Questo non è mai stato veramente un blog per parlare di scuola, nel senso di commentare leggi, editti, prevaricazioni da parte dei politici, strategie didattiche, eventi di interesse scolastico.
Era una piccola finestra da cui potevate spiare situazioni e scenette in alcune delle mie classi. Senz'altro era un punto di vista personale, e in quanto tale poteva risultare adorabile o detestabile, dipendeva da chi si metteva a leggerlo.
Attraverso lo stesso buco nel muro avete spiato la sala prof, i corridoi, i temibili portali verso altre dimensioni che si aprivano nel parcheggio. Avete capito benissimo che lo stanzino del caffè è come l'ascensore di Grey's Anatomy. E ci sono stanze di cui non ho mai parlato, come l'aula di musica, dove si sono consumate scene di intrighi politici, violenza e seduzione degne di Game of Thrones.
Poi avete letto molto, moltissimo di me su queste pagine. Ma assolutamente non tutto.
Adesso è veramente tantissimo che scrivo di rado, e non nomino che di striscio gli alunni e i colleghi, tanto che alcune figure indimenticabili e alcuni momenti epici sono completamente sfuggiti al vostro sguardo. Il tempo era troppo poco. Le ferite troppo recenti. Vi basti sapere che sono arrivate fino al Dio provveditore le sciabolate velenose che mi sono scambiata con quell'infima, volgare ed ignorante creatura che prima ci dirigeva. Ho sudato sette camicie per mantenere il posto che per la TERZA volta hanno cercato di farmi saltare, e stavolta ho rovesciato il banco in testa a chi si fingeva mero esecutore di burocrazia, scomodando sindacati, dividendo la scuola in fazioni e soprattutto strombazzando a voce ALTISSIMA che io sapevo PER CHI e PERCHÉ volevano schiodarmi dalla mia cattedra. È stato tanto difficile che solo da poco ho smesso di avere paura e agitarmi.
Adesso la preside C. è lontana, la DSGA non mi rivolge più la parola fingendo che io sia una macchia sul tappeto, ma io circolo per i miei corridoi senza più guardarmi alle spalle. Alcuni colleghi, tra cui il Magnifico, il Genuino, la Spessa, Into the wild, sono arrivati dopo e non capiscono i non detti. Quelli che li sanno si mantengono neutrali (il Gigante), stanno a prudente distanza (il Troll), o solidarizzano (la Pallida, la Brava Crista). La Preside Chic ha cercato di insinuare la sua voce in una questione che mi riguardava e ha preso una portata in faccia: sulla porta c'era scritto "oltre questa linea siete in territorio di Castagna, adeguatevi". Se lo è tenuto per detto. Poi credo di non esserle antipatica. Ma francamente, direbbe qualcuno, me ne infischio.
Comunque tutto questo preambolo era per dire che di scuola, proprio di scuola in generale, bisogna tornare a parlarne, dopo dieci anni di ruolo e soprattutto dopo le ultime due terze. Perché ci sono delle cose che una volta funzionavano, ma ora non funzionano più. E ci sono delle novità nelle materie, nel modo di lavorare, nella posizione del governo, nelle didattiche, nel contorno che tanto influenza la scuola. E ci sono consapevolezze nuove che vengono a me dall'esperienza, dagli scorni con i colleghi di materie simili, dall'arrivo di colleghi più giovani, da tanti diversi stimoli che ho ricevuto, o che mi sono cercata, in tempi recenti.
È il momento di tirare un bel bilancio e riscrivere i comandamenti interiori che ogni professionista si pone come guida.
domenica 23 aprile 2017
sabato 15 aprile 2017
Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni
Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
giovedì 13 aprile 2017
Vacanze di Pasqua day one: trova le differenze
Sì beh, praticamente sta finendo l'anno, qua.
Stamattina ho aperto gli occhi e mi sono sentita come in uno di quei cartoon in cui al personaggio arriva in testa un pianoforte dal terzo piano di un palazzo. Baaaam, l'angoscia.
È che non so da dove iniziare. Potrei scendere dal letto e farmi la tinta. Oppure andare in ufficio e smistare e correggere pacchi di prove. Oppure fare yoga. Oppure uscire a camminare. Oppure starmene a letto. Oppure piangere. Ma anche ridere di gusto, come ieri sera alla cena con le colleghe. Con la Pallida, la Bottadicoca e la Caramella abbiamo un sodalizio bellissimo che riesce addirittura a vincere la nostra proverbiale resistenza a uscire. La Pallida si schioda da sotto il plaid, lascia il suo bellissimo fidanzato Bovaro sul divano e esce in jeans strappati, la Bottadicoca si schioda dal marito Pallalpiede e dal figlio-cozza e esce in giacca e ombretto perlato, la Caramella mette uno dei suoi leggendari vestitini e avvisa i suoi figli che non ci sarà, poi guarda meglio: non ci sono nemmeno loro.
La più difficile da schiodare da casa, anche se in tacco sette, ovviamente sono io, se c'è l'Uomo. E sono anche quella che rischia di mollare una cena sul più bello perché quella testa di travertino della Princi litiga col Tipello Tenero e scende dalla sua auto di notte in posti improbabili, rifiutandosi di risalirci. Ieri sera si è fatta venire a prendere dal padre della sua migliore amica, visto che l'Uomo era a Genova e io lontana da Asti ben 15 chilometri, e non mi ha nemmeno avvisato perché non voleva disturbare la mia serata fuori. Infatti mi ha chiamato il Tipello stesso preoccupatissimo e molto avvilito. Io l'ho raggiunta a casa e le ho detto che il numero di girarsi e andarsene in piena notte, per cortesia, lo faccia quando avrà la patente e una macchina.
Comunque, tra molte traversie, appunto ieri sera si è fatta vita. E ci voleva, cazzo se ci voleva dopo le placche in gola, la zia in ospedale, le molte settimane di lavoro senza orari per coprire colleghi assenti, e questa botta di caldo che ci ha tutti fiaccati e stravolti anzitempo. Però poi stamattina mi sveglio con un senso di fastidio e realizzo subito il perché: girandomi per abbracciare l'Uomo trovo il comodino, non sono nella mia metà di letto, cazzo che casino c'è in questa stanza, che ore sono? Merda, le sei meno venti, e ora che faccio di me stessa nelle 12 ore che mi separano da lui? E mi piombano addosso come macigni tutti i pensieri, che ultimamente hanno il vizio di ripresentarsi in ordine sparso ma di riguardare gli ultimi tre anni interi, come se qualcuno avesse scritto un Bignami di quanto accaduto e poi avesse staccato tutte le pagine e le avesse mischiate ottenendone un mazzo di carte. Mentre guido verso la scuola, ascoltando gli Skunk Anansie, il banco decide quali carte devo guardare, e io tiro dei bilanci sulla mia vita sentimentale che spesso mi lasciano, più che triste, allibita.
