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martedì 27 giugno 2017

Mornie utulie



"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.

Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.

Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?

Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?

Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?

Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?

Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?

Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?

Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.

May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie 
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now

E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due. 

Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo... 

Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?



venerdì 23 giugno 2017

Non è un problema mio...

Glielo hai detto, strillato, sibilato, scandito, ripetuto fino allo stordimento delle tue corde vocali e dei loro neuroni, che dovevano prenderla sul serio, e mannaggia ragazzi siete in terza, e insomma come ve lo dobbiamo dire che qua non si gioca, e su che tra cinque minuti siete alle superiori e vi fanno vedere loro, e vestitevi decentemente per venire a scuola e rileggete prima di consegnare e fate attenzione e non studiate all'ultimo e ripetete a voce alta.

Poi ti sei richiusa a riccio: ragazzi basta, io quel che dovevo insegnarvi ormai l'ho fatto, siamo alla fine, adesso vediamo cosa fate, praticamente non è più un problema mio.

E sono passati uno per uno. Così hai visto dove era caduto il seme e si era seccato, e dove era caduto e aveva messo un germoglio. Gente che viene all'esame in calzoncini da volley e canottierina, e gente che si presenta in camicia, o vestitino, coi capelli tirati su da donnina perbene, col trucco, con la maglia ultimo grido delle vetrine della Torino bene. Gente che porta una ciofeca di cartellina mezza mangiata dai topi, e gente con progettini di Tecnica ben curati, gente con la ricerchina di Educazione Motoria ancora in brutta con le correzioni della prof a matita, e gente con un piccolo book e in copertina la foto mentre salta un ostacolo o segna un goal. Gente che non distingue Stalin da Giolitti e gente che si studia dei collegamenti autonomi tra le attiviste birmane per i diritti della donna e Emmeline Pankhurst.

Alcuni di cui abbiamo detto in coro: no ma ci ha preso per il culo tre anni, dai, non può uscire con il sette, uffa. E altri per i quali io, la Coordinatrice Carogna, la Regina delle Rompicoglioni che non fa mai un complimento, mi sono alzata per una stretta di mano e il giusto riconoscimento per il bel percorso fatto. Gente che singhiozzava in corridoio dopo, e gente che arrivava sudaticcia ma col sorriso. Un paio di conati di vomito, e uno che chiede di andare in bagno prima di iniziare, ma anche i ragazzi della comunità di solito tanto timidi che prendono in mano la situazione e spiegano con sicurezza le loro slide alla LIM.

Tutti senza eccezione terrorizzati quando dovevano iniziare con me, che chiedevo tre materie senza argomento a scelta, la maggior parte che non aveva studiato abbastanza, qualcuno che sorprendeva piacevolmente per la fluidità del passaggio da un tema all'altro, che poi è la cosa che con me di sicuro devono imparare meglio, o cambiano sezione.

Poi la Gnocca che, quando le stringo la mano e le dico a bassa voce: “E' stato un vero piacere” capisce il seguito della frase: “E' stato un vero piacere avere in classe la tua testa dura come il marmo, vedere il tuo sguardo puntare alla risposta, essere lì quando eri in lacrime, quando eri sicura di te, quando hai smesso di mangiare, quando ti sei mangiata i più bravi della classe con la tua intelligenza e la tua classe, ogni volta che ti sei tagliata i capelli, quando hai fatto impazzire tua madre perchè con la media del nove le hai detto che da grande vuoi fare la tatuatrice, e insomma essere la tua prof per due anni”. E i suoi occhi neri enormi diventano ancora più grandi e si riempiono di stelline e stiamo per piangere, ma la mando via, che il cognome comincia per V ed è l'ultima, siamo stanchi, fanno mille gradi e dobbiamo ancora sentire Satana, che, bocciato due volte sempre dalla sottoscritta, si presenta con quattro materie dopo aver fatto a calci nel culo il progetto scuola lavoro. E non fa il cretino, per venti minuti consecutivi della sua vita, e poi va via guardandomi per la prima volta con sincero affetto, invece che con la solita espressione da stronzo sbruffone. (Sei il suo incubo peggiore, mi ha detto una volta sua madre. Beh, anche lui era il mio.)

La Gnocca andrà all'artistico e invece Carotina, che non è capace, allo scientifico, dove la butteranno fuori. La Regina degli Elfi andrà al linguistico dove non durerà un mese perchè non studia mai, e Mammina all'istituto geometri quando dovrebbe andare al classico. Ma non è un problema mio, giusto?

