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domenica 22 giugno 2014

City of Angels

A casa mia si sogna forte.

Mia madre, mio cugino, io. Grandi insonni e grandi sognatori.

Grandi narratori di sogni al mattino in cucina, o per telefono al pomeriggio, o sui blog.

Stavolta, sfruttando la prima notte in tre mesi in cui ho dormito otto ore, ho superato me stessa in vividezza, anche se il sogno era breve, e dentro ci ho messo tanti di quei significati che un analista potrebbe lavorarci un mese.

Siamo a Genova, un qualsiasi pomeriggio feriale.

Io e il mio uomo abbiamo parcheggiato l'auto e siamo per strada. Io sono io, ma molto giovane, molto magra, molto bella. Lui è Hugh Jackman, non in tiro da Wolverine, in versione pantaloni color sabbia e camicia rosa pallido, urban sexy, con i capelli lunghi e un po' sconvolti ma non troppo. Molto gnocco, molto alto, molto Hugh Jackman, bocca sottile naso fine torace grandioso (la prima legge sui sogni di Castagna: quando fai un sogno erotico, fallo senza porti dei limiti). Siamo molto innamorati e abbiamo un momento di trasporto così intenso, baciandoci in mezzo a un marciapiede, che ancora un attimo e ci si incendierebbero i vestiti. Decidiamo (e anche da questo si vede che io sono giovane giovane) di andare a casa dei miei, che non è lontana, per fare l'amore. Mentre ci incamminiamo lungo una delle grandi arterie di collegamento con il centro, che per qualche motivo non è popolata tanto da macchine quanto soprattutto da gente a piedi, all'improvviso lui ha un malore, come un ictus, si piega in due con un dolore lacerante a una tempia, paonazzo, con i conati di vomito, crolla a terra.

Io lo soccorro, ma, mentre mi chino su di lui, sulla gente poco distante iniziano a piovere palle di fuoco verde, incenerendo bambini, un'anziana, persone di ogni tipo. Alzo gli occhi e in cielo ci sono due o tre grossi animali alati, verdastri e metallici, come pterodattili ma con il cranio dei cuccioli di Alien, che si librano pochi metri sopra la strada e sputano con evidente intenzione omicida questo fuoco fosforescente. Trascino Hugh al sicuro in qualche modo, mentre il cielo diventa nero come fosse notte.

Più tardi siamo dai miei e ci sono mia madre e la nostra colf, hanno curato il mio compagno, non si parla granchè di quel che è successo fuori, lui però non sta bene, è debilitato.

Infine c'è una scena apparentemente tranquilla: lungo una via cittadina si apre uno sfondato tra due palazzi dove si trovano un giardino molto curato e due villette vicine, illuminate dal sole. Io so che una di queste è la nuova casa di mia madre. Sono in piedi sul prato con Hugh Jackman e lo abbraccio, ancora un po' scossa da tutto quel che è accaduto. Lui è triste e agitato. Io capisco, da qualcosa che lui dice o fa, che nel momento in cui s'è sentito male per strada anche lui avrebbe dovuto trasformarsi in una creatura volante, un arcangelo dell'Apocalisse (penso proprio questo: "erano arcangeli cattivi, dell'Apocalisse, venuti a distruggerci"), ma lui non è mutato, e invece è stato male, perchè in quel momento era legato a me dalla potenza del desiderio e dell'amore che provavo per lui.

Se ve lo chiedete: ho parlato di un alieno, poco fa su questo blog, sì, lo so, ma non assomiglia affatto a Hugh Jackman. Che invece è castano, e con il torace spesso e peloso, come l'Uomo. I vestiti erano dell'Uomo, anche se, beh, su Jackman ammetto che facevano un'altra scena.

Ed era un arcangelo. E il mio amore e il mio desiderio lo legavano a me e gli impedivano di diventare una creatura malvagia destinata a portare la distruzione.

