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venerdì 30 novembre 2012

Il Bello del Festival - post per sole donne

Siamo in pieno festival, qua.

Il mio contributo quest'anno è davvero esiguo, consiste quasi esclusivamente nel far preparare i mazzi di fiori per gli eventi cui partecipano attrici, registe o cantanti.
E' ufficiale che in questo sono veramente brava. Sono tornata al mio primo amore, la fiorista di piazza del Palio da cui ci siamo serviti all'inizio, e ormai mi aggiro per il suo chiosco scegliendomi fiori e foglie da sola. Le sedute di composizione floreale durano dai trenta ai sessanta minuti, e sono i momenti migliori della mia settimana, da qualche tempo.
Mi sto specializzando nel personalizzare al massimo i mazzi, visto anche che alcune delle persone le conoscevo già, stavolta.
Oggi ne ho fatti fare tre: anthurium, bacche, rose bianche e foglie verde scuro per lei

tra l'altro,che vestito ha in questa foto??? non è magnifico???
 
lilium arancio, un ramo di bambù, rose arancio scuro e gerbere gialle per lei
 
e fresie rosa pallido, lilium bianco, lisianthus rosa scuro, rose bianco-verdi e gerbere rosa chiaro per lei
 
Ogni volta penso di essere l'unica che ci fa caso, tranne magari qualche spettatrice attenta, però è una cosa talmente gratificante che non riesce a fregarmene niente, anche se mi metto a pensare che poi il mazzo resta dimenticato al ristorante, viene mollato in albergo o buttato nel cestino.

Questo, e le osservazioni sociologiche, sono quel che da un anno all'altro mi resta del festival, oltre a un manipolo di persone gradevoli con cui si rimane magari in contatto e ci si incontra qua e là. Per esempio lui:
Lui e mio marito sono diventati così amici che l'ingombrante, rumoroso, imbarazzante (e bravissimo) attore pare abbia detto all'Uomo: "Senti, il biglietto di ritorno non me lo fare. Non c'ho un cazzo da fare, non parto, sto un po' lì con te."

Però ora devo mettere qui un discorso che, agli uomini, non è che darà fastidio, ma semplicemente non credo interesserà. Forse neanche alle donne. Forse ai gay. Non so. Comunque, siete i benvenuti se volete leggerlo, ma cercate di non inacidirvi come il latte cagliato, perchè vi ho avvisati.

Devo parlare degli uomini, degli uomini BELLI, che ho conosciuto in questi due anni, e del loro effetto su una che, nella vita, cieca non lo è mai stata, lesbica nemmeno, e però, lo giuro, è fedele e solitamente abbastanza composta nelle sue manifestazioni, oltre ad avere l'insopprimibile necessità di stare con un uomo che sia in grado di parlare, ragionare e mettersi in discussione e non solo di fottere (cit. da innominabile trilogia di moda) e di mostrare muscoli o sfoderare sorrisi.

Solitamente in questo ambiente si incontrano uomini che contano molto sul fascino e l'eloquio, l'intelligenza, lo spirito. E già è un bene: diciamo che, per i pensieri di bassa carnalità, se proprio dovessi scegliermi uno spettacolo di mio gusto andrei a sedermi sui bordi di un campo di atletica, non in un teatro.

Fascino a parte (io sul fascino sono veramente molto di manica larga, per me un uomo con un certo tipo di voce, di gesti, di espressioni sul viso, può avere dei difetti estetici anche VERAMENTE gravi ma risultare gradevole, interessante ed eccitante quanto e più di un Adone), parliamo proprio del canone visivo del bello strettamente detto.

In due anni e rotti di eventi cinematografici e teatrali, di situazioni in cui vedi da vicino gente che normalmente vedresti su uno schermo o dalla ventesima fila di una platea, abbiamo scoperto l'esistenza delle seguenti tipologie maschili, classificate in base alla reazione che suscitano:

a) il Bello proprio, cioè quello che è veramente piacevole da guardare sia sullo schermo che dal vivo. La reazione di Castagna è: "Eh, è bello sì", o anche "E' meglio così nature che al cinema", però con una certa compostezza: sono quei tipi con cui, una volta che gli hai dato una bella guardata, puoi chiacchierare amabilmente tutta la sera senza mai dire "ho portato un cocomero" (cit. da pietra miliare del cinema adolescenziale dei tardi anni Ottanta). Esempio, lui:
 
