Siamo sedute, io la Caramella e la Pallida, in attesa che la cena ci venga servita dagli undicenni reclutati dalla proloco di uno dei molti paesini della Valle delle Meraviglie. Festicciola locale, sera di giovedì, sfigata, poca gente, ma noi siamo accolte da abbracci e sorrisi di alunni, exalunni, fratelli e genitori dei suddetti. Aspettiamo che arrivi la Bottadicoca.
E la Pallida dice alla Caramella: "ma tuo figlio è a casa, vero?"
"Sì, è arrivato ieri."
"Minchia, menomale, pensa se era ancora là."
E io, bella fresca: "perché?"
"Ma non hai sentito cosa è successo a Barcellona?"
Io dapprima penso a una mia compagna del liceo, che ci vive e lavora, tra l'altro in ospedale. Stasera ho saputo che era in vacanza in Grecia.
Stamattina, parlandone con la Princi, che è preoccupata per sua madre e sua sorella, dato che tra poche ore saranno sul pullman per il Marocco, mi vengono in mente la Diavolessa che va in vacanza lì vicino, la creatura venuta dal lontano pianeta degli sbagli cosmici, che doveva andare a Ibiza, ma non so né quando né come, e insomma, che la Catalogna non è affatto una meta rara dove trascorrere le ferie estive.
Poi oggi butto un occhio alle notizie e resto brasata. Uno dei ragazzi italiani morti, quello che era in vacanza con la fidanzata, cazzo, é bellissimo. Ma non nel senso che faccio delle osservazioni futili, fuori luogo e anche un po' macabre. Nel senso che mi si rovescia lo stomaco: è una bellezza che conosco molto bene. È praticamente la copia senza lentiggini di mio marito quando l'ho visto la prima volta. Talmente uguale che d'istinto controllo la sfumatura di colore degli occhi, ma i suoi non sono di due verdi diversi.
Ci resto colpita. Ma è niente, zero, rispetto a come resto quando vedo le foto degli attentatori. Sono dei bambini. Identici a parecchi miei exalunni, a un fottio di amici di mia figlia. A vedere le quattro foto in fila, ho una sovrapposizione tra le faccette imberbi degli assassini e quelle degli exalunni che mi fanno capannello intorno alle feste di paese. Mi viene lo schifo. Non è giusto. Che muoia un venticinquenne con gli occhi verdi, e che questi qua non stiano alle feste di paese a chiacchierare coi loro ex prof. E che mia figlia mi dica con occhi tristi e tono isterico: "nel Corano c'è scritto da tutte le parti che i buoni musulmani devono essere i primi a portare la pace! Ma perché fanno così???"
venerdì 18 agosto 2017
giovedì 17 agosto 2017
Siediti sulla sponda del fiume e aspetta
"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".
Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.
Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.
Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.
Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.
Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.
Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.
Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.
Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.
Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.
Chi ci capisce è bravo.
Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.
Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.
E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.
D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.
Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.
Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.
Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.
Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.
Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.
Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.
Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.
Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.
Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.
Chi ci capisce è bravo.
Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.
Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.
E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.
D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.
Etichette:
aaaaaah beh,
ti amerò sempre,
una spada ti trafiggerà il cuore
giovedì 3 agosto 2017
Transazione negata
Così
può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non
escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia
rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua
prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia
interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i
biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a
fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti
senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è
attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra
con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.
Torni
a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di
pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche
coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni
fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i
prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano
tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie
che non vi sono piaciute molto.
Il
quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le
giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi,
vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli
acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo
sistematico di barattolini di gelato.
Stai
lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora
che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di
adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un
quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali
responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta:
essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi,
amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a
volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a
lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne
dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al
prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente
che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e
protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato,
perso nella nebbia.
Tu
al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè
avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse,
questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto
i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto
tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti
faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te,
quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi
mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola:
quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano
tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la
cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si
ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi
epilettica di quattro minuti.
Così
ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e
quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi
proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post
traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi,
non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e
ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore
incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte
anche durante il pisolino pomeridiano.
Tranne
in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un
sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una
bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno
dopo.
La
prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico
tu, tra altre persone.
Al
risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era
un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su
significava: ce la faremo.
La
seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare
senza fretta e senza paura.
Al
risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per
parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono
stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha
detto di no e sorrideva.
La
terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove
abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi
più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una
strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno
spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte
e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce
da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla
curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello
sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto
piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare.
Immenso.
Al
risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da
reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei
dettagli.
La
quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici
dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva
girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso
luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed
ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta.
Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso?
Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a
sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando
che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al
risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai
raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato
che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli
hai detto cosa avevi pensato nel sogno.
E
ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di
lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio
stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un
enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con
una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per
qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel
terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo
piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente,
per non turbare il mistero della trasformazione.
lunedì 24 luglio 2017
Togliti le scarpe e andiamocene via insieme a piedi nudi
Per un breve periodo questa è stata la frase sul mio profilo Whatsapp.
Mentre la scrivevo, e quando la rileggevo, non sapevo a chi la stessi rivolgendo. Perchè andava bene per molte persone con cui avevo a che fare in quel momento.
Mia figlia così tesa e rabbiosa. Mio marito così complicato e distante. Uno o due uomini e una o due donne con cui interagivo o avrei voluto interagire spesso e con cui, se mi avessero detto “metti due cose in uno zaino, andiamo a fare un viaggio io e te”, sarei partita, perchè avremmo avuto di che parlare per giorni e giorni, in treno, in tenda, in macchina, a cena, per strada e anche a letto, vestiti o meno non era importante, era più importante spogliarsi a livello emotivo. La Tipa, con cui questa primavera andavo a yoga, se gliel'avessero mai detto, allora, a lei super ingegnera che sarebbe finita su un tappetino a visualizzarsi i chakra, mai e poi mai ci avrebbe creduto. Forse mia madre. Una o due delle mie colleghe e compagne dei corsi yoga, particolarmente messe alla prova dalla vita.