E che cazzo. Quando sogno, io mica vado per il sottile.

martedì 17 giugno 2014

"Questa cosa è bellissima"


Non facciamo dei buonismi, non usiamo eufemismi, non cerchiamo di trarne una morale.



Mi sono cacciata in un casino.



E' vero che a casa andava (va) tutto storto, a livello di coppia. Di certo ne ho passate tante con l'Uomo in questi anni e lui crede, e forse anche io credo, ancora, che supereremo anche questa.



E' vero anche che sul serio io non ero in giro a caccia di avventure, né in un periodo di particolare esposizione all'attenzione altrui, come può essere il festival quando, in fin dei conti, esco quattro sere su sette, e vestita carina, e conosco un sacco di gente nuova e interessante che, alle volte, mi trova interessante.



Quindi insomma il tutto è piovuto nella mia vita modello cataclisma. Sei lì che porti avanti una tua qualunque giornata, e arriva lui. Impossibile non notarlo, impossibile contarsi balle su come ti sta guardando. Impossibile andare via e non pensargli. Poi lo sapete com'è, c'è il cellulare, c'è la chat, ci sono i post su Facebook. C'è che a volte non ti vuoi dire di no. Ci sono le amiche che ti dicono che ti meriti di essere felice / una vacanza / un po' di soddisfazione.



Così, di testa e senza rimorsi, ti tuffi.



Ora qua non facciamo finta di esserci redente, per l'amor di Dio e della mia intelligenza, e della vostra. E' stato un attimo non lo rifarei non è successo niente, ma dai, a chi la racconti.



Racconta piuttosto cosa hai capito.



Che sei ancora una creatura della notte. Piena di vitalità, desiderio, passione.

Che puoi non dormire per settimane e essere efficientissima sul lavoro. Che puoi sorridere di gioia a un bambino e accarezzare con lo sguardo tua figlia senza sentirti in colpa.

Che era un vero spreco non essere guardata così da tanti anni, e che nello specchio, anche con la coscienza sporca, ti vedi davvero bene, ora che lui ha posato quegli incredibili occhi di velluto su di te.

Che esiste un qualcosa che non è sesso, non è amore, eppure è irrinunciabile. Un'intimità delle notti in chat, un passare e non passare la linea di confine, uno scoprirsi di cui poi è doloroso fare a meno.

Che il cuore può battere fino a fare un rumore udibile dall'esterno, quando si illumina lo schermo del cellulare mentre guidi nel buio.

Che la bellezza esteriore è un frammento, una scheggia, che tutto quel che desideri in un corpo, il tuo, il suo, è una perfezione che non si ottiene con la palestra, il trucco, gli abiti o i geni, ma con la pioggerella di maggio su una piazza, con il vento tiepido sulla pelle, con i passi lungo un corridoio, con la stanza che sembra cambiare temperatura nell'attimo in cui c'è una pausa nel discorso e gli sguardi che non si vergognano più di percorrere tutto il corpo, il suo, il tuo, avanti e indietro.



L'apoteosi del desiderio.

L'ispirazione di lasciarsi sbocciare sotto il sole.



Porterò con me ogni istante, non so se sarò quella di prima, non capirò mai se ha fatto cominciare lui questa trasformazione col suo primo sorriso, o se io ero già così da tempo e quando è venuto da me quel giorno ha trovato, a sorpresa, una donna diversa da quella che aveva visto le volte precedenti.



Non so cosa ne sarà di me ora. Immagino che dovrò proseguire, in un modo o nell'altro.

Pagherò quel che devo pagare, di sicuro.

Ma non mi racconterò balle sui perchè.



Non potevo, semplicemente non potevo, perdermelo.
 
 

domenica 15 giugno 2014

Mezzo duemilaquattordici e parecchie suture


No, ma parliamone, di questo 2014.

Cioè, se volete partiamo dal 2013.

Facciamo di meglio, partiamo dal 2012.

