A volte, nel caos, capita che esca da tutta una serie di incastri fortuiti una giornata come, a mio parere, dovrebbero essere circa tutte le giornate, se potessi vivere una vita veramente mia.
Per esempio una giornata in cui una coppia si prende un breve, ma glorioso momento per le coccole al mattino prima di andare a lavorare, non solo il tempo di uno stanco e stropicciato bacetto sulla guancia, dieci secondi prima di crollare addormentati.
Per esempio una giornata in cui, siccome uno dei due sta a scuola tutto il giorno, l’altro lo va a trovare per un caffè di mezz’oretta a metà pomeriggio, tra una riunione e l’altra.
Per esempio una giornata in cui si riescono a incastrare, prima di cena, due telefonate con due delle migliori amiche. Senza bruciare la cena, e senza essere interrotte dai bambini o dai mariti che infestano la cucina a una cert‘ora.
Per esempio una giornata in cui si lavora coi colleghi senza darsi sulla voce, senza scambiarsi frecciate velenose, trovandosi d’accordo su molte cose.
Per esempio una giornata in cui le prove su Dante, E quelle su Boccaccio, E ANCHE i dettati di seconda, E ADDIRITTURA l’interrogazione su Manzoni in terza portano risultati positivi. Una giornata in cui la scena del matrimonio a sorpresa, con Gervaso che salta e grida agitato al buio, Don Abbondio che chiama aiuto dalla finestra, Lucia fasciata nel copritavolo, il sacrestano che suona le campane all’impazzata, strappa una risata anche ai più zombificati tra gli alunni di terza.
Una giornata in cui pensare al gemellaggio coi Francesi e coi Finlandesi, con tutte le attività che comporterà, i laboratori, le ore in cucina, le cene fuori e gli inevitabili disguidi organizzativi dati dall’invasione di bambinetti parlanti altra lingua nei nostri corridoi, sembra coinvolgente e allegro, invece di sembrare solo incasinato e faticoso.
Una giornata in cui, quando la Verace e Biondosole scoprono che dietro il loro banco si è appena verificato un leggero, ma evidente sprofondamento di una parte del pavimento (il terzo, nell’aula di II A, da inizio anno), si decide sghignazzando che Dante s’è sbagliato, la porta dell’inferno non si trovava poi sotto Gerusalemme, ma sotto Scuolina Rosa, e quindi che prossimamente si aprirà una voragine fino al centro della terra, per cui ciascuno di noi scivolerà giù fino al girone dei suoi peccati prediletti, sotto lo sguardo severo di Minòs che orribilmente ringhia.
Una giornata in cui guardare la nuova disposizione dei posti in seconda, per valutare l’effetto di alcune accoppiate come Bimbo Transfert e Huck Finn: uno così infantile e caciarone, l’altro che, in questi giorni, quando mi becca in un corridoio mi dice sottovoce, con tono stupito e un po’ sospettoso: “Ho preso nove di musica… - Oggi porto a casa due otto… - Storia sette e mezzo!” e io fingo di preoccuparmi moltissimo: “Huck, che succede? Cosa possiamo fare per fermare questo processo irreversibile? Di questo passo finirà che alzerai le medie di tutte le materie!” e poi lo spettino o gli mollo una pacca sullo zaino e lui mi fa le facce più buffe del mondo. O anche la strana triade Pocahontas - Malinconelfo - Bellicapelli: dove Malinconelfo sembra improvvisamente riscuotersi dal suo eterno isolamento in una bolla di pallore, sonnolenza e sarcasmo, e, sorpresa! ignora completamente Pocahontas, reginetta riconosciuta della scuola, per distendere le sue flessuose membra all’ombra della chioma di Bellicapelli, ma, invece di mangiarla lupescamente con lo sguardo, come fanno molti altri maschi della scuola, le sorride con sincera e cameratesca simpatia.
Una giornata in cui accorgersi, appunto osservando la nuova distribuzione degli alunni, che ormai Biondo in Gamba, Tostissima e Momo Docteur, pur spostati in fondo, hanno perfetta visuale della lavagna perché superano di una spanna le teste di tutti gli altri compagni. E che le spalle di Atreiu, prima smilze e spigolose come quelle di una bambina magra, ora nascondono in buona parte la Isinbayeva nella fila dietro; e, pensandoci, non sono neanche più ricoperte dalla solita magliettina acrilica decisamente puzzicchiante di sudore, ma da una bella maglia grigio perla che sa di pulito.
mercoledì 27 febbraio 2013
Dylan, la tigre (e una collega un po' dragone)
Arrivo sulla porta della seconda, contemporaneamente alla Compagna Collega, che dice qualcosa alla classe, poi di colpo, senza che io abbia colto l’argomento di discussione, perché forse qualcuno mi stava dicendo qualcosa in corridoio, si mette a urlare a un volume pazzesco: “Dyyyyyylaaaan McKaaaaaaay LEVATI IMMEDIATAMENTE QUELLA CACCHIO (sic) DI MANO CHE HAI DAVANTI ALLA BOCCA: O TI AMMAZZOOOO (sic)” e poi mi coinvolge, sempre strillando: “Questo ogni volta che in classe si dice una cosa fa la battutina!!! Gli ho detto milioni di volte che deve SMETTERLAAAAA DEVI SMETTERLA HAI CAPITO DI FARE QUELLO CHE PRENDE PER I FONDELLI CHE TI CREDI CHE NON TI VEDIAMOOOOOOO” - e qua io intervengo pacatamente dicendo “Più che altro, Dylan, tu puoi anche coprirti la bocca, ma noi vediamo gli occhi…“ - “E POI CHE CACCHIO (sic) C’HAI DA FARE LE BATTUTE E DA RIDEREEEEEE, questo te lo tieni tu qua in classe capito, io basta recuperi di matematica nella compresenza a lui non gliene faccio più perché ha quattro secco HAI QUATTRO SECCO CHIARO? E TE LO TIENI E SMETTILA DEFINITIVAMENTE CON LE BATTUTINE E LE FACCE PERCHE’ SE TI RIVEDO FARE COSI‘ SEI UN UOMO MORTO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! (sic)”
E’ cosa cognita che la Compagna Collega è matta come un cavallo, che è umorale, che sullo stesso tema abbaia, sgrida, consola maternamente e ride di gusto, a seconda di come le gira, ma fa lo stesso: io di sentir strillare così a Dylan, ma anche a chiunque altro dei miei ragazzi, ho proprio fastidio, e anche se non la contraddico per non peggiorare le cose, dal mio sguardo e da tutto il mio corpo, in situazioni come questa, spero di riuscire a trasmettere a tutti i presenti che:
1) non sono d’accordo con quel che dice e col suo modo di dirlo
2) sto aspettando che finisca per dire qualcosa di serio e anche severo, ma rappacificante
3) sto desiderando fortemente di poter abbracciare chi si prende i suoi fulmini in testa
4) se non la smette entro dieci secondi di maltrattare i miei alunni le ciocco una testata dritta sul setto nasale e la mando al tappeto svenuta in un lago di sangue.
Così quando esce, e come suo tipico si mette subito, serena e paciosa, a pensare a tutt’altro, io arrivo cautelosamente fino alla cattedra, mi siedo e guardo di sottecchi Dylan. Che, diciamolo, ha un pelo così sullo stomaco; ma è anche un ragazzino disturbato e disturbante. E sta tremando. Non saprei dire se di rabbia, paura, dolore o fastidio.
Negli ultimi tempi, profittando di un periodo di calma dei suoi compagni, ho preso questo fascio di nervi incontrollabile e ho tentato di addomesticarlo. In genere gli parlo come faccio al mio cane quando lo porto dal veterinario, a mio padre quando fa i capricci in ospedale, a me stessa e a chiunque altro quando cerco di ottenere un abbassamento del livello d’ansia: a volume ridotto, e con tono conciliante, cercando di creare un mood tra il ragionevole e lo sdrammatizzante. Ma le ho provate tutte, adesso: anche la strigliata senza pietà, il contatto fisico, la coccola verbale, il complimento. Tenuto costantemente al centro dell’attenzione, riesce quasi a diventare gestibile e, quantomeno, lavora.
Quando mi concentro così tanto su di lui, poi a volte vedo qualcosa. Per esempio ho intravisto il Dylan che davvero mi preoccupa quando ha cercato di dirmi, abbastanza umilmente, se poteva essere finalmente tolto dal torrione*. Gli ho risposto di no, per ora. Ma dandogli la speranza che prima o poi avrà di nuovo il banco in una fila con altri esseri umani. Allora, nei due giorni successivi, prima ho trovato il suo banco spostato verso la fila della finestra. Per non innervosirlo gli ho detto “Dove sei finito, sei lontanissimo, no no vieni qui, ti devo avere assolutamente al mio fianco, se no non funziono.” Beccandomi il suo migliore sguardo scettico-sexy alla “a’ proffe, che me stai a piglià pel culo?” Poi ho trovato che il Bufalo aveva attaccato il proprio banco a quello di Dylan, e allora ho detto piano al Bufalo: “No no no shh vieni via di lì, ma non lo vedi che Dylan oggi è santo, guarda l’aureola, guarda come brilla, non me lo vorrai mica distrarre?” e stavolta lui, che asveva ovviamente sentito, ha fatto scattare in su, senza voltarsi, il sopracciglio alla “aridaje…”. Ma intanto sta nel banco da solo, vicino alla cattedra, lavora, e a volte mi parla a voce bassa e senza alzare la mano, come se fossimo soli, per notificarmi che ha finito un esercizio e chiedermi cosa deve fare dopo. Oppure si incanta a guardare cosa faccio io sul registro, e quando mi giro con aria interrogativa si riscuote e mi fa un sorrisetto di scusa.
[*Torrione: il banco che sta a lato della cattedra, isolato da tutte le file compresa quella davanti, il cui malcapitato occupante non può né voltarsi né sfuggire al controllo diretto dell’insegnante sul lavoro che sta facendo. Praticamente tutti i miei alunni preferiti hanno occupato il torrione per qualche mese, perché io, è noto, adoro i rompicoglioni irriducibili, i sorvegliati speciali e le spine nel culo.]
Da quando la collega lo ha spiritato con quella sgridata fuori della grazia di Dio, quando lo becco distratto gli dico: “Dylan, ricordati, abbiamo detto che tu sei…?” E lui prontamente: “Un uomo morto.” Poi fa una smorfia e si rimette a lavorare.