L'Albarino è il primo a usare il mio numero di telefono per scrivermi, appena si chiude la sessione, ancor prima che io sia arrivata alla mia tanto desiderata doccia: sono stato felice di stare in questa scuola e mi sono trovato benissimo con lei, mi mancherà, verrò a trovarla presto. Quello mi dà il colpo di grazia. Il mio alunno tipo: il calciatore carino, che non ha mai tempo per studiare perchè è troppo impegnato a allenarsi, spostarsi in trasferta e andare a donne, ma poi incontra me e, dopo un po' che me lo lavoro, si sbatte per arrivarmi con la poesia a memoria studiata in modo impeccabile e capire meglio che può i collegamenti tra economia e politica. Oramai, quando arrivano le maestre a presentare i nuovi alunni, e dicono di un maschietto: ah questo non studia, sarebbe anche bravo ma è sempre a calcio, ha in testa solo il pallone... le colleghe scoppiano a ridere e esclamano: questo è della Castagna! Diventerà famoso, ogni tanto (spero non proprio sempre, dai) sbaglierà i congiuntivi e sposerà una velina. Ma non è un problema mio, dicevamo, appunto.

E si avvicinano i saluti con la Proprio Brava di Arte, la Pallida di Inglese, il Magnifico di sostegno, la Spessa di Tecnica, il Genuino di Matematica, e altri che è un peccato lasciare. Giovani, bravi e simpatici. Per mercoledì prossimo, io e il Magnifico che siamo, ahimè, praticamente inseparabili in queste ultime giornate, abbiamo organizzato la cena di fine anno, e sarà indimenticabile, e però sarà poi la penultima volta che ci vedremo e il giorno dopo, al collegio docenti, saluti e buone ferie, e vi auguriamo di trovare una cattedra dove volete, e speriamo di rivedervi (non proprio tutti, no, un paio possono tornare da dove sono venuti, e il Magnifico, se trovasse uno splendido incarico a tempo indeterminato in un posto non troppo scomodo, per esempio, non so, in provincia di Osaka, sarebbe perfetto, così non ci toccherebbe rivederci proprio più e la chiuderemmo lì, che sul serio non è stata facilissima la gestione dell'amicizia, devo dire). Con un'ansia paurosa che ci tocchino persone meno in gamba l'anno prossimo, manco a dirlo la mia prossima terza come punto di riferimento sarà meglio che prenda me, perchè cambiano di nuovo metà dei prof per la trentamilionesima volta, mentre io, che avevo solo Geografia in prima, poi anche Italiano in seconda, adesso mi prenderò anche Storia, e lì si vedrà se mi vogliono davvero così bene. Ma d'altra parte continuiamo a trattare la sezione A come quella dei fighi e le altre come pattumiera, basta vedere come è stata fatta la prossima prima, e se questa è la gestione  fintofurba di tutti i presidi non è un problema mio, anzi, io è lì che mi diverto, nel mandare a bagasce le previsioni delle maestre e dei colleghi delle altre sezioni.

Ah, e a proposito di spiazzare i colleghi, oggi ho firmato la mia prima lode all'esame, per Mickey Mouse e la sua splendida R arrotata. “PRRofessoRRRessa ma se lei fosse stata pRResente alloRRa avRRebbe pRRefeRRIto esseRRe il RRRe di FRRRRancia o l'impeRRatRRRice d'AustRRRRia?” “Mickey, scusa tanto eh, ma io sarei stata la regina d'Inghilterra.” “Ah già, pRRof, è veRo.” Oh Dio questo ragazzino mi mancherà.
Peter Pan, per giorni, prima che finissero le lezioni, mi ha chiesto se mi sarebbe mancato, no prof che io sono il suo alunno preferito, vero o no che il suo preferito l'ha fatta dannare, eh prof. Non sapevo davvero che alcuni di loro ci stessero così male, all'idea di non sentire le mie strida ogni giorno. Di sicuro Peter è un altro per cui la mattina valeva la pena scendere dal letto, anche con trentotto di febbre. Ma non lo sa, che non è lui il mio alunno preferito, e anche se oggi molti di loro avrei voluto tenermeli altri due anni, è stato solo quando l'Adorabile ha varcato la soglia per andarsene che il mio cuore ha distintamente fatto: cric, e si è incrinato. L'Adorabile che dopo essere stato il bambino perfetto, bravo in tutto, primo in tutto, atletico, elegante, indiscutibile, quest'anno ha preso dei cinque, detto a voce alta “non ho studiato”, e dormito sul banco, senza vergogna,durante la lettura integrale di “Rosso Malpelo”. E quindi quando io mi sono alzata e gli ho stretto la mano, invece che sgridarlo per la preparazione non approfondita all'esame e il tema raffazzonato, non se lo aspettava proprio, perchè lui, per definizione, è T. e T. è inappuntabile, se non è inappuntabile là fuori lo aspetta una famiglia che lo fa sentire di merda, ma io ho provato a spiegarlo alla mamma e, se lei non ha capito, non è un problema mio: lui per me è perfetto così.

mercoledì 7 giugno 2017

E si dia inizio alla riflessione sulla scuola, come promesso

Li sto per salutare.