Dal giorno di primavera in cui sono arrivata a casa e ho trovato l'Uomo con le valigie fatte per lasciarmi. E sono rimasta in piedi.
Me lo sono tenuto con le unghie e i denti. Ho lottato con la mia famiglia per ottenere che ci lasciassero vivere. Vedo, adesso, che ho perso tutte le battaglie e vinto la guerra. Con la mia famiglia. Non con l'Uomo, temo.

Allora passiamo al 2013.
L'anno in cui ho deciso che non potevo più reggere mio padre e mia madre che si intestardivano in una situazione assurda, malata. L'anno in cui mi sono addormentata guidando alle sette e trentacinque di mattina, appena partita da casa per andare al lavoro. E finalmente ho smesso di vivere in funzione dei miei genitori. Che non hanno per un cazzo capito. E io sono rimasta in piedi.

Poi mio padre va in casa di riposo, e mia madre mi annuncia che io e lei possiamo interrompere i rapporti. E io rimango in piedi.

E ci sono stati il Gabbiano, e poi la Princi.

Il Gabbiano che è uscito dalle nostre vite senza un ciao. E sono rimasta in piedi.

E la Princi, che a dicembre ci ha fatto lo scherzetto di scappare di casa e ha polverizzato le classifiche delle notti più brutte della nostra vita. E io sono rimasta in piedi.

E viene il 2014.

Muore mio padre. E io rimango in piedi.

Riprendersi la Princi è faticoso come garantire la pace in Medio Oriente. Io lotto, combatto, picchio duro. E rimango in piedi.

Muore una collega e amica. E io resto seduta, senza fiato, di fronte all'enormità di questa perdita senza preavviso.

Poi l'Uomo sbrocca. Mi accusa, mi insulta, mi ferisce.
Tradisce tutto quello che credevo non avrebbe più traballato. Mi fa sentire completamente invisibile, inutile, sbagliata, stupida. Travisa ogni cosa che gli dico, falsa la realtà, nega l'evidenza, urla, rompe le cose. Sta male e rifiuta di rendersene conto, esagera e si offende quando glielo fanno notare. E mi dà la colpa di tutto.

E contemporaneamente, arrivano gli alieni. Cioè, ne sono arrivati due o tre, ma ne è bastato uno a fare tutto il disastro.

Ecco. Nelle ultime settimane sono stata via con il mio alieno, venuto da chissà quale stella lontana, a dirmi che non sono invisibile, ma che sono bella, e forte, e piena di vita. Il mio alieno che è arrivato, un giorno qualunque, con un sorriso così felice di vedermi da spezzarmi le ginocchia. Il mio alieno che mi chiama per nome. Che mi scrive di notte quando non riesco a dormire. Che mi dice di stare tranquilla. Che non mi giudica.

E, come tutti gli alieni, poi è ripartito. Magari senza farmi male. Magari senza chiudere del tutto le comunicazioni. Ma se n'è andato.

Credo sia felice, ora, tornato alla sua stella. Penso abbia scelto bene.

Ma stavolta, in piedi, non ci sono rimasta.
No.

Non era una crisi degli anta. Era il collasso di una galassia.








sabato 14 giugno 2014

Temi d'esame e altre vicende


E' andata così: ero lì tranquilla che facevo le mie cose e sono stata rapita dagli alieni. Pare che sia stata via tutto sommato solo qualche settimana, ma io non mi ricordo più bene, il tempo è trascorso in modo strano.

Un giorno poi ve lo racconto.

Ora scusate, mi hanno appena sbarcato giù, non ho le idee tanto chiare su cosa mi sia successo e su come riprendere la vita che facevo prima.

Mi hanno spiegato che mentre ero via c'era un ologramma di me che ha fatto fare alla terza A il tema d'esame.

E infatti sulla mia agenda verde sono comparsi degli appunti, che condivido volentieri con voi.

1. Catapultata alle superiori. Le mie, nel 1993.

"Prof? Ma facciamo prima francese o inglese?"

"Non lo so, vado a chiedere."

