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giovedì 31 luglio 2014

Dominare la materia e dominare i pensieri


Nella vita ci sono persone che maneggiano bene gli oggetti, che non si spaventano di fronte alla fatica fisica, che sanno come comportarsi nelle situazioni pratiche.

Ho sempre guardato affascinata le mani di mio padre e di mio zio che riparavano cose, o addirittura le creavano da quel che a me poteva parere nulla, un pezzo di legno, una scatola di cartone, una staffa di metallo. Mi sono sempre lasciata stregare da coloro che dominano la materia.

Io, che invece appartengo alla categoria di quanti sono più a loro agio nel dominare le idee, da ragazzina mi ingegnavo di fare, in camera mia, piccole riparazioni, piantare qualche chiodo, risistemare lampade, fissare oggetti. Oggi ci ho perso completamente la mano; in compenso, tra i miei molti traslochi e la mia vita complessa, con diverse case cui badare, non ci ho perso l'occhio. Nelle varie situazioni in cui era necessario arredare uno spazio, sono stata quasi sempre io a trovare la soluzione buona, sia con i mobili preesistenti interpretati o posizionati in modo diverso, sia con la progettazione intera della stanza. Poi però resto impotente di fronte ai fili della luce che pendono senza un lampadario attaccato, o allo zoccolo che si stacca. Io vengo dal Medioevo, tutto ciò che prevede l'uso della corrente elettrica, a meno che non sia un frullatore, un lettore dvd o una macchina del pane, mi terrorizza, e il trapano per me è uno strumento di morte.


Mi piacerebbe, al mattino, ancora in pigiama e subito dopo il caffè bollente, cioè quando il mio cervello è al massimo della chiarezza, poter dare indicazioni a uno stuolo di esperti artigiani per sistemare le cose che vanno aggiustate o modificate.

Ci pensavo oggi che, in piedi dalle 7.45, alle 10.30 mi sono fermata, constatando con un filo di mal di schiena e una notevole soddisfazione che ho smontato due letti, pulito tutta la casa, stirato e rigovernato l'impossibile.

Quassù davanti ai monti, dopotutto, faccio la vita che a volte sogno, in città, quando sono sommersa dal lavoro: di mattina la casalinga, di pomeriggio la studiosa, o viceversa, e in mezzo qualche bella passeggiata. Non dico che potrei vivere così. Ma quando le mie giornate sono un incubo di appuntamenti fuori fin dalle sette e venti del mattino, e a casa ci arrivo solo per buttare in pentola due surgelati e poi crollare sul divano davanti a un film, mi mancano le splendide energie che mi vengono fuori a 1500 metri, con una bella notte di sonno alle spalle (ebbene sì. Alla barriera di Rivoli, stavolta, l'insonnia è rimasta al casello e io sono venuta su a recuperare ore e ore di stragodutissimo riposo notturno: e menomale. Dopo questa primavera riflettevo sulle mie chances di morire di infarto prima dei quaranta per pura carenza di sonno.)
 
 

Certo, per carità, stare tutto il giorno a casa ha i suoi difetti. Per esempio, i miei tre animali: quando lavoriamo, la maggior parte del tempo possediamo un cane che se ne sta tranquillamente in cucina, salvo fare le sue passeggiatine o stare sdraiata vicino a me davanti alla tele, e due gatti la cui principale occupazione è dormire sul terrazzo o sul letto. Qui, invece, possediamo un cane che ogni ventidue minuti va dalla finestra, guarda i meravigliosi boschi fuori e supplica di uscire, e quando esce si rotola nella terra e mangia quintali di erbe selvatiche, che poi bisogna stare ben attenti che vomiti prima di tornare a casa. E possediamo una gatta che cammina maldestramente su tutti i davanzali e i cornicioni (al quinto piano) e che perde quantità di pelo incredibili su poltrone e divani. Quando non è occupata a disfare sistematicamente l'impagliatura delle sedie. E un gatto che ha una smodata passione (con due diverse ciotole di acqua fresca a disposizione) per ficcarsi a testa in giù nel gabinetto per bere, e poi con le fottutissime zampine bagnate fare il giro di bidet, bordo vasca, lavandino, pavimenti. Stamattina, peraltro, è offesissimo, perchè è andato a curiosare nel catino dove ho messo in candeggina un pigiama e io l'ho preso al volo e gli ho lavato le zampe prima che se le leccasse. Ovviamente mi ha graffiata. Adesso mi guarda, con espressione di somma delusione, dalla poltrona di papà. Sembra chiedersi dove possa aver sbagliato con me.