Qualcuno ciondola in classe durante l'intervallo, o mi si appiccica in corridoio. Sanno che sono le ultime ore in cui sarò la loro prof. Lo so anche io, li ho sgridati fino a perdere la voglia di sentire la mia stessa voce, li ho brutalizzati con prove a sorpresa, ho fatto ramanzine di 45 minuti, ho detto di loro che erano regrediti invece di migliorare, li ho minacciati di cose orrende che succederanno alla maggior parte di loro appena metteranno piede alle superiori... e poi gli ho regalato la tripletta di lezioni Freud-Nietzsche, Pascoli-D'Annunzio,  Pirandello-Svevo, che con classi intelligenti non fallisce mai, e infatti loro, a me, hanno regalato una decina di ore di attenzione rapita, inesausta, di osservazioni intelligenti, di domande sensate, di commenti entusiasti.
"Prof, ho la pelle d'oca!!!" ha detto Mammina capendo il problema dell'identità in Pirandello. "Oddio, ma è orrendo!!!" ha detto qualcun altro. "Figata!!!" sui lapsus di Freud. L'Albarino mi ha fatto notare che oggi, invece di dire una parola per un'altra, si invia un sms o si condivide una cosa su WhatsApp alla persona sbagliata... e gli ho risposto che è verissimo, e che io sono campionessa nazionale di figuracce fatte così. L'ultima con il Magnifico, e scusate se è poco, io se mi smerdo mi smerdo dalla testa ai piedi, è un talento naturale.
Ho detto loro di chiudere gli occhi, mentre facevo notare come ne "La sera fiesolana" il cielo al tramonto si trasforma nel viso di una donna con grandi occhi scuri. Brad Pitt non li ha riaperti per alcuni minuti. Si sono bevuti "La pioggia nel pineto" (mannaggia, aveva appena smesso di piovere, stavolta), il caso di Miss Lucy, "Rosso Malpelo" integrale, senza saltare una riga (persino quelli della comunità, che di bambini maltrattati ne sanno qualcosa, ma non avevano mai seguito un'ora e un quarto di letteratura senza neanche il testo davanti).

Quest'anno ero talmente concentrata sul sopravvivere, in bilico tra un matrimonio governato da leggi assurde, una famiglia con mille casini, troppe cose da seguire e la costante, testarda ricerca della felicità, che vedevo solo la fine del programma, delle valutazioni, delle burocrazie sempre più devastanti, sia cartacee che elettroniche... e solo una volta finito di interrogare mi sono finalmente goduta questi momenti, in cui all'improvviso una terza che ha cazzeggiato per otto mesi ha recuperato lo smalto, l'acume, la voglia di capire, che caratterizzava lo stesso gruppo classe in seconda.

Ora me li terrei ancora due settimane solo per coccolarli, parlare con loro uno per uno, gestire le loro ansie nel lasciare il nido. Invece parlerò solo con l'Adorabile, perché ne ha bisogno, e con l'Orientale, perché la bocciamo.

Comunque, stanno per arrivare le mie sudate riflessioni sul modo di insegnare le materie, almeno le mie, a quindici anni dalla mia prima classe e dieci anni dal passaggio in ruolo.

Parto mettendo qui i presupposti su cui baso quanto dirò, e intanto vediamo che dite di quelli, poi io proseguo. Non subito, perché ho finito gli scrutini oggi, e sono sfinita. Ma a breve, in questi venti giorni che mi separano dalle ferie, e da un nuovo importante traguardo: insegnare (finalmente!!!) yoga.

Ecco qua:

Dato di fatto n. 1

I RAGAZZI NON FANNO PIU' I COMPITI A CASA.

Dato di fatto n. 2

I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.

Dato di fatto n. 3

I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.

Dato di fatto n. 4

I RAGAZZI SANNO ANCORA COME SI STUDIA, MA NON SONO PIU' CAPACI DI SPIEGARSI A VOCE.

Dato di fatto n. 5

NON E' CON LA LIM, LE SLIDE E LE PIATTAFORME ONLINE CHE RISOLVEREMO IL PROBLEMA.

Dato di fatto n. 6

I RAGAZZI SONO ANCORA CURIOSI DI COSE BELLE E DIFFICILI



domenica 4 giugno 2017

Ba-boom-a-rang-rang-rang

Cose che tornano indietro. O no.

A volte guardo la tua pagina Pinterest, con una certa amarezza. Sono passati tre anni. Continui a postare cose sul farcela nonostante, sull'essere soli ma forti, sul chiudere fuori dalla tua vita cose e persone, stabilire limiti, rinunciare a rapporti.

Inevitabilmente penso che tu sia ancora molto infelice, inevitabilmente mi chiedo se dopo di me hai chiuso fuori altri, mi chiedo se sei ancora sposata (ma certo che lo sei), mi chiedo se hai avuto un altro figlio (possibile, anche se non te lo auguro), mi chiedo se pensi a quella primavera e quell'estate che ci hanno costrette a fare i conti con noi stesse (è ovvio che ci pensi, se devi continuamente ribadire che non ci stai pensando), se a volte vedi anche tu quel che posto io sul blog o sulle bacheche e ti sei accorta di quante cose sono successe (non direi. Ti fai un credo del saper troncare, se anche leggessi o spiassi le bacheche, non lo ammetteresti mai).