Mentre la scrivevo, e quando la rileggevo, non sapevo a chi la stessi rivolgendo. Perchè andava bene per molte persone con cui avevo a che fare in quel momento.
Mia figlia così tesa e rabbiosa. Mio marito così complicato e distante. Uno o due uomini e una o due donne con cui interagivo o avrei voluto interagire spesso e con cui, se mi avessero detto “metti due cose in uno zaino, andiamo a fare un viaggio io e te”, sarei partita, perchè avremmo avuto di che parlare per giorni e giorni, in treno, in tenda, in macchina, a cena, per strada e anche a letto, vestiti o meno non era importante, era più importante spogliarsi a livello emotivo. La Tipa, con cui questa primavera andavo a yoga, se gliel'avessero mai detto, allora, a lei super ingegnera che sarebbe finita su un tappetino a visualizzarsi i chakra, mai e poi mai ci avrebbe creduto. Forse mia madre. Una o due delle mie colleghe e compagne dei corsi yoga, particolarmente messe alla prova dalla vita.
Stanotte sono rientrata alle due,
a piedi nudi, con i sandali in mano. Me li sono sfilati a pianterreno
e li ho tenuti in mano in ascensore. Di ritorno da uno dei molti
paesini dove tutti i ragazzi, ma proprio tutti, sono stati miei
alunni o tra poco lo saranno.
C'era la festa di paese animata da uno
di loro, Mani da Pianista, che adesso collabora con l'Uomo per il
festival e lo aveva invitato. E io ero invitata dai Puccettosi, della
terza C di due anni fa. Poi c'era la Caramella, che a sua volta
incoraggiava la mia partecipazione e doveva narrarmi del suo nuovo uomo.
Mi sono sentita come se fossi
tornata all'età che ha la Princi ora, quando ho iniziato a sforare
dall'orario di rientro stabilito da mio padre, e a rincasare scarpe
in mano, ogni sera dieci minuti dopo. Mi lasciava la luce accesa in
salotto o in ingresso, papà, quando andava a dormire. Io spegnevo
tutto e attraversavo in punta di piedi il grande appartamento, al
buio, con la luce della Lanterna che si proiettava sul muro del
salotto a intervalli fissi. Mi tagliava la strada la gatta, a volte.
C'era un silenzio.
L'Uomo mi aspettava sveglio, stanotte. Non
so dire se nervoso per il mio rientrare tardissimo. So che ieri sera,
invece di uscire, abbiamo fatto aperitivo sul divano davanti a "The
Following", cenetta sul tardi io e lui, e all'ora in cui la Princi
doveva rientrare eravamo sdraiati a letto a sentire musica sul suo
telefono. Solo musica lenta e dolce, dove si scopre che questa ci ha
stregati entrambi.
Io, dopo averla colta come sottofondo in una
puntata di "Justified", l'ho sentita nella testa per giorni.
E ieri
notte l'Uomo mi ha fatto ascoltare questa, che, per carità, è una roba che forse avrei trovato melensa anche a quindici anni (no: ascoltavo Phil Collins e Marco Masini, diciamo le cose come stanno) e lui è insopportabile quanto spesseggia, ma, visto il testo,
magari l'hanno scritta dopo aver letto i mei diari segreti o le mie
conversazioni Whatsapp per gli ultimi due anni.
Ieri, rientrando dai vari giri
per il Nord Italia che avevamo fatto separatamente, non ci siamo più
mollati, nemmeno se c'era da vedere la partitella del Genoa su Sky,
nemmeno se c'erano da fare due commissioni veloci in giro. E non era
quello stare vicini ansioso da “sto perdendoti, ti ho perso e posso
solo succhiare la tua presenza quando passi, ti perderò di nuovo
domani” che spesso ha caratterizzato il nostro tremendo amore
malato. Era più come i primi tempi, quando non sei mai stanco di
allungare il giro di cose da fare per passare più tempo insieme.
Quando nella mia valigetta, oltre agli appunti della
specializzazione, hanno cominciato a esserci spazzolino e biancheria,
perchè ogni sera improvvisavamo, e stava diventando evidente a
chiunque che andavo a lezione coi vestiti del giorno prima. Ma non mi
portavo quasi mai il cambio completo: dormire con la sua tuta o una
sua maglietta, andare in cucina al mattino a piedi nudi, e avere come
unica sicurezza un paio di mutandine pulite nascoste in fondo alla
borsa, era bellissimo. Era appunto essere nudi. Senza altro bisogno
che stare insieme. Di lì a poco ho trasferito direttamente tutto da
lui. Mai passo avventato fu più goduto, e meno rimpianto. No, non è
vero. Goduto ancora di più, e rimpianto ancora di meno,
l'avergli detto, la prima sera, mentre arrivavamo nel cuore della notte
alla sua auto in piazza Colombo, che volevo dormire da lui. Lui che mi
aveva baciato la prima volta mezz'ora prima, dopo un corteggiamento
lungo mesi. Non lo sapevo ancora, ma non separarsi mai più era diventato, da mezz'ora,
l'obiettivo di tutta una vita.