è bello come sembra, e la bionda delle fresie e dei lisianthus è sua moglie. Niente male da vedere insieme, sono anche alti come dei cestisti, tutti e due
 
b) l'Ormonale, anche detto "toglietemelo di qui prima che mi saltino i bottoni della camicetta". Avrei un esempio lampante da offrirvi, ma non posso fare nomi nè mettervi foto, perchè è proprio di qui e lo incontrerò altre seimila volte. Peraltro è antipatico, pieno di sè e neanche tanto bravo a recitare. Ma, come dire, trasuda sesso, anche a pensare continuamente che è poco socievole e vanesio. La reazione di Castagna è: guarda dall'altra parte o per terra o sul soffitto o nel piatto per tutta la sera e cerca di allontanarsi prima che può. Castagna detesta quando la sua corteccia cerebrale le dice che si tratta una persona con cui non potrebbe resistere a parlare per più di tre frasi e, invece, la parte più primitiva del suo cervello le proietta scene wet'n'hot sul lobo frontale.

c) il Capolavoro o Opera d'Arte, ovvero quel tipo di figura che, sì, se lo vedi da vicino dici "è un bel ragazzo, ma mi immaginavo meglio" e poi invece ci parli per un quarto d'ora e ti accorgi che, nell'insieme, è dotato di una serie di dettagli così perfetti che non ti stancheresti mai di studiarlo, di rimirarlo, di girargli intorno come al David di Michelangelo o all'Hermes di Prassitele; insomma, un vero e proprio quadro d'autore. La reazione di Castagna è: per i primi dieci minuti, data l'assenza di adrenalina e altri ormoni in circolo, non si rende conto di cosa sta contemplando, poi si accorge di aver perso da tempo il filo del discorso, annuisce, dice "ho portato un cocomero", sorride e, per non sbagliare, si riduce al mutismo ammirato, come davanti a un Botticelli. Esperienza bellissima e molto spirituale, come regolarmente mi succede con lui (anche lui è di qui, e ormai è un amico dell'Uomo quindi lo vedo spesso, ma dato che non dico niente di imbarazzante posso rivelare di chi parlo):
 
 
Oggi, però, ho conosciuto un uomo che ha spazzato via qualsiasi altra categoria, per cui non so se sia un unicum o se sia il primo di altri, so solo che le ginocchia non mi si erano mai piegate così per un puro fatto visivo. Ho seri problemi a scegliere una foto perchè non ce ne sono che possano rendere l'idea, veramente.

Lui:
 
 
Ecco, chiariamo. Io, prima di incontrarlo, avevo presente che aveva fatto il modello, lo trovavo anche dotato di un modo di fare simpatico, e pensavo fosse francamente fico. Cioè, fico nel senso della definizione a) o magari, a conoscerlo, b).

Non ero preparata al fatto che tutti gli uomini presenti, tra cui almeno due ho sempre considerato molto attraenti, venissero completamente CANCELLATI dallo sbarco sul pianeta di questo rappresentante di un'altra razza. Un'Apocalisse.

E (è qui che il post è veramente per sole donne, perchè non so se un maschio capirebbe) sono sicura: non di istinto sessuale nè di contemplazione estetica si è trattato. Perchè la mia reazione è stata: groppo in gola e lacrime agli occhi. Non sto scherzando. Sapete che cosa, incredibilmente, ho pensato, anzi, che cosa ha pensato una Castagna di, non lo so, otto o nove anni, nascosta dentro di me, di cui non sospettavo neanche l'esistenza?

"Oh... mio... Dio... IL PRINCIPE AZZURRO!!!"

Che era un archetipo che, femminista come sono, nemmeno sapevo di possedere.

mercoledì 28 novembre 2012

Potrei

Potrei raccontarvi del collegio docenti straordinario, dei provvedimenti che abbiamo preso e di come sono naufragati quasi subito nella melma del quotidiano, nelle piccinerie.

Potrei dirvi che ho un critico cinematografico che mi dorme in ufficio, nel divano-letto Ikea, tra le lenzuola color tortora e le federe beige (colpa di SDMS) sempre Ikea.

Potrei dirvi che ieri sera ho vissuto un momento di intensa gloria mangiandomi un amministratore di condominio praticamente crudo.

Potrei dirvi che il Bufalo si è fracassato la caviglia così male che ne ha per tre mesi e gli faremo, dalla settimana prossima, l'istruzione domiciliare, mentre lui sta nel suo letto con la zampona rotta con chiodi e viti sospesa in aria.

Potrei dirvi che Occhioni è enorme, letargica e sempre molto pallida.