"Okay, mi dicono che martedì avete prima il compito di inglese, poi quello di francese, il che va bene, così su inglese siete belli freschi"

Il Malinconelfo in fondo all'aula: "Francese si studia nella mezz'ora di pausa"
Dylan si gira dal primo banco e lo fissa severamente: "Francese si studia?"

2. Paraculi si nasce

 Prof. Castagna: "Ora potete iniziare a consegnare, ma mi raccomando, c'è ancora un'ora di tempo, rileggete con calma e datemi il tema solo quando siete sicuri di aver controllato tutto. Non è una gara"

Dylan McKay: "No no, io consegno e vado, che ho lasciato la play in pausa."

 

3. Anime gemelle, io e Atreiu, l'ho sempre detto

dal tema di Atreiu:

"Mi mancherà l'odore della scuola"

 

4. Cosa resterà

dal tema della Isinbayeva:

"Mi mancheranno i loro sorrisi, perchè sì, tutti i professori almeno una volta in questi anni hanno sorriso"

 

...e come si faceva a non sorridere.


venerdì 6 giugno 2014

And then they were gone

"Io a questo punto della cosa dovrei fare il mio discorso finale..."
Mi guardano.
"Mi sono accorta, scrivendovi le dediche sulle foto, che non c'era nessuno di cui non sapessi cosa dire. Siete una classe indimenticabile. Devo farvi le mie raccomandazioni e i miei saluti, ma mi rendo conto che mi viene il fiatone, ne abbiamo anche passate tante insieme... Mi raccomando, adesso. Andate avanti come i grandi.  Pensate con la vostra testa. Non mettetevi nei guai. E cercate di essere felici, di volervi bene. Guardate, io sono quasi ai quaranta, oddio, non mi ci fate pensare. E vi dico che in questi anni ho imparato una cosa. Volersi bene è veramente importante. Perciò... seguite i vostri sogni. E adesso basta tutti in cucina che mi viene da piangere."
Mi giro sui tacchi e me ne vado.

Profumo di pizza fatta in casa.
Foto tutti insieme.
Le aule vuote e l'odore dell'erba del campo sportivo pestata da decine di scarpe da ginnastica.

La Dolcebionda (un genio) che dice al Gigante: puoi mettere due casse fuori?
Il Gigante che gira verso il prato le potenti casse dell'aula di musica.
Alegria macarena.
Moça, moça, assim voce me mata.
Tutti che ballano.
I'm blue dabadi dabadà.
Because I'm happy.
E questa la ballo anche io.
Con la Verace e Mascara Waterproof.

Il Gigante che mi si avvicina con la macchina fotografica in mano e mi dice: "Penso che resterà loro un bel ricordo, di questa giornata."
E io: "Sì."
"Sono tutti contenti, è stata una bella cosa."
"Avranno un bel ricordo di tutti e tre gli anni, sai."
"Sì, penso di sì."

E poi è l'ora.
Abbiamo scongiurato il gavettone, non le mie lacrime. Ma non le ha viste nessuno.

E i quattro pullmini si allontanano, sollevando una gran polvere. Io sto sulla porta e li guardo. Il fantasma pallido di Atreiu, in canottiera, mi saluta con la mano, a lungo, senza sorridere, da un lunotto posteriore.



mercoledì 28 maggio 2014

Last days together

Atreiu è caduto giocando a calcio e s'è fratturato una spalla. Gira in maglietta, ma poi se la leva perchè ha caldo, resta in canotta con il tutore imbottito di gommapiuma dietro le clavicole magre e piagnucola: "Ma io mi annoio... Posso giocare a pallone? posso correre? posso andare in palestra? non ci so stare, fermo!"
"Poverino" dice allora qualche giovane voce femminile sognante, mangiandosi con gli occhi tutto il pacchetto, capelli lunghi, spalle bianche, lentiggini e sorriso storto.
La Castagna, che lo trovava bellissimo anche quando era un ragno ossuto di undici anni, se la ride, perchè sapeva che le ragazze lo avrebbero capito quando era quasi troppo tardi.
Lo sdoganamento della canottiera avvenuto a causa di Atreiu libera il Malinconelfo da ogni inibizione, e anche lui dopo qualche giorno si schiera a scuola smanicato. Sparisce ogni traccia di tenerezza per Atreiu, in compenso la Bambola e Pocahontas, che siedono in banco a destra e a sinistra degli ormai significativi bicipiti del Malinconelfo, faticano visibilmente a concentrarsi. Pocahontas, coi suoi liquidi occhi neri pieni di passione, si devasta a contemplarlo con evidente compiacimento, mentre la Bambola, sempre più di porcellana e assolutamente integerrima, abbassa pudicamente le ciglia scure mordendosi il labbro inferiore.

