Nella
vita ci sono persone che maneggiano bene gli oggetti, che non si
spaventano di fronte alla fatica fisica, che sanno come comportarsi
nelle situazioni pratiche.
Ho sempre guardato affascinata le mani di mio padre e di mio zio che riparavano cose, o addirittura le creavano da quel che a me poteva parere nulla, un pezzo di legno, una scatola di cartone, una staffa di metallo. Mi sono sempre lasciata stregare da coloro che dominano la materia.
Io,
che invece appartengo alla categoria di quanti sono più a loro agio
nel dominare le idee, da ragazzina mi ingegnavo di fare, in camera
mia, piccole riparazioni, piantare qualche chiodo, risistemare
lampade, fissare oggetti. Oggi ci ho perso completamente la mano; in
compenso, tra i miei molti traslochi e la mia vita complessa, con
diverse case cui badare, non ci ho perso l'occhio. Nelle varie
situazioni in cui era necessario arredare uno spazio, sono stata
quasi sempre io a trovare la soluzione buona, sia con i mobili
preesistenti interpretati o posizionati in modo diverso, sia con la
progettazione intera della stanza. Poi però resto impotente di
fronte ai fili della luce che pendono senza un lampadario attaccato,
o allo zoccolo che si stacca. Io vengo dal Medioevo, tutto ciò che
prevede l'uso della corrente elettrica, a meno che non sia un
frullatore, un lettore dvd o una macchina del pane, mi terrorizza, e
il trapano per me è uno strumento di morte.
Mi piacerebbe, al mattino, ancora in pigiama e subito dopo il caffè bollente, cioè quando il mio cervello è al massimo della chiarezza, poter dare indicazioni a uno stuolo di esperti artigiani per sistemare le cose che vanno aggiustate o modificate.
Ci
pensavo oggi che, in piedi dalle 7.45, alle 10.30 mi sono fermata,
constatando con un filo di mal di schiena e una notevole
soddisfazione che ho smontato due letti, pulito tutta la casa,
stirato e rigovernato l'impossibile.
Quassù
davanti ai monti, dopotutto, faccio la vita che a volte sogno, in
città, quando sono sommersa dal lavoro: di mattina la casalinga, di
pomeriggio la studiosa, o viceversa, e in mezzo qualche bella
passeggiata. Non dico che potrei vivere così. Ma quando le mie
giornate sono un incubo di appuntamenti fuori fin dalle sette e venti
del mattino, e a casa ci arrivo solo per buttare in pentola due
surgelati e poi crollare sul divano davanti a un film, mi mancano le
splendide energie che mi vengono fuori a 1500 metri, con una bella
notte di sonno alle spalle (ebbene sì. Alla barriera di Rivoli,
stavolta, l'insonnia è rimasta al casello e io sono venuta su a
recuperare ore e ore di stragodutissimo riposo notturno: e menomale.
Dopo questa primavera riflettevo sulle mie chances di morire di
infarto prima dei quaranta per pura carenza di sonno.)
Certo,
per carità, stare tutto il giorno a casa ha i suoi difetti. Per
esempio, i miei tre animali: quando lavoriamo, la maggior parte del
tempo possediamo un cane che se ne sta tranquillamente in cucina,
salvo fare le sue passeggiatine o stare sdraiata vicino a me davanti
alla tele, e due gatti la cui principale occupazione è dormire sul
terrazzo o sul letto. Qui, invece, possediamo un cane che ogni
ventidue minuti va dalla finestra, guarda i meravigliosi boschi fuori
e supplica di uscire, e quando esce si rotola nella terra e mangia
quintali di erbe selvatiche, che poi bisogna stare ben attenti che
vomiti prima di tornare a casa. E possediamo una gatta che cammina
maldestramente su tutti i davanzali e i cornicioni (al quinto piano)
e che perde quantità di pelo incredibili su poltrone e divani.
Quando non è occupata a disfare sistematicamente l'impagliatura
delle sedie. E un gatto che ha una smodata passione (con due diverse
ciotole di acqua fresca a disposizione) per ficcarsi a testa in giù
nel gabinetto per bere, e poi con le fottutissime zampine bagnate
fare il giro di bidet, bordo vasca, lavandino, pavimenti. Stamattina,
peraltro, è offesissimo, perchè è andato a curiosare nel catino
dove ho messo in candeggina un pigiama e io l'ho preso al volo e gli
ho lavato le zampe prima che se le leccasse. Ovviamente mi ha
graffiata. Adesso mi guarda, con espressione di somma delusione,
dalla poltrona di papà. Sembra chiedersi dove possa aver sbagliato
con me.
Però
questa casa io la amo. Questa casa contiene il più alto tasso di
ricordi felici di cui io possa disporre sulla faccia del pianeta. Ci
ho portato qualsiasi persona cui volessi bene: fidanzati, amici,
parenti. Ci ho curato qualsiasi dolore, e persino quest'estate sta
funzionando. L'altro giorno la Princi, lasciandomi come al solito
stordita da quanto mi assomiglia, mi ha detto: “Qui si pensa meglio
che a casa, si pensa perfino troppo, i primi giorni fa quasi paura.”
Le ho detto che mi ha fatto lo stesso effetto quando sono venuta qui
a novembre, da sola e con tante preoccupazioni che riguardavano lei,
e anche quando sono stata su la prima volta dopo la morte di mio
padre. Non potevo dirle che più di recente sono stata qui con mio
cugino, che mi ha assistito come una convalescente mentre cercavo di
riprendermi dalla mia pessima esperienza di infedeltà coniugale, e
che qui ho toccato il fondo più nero della mia tristezza. Né che
poco più tardi ci sono stata con lei e ho trovato le parole giuste
per chiarire e per iniziare a lasciar andare la sofferenza. O che,
l'ultima volta che siamo stati su tutti e tre insieme, anche l'Uomo
in qualche modo ha iniziato a riprendersi e abbiamo ricominciato a
dormire abbracciati stretti. Lei queste cose non le sa e va bene
così. Ma questa casa è il Posto Buono della mia vita. Forse per
questo sono sempre intenta a pulirla e migliorarla. E quando mi siedo
e guardo i risultati del mio lavoro domestico sono infinitamente più
felice che in qualsiasi altro posto al mondo.