Potrei narrarvi le ultime di Quello Stronzo di Sostegno, della C., della BN.

Potrei dirvi delle facce visibilmente consolate dei gatti e del cane quando hanno capito che oggi tutti e due eravamo tornati a casa per la pausa pranzo, dopo giorni in cui stavano da soli anche quindici ore.

Potrei raccontarvi la storia di una mamma di cinque figli e nonna di quattro nipoti, che oggi è andata via e ha lasciato uno di quei buchi che non si possono immaginare, se lo sento io da qua dopo anni che non la vedo.

Potrei.  

Invece vado a dormire, ma siccome vi voglio bene, vi lascio con questa.

L'altro giorno ho fatto un cambio di posti e messo Pocahontas nella seconda fila di centro. Lui si è alzato per correre nella fila verso la finestra, a spostare sedie e zaini. Io lo guardavo esterrefatta: "ma che fai?" "Umm, no, niente, aiuto Topoloso a spostarsi, è mio amico". Topoloso sorrideva con espressione topolosa, ma anche con sopracciglio divertito. In effetti lui non stava aiutando il suo amico con la roba che aveva sul banco (e perchè avrebbe dovuto, visto che Topoloso non è focomelico ed è in piena salute?), ma aveva sollevato lo zaino di Pocahontas e glielo stava trasportando nel nuovo posto, che è proprio dietro al suo.
Oggi, dopo averlo richiamato varie volte perchè si girava, ho scoperto una cosa IN.CRE.DI.BI.LE. Che proprio non so se una roba paragonabile mi ricapiterà mai, ma mai ma mai ma mai, in tremila anni di esperienza coi ragazzini delle medie. Siccome non può stare eternamente spalle alla cattedra, si è organizzato. Si è portato da casa uno specchietto, per guardarla dal banco davanti senza voltarsi.   

Ragazzi: Atreiu è innamorato.

sabato 24 novembre 2012

Il sabato prima della tempesta

Ultimo giorno di calma prima del tuffo nella tregenda dell'ultima settimana.

Annoterei qui che da quando il festival è iniziato non ho più studiato una riga, ho corretto pochissimo, ho lasciato di nuovo indietro i pagamenti delle bollette, ho lasciato accumulare conti, documenti e altri papiri e pergamene, ho raggiunto i 5 gg consecutivi a pane e formaggio (in varie forme eh: pane e formaggio propriamente detti, crackers e spalmabile, toast con sottiletta, tortino di formaggi...) pagandoli con un mal di stomaco atavico, ho rimandato, spostato e delegato impegni e, per concludere, lottato con botte di stanchezza insensate alle ore più incredibili del giorno (tipo addormentarmi, con la roba sul fuoco, alle 13,40).

Lasciamo stare la solitudine pressochè totale dal lunedì al venerdì e le crisi maniaco-depressive del mercoledì sera (SDMS è un santo).

Oggi mi aggiro per casa malinconica, consapevole che la prossima volta che avrò tempo per fare le MIE cose con calma sarà martedì 4 dicembre. E neanche sul serio, perchè quel giorno andrò a parlare con le strafottutissime psicologhe del maledetto consultorio, a proposito della mia alunna incinta (zero veleno...).  

Bah. Poi, ha detto, ci dedichiamo a noi due, ai nostri progetti. Intanto oggi mi ha chiesto se ero triste e io gli ho detto di sì, che sarò triste tutta la settimana, fino a sabato quando arriva Argentero. Si è offeso.

Che poi a me, Luca Argentero, onestamente. Magari Filippo Nigro sì, ma boh. Sono troppo stanca, demoralizzata e consapevole che il sabato sta finendo. Voglio la mia casa in montagna, i miei gomitoli, un tè caldo e i dolcetti. Voglio mio marito e non quel tizio indaffarato e sempre al telefono che mi gira per casa. E voglio mio cugino, i libri di storia e farmi una panciata di risate.

giovedì 22 novembre 2012

Rosa

A E. e L. che, nella mia carriera, sono stati i primi. Di una ho già parlato qui, dell'altro ho perso ogni traccia, ma spero stia bene.

A M., che non avendo affatto la bellezza dalla sua, ha però scelto di essere un attivista del movimento GLBT, di organizzare serate, parate, eventi e si è creato un suo ruolo sociale.

A M., F. e F., che hanno gridato ai compagni di classe che nessuno può dire a un altro che lo ammazzerebbe per i suoi gusti in fatto di partner.

A F. che è morto solo, imbottito di barbiturici, in una casa vuota.