Lui si stiracchia pigramente, se la ride, interviene nelle lezion e becca delle botte di "bravissimo" e  "molto bene" che rovina immediatamente con battute inascoltabili. Tutte a sfondo sessuale. Finchè un giorno la Castagna esclama: "Basta! Trovategli una donna! Vede allusioni dappertutto, aiutatelo!" e da quella volta, quando lei chiama per rispondere da posto: "Malinconelfo?" qualcun altro chiosa: "Sesso!" e tutti scoppiano a ridere.

La Castagna spiega Nietzsche, Freud, Jung, Pascoli, D'Annunzio, Svevo, Pirandello, fa la miglior lezione sulla Pioggia nel pineto che le sia mai uscita, con la classe si parla di tutto, di ansie, del coraggio delle scelte, del dionisiaco, del suicidio, dell'inconscio, della schizofrenia, del sentirsi liberi di vivere la propria vita, delle convenzioni sociali, e Castagna vede gli occhi di parecchi illuminarsi, sente le rotelle dei cervelli che girano, ascolta domande difficili e profonde, vede sbottare in confessioni gente insospettabile, sbattere ciglia bagnate di lacrime su occhi solitamente strafottenti.

In primo banco, dove è avvitato saldamente da un mesetto per un suo ordine secco, Dylan McKay le sorride. Le sorride con gli occhi pieni di luce. Perchè ora che praticamente non può distrarsi sta finalmente attento. E' sempre stronzo. Ma sembra il protagonista di Limitless, con la pillola dell'intelligenza. Fa funzionare tutti i neuroni, notoriamente di qualità, alla massima potenza. Si esalta. "Bella" o "Spettacolo" dice quando becca una cosa in anticipo, e sorride. Finalmente. Poi si commuove, qua e là, su tematiche che lo toccano da vicinissimo, come la problematica dell'identità frammentata di Uno, nessuno e centomila. Butta la testa tra le braccia sul banco e copre col ciuffo gli occhioni pieni di pensieri. Poi torna su e alza la mano per rispondere. La Castagna gli ha pubblicamente giurato morte e devastazione all'esame, per essere arrivato fino a un mese e mezzo dalla fine della terza senza sforzarsi per un cazzo di alzare le medie e poi aver preso dei nove, da vero bastardo. Ma è pazza di lui e non ce la farà a mortificarlo, se si presenta all'esame così. Non quanto aveva pensato all'inizio.

A volte, guardando ognuno di loro, la Castagna si fa prendere da un insopprimibile desiderio che l'anno finisca immediatamente. Sono stati di gran lunga la classe più faticosa della sua carriera. Ma anche se in questo blog i più nominati sono stati sempre gli stessi cinque o sei, in realtà sono tutti indimenticabili. Praticamente nemmeno uno è stato banale o trasparente. E tutti, tutti le han fatto sputare sangue, in un modo o nell'altro.

Fanno la foto di classe. Qualcuno dice: "Prof, è l'ultima foto insieme!" e c'è un momento di silenzio e pomi d'Adamo che vanno su e giù tutti in sincronia. "Ah no, eh? Piangiamo tutti l'ultimo giorno", li scrolla lei. Intanto, pensa che l'ultimo giorno farà meglio a portarsi il phon e un cambio completo di abiti, perchè questa classe il gavettone finale glielo fa per forza, e lei stavolta se lo prenderà senza protestare.











giovedì 22 maggio 2014

Castagna and the 40 y.o. issue


Scrivi, scrivi, esorcizza la crisi degli anta che ti sta travolgendo, scrivi.