Oggi mi é uscita una mano particolarmente sfortunata. Ma è normale, perché se lui non c'è è tutto difficile, e me ne accorgo meglio di prima visto che lui c'è molto di più. Perché adesso la coperta, anche se è cortissima, abbiamo imparato a tirarla fino a coprire le dita dei piedi, e mi sono abituata a questo tepore, alle sue mani che la notte mi trovano, alle sue assenze punteggiate di messaggi WhatsApp, a non controllare ossessivamente gli accessi sul telefono e ad aspettare da due a quarantotto ore per avere la risposta vera alle mie proposte, che molto più spesso del previsto è un sì, basta che io non mi agiti mentre aspetto.
Mi sono abituata anche a molto altro. E non è sempre cosa buona, comunque era evidentemente cosa necessaria. Sto. Come dicevamo tre anni fa con la Frenci: "E quindi?" "Quindi niente...sto". Come ho risposto al Magnifico quella terrificante volta in cui mi ha chiuso nello stanzino del caffè: "Come stai, tu?" "Sto."
Che non è mentire. Mentire sarebbe dire "Bene".
Non è neanche rispondere. Non esiste quasi più nessuno a cui io risponda davvero quel che penso, a meno che non sia mio amico da oltre vent'anni o che non sia laureato in psicologia e seduto dietro una scrivania. Faccio all'incirca tre eccezioni l'anno, via messaggio, rispondendo qualcosa di molto vicino al vero quando arrivano segnali dai pianeti distanti su cui viaggia, lontanissimo da qui, la creatura venuta dallo spazio. Lascia il tempo che trova e non toglie più il sonno ed il fiato, ma è ancora piacevole, meglio senz'altro che incontrarsi per caso e vedere il rimpianto per tutti gli errori fatti passare negli occhi di entrambi.
Potrei, in effetti, sedermi sul bagnasciuga e lasciare che queste onde che non fanno male ogni tanto mi tocchino, che il sale si incrosti sulla pelle, che il sole tramonti e sorga, senza troppa agitazione. La verità è che funziona tutto molto bene finché lavoriamo, ma le vacanze mi fanno un po' paura. Non so mai se l'Uomo voglia passarle con me. Poi mi abituo allo stare senza fretta dei giorni di ferie, ma soprattutto dell'Uomo che non scappa più, e allora tornare al lavoro mi pesa orribilmente. Di fondo, il punto è che ho disimparato a guardare in prospettiva: ogni giorno è un universo in cui può succedere di tutto, ormai ne sono assolutamente certa, però questo modo di vedere, che mi ha permesso di non morire, è anche limitante, a volte francamente spaventoso, come oggi. Oggi che è ferie ma io non ho qui lui, e quindi sto come se fossi in piedi nel parcheggio di Scuolina Rosa, altro posto evidentemente maledetto dagli dèi, e non sapessi se sto entrando a far lezione o uscendo per andare a casa.
Da qualche parte bisognerà cominciare, anche oggi. E intanto nella mia testa si smazzano le carte con tutti i fotogrammi di situazioni e persone degli ultimi anni, e poi mi guardo come sono ora, e penso: trova le differenze.
Stamattina ho aperto gli occhi e mi sono sentita come in uno di quei cartoon in cui al personaggio arriva in testa un pianoforte dal terzo piano di un palazzo. Baaaam, l'angoscia.
È che non so da dove iniziare. Potrei scendere dal letto e farmi la tinta. Oppure andare in ufficio e smistare e correggere pacchi di prove. Oppure fare yoga. Oppure uscire a camminare. Oppure starmene a letto. Oppure piangere. Ma anche ridere di gusto, come ieri sera alla cena con le colleghe. Con la Pallida, la Bottadicoca e la Caramella abbiamo un sodalizio bellissimo che riesce addirittura a vincere la nostra proverbiale resistenza a uscire. La Pallida si schioda da sotto il plaid, lascia il suo bellissimo fidanzato Bovaro sul divano e esce in jeans strappati, la Bottadicoca si schioda dal marito Pallalpiede e dal figlio-cozza e esce in giacca e ombretto perlato, la Caramella mette uno dei suoi leggendari vestitini e avvisa i suoi figli che non ci sarà, poi guarda meglio: non ci sono nemmeno loro.
La più difficile da schiodare da casa, anche se in tacco sette, ovviamente sono io, se c'è l'Uomo. E sono anche quella che rischia di mollare una cena sul più bello perché quella testa di travertino della Princi litiga col Tipello Tenero e scende dalla sua auto di notte in posti improbabili, rifiutandosi di risalirci. Ieri sera si è fatta venire a prendere dal padre della sua migliore amica, visto che l'Uomo era a Genova e io lontana da Asti ben 15 chilometri, e non mi ha nemmeno avvisato perché non voleva disturbare la mia serata fuori. Infatti mi ha chiamato il Tipello stesso preoccupatissimo e molto avvilito. Io l'ho raggiunta a casa e le ho detto che il numero di girarsi e andarsene in piena notte, per cortesia, lo faccia quando avrà la patente e una macchina.
Comunque, tra molte traversie, appunto ieri sera si è fatta vita. E ci voleva, cazzo se ci voleva dopo le placche in gola, la zia in ospedale, le molte settimane di lavoro senza orari per coprire colleghi assenti, e questa botta di caldo che ci ha tutti fiaccati e stravolti anzitempo. Però poi stamattina mi sveglio con un senso di fastidio e realizzo subito il perché: girandomi per abbracciare l'Uomo trovo il comodino, non sono nella mia metà di letto, cazzo che casino c'è in questa stanza, che ore sono? Merda, le sei meno venti, e ora che faccio di me stessa nelle 12 ore che mi separano da lui? E mi piombano addosso come macigni tutti i pensieri, che ultimamente hanno il vizio di ripresentarsi in ordine sparso ma di riguardare gli ultimi tre anni interi, come se qualcuno avesse scritto un Bignami di quanto accaduto e poi avesse staccato tutte le pagine e le avesse mischiate ottenendone un mazzo di carte. Mentre guido verso la scuola, ascoltando gli Skunk Anansie, il banco decide quali carte devo guardare, e io tiro dei bilanci sulla mia vita sentimentale che spesso mi lasciano, più che triste, allibita.
Oggi mi é uscita una mano particolarmente sfortunata. Ma è normale, perché se lui non c'è è tutto difficile, e me ne accorgo meglio di prima visto che lui c'è molto di più. Perché adesso la coperta, anche se è cortissima, abbiamo imparato a tirarla fino a coprire le dita dei piedi, e mi sono abituata a questo tepore, alle sue mani che la notte mi trovano, alle sue assenze punteggiate di messaggi WhatsApp, a non controllare ossessivamente gli accessi sul telefono e ad aspettare da due a quarantotto ore per avere la risposta vera alle mie proposte, che molto più spesso del previsto è un sì, basta che io non mi agiti mentre aspetto.