A A. che diceva "no, dai, poverini".

A quel ragazzo coi capelli lunghissimi e le mani nervose, quella volta sull'autobus, e alle amiche con cui viaggiava.

A D., per la sua bella voce, per quella volta che ha cantato per noi un pezzo d'opera sul treno, per quella volta che è venuto a scuola vestito di nero perchè era morto Nureyev. Ma molto di più per quando l'ho incontrato di nuovo e l'ho visto finalmente felice, col suo profumo di colonia costosa, il cappotto lungo, la sciarpa elegantissima, ad attendere qualcuno fuori dal conservatorio.    

Ai primi (e per ora unici) ragazzi che ho visto baciarsi su una panchina di Roma, e anche io, allora, coi miei compagni di classe, li ho spiati un po' schifata e ho ridacchiato.

A quella bellissima ragazza che non ricordo come si chiamasse e alla sua compagna, quel settembre a Urbino.

A tutti i miei alunni di ieri, di oggi e di domani che cercheranno la loro collocazione in un mondo ancora  troppo lento, ipocrita e ostile.

Stasera il rosa è per voi.

Per tutti quelli che a quindici anni non sono finiti su quelle rotaie dove anche tu, tesoro mio, avresti potuto finire. Per quelli che invece non ce l'hanno fatta. E per quelli che li hanno perseguitati, che trovino un barlume di rimorso, di comprensione e di coscienza.  


  

 

martedì 20 novembre 2012

Ve la faccio breve

Sono cresciuta nell'età dorata delle soap operas. Sentieri, Dallas, Quando si ama, Dinasty, Capitol, Santa Barbara. Quando ero una ragazzina, con mia mamma facevamo un gioco divertentissimo una volta la settimana, quando usciva la guida tv: leggevamo i resoconti delle intricate vicende delle varie famiglie delle soap, che, per necessità editoriali, suonavano all'incirca così:

Shana rivela a Tess di essere ancora innamorata di Todd, che è tornato con Becky, ma ha sposato segretamente Brenda, che aspetta un figlio da lui. Bradley si risveglia dal coma e Peggy Sue è al suo fianco, mentre Paula, che è in Europa, non sa dell'incidente. Josh rivela a Ron di essere il padre naturale di Jared: sconvolto, Ron affronta Jill.

Contavamo quanti nomi riuscivano a farci stare in sette otto righe di riassunto, e quale soap vinceva per numero di personaggi coi nomi cretini.

Ecco, ora provo a riassumervi così la giornata di oggi, ma per forza di cose non mi bastano sette otto righe.

Il Gigante rivela a Huck e Dylan che sono stati sospesi. La madre di Fiona l'Orchetta dice a Castagna che Muy Lejos prende in giro Fiona, che è tesa perchè ha un problemino al seno. Castagna sgrida Muy Lejos, che nega. James Dean viene sgamato a fumare nei bagni, e Castagna consiglia al Peruano di smettere di frequentare James. Telefona in lacrime la madre di Huck. Microlord si affetta un pollice con il cutter. Castagna rinuncia alle sue ultime due ore buche per fare delle attività personalizzate con Occhioni, che ormai è al settimo mese. Frattanto, una scossa di terremoto mette in agitazione il sindaco di Paesino di Sogno, che scende a scuola, spingendo il Gigante a fare un giro delle classi per ricordare le procedure d'emergenza. Dopo pranzo arriva la madre di Huck e si riuniscono Compagna Collega, Grande Puffo, Orsetto Lavatore e Castagna per un cazzione di gruppo, mentre lei piange e si dispera. Nel frattempo, in palestra il Bufalo si sloga malamente una caviglia. All'intervallo delle sedici, Atreiu dà un calcio in zona reni a Huck, che lo prendeva in giro da settimane. La C. dà mandato a Castagna di dare una nota rossa sul registro a entrambi. Mentre si svolge l'ultima lezione, in cui l'intera seconda è affiancata agli otto di terza che sono a scuola per il recupero di italiano, Winnie Pooh esclama una bella parolaccia e prende una nota.