Ti ho pensato ieri sera, perché si sta concretizzando un mio grande sogno, e mi sembra assurdo che tu non lo sappia. Proprio tu.

Però non ti penso quanto avrei creduto all'inizio, quando ti ho perso. Una volta capito che non si parlava di torti o ragioni, che chiedere scusa o domandare spiegazioni era inutile, che ognuna era responsabile delle sue scelte. Sei uscita tu dalla mia vita e mi limito a chiedermi, quello sì abbastanza spesso, se un giorno tornerai. Non ho mai chiuso la porta, non ho mai pensato che eliminare delle persone fosse la soluzione, ho solo provato a capire perché tu dovessi così disperatamente allontanare me. E perché non fosse possibile guardarsi allo specchio e dirsi: ok, va bene tutto, ma non è di Castagna che devo avere paura. Credo di saperlo. E mi dispiace molto, preferirei sbagliarmi. Vivo da quarantun anni di fianco ad una persona che fa come te, so quanto è infelice e sola. Quando penso a questi comportamenti, ho due reazioni. Anzi, tre. Subito, un grande dispiacere per voi, per quelle che sembrano situazioni irreversibili. Poi il ripetermi la ferma promessa che io non farò così. E infine, il sentirmi leggera, anche se così vulnerabile. Potevo costruire muri e bunker per non vedere cosa avevo fatto, per non dovermi confrontare con la verità, con gli altri. Invece ho abbattuto pareti e imparato a vivere con quattro stracci svolazzanti che mi fanno a malapena da tenda.

Tu avrai anche girato il mondo, ma la persona che, restando ferma qui, ha viaggiato di più, in questi tre anni, sono io.  Perché al momento di scegliere tra chiudere e aprire la mente, ho accettato che un bombardamento da più fronti distruggesse ogni riparo, e imparato cose nuove. Come vorrei che tu sapessi quanto si sta bene liberi.



PS
Parte di quanto sopra scritto per te potrebbe applicarsi anche all'Uomo. Ma lui ha già capito. Non so se è possibile il perdono. Ma è possibile lasciar andare la paura. Con la paura se ne va molta rabbia. E io spero che possa succedere anche a te, un giorno, anche se non sarò lì a vedere.




martedì 30 maggio 2017

Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami



Non mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia (oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...

E' che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola, povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a me.
Adesso non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi, intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia, nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.

Tra le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse, otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia? Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e annodarsi.

Altra cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due diversi caffè? E con chi!!!
Ed è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro. Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè” (mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi, tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”, non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.







domenica 23 aprile 2017

Ma parliamo un po' di scuola

Questo non è mai stato veramente un blog per parlare di scuola, nel senso di commentare leggi, editti, prevaricazioni da parte dei politici, strategie didattiche, eventi di interesse scolastico.
Era una piccola finestra da cui potevate spiare situazioni e scenette in alcune delle mie classi. Senz'altro era un punto di vista personale, e in quanto tale poteva risultare adorabile o detestabile, dipendeva da chi si metteva a leggerlo.
Attraverso lo stesso buco nel muro avete spiato la sala prof, i corridoi, i temibili portali verso altre dimensioni che si aprivano nel parcheggio. Avete capito benissimo che lo stanzino del caffè è come l'ascensore di Grey's Anatomy. E ci sono stanze di cui non ho mai parlato, come l'aula di musica, dove si sono consumate scene di intrighi politici, violenza e seduzione degne di Game of Thrones.

Poi avete letto molto, moltissimo di me su queste pagine. Ma assolutamente non tutto.

Adesso è veramente tantissimo che scrivo di rado, e non nomino che di striscio gli alunni e i colleghi, tanto che alcune figure indimenticabili e alcuni momenti epici sono completamente sfuggiti al vostro sguardo. Il tempo era troppo poco. Le ferite troppo recenti. Vi basti sapere che sono arrivate fino al Dio provveditore le sciabolate velenose che mi sono scambiata con quell'infima, volgare ed ignorante creatura che prima ci dirigeva. Ho sudato sette camicie per mantenere il posto che per la TERZA volta hanno cercato di farmi saltare, e stavolta ho rovesciato il banco in testa a chi si fingeva mero esecutore di burocrazia, scomodando sindacati, dividendo la scuola in fazioni e soprattutto strombazzando a voce ALTISSIMA che io sapevo PER CHI e PERCHÉ volevano schiodarmi dalla mia cattedra. È stato tanto difficile che solo da poco ho smesso di avere paura e agitarmi.
Adesso la preside C. è lontana, la DSGA non mi rivolge più la parola fingendo che io sia una macchia sul tappeto, ma io circolo per i miei corridoi senza più guardarmi alle spalle. Alcuni colleghi, tra cui il Magnifico, il Genuino, la Spessa, Into the wild, sono arrivati dopo e non capiscono i non detti. Quelli che li sanno si mantengono neutrali (il Gigante), stanno a prudente distanza (il Troll), o solidarizzano (la Pallida, la Brava Crista). La Preside Chic ha cercato di insinuare la sua voce in una questione che mi riguardava e ha preso una portata in faccia: sulla porta c'era scritto "oltre questa linea siete in territorio di Castagna, adeguatevi". Se lo è tenuto per detto. Poi credo di non esserle antipatica. Ma francamente, direbbe qualcuno, me ne infischio.