Madonna quanto eravamo belli. La gente
faceva rispettosamente ala, costretta a mettersi gli occhiali da sole per
riuscire a guardarci, facevamo splendere le strade e le stanze in cui
passavamo. Ecco, ieri mentre lui metteva le canzoni sul telefono mi
sentivo di nuovo così. Bella, fresca, a piedi nudi, felice anche di
portare giù la spazzatura insieme, felice di un grissino con la
bresaola mangiato sul divano, felice di sentirlo canticchiare o
parlare con la gatta. Lui e il suo umore impossibile da definire, lui
e i suoi sguardi bicolori, lui e il suo peso sul materasso al mio
fianco.
Lui. Noi. Devo chiudere gli occhi e tenere questo nel cuore,
per tutti i giorni in cui è troppo doloroso, in cui è ingiusto e
malsano, in cui voglio il miracolo e non arriva ancora. Intanto, le ferie vere si avvicinano. Le prime ferie vere di nuovo noi due, da quando c'è anche la Princi. Conto alla rovescia iniziato. Non impazzire nell'attesa. Non sclerare nell'attesa. Se hai aspettato finora... E non piangere. Non piangere più.
giovedì 6 luglio 2017
Ma parliamo un po' di scuola 1 – Antologia versus narrativa
Qui
ci servono il
Dato
di fatto n. 2
I
RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.
e
il
Dato
di fatto n. 3
I
RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI NUOVO.
Allora.
Non esiste spendere 27 euro per un testo di cui verranno svolte,
forse, un terzo delle pagine. E malvolentieri.
Evitiamo
di dire che da quando “La biblioteca”, poi “L'altra biblioteca”
e infine “Biblioteca tre” sono state tolte dal commercio la
nostra ora di antologia è andata a farsi benedire, perchè
praticamente tutte le altre antologie non vanno bene.
Evitiamo
di innervosirci citando:
- racconti dell'orrore di dubbio gusto,
- pezzi impossibili da spiegare a una prima, o a metà di una seconda, tipo diari di guerra da Sarajevo,
- la milionesima storia di straniero disadattato o bambina maltrattata,
- Emily Dickinson, Montale, Pessoa, Saba mischiati a poetucoli da strapazzo e/o filastrocche o, peggio, a pezzi di musica pop
- vergognose concessioni a saghe giovanili insulse pur di raccattare qualche consenso. (E magari stessi parlando di Harry Potter, eh. Insulse vuol dire peggio di Harry Potter... sì. A me Harry Potter fa cagare. Tiratemi le pietre. Insultatemi la madre. Pazienza. Non che siano brutti storia e personaggi. Ma è scritto male. Se avete letto Michael Ende, o Philip Pullman, capirete. Non è un fatto di traduzione. E' scritto male. E per perdere i miei restanti fans: a me non piace neanche come scrive Tolkien. Eh. Sono una brutta persona, evidentemente.)
Evitiamo
di lamentarci (ma è ovvio, se si fanno delle antologie piacione) del
fatto che tempo due secondi esce la prima mano: “Io di questo ho
visto il film!!!” (Lo dicono anche dell'Iliade. Perchè hanno visto
quella troiata, nomen omen, con Brad Pitt. In prima non li uccido, mi
limito a spiegare perchè non si può considerare “Troy” un film
tratto dall'Iliade. Se me lo ripetono dopo la fine della prima, li
crocifiggo coi chiodi a sezione quadrata.)
Limitiamoci
a dire quanto è brutto, brutto e cattivo, che di un libro ti si
legga un pezzo. Non l'incipit. Un pezzo a caso. Non si legge così.
Il punto è che, quando i ragazzi (non tutti, ma parecchi) leggevano
a casa, come hobby, citare una parte di un testo poteva eventualmente
suscitare due reazioni positive: ricordare il resto della storia, se
il libro era già stato letto, o far venire voglia di leggerla.
In
compenso, da molti anni ci è stata tolta la meravigliosa, utilissima
ora di narrativa. In cui ascoltavamo i testi, santa Madonna, in
versione integrale: sembra di dire una cosa sconcia, oggi. E
ascoltando ti perdevi, perchè narrativa si faceva il venerdì, da
stanchi, o al pomeriggio, o in una giornata da tre ore di Lettere,
dopo il compito di Storia. Ma la storia andava avanti e i personaggi
erano sempre lì, anche la volta dopo, e recuperavi. E ti abituavi a
un ritmo narrativo, a una voce, a uno stile. Da otto anni ho ripreso
ad avere la passione di leggere io per loro. Ho capito che piace un
casino. Ho capito che con la mia guida ci si ferma a riassumere, a
ripetere, a capire le parole, a fare domande sul contesto, ma
soprattutto ci si gode una lettura bella, con l'intonazione giusta.
E
così io leggo. Faccio comprare in più la prima cantica integrale in
seconda, e i Promessi in terza, senza parti riassunte. Poi per
carità, c'è la classe a cui si legge la peste, quella a cui si
legge la madre di Cecilia, quella a cui si legge la Storia della
colonna infame, ma il testo ce lo devono avere davanti tutti. Verso
la fine dell'anno interrogo dal canto I al canto XXXIV dell'Inferno e
dal primo all'ultimo capitolo di Manzoni. E' che devono abituarsi a
seguire, capire e saper raccontare una storia dall'inizio alla fine.
Stesso motivo per cui faccio, dall'anno scorso, il cineforum.
E
salto l'ora di antologia. Quasi sempre.
E'
quel quasi che richiede di parlare del dato di fatto numero 3. (segue)
martedì 27 giugno 2017
Mornie utulie
"A volte mi sembra di vivere una vita intera in un giorno" ha detto l'Uomo qualche tempo fa.
Ma beato lui. Io vivo una vita intera in un'ora, a volte. E il bello è che ognuna di queste vite è fortemente mia, mi interessa, mi affascina, mi delude o mi ferisce, mi fa sentire forte o speciale o sola o strana.