In tutto questo vorrei solo dire che se, alle cinque meno cinque, quando ormai all'agognata fuga verso casa mancava solo un quarto d'ora, fosse anche entrato un pazzo armato e ci avesse sequestrato tutti dentro la scuola, io avrei probabilmente detto, con tono pacato: "Ah, eccola, aspettavamo giusto lei."

domenica 18 novembre 2012

Nuova collezione inverno 2013

"Caratteristiche geografiche ed economiche del Mare del Nord."
"Caratteristica geografica: l'arcipelago è circondato dal mare."
(...Monsieur de la Palisse)

"I rilievi nelle coste sono i fiordi: insenature di vento e ghiaccio che scavano."
(...lirica norrena)

"La chiesa anglicana è stata fondata da Enrico VIII nel milleottocento. E' divisa in chiesa cattolica e ortodossa."
(...quando si dice che l'ora di religione è facoltativa, non dovrebbe significare per forza che è inutile)

"Stati appartenenti al Commonwealth: Canada, Papua Nuova Guinea, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e le Bahamas." Sul margine del foglio: "Norvegia: no scherzo"
(...humour britannico)

Vi abbiamo presentato la nuova collezione Atreiu 2013.



giovedì 15 novembre 2012

Non calcolabile

Huck Finn, il primo a essere immolato sull'ara delle letture mattutine, ha fatto una fatica boia a non piangere.
Sappiamo bene che non esiste un professore così tremendo da riuscire a far piangere Huck davanti ai suoi compagni; se esistesse, sarebbe un vero bastardo a cercare di ottenere questo risultato.
In compenso, quando lo porto fuori dall'aula, gli dedico due minuti, e non c'è nessun altro in giro, piange, e come. Da spezzare il cuore a Satana, piange.
Cazzo.

Oggi alla prima ora grammatica, e gli ho fatto fare un esercizio da posto, col voto. Ci abbiamo messo venti minuti per costringerlo a leggere comprensibilmente le frasi, completarle correttamente e spiegarmi perchè le aveva svolte così. La classe assisteva, mezzo divertita mezzo terrorizzata, a quest'ordalia.
Alla fine:
"Che voto ti daresti?"
"Cinque."
"Perchè?"
"Perchè non avevo voglia."
"Ma scusa, le frasi le hai fatte giuste. Ne hai sbagliata una. Ci hai messo troppo tempo, quindi potrebbe essere un sei e mezzo, un sette, per il CONTENUTO dell'esercizio. E invece, per COME lo hai fatto, quanto potresti prendere?"
"Ah, beh, quattro."
"Quant'è la media tra sette e quattro?"
"Cinque e mezzo."
"Bene, è il voto che prendi."

Ma non era finita. Dopo c'era Latino. Lui, di nuovo, alla cattedra.
"Scrivi i casi, nell'ordine."
Non li sapeva. Dopo averglieli fatti scrivere: "Ripeti i casi, nell'ordine, dando le spalle alla lavagna."
"Nominativo. Dativo."
"No."
Sorrisino, come a dire: beh, ovvio. Ora mi mandi a posto?
Da posto, qualcuno degli altri: posso venire io?
Implacabile, io: "Girati, guardali, rileggili."
Lo fa.
"Rigirati, ripetili."
E così anche per i complementi corrispondenti ai casi, e per la prima declinazione, singolare e plurale.
Ci abbiamo messo altri venti minuti, la classe visibilmente scossa da questo repentino mutamento del mio metodo di lavoro.
Pensavano fosse un gioco, quando, a forza di "girati, controlla, rigirati, ripeti", Huck ha cominciato a sorridere. Ma non sorrideva per quello.

Ma che ne sanno, la Aprea, Profumo, i commentatori sui giornali, di come si sente un insegnante in certi momenti.

Le letture del mattino della prof Castagna

Arriva, saluta, posa la borsa, dà un'occhiata malevola alla classe, ne rimanda a posto un paio che si sono già attaccati come zecche alla cattedra, compila il registro, poi si fa consegnare un diario. Il primo è stato quello di Huck Finn, poi quelli di Dylan McKay e Bambino di Formaggio.

E, dalle otto e cinque alle otto e quindici, c'è la lectio del mattino.

Legge, con tono monocorde, volutamente basso, con occasionali alzate di sopracciglia, ma senza sollevare quasi mai lo sguardo, tutte le note. Quelle sul diario e quelle sul registro.

disturbanonhailmaterialesialzarispondeall'insegnantechelorimproveradisturbanonha svoltoilcompitodisturbalanciaunoggettodiceparolaccefagestiosceniallacompagna

Legge le date, delle note.

ottoottobrenoveottobredodiciottobre
ildiciassetteottobreten'hodataunaioel'oradoponehaipresaun'altradalcollega

Non sgrida, non batte la mano sulla cattedra, non fulmina con lo sguardo.

Lascia che a parlare siano i fatti. 