Non posso sempre fare così. In quella classe sono ventisei e lui, oltretutto, ha dei bei voti, quando si impegna, è solo tremendo nel comportamento. Oggi al consiglio di classe, però, tutti a dire che ha un atteggiamento inaccettabile, infingardo, falso, strafottente, che aizza gli altri e si giustifica sempre e cerca ogni volta di uscire, con le mani pulite e la faccia d’angelo, da casini che ha creato lui stesso dal nulla per il puro gusto della sommossa. Non potevo, in coscienza, evitare d’essere d’accordo con questo desolante quadro. Però mi chiedo se lo sento solo io che questo ragazzino, per qualcosa che non arrivo a cogliere, è a disagio, sta male. Se solo quando parla con me si sente una vibrazione di autentico dolore nella sua voce, se solo al mio orecchio le sue frasi suonano il contrario di quello che significano, se gli altri hanno fatto caso che non riesce a posare gli occhi su nessuno per più di un quarto di secondo.
Io andrò avanti così, in un lento stillicidio di brevi accenni, di piccole punzecchiature e di asciutti incoraggiamenti: andrò avanti testarda a farlo sentire al centro del mio mondo, come se facessi lezione solo per lui e solo con lui, finchè potrò farlo senza incasinare il resto del mio lavoro, o finchè non mi guarderà almeno una volta dritta negli occhi, senza più scappare.
E’ cosa cognita che la Compagna Collega è matta come un cavallo, che è umorale, che sullo stesso tema abbaia, sgrida, consola maternamente e ride di gusto, a seconda di come le gira, ma fa lo stesso: io di sentir strillare così a Dylan, ma anche a chiunque altro dei miei ragazzi, ho proprio fastidio, e anche se non la contraddico per non peggiorare le cose, dal mio sguardo e da tutto il mio corpo, in situazioni come questa, spero di riuscire a trasmettere a tutti i presenti che:
1) non sono d’accordo con quel che dice e col suo modo di dirlo
2) sto aspettando che finisca per dire qualcosa di serio e anche severo, ma rappacificante
3) sto desiderando fortemente di poter abbracciare chi si prende i suoi fulmini in testa
4) se non la smette entro dieci secondi di maltrattare i miei alunni le ciocco una testata dritta sul setto nasale e la mando al tappeto svenuta in un lago di sangue.
Così quando esce, e come suo tipico si mette subito, serena e paciosa, a pensare a tutt’altro, io arrivo cautelosamente fino alla cattedra, mi siedo e guardo di sottecchi Dylan. Che, diciamolo, ha un pelo così sullo stomaco; ma è anche un ragazzino disturbato e disturbante. E sta tremando. Non saprei dire se di rabbia, paura, dolore o fastidio.
Negli ultimi tempi, profittando di un periodo di calma dei suoi compagni, ho preso questo fascio di nervi incontrollabile e ho tentato di addomesticarlo. In genere gli parlo come faccio al mio cane quando lo porto dal veterinario, a mio padre quando fa i capricci in ospedale, a me stessa e a chiunque altro quando cerco di ottenere un abbassamento del livello d’ansia: a volume ridotto, e con tono conciliante, cercando di creare un mood tra il ragionevole e lo sdrammatizzante. Ma le ho provate tutte, adesso: anche la strigliata senza pietà, il contatto fisico, la coccola verbale, il complimento. Tenuto costantemente al centro dell’attenzione, riesce quasi a diventare gestibile e, quantomeno, lavora.
Quando mi concentro così tanto su di lui, poi a volte vedo qualcosa. Per esempio ho intravisto il Dylan che davvero mi preoccupa quando ha cercato di dirmi, abbastanza umilmente, se poteva essere finalmente tolto dal torrione*. Gli ho risposto di no, per ora. Ma dandogli la speranza che prima o poi avrà di nuovo il banco in una fila con altri esseri umani. Allora, nei due giorni successivi, prima ho trovato il suo banco spostato verso la fila della finestra. Per non innervosirlo gli ho detto “Dove sei finito, sei lontanissimo, no no vieni qui, ti devo avere assolutamente al mio fianco, se no non funziono.” Beccandomi il suo migliore sguardo scettico-sexy alla “a’ proffe, che me stai a piglià pel culo?” Poi ho trovato che il Bufalo aveva attaccato il proprio banco a quello di Dylan, e allora ho detto piano al Bufalo: “No no no shh vieni via di lì, ma non lo vedi che Dylan oggi è santo, guarda l’aureola, guarda come brilla, non me lo vorrai mica distrarre?” e stavolta lui, che asveva ovviamente sentito, ha fatto scattare in su, senza voltarsi, il sopracciglio alla “aridaje…”. Ma intanto sta nel banco da solo, vicino alla cattedra, lavora, e a volte mi parla a voce bassa e senza alzare la mano, come se fossimo soli, per notificarmi che ha finito un esercizio e chiedermi cosa deve fare dopo. Oppure si incanta a guardare cosa faccio io sul registro, e quando mi giro con aria interrogativa si riscuote e mi fa un sorrisetto di scusa.
[*Torrione: il banco che sta a lato della cattedra, isolato da tutte le file compresa quella davanti, il cui malcapitato occupante non può né voltarsi né sfuggire al controllo diretto dell’insegnante sul lavoro che sta facendo. Praticamente tutti i miei alunni preferiti hanno occupato il torrione per qualche mese, perché io, è noto, adoro i rompicoglioni irriducibili, i sorvegliati speciali e le spine nel culo.]
Da quando la collega lo ha spiritato con quella sgridata fuori della grazia di Dio, quando lo becco distratto gli dico: “Dylan, ricordati, abbiamo detto che tu sei…?” E lui prontamente: “Un uomo morto.” Poi fa una smorfia e si rimette a lavorare.
Non posso sempre fare così. In quella classe sono ventisei e lui, oltretutto, ha dei bei voti, quando si impegna, è solo tremendo nel comportamento. Oggi al consiglio di classe, però, tutti a dire che ha un atteggiamento inaccettabile, infingardo, falso, strafottente, che aizza gli altri e si giustifica sempre e cerca ogni volta di uscire, con le mani pulite e la faccia d’angelo, da casini che ha creato lui stesso dal nulla per il puro gusto della sommossa. Non potevo, in coscienza, evitare d’essere d’accordo con questo desolante quadro. Però mi chiedo se lo sento solo io che questo ragazzino, per qualcosa che non arrivo a cogliere, è a disagio, sta male. Se solo quando parla con me si sente una vibrazione di autentico dolore nella sua voce, se solo al mio orecchio le sue frasi suonano il contrario di quello che significano, se gli altri hanno fatto caso che non riesce a posare gli occhi su nessuno per più di un quarto di secondo.
Io andrò avanti così, in un lento stillicidio di brevi accenni, di piccole punzecchiature e di asciutti incoraggiamenti: andrò avanti testarda a farlo sentire al centro del mio mondo, come se facessi lezione solo per lui e solo con lui, finchè potrò farlo senza incasinare il resto del mio lavoro, o finchè non mi guarderà almeno una volta dritta negli occhi, senza più scappare.
domenica 24 febbraio 2013
Le mani nei capelli
Secondo me, se votiamo a sinistra, tra un anno siamo da capo.
Ma a destra?
Tu, a destra?
Eh ho capito, ma questa sinistra?
E ma Rivoluzione civile no?
E Grillo?
Grillo non è un partito.
Grillo era un'altra cosa, non doveva entrare in politica, doveva stare fuori a fare quel che faceva prima, protesta, pressione, critica.
E scusa ma senza Monti hai idea di cosa ci farà l'Europa?
E se invece proprio Monti desse una mano all'Europa a mandarci a bagno?
Se facciamo la fine della Grecia?
E se gli dessimo ancora tempo per vedere se usciamo dal buco nero dell'economia?
La sinistra ha programmi di respiro troppo lungo, a noi serve l'ossigeno subito, il defibrillatore, dobbiamo ripartire, prima di fare riforme.
E con tutta l'IMU che gli abbiamo dato, magari qualcosa farà?
E ma lo sai no che Monti sta con Casini?
Oddio Casini, oddio Casini no.
No nonononono quello proprio non posso votarlo.
No.
Bersani?
Oh, per l'amordiddio.
Di Pietro, cioè Vendola, ma boh anche Ingroia...
E i dipietristi di Genova con tutto il loro shopping?
Anche il nostro amico preside...
Oddio.
Oddio.
No ma Berlusconi non si rialza, stavolta.
E se la gente crede alla cosa dell'IMU?
Oddio.
Oddioooooooooo.
Espatrio.
Emigro.
Non ce la farò mai a votare a destra, cioè io sono settimane che ci penso, anche sforzandomi di non sentire nella testa il rullo basso dei tamburi che inesorabilmente ripetono ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto. Cercando di pensare in generale, da cittadina, e non solo da insegnante. Che non è facile, con il faccino lentigginoso di Atreiu, gli occhi di Momo Docteur, il sorriso di Tesoro Diafano, la voce di Bambino di Formaggio sempre stampati in mente.
Non so che fare, so che posso entrare armata dei migliori ragionamenti e impormi di non pensare solo all'ideale ma alla praticità, poi finirà come sempre, che vedrò un simbolo di sinistra, di sinistra quella vera, quella che mette davanti la Costituzione, i diritti, la parità, il sostegno sociale, e la matita copiativa andrà da sola.
Però stavolta ci ho dovuto pensare, ci sto ancora pensando, e credo che non sarà lì la soluzione.
Che angoscia.
Ma a destra?
Tu, a destra?
Eh ho capito, ma questa sinistra?
E ma Rivoluzione civile no?
E Grillo?
Grillo non è un partito.
Grillo era un'altra cosa, non doveva entrare in politica, doveva stare fuori a fare quel che faceva prima, protesta, pressione, critica.
E scusa ma senza Monti hai idea di cosa ci farà l'Europa?
E se invece proprio Monti desse una mano all'Europa a mandarci a bagno?
Se facciamo la fine della Grecia?
E se gli dessimo ancora tempo per vedere se usciamo dal buco nero dell'economia?
La sinistra ha programmi di respiro troppo lungo, a noi serve l'ossigeno subito, il defibrillatore, dobbiamo ripartire, prima di fare riforme.
E con tutta l'IMU che gli abbiamo dato, magari qualcosa farà?
E ma lo sai no che Monti sta con Casini?
Oddio Casini, oddio Casini no.
No nonononono quello proprio non posso votarlo.
No.
Bersani?
Oh, per l'amordiddio.
Di Pietro, cioè Vendola, ma boh anche Ingroia...
E i dipietristi di Genova con tutto il loro shopping?