Però questa casa io la amo. Questa casa contiene il più alto tasso di ricordi felici di cui io possa disporre sulla faccia del pianeta. Ci ho portato qualsiasi persona cui volessi bene: fidanzati, amici, parenti. Ci ho curato qualsiasi dolore, e persino quest'estate sta funzionando. L'altro giorno la Princi, lasciandomi come al solito stordita da quanto mi assomiglia, mi ha detto: “Qui si pensa meglio che a casa, si pensa perfino troppo, i primi giorni fa quasi paura.” Le ho detto che mi ha fatto lo stesso effetto quando sono venuta qui a novembre, da sola e con tante preoccupazioni che riguardavano lei, e anche quando sono stata su la prima volta dopo la morte di mio padre. Non potevo dirle che più di recente sono stata qui con mio cugino, che mi ha assistito come una convalescente mentre cercavo di riprendermi dalla mia pessima esperienza di infedeltà coniugale, e che qui ho toccato il fondo più nero della mia tristezza. Né che poco più tardi ci sono stata con lei e ho trovato le parole giuste per chiarire e per iniziare a lasciar andare la sofferenza. O che, l'ultima volta che siamo stati su tutti e tre insieme, anche l'Uomo in qualche modo ha iniziato a riprendersi e abbiamo ricominciato a dormire abbracciati stretti. Lei queste cose non le sa e va bene così. Ma questa casa è il Posto Buono della mia vita. Forse per questo sono sempre intenta a pulirla e migliorarla. E quando mi siedo e guardo i risultati del mio lavoro domestico sono infinitamente più felice che in qualsiasi altro posto al mondo.
 

sabato 19 luglio 2014

Non me lo posso mica permettere


Poi alla fine, come tutti potevate prevedere, sono io quella che non è arrivata in fondo alla settimana: sul quarto giorno ho iniziato a perdere i pezzi. Ieri stavo facendo una passeggiata di una bellezza da stordire chiunque ami la montagna, e a un certo punto, brividi e nausea. Una botta di sole. In effetti quando ho guardato l'orologio era l'una e stavo camminando da un'ora sotto il sole a picco. Ma il punto era che mi ero strapazzata davvero tanto mercoledì.



Mercoledì Mamma Tenera era ancora malata, e Mamma Tonica e io abbiamo fatto i botti, si sono ammalati due dei ragazzi in modo abbastanza serio, altri hanno avuto emergenze varie di piccola entità, ma tutte una dietro l'altra: chiudevi lo zaino delle medicine e tac,



  • Mi sono ficcato una scheggia in un dito
  • Ho nausea
  • Posso prendere una tachipirina? ho mal di testa
  • Puoi venire? C'è X che non sta bene?
  • Mi medichi?
  • Y è caduto!
  • Mi è caduto un dente!
  • Mi gira la testa
  • Mi medichi?
  • Mi dai un cerotto?
  • A Z gira la testa
  • Mi dai le gocce?
  • Mi dai le compresse per la pancia?
  • Devo prenderli di nuovo i fermenti lattici?
  • Ho male qui
  • Ho sbattuto lì
  • Mi gira tutto
  • Ho mal di testa
  • Ho mal di pancia
  • Mi si è tolta una crosta
  • Mi fa male il ginocchio
  • Mi medichi?
  • Ho vomitato
  • Mi fa ancora male qui
  • Mi esce sangue
  • Mi sono data un dito in un occhio da sola come una scema
  • Ho trentotto e nove
  • Sono caduto dal letto
  • Mi medichi?
  • Mi fai la fasciatura?