Scrivi di come tuonava oggi. E che tu dovevi preparare La pioggia nel pineto e più che le parole mancavano le forze per tradurre le immagini che avevi in mente.

Scrivi che hai una famiglia strana, con uno strano zio che non è uno zio, un fratello che è un cugino, un ex fidanzato che è un fratello minore anche se è più vecchio, una madre che è un po' una figlia, una figlia che non è una figlia ma è a volte un disastro atomico a volte l'amore più sconvolgente della tua vita, un marito che santiddio a volte è proprio UN MARITO e non nel senso bello del termine, ma è il tuo personale film romantico da Oscar, questo cane senza un occhio, una zia che non si ricorda bene se tuo padre è vivo o morto, questi strani parenti veri che non vedi mai e questi parenti finti che vedi e senti tutti i giorni, questa gatta grassa che vuole stare tutto il giorno in braccio, quest'altro gatto reincarnazione di un mahatma, che capisce quel che gli dici e anche quello che non gli dici.

Scrivi che hai degli amici che ti sono fedeli e leali e che ti stragiurano che ti vogliono bene qualsiasi cosa tu sia o diventi.

Scrivi che sei partita per una vita nuova dove comandi tu, dove non hai più vergogna di essere chi sei e come sei, dove impastoiarti in un ruolo non è più possibile.

Scrivi dei tuoi alunni che andranno via portandosi tutti i tuoi organi interni in giro e lasciandoti svuotata dopo tre terrificanti anni di fatica e gioia, degli exalunni grandi che stimi per quello che sono diventati, scrivi delle bambine a cui fai il mazzo quando non si fanno valere sui maschi, scrivi qualunque cosa ti aiuti a sopravvivere, scrivi fino a cadere a pezzi dal sonno nel cuore della notte, scrivi e ce la farai.

La crisi degli anta è come l'adolescenza, come l'amore, come scoprire di avere una malattia. E' qualcosa che si presenterà dove, come e quando meno te lo saresti potuto immaginare. In alcuni casi sei tu, è il tuo divano sul quale ti siedi sempre che un giorno ti sta stretto. In altri viene da fuori, arriva come un autotreno dentro una vetrina. La tua è del secondo tipo. Va bene. Niente panico. E' la crisi degli anta e hai tutto il diritto di averla, non intendi vergognarti né chiedere scusa, vuoi solo sopravviverle.

Perciò, scrivi.


venerdì 16 maggio 2014

Magnolias


Quando sono arrivata oggi a scuola, per i consigli di classe del pomeriggio, i bambini della prima A correvano e schiamazzavano in cortile. La Bionda Svampita cercava di tenerli un po' calmi, ma era una giornata bellissima, con un cielo scintillante di blu, i monti bianchi là in fondo, l'aria dolce, uno spettacolo. I bambini erano così belli, colorati, pieni di gioia. Una ragazzina però stava ferma a guardare, con gli occhi gonfi, una pianta nuova nel giardino.

Una magnolia da fiore. Donata alla scuola dalle famiglie della prima, in memoria della Compagna Collega. E piantata oggi pomeriggio, poco prima che io arrivassi, alla presenza del vedovo in lacrime, e di uno dei quattro figli, quello più bello, alto, che giocava a basket e ha studiato filosofia, quello iperattivo, che da piccolo le dava tanti problemi, e di cui mi aveva parlato così tanto.

La Compagna Collega è morta di una neoplasia midollare fulminante. A detta dei medici, una di quelle cose che in un mese e mezzo ti si portano via una persona. E, in effetti, lei diceva di non sentirsi bene da un mesetto. Non ci si sarebbe potuto fare molto, pare. La Bionda Svampita mi ha raccontato che il figlio le ha detto: “Se se ne fossero accorti prima, l'avrebbero bombardata di chemioterapia. Ma conoscendo mia madre, dopo tre giorni avrebbe mandato affanculo le infermiere e avrebbe rifiutato di continuare”.