Anche il nostro amico preside...
Oddio.
Oddio.
No ma Berlusconi non si rialza, stavolta.
E se la gente crede alla cosa dell'IMU?
Oddio.
Oddioooooooooo.
Espatrio.
Emigro.
Non ce la farò mai a votare a destra, cioè io sono settimane che ci penso, anche sforzandomi di non sentire nella testa il rullo basso dei tamburi che inesorabilmente ripetono ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto ifondid'istituto. Cercando di pensare in generale, da cittadina, e non solo da insegnante. Che non è facile, con il faccino lentigginoso di Atreiu, gli occhi di Momo Docteur, il sorriso di Tesoro Diafano, la voce di Bambino di Formaggio sempre stampati in mente.
Non so che fare, so che posso entrare armata dei migliori ragionamenti e impormi di non pensare solo all'ideale ma alla praticità, poi finirà come sempre, che vedrò un simbolo di sinistra, di sinistra quella vera, quella che mette davanti la Costituzione, i diritti, la parità, il sostegno sociale, e la matita copiativa andrà da sola.
Però stavolta ci ho dovuto pensare, ci sto ancora pensando, e credo che non sarà lì la soluzione.
Che angoscia.
martedì 19 febbraio 2013
Il tempo delle cose belle
"Ecco, abbiamo fatto geografia un'ora, ed è durata un'ora. E invece abbiamo fatto Dante, e non mi sono neanche accorto di quanto tempo passava."
Tra il sommo poeta e Atreiu è proprio amore.
Oggi, dopo qualche settimana che saltiamo Dante per fare altro, eravamo in effetti tutti così contenti di riaprire la Commedia, e loro stavano così attenti, che Cerbero con la barba unta e atra ci si è quasi materializzato davanti.
In terza invece leggiamo Manzoni. Che io volevo abolire, che secondo tanti colleghi alle medie è una perdita di tempo, che di anno in anno riassumevo sempre più. Guai: la terza C, che non ha voglia di far niente, si beve però capitolo su capitolo i Promessi sposi, e, a dimostrazione che non usano l'ora per dormire, me li restituisce con riassunti circostanziati e esposizioni dettagliate. Finora ho letto praticamente tutto. Anche pezzi che di solito riassumevo a voce. Il risultato è che Manzoni (Manzoni romanziere, chiariamo) mi piace più di quanto mi ricordassi. Perciò il mercoledì entriamo in questo stato di attenzione silenziosa e meno passiva di quel che potrebbe sembrare, e ci spariamo, a volte, quaranta minuti di romanzo. L'Arcangelo Occhiviola, in particolare, si mette in una posizione di tre quarti, come me quando guardo un film sul divano di casa, e si immobilizza come una pietra, tanto che a volte controllo che non stia pensando ai fatti suoi e regolarmente lui è attentissimo, anzi fa un micromovimento con il sopracciglio come a dire: "Beh? Che fai, ti fermi?". Vomitino* è sempre il primo ad alzare la mano per fare il riassunto a voce della puntata precedente, e Teppa Gentile e Arcangelo Nero puntualizzano con dettagli e particolari. Gli altri magari parlano solo se interrogati, ma dicendo cose sensate, quindi dimostrando di aver seguito. Christiane F. ha persino preso nove del riassunto, battendo anche l'Arcangelo Biondograno, che in scrittura è sempre la testa di serie della classe. Sono piuttosto contenta.
[*Bisognerebbe cambiare il soprannome a questo fanciullo, perchè è ancora pallidino come quando, all'inizio della prima, vomitava tutte le mattine per l'ansia di venire a scuola, ma adesso è sempre sorridente, ha messo su un bel fisico perchè è un campione regionale di judo e credo proprio che non vomiti più. Solo che per questo blog è Vomitino da due anni e mezzo, e mi sa che ormai è tardi per trovargli un altro nick.]
Tra il sommo poeta e Atreiu è proprio amore.
Oggi, dopo qualche settimana che saltiamo Dante per fare altro, eravamo in effetti tutti così contenti di riaprire la Commedia, e loro stavano così attenti, che Cerbero con la barba unta e atra ci si è quasi materializzato davanti.
In terza invece leggiamo Manzoni. Che io volevo abolire, che secondo tanti colleghi alle medie è una perdita di tempo, che di anno in anno riassumevo sempre più. Guai: la terza C, che non ha voglia di far niente, si beve però capitolo su capitolo i Promessi sposi, e, a dimostrazione che non usano l'ora per dormire, me li restituisce con riassunti circostanziati e esposizioni dettagliate. Finora ho letto praticamente tutto. Anche pezzi che di solito riassumevo a voce. Il risultato è che Manzoni (Manzoni romanziere, chiariamo) mi piace più di quanto mi ricordassi. Perciò il mercoledì entriamo in questo stato di attenzione silenziosa e meno passiva di quel che potrebbe sembrare, e ci spariamo, a volte, quaranta minuti di romanzo. L'Arcangelo Occhiviola, in particolare, si mette in una posizione di tre quarti, come me quando guardo un film sul divano di casa, e si immobilizza come una pietra, tanto che a volte controllo che non stia pensando ai fatti suoi e regolarmente lui è attentissimo, anzi fa un micromovimento con il sopracciglio come a dire: "Beh? Che fai, ti fermi?". Vomitino* è sempre il primo ad alzare la mano per fare il riassunto a voce della puntata precedente, e Teppa Gentile e Arcangelo Nero puntualizzano con dettagli e particolari. Gli altri magari parlano solo se interrogati, ma dicendo cose sensate, quindi dimostrando di aver seguito. Christiane F. ha persino preso nove del riassunto, battendo anche l'Arcangelo Biondograno, che in scrittura è sempre la testa di serie della classe. Sono piuttosto contenta.
[*Bisognerebbe cambiare il soprannome a questo fanciullo, perchè è ancora pallidino come quando, all'inizio della prima, vomitava tutte le mattine per l'ansia di venire a scuola, ma adesso è sempre sorridente, ha messo su un bel fisico perchè è un campione regionale di judo e credo proprio che non vomiti più. Solo che per questo blog è Vomitino da due anni e mezzo, e mi sa che ormai è tardi per trovargli un altro nick.]
lunedì 18 febbraio 2013
Cose viste in questi giorni
...sorridendo e un pochino commuovendomi: "Il rosso e il blu".
...piangendo come un idrante e stringendo convulsamente la mano dell'Uomo: "The detachment".
...con un sentimento impossibile da descrivere: mio padre che si rade il viso con cura prima di chiamare l'ambulanza.
...con aria navigata da chi già conosce il posto: il pronto soccorso del San Martino sovraccarico di gente.
...con sospiri di sopportazione e numerosi cambi di posizione sul divano: tutte le ore della notte fino alle cinque di mattina.
...cercando di prendere in mano la situazione, dato che il Gigante e la preside non erano ancora arrivati: lo spavento genuino di tutta la scuola, colleghi e alunni, alla notizia che la collega Bionda Svampita ha ribaltato la macchina in un fosso venendo al lavoro (niente di rotto, per fortuna).
...con una stanchezza indicibile: quattro ore di libro di grammatica, due in seconda e due in terza.
...con un lontanissimo senso di coinvolgimento intellettuale e una certa dose di entusiasmo, sopita dai vapori di una sonnolenza da privazione di riposo e cibo: le venti persone con cui, ho scoperto, devo lavorare, per non si sa quanti incontri di non si sa quante ore, alla stesura del vademecum di buone pratiche per la gestione del lavoro con DSA e BES che dovrà essere divulgato in tutta la provincia di Asti.
...con un senso ancor più lontano di stupore e l'ombra di un innalzamento di sopracciglio che, non fossi stata così esausta, sarebbe stato birichino e divertito: un prof di latino e greco con jeans ultimo grido, maglia aderente su bel torace muscoloso, taglio moderno di capelli gradevolmente brizzolati, sorriso Durban's e addirittura niente occhiali (?!? ... ma esistono?!? e perchè a noi, per cinque lunghi anni di liceo, sempre donne pingui, ladies di ferro e, al massimo, supplentini esangui dalle spalle strette? mah...).
...con grande rispetto, affetto e comprensione: la mia stessa espressione devastata, sul viso della ragazza del negozio di sanitari che aveva appuntamento con me alle 17,15 e mi ha visto arrivare alle 18,05 per ultimare un ordine della durata di minuti 50.
...poco fa, con un senso di vertigine e brama spasmodica: il mio letto!!!
...piangendo come un idrante e stringendo convulsamente la mano dell'Uomo: "The detachment".
...con un sentimento impossibile da descrivere: mio padre che si rade il viso con cura prima di chiamare l'ambulanza.
...con aria navigata da chi già conosce il posto: il pronto soccorso del San Martino sovraccarico di gente.
...con sospiri di sopportazione e numerosi cambi di posizione sul divano: tutte le ore della notte fino alle cinque di mattina.
...cercando di prendere in mano la situazione, dato che il Gigante e la preside non erano ancora arrivati: lo spavento genuino di tutta la scuola, colleghi e alunni, alla notizia che la collega Bionda Svampita ha ribaltato la macchina in un fosso venendo al lavoro (niente di rotto, per fortuna).
...con una stanchezza indicibile: quattro ore di libro di grammatica, due in seconda e due in terza.
...con un lontanissimo senso di coinvolgimento intellettuale e una certa dose di entusiasmo, sopita dai vapori di una sonnolenza da privazione di riposo e cibo: le venti persone con cui, ho scoperto, devo lavorare, per non si sa quanti incontri di non si sa quante ore, alla stesura del vademecum di buone pratiche per la gestione del lavoro con DSA e BES che dovrà essere divulgato in tutta la provincia di Asti.
...con un senso ancor più lontano di stupore e l'ombra di un innalzamento di sopracciglio che, non fossi stata così esausta, sarebbe stato birichino e divertito: un prof di latino e greco con jeans ultimo grido, maglia aderente su bel torace muscoloso, taglio moderno di capelli gradevolmente brizzolati, sorriso Durban's e addirittura niente occhiali (?!? ... ma esistono?!? e perchè a noi, per cinque lunghi anni di liceo, sempre donne pingui, ladies di ferro e, al massimo, supplentini esangui dalle spalle strette? mah...).
...con grande rispetto, affetto e comprensione: la mia stessa espressione devastata, sul viso della ragazza del negozio di sanitari che aveva appuntamento con me alle 17,15 e mi ha visto arrivare alle 18,05 per ultimare un ordine della durata di minuti 50.