Comunque tutto questo preambolo era per dire che di scuola, proprio di scuola in generale, bisogna tornare a parlarne, dopo dieci anni di ruolo e soprattutto dopo le ultime due terze. Perché ci sono delle cose che una volta funzionavano, ma ora non funzionano più. E ci sono delle novità nelle materie, nel modo di lavorare, nella posizione del governo, nelle didattiche, nel contorno che tanto influenza la scuola. E ci sono consapevolezze nuove che vengono a me dall'esperienza, dagli scorni con i colleghi di materie simili, dall'arrivo di colleghi più giovani, da tanti diversi stimoli che ho ricevuto, o che mi sono cercata, in tempi recenti.

È il momento di tirare un bel bilancio e riscrivere i comandamenti interiori che ogni professionista si pone come guida.



sabato 15 aprile 2017

Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni

Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia  mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà,  posso farcela anche oggi, direi.

giovedì 13 aprile 2017

Vacanze di Pasqua day one: trova le differenze

Sì beh, praticamente sta finendo l'anno, qua.

Stamattina ho aperto gli occhi e mi sono sentita come in uno di quei cartoon in cui al personaggio arriva in testa un pianoforte dal terzo piano di un palazzo. Baaaam, l'angoscia.

È che non so da dove iniziare. Potrei scendere dal letto e farmi la tinta. Oppure andare in ufficio e smistare e correggere pacchi di prove. Oppure fare yoga. Oppure uscire a camminare. Oppure starmene a letto. Oppure piangere. Ma anche ridere di gusto, come ieri sera alla cena con le colleghe. Con la Pallida, la Bottadicoca e la Caramella abbiamo un sodalizio bellissimo che riesce addirittura a vincere la nostra proverbiale resistenza a uscire. La Pallida si schioda da sotto il plaid, lascia il suo bellissimo fidanzato Bovaro sul divano e esce in jeans strappati, la Bottadicoca si schioda dal marito Pallalpiede e dal figlio-cozza e esce in giacca e ombretto perlato, la Caramella mette uno dei suoi leggendari vestitini e avvisa i suoi figli che non ci sarà, poi guarda meglio: non ci sono nemmeno loro.
La più difficile da schiodare da casa, anche se in tacco sette, ovviamente sono io, se c'è l'Uomo. E sono anche quella che rischia di mollare una cena sul più bello perché quella testa di travertino della Princi litiga col Tipello Tenero e scende dalla sua auto di notte in posti improbabili, rifiutandosi di risalirci. Ieri sera si è fatta venire a prendere dal padre della sua migliore amica, visto che l'Uomo era a Genova e io lontana da Asti ben 15 chilometri, e non mi ha nemmeno avvisato perché non voleva disturbare la mia serata fuori. Infatti mi ha chiamato il Tipello stesso preoccupatissimo e molto avvilito. Io l'ho raggiunta a casa e le ho detto che il numero di girarsi e andarsene in piena notte, per cortesia, lo faccia quando avrà la patente e una macchina.

Comunque, tra molte traversie, appunto ieri sera si è fatta vita. E ci voleva, cazzo se ci voleva dopo le placche in gola, la zia in ospedale, le molte settimane di lavoro senza orari per coprire colleghi assenti, e questa botta di caldo che ci ha tutti fiaccati e stravolti anzitempo. Però poi stamattina mi sveglio con un senso di fastidio e realizzo subito il perché: girandomi per abbracciare l'Uomo trovo il comodino, non sono nella mia metà di letto, cazzo che casino c'è in questa stanza, che ore sono? Merda, le sei meno venti, e ora che faccio di me stessa nelle 12 ore che mi separano da lui? E mi piombano addosso come macigni tutti i pensieri, che ultimamente hanno il vizio di ripresentarsi in ordine sparso ma di riguardare gli ultimi tre anni interi, come se qualcuno avesse scritto un Bignami di quanto accaduto e poi avesse staccato tutte le pagine e le avesse mischiate ottenendone un mazzo di carte. Mentre guido verso la scuola, ascoltando gli Skunk Anansie, il banco decide quali carte devo guardare, e io tiro dei bilanci sulla mia vita sentimentale che spesso mi lasciano, più che triste, allibita.