Poi fa lezione.
E finalmente non deve più richiamare nessuno, o, se lo fa, lo fa con un'occhiata, un cenno.

Doveva esistere un qualcosa che riducesse a un comportamento minimamente decente la II A.



auleintempesta featuring Daniela Albano, Giovanna Gradi, Savina Missio, Silvia Tisa,

Lettere del 15 novembre pubblicate su "La Stampa"


Non ho sottolineato niente, perchè sottolineo tutto.
1) Fare l’insegnante è diverso da tutto

Credo che la mia professione sia diversa dalle altre perché non lavoro ad ore. Entro in classe e faccio lezione: ho davanti un pubblico esigente, spesso svogliato, a volte difficile e provocatorio. Non basta avere un registro e un libro in mano. Quando suona la campanella e si chiude la porta, comincia lo spettacolo. Le nozioni devono passare attraverso l’interesse. Tutto concorre: la voce, i gesti, il linguaggio. L’attenzione è totale: gli occhi degli allievi, se letti nel modo opportuno, sono libri aperti e il docente deve continuamente interagire. Un’ora frontale può essere infinita o brevissima. Lo ricordo come allieva, lo verifico ogni giorno come insegnante. Qualcuno disse che i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere e io credo che la scuola sia fondamentalmente lasciare il segno, formare, appassionare. Non è questione di ore. Vorrei che un giorno un ministro si interessasse a formare una classe docente che sapesse essere veramente «docente», che, colta, consapevole e orgogliosa del suo ruolo, motivata e brillante fosse in grado di trasmettere quella cultura che fa di un allievo un uomo responsabile e preparato. Ma le riforme, da quando sono a scuola (e sono tanti e tanti anni) si muovono tutte per il risparmio e per Innovare formalità burocratiche e pseudo-didattiche. Si cambiano i nomi alle cose, si compilano moduli, ci si interessa della valutazione, dei progetti, dell’orientamento e ci si dimentica della funzione più importante dell’insegnante. Poveri ragazzi ! cinque ore in classe con docenti, a volte incapaci, spesso annoiati, quasi sempre demotivati. È qui che nasce l’esigenza di una vera riforma. Le ore dei docenti devono essere faticosissime, perché il docente deve essere in grado di guadagnarsi l’attenzione e poi la stima e poi l’applauso della platea più esigente al mondo. Tutti ricordiamo un professore, nella nostra storia scolastica, quello che ci incantava. Riportare l’attenzione alla figura docente, alla sua funzione primaria e fondamentale. Un docente non è «bravo» perché è nella commissione, fa progetti, si occupa dei laboratori, un docente è «bravo» quando fa scuola. Formare insegnanti così è difficile e forse non interessa. Più facile avere dei posteggiatori-baby sitter, sottopagati, burocrati allineati, impiegati modello e ubbidienti, e giovani annoiati, ignoranti e disimpegnati. E insegnanti così possono lavorare 18, 24, 36 ore.
Giovanna Gradi

2) Ma quanto è lontana la Germania

I colleghi tedeschi, di noi insegnanti italiani, dice guadagnino il 50% (ma in Europa anche l’80% e il 99%) in più di noi a fronte di un numero maggiore di ore che lei quantifica con il numero di 100. Forse la sorprenderemmo dicendole che anche noi italici facciamo in forma invisibile quelle stesse 100 ore in più che non si svolgono nelle aule. Loro utilizzando spazi, riscaldamento, energia elettrica, attrezzature, computer e uffici messi a disposizione dalle istituzioni scolastiche; noi con un sistema misto, dividendoci tra attività pomeridiane che si svolgono a scuola e altre a casa con libri e attrezzature da noi pagate. Almeno 100 nell’edificio scolastico lavorando in dipartimenti, curando la programmazione, scrivendo verbali, confrontandoci nelle ore buche, ascoltando e parlando con le famiglie, orientando e ri-orientando, facendo esami a luglio e a settembre, riunendoci in consigli e collegi; e poi - sorpresa - almeno 100 ore davanti a ragazzi che «entrano» ogni giorno nelle nostre abitazioni prendendo via via le sembianze di un compito in classe da correggere, di una simulazione di prova d’esame da preparare, di uno studio da masticare ben bene per renderlo digeribile al singolo concreto alunno. 100 ore a passeggio con loro portandoli realmente in uscita didattica o in viaggio di istruzione. 100 ore informandoci, aggiornandoci e venendo «formati» sugli argomenti più disparati dalla sicurezza alla didattica. Davvero il governo e l’opinione pubblica vogliono vedere solo le 18 ore settimanali che si svolgono dentro un’aula? Iniziamo a ragionare su quelle quindi, e sul loro peso specifico. Qual è il peso in termini di fatica, sforzo, logoramento, che grava su ogni singola nostra ora? Qual è il livello di attenzione vigile che ci è richiesto per ogni nostra ora volta a contenere, istruire, valutare e persino educare un numero considerevole di allievi? Qual è il peso specifico e con quale bilancia lo vogliamo pesare? E dire che le 18 sono solo la punta emergente di quell’iceberg che non vorremmo assolutamente finisse con lo sciogliersi: permettere che curiamo la qualità del nostro insegnamento, puntare e sostenere la crescita e l’eccellenza della nostra preparazione, riconoscere la fatica e la dignità del nostro lavoro, vuol dire fare un buon investimento sul futuro, dimostrare cioè di avere a cuore la formazione dei giovani, perché realmente desideriamo - così io penso - farli diventare 100 volte migliori di ognuno di noi.
Savina Missio, Torino