...poco fa, con un senso di vertigine e brama spasmodica: il mio letto!!!
mercoledì 13 febbraio 2013
Love is...
"E vede bene che, con sette insufficienze, è il caso che Principessina Russa si metta a lavorare seriamente, altrimenti qui, se anche il secondo quadrimestre dovesse andare come il primo..."
Sono le 13,52 e io dovrei essere a casa. A casa, a portare il cane a far pipì. A scaldare il tortino di formaggio e speck, a saltare sulla piastra il radicchio con il limone. A togliermi finalmente le scarpe, dopo che stamattina per due ore le aule sono state gelide e poi sono finalmente partiti i caloriferi che erano in blocco e alla fine della sesta ora ho i piedi come due pezzi di stracotto. A leccarmi le ferite dopo che su 19 compiti di terza DUE erano sufficienti, UNO era un cinque, e TUTTI GLI ALTRI erano quattro o meno di quattro, e su un argomento che ripetiamo da settimane.
Non dovrei essere qui a consegnare una pagella all'ora di pranzo. Anzi, all'ora in cui gli altri finiscono di pranzare e spengono la sigaretta della pausa. Con una madre che fa anche la sostenuta, finchè io e la collega di matematica non le diciamo chiaro e tondo che è in dubbio l'ammissione all'esame, con un quadro così tristo.
Infatti: "Plinplinplonplin plinplinplonplin" fa il mio cellulare dalla borsa. Lo ignoro. Ma pochi minuti dopo, mentre scaglio la borsetta, la borsa del lavoro, la borsa dello scaldino e una pila di libri sul sedile posteriore della macchina, mi affretto a fare uno squillo all'Uomo, che, alle 13,57, legittimamente si chiederà dove sono.
Richiama subito. E dice:
"Scusa volevo dirti che sono ancora a scuola, abbi pazienza, ma abbiamo trovato un diario con voti sbianchettati e falsificati, quindi abbiamo una convocazione d'urgenza di un genitore per prendere provvedimenti..."
"Ah, fa niente, tanto anche io sono uscita ora da scuola, ho dovuto dare una pagella spinosa..."
"Okay, ci vediamo a casa."
"Sì, ci vediamo a casa."
Sbatto la portiera posteriore, e mentre apro quella davanti, mi soffermo un attimo ad assaporare la sensazione che mi si sta aprendo dentro come un fiore: la convinzione che, per certi aspetti, sia inestimabile fare tutti e due lo stesso lavoro, e un senso di complicità, di condivisione, che non provavo più da tanto tempo; che mi ricorda i tempi in cui, subito dopo il matrimonio, addirittura lavoravamo sulla stessa classe; e mi viene restituita oggi, in questa giornata di sole pulita come l'alba del primo giorno della creazione, in un parcheggio che è per metà fanghiglia beige calpestata e per metà una distesa di perfetto e gelido candore.
Metto in moto con un sorriso.
E' che esistono le persone sposate. E poi esistono le coppie.
Sono le 13,52 e io dovrei essere a casa. A casa, a portare il cane a far pipì. A scaldare il tortino di formaggio e speck, a saltare sulla piastra il radicchio con il limone. A togliermi finalmente le scarpe, dopo che stamattina per due ore le aule sono state gelide e poi sono finalmente partiti i caloriferi che erano in blocco e alla fine della sesta ora ho i piedi come due pezzi di stracotto. A leccarmi le ferite dopo che su 19 compiti di terza DUE erano sufficienti, UNO era un cinque, e TUTTI GLI ALTRI erano quattro o meno di quattro, e su un argomento che ripetiamo da settimane.
Non dovrei essere qui a consegnare una pagella all'ora di pranzo. Anzi, all'ora in cui gli altri finiscono di pranzare e spengono la sigaretta della pausa. Con una madre che fa anche la sostenuta, finchè io e la collega di matematica non le diciamo chiaro e tondo che è in dubbio l'ammissione all'esame, con un quadro così tristo.
Infatti: "Plinplinplonplin plinplinplonplin" fa il mio cellulare dalla borsa. Lo ignoro. Ma pochi minuti dopo, mentre scaglio la borsetta, la borsa del lavoro, la borsa dello scaldino e una pila di libri sul sedile posteriore della macchina, mi affretto a fare uno squillo all'Uomo, che, alle 13,57, legittimamente si chiederà dove sono.
Richiama subito. E dice:
"Scusa volevo dirti che sono ancora a scuola, abbi pazienza, ma abbiamo trovato un diario con voti sbianchettati e falsificati, quindi abbiamo una convocazione d'urgenza di un genitore per prendere provvedimenti..."
"Ah, fa niente, tanto anche io sono uscita ora da scuola, ho dovuto dare una pagella spinosa..."
"Okay, ci vediamo a casa."
"Sì, ci vediamo a casa."
Sbatto la portiera posteriore, e mentre apro quella davanti, mi soffermo un attimo ad assaporare la sensazione che mi si sta aprendo dentro come un fiore: la convinzione che, per certi aspetti, sia inestimabile fare tutti e due lo stesso lavoro, e un senso di complicità, di condivisione, che non provavo più da tanto tempo; che mi ricorda i tempi in cui, subito dopo il matrimonio, addirittura lavoravamo sulla stessa classe; e mi viene restituita oggi, in questa giornata di sole pulita come l'alba del primo giorno della creazione, in un parcheggio che è per metà fanghiglia beige calpestata e per metà una distesa di perfetto e gelido candore.
Metto in moto con un sorriso.
E' che esistono le persone sposate. E poi esistono le coppie.
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venerdì 1 febbraio 2013
Scatti sparsi
1. Il bambino di Occhioni è nato lunedì. 3 kg e 850. Sua madre compie 15 anni tra qualche giorno. Non ho voglia di parlarne. Un giorno avrete il post sull‘intera faccenda. Temo presto, perché so come andrà avanti. Ma non ora.
2. I numeri di cellulare in latino, con cui abbiamo giocato in seconda, sono divertentissimi: tres quattuor septem…
3. Mi hanno chiesto di attivare il corso di Latino in terza. Partecipanti obbligati, in quanto preiscritti al liceo: Puffetta Bruna, l’Orsacchiotto, Spettacolo. Di sua spontanea volontà: l’Arcangelo Nero, che da grande voleva essere Balotelli, ma forse ha capito che gli conviene di più essere intelligente e si sta tenendo di riserva l‘idea dello scientifico. Su mia proposta: Orsetto Marrone. Che fa fatica, ma voglio che abbia delle gratificazioni.
Infine mi son giocata il colpo, mentre aspettavamo la campanella di fine mattinata: dalla porta, in preda a subitanea ispirazione, ho chiamato Christiane F. Che mi dava le spalle, seduta su un banco a chiacchierare con qualcuno, in attesa del via per andarsene.
“Christiane, e tu? Latino? Che ne diresti di provare?”
Non so come lo avevo indovinato, ma ha fatto quel che speravo. Non mi ha guardato con aria di scherno o di fastidio, né ha riso. Il pensiero che le è passato in mente è stato, e si è letto sul viso: “Sì, in effetti lo so anche io che sarei in grado. E potrei anche averne voglia, forse, se me lo chiede così.” Poi mi ha detto: “Non lo so, prof.”
“Ci pensi?”
“Sì, ci penso.”
E’ già un goal notevole, anche se poi decidesse di non venire.
4. La madre di Tostissima mi ha dichiarato guerra. L’ha ritirata dal corso di Latino.
Io adesso, consegnandole la pagella, le direi volentieri una roba tipo “Ho visto che ha preferito togliere V. da Latino, immagino che la farà seguire poi privatamente, visto che vuole che faccia lo scientifico E IO NON SONO ALL’ALTEZZA DI PREPARARLA”.
No, dai, non lo farò. Farò come al solito. Farò la faccia da “m’arrimbalzi”. Poi voglio vedere, quando, all’ora delle preiscrizioni dell’anno prossimo, io dirò che chi si iscrive al liceo di default entra nel corso di Latino, e per allora la piccola, preziosa e sdegnosa Tostissima avrà perso un anno rispetto ai suoi compagni: voglio sentire come mi chiederanno di rimetterla in pari.
5. C’è un breve sprazzo di Hastiwood che sta di nuovo insidiando i nostri normali ritmi di vita. Dato che il simpatico Comune di Asti deve ancora pagarci (i due terzi di quel che ci avevano detto, ma per ora non importa se son terzi, mezzi o quinti, finchè al numeratore c’è zero!) siamo in regime di ristrettezze e ospitiamo la gente a casa, quindi in stile molto shabby, e anche piuttosto brutale: “okay arrivate quando volete e in quanti volete ma non svegliatemi, che domani vado a presto - ti lascio il necessario per la colazione e gli asciugamani, ti dà mica fastidio la presenza di tre animali di cui uno ti abbaierà, l’altro ti guarderà esterrefatto e correrà a nascondersi e il terzo vorrà appollaiartisi in testa quando vai a dormire? Okay. Tirati dietro la porta quando esci - Ah, e per favore mia moglie ha chiesto se puoi non circolare seminudo, che qui da noi l’edificio non è omologato per contenere degli addominali come i tuoi, sai, per certe cose ci vuole un permesso dell’ufficio comunale preposto, grazie eh.”
6. Centinaia di migliaia di anni dopo la nostra ultima vacanza tra ragazze, io e la Tipa ieri ci siamo preparate per la serata vvvipppp con la massima calma, dopo una bella merenda e una lunga chiacchierata, vestendoci e truccandoci nello stesso bagno, come ai vecchi tempi. Tanto che, quando poi siamo scese e abbiamo preso la sua auto, la vista di due seggiolini per bimbo sul sedile posteriore mi ha fatto sussultare. Ero tornata indietro di parecchio, mi sa.
7. Ieri sera Ag, il nostro ospite più ambito dell’intero festival, è stato scocciato tipo dieci volte all’ora da gente che voleva foto con lui in tutti i posti e in tutti i modi e che a) non sapeva che lui era lì a presentare la sua prima fatica di produttore, b) non si fermava a vedere il film, c) non aveva idea che ci fosse un film da vedere, d) aveva avuto la soffiata di quale ristorante avessimo scelto e si era fiondata, a mezzanotte, al detto ristorante, solo per scassargli la minchia facendosi riprendere con lui davanti alla porta delle toilettes. Lui impassibile, gentile, charmant, un vero signore, ma ho visto che ha sentito quando io e la Tipa commentavamo che tutto ciò andava bene quando faceva solo il modello, non ora che, insomma, la sua professionalità non consiste più solo nel mostrare il fisico. Io comunque ci patirei di brutto, a vivere così. Pensa essere la moglie. Brrrr. Naaa naaa. Non ce la farei.