Tutto così. Più o meno dalle undici di mattina a mezzanotte. E prepara, sprepara i tavoli, lava il pavimento, fai la camminata, segui i giochi, prendi sulle ginocchia la Princi che ogni tanto arriva e vuole attenzioni.



Nel mezzo è arrivato il padre di Mamma Tenera con un medicinale che sa solo lei, che la rimette al mondo quando ha queste emicranie da settantadue ore di coma, dolore e vomito. Pian piano è riemersa in superficie, ma un po' rallentata.

Intanto noi arrivavamo dappertutto e cercavamo di arrivare oltre.



Ma appunto, giovedì la sindrome di Wonder Woman è venuta meno. Ho dovuto mollare la passeggiata a metà, e poi alla sera mi hanno trovata nell'atrio che ronfavo su un divanetto, appoggiata storta su un bracciolo di legno, mentre sotto c'era una serata karaoke che ha svegliato i morti (e li ha fatti scappare a gambe levate) in tutti i cimiteri della Val Varaita, della Val Maira e della Valle Po.



E oggi, che è venuto anche l'Uomo a dare man forte, e faceva afa anche qua, io alle sette di sera ho cominciato a sentire lo stomaco che andava giù giù giù giù giù, come fa quando sto per svenire. Allora ho approfittato della messa per andare a crollare su un letto in camera delle mamme / infermeria e quando ho ripreso un minimo di cognizione ho salutato tutti e sono venuta in albergo. Dovo ho cenato in letto con avanzi di merende rimasti nello zaino e ho pianto sulle mie miserie di donna poco allenata alla fatica e assolutamente intollerante del caldo. La quale donna, tra l'altro, ha disperato bisogno di arrivare a casa dai suoi gatti e dal suo cane, di lavarsi nel suo bagno, depilarsi, farsi una pedicure decente, mangiare un po' meglio, dormire nel proprio letto e fare ottantadue lavatrici. Ma ha anche una paura fottuta di rivedere la città, la casa e le strade dove è stata malissimo negli ultimi mesi.

mercoledì 16 luglio 2014

Find the cure


Intricate questioni sentimentali vi tormentano?

Il vostro partner si comporta male?

Vi siete impelagati in una cosa terribilmente stupida e autolesionista ma non riuscite più a uscirne o, perlomeno, a uscirne senza trasporto in barella?

Ho la soluzione.

Andate ad un campo estivo per ragazzini dagli 8 ai 18 anni.

Dove, se come me siete una madre affidataria da poco tempo, vi accorgerete che vi viene ancora uno strano pizzicorino alla base della gola quando vi rendete conto che gli adulti presenti sono identificati con l'espressione collettiva “il Don, Suor L. e le mamme” e voi, non essendo il Don, e men che mai la suora, siete per forza una delle mamme.
E tra l'altro il concetto di mamma qui è applicato in modo massiccio: siamo tre, due insegnanti e un'infermiera, e formiamo una specie di strano animale dotato di tre teste e sei mani, con comunicazioni di servizio verbali già ridotte al minimo e intese telepatiche tra un piano e l'altro, dopo due sole giornate di attività. Ripartendo sulla carta le creature presenti, abbiamo trenta figli a testa. Impegnativo.

Proiettata all'improvviso in una sorta di condizione di ipermammità, in poche ore ho dovuto imparare a distinguere novantun facce, a mettere e togliere tavola tre volte al giorno per cento persone, a ricordare chi ha l'intolleranza al lattosio e quali bambini hanno mangiato poco a pranzo, ad avere gli occhi dietro le orecchie per scannerizzare con un colpo solo la sala e registrare che Pinco non è sceso dalla stanza, Pallina ha gli occhi rossi, Tizio ha cambiato tavolo, Caio deve prendere i fermenti lattici, Sempronio sta giocando con il cibo e la Princi? Oddio la Princi? Ah okay è là, ma sta mangiando? Sì, sta mangiando. Sorride? Sì, sorride. L'avrà mangiata la verdura? Vado a dirle di mangiare la frutta? No dai, non voglio starle addosso.