3) La scuola che vorrei anche se non c’è

Da insegnante motivata e che crede nel valore sociale del proprio lavoro condivido la analisi del dottor Gavosto, pubblicata su «La Stampa» giornale, e quindi la necessità di modificare radicalmente il lavoro dei docenti mettendo nelle condizioni di lavorare al meglio coloro che svolgono il mestiere con dedizione. Anche io preferirei poter accedere ad un aggiornamento costante, durante l’orario di lavoro, avere mezzi e spazi per condividere didattica e innovazione con i colleghi, avere uno stipendio adeguato alla mia qualifica professionale. Ma la realtà scolastica oggi è tutt’altra cosa. Lavoro in una delle scuole considerate tra le eccellenze piemontesi, i docenti (circa 130) hanno a disposizione una sala insegnanti con 4 grossi tavoli, 4 computer ed un paio di cassetti 40x15. Immagina lei 100 persone stipate a lavorare in questo spazio? Se devo stare a scuola 40 ore avrei bisogno di un ufficio, magari in condivisione con altri docenti, ma dotato di una scrivania con cassetti, un numero di computer sufficienti per permettere a più persone di lavorare contemporaneamente, stampanti, fotocopiatrici, scaffali per riporre libri e materiale didattico. Senza contare spazi per corsi di formazione/aggiornamento, strumenti per la didattica nelle classi che superino la cara vecchia lavagna in ardesia e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Tutto questo però presupporrebbe una classe dirigente lungimirante e di larghe vedute in grado di capire, in un momento di grandi difficoltà economiche e sociali, quali sono i capitoli di spesa su cui tagliare e quali quelli su cui investire. Cosa interessa ai cittadini italiani? Arrivare velocemente a Lione o avere una scuola pubblica funzionante ed efficiente?
Daniela Albano

4) La grande paura di noi precari

Sono una precaria di 44 anni, plurilaureata che da quasi 17 anni mette insieme lavoro e famiglia e si sposta su e giù per la provincia pur di lavorare. Aumentare l’orario di lavoro avrebbe significato risolvere definitivamente il problema del precariato «spazzandoci» via. Se la scuola funziona è anche grazie a noi, che viviamo di precarietà, che riceviamo in ritardo gli stipendi, che d’estate abbiamo solo il sussidio di disoccupazione ma che ogni giorno ricominciamo sempre con l’entusiasmo e l’amore per il nostro lavoro. Invito solo a riflettere su ciò che sarebbe accaduto se decine di migliaia di docenti come me avessero perso il lavoro: forse anche in quel caso si sarebbe potuto parlare di occasione perduta...
Silvia Tisa

lunedì 12 novembre 2012

Guerra fredda. Ma neanche tanto


Se una cosa si chiama contributo facoltativo per le spese scolastiche, io mi rifiuto di dire ai ragazzi che DEVONO portare i soldi (tra l'altro, da 5 euro siamo passati a 10 negli ultimi due anni). O peggio, di dettare l'avviso con la scadenza della raccolta TOGLIENDO APPOSITAMENTE la parola facoltativo dal testo.

Cose che invece la Bestia Nera fa regolarmente.