8. In terza ci sono troppe insufficienze in pagella. E dopo una settimana di sgridate e ramanzine, alla fine ho fatto una cosa odiosa, il paragone con le altre terze. Dicendo che, quando vado a fare supplenza, in terza A o in terza B trovo gente che usa l’ora per portarsi avanti coi compiti, per finire le cose cominciate, per ripassare. Trovo delle terze, insomma. Che loro invece ciondolano in corridoio tra un’ora e l’altra, ciondolano in bagno, ciondolano in classe, ciondolano durante le prove. Poi loro erano a musica e io ho disegnato un cartello di divieto che raffigurava una collana con il ciondolo e l’ho appeso al muro, pensando, quasi a voce alta: “Ma guarda te che cosa da sfigata che sto facendo, sono ridicola”. Invece a loro è piaciuto. Stamattina sono arrivata e ho trovato tutti seduti nei banchi, col quaderno pronto: “Ha visto? Non ciondoliamo più.”
Disillusa come sempre, non mi aspettavo granchè. Invece hanno lavorato due ore a testa china, individualmente, sui Promessi sposi: riassunto dei primi capitoli, con correzione immediata e commentata alla cattedra, e con voto. Christiane F. ha preso nove. Sospetto che la strategia di perdere, ogni santa mattina che Cristo manda, venti minuti a spiegare perché non va bene come si comportano stia iniziando a funzionare. Vedremo.
2. I numeri di cellulare in latino, con cui abbiamo giocato in seconda, sono divertentissimi: tres quattuor septem…
3. Mi hanno chiesto di attivare il corso di Latino in terza. Partecipanti obbligati, in quanto preiscritti al liceo: Puffetta Bruna, l’Orsacchiotto, Spettacolo. Di sua spontanea volontà: l’Arcangelo Nero, che da grande voleva essere Balotelli, ma forse ha capito che gli conviene di più essere intelligente e si sta tenendo di riserva l‘idea dello scientifico. Su mia proposta: Orsetto Marrone. Che fa fatica, ma voglio che abbia delle gratificazioni.
Infine mi son giocata il colpo, mentre aspettavamo la campanella di fine mattinata: dalla porta, in preda a subitanea ispirazione, ho chiamato Christiane F. Che mi dava le spalle, seduta su un banco a chiacchierare con qualcuno, in attesa del via per andarsene.
“Christiane, e tu? Latino? Che ne diresti di provare?”
Non so come lo avevo indovinato, ma ha fatto quel che speravo. Non mi ha guardato con aria di scherno o di fastidio, né ha riso. Il pensiero che le è passato in mente è stato, e si è letto sul viso: “Sì, in effetti lo so anche io che sarei in grado. E potrei anche averne voglia, forse, se me lo chiede così.” Poi mi ha detto: “Non lo so, prof.”
“Ci pensi?”
“Sì, ci penso.”
E’ già un goal notevole, anche se poi decidesse di non venire.
4. La madre di Tostissima mi ha dichiarato guerra. L’ha ritirata dal corso di Latino.
Io adesso, consegnandole la pagella, le direi volentieri una roba tipo “Ho visto che ha preferito togliere V. da Latino, immagino che la farà seguire poi privatamente, visto che vuole che faccia lo scientifico E IO NON SONO ALL’ALTEZZA DI PREPARARLA”.
No, dai, non lo farò. Farò come al solito. Farò la faccia da “m’arrimbalzi”. Poi voglio vedere, quando, all’ora delle preiscrizioni dell’anno prossimo, io dirò che chi si iscrive al liceo di default entra nel corso di Latino, e per allora la piccola, preziosa e sdegnosa Tostissima avrà perso un anno rispetto ai suoi compagni: voglio sentire come mi chiederanno di rimetterla in pari.
5. C’è un breve sprazzo di Hastiwood che sta di nuovo insidiando i nostri normali ritmi di vita. Dato che il simpatico Comune di Asti deve ancora pagarci (i due terzi di quel che ci avevano detto, ma per ora non importa se son terzi, mezzi o quinti, finchè al numeratore c’è zero!) siamo in regime di ristrettezze e ospitiamo la gente a casa, quindi in stile molto shabby, e anche piuttosto brutale: “okay arrivate quando volete e in quanti volete ma non svegliatemi, che domani vado a presto - ti lascio il necessario per la colazione e gli asciugamani, ti dà mica fastidio la presenza di tre animali di cui uno ti abbaierà, l’altro ti guarderà esterrefatto e correrà a nascondersi e il terzo vorrà appollaiartisi in testa quando vai a dormire? Okay. Tirati dietro la porta quando esci - Ah, e per favore mia moglie ha chiesto se puoi non circolare seminudo, che qui da noi l’edificio non è omologato per contenere degli addominali come i tuoi, sai, per certe cose ci vuole un permesso dell’ufficio comunale preposto, grazie eh.”
6. Centinaia di migliaia di anni dopo la nostra ultima vacanza tra ragazze, io e la Tipa ieri ci siamo preparate per la serata vvvipppp con la massima calma, dopo una bella merenda e una lunga chiacchierata, vestendoci e truccandoci nello stesso bagno, come ai vecchi tempi. Tanto che, quando poi siamo scese e abbiamo preso la sua auto, la vista di due seggiolini per bimbo sul sedile posteriore mi ha fatto sussultare. Ero tornata indietro di parecchio, mi sa.
7. Ieri sera Ag, il nostro ospite più ambito dell’intero festival, è stato scocciato tipo dieci volte all’ora da gente che voleva foto con lui in tutti i posti e in tutti i modi e che a) non sapeva che lui era lì a presentare la sua prima fatica di produttore, b) non si fermava a vedere il film, c) non aveva idea che ci fosse un film da vedere, d) aveva avuto la soffiata di quale ristorante avessimo scelto e si era fiondata, a mezzanotte, al detto ristorante, solo per scassargli la minchia facendosi riprendere con lui davanti alla porta delle toilettes. Lui impassibile, gentile, charmant, un vero signore, ma ho visto che ha sentito quando io e la Tipa commentavamo che tutto ciò andava bene quando faceva solo il modello, non ora che, insomma, la sua professionalità non consiste più solo nel mostrare il fisico. Io comunque ci patirei di brutto, a vivere così. Pensa essere la moglie. Brrrr. Naaa naaa. Non ce la farei.
8. In terza ci sono troppe insufficienze in pagella. E dopo una settimana di sgridate e ramanzine, alla fine ho fatto una cosa odiosa, il paragone con le altre terze. Dicendo che, quando vado a fare supplenza, in terza A o in terza B trovo gente che usa l’ora per portarsi avanti coi compiti, per finire le cose cominciate, per ripassare. Trovo delle terze, insomma. Che loro invece ciondolano in corridoio tra un’ora e l’altra, ciondolano in bagno, ciondolano in classe, ciondolano durante le prove. Poi loro erano a musica e io ho disegnato un cartello di divieto che raffigurava una collana con il ciondolo e l’ho appeso al muro, pensando, quasi a voce alta: “Ma guarda te che cosa da sfigata che sto facendo, sono ridicola”. Invece a loro è piaciuto. Stamattina sono arrivata e ho trovato tutti seduti nei banchi, col quaderno pronto: “Ha visto? Non ciondoliamo più.”
Disillusa come sempre, non mi aspettavo granchè. Invece hanno lavorato due ore a testa china, individualmente, sui Promessi sposi: riassunto dei primi capitoli, con correzione immediata e commentata alla cattedra, e con voto. Christiane F. ha preso nove. Sospetto che la strategia di perdere, ogni santa mattina che Cristo manda, venti minuti a spiegare perché non va bene come si comportano stia iniziando a funzionare. Vedremo.
lunedì 28 gennaio 2013
Otra cosa
Oggi, distribuzione prove INVALSI alla seconda. Un brano da Oliver Twist con annesse domande.
Huck Finn ha preso 9-. Penso sia il primo della sua vita. Davanti a lui ci sono solo due 9 e ½ e un 9+. Non è un ragazzino che viene a prendersi la prova alla cattedra, è un asteroide di puro cristallo illuminato da una fluorescenza interna, brilla di luce propria, è così contento che si muove come un sonnambulo e parla con un filo di voce. Mangiarselo di baci? Non posso. Peccato. Ci penserà la sua mamma, che se lo merita.
Tostissima prende 8+.
Viene a protestare che Bambola, secondo lei, ha sbagliato solo una cosa in meno e ha preso 9 e ½. Io controllo tutto da capo: vuoi magari vedere che, nella foga di fare i calcoli su 26 prove, ognuna con 18 domande, mi sia sbagliata a conteggiare qualche punto. Risulta che la proporzione matematica dà 8,3333333333... Quindi 8+. Cari colleghi di matematica, se vi venissero dubbi, sappiate che per me 8+ è 8,25, quindi è più vicino a 8,33 di 8,5.
Tostissima torna a posto con smorfia di rabbia malcelata. Anzi, senza celarla per niente.
Prende la calcolatrice e si rifà il calcolo. Io mollo quel che sto facendo, cioè scrivere i voti sui diari, e la prendo di punta.
“Scusa, ma che fai? Non ti fidi?”
“Mmm…no” risponde con aria arcigna.
Potrei ucciderla. Oppure aspettare che finisca i conti. Scelgo la seconda.
“Quanto è venuto?”
Mormorio inintelligibile.
“Quanto. Ti. E’. Venuto.”
“Mmmmttotttre”, bofonchia.
“Otto e trentatre?”
“Sì.”
“Quindi 8+. E non va bene?”
“No!” sputa fuori.
Mi alzo. Vado da lei.
“Come fai a dire che otto più non va bene?”
“Mma. Ma. La media…”
“No no un momento. Qua non possiamo prendercela per un voto del genere, non mi torna. Ma chi è che ti tiene così sotto pressione? La mamma?”
(Cioè, questa stracciacazzi qua.)
“No.”
“Non è a casa che ti tengono sotto così?”
“No, ma va beh. Basta.”
Perché le viene da piangere, e Tostissima, lo sanno tutti, NON piange.
Interviene Dylan McKay con un volo radente dalla prima fila: “Seee, aspetta di esser messa come me, poi…”
Io senza neanche voltarmi incrocio lo sguardo di Tostissima, poi roteo gli occhi verso il cielo: “Ma lo è, scemo, ‘sto qua?”
Le parte una risatina. Menomale.
Ma bisogna andare a fondo.