I pasti sono una fetta gigantesca della nostra attività. Per qualche motivo sono diventata fin dal primo giorno la Grande Madre della Merenda o, più cattolicamente, Nostra Signora della Nutella, e adesso, quando devo chiedere qualcosa a qualcuno, vedo che questo si gira, riflette per un attimo se sfancularmi, e poi associa la mia faccia alla distribuzione della magica crema di nocciole e decide di darmi ascolto. Tipo cane di Pavlov.

Poi ci sono le piccole medicazioni, il monitoraggio allergie e il pronto soccorso ai piccoli acciacchi. Anche queste cose cementano i rapporti, soprattutto con i più piccoli.

Però a me sembra che la vera soluzione ai disastri sentimentali stia nella fatica fisica. Che è titanica, ripetitiva, senza sosta e mostruosamente soddisfacente. Ieri tra la camminata per i paesini sotto il sole, la gestione della sala mensa, il tirare su e giù le sedie dai tavoli, lo spazzare il salone, il fare centosessantadue volte le scale etc, mi facevano male anche i muscoli delle narici. Con mia enorme gioia. Sono entrata in un trip in cui se mi dicessero che devo lavare il pavimento del refettorio con una spugnetta da strucco, o tutte le vetrate della struttura con i cottonfioc, o togliere il muschio dalle tegole del tetto con le pinzette, credo che partirei come una scheggia, e con un largo sorriso.

Per evitarmi l'assuefazione allo sforzo, con conseguente ricaduta in pianto, incubi, fantasticherie malate, insonnia, rimorsi etc., una delle altre mamme ieri sera s'è sentita male e, siccome oggi non si riprende, credo che domani tornerà a casa. Così rimarremo in due, e il mazzo si ripartirà su entrambe in modo ancora più insistito. Bene. Molto bene.

domenica 13 luglio 2014

C'è chi va a fare rafting sulle Montagne Rocciose


E cosa fa una donna quando deve

  • dimagrire
  • prendersi una pausa dalle pippe mentali
  • spezzare la routine
  • reinstallare completamente il timer del ritmo circadiano
  • togliersi dalla testa una cosa?



Esatto. Va a un campo estivo della parrocchia a 1300 metri di altitudine, con un centinaio di bambini.



...Parrocchia?

...Bambini?

...Campo estivo?






Sì, lo so. L'unico sintagma della frase dotato di senso, se applicato a me, è il complemento indiretto “a 1300 metri”.



E però una sera la Princi è venuta a casa con gli occhioni setosi da magnifico esemplare di gazzella africana e mi ha fatto: “Per il campo estivo mancherebbe una mamma... e a te la montagna piace...” e io mi sono improvvisamente sentita di dire di sì. E poi, cosa incredibile, non ho cambiato idea. L'unica correzione di tiro che ho applicato alla sua richiesta è stata sulla sistemazione per dormire. Perchè bella la casa alpina nel bosco e nel silenzio eh. Ma io in camera con cinque persone e un bagno giammai. Nemmeno con le mie migliori amiche in vacanza studio a sedici anni. Nemmeno se sono cinque figli miei. Nemmeno se sono Bradley Cooper, Claudio Santamaria e tutti e tre i fratelli Hemsworth.



Allora mammina dorme sola in albergo, dove ovviamente spera di arrivare stravolta di stanchezza e di schiantarsi sul letto priva di coscienza per sei ore, però almeno si lava, si veste e espleta le sue funzioni in un bagno tutto per sé.



Sappiamo perfettamente come andrà, peraltro. Mi stravolgerò di stanchezza al campo dei bambini e poi arriverò in albergo dove, essendo sola, mi stravolgerò di rimorsi, rimpianti e domande. Menomale che c'è la connessione wireless, così almeno mi porto dietro il blog.

 

 

sabato 12 luglio 2014

Quando una stella muore

E così io mi sono fatta coraggio e ho detto addio.