Io sono contrarissima a chiedere soldi alle famiglie per cose come fotocopie, toner, gessetti etc.
Un conto è far pagare la fotocopia allo stordito di turno che s'è scordato il libro. Questo ha valore educativo, perchè i libri, che i genitori hanno pagato, devono arrivare a scuola il giorno giusto per essere usati, e poi evita che a inizio lezione si perdano sempre cinque minuti buoni ad aspettare che gli storditi si facciano fare la copia.
Invece, quando sono incaricata di dire alle famiglie o ai ragazzi che ci aspettiamo un aiuto, sottolineo sempre che sono a disagio nel chiederlo, perchè in una scuola PUBBLICA le nostre necessità sono (sarebbero, dovrebbero essere, parrebbe giusto che fossero) GIA' pagate dalle tasse.

Comunque, quando portano pecunia, io raccolgo. Se non portano, io non insisto. Alla scadenza, consegno alla Bestia Nera, che, come è logico data la sua natura luciferina, ha SEMPRE a che fare con TUTTO quello che riguarda i marenghi, i talleri e i dobloni nella scuola, dalla mensa all'assicurazione.

Sono caduta dal pero quando stavolta la BN ha voluto I NOMI di chi aveva versato. Le ho fatto notare che io non me li ero nemmeno scritti, come avrei invece fatto in caso di contributo obbligatorio (per esempio per i soldi dell'assicurazione), perchè allora avrei dovuto chiederli e richiederli, sincerandomi che ciascuno avesse versato il dovuto.

Poi le ho detto che me li sarei scritti e, a raccolta finita, glieli avrei dati. Sperando non me li domandasse più.

Quando mi è tornata sotto, poco prima della scadenza prevista, le ho chiesto PERCHE', se trattasi di contributo facoltativo che va ridistribuito sulla totalità dei ragazzi, dobbiamo sapere chi ha versato e chi no: “Mica promuoviamo o bocciamo in base a questo, no?”
No, però per esempio a chi li ha versati possiamo far fare le fotocopie gratis, gli altri invece se le pagano.”
Ma scusa, le fotocopie, abbiamo stabilito, sono a pagamento per tutti, infatti quelli che ne hanno bisogno se le pagano già.”
Non ribatte.

Poi io venerdì 9/11 (raccolta contributo facoltativo conclusasi il giorno 31/10), sto a casa per malattia.

E lei che fa, la brutta adoratrice di Mammona?

Sì.

Lo fa.

Va in terza (dove non ha materie, né coordina, né niente) e si fa dare i nomi di chi ha versato. Che, se me li avesse chiesti a fine raccolta, io le avrei comunque dato, pur malvolentieri.

Siccome sono pochi, fa il mazzo per mezz'ora a tutta la classe.

Sì.

Lo ha fatto.

E sapete cosa dice? Che, la fotocopiatrice scordiamocela pure, ma inoltre non avranno più accesso ai computer, alla LIM, etc etc perchè non contribuiscono alle spese della scuola.

A questo punto, stamattina, di fronte alle rimostranze della classe, io spiego i due punti di vista.

Il suo: che è un'orrenda succhiasangue di destra, che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che non ce la facciamo più perchè lo stato, il comune etc ci danno sempre meno.

Il mio: che la mia collega è un'orrenda succhiasangue di destra che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che il servizio pubblico è pubblico, è vero che siamo in difficoltà, ma finchè c'è un centesimo viene diviso tra tutti e poi, quando non ci sarà più neanche quel centesimo, resteremo tutti senza e tu querida presencia, comandante Che Guevara...

Giuro sulla mia vita alla III C che, finchè io sono presente nella scuola bandiera rossa sventolerà loro avranno esattamente tutto quello che hanno gli altri, a parte pagarsi le fotocopie quando si scordano il libro a casa.

E faccio notare (ad alta voce, non lo faccio mai davanti alle classi, ma cazzo, stavolta per farmi stare zitta ci sarebbe voluto un elettrochoc che mi mandasse al tappeto per il resto della settimana) che la collega è veramente in gamba a scegliere il giorno in cui io non ci sono, per venire a fare la strategia del terrore in mezzo ai miei studenti.

Non so. A volte, quando per un po' va tutto bene, mi dico che sono io che sono rancorosa e mi lego le cose al dito, che forse questa rivalità sotterranea costante è un parto della mia fantasia bolscevica e dei miei tragici trascorsi con il cattolicesimo. Poi no, poi vedo con chiarezza, e mi domando cosa crede di ottenere, la creatura delle tenebre, con queste sue simpatiche manovrine. Il mio trasferimento? E io invece, più fa così, più mi abbarbico, e cresco, e mi infiltro, come un cazzo di tumore comunista.

Balliamoci sopra.