Mi sono abituata anche a molto altro. E non è sempre cosa buona, comunque era evidentemente cosa necessaria. Sto. Come dicevamo tre anni fa con la Frenci: "E quindi?" "Quindi niente...sto". Come ho risposto al Magnifico quella terrificante volta in cui mi ha chiuso nello stanzino del caffè: "Come stai, tu?" "Sto."
Che non è mentire. Mentire sarebbe dire "Bene".
Non è neanche rispondere. Non esiste quasi più nessuno a cui io risponda davvero quel che penso, a meno che non sia mio amico da oltre vent'anni o che non sia laureato in psicologia e seduto dietro una scrivania. Faccio all'incirca tre eccezioni l'anno, via messaggio, rispondendo qualcosa di molto vicino al vero quando arrivano segnali dai pianeti distanti su cui viaggia, lontanissimo da qui, la creatura venuta dallo spazio. Lascia il tempo che trova e non toglie più il sonno ed il fiato, ma è ancora piacevole, meglio senz'altro che incontrarsi per caso e vedere il rimpianto per tutti gli errori fatti passare negli occhi di entrambi.
Potrei, in effetti, sedermi sul bagnasciuga e lasciare che queste onde che non fanno male ogni tanto mi tocchino, che il sale si incrosti sulla pelle, che il sole tramonti e sorga, senza troppa agitazione. La verità è che funziona tutto molto bene finché lavoriamo, ma le vacanze mi fanno un po' paura. Non so mai se l'Uomo voglia passarle con me. Poi mi abituo allo stare senza fretta dei giorni di ferie, ma soprattutto dell'Uomo che non scappa più, e allora tornare al lavoro mi pesa orribilmente. Di fondo, il punto è che ho disimparato a guardare in prospettiva: ogni giorno è un universo in cui può succedere di tutto, ormai ne sono assolutamente certa, però questo modo di vedere, che mi ha permesso di non morire, è anche limitante, a volte francamente spaventoso, come oggi. Oggi che è ferie ma io non ho qui lui, e quindi sto come se fossi in piedi nel parcheggio di Scuolina Rosa, altro posto evidentemente maledetto dagli dèi, e non sapessi se sto entrando a far lezione o uscendo per andare a casa.
Da qualche parte bisognerà cominciare, anche oggi. E intanto nella mia testa si smazzano le carte con tutti i fotogrammi di situazioni e persone degli ultimi anni, e poi mi guardo come sono ora, e penso: trova le differenze.
martedì 4 aprile 2017
Ci vorrebbe un amico
Prendete una professoressa, giovane q.b., brava q.b., stronza q.b.
Mettetela nella stessa scuola per dieci anni, facendole mantenere il diritto di cattedra grazie a una normalissima e assolutamente legittima ascesa lungo la graduatoria, sudata il giusto. Ma facendole, in modo del tutto inconsapevole e involontario, pestare la coda a un gruppetto di persone che contava su appoggi politici e scambi di favori, e che aveva promesso proprio quella stessa cattedra alla figlia di qualcuno di importante.
Aggiungete una famiglia complicata, molti, molti, molti chilometri, una crisi coniugale coi fiocchi, una figlia adolescente in affido, un alieno seduttore e devastatore di professoresse, la morte improvvisa di un'amica, e dieci anni, appunto, di sbattimento per guadagnarsi una nicchia nella suddetta scuola.
Condite con l'ambizione, probabilmente cretina e ingiustificata, di diventare vicepreside.
Poi uccidete la suddetta professoressa, il 23 maggio del 2015. E se proprio volete fare un figurone coi vostri ospiti, levatele il gatto e il cane per raggiunti limiti di età e salute, e una simbiosi col cugino che, distorta quanto si voglia, l'aveva però mantenuta per un po' in grado di funzionare, a livelli almeno minimi.
Ecco cosa avrete davanti circa due anni dopo la morte della professoressa. Un blog abbandonato a se stesso. Due terze portate all'esame malamente, col programma che fa acqua da tutte le parti e pacchi di prove archiviati dopo una correzione sommaria. Un diploma di maestra di yoga che mantiene debolmente attive le funzioni vitali di una specie di vegetale. Una geisha che fa il pane o la pasta fresca alle cinque e quarantacinque di mattina e non dice più, da mesi, quel che preferirebbe tra uscire e stare a casa, tra guardare un film d'amore e una serie horror, tra andare in montagna e fare una gita al centro commerciale, perché la cosa importante è finalmente diventata solo una, e le priorità, tutte le priorità, anche quelle relative al lavoro ed alla figlia, si sono riscritte in ordine diverso, categorico e chiarissimo.
Improvvisamente si è colto il perché di una sottomissione femminile alla quale per decenni si era opposta una resistenza ideologica, caratteriale e addirittura fisica. Non che nella sottomissione stia la felicità. Ma non è neppure che ci stia l'infelicità. O forse a una morta basta di meno che a una viva. O forse sublimare l'amore per un uomo al punto di incenerirsi permette di rinascere con le ali, come la fenice, come Daenerys Targaryen dal rogo del suo khal. E guardare le cose dall'alto, da molto distante.
Forse.
Fatto sta che devo ancora raccontarvi l'Annus Horribilis di Scuolina Rosa. E questo anno successivo, che per tutto l'istituto è un anno di convalescenza e forse ripresa, pur con qualche sbalzo subitaneo di temperatura e pressione.
Fatto sta, inoltre, che talvolta alla professoressa morta servirebbe scendere dal drago con cui sorvola i cieli e tornare alla semplicità dei pomeriggi in cui scriveva il suo blog. O a riposare distesa sotto gli alberi, nel venticello fresco dell'estate in montagna. O semplicemente fare una chiacchierata con un amico, ma dovrebbe essere un amico nuovo, qualcuno che non la conosce ma a volte la indovina, che a volte si può rimbeccare perché sbaglia nel tentare di inquadrarla, ma abbastanza interessato a conoscerla davvero da fermarsi e insistere: dimmi cosa non ho capito. Abbastanza indipendente, poi, da non lasciarsi etichettare con una definizione, abbastanza paziente da aspettare che lei capisca. E superi la confusione dettata dalle di lui innegabili attrattive fisiche, dal fatto che non fa amicizia con un maschio da mille anni, dal fatto che sul lavoro non sappia mai se ci si può fidare.