E non è facile, quando in realtà è più di un mese che lui è ripartito per il suo lontano pianeta.
Ma mi scriveva, da là. Rispondeva ai miei messaggi. Mi scriveva di notte, mi scriveva spesso, e a volte sembrava riaprire discorsi, ferite, desideri. A volte sembrava dire che era preoccupato per me. A volte sembrava buttare lì una mezza idea di riprovarci.
Poi allora una dice okay, ho capito tutto, non sto a dire e a fare niente di che, ma per scriverci così, vediamoci, no?
No.

E invece, molte frasi cosmiche.
Molto, moltissimo dolore causato dalle frasi cosmiche.

Troppi pensieri.
Notti troppo lunghe, giorni di stordimento, il sole che mi scalda la pelle ma non il petto, che è sempre pietrificato, freddo, morto.

Finisce che faccio prima a salutarlo io, prima che mi lasci precipitare lui nel vuoto interstellare, senza una meta.

Così lo saluto, o almeno ci provo, a calibrare le parole che possano rendere l'idea di cosa è stato, senza però rendermi ridicola. A trasmettere come mi sento, senza però suscitare pietà. A omettere cosa devo fare adesso per riprendere il filo della mia vita, senza tacergli che non posso e non voglio scordare niente.

E menomale che leggo e scrivo per mestiere: comunque non esiste una lingua in cui certe cose si possano davvero dire.

Poi per fortuna gli uomini, soprattutto quelli che hanno bevuto, sanno smontare qualsiasi concetto e ridurlo ai minimi termini. E le parole, allora, le ho trovate eccome.

Okay. Capitolo chiuso.

Ciao, alieno. Stattene sulla tua stella, viviti la tua vita, e quando guarderai giù e vedrai un piccolo pianeta azzurro molto lontano, pensa che potevi uscirne con una figura di gran lunga migliore, visto che ai miei occhi eri sceso dal cielo come un dio.

Oggi a un certo punto ero a Genova da sola. C'era un bel sole ma non faceva caldo. La Zia Buona non rispondeva al citofono, essendo sorda. Mia madre non rispondeva al telefono. Sanguedelmiosangue lo avevo appena visto. Con l'Uomo avevo avuto un chiarimento in after hour fino alle due di notte, con corollario, e finalmente qualche risultato, dolorosissimo, stamattina. Ero tranquilla su dove fosse la Princi. Con la bellissima e inutilissima forma di vita proveniente da altro sistema solare non c'era più niente da dire. Il mare profumava. Mi sono venuti in mente mio padre e la Zia Bella, che stanno sempre lì nel punto dove l'onda si frange e torna indietro, con un bel rumore di sassolini.

Ho respirato.

C'è rimasta ancora vita su questo pianeta.












domenica 6 luglio 2014

Holiday, celebrate

In questi giorni, a parte cambiare umore ogni 40 minuti, ho:
- rischiato un frontale, perchè mi è scappata di sotto la macchina su una rotonda
- ballato davanti al mare
- camminato in montagna
- fatto una splendida chiacchierata sulla spiaggia di notte
- mandato seccamente al loro posto, e di brutto, alcune persone
- pianto tanto
- riso parecchio
- avuto mille forme diverse di somatizzazione, come non mi succedeva da un po'
- apprezzato per l'ennesima volta le mie amiche e mio cugino
- sognato Patrick Dempsey (sì, lo so. Che posso dire. Ci vorrà tempo per smaltire gli ormoni)
- coccolato a schifo Black Viper, il gattino nero di Sanguedelmiosangue
- iniziato un denso programma di home teaching su quattro materie con la Princi
- pensato mille volte una cosa e diecimila volte il suo contrario
- pensato di scappare via e lasciar perdere tutto e tutti
- desiderato tanto tanto tanto che alcune cose andassero a posto
- preso atto che sarà ancora molto molto molto lunga prima che ci vadano
- cucinato
- fatto decluttering a bomba

Le vacanze.




martedì 1 luglio 2014

Buio

Non posso farci niente se stavo ferma lì e un camion mi ha investita.
Penso a me stessa come a una che da un giorno all'altro ha avuto un brutto incidente, e ora deve lentamente recuperare.