Come quando si scelgono le stanze in cui lavorare o i posti a sedere, e io leggo negli occhi di qualcuno "ci mettiamo vicini?" oppure "peccato, siamo lontani". Sono tornata a venticinque anni, con i colleghi della specializzazione che mi facevano il filo?
Come quando sull'altro lato della piazza si staglia la figura familiare del mio peggior disastro. E io sento il terreno che si squaglia sotto i miei piedi e cerco la più vicina via di fuga. Sono un'adultera con la coscienza sporca?
Come quando mi ustiono versandomi addosso il caffè direttamente dalla moka e mia figlia, seduta lì a un metro, non fa neanche lo sforzo di chiedermi "ti sei fatta male?". Sono meno di una sguattera?
Come quando mi accorgo del buco enorme che può lasciare una vecchina di 94 anni che non poteva nemmeno più parlare. Sono sola al mondo, non c'è più nessuno che mi ami per come sono, indipendentemente dagli errori?
Come quando accetto di tenere lezione di yoga a persone malate o in crisi e mi tocca chiedermi se è davvero questo che voglio e posso fare, e se una con la mia storia alle spalle può davvero essere d'aiuto a qualcuno. Sono una pazza presuntuosa?
Come quando il più timido dei miei tre alunni della comunità mi abbraccia stringendo forte forte, perché sono andata fino alla cascina persa nel bosco a trovarlo, e gli altri due mi fanno sedere a tavola in mezzo a loro tutti felici. Sono una bella persona?
Ma poi sto un attimo con gli occhi chiusi. Sento la musica.
May it be an evening star
Shines down upon you
May it be when darkness falls
Your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! How far you are from home
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
May it be the shadow's call
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Will fly away
May it be your journey on
To light the day
When the night is overcome
You may rise to find the sun
Mornie utulie
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
Believe and you will find your way
Mornie alantie
A promise lives within you now
A promise lives within you now
E vedo, dietro le palpebre chiuse, il riverbero del sole incandescente che batte sulle piastrelle del terrazzo, il chiarore delle lenzuola nuove, i due verdi diversi dei suoi occhi, il suo sorriso. Sono iniziate le vacanze in un caldo torrido e siamo rimasti due giorni soli, senza quasi mettere il naso fuori, in mutande e poco altro, noi due.
Ecco chi sono. Ecco qual è la mia vita. Qui ho diciassette anni e sono invincibile, ne ho venticinque e ho successo, ne ho trentasette e ho in mano la mia vita, ne ho quaranta e sono una madre, una moglie, una donna piena di medaglie, cicatrici e ricordi. E non invecchieremo mai finché staremo vicini, mezzi spogliati, a parlare, sulla nostra isola di cotone, intorno può crollare il mondo, ma l'odore della tua maglietta e della tua pelle sanerà ogni ferita, il tuo abbraccio fermerà la mutazione delle cellule, sentirti ridere mi darà tutto l'ossigeno, l'acqua e la luce di cui necessito, non mi serve altro, mi importa tanto di molte persone e molte cose, ma in fondo...
Castagna: Già detto credo che è una cazzata perdersi la donna della propria vita
Grande Pagliaccio: Più o meno quante volte ti ho detto che è una cazzata perderti la tua vita per un uomo
Castagna: Quante volte ti ho risposto che la mia vita è con quest'uomo?
venerdì 23 giugno 2017
Non è un problema mio...
Glielo
hai detto, strillato, sibilato, scandito, ripetuto fino allo
stordimento delle tue corde vocali e dei loro neuroni, che dovevano
prenderla sul serio, e mannaggia ragazzi siete in terza, e insomma
come ve lo dobbiamo dire che qua non si gioca, e su che tra cinque
minuti siete alle superiori e vi fanno vedere loro, e vestitevi
decentemente per venire a scuola e rileggete prima di consegnare e
fate attenzione e non studiate all'ultimo e ripetete a voce alta.
Poi
ti sei richiusa a riccio: ragazzi basta, io quel che dovevo
insegnarvi ormai l'ho fatto, siamo alla fine, adesso vediamo cosa
fate, praticamente non è più un problema mio.
E
sono passati uno per uno. Così hai visto dove era caduto il seme e
si era seccato, e dove era caduto e aveva messo un germoglio. Gente
che viene all'esame in calzoncini da volley e canottierina, e gente
che si presenta in camicia, o vestitino, coi capelli tirati su da
donnina perbene, col trucco, con la maglia ultimo grido delle vetrine
della Torino bene. Gente che porta una ciofeca di cartellina mezza
mangiata dai topi, e gente con progettini di Tecnica ben curati,
gente con la ricerchina di Educazione Motoria ancora in brutta con le
correzioni della prof a matita, e gente con un piccolo book e in
copertina la foto mentre salta un ostacolo o segna un goal. Gente che
non distingue Stalin da Giolitti e gente che si studia dei
collegamenti autonomi tra le attiviste birmane per i diritti della
donna e Emmeline Pankhurst.
Alcuni
di cui abbiamo detto in coro: no ma ci ha preso per il culo tre anni,
dai, non può uscire con il sette, uffa. E altri per i quali io, la
Coordinatrice Carogna, la Regina delle Rompicoglioni che non fa mai
un complimento, mi sono alzata per una stretta di mano e il giusto
riconoscimento per il bel percorso fatto. Gente che singhiozzava in
corridoio dopo, e gente che arrivava sudaticcia ma col sorriso. Un
paio di conati di vomito, e uno che chiede di andare in bagno prima
di iniziare, ma anche i ragazzi della comunità di solito tanto
timidi che prendono in mano la situazione e spiegano con sicurezza le
loro slide alla LIM.