Incontrare una persona così non poteva che terrorizzare una poveretta consumata dallo stress post traumatico. Ma incontrarlo cinque giorni su sette per mesi, lavorare per forza di cose nella stessa stanza, alla fin fine, ha permesso di scoprire una nuova dimensione del rapporto con un essere umano di sesso maschile e di aspetto attraente. La dimensione di un rapporto con un essere umano, appunto. Adesso la professoressa morta è contenta di non aver seguito il consiglio delle blogamiche, benintenzionate peraltro, in quanto consce della sua situazione di vita apparente, e di non essere saltata addosso al Magnifico. Una volta stabilito che persino nelle ristrette dimensioni del fatidico stanzino del caffè, che già fu galeotto tre anni fa, l'Uomo non viene oltraggiato né tradito, la povera fenice spennacchiata ogni tanto va ad appollaiarsi all'ombra di questo amichevole, flessuoso salice piangente e sta un po' lì, pare con reciproco beneficio.
Ce n'è stato abbastanza per sudare di spavento. Ma adesso si capisce che in questo strano mondo parallelo, dove i morti e i vivi camminano vicini, la fiducia non è assente e il finale non è scontato.
Non è un cattivo bilancio. Da morti si vedono più cose, dicevo appunto sopra. E la curiosità di imparare, anche se io sono Penelope, ce l'ho forte quanto Ulisse.
Che, tra parentesi, ora vado a svegliare. A Itaca è ora del caffé.
Mettetela nella stessa scuola per dieci anni, facendole mantenere il diritto di cattedra grazie a una normalissima e assolutamente legittima ascesa lungo la graduatoria, sudata il giusto. Ma facendole, in modo del tutto inconsapevole e involontario, pestare la coda a un gruppetto di persone che contava su appoggi politici e scambi di favori, e che aveva promesso proprio quella stessa cattedra alla figlia di qualcuno di importante.
Aggiungete una famiglia complicata, molti, molti, molti chilometri, una crisi coniugale coi fiocchi, una figlia adolescente in affido, un alieno seduttore e devastatore di professoresse, la morte improvvisa di un'amica, e dieci anni, appunto, di sbattimento per guadagnarsi una nicchia nella suddetta scuola.
Condite con l'ambizione, probabilmente cretina e ingiustificata, di diventare vicepreside.
Poi uccidete la suddetta professoressa, il 23 maggio del 2015. E se proprio volete fare un figurone coi vostri ospiti, levatele il gatto e il cane per raggiunti limiti di età e salute, e una simbiosi col cugino che, distorta quanto si voglia, l'aveva però mantenuta per un po' in grado di funzionare, a livelli almeno minimi.
Ecco cosa avrete davanti circa due anni dopo la morte della professoressa. Un blog abbandonato a se stesso. Due terze portate all'esame malamente, col programma che fa acqua da tutte le parti e pacchi di prove archiviati dopo una correzione sommaria. Un diploma di maestra di yoga che mantiene debolmente attive le funzioni vitali di una specie di vegetale. Una geisha che fa il pane o la pasta fresca alle cinque e quarantacinque di mattina e non dice più, da mesi, quel che preferirebbe tra uscire e stare a casa, tra guardare un film d'amore e una serie horror, tra andare in montagna e fare una gita al centro commerciale, perché la cosa importante è finalmente diventata solo una, e le priorità, tutte le priorità, anche quelle relative al lavoro ed alla figlia, si sono riscritte in ordine diverso, categorico e chiarissimo.
Improvvisamente si è colto il perché di una sottomissione femminile alla quale per decenni si era opposta una resistenza ideologica, caratteriale e addirittura fisica. Non che nella sottomissione stia la felicità. Ma non è neppure che ci stia l'infelicità. O forse a una morta basta di meno che a una viva. O forse sublimare l'amore per un uomo al punto di incenerirsi permette di rinascere con le ali, come la fenice, come Daenerys Targaryen dal rogo del suo khal. E guardare le cose dall'alto, da molto distante.
Forse.
Fatto sta che devo ancora raccontarvi l'Annus Horribilis di Scuolina Rosa. E questo anno successivo, che per tutto l'istituto è un anno di convalescenza e forse ripresa, pur con qualche sbalzo subitaneo di temperatura e pressione.
Fatto sta, inoltre, che talvolta alla professoressa morta servirebbe scendere dal drago con cui sorvola i cieli e tornare alla semplicità dei pomeriggi in cui scriveva il suo blog. O a riposare distesa sotto gli alberi, nel venticello fresco dell'estate in montagna. O semplicemente fare una chiacchierata con un amico, ma dovrebbe essere un amico nuovo, qualcuno che non la conosce ma a volte la indovina, che a volte si può rimbeccare perché sbaglia nel tentare di inquadrarla, ma abbastanza interessato a conoscerla davvero da fermarsi e insistere: dimmi cosa non ho capito. Abbastanza indipendente, poi, da non lasciarsi etichettare con una definizione, abbastanza paziente da aspettare che lei capisca. E superi la confusione dettata dalle di lui innegabili attrattive fisiche, dal fatto che non fa amicizia con un maschio da mille anni, dal fatto che sul lavoro non sappia mai se ci si può fidare.
Incontrare una persona così non poteva che terrorizzare una poveretta consumata dallo stress post traumatico. Ma incontrarlo cinque giorni su sette per mesi, lavorare per forza di cose nella stessa stanza, alla fin fine, ha permesso di scoprire una nuova dimensione del rapporto con un essere umano di sesso maschile e di aspetto attraente. La dimensione di un rapporto con un essere umano, appunto. Adesso la professoressa morta è contenta di non aver seguito il consiglio delle blogamiche, benintenzionate peraltro, in quanto consce della sua situazione di vita apparente, e di non essere saltata addosso al Magnifico. Una volta stabilito che persino nelle ristrette dimensioni del fatidico stanzino del caffè, che già fu galeotto tre anni fa, l'Uomo non viene oltraggiato né tradito, la povera fenice spennacchiata ogni tanto va ad appollaiarsi all'ombra di questo amichevole, flessuoso salice piangente e sta un po' lì, pare con reciproco beneficio.
Ce n'è stato abbastanza per sudare di spavento. Ma adesso si capisce che in questo strano mondo parallelo, dove i morti e i vivi camminano vicini, la fiducia non è assente e il finale non è scontato.
Non è un cattivo bilancio. Da morti si vedono più cose, dicevo appunto sopra. E la curiosità di imparare, anche se io sono Penelope, ce l'ho forte quanto Ulisse.
Che, tra parentesi, ora vado a svegliare. A Itaca è ora del caffé.
domenica 19 marzo 2017
Lettera a mio padre
Caro
papà,
buona
festa. Immagino tu stia benissimo, lassù sul prato in mezzo
all'achillea e ai cespugli di rosa canina, col tuo zaino sotto la
testa, la borraccia appoggiata al fianco e il cappellino di tela
calato sugli occhi.