“Sai che abbiamo già parlato del compito di geografia, so che la mamma era scocciata... Non è la mamma che se la prende se ti si abbassa la media? Sicura?”
Una vocina inudibile, per dire: “No. Sono io.”
E, finalmente, piange.
“No. Allora. Ma tu devi essere generosa con te stessa. Quest’anno i voti sono un po’ meno alti dell’anno scorso, e tu ci patisci?”
“Sì…” e parte un’inondazione dai suoi occhi verdi, mai saputo che potesse uscire tanta acqua tutta insieme da una faccia.
“Scusa eh, ma guardiamo il tuo diario.”
Sfoglio il diario. Ogni pagina delle valutazioni è un’apoteosi di otto e nove, salvo Geografia che in effetti stona un po’ nel quadro. E che, comunque, è sul sette e mezzo. E’ vero che l’anno scorso il 9, a momenti, era il voto più basso sul suo diario. Però.
Mentre volto le pagine, chinata al suo fianco, avverto come una sensazione. Mi sono arrivati tutti alle spalle, silenziosi come degli indios guerrieri nella foresta: praticamente io e Tostissima siamo accerchiate dai curiosoni. Taccio per un secondo. Per due. Poi, di colpo, urlo: “Toooglieeeteviiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” scatenando una divertita fuga collettiva e una risata di Tostissima, che mentre ride spara tutt’intorno fiotti di lacrime come un irrigatore da giardino.
Mollo il diario.
“Allora, vediamo. L’anno scorso avevi la media degli alieni. Sei una brava studentessa, sei arrivata dalle elementari preparatissima, ti sei bevuta la prima media. Ora sei sempre una brava studentessa, ma sei una comune mortale che fa la seconda media, e la fa bene. Non devi piangere. Devi avere un po’ di senso delle proporzioni.”
Torno alla cattedra, spiegando che io sono stata una studentessa che aveva paura di rientrare a casa quando la media scendeva. E che ho vissuto male. E invece avrei dovuto vivere benone, perché è vero che di matematica avevo 5 e mezzo, ma di tutte le materie letterarie ero proprio brava, e, essendo al classico, evidentemente ero nella scuola giusta per una che di matematica ci piglia meno e invece è molto brava in lettere. E avrei dovuto godermela, e andare in giro a testa molto alta. Poi ho imparato, eh. Ma dopo.
E all’improvviso vedo baluginare qualcosa di particolarmente luminoso in fondo alla classe. E’ il sorriso della Bambola.
La Bambola è bravissima, anche lei. Ma è umana, non è un androide da combattimento come Tostissima. Ha pecche qua e là, ed è meno simpatica ai compagni di Tostissima, perché mentre la piccola atleta va d’accordo coi maschi, e ha un modo di fare tutto suo che incute soggezione nei più piccoli e non solo, la Bambola è davvero una bambolina, carina, femminile, a volte un po’ smorfiosetta, e comunque fragile. E a lei, se piangesse, non so se la classe dedicherebbe tante attenzioni come a Tostissima, che praticamente ha avuto tutti lì che le facevano il teatrino per farla ridere. A lei, forse, darebbero della secchiona, per una cosa come quella di oggi. Facendola sentire ancora peggio.
E io sono stata, alle medie, quella a cui davano della secchiona. E sono stata male, peggio, e peggio ancora, finchè non ho imparato a sbattermene.
Perciò, quando mi accorgo che la Bambola mi sta fissando rapita, con un sorriso caldo, pieno di gioia, come se finalmente qualcuno le dicesse qualcosa che la fa sentire proprio tranquilla e contenta di sé, insisto, riprendo il discorso, lo carico ulteriormente. E il sorriso della Bambola resta lì e si allarga, e lei annuisce vigorosamente, e io penso: “Ma guarda, è come a biliardo, quando miro in un punto e magari mando in buca tutt’altra palla, con una carambola che, a volerla fare con intenzione, non mi sarebbe mai venuta.”
E così, io oggi non lo so se Tostissima ha capito, ma almeno si è un po’ lasciata avvicinare, invece di fare come al solito la sdegnosa, almeno abbiamo fatto un ragionamento io e lei senza lo spettro di quella rompicoglioni di sua madre, almeno ho scoperto che le ghiandole lacrimali ce le ha, e lei ha scoperto che davanti a un prof può piangere e ridere e arrabbiarsi, anche contemporaneamente, e va tutto bene lo stesso. E intanto Bambola si è sentita capita e appoggiata in qualcosa, là dove forse prima era a disagio.
E io, che in questi giorni ero molto presa da voti, medie, compiti da finire di correggere, griglie, sbarre, pacchetti di interrogazioni dell’ultima settimana da organizzare, scansione al minuto delle giornate per farci stare il compito di recupero di Tizio e le due domandine per definire il voto finale a Caia, anche io ero rasserenata e felice perché, di tutta questa arida e ansiogena contabilità, non me ne poteva fregare di meno, dopo le lacrime di una e i sorrisi dell’altra. La vida es otra cosa. Io lo so, adesso. E loro devono impararlo prima possibile.
Huck Finn ha preso 9-. Penso sia il primo della sua vita. Davanti a lui ci sono solo due 9 e ½ e un 9+. Non è un ragazzino che viene a prendersi la prova alla cattedra, è un asteroide di puro cristallo illuminato da una fluorescenza interna, brilla di luce propria, è così contento che si muove come un sonnambulo e parla con un filo di voce. Mangiarselo di baci? Non posso. Peccato. Ci penserà la sua mamma, che se lo merita.
Tostissima prende 8+.
Viene a protestare che Bambola, secondo lei, ha sbagliato solo una cosa in meno e ha preso 9 e ½. Io controllo tutto da capo: vuoi magari vedere che, nella foga di fare i calcoli su 26 prove, ognuna con 18 domande, mi sia sbagliata a conteggiare qualche punto. Risulta che la proporzione matematica dà 8,3333333333... Quindi 8+. Cari colleghi di matematica, se vi venissero dubbi, sappiate che per me 8+ è 8,25, quindi è più vicino a 8,33 di 8,5.
Tostissima torna a posto con smorfia di rabbia malcelata. Anzi, senza celarla per niente.
Prende la calcolatrice e si rifà il calcolo. Io mollo quel che sto facendo, cioè scrivere i voti sui diari, e la prendo di punta.
“Scusa, ma che fai? Non ti fidi?”
“Mmm…no” risponde con aria arcigna.
Potrei ucciderla. Oppure aspettare che finisca i conti. Scelgo la seconda.
“Quanto è venuto?”
Mormorio inintelligibile.
“Quanto. Ti. E’. Venuto.”
“Mmmmttotttre”, bofonchia.
“Otto e trentatre?”
“Sì.”
“Quindi 8+. E non va bene?”
“No!” sputa fuori.
Mi alzo. Vado da lei.
“Come fai a dire che otto più non va bene?”
“Mma. Ma. La media…”
“No no un momento. Qua non possiamo prendercela per un voto del genere, non mi torna. Ma chi è che ti tiene così sotto pressione? La mamma?”
(Cioè, questa stracciacazzi qua.)
“No.”
“Non è a casa che ti tengono sotto così?”
“No, ma va beh. Basta.”
Perché le viene da piangere, e Tostissima, lo sanno tutti, NON piange.
Interviene Dylan McKay con un volo radente dalla prima fila: “Seee, aspetta di esser messa come me, poi…”
Io senza neanche voltarmi incrocio lo sguardo di Tostissima, poi roteo gli occhi verso il cielo: “Ma lo è, scemo, ‘sto qua?”
Le parte una risatina. Menomale.
Ma bisogna andare a fondo.
“Sai che abbiamo già parlato del compito di geografia, so che la mamma era scocciata... Non è la mamma che se la prende se ti si abbassa la media? Sicura?”
Una vocina inudibile, per dire: “No. Sono io.”
E, finalmente, piange.
“No. Allora. Ma tu devi essere generosa con te stessa. Quest’anno i voti sono un po’ meno alti dell’anno scorso, e tu ci patisci?”
“Sì…” e parte un’inondazione dai suoi occhi verdi, mai saputo che potesse uscire tanta acqua tutta insieme da una faccia.
“Scusa eh, ma guardiamo il tuo diario.”
Sfoglio il diario. Ogni pagina delle valutazioni è un’apoteosi di otto e nove, salvo Geografia che in effetti stona un po’ nel quadro. E che, comunque, è sul sette e mezzo. E’ vero che l’anno scorso il 9, a momenti, era il voto più basso sul suo diario. Però.
Mentre volto le pagine, chinata al suo fianco, avverto come una sensazione. Mi sono arrivati tutti alle spalle, silenziosi come degli indios guerrieri nella foresta: praticamente io e Tostissima siamo accerchiate dai curiosoni. Taccio per un secondo. Per due. Poi, di colpo, urlo: “Toooglieeeteviiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!” scatenando una divertita fuga collettiva e una risata di Tostissima, che mentre ride spara tutt’intorno fiotti di lacrime come un irrigatore da giardino.
Mollo il diario.
“Allora, vediamo. L’anno scorso avevi la media degli alieni. Sei una brava studentessa, sei arrivata dalle elementari preparatissima, ti sei bevuta la prima media. Ora sei sempre una brava studentessa, ma sei una comune mortale che fa la seconda media, e la fa bene. Non devi piangere. Devi avere un po’ di senso delle proporzioni.”
Torno alla cattedra, spiegando che io sono stata una studentessa che aveva paura di rientrare a casa quando la media scendeva. E che ho vissuto male. E invece avrei dovuto vivere benone, perché è vero che di matematica avevo 5 e mezzo, ma di tutte le materie letterarie ero proprio brava, e, essendo al classico, evidentemente ero nella scuola giusta per una che di matematica ci piglia meno e invece è molto brava in lettere. E avrei dovuto godermela, e andare in giro a testa molto alta. Poi ho imparato, eh. Ma dopo.
E all’improvviso vedo baluginare qualcosa di particolarmente luminoso in fondo alla classe. E’ il sorriso della Bambola.
La Bambola è bravissima, anche lei. Ma è umana, non è un androide da combattimento come Tostissima. Ha pecche qua e là, ed è meno simpatica ai compagni di Tostissima, perché mentre la piccola atleta va d’accordo coi maschi, e ha un modo di fare tutto suo che incute soggezione nei più piccoli e non solo, la Bambola è davvero una bambolina, carina, femminile, a volte un po’ smorfiosetta, e comunque fragile. E a lei, se piangesse, non so se la classe dedicherebbe tante attenzioni come a Tostissima, che praticamente ha avuto tutti lì che le facevano il teatrino per farla ridere. A lei, forse, darebbero della secchiona, per una cosa come quella di oggi. Facendola sentire ancora peggio.