Tutti
senza eccezione terrorizzati quando dovevano iniziare con me, che
chiedevo tre materie senza argomento a scelta, la maggior parte che
non aveva studiato abbastanza, qualcuno che sorprendeva piacevolmente
per la fluidità del passaggio da un tema all'altro, che poi è la
cosa che con me di sicuro devono imparare meglio, o cambiano sezione.
Poi
la Gnocca che, quando le stringo la mano e le dico a bassa voce: “E'
stato un vero piacere” capisce il seguito della frase: “E' stato
un vero piacere avere in classe la tua testa dura come il marmo,
vedere il tuo sguardo puntare alla risposta, essere lì quando eri in
lacrime, quando eri sicura di te, quando hai smesso di mangiare,
quando ti sei mangiata i più bravi della classe con la tua
intelligenza e la tua classe, ogni volta che ti sei tagliata i
capelli, quando hai fatto impazzire tua madre perchè con la media
del nove le hai detto che da grande vuoi fare la tatuatrice, e
insomma essere la tua prof per due anni”. E i suoi occhi neri
enormi diventano ancora più grandi e si riempiono di stelline e
stiamo per piangere, ma la mando via, che il cognome comincia per V
ed è l'ultima, siamo stanchi, fanno mille gradi e dobbiamo ancora
sentire Satana, che, bocciato due volte sempre dalla sottoscritta, si
presenta con quattro materie dopo aver fatto a calci nel culo il
progetto scuola lavoro. E non fa il cretino, per venti minuti
consecutivi della sua vita, e poi va via guardandomi per la prima
volta con sincero affetto, invece che con la solita espressione da
stronzo sbruffone. (Sei il suo incubo peggiore, mi ha detto una volta
sua madre. Beh, anche lui era il mio.)
La
Gnocca andrà all'artistico e invece Carotina, che non è capace,
allo scientifico, dove la butteranno fuori. La Regina degli Elfi
andrà al linguistico dove non durerà un mese perchè non studia
mai, e Mammina all'istituto geometri quando dovrebbe andare al
classico. Ma non è un problema mio, giusto?
L'Albarino
è il primo a usare il mio numero di telefono per scrivermi, appena
si chiude la sessione, ancor prima che io sia arrivata alla mia tanto
desiderata doccia: sono stato felice di stare in questa scuola e mi
sono trovato benissimo con lei, mi mancherà, verrò a trovarla
presto. Quello mi dà il colpo di grazia. Il mio alunno tipo: il
calciatore carino, che non ha mai tempo per studiare perchè è
troppo impegnato a allenarsi, spostarsi in trasferta e andare a
donne, ma poi incontra me e, dopo un po' che me lo lavoro, si sbatte
per arrivarmi con la poesia a memoria studiata in modo impeccabile e
capire meglio che può i collegamenti tra economia e politica.
Oramai, quando arrivano le maestre a presentare i nuovi alunni, e
dicono di un maschietto: ah questo non studia, sarebbe anche bravo ma
è sempre a calcio, ha in testa solo il pallone... le colleghe
scoppiano a ridere e esclamano: questo è della Castagna! Diventerà
famoso, ogni tanto (spero non proprio sempre, dai) sbaglierà i
congiuntivi e sposerà una velina. Ma non è un problema mio,
dicevamo, appunto.
E
si avvicinano i saluti con la Proprio Brava di Arte, la Pallida di
Inglese, il Magnifico di sostegno, la Spessa di Tecnica, il Genuino
di Matematica, e altri che è un peccato lasciare. Giovani, bravi e
simpatici. Per mercoledì prossimo, io e il Magnifico che siamo,
ahimè, praticamente inseparabili in queste ultime giornate, abbiamo
organizzato la cena di fine anno, e sarà indimenticabile, e però
sarà poi la penultima volta che ci vedremo e il giorno dopo, al
collegio docenti, saluti e buone ferie, e vi auguriamo di trovare una
cattedra dove volete, e speriamo di rivedervi (non proprio tutti, no,
un paio possono tornare da dove sono venuti, e il Magnifico, se
trovasse uno splendido incarico a tempo indeterminato in un posto non
troppo scomodo, per esempio, non so, in provincia di Osaka, sarebbe
perfetto, così non ci toccherebbe rivederci proprio più e la
chiuderemmo lì, che sul serio non è stata facilissima la gestione
dell'amicizia, devo dire). Con un'ansia paurosa che ci tocchino
persone meno in gamba l'anno prossimo, manco a dirlo la mia prossima
terza come punto di riferimento sarà meglio che prenda me, perchè
cambiano di nuovo metà dei prof per la trentamilionesima volta,
mentre io, che avevo solo Geografia in prima, poi anche Italiano in
seconda, adesso mi prenderò anche Storia, e lì si vedrà se mi
vogliono davvero così bene. Ma d'altra parte continuiamo a trattare
la sezione A come quella dei fighi e le altre come pattumiera, basta
vedere come è stata fatta la prossima prima, e se questa è la
gestione fintofurba di tutti i presidi non è un problema mio, anzi, io è lì
che mi diverto, nel mandare a bagasce le previsioni delle maestre e
dei colleghi delle altre sezioni.
Ah,
e a proposito di spiazzare i colleghi, oggi ho firmato la mia prima
lode all'esame, per Mickey Mouse e la sua splendida R arrotata.
“PRRofessoRRRessa ma se lei fosse stata pRResente alloRRa avRRebbe
pRRefeRRIto esseRRe il RRRe di FRRRRancia o l'impeRRatRRRice
d'AustRRRRia?” “Mickey, scusa tanto eh, ma io sarei stata la
regina d'Inghilterra.” “Ah già, pRRof, è veRo.” Oh Dio questo
ragazzino mi mancherà.