Come
saprai, la mamma sta bene, e per fortuna ha cambiato idea ed è
tornata, con orari un po' più umani, a fare volontariato dai Bimbi
Sperduti. Regna incontrastata sulla sua bellissima casa dalle pareti
gialline, insieme alla vostra gatta, e sono sicura che ti pensa ogni
giorno dopo pranzo, quando la spazzola, perchè quella era una delle
molte cose che facevate insieme, con la pioggia o col sole, da anni.
Ha cambiato colore di capelli, ma i suoi occhi sono sempre così
azzurri. Saresti sorpreso di vedere che andiamo tanto d'accordo io e
lei adesso, e forse ancora più sorpreso di vedere che, quando
litighiamo, più o meno una volta all'anno ormai, ci mettiamo la
stessa identica violenza di prima. Il che, ora che praticamente non
litigo più con nessuno, mi fa sentire stranissima.
La
ragazzina che hai visto tre volte, quella con gli occhi scurissimi e
intelligenti, è di là in camera sua, ma ormai è una donna. Saresti
molto soddisfatto di vedere come sa essere elegante (quando vuole...)
e che passione ci mette in quel che fa. Prende dei bei voti, adesso,
tra l'altro. E forse farà l'università. Le faccio studiare io le
materie scientifiche, chimica, biologia, igiene. Ci metto molto
impegno, mi piace pensare che tra qualche anno potrebbe essere in
corsia negli stessi corridoi dove hai lavorato tu. Ma se non dovesse
essere così, sappi che, comunque, da te, per forza di cose
attraverso di noi, ha preso lo stesso. A volte mi sorprende con frasi
che potresti dire tu. Ha quasi lo stesso tono di voce. Dio, quanto vi
sareste piaciuti.
A
me ha fatto sputare sangue, eh. Se esistesse ancora la possibilità
di venire a sedersi accanto alla tua scrivania nello studiolo
d'angolo, sarei sempre lì a raccontarti di quanto mi fa incazzare,
soffrire, preoccupare, e scoppiare d'orgoglio al tempo stesso.
No,
non è vero. Se esistesse ancora la possibilità di venire a sedersi
lì da te, di pomeriggio o dopo cena, negli ultimi anni ti avrei
parlato quasi solo dell'Uomo. Ma menomale che non c'eri, papà, a
vedere i casini che combinavamo io e lui. Ti ha nominato più volte,
gli sarebbe servito parlarti, e lo sa. E' venuto anche a trovarti al
cimitero. Più spesso di me, che negli ultimi anni proprio non avevo
il coraggio di farmi vedere, troppi sensi di colpa, troppe cose che
sono andate diversamente da come avremmo pensato.
Mi
avresti fatto ragionare, mi avresti detto di smetterla, papà,
all'inizio di tutto questo disastro, e avresti avuto ragione. Forse
ti avrei anche dato retta. Sulla fedeltà sei sempre stato
categorico, e avevi ragione anche su quello. Non so se avrei potuto
parlarti di quel che è successo tra noi, perchè la terra incognita
che è il matrimonio una volta rotta la monogamia è una landa
bruciata dalle radiazioni, dove tu non ti sei mai mosso, mentre io e
alcune tra le persone a me più care stiamo appunto lottando per
sopravviverci. Ma di sicuro, se avessi trovato il coraggio di dirti
cosa provavo, avresti detto una o due frasi che si sarebbero scolpite
nella roccia per sempre, e mi avresti dato un perno su cui
appoggiarmi per svoltare. Solo che dubito che te ne avrei parlato,
davvero. Troppa vergogna. Adesso potrei dirti tutto, ma non serve.
Adesso c'è questo pensiero di minimizzare il più possibile il
dolore, non solo il mio, ma anche quello degli altri. Credo che ti
risparmierei. Ho tentato di risparmiare la mamma, ma era inevitabile
che sapesse. Ha tenuto duro lei per due, per tre, per quattro, quando
di me, della Princi e dell'Uomo non si vedeva più che un mucchietto
di stracci sporchi. Credo che ci fosse un po' anche del tuo stile nel
suo modo di reagire, ma molte cose le ha capite perchè è lei, tu
avresti detto e fatto diversamente.
Però
ci sono tante altre cose che vorrei che vedessi. Sanguedelmiosangue
che lavora per me e gestisce ormai da solo un sacco di tutte quelle
questioni di cui ti occupavi tu: dalle assemblee di condominio ai
lavori di ristrutturazione. Le mie nuove amiche dello yoga. La nostra
nuova gattina. Il foglio che dice che sono in consiglio di istituto.
I ragazzi di seconda, ex terribile seconda B, che mi aspettano
educatamente seduti al loro posto quando suona la campanella. Le
persone di cui mi fido per le questioni di affari. Le amiche di
sempre e i loro bambini che crescono sempre più belli e
intelligenti. La struttura in cui abbiamo messo la Zia Buona, che sì,
è una casa di riposo, ma sembra un hotel per anziani eleganti. La
dolcezza con cui la trattano. La cura con cui stiamo smistando la
roba in casa delle zie per ristrutturarla, e teniamo i ricordi di
famiglia, dalla bandiera del Regno alle sottovesti maliziose della
Zia Bella, dai tailleurini eleganti della Zia Buona al velo da messa
della bisnonna. E naturalmente i tuoi libri, il tuo fioretto, le
siringhe in vetro, i regali dei tuoi pazienti.
Io
non so come andrà a finire qui, papà. Ci sono così tante cose che
non dipendono più da me. Non so per quanto tempo durerò, ma
cercherò di lasciare tutto in ordine, per loro e per chi verrà
dopo, come avresti fatto tu, se mai, nella tua intera esistenza, ti
avesse sfiorato seriamente per un istante il pensiero che anche i
Titani potessero doversi arrendere. Crediamo tutti che tu ti sia reso
conto di poter essere davvero sconfitto solamente negli ultimi
quindici giorni. Io non sono un Titano, papà. Io mi preparo a
perdere in qualsiasi momento, perchè vincere, soprattutto se si
tratta di vincere da sola, non mi interessa più. Ma se perdo, devo a
te, alla mamma e alle zie di saperlo fare con un minimo di eleganza.
A volte penso che mi resteranno solo i tre melograni in fondo al
prato, quelli che tu non hai permesso al giardiniere di tagliare
perchè mi piacevano tanto, e che forse un giorno perderò anche
quelli. Ma a volte mi sorprendo a parlare con la tua voce, o vedo il tuo sguardo, come se non te ne fossi
mai andato. E tiro su la testa. Io non mollo. Dopotutto, sono la figlia di un
Titano.
giovedì 23 febbraio 2017
Is that me?
A volte mi alzo al mattino con la netta sensazione di stupore di chi è stato sbalzato via dalla sua vita e proiettato in quella di un altro.
Deve essere questo che succede a chi viene messo nel programma protezione testimoni. Via da tutto, una nuova biografia da imparare a memoria. Un ambiente diverso. Il passato dietro, per sempre. Il vuoto davanti. Libertà. Paura.