E io sono stata, alle medie, quella a cui davano della secchiona. E sono stata male, peggio, e peggio ancora, finchè non ho imparato a sbattermene.
Perciò, quando mi accorgo che la Bambola mi sta fissando rapita, con un sorriso caldo, pieno di gioia, come se finalmente qualcuno le dicesse qualcosa che la fa sentire proprio tranquilla e contenta di sé, insisto, riprendo il discorso, lo carico ulteriormente. E il sorriso della Bambola resta lì e si allarga, e lei annuisce vigorosamente, e io penso: “Ma guarda, è come a biliardo, quando miro in un punto e magari mando in buca tutt’altra palla, con una carambola che, a volerla fare con intenzione, non mi sarebbe mai venuta.”
E così, io oggi non lo so se Tostissima ha capito, ma almeno si è un po’ lasciata avvicinare, invece di fare come al solito la sdegnosa, almeno abbiamo fatto un ragionamento io e lei senza lo spettro di quella rompicoglioni di sua madre, almeno ho scoperto che le ghiandole lacrimali ce le ha, e lei ha scoperto che davanti a un prof può piangere e ridere e arrabbiarsi, anche contemporaneamente, e va tutto bene lo stesso. E intanto Bambola si è sentita capita e appoggiata in qualcosa, là dove forse prima era a disagio.
E io, che in questi giorni ero molto presa da voti, medie, compiti da finire di correggere, griglie, sbarre, pacchetti di interrogazioni dell’ultima settimana da organizzare, scansione al minuto delle giornate per farci stare il compito di recupero di Tizio e le due domandine per definire il voto finale a Caia, anche io ero rasserenata e felice perché, di tutta questa arida e ansiogena contabilità, non me ne poteva fregare di meno, dopo le lacrime di una e i sorrisi dell’altra. La vida es otra cosa. Io lo so, adesso. E loro devono impararlo prima possibile.
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domenica 27 gennaio 2013
La cosa che vi volevo raccontare di Momo Docteur
L’opzione era seguire l’interrogazione (di Latino) o fare gli esercizi (di Grammatica).
Io passavo intorno alle file di banchi, come faccio sempre quando devo lasciare la lavagna sgombra. Lavagna alla quale, solitamente, sto attaccata piatta come un poster, dato che 26 banchi, sì, cari membri del Parlamento europeo, sono proprio tanti in un’aula, se ci metti anche: 26 ragazzini, 26 zaini, 26 cappotti, 26 cartelline di tecnica. E, buon peso, 26 borsine delle scarpe di ricambio per ginnastica. Poi va beh, Malinconelfo, Dylan, Atreiu, il Bufalo, e diversi altri a volte non hanno la borsina, hanno la sacca da allenamento per il pomeriggio. Quella grande, con lo spazio sotto per le scarpe. E Winnie si porta la chitarra per il corso di musica. Ma stendiamo un velo peloso, come dice Cavallino.
Dicevo, io passo lungo la fila verso la finestra, e Momo Docteur, con un gesto fintamente trascurato, fa sparire un foglietto ripiegato dentro lo zaino. Si intravede però l’inconfondibile forma di un grosso cuore sul biglietto. Al che io, carogna: “A-a-a-a cosa c’è qui??? Lettera d’amore!!! Attenzione attenzione, lettera d’amore!!!”
Un po’ di agitazione, così, per divertirci.
“Ahah, sei arrossito!” gli dice qualcuno dall’altra fila, e qualcun altro: “Ma i Marocchini arrossiscono? Uh, sì, guardate!!!” “Ma non diventa rosso, diventa rosa!” “E’ vero!”
Ci facciamo due risate, e finirebbe lì.
Io non posso mettere le mani negli zaini e loro lo sanno. Ma poi a un certo punto viene fuori che, tra una parola da declinare e una traduzione degli interrogati di Latino, la lettera è arrivata al banco di Huck Finn. Poco prima, il mio cocco era stato beccato a ciondolare distratto, senza copiare la frase dalla lavagna. Il che, a casa nostra, viene sanzionato con il dover riscrivere la frase 40 volte. Nel suo caso, in latino.
Qualcuno fa la spia: “Prof, la lettera di Momo è lì. Guardi, ce l’ha Huck!”
Io mi giro con l’occhio di falco, ma la lettera si è appena tuffata nello zaino del suddetto. Accidenti.
“Huck, vediamo, se mi consegni quella lettera, potrei farti uno sconto sulle frasi da copiare.”
Con tono calmo, lui: “Uno sconto di quanto, esattamente?”
Ma intanto si è voltato verso Momo e gli ha fatto segno di no, con un bel sorriso leale.
“Ma tu non me la consegnerai, vero?” dico io.
“No”, conferma lui.
“Certo che no, non glielo faresti mai, perché sei suo amico. E anche io non ti avrei mai fatto lo sconto sulle frasi, del resto.”
Huck mi fa una smorfia, con gli occhi che ridono.
E finisce l’ora. Poi, a fine intervallo, Momo mi porta spontaneamente la sua missiva. “La legga, avanti, prof.”
Perché sì, scrivono lettere d’amore, vere lettere, non essemmesse o tuittate, proprio lettere di carta, coi cuori. I maschi, sì. E, cosa davvero pazzesca, ce le fanno leggere. Diventano grandi, superano il confine dell’adolescenza, entrano nella grande partita delle relazioni di coppia, e vogliono una pacca sulla spalla, prima del salto.
E sapeste che lettere producono, a volte. Quella di Atreiu per Pocahontas era splendida, originale, poetica, e in II A è diventata un vero best seller, infatti Bimbo Transfert se l’è copiata, non si sa mai che possa servire, magari quando non sembrerà più un piccolo crucco sovrappeso, tipo manifesto dell’Oktoberfest, ma diventerà un bel ragazzone alto, con gli occhi verde bosco tipici dei Paesi slavi.
Questa comunque non somiglia alle appassionate dichiarazioni di Atreiu, questa è un’altra cosa. Questa è la parafrasi di “Al cor gentil rempaira sempre Amore”, in buon italiano, scritta in bella calligrafia e seguita da una chiusa contemporanea: “I love you F.”, con la firma e il disegnino del cuore.
Resto di sasso. Cioè, nel XXI secolo, nel mondo della Tamarreide, di Tiziano Ferro nanananaanana e di minkiaohmalamadrediChevinèproprio unamilfona, un ragazzino di tredici anni sente di poter usare come sue le parole di un poeta del Duecento, per chiarire che Amore e il cor gentil sono una cosa? Non me lo aspettavo.
Qualche giorno dopo, lo ribecco a scrivere bigliettini. Stavolta sta parafrasando, senza le note del libro, ma di testa sua, “Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come Amor lo strinse.”
Lo sgridacchio un po’, pur sciogliendomi in una pozza di miele: “Sì va beh per carità, Momo, e ci avrei giurato che non ti lasciavi sfuggire il quinto canto. Ma non puoi passare le mie ore di lezione a fare il marpione con la fidanzata usando i grandi classici della letteratura italiana, su.”
“Ma tanto, prof, lei non accetta…”
“Ma… ma… come, non accetta??? E’ scema? Tu le scrivi del cor gentile, e amor che a nullo amato, e lei non ti considera??? Ma cercatene una più furba!!! Anzi, più colta!!!”
Mi mordo subito la lingua, però: l’espressione dispiaciuta di Momo, al sentirmi supporre che F. sia una sciocchina ignorante, o forse all’idea di cercarsene un’altra, dice chiaramente che la cosa è più seria del previsto.
Qualche giorno dopo, faccio le fotocopie del sonetto che abbiamo appena parafrasato sulla LIM, e che ho dichiarato pubblicamente figurare tra i versi d’amore da me preferiti: nello specifico, sono quelli che, quando li rileggo, mi fanno ancora sentire una quindicenne cotta persa del biondo coi ricci della fila accanto (ma questa parte non l‘ho detta). E siccome loro sono ventisei e ci sono quattro testi uguali per pagina, ce ne sono due di troppo.
“Allora, di questi avanzati, uno lo tengo io… e l’altro lo diamo a Momo, per la fidanzata.”
Se lo prende per davvero, tutto contento. Non so se F. sia bionda, ma so cosa ci sarà scritto nel prossimo bigliettino che riceverà:
“Non era l’andar suo cosa mortale,
Ma d’angelica forma, e le parole
Sonavan altro che pur voce umana;
Uno spirto celeste, un vivo sole
Fu quel ch’i’ vidi, e se non fosse or tale,
Piaga per allentar d’arco non sana.”
sabato 26 gennaio 2013
Tre scritti
Ma come cazzo ragionano i miei colleghi, mi chiedo.
Ieri. Giovedì. I bambini di II A il giovedì hanno 9 ore di lezione, e Dio solo sa che pazienza ci vuole a tenerli nell’ultima, interminabile unità di 55 minuti.
Io il giovedì ho solo le prime tre. Tutte con loro. E’ il giorno migliore della settimana. Perché non vado a crucciarmi per la mia terza problematica e perché c’è Dolce Cowboy che mi aiuta per due ore su tre. E perché mi posso permettere di divagare sul muro di Berlino e la caduta del comunismo per mezz’ora. Di portarli a vedere le carte interattive dei luoghi che stiamo studiando e a fare, live and acoustic, la parafrasi di un sonetto di Petrarca, con il piacere di vederla comporsi pezzo per pezzo sulla LIM e finire online sul mio blog scolastico in tempo reale, con le loro firme sotto.
Nello specifico, comunque, anche stavolta sono rimasta a scuola fino a mezzogiorno e mezza e poi ci sono tornata dalle tre alle cinque. Ho visto tutte le fasi della loro pesante giornata.
E ieri era DAVVERO pesante: perché la Bestia Nera aveva fissato il compito di Storia (70 pagine), la Compagna Collega quello di Matematica (espressioni) e la Stronza di Arte il suo (dalle 16,20 alle 17,10...).
TRE SCRITTI nello stesso giorno? (Madri, padri, tutori legali dei minorenni: è illegale, sappiatelo. Credo sia illegale anche alle superiori. Alle medie è uno stupido modo di produrre un bagno di sangue, soprattutto a tre giorni dagli scrutini).
- Ma non potevate chiedere di spostarne almeno uno???
- Eh lo abbiamo detto…
- E?
- E niente… non hanno voluto spostarli.