Peter
Pan, per giorni, prima che finissero le lezioni, mi ha chiesto se mi
sarebbe mancato, no prof che io sono il suo alunno preferito, vero o
no che il suo preferito l'ha fatta dannare, eh prof. Non sapevo
davvero che alcuni di loro ci stessero così male, all'idea di non
sentire le mie strida ogni giorno. Di sicuro Peter è un altro per
cui la mattina valeva la pena scendere dal letto, anche con trentotto
di febbre. Ma non lo sa, che non è lui il mio alunno preferito, e
anche se oggi molti di loro avrei voluto tenermeli altri due anni, è
stato solo quando l'Adorabile ha varcato la soglia per andarsene che
il mio cuore ha distintamente fatto: cric, e si è incrinato.
L'Adorabile che dopo essere stato il bambino perfetto, bravo in
tutto, primo in tutto, atletico, elegante, indiscutibile, quest'anno
ha preso dei cinque, detto a voce alta “non ho studiato”, e
dormito sul banco, senza vergogna,durante la lettura integrale di
“Rosso Malpelo”. E quindi quando io mi sono alzata e gli ho
stretto la mano, invece che sgridarlo per la preparazione non
approfondita all'esame e il tema raffazzonato, non se lo aspettava
proprio, perchè lui, per definizione, è T. e T. è inappuntabile,
se non è inappuntabile là fuori lo aspetta una famiglia che lo fa
sentire di merda, ma io ho provato a spiegarlo alla mamma e, se lei
non ha capito, non è un problema mio: lui per me è perfetto così.
mercoledì 7 giugno 2017
E si dia inizio alla riflessione sulla scuola, come promesso
Li sto per salutare.
Qualcuno ciondola in classe durante l'intervallo, o mi si appiccica in corridoio. Sanno che sono le ultime ore in cui sarò la loro prof. Lo so anche io, li ho sgridati fino a perdere la voglia di sentire la mia stessa voce, li ho brutalizzati con prove a sorpresa, ho fatto ramanzine di 45 minuti, ho detto di loro che erano regrediti invece di migliorare, li ho minacciati di cose orrende che succederanno alla maggior parte di loro appena metteranno piede alle superiori... e poi gli ho regalato la tripletta di lezioni Freud-Nietzsche, Pascoli-D'Annunzio, Pirandello-Svevo, che con classi intelligenti non fallisce mai, e infatti loro, a me, hanno regalato una decina di ore di attenzione rapita, inesausta, di osservazioni intelligenti, di domande sensate, di commenti entusiasti.
"Prof, ho la pelle d'oca!!!" ha detto Mammina capendo il problema dell'identità in Pirandello. "Oddio, ma è orrendo!!!" ha detto qualcun altro. "Figata!!!" sui lapsus di Freud. L'Albarino mi ha fatto notare che oggi, invece di dire una parola per un'altra, si invia un sms o si condivide una cosa su WhatsApp alla persona sbagliata... e gli ho risposto che è verissimo, e che io sono campionessa nazionale di figuracce fatte così. L'ultima con il Magnifico, e scusate se è poco, io se mi smerdo mi smerdo dalla testa ai piedi, è un talento naturale.
Ho detto loro di chiudere gli occhi, mentre facevo notare come ne "La sera fiesolana" il cielo al tramonto si trasforma nel viso di una donna con grandi occhi scuri. Brad Pitt non li ha riaperti per alcuni minuti. Si sono bevuti "La pioggia nel pineto" (mannaggia, aveva appena smesso di piovere, stavolta), il caso di Miss Lucy, "Rosso Malpelo" integrale, senza saltare una riga (persino quelli della comunità, che di bambini maltrattati ne sanno qualcosa, ma non avevano mai seguito un'ora e un quarto di letteratura senza neanche il testo davanti).
Quest'anno ero talmente concentrata sul sopravvivere, in bilico tra un matrimonio governato da leggi assurde, una famiglia con mille casini, troppe cose da seguire e la costante, testarda ricerca della felicità, che vedevo solo la fine del programma, delle valutazioni, delle burocrazie sempre più devastanti, sia cartacee che elettroniche... e solo una volta finito di interrogare mi sono finalmente goduta questi momenti, in cui all'improvviso una terza che ha cazzeggiato per otto mesi ha recuperato lo smalto, l'acume, la voglia di capire, che caratterizzava lo stesso gruppo classe in seconda.
Ora me li terrei ancora due settimane solo per coccolarli, parlare con loro uno per uno, gestire le loro ansie nel lasciare il nido. Invece parlerò solo con l'Adorabile, perché ne ha bisogno, e con l'Orientale, perché la bocciamo.
Comunque, stanno per arrivare le mie sudate riflessioni sul modo di insegnare le materie, almeno le mie, a quindici anni dalla mia prima classe e dieci anni dal passaggio in ruolo.
Parto mettendo qui i presupposti su cui baso quanto dirò, e intanto vediamo che dite di quelli, poi io proseguo. Non subito, perché ho finito gli scrutini oggi, e sono sfinita. Ma a breve, in questi venti giorni che mi separano dalle ferie, e da un nuovo importante traguardo: insegnare (finalmente!!!) yoga.
Ecco qua:
Dato di fatto n. 1
Qualcuno ciondola in classe durante l'intervallo, o mi si appiccica in corridoio. Sanno che sono le ultime ore in cui sarò la loro prof. Lo so anche io, li ho sgridati fino a perdere la voglia di sentire la mia stessa voce, li ho brutalizzati con prove a sorpresa, ho fatto ramanzine di 45 minuti, ho detto di loro che erano regrediti invece di migliorare, li ho minacciati di cose orrende che succederanno alla maggior parte di loro appena metteranno piede alle superiori... e poi gli ho regalato la tripletta di lezioni Freud-Nietzsche, Pascoli-D'Annunzio, Pirandello-Svevo, che con classi intelligenti non fallisce mai, e infatti loro, a me, hanno regalato una decina di ore di attenzione rapita, inesausta, di osservazioni intelligenti, di domande sensate, di commenti entusiasti.
