pacca sulla spalla per i momenti in cui ci sentiamo come uno yogurt con la muffa dimenticato in fondo al frigo spento. Ce la possiamo fare, anche quando non sembra. In fondo, anche i Brangelina avranno i loro momenti no, e almeno noi non siamo inseguiti dai paparazzi a caccia di cedimenti nella nostra fragile facciata.