Guardo la mia vita e non mi sembra abbia nulla a che fare con la me di tre anni fa. Certo mi sono scelta io queste persone, questo lavoro, questa città, questi animali, questi amici. Ma.
La giornata comincia con un fortissimo rumore di fusa, ma non è più un magro piccolo mahatma grigio che viene in bagno con me, è una fochetta cicciottella prevalentemente color panna.
In cucina c'è ancora la tigrotta a righe rosse che miagola, ma nessun piccolo coyote puzzolente esce più stiracchiandosi e mugolando dall'angolo dietro la porta.
Niente guinzaglio da prendere. Come sempre faccio colazione da sola, spesso in chat con Agatha nel gelido nord(*1). O con il Grande Pagliaccio che a quell'ora sta uscendo per andare al capolinea del bus in una Genova sempre più umida e ventosa (*2).
Sveglio la Princi, la porto a scuola. Arrivo in sala prof e mi trucco seduta al mio posto d'angolo. Faccio lezione. Molti, troppi giorni ho da fare a scuola anche al pomeriggio, ma spesso invece di mangiare al baretto rientro, cucino, lascio tutto pronto alla truppa, poi corro via mentre la Princi e l'Uomo riconvergono verso casa. Scuolina Rosa risputa fuori quel che resta di me alle 17,10, o alle 19,00, o a volte anche dopo.
C'è la spesa, ci sono da lavare i capelli, ci sono tre o quattro mail o telefonate obbligatorie. C'è lo yoga. Tanto, e sempre più avanzato. C'è da decidere chi cena dove. La Princi spesso fuori col Tipello. Io e l'Uomo a casa, o al giap, o in pizzeria. O io sola sul divano.
Ci sono ore e ore di serie tv da vedere sul divano. A volte mano nella mano. A volte no. Ci sono le ore di buio. Io amo le ore di buio con lui.
La mia nuova famiglia conta la perdita di un padre (*3), un gatto, un cane, una sorella(*4), una strega (*5), un ex fidanzato di cui non mi sento più di fidarmi, quasi totalmente della Zia Buona che non parla praticamente più(*6), e l'aggiunta di una vice madre, di una Fraulein(*7), di un'amica nordica, un genero, una gattina, un gemello misterioso che a giugno tornerà nel limbo dei colleghi precari dopo avere per otto mesi affiancato il mio lavoro e il mio umore come un riflesso nell'acqua (*8), di Guru Cri (*9), delle Ananda Amiche, dei Maestri Guru del corso istruttori, del gruppo whatsappico e di cenette formato da colleghe o ex tali, Caramella - Pallida - Bottadicoca.
Poi le cose, e le persone, che non si mettono in discussione. Some things you just don't question. Madre. Cugino. Marito. Figlia. Amiche storiche intoccabili. Gatta. Gigante. Classi. Campanile di Paesino di Sogno. Psicofata. Stradina nel bosco. Silenzio.
Ma così tutto diverso e lontano, perché diversa e lontana sono io.
Per ritrovarmi devo andare a Via del Golf 13, a Misselthwaite Manor, o in cima a qualche collina del Monferrato. E quando arrivo, non mi ci trovo.
Perché metà di me non è con me. E un altro quarto è sparpagliato sulla statale.
Il quarto restante si alza e battaglia. Alla sera si raggomitola, fa il criceto, e dorme. Tornano gli altri tre quarti, allora. Nei sogni.(*10)
(*1) "Caffè."
(*2) "Non ti farei mai del male"
(*3) "È faticoso" - "Sì"
(*4) senza commento
(*5) anche su questa eviterei chiose
(*6) "Non è giusto"
(*7) "Stiamo ai primi danni"
(*8) "Ma come stai, tu?"
(*9) "Come va?" "Ah, io ho dormito"
(*10) "Stanotte russicchiavi." "Ma scusa, scuotimi, svegliami, io mi giro e smetto." "No." "Perché no?" "No, tu devi dormire."
Deve essere questo che succede a chi viene messo nel programma protezione testimoni. Via da tutto, una nuova biografia da imparare a memoria. Un ambiente diverso. Il passato dietro, per sempre. Il vuoto davanti. Libertà. Paura.
Guardo la mia vita e non mi sembra abbia nulla a che fare con la me di tre anni fa. Certo mi sono scelta io queste persone, questo lavoro, questa città, questi animali, questi amici. Ma.
La giornata comincia con un fortissimo rumore di fusa, ma non è più un magro piccolo mahatma grigio che viene in bagno con me, è una fochetta cicciottella prevalentemente color panna.
In cucina c'è ancora la tigrotta a righe rosse che miagola, ma nessun piccolo coyote puzzolente esce più stiracchiandosi e mugolando dall'angolo dietro la porta.
Niente guinzaglio da prendere. Come sempre faccio colazione da sola, spesso in chat con Agatha nel gelido nord(*1). O con il Grande Pagliaccio che a quell'ora sta uscendo per andare al capolinea del bus in una Genova sempre più umida e ventosa (*2).
Sveglio la Princi, la porto a scuola. Arrivo in sala prof e mi trucco seduta al mio posto d'angolo. Faccio lezione. Molti, troppi giorni ho da fare a scuola anche al pomeriggio, ma spesso invece di mangiare al baretto rientro, cucino, lascio tutto pronto alla truppa, poi corro via mentre la Princi e l'Uomo riconvergono verso casa. Scuolina Rosa risputa fuori quel che resta di me alle 17,10, o alle 19,00, o a volte anche dopo.
C'è la spesa, ci sono da lavare i capelli, ci sono tre o quattro mail o telefonate obbligatorie. C'è lo yoga. Tanto, e sempre più avanzato. C'è da decidere chi cena dove. La Princi spesso fuori col Tipello. Io e l'Uomo a casa, o al giap, o in pizzeria. O io sola sul divano.
Ci sono ore e ore di serie tv da vedere sul divano. A volte mano nella mano. A volte no. Ci sono le ore di buio. Io amo le ore di buio con lui.
La mia nuova famiglia conta la perdita di un padre (*3), un gatto, un cane, una sorella(*4), una strega (*5), un ex fidanzato di cui non mi sento più di fidarmi, quasi totalmente della Zia Buona che non parla praticamente più(*6), e l'aggiunta di una vice madre, di una Fraulein(*7), di un'amica nordica, un genero, una gattina, un gemello misterioso che a giugno tornerà nel limbo dei colleghi precari dopo avere per otto mesi affiancato il mio lavoro e il mio umore come un riflesso nell'acqua (*8), di Guru Cri (*9), delle Ananda Amiche, dei Maestri Guru del corso istruttori, del gruppo whatsappico e di cenette formato da colleghe o ex tali, Caramella - Pallida - Bottadicoca.