Oggi mi é uscita una mano particolarmente sfortunata. Ma è normale, perché se lui non c'è è tutto difficile, e me ne accorgo meglio di prima visto che lui c'è molto di più. Perché adesso la coperta, anche se è cortissima, abbiamo imparato a tirarla fino a coprire le dita dei piedi, e mi sono abituata a questo tepore, alle sue mani che la notte mi trovano, alle sue assenze punteggiate di messaggi WhatsApp, a non controllare ossessivamente gli accessi sul telefono e ad aspettare da due a quarantotto ore per avere la risposta vera alle mie proposte, che molto più spesso del previsto è un sì, basta che io non mi agiti mentre aspetto.

Mi sono abituata anche a molto altro. E non è sempre cosa buona, comunque era evidentemente cosa necessaria. Sto. Come dicevamo tre anni fa con la Frenci: "E quindi?" "Quindi niente...sto". Come ho risposto al Magnifico quella terrificante volta in cui mi ha chiuso nello stanzino del caffè: "Come stai, tu?" "Sto."
Che non è mentire. Mentire sarebbe dire "Bene".
Non è neanche rispondere. Non esiste quasi più nessuno a cui io risponda davvero quel che penso, a meno che non sia mio amico da oltre vent'anni o che non sia laureato in psicologia e seduto dietro una scrivania. Faccio all'incirca tre eccezioni l'anno, via messaggio, rispondendo qualcosa di molto vicino al vero quando arrivano segnali dai pianeti distanti su cui viaggia, lontanissimo da qui, la creatura venuta dallo spazio. Lascia il tempo che trova e non toglie più il sonno ed il fiato, ma è ancora piacevole, meglio senz'altro che incontrarsi per caso e vedere il rimpianto per tutti gli errori fatti passare negli occhi di entrambi.

Potrei, in effetti, sedermi sul bagnasciuga e lasciare che queste onde che non fanno male ogni tanto mi tocchino, che il sale si incrosti sulla pelle, che il sole tramonti e sorga, senza troppa agitazione. La verità è che funziona tutto molto bene finché lavoriamo, ma le vacanze mi fanno un po' paura. Non so mai se l'Uomo voglia passarle con me. Poi mi abituo allo stare senza fretta dei giorni di ferie, ma soprattutto dell'Uomo che non scappa più, e allora tornare al lavoro mi pesa orribilmente. Di fondo, il punto è che ho disimparato a guardare in prospettiva: ogni giorno è un universo in cui può succedere di tutto, ormai ne sono assolutamente certa, però questo modo di vedere, che mi ha permesso di non morire, è anche limitante, a volte francamente spaventoso, come oggi. Oggi che è ferie ma io non ho qui lui, e quindi sto come se fossi in piedi nel parcheggio di Scuolina Rosa, altro posto evidentemente maledetto dagli dèi, e non sapessi se sto entrando a far lezione o uscendo per andare a casa.

Da qualche parte bisognerà cominciare, anche oggi. E intanto nella mia testa si smazzano le carte con tutti i fotogrammi di situazioni e persone degli ultimi anni, e poi mi guardo come sono ora, e penso: trova le differenze.











martedì 4 aprile 2017

Ci vorrebbe un amico

Prendete una professoressa, giovane q.b., brava q.b., stronza q.b.
Mettetela nella stessa scuola per dieci anni, facendole mantenere il diritto di cattedra grazie a una normalissima e assolutamente legittima ascesa lungo la graduatoria, sudata il giusto. Ma facendole, in modo del tutto inconsapevole e involontario, pestare la coda a un gruppetto di persone che contava su appoggi politici e scambi di favori, e che aveva promesso proprio quella stessa cattedra alla figlia di qualcuno di importante.
Aggiungete una famiglia complicata, molti, molti, molti chilometri, una crisi coniugale coi fiocchi, una figlia adolescente in affido, un alieno seduttore e devastatore di professoresse, la morte improvvisa di un'amica, e dieci anni, appunto, di sbattimento per guadagnarsi una nicchia nella suddetta scuola.
Condite con l'ambizione, probabilmente cretina e ingiustificata, di diventare vicepreside.
Poi uccidete la suddetta professoressa, il 23 maggio del 2015. E se proprio volete fare un figurone coi vostri ospiti, levatele il gatto e il cane per raggiunti limiti di età e salute, e una simbiosi col cugino che, distorta quanto si voglia, l'aveva però mantenuta per un po' in grado di funzionare, a livelli almeno minimi.

Ecco cosa avrete davanti circa due anni dopo la morte della professoressa. Un blog abbandonato a se stesso. Due terze portate all'esame malamente, col programma che fa acqua da tutte le parti e pacchi di prove archiviati dopo una correzione sommaria. Un diploma di maestra di yoga che mantiene debolmente attive le funzioni vitali di una specie di vegetale. Una geisha che fa il pane o la pasta fresca alle cinque e quarantacinque di mattina e non dice più, da mesi, quel che preferirebbe tra uscire e stare a casa, tra guardare un film d'amore e una serie horror, tra andare in montagna e fare una gita al centro commerciale, perché la cosa importante è finalmente diventata solo una, e le priorità, tutte le priorità, anche quelle relative al lavoro ed alla figlia, si sono riscritte in ordine diverso, categorico e chiarissimo.