Ho detto: “Sì, è vero.”, e poi sono scoppiata in lacrime.

Sono successe tante cose in questo mese, sto guardando la fine di un anno di lavoro, di tre anni di sezione A, ho in programma dei cambiamenti per l'anno prossimo, ho una cena stupenda con gli exalunni del 2009 (Giovane Lupo, Bel Ragazzo, Enfant Terrible, l'Elfetto Femminista, la Mia Cocca, etc etc) da raccontare, ho vicende familiari plurime piuttosto interessanti da narrare, e invece ogni volta che riapro il blog mi fermo e penso che sono in lutto e che non voglio scrivere, che voglio stare zitta, e ogni tanto andare a raccogliere fiori di campo lungo la strada tra la scuola e il paese e metterli vicino alla foto della Compagna.

L'altra notte l'ho sognata. Parlavo con una delle segretarie (quella che qualche giorno fa ha detto "mi sembra ancora incredibile che una persona così esplosiva, così vitale abbia potuto farci questo"), alla mia destra sentivo la Compagna Collega intromettersi nel discorso con la sua voce calda, e mi giravo piena di gioia perchè la vedevo al mio fianco, salvo poi pensare: ma tu sei morta! e di colpo guardare la segretaria e pensare con terrore: e se la sto vedendo solo io? e se sono pazza?

Non posso dire che ci penso continuamente. Non posso dire che a scuola è ancora tutto tremendo come un mese fa, quando nessuno di noi docenti riusciva a dormire e in classe c'era una cappa di tristezza e nervosismo. Vado di nuovo a lavorare volentieri e rido coi ragazzi e correggo le prove e penso al futuro e da un paio di giorni ho anche ripreso il mio posto in sala professori, dove non riuscivo più ad entrare.

Vorrei parlare d'altro, dicevo. O, anche, vorrei raccontarvi di che persona era lei, vorrei trasmettere come mi sento davvero, anche alla mia famiglia, che temo non capisca: perchè uno i colleghi, soprattutto se sono di una fascia d'età diversa dalla propria, di solito se li vive sul lavoro, non li invita fuori, non li presenta a casa, e quindi nessuno di preciso sa davvero come fosse il mio rapporto con la Compagna. E invece per me questo lutto è enorme, perchè è la prima volta in vita mia che perdo un'amica.

Quando mi hanno detto che la pianta scelta per lei era una magnolia, sono rimasta senza parole. Come avrei potuto non pensare a un film che ho visto penso dieci volte, una storia di donne di età diverse che si incontrano in un loro mondo fatto di forza smisurata, di speranza e di coraggio, una storia di amiche, una storia che contiene anche una morte inaccettabile?

E poi oggi quella frase sul mandare affanculo le infermiere, e il convenire con gli altri che no, lei non era tipo da lasciarsi deperire, da sfinirsi di chemio, lei al marito ha detto "Io muoio" e ha staccato i contatti con tutti quanti, lei se n'è andata come ha vissuto, d'impeto, senza convenevoli, senza smancerie.

E io penso a Julia Roberts che, nel film, dice una frase che io mi sono ripetuta migliaia di volte, da quando ero una ragazzina: "Preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a una vita fatta di niente di speciale".

E all'improvviso mi sembra che i conti tornino, perfettamente.







venerdì 9 maggio 2014

Non facciamo finta

Lo so. Non scrivo da tempo. E' che proprio non ce la faccio. Eppure mi farebbe bene.

martedì 8 aprile 2014

Non ci credo

No, dai, ma non puoi fare uno scherzo così. Che martedì arrivi a scuola e dici che non ti senti bene, e il lunedì dopo sei morta.

Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.

Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.

Non puoi.

Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?

Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.

Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.

Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.

Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.

Ma si può?

Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.