Poi le cose, e le persone, che non si mettono in discussione. Some things you just don't question. Madre. Cugino. Marito. Figlia. Amiche storiche intoccabili. Gatta. Gigante. Classi. Campanile di Paesino di Sogno. Psicofata. Stradina nel bosco. Silenzio.
Ma così tutto diverso e lontano, perché diversa e lontana sono io.
Per ritrovarmi devo andare a Via del Golf 13, a Misselthwaite Manor, o in cima a qualche collina del Monferrato. E quando arrivo, non mi ci trovo.
Perché metà di me non è con me. E un altro quarto è sparpagliato sulla statale.
Il quarto restante si alza e battaglia. Alla sera si raggomitola, fa il criceto, e dorme. Tornano gli altri tre quarti, allora. Nei sogni.(*10)
(*1) "Caffè."
(*2) "Non ti farei mai del male"
(*3) "È faticoso" - "Sì"
(*4) senza commento
(*5) anche su questa eviterei chiose
(*6) "Non è giusto"
(*7) "Stiamo ai primi danni"
(*8) "Ma come stai, tu?"
(*9) "Come va?" "Ah, io ho dormito"
(*10) "Stanotte russicchiavi." "Ma scusa, scuotimi, svegliami, io mi giro e smetto." "No." "Perché no?" "No, tu devi dormire."
domenica 5 febbraio 2017
La biblioteca
Sognò di svegliarsi e uscire dalla camera buia senza aprire le imposte. Non riusciva a capire dalla luce esterna che ora fosse del giorno, ma sembrava tardi. Pomeriggio, forse. Le persiane della sala erano in parte rotte e lasciavano filtrare una luce dorata, calda, in cui danzava la polvere.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
sabato 28 gennaio 2017
Chi si ferma è perduto
Dopo aver imparato a vincere le resistenze del corpo, il dolore, la fatica, dopo aver perso peso, migliorato la prestazione, perfezionato la tecnica, per ogni atleta viene il momento difficile. Il mantenimento.
Quando nevischia ma devi uscire a correre lo stesso. Quando il ciclo non ti dà tregua ma la pista è lì davanti.
Quando il naso, le tempie e le orecchie ti pulsano pieni di orrendi fluidi e le spalle sono dolenti, ma il tappetino da yoga è steso a terra ed ora è il momento di chaturanga dandasana.
O semplicemente quando è sabato mattina e a letto si sta così bene.
Ecco, io adesso non devo sedermi. Nemmeno se questo inverno è lunghissimo e se qualcosa, all'alba del mio 42esimo anno di vita, mi ricorda che ogni 7 anni il nostro metabolismo fa dei salti evolutivi.
Nemmeno se lo stato di malessere da influenza dell'Uomo sta durando tre settimane e il mio è durato altrettanto.
Nemmeno se andare a camminare senza prendere il guinzaglio e senza sentire le unghiette del piccolo chien sull'asfalto vicino a me è triste.
Nemmeno se a volte mi perdo a fantasticare di altre vite che, già lo sappiamo perché ci siamo passati attraverso, non sono la mia.
Ieri sera Guru Cri ci ha fatto estrarre una carta con un intento. A me è uscito "comprensione" e ho detto: mi sembrava di essere stata sufficientemente comprensiva negli ultimi due anni. E lei: comprensione per te stessa, forse. E io: ma dai, mi voglio abbastanza bene io, ormai.
Però alla fine della lezione, una lezione con molte e molte fantasie che mi attraversavano la mente, ci ho ripensato. È vero che devo capirmi.
Forse (e ho detto FORSE) sono arrivata a qualcosa di quello che tanto desideravo, per cui ho tanto lottato. Ma ora devo capire come starci dentro. Tutta. Io, i miei ormoni che talvolta vengono speronati di lato e sbandano, il mio corpo che comprende di dover di nuovo cambiare, il mio modo di lavorare, i miei progetti nuovi ma costantemente simili a se stessi.
Ho cominciato quattro nuovi corsi. Due post formazione yoga, uno di riflessologia plantare, uno di ashtanga vinyasa. Le classi sono in un momento di grazia in cui non si può assolutamente abbassare la guardia, e tra 10 giorni iniziano latino ed il potenziamento. La figlia inizia lo stage. Devo tenere dietro a cinque diversi lavori di ristrutturazione nelle proprietà di famiglia, di cui tre piccoli ma rognosi e due veramente grossi. Chiudo una causa con un bastardo che é iniziata sei anni fa. E devo davvero decidermi ad andare dal dentista e iniziare un altro anno e mezzo di lavori.
E poi c'è lui. La mia nuova vita con lui. Di cui non so assolutamente cosa pensare, che non so come gestire, ma che a volte mi fa pensare che sedici anni siano spariti dietro di noi, e queste siano le prime settimane di cauta ed incerta gioia nel vedersi.
Non è il momento di sedersi. No no.
Quando nevischia ma devi uscire a correre lo stesso. Quando il ciclo non ti dà tregua ma la pista è lì davanti.
Quando il naso, le tempie e le orecchie ti pulsano pieni di orrendi fluidi e le spalle sono dolenti, ma il tappetino da yoga è steso a terra ed ora è il momento di chaturanga dandasana.
O semplicemente quando è sabato mattina e a letto si sta così bene.
Ecco, io adesso non devo sedermi. Nemmeno se questo inverno è lunghissimo e se qualcosa, all'alba del mio 42esimo anno di vita, mi ricorda che ogni 7 anni il nostro metabolismo fa dei salti evolutivi.
Nemmeno se lo stato di malessere da influenza dell'Uomo sta durando tre settimane e il mio è durato altrettanto.
Nemmeno se andare a camminare senza prendere il guinzaglio e senza sentire le unghiette del piccolo chien sull'asfalto vicino a me è triste.
Nemmeno se a volte mi perdo a fantasticare di altre vite che, già lo sappiamo perché ci siamo passati attraverso, non sono la mia.
Ieri sera Guru Cri ci ha fatto estrarre una carta con un intento. A me è uscito "comprensione" e ho detto: mi sembrava di essere stata sufficientemente comprensiva negli ultimi due anni. E lei: comprensione per te stessa, forse. E io: ma dai, mi voglio abbastanza bene io, ormai.
Però alla fine della lezione, una lezione con molte e molte fantasie che mi attraversavano la mente, ci ho ripensato. È vero che devo capirmi.
Forse (e ho detto FORSE) sono arrivata a qualcosa di quello che tanto desideravo, per cui ho tanto lottato. Ma ora devo capire come starci dentro. Tutta. Io, i miei ormoni che talvolta vengono speronati di lato e sbandano, il mio corpo che comprende di dover di nuovo cambiare, il mio modo di lavorare, i miei progetti nuovi ma costantemente simili a se stessi.