Improvvisamente si è colto il perché di una sottomissione femminile alla quale per decenni si era opposta una resistenza ideologica, caratteriale e addirittura fisica. Non che nella sottomissione stia la felicità. Ma non è neppure che ci stia l'infelicità. O forse a una morta basta di meno che a una viva. O forse sublimare l'amore per un uomo al punto di incenerirsi permette di rinascere con le ali, come la fenice, come Daenerys Targaryen dal rogo del suo khal. E guardare le cose dall'alto, da molto distante.

Forse.

Fatto sta che devo ancora raccontarvi l'Annus Horribilis di Scuolina Rosa. E questo anno successivo, che per tutto l'istituto è un anno di convalescenza e forse ripresa, pur con qualche sbalzo subitaneo di temperatura e pressione.

Fatto sta, inoltre, che talvolta alla professoressa morta servirebbe scendere dal drago con cui sorvola i cieli e tornare alla semplicità dei pomeriggi in cui scriveva il suo blog. O a riposare distesa sotto gli alberi, nel venticello fresco dell'estate in montagna. O semplicemente fare una chiacchierata con un amico, ma dovrebbe essere un amico nuovo, qualcuno che non la conosce ma a volte la indovina, che a volte si può rimbeccare perché sbaglia nel tentare di inquadrarla, ma abbastanza interessato a conoscerla davvero da fermarsi e insistere: dimmi cosa non ho capito. Abbastanza indipendente, poi, da non lasciarsi etichettare con una definizione, abbastanza paziente da aspettare che lei capisca. E superi la confusione dettata dalle di lui innegabili attrattive fisiche, dal fatto che non fa amicizia con un maschio da mille anni, dal fatto che sul lavoro non sappia mai se ci si può fidare.

Incontrare una persona così non poteva che terrorizzare una poveretta consumata dallo stress post traumatico. Ma incontrarlo cinque giorni su sette per mesi, lavorare per forza di cose nella stessa stanza, alla fin fine, ha permesso di scoprire una nuova dimensione del rapporto con un essere umano di sesso maschile e di aspetto attraente. La dimensione di un rapporto con un essere umano, appunto. Adesso la professoressa morta è contenta di non aver seguito il consiglio delle blogamiche, benintenzionate peraltro, in quanto consce della sua situazione di vita apparente, e di non essere saltata addosso al Magnifico. Una volta stabilito che persino nelle ristrette dimensioni del fatidico stanzino del caffè, che già fu galeotto tre anni fa, l'Uomo non viene oltraggiato né tradito, la povera fenice spennacchiata ogni tanto va ad appollaiarsi all'ombra di questo amichevole, flessuoso salice piangente e sta un po' lì, pare con reciproco beneficio.

Ce n'è stato abbastanza per sudare di spavento. Ma adesso si capisce che in questo strano mondo parallelo, dove i morti e i vivi camminano vicini, la fiducia non è assente e il finale non è scontato.
Non è un cattivo bilancio. Da morti si vedono più cose, dicevo appunto sopra. E la curiosità di imparare, anche se io sono Penelope, ce l'ho forte quanto Ulisse.

Che, tra parentesi, ora vado a svegliare. A Itaca è ora del caffé.

domenica 19 marzo 2017

Lettera a mio padre

Caro papà,

buona festa. Immagino tu stia benissimo, lassù sul prato in mezzo all'achillea e ai cespugli di rosa canina, col tuo zaino sotto la testa, la borraccia appoggiata al fianco e il cappellino di tela calato sugli occhi.

Come saprai, la mamma sta bene, e per fortuna ha cambiato idea ed è tornata, con orari un po' più umani, a fare volontariato dai Bimbi Sperduti. Regna incontrastata sulla sua bellissima casa dalle pareti gialline, insieme alla vostra gatta, e sono sicura che ti pensa ogni giorno dopo pranzo, quando la spazzola, perchè quella era una delle molte cose che facevate insieme, con la pioggia o col sole, da anni. Ha cambiato colore di capelli, ma i suoi occhi sono sempre così azzurri. Saresti sorpreso di vedere che andiamo tanto d'accordo io e lei adesso, e forse ancora più sorpreso di vedere che, quando litighiamo, più o meno una volta all'anno ormai, ci mettiamo la stessa identica violenza di prima. Il che, ora che praticamente non litigo più con nessuno, mi fa sentire stranissima.

La ragazzina che hai visto tre volte, quella con gli occhi scurissimi e intelligenti, è di là in camera sua, ma ormai è una donna. Saresti molto soddisfatto di vedere come sa essere elegante (quando vuole...) e che passione ci mette in quel che fa. Prende dei bei voti, adesso, tra l'altro. E forse farà l'università. Le faccio studiare io le materie scientifiche, chimica, biologia, igiene. Ci metto molto impegno, mi piace pensare che tra qualche anno potrebbe essere in corsia negli stessi corridoi dove hai lavorato tu. Ma se non dovesse essere così, sappi che, comunque, da te, per forza di cose attraverso di noi, ha preso lo stesso. A volte mi sorprende con frasi che potresti dire tu. Ha quasi lo stesso tono di voce. Dio, quanto vi sareste piaciuti.