"Prof, ho la pelle d'oca!!!" ha detto Mammina capendo il problema dell'identità in Pirandello. "Oddio, ma è orrendo!!!" ha detto qualcun altro. "Figata!!!" sui lapsus di Freud. L'Albarino mi ha fatto notare che oggi, invece di dire una parola per un'altra, si invia un sms o si condivide una cosa su WhatsApp alla persona sbagliata... e gli ho risposto che è verissimo, e che io sono campionessa nazionale di figuracce fatte così. L'ultima con il Magnifico, e scusate se è poco, io se mi smerdo mi smerdo dalla testa ai piedi, è un talento naturale.
Ho detto loro di chiudere gli occhi, mentre facevo notare come ne "La sera fiesolana" il cielo al tramonto si trasforma nel viso di una donna con grandi occhi scuri. Brad Pitt non li ha riaperti per alcuni minuti. Si sono bevuti "La pioggia nel pineto" (mannaggia, aveva appena smesso di piovere, stavolta), il caso di Miss Lucy, "Rosso Malpelo" integrale, senza saltare una riga (persino quelli della comunità, che di bambini maltrattati ne sanno qualcosa, ma non avevano mai seguito un'ora e un quarto di letteratura senza neanche il testo davanti).
Quest'anno ero talmente concentrata sul sopravvivere, in bilico tra un matrimonio governato da leggi assurde, una famiglia con mille casini, troppe cose da seguire e la costante, testarda ricerca della felicità, che vedevo solo la fine del programma, delle valutazioni, delle burocrazie sempre più devastanti, sia cartacee che elettroniche... e solo una volta finito di interrogare mi sono finalmente goduta questi momenti, in cui all'improvviso una terza che ha cazzeggiato per otto mesi ha recuperato lo smalto, l'acume, la voglia di capire, che caratterizzava lo stesso gruppo classe in seconda.
Ora me li terrei ancora due settimane solo per coccolarli, parlare con loro uno per uno, gestire le loro ansie nel lasciare il nido. Invece parlerò solo con l'Adorabile, perché ne ha bisogno, e con l'Orientale, perché la bocciamo.
Comunque, stanno per arrivare le mie sudate riflessioni sul modo di insegnare le materie, almeno le mie, a quindici anni dalla mia prima classe e dieci anni dal passaggio in ruolo.
Parto mettendo qui i presupposti su cui baso quanto dirò, e intanto vediamo che dite di quelli, poi io proseguo. Non subito, perché ho finito gli scrutini oggi, e sono sfinita. Ma a breve, in questi venti giorni che mi separano dalle ferie, e da un nuovo importante traguardo: insegnare (finalmente!!!) yoga.
Ecco qua:
Dato di fatto n. 1
I RAGAZZI NON FANNO PIU' I COMPITI A
CASA.
Dato di fatto n. 2
I RAGAZZI NON LEGGONO PIU'.
Dato di fatto n. 3
I RAGAZZI, IN COMPENSO, SCRIVONO DI
NUOVO.
Dato di fatto n. 4
I RAGAZZI SANNO ANCORA COME SI STUDIA,
MA NON SONO PIU' CAPACI DI SPIEGARSI A VOCE.
Dato di fatto n. 5
NON E' CON LA LIM, LE SLIDE E LE
PIATTAFORME ONLINE CHE RISOLVEREMO IL PROBLEMA.
Dato di fatto n. 6
I RAGAZZI SONO ANCORA CURIOSI DI COSE
BELLE E DIFFICILI
domenica 4 giugno 2017
Ba-boom-a-rang-rang-rang
Cose che tornano indietro. O no.
A volte guardo la tua pagina Pinterest, con una certa amarezza. Sono passati tre anni. Continui a postare cose sul farcela nonostante, sull'essere soli ma forti, sul chiudere fuori dalla tua vita cose e persone, stabilire limiti, rinunciare a rapporti.
Inevitabilmente penso che tu sia ancora molto infelice, inevitabilmente mi chiedo se dopo di me hai chiuso fuori altri, mi chiedo se sei ancora sposata (ma certo che lo sei), mi chiedo se hai avuto un altro figlio (possibile, anche se non te lo auguro), mi chiedo se pensi a quella primavera e quell'estate che ci hanno costrette a fare i conti con noi stesse (è ovvio che ci pensi, se devi continuamente ribadire che non ci stai pensando), se a volte vedi anche tu quel che posto io sul blog o sulle bacheche e ti sei accorta di quante cose sono successe (non direi. Ti fai un credo del saper troncare, se anche leggessi o spiassi le bacheche, non lo ammetteresti mai).
Ti ho pensato ieri sera, perché si sta concretizzando un mio grande sogno, e mi sembra assurdo che tu non lo sappia. Proprio tu.