Sono faticosamente arrivata alla fase "come ho potuto essere così stupida?".
Ma ho le allucinazioni, al supermercato, per esempio. Ieri ero carica come una bestia, con tanto di stenditoio nuovo sotto il braccio, e per un attimo ho chiuso gli occhi e sperato che una grande mano abbronzata mi togliesse uno dei pesi. Poi me ne son stata lì, coi nervi a pezzi, in coda a una cassa dove la gente non scorreva mai.

Questa cittadina è orribilmente piccola, e io continuo a rischiare di incontrarlo. Sta diventando intollerabile.

E' ora di partire.
Prima di tutto da sola, perchè con l'Uomo è tutto un sanguinare.
Poi con la Princi. Lei, con le sue molte meraviglie e il suo tono di voce supponente, che stasera le ha pure fruttato una sberla.
E infine tutti insieme. Se ce la facciamo.

Nella mia scuola cambiano la preside (GLOOOOOORIA IN EXCELSIS DEEEOOO), il collega di religione, quella di ginnastica, quella di tecnica, due di matematica, due di italiano e una supplente di inglese.
A settembre ci saranno facce nuove in sala prof, quindi. E forse l'Uomo passerà alle superiori. E la Princi inizierà il professionale.

Chi cazzo lo sa dove sarò a settembre.

domenica 22 giugno 2014

City of Angels

A casa mia si sogna forte.

Mia madre, mio cugino, io. Grandi insonni e grandi sognatori.

Grandi narratori di sogni al mattino in cucina, o per telefono al pomeriggio, o sui blog.

Stavolta, sfruttando la prima notte in tre mesi in cui ho dormito otto ore, ho superato me stessa in vividezza, anche se il sogno era breve, e dentro ci ho messo tanti di quei significati che un analista potrebbe lavorarci un mese.

Siamo a Genova, un qualsiasi pomeriggio feriale.

Io e il mio uomo abbiamo parcheggiato l'auto e siamo per strada. Io sono io, ma molto giovane, molto magra, molto bella. Lui è Hugh Jackman, non in tiro da Wolverine, in versione pantaloni color sabbia e camicia rosa pallido, urban sexy, con i capelli lunghi e un po' sconvolti ma non troppo. Molto gnocco, molto alto, molto Hugh Jackman, bocca sottile naso fine torace grandioso (la prima legge sui sogni di Castagna: quando fai un sogno erotico, fallo senza porti dei limiti). Siamo molto innamorati e abbiamo un momento di trasporto così intenso, baciandoci in mezzo a un marciapiede, che ancora un attimo e ci si incendierebbero i vestiti. Decidiamo (e anche da questo si vede che io sono giovane giovane) di andare a casa dei miei, che non è lontana, per fare l'amore. Mentre ci incamminiamo lungo una delle grandi arterie di collegamento con il centro, che per qualche motivo non è popolata tanto da macchine quanto soprattutto da gente a piedi, all'improvviso lui ha un malore, come un ictus, si piega in due con un dolore lacerante a una tempia, paonazzo, con i conati di vomito, crolla a terra.

Io lo soccorro, ma, mentre mi chino su di lui, sulla gente poco distante iniziano a piovere palle di fuoco verde, incenerendo bambini, un'anziana, persone di ogni tipo. Alzo gli occhi e in cielo ci sono due o tre grossi animali alati, verdastri e metallici, come pterodattili ma con il cranio dei cuccioli di Alien, che si librano pochi metri sopra la strada e sputano con evidente intenzione omicida questo fuoco fosforescente. Trascino Hugh al sicuro in qualche modo, mentre il cielo diventa nero come fosse notte.

Più tardi siamo dai miei e ci sono mia madre e la nostra colf, hanno curato il mio compagno, non si parla granchè di quel che è successo fuori, lui però non sta bene, è debilitato.