Ho cominciato quattro nuovi corsi. Due post formazione yoga, uno di riflessologia plantare, uno di ashtanga vinyasa. Le classi sono in un momento di grazia in cui non si può assolutamente abbassare la guardia, e tra 10 giorni iniziano latino ed il potenziamento. La figlia inizia lo stage. Devo tenere dietro a cinque diversi lavori di ristrutturazione nelle proprietà di famiglia, di cui tre piccoli ma rognosi e due veramente grossi. Chiudo una causa con un bastardo che é iniziata sei anni fa. E devo davvero decidermi ad andare dal dentista e iniziare un altro anno e mezzo di lavori.
E poi c'è lui. La mia nuova vita con lui. Di cui non so assolutamente cosa pensare, che non so come gestire, ma che a volte mi fa pensare che sedici anni siano spariti dietro di noi, e queste siano le prime settimane di cauta ed incerta gioia nel vedersi.
Non è il momento di sedersi. No no.
lunedì 9 gennaio 2017
Un senso di squilibrio, e poi boh
Anche quest'anno abbiamo quindi concluso le vacanze di Natale, e direi menomale, perché ci sono stati molti alti e molti bassi, parecchie paturnie e qualche sclero.
Io in particolare sono stata malata a lungo, non avevo voglia di far niente fuorché dormire, anzi l'espressione esatta è stata: la mattina dormirei perché si sta bene a letto, al pomeriggio dormirei perché non ho niente da fare, alla sera dormirei perché ho freddo...
Ma soprattutto c'era questo senso che qualcosa fosse profondamente squilibrato. Dei molti programmi che avevo, tra cui ristrutturare dei pezzi di casa, comprare il divano nuovo la lampada per il salotto i mobili per la camera da letto, nulla fu. Terme no. Montagna no. Viaggi no. Cinema una volta sola.
In realtà riemergo dall'altra parte delle ferie con un mobiletto per la cucina, che comunque mi sono montata da sola con grande gioia, osservata attentamente dalla piccola Daphne, e pensando che la brugola dell'Ikea è stata uno dei peggiori colpi assestati dall'emancipazione femminile all'autorità maschile.
Poi ho preso soltanto qualche accessorio che serviva in casa, e certo, io con il mio sguardo lungimirante so che avere preso due cuscini per il divano prelude ad un cambio totale di immagine del salotto, comunque sia stasera quando ha telefonato l'elettricista mi sono data per dispersa, ho conigliato e gli ho detto che ne parliamo dopo il mio compleanno di rifare tutto l'impianto elettrico.
Ma so che l'equilibrio, come se ne è andato, può tornare. Ci sono alcuni oggetti simbolici in casa: l'alzata per le torte che mi ha regalato l'Uomo, due calendari, uno con i panda che ho regalato io a lui e l'altro del Piccolo Principe che ha regalato lui a me, appesi uno da una parte e uno dall'altra dello specchio nell'ingresso. Ci sono altri piccoli dettagli che mi fanno pensare che il 2017 farà un po' meno vomitare del 2016, anche se non so su cosa si basi questa sensazione, perché purtroppo non ho prove oggettive che le cose vadano effettivamente meglio. Tranne forse una. Comunque uno dei dettagli che me lo fa pensare è che il nuovo gatto ha dei comportamenti molto simili a quelli del precedente. La piccola superstar per esempio si affaccia alla finestra e guarda quando qualcuno di noi scende a portare la spazzatura. Non è infrequente arrivare a casa e vedere le sue orecchie, puntute e col ciuffetto di pelo nero come quelle delle linci, mentre ci aspetta seduta sul davanzale. Allarga il cuore. Nel dubbio comunque ho cambiato da castano marron glacé a rosso mogano la tinta dei capelli. Rosso mogano prelude ad una fase in cui io mi sento molto io, e considerato che non mi sono più sentita nessuno per tanti mesi, forse è un buon segno anche questo.
Io in particolare sono stata malata a lungo, non avevo voglia di far niente fuorché dormire, anzi l'espressione esatta è stata: la mattina dormirei perché si sta bene a letto, al pomeriggio dormirei perché non ho niente da fare, alla sera dormirei perché ho freddo...
Ma soprattutto c'era questo senso che qualcosa fosse profondamente squilibrato. Dei molti programmi che avevo, tra cui ristrutturare dei pezzi di casa, comprare il divano nuovo la lampada per il salotto i mobili per la camera da letto, nulla fu. Terme no. Montagna no. Viaggi no. Cinema una volta sola.
In realtà riemergo dall'altra parte delle ferie con un mobiletto per la cucina, che comunque mi sono montata da sola con grande gioia, osservata attentamente dalla piccola Daphne, e pensando che la brugola dell'Ikea è stata uno dei peggiori colpi assestati dall'emancipazione femminile all'autorità maschile.
Poi ho preso soltanto qualche accessorio che serviva in casa, e certo, io con il mio sguardo lungimirante so che avere preso due cuscini per il divano prelude ad un cambio totale di immagine del salotto, comunque sia stasera quando ha telefonato l'elettricista mi sono data per dispersa, ho conigliato e gli ho detto che ne parliamo dopo il mio compleanno di rifare tutto l'impianto elettrico.
Ma so che l'equilibrio, come se ne è andato, può tornare. Ci sono alcuni oggetti simbolici in casa: l'alzata per le torte che mi ha regalato l'Uomo, due calendari, uno con i panda che ho regalato io a lui e l'altro del Piccolo Principe che ha regalato lui a me, appesi uno da una parte e uno dall'altra dello specchio nell'ingresso. Ci sono altri piccoli dettagli che mi fanno pensare che il 2017 farà un po' meno vomitare del 2016, anche se non so su cosa si basi questa sensazione, perché purtroppo non ho prove oggettive che le cose vadano effettivamente meglio. Tranne forse una. Comunque uno dei dettagli che me lo fa pensare è che il nuovo gatto ha dei comportamenti molto simili a quelli del precedente. La piccola superstar per esempio si affaccia alla finestra e guarda quando qualcuno di noi scende a portare la spazzatura. Non è infrequente arrivare a casa e vedere le sue orecchie, puntute e col ciuffetto di pelo nero come quelle delle linci, mentre ci aspetta seduta sul davanzale. Allarga il cuore. Nel dubbio comunque ho cambiato da castano marron glacé a rosso mogano la tinta dei capelli. Rosso mogano prelude ad una fase in cui io mi sento molto io, e considerato che non mi sono più sentita nessuno per tanti mesi, forse è un buon segno anche questo.
mercoledì 28 dicembre 2016
Lost on you
Oggi il sole era caldo e dolce.
E c'erano neve e ghiaccio per terra.
Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.
La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.
Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.
Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh
Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.
E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.
"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."
"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."
"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."
"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."
Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?
Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.
Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.
E c'erano neve e ghiaccio per terra.
Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.
La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.
Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.
Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh
Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.
E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.
"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."
"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."
"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."
"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."
Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?
Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.
Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.
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