“Fottute deficienti” è la scritta in sovrimpressione sulla mia fronte. Spero che le colleghe siano perseguitate per settimane dalla madre di Tostissima e, per l’occasione, anche da tutti gli altri genitori, tipo branco di iene rabbiose all‘assalto.
Io sono anche fortunata perché, all’inizio della mattinata, i ranocchietti sono agitati ma freschi. Avevo promesso di non interrogare di Geografia perché mi avevano detto del compito di Storia, così sono andata avanti e ho sentito qualcuno alla lavagna di Grammatica. Tanto di Grammatica siamo fermi da settimane. E andiamo comunque più veloci della terza, anche da fermi. Fanno già una bozza di analisi del periodo, indovinano i complementi, trovano la corrispondenza coi casi latini, e il bello è che non se ne accorgono neanche. L’altro giorno m’è scappato detto: “Siete proprio bravi quando lavorate così. Farò di voi i miei soldatini d’assalto per l’esame di terza media. Sarete la mia squadra olimpionica.” Qualcuno ha alzato gli occhi con aria sognante. “…Sì, sappiate che in sostanza vi sto dicendo che non vi darò respiro per tutto l’anno prossimo.” Hanno riabbassato gli occhi con espressione afflitta. Sono Mengele, a volte.
Comunque una giornata di fine quadrimestre con tre scritti non è normale. Qualcuno sclera, infatti. Quando rientro dopo l’intervallo trovo Momo inferocito perché Dylan gli ha preparato una trappola, inzuppandogli la sedia con la coccoina in tubo di Winnie. Dylan strilla: “Non sono stato ioooo”. Momo ha tutti i pantaloni della tuta sporchi sul retro, sta cercando di valutare il danno e alza una gamba lunga e ossuta in una posizione assurda, tipo i gatti quando si lavano il sotto della coscia, imprecando. Le bidelle, che io speravo potessero smacchiarlo almeno parzialmente, sostengono che ci vuole il detersivo. Intanto sul collo e sul viso di Dylan si stanno seccando delle grosse chiazze della stessa colla, con un simpatico effetto alieno. Momo non fa fatica ad ammettere di averlo impiastrato, per reazione all’essersi ritrovato incollato alla sedia. Si beccano la nota tutti e due. E anche il Malinconelfo, che continua a intervenire con battute maligne. E Bimbo Transfert, che sputazza, dalla cerbottana fatta con una biro, palline di gomma o carta in testa a Huck.
La successiva frase che detto alla lavagna è: “A ventitre anni lavoravo coi bambini delle elementari, poi credevo di avere smesso.” Qualcuno fa un sorriso stanco.
Poi, siccome continuano a battibeccare, Dylan e Momo finiscono fuori dalla porta. Dopo un po’ butto un’occhiata in corridoio. Sono tutti e due girati verso la finestra e guardano zitti, con aria preoccupata, il giardino interno della scuola, spoglio, parzialmente coperto di brina e illuminato da un dolce e chiarissimo sole invernale. Mi avvicino e metto una mano sulla spalla di ognuno, per una breve e affettuosa ramanzina. Momo, che ha il cuore in collegamento diretto con la faccia, si commuove un po’. Dylan scarta e distoglie gli occhi come un cavallo nervoso. Entrambi sembrano più piccoli della loro età, e infinitamente belli. Faccio veramente fatica a non abbracciarli.
Oggi c’era la classe decimata. Atreiu è via da una settimana, in crociera con suo padre. Il che fa di me una donna inconsolabile, perché lui, di tanti che mi fanno impazzire in questa classe, è inequivocabilmente l’alunno strappacuore. Senza le sue lentiggini in primo banco, io non funziono.
Il Bufalo è in ospedale perché è stato operato ieri, per togliere tutti i fili i chiodi e le viti dalla caviglia, e molte delle ragazze erano a fare il vaccino che previene il papilloma. Insomma erano pochi, stanchi e nervosi. Ed era pure la quarta ora del venerdì. Così, quando ho detto che chi non voleva seguire l’interrogazione di letteratura poteva anche dormire, bastava che non disturbasse, Topoloso e Tostissima si son spalmati sul banco, e credo abbiano dormito davvero. Per fortuna, a interrogare quattro persone ci ho messo meno del solito, così poi li ho portati a vedere i video che ho scaricato da Youtube sul canale di Panamà, per spiegare il funzionamento delle chiuse, e ce ne siamo andati tutti a navigare sul lago di Gatùn, lontanissimi dai compiti in classe.
Ieri. Giovedì. I bambini di II A il giovedì hanno 9 ore di lezione, e Dio solo sa che pazienza ci vuole a tenerli nell’ultima, interminabile unità di 55 minuti.
Io il giovedì ho solo le prime tre. Tutte con loro. E’ il giorno migliore della settimana. Perché non vado a crucciarmi per la mia terza problematica e perché c’è Dolce Cowboy che mi aiuta per due ore su tre. E perché mi posso permettere di divagare sul muro di Berlino e la caduta del comunismo per mezz’ora. Di portarli a vedere le carte interattive dei luoghi che stiamo studiando e a fare, live and acoustic, la parafrasi di un sonetto di Petrarca, con il piacere di vederla comporsi pezzo per pezzo sulla LIM e finire online sul mio blog scolastico in tempo reale, con le loro firme sotto.
Nello specifico, comunque, anche stavolta sono rimasta a scuola fino a mezzogiorno e mezza e poi ci sono tornata dalle tre alle cinque. Ho visto tutte le fasi della loro pesante giornata.
E ieri era DAVVERO pesante: perché la Bestia Nera aveva fissato il compito di Storia (70 pagine), la Compagna Collega quello di Matematica (espressioni) e la Stronza di Arte il suo (dalle 16,20 alle 17,10...).
TRE SCRITTI nello stesso giorno? (Madri, padri, tutori legali dei minorenni: è illegale, sappiatelo. Credo sia illegale anche alle superiori. Alle medie è uno stupido modo di produrre un bagno di sangue, soprattutto a tre giorni dagli scrutini).
- Ma non potevate chiedere di spostarne almeno uno???
- Eh lo abbiamo detto…
- E?
- E niente… non hanno voluto spostarli.
“Fottute deficienti” è la scritta in sovrimpressione sulla mia fronte. Spero che le colleghe siano perseguitate per settimane dalla madre di Tostissima e, per l’occasione, anche da tutti gli altri genitori, tipo branco di iene rabbiose all‘assalto.
Io sono anche fortunata perché, all’inizio della mattinata, i ranocchietti sono agitati ma freschi. Avevo promesso di non interrogare di Geografia perché mi avevano detto del compito di Storia, così sono andata avanti e ho sentito qualcuno alla lavagna di Grammatica. Tanto di Grammatica siamo fermi da settimane. E andiamo comunque più veloci della terza, anche da fermi. Fanno già una bozza di analisi del periodo, indovinano i complementi, trovano la corrispondenza coi casi latini, e il bello è che non se ne accorgono neanche. L’altro giorno m’è scappato detto: “Siete proprio bravi quando lavorate così. Farò di voi i miei soldatini d’assalto per l’esame di terza media. Sarete la mia squadra olimpionica.” Qualcuno ha alzato gli occhi con aria sognante. “…Sì, sappiate che in sostanza vi sto dicendo che non vi darò respiro per tutto l’anno prossimo.” Hanno riabbassato gli occhi con espressione afflitta. Sono Mengele, a volte.
Comunque una giornata di fine quadrimestre con tre scritti non è normale. Qualcuno sclera, infatti. Quando rientro dopo l’intervallo trovo Momo inferocito perché Dylan gli ha preparato una trappola, inzuppandogli la sedia con la coccoina in tubo di Winnie. Dylan strilla: “Non sono stato ioooo”. Momo ha tutti i pantaloni della tuta sporchi sul retro, sta cercando di valutare il danno e alza una gamba lunga e ossuta in una posizione assurda, tipo i gatti quando si lavano il sotto della coscia, imprecando. Le bidelle, che io speravo potessero smacchiarlo almeno parzialmente, sostengono che ci vuole il detersivo. Intanto sul collo e sul viso di Dylan si stanno seccando delle grosse chiazze della stessa colla, con un simpatico effetto alieno. Momo non fa fatica ad ammettere di averlo impiastrato, per reazione all’essersi ritrovato incollato alla sedia. Si beccano la nota tutti e due. E anche il Malinconelfo, che continua a intervenire con battute maligne. E Bimbo Transfert, che sputazza, dalla cerbottana fatta con una biro, palline di gomma o carta in testa a Huck.
La successiva frase che detto alla lavagna è: “A ventitre anni lavoravo coi bambini delle elementari, poi credevo di avere smesso.” Qualcuno fa un sorriso stanco.
Poi, siccome continuano a battibeccare, Dylan e Momo finiscono fuori dalla porta. Dopo un po’ butto un’occhiata in corridoio. Sono tutti e due girati verso la finestra e guardano zitti, con aria preoccupata, il giardino interno della scuola, spoglio, parzialmente coperto di brina e illuminato da un dolce e chiarissimo sole invernale. Mi avvicino e metto una mano sulla spalla di ognuno, per una breve e affettuosa ramanzina. Momo, che ha il cuore in collegamento diretto con la faccia, si commuove un po’. Dylan scarta e distoglie gli occhi come un cavallo nervoso. Entrambi sembrano più piccoli della loro età, e infinitamente belli. Faccio veramente fatica a non abbracciarli.
Oggi c’era la classe decimata. Atreiu è via da una settimana, in crociera con suo padre. Il che fa di me una donna inconsolabile, perché lui, di tanti che mi fanno impazzire in questa classe, è inequivocabilmente l’alunno strappacuore. Senza le sue lentiggini in primo banco, io non funziono.
Il Bufalo è in ospedale perché è stato operato ieri, per togliere tutti i fili i chiodi e le viti dalla caviglia, e molte delle ragazze erano a fare il vaccino che previene il papilloma. Insomma erano pochi, stanchi e nervosi. Ed era pure la quarta ora del venerdì. Così, quando ho detto che chi non voleva seguire l’interrogazione di letteratura poteva anche dormire, bastava che non disturbasse, Topoloso e Tostissima si son spalmati sul banco, e credo abbiano dormito davvero. Per fortuna, a interrogare quattro persone ci ho messo meno del solito, così poi li ho portati a vedere i video che ho scaricato da Youtube sul canale di Panamà, per spiegare il funzionamento delle chiuse, e ce ne siamo andati tutti a navigare sul lago di Gatùn, lontanissimi dai compiti in classe.
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