Infine c'è una scena apparentemente tranquilla: lungo una via cittadina si apre uno sfondato tra due palazzi dove si trovano un giardino molto curato e due villette vicine, illuminate dal sole. Io so che una di queste è la nuova casa di mia madre. Sono in piedi sul prato con Hugh Jackman e lo abbraccio, ancora un po' scossa da tutto quel che è accaduto. Lui è triste e agitato. Io capisco, da qualcosa che lui dice o fa, che nel momento in cui s'è sentito male per strada anche lui avrebbe dovuto trasformarsi in una creatura volante, un arcangelo dell'Apocalisse (penso proprio questo: "erano arcangeli cattivi, dell'Apocalisse, venuti a distruggerci"), ma lui non è mutato, e invece è stato male, perchè in quel momento era legato a me dalla potenza del desiderio e dell'amore che provavo per lui.

Se ve lo chiedete: ho parlato di un alieno, poco fa su questo blog, sì, lo so, ma non assomiglia affatto a Hugh Jackman. Che invece è castano, e con il torace spesso e peloso, come l'Uomo. I vestiti erano dell'Uomo, anche se, beh, su Jackman ammetto che facevano un'altra scena.

Ed era un arcangelo. E il mio amore e il mio desiderio lo legavano a me e gli impedivano di diventare una creatura malvagia destinata a portare la distruzione.

E che cazzo. Quando sogno, io mica vado per il sottile.

martedì 17 giugno 2014

"Questa cosa è bellissima"


Non facciamo dei buonismi, non usiamo eufemismi, non cerchiamo di trarne una morale.



Mi sono cacciata in un casino.



E' vero che a casa andava (va) tutto storto, a livello di coppia. Di certo ne ho passate tante con l'Uomo in questi anni e lui crede, e forse anche io credo, ancora, che supereremo anche questa.



E' vero anche che sul serio io non ero in giro a caccia di avventure, né in un periodo di particolare esposizione all'attenzione altrui, come può essere il festival quando, in fin dei conti, esco quattro sere su sette, e vestita carina, e conosco un sacco di gente nuova e interessante che, alle volte, mi trova interessante.



Quindi insomma il tutto è piovuto nella mia vita modello cataclisma. Sei lì che porti avanti una tua qualunque giornata, e arriva lui. Impossibile non notarlo, impossibile contarsi balle su come ti sta guardando. Impossibile andare via e non pensargli. Poi lo sapete com'è, c'è il cellulare, c'è la chat, ci sono i post su Facebook. C'è che a volte non ti vuoi dire di no. Ci sono le amiche che ti dicono che ti meriti di essere felice / una vacanza / un po' di soddisfazione.



Così, di testa e senza rimorsi, ti tuffi.



Ora qua non facciamo finta di esserci redente, per l'amor di Dio e della mia intelligenza, e della vostra. E' stato un attimo non lo rifarei non è successo niente, ma dai, a chi la racconti.



Racconta piuttosto cosa hai capito.



Che sei ancora una creatura della notte. Piena di vitalità, desiderio, passione.

Che puoi non dormire per settimane e essere efficientissima sul lavoro. Che puoi sorridere di gioia a un bambino e accarezzare con lo sguardo tua figlia senza sentirti in colpa.

Che era un vero spreco non essere guardata così da tanti anni, e che nello specchio, anche con la coscienza sporca, ti vedi davvero bene, ora che lui ha posato quegli incredibili occhi di velluto su di te.

Che esiste un qualcosa che non è sesso, non è amore, eppure è irrinunciabile. Un'intimità delle notti in chat, un passare e non passare la linea di confine, uno scoprirsi di cui poi è doloroso fare a meno.

Che il cuore può battere fino a fare un rumore udibile dall'esterno, quando si illumina lo schermo del cellulare mentre guidi nel buio.

Che la bellezza esteriore è un frammento, una scheggia, che tutto quel che desideri in un corpo, il tuo, il suo, è una perfezione che non si ottiene con la palestra, il trucco, gli abiti o i geni, ma con la pioggerella di maggio su una piazza, con il vento tiepido sulla pelle, con i passi lungo un corridoio, con la stanza che sembra cambiare temperatura nell'attimo in cui c'è una pausa nel discorso e gli sguardi che non si vergognano più di percorrere tutto il corpo, il suo, il tuo, avanti e indietro.