A me ha fatto sputare sangue, eh. Se esistesse ancora la possibilità di venire a sedersi accanto alla tua scrivania nello studiolo d'angolo, sarei sempre lì a raccontarti di quanto mi fa incazzare, soffrire, preoccupare, e scoppiare d'orgoglio al tempo stesso.

No, non è vero. Se esistesse ancora la possibilità di venire a sedersi lì da te, di pomeriggio o dopo cena, negli ultimi anni ti avrei parlato quasi solo dell'Uomo. Ma menomale che non c'eri, papà, a vedere i casini che combinavamo io e lui. Ti ha nominato più volte, gli sarebbe servito parlarti, e lo sa. E' venuto anche a trovarti al cimitero. Più spesso di me, che negli ultimi anni proprio non avevo il coraggio di farmi vedere, troppi sensi di colpa, troppe cose che sono andate diversamente da come avremmo pensato.

Mi avresti fatto ragionare, mi avresti detto di smetterla, papà, all'inizio di tutto questo disastro, e avresti avuto ragione. Forse ti avrei anche dato retta. Sulla fedeltà sei sempre stato categorico, e avevi ragione anche su quello. Non so se avrei potuto parlarti di quel che è successo tra noi, perchè la terra incognita che è il matrimonio una volta rotta la monogamia è una landa bruciata dalle radiazioni, dove tu non ti sei mai mosso, mentre io e alcune tra le persone a me più care stiamo appunto lottando per sopravviverci. Ma di sicuro, se avessi trovato il coraggio di dirti cosa provavo, avresti detto una o due frasi che si sarebbero scolpite nella roccia per sempre, e mi avresti dato un perno su cui appoggiarmi per svoltare. Solo che dubito che te ne avrei parlato, davvero. Troppa vergogna. Adesso potrei dirti tutto, ma non serve. Adesso c'è questo pensiero di minimizzare il più possibile il dolore, non solo il mio, ma anche quello degli altri. Credo che ti risparmierei. Ho tentato di risparmiare la mamma, ma era inevitabile che sapesse. Ha tenuto duro lei per due, per tre, per quattro, quando di me, della Princi e dell'Uomo non si vedeva più che un mucchietto di stracci sporchi. Credo che ci fosse un po' anche del tuo stile nel suo modo di reagire, ma molte cose le ha capite perchè è lei, tu avresti detto e fatto diversamente.

Però ci sono tante altre cose che vorrei che vedessi. Sanguedelmiosangue che lavora per me e gestisce ormai da solo un sacco di tutte quelle questioni di cui ti occupavi tu: dalle assemblee di condominio ai lavori di ristrutturazione. Le mie nuove amiche dello yoga. La nostra nuova gattina. Il foglio che dice che sono in consiglio di istituto. I ragazzi di seconda, ex terribile seconda B, che mi aspettano educatamente seduti al loro posto quando suona la campanella. Le persone di cui mi fido per le questioni di affari. Le amiche di sempre e i loro bambini che crescono sempre più belli e intelligenti. La struttura in cui abbiamo messo la Zia Buona, che sì, è una casa di riposo, ma sembra un hotel per anziani eleganti. La dolcezza con cui la trattano. La cura con cui stiamo smistando la roba in casa delle zie per ristrutturarla, e teniamo i ricordi di famiglia, dalla bandiera del Regno alle sottovesti maliziose della Zia Bella, dai tailleurini eleganti della Zia Buona al velo da messa della bisnonna. E naturalmente i tuoi libri, il tuo fioretto, le siringhe in vetro, i regali dei tuoi pazienti.

Io non so come andrà a finire qui, papà. Ci sono così tante cose che non dipendono più da me. Non so per quanto tempo durerò, ma cercherò di lasciare tutto in ordine, per loro e per chi verrà dopo, come avresti fatto tu, se mai, nella tua intera esistenza, ti avesse sfiorato seriamente per un istante il pensiero che anche i Titani potessero doversi arrendere. Crediamo tutti che tu ti sia reso conto di poter essere davvero sconfitto solamente negli ultimi quindici giorni. Io non sono un Titano, papà. Io mi preparo a perdere in qualsiasi momento, perchè vincere, soprattutto se si tratta di vincere da sola, non mi interessa più. Ma se perdo, devo a te, alla mamma e alle zie di saperlo fare con un minimo di eleganza. A volte penso che mi resteranno solo i tre melograni in fondo al prato, quelli che tu non hai permesso al giardiniere di tagliare perchè mi piacevano tanto, e che forse un giorno perderò anche quelli. Ma a volte mi sorprendo a parlare con la tua voce, o vedo il tuo sguardo, come se non te ne fossi mai andato. E tiro su la testa. Io non mollo. Dopotutto, sono la figlia di un Titano.