Però non ti penso quanto avrei creduto all'inizio, quando ti ho perso. Una volta capito che non si parlava di torti o ragioni, che chiedere scusa o domandare spiegazioni era inutile, che ognuna era responsabile delle sue scelte. Sei uscita tu dalla mia vita e mi limito a chiedermi, quello sì abbastanza spesso, se un giorno tornerai. Non ho mai chiuso la porta, non ho mai pensato che eliminare delle persone fosse la soluzione, ho solo provato a capire perché tu dovessi così disperatamente allontanare me. E perché non fosse possibile guardarsi allo specchio e dirsi: ok, va bene tutto, ma non è di Castagna che devo avere paura. Credo di saperlo. E mi dispiace molto, preferirei sbagliarmi. Vivo da quarantun anni di fianco ad una persona che fa come te, so quanto è infelice e sola. Quando penso a questi comportamenti, ho due reazioni. Anzi, tre. Subito, un grande dispiacere per voi, per quelle che sembrano situazioni irreversibili. Poi il ripetermi la ferma promessa che io non farò così. E infine, il sentirmi leggera, anche se così vulnerabile. Potevo costruire muri e bunker per non vedere cosa avevo fatto, per non dovermi confrontare con la verità, con gli altri. Invece ho abbattuto pareti e imparato a vivere con quattro stracci svolazzanti che mi fanno a malapena da tenda.
Tu avrai anche girato il mondo, ma la persona che, restando ferma qui, ha viaggiato di più, in questi tre anni, sono io. Perché al momento di scegliere tra chiudere e aprire la mente, ho accettato che un bombardamento da più fronti distruggesse ogni riparo, e imparato cose nuove. Come vorrei che tu sapessi quanto si sta bene liberi.
PS
Parte di quanto sopra scritto per te potrebbe applicarsi anche all'Uomo. Ma lui ha già capito. Non so se è possibile il perdono. Ma è possibile lasciar andare la paura. Con la paura se ne va molta rabbia. E io spero che possa succedere anche a te, un giorno, anche se non sarò lì a vedere.
A volte guardo la tua pagina Pinterest, con una certa amarezza. Sono passati tre anni. Continui a postare cose sul farcela nonostante, sull'essere soli ma forti, sul chiudere fuori dalla tua vita cose e persone, stabilire limiti, rinunciare a rapporti.
Inevitabilmente penso che tu sia ancora molto infelice, inevitabilmente mi chiedo se dopo di me hai chiuso fuori altri, mi chiedo se sei ancora sposata (ma certo che lo sei), mi chiedo se hai avuto un altro figlio (possibile, anche se non te lo auguro), mi chiedo se pensi a quella primavera e quell'estate che ci hanno costrette a fare i conti con noi stesse (è ovvio che ci pensi, se devi continuamente ribadire che non ci stai pensando), se a volte vedi anche tu quel che posto io sul blog o sulle bacheche e ti sei accorta di quante cose sono successe (non direi. Ti fai un credo del saper troncare, se anche leggessi o spiassi le bacheche, non lo ammetteresti mai).
Ti ho pensato ieri sera, perché si sta concretizzando un mio grande sogno, e mi sembra assurdo che tu non lo sappia. Proprio tu.
Però non ti penso quanto avrei creduto all'inizio, quando ti ho perso. Una volta capito che non si parlava di torti o ragioni, che chiedere scusa o domandare spiegazioni era inutile, che ognuna era responsabile delle sue scelte. Sei uscita tu dalla mia vita e mi limito a chiedermi, quello sì abbastanza spesso, se un giorno tornerai. Non ho mai chiuso la porta, non ho mai pensato che eliminare delle persone fosse la soluzione, ho solo provato a capire perché tu dovessi così disperatamente allontanare me. E perché non fosse possibile guardarsi allo specchio e dirsi: ok, va bene tutto, ma non è di Castagna che devo avere paura. Credo di saperlo. E mi dispiace molto, preferirei sbagliarmi. Vivo da quarantun anni di fianco ad una persona che fa come te, so quanto è infelice e sola. Quando penso a questi comportamenti, ho due reazioni. Anzi, tre. Subito, un grande dispiacere per voi, per quelle che sembrano situazioni irreversibili. Poi il ripetermi la ferma promessa che io non farò così. E infine, il sentirmi leggera, anche se così vulnerabile. Potevo costruire muri e bunker per non vedere cosa avevo fatto, per non dovermi confrontare con la verità, con gli altri. Invece ho abbattuto pareti e imparato a vivere con quattro stracci svolazzanti che mi fanno a malapena da tenda.
Tu avrai anche girato il mondo, ma la persona che, restando ferma qui, ha viaggiato di più, in questi tre anni, sono io. Perché al momento di scegliere tra chiudere e aprire la mente, ho accettato che un bombardamento da più fronti distruggesse ogni riparo, e imparato cose nuove. Come vorrei che tu sapessi quanto si sta bene liberi.
PS
Parte di quanto sopra scritto per te potrebbe applicarsi anche all'Uomo. Ma lui ha già capito. Non so se è possibile il perdono. Ma è possibile lasciar andare la paura. Con la paura se ne va molta rabbia. E io spero che possa succedere anche a te, un giorno, anche se non sarò lì a vedere.
martedì 30 maggio 2017
Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami
Non
mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia
(oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso
dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...
E'
che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo
accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola,
povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un
cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta
forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel
trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi
si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver
perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica
parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio
padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a
me.
Adesso
non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro
genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel
giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi,
intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia,
nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il
sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro
famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente
traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un
senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio
creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più
inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti
i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.
Tra
le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella
posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove
anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga
che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si
veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse,
otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata
sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia?
Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e
annodarsi.
Altra
cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia
vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di
preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e
nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due
diversi caffè? E con chi!!!
Ed
è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come
cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti
fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è
farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare
la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni
ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una
predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di
infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro.
Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi
servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di
astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè”
(mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci
hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue
mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi
occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente
mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi,
tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè
è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra
parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo
parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà
uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica
so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di
contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si
potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da
offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in
quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”,
non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché
io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai
solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e
agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero
benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina
della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne
scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di
dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.
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