L'apoteosi del desiderio.

L'ispirazione di lasciarsi sbocciare sotto il sole.



Porterò con me ogni istante, non so se sarò quella di prima, non capirò mai se ha fatto cominciare lui questa trasformazione col suo primo sorriso, o se io ero già così da tempo e quando è venuto da me quel giorno ha trovato, a sorpresa, una donna diversa da quella che aveva visto le volte precedenti.



Non so cosa ne sarà di me ora. Immagino che dovrò proseguire, in un modo o nell'altro.

Pagherò quel che devo pagare, di sicuro.

Ma non mi racconterò balle sui perchè.



Non potevo, semplicemente non potevo, perdermelo.
 
 

domenica 15 giugno 2014

Mezzo duemilaquattordici e parecchie suture


No, ma parliamone, di questo 2014.

Cioè, se volete partiamo dal 2013.

Facciamo di meglio, partiamo dal 2012.

Dal giorno di primavera in cui sono arrivata a casa e ho trovato l'Uomo con le valigie fatte per lasciarmi. E sono rimasta in piedi.
Me lo sono tenuto con le unghie e i denti. Ho lottato con la mia famiglia per ottenere che ci lasciassero vivere. Vedo, adesso, che ho perso tutte le battaglie e vinto la guerra. Con la mia famiglia. Non con l'Uomo, temo.

Allora passiamo al 2013.
L'anno in cui ho deciso che non potevo più reggere mio padre e mia madre che si intestardivano in una situazione assurda, malata. L'anno in cui mi sono addormentata guidando alle sette e trentacinque di mattina, appena partita da casa per andare al lavoro. E finalmente ho smesso di vivere in funzione dei miei genitori. Che non hanno per un cazzo capito. E io sono rimasta in piedi.

Poi mio padre va in casa di riposo, e mia madre mi annuncia che io e lei possiamo interrompere i rapporti. E io rimango in piedi.

E ci sono stati il Gabbiano, e poi la Princi.

Il Gabbiano che è uscito dalle nostre vite senza un ciao. E sono rimasta in piedi.

E la Princi, che a dicembre ci ha fatto lo scherzetto di scappare di casa e ha polverizzato le classifiche delle notti più brutte della nostra vita. E io sono rimasta in piedi.

E viene il 2014.

Muore mio padre. E io rimango in piedi.

Riprendersi la Princi è faticoso come garantire la pace in Medio Oriente. Io lotto, combatto, picchio duro. E rimango in piedi.

Muore una collega e amica. E io resto seduta, senza fiato, di fronte all'enormità di questa perdita senza preavviso.

Poi l'Uomo sbrocca. Mi accusa, mi insulta, mi ferisce.
Tradisce tutto quello che credevo non avrebbe più traballato. Mi fa sentire completamente invisibile, inutile, sbagliata, stupida. Travisa ogni cosa che gli dico, falsa la realtà, nega l'evidenza, urla, rompe le cose. Sta male e rifiuta di rendersene conto, esagera e si offende quando glielo fanno notare. E mi dà la colpa di tutto.

E contemporaneamente, arrivano gli alieni. Cioè, ne sono arrivati due o tre, ma ne è bastato uno a fare tutto il disastro.

Ecco. Nelle ultime settimane sono stata via con il mio alieno, venuto da chissà quale stella lontana, a dirmi che non sono invisibile, ma che sono bella, e forte, e piena di vita. Il mio alieno che è arrivato, un giorno qualunque, con un sorriso così felice di vedermi da spezzarmi le ginocchia. Il mio alieno che mi chiama per nome. Che mi scrive di notte quando non riesco a dormire. Che mi dice di stare tranquilla. Che non mi giudica.

E, come tutti gli alieni, poi è ripartito. Magari senza farmi male. Magari senza chiudere del tutto le comunicazioni. Ma se n'è andato.

Credo sia felice, ora, tornato alla sua stella. Penso abbia scelto bene.

Ma stavolta, in piedi, non ci sono rimasta.
No.

Non era una crisi degli anta. Era il collasso di una galassia.