Quando una non mette a posto il cassetto per un anno, e viene giugno:
È molto catartico risolvere l'archiviazione delle prove di un intero anno con quattro ore e mezza di solitudine in una stanza con le tapparelle tenute basse. Fine di qualcosa. Preparazione a qualcos'altro.
Sto celebrando il distacco. Da una delle classi più fallimentari della mia intera carriera e da un modello di lavoro che non va più bene per la scuola di adesso, poi ve ne parlerò.
Dal tipo di insegnante che ero prima e che non sarò mai più, per evitare di essere di nuovo "quella che fa vedere che ci patisce" e trasformarmi in "quella che patisci a vederla"... O qualcosa del genere.
Da 3 o 4 persone che ho incontrato in questi anni difficili, ognuna delle quali mi ha lasciato un segno. Non importa se un segno marchiato col fuoco, o lieve e brillante come lucidalabbra.
La quarta persona, che è l'Orsone, spererei di non lasciarla, invece le strade, molto probabilmente, si dividono qui. Perlomeno la sua grande, calma presenza sarà quella che mi ha lasciato il segno migliore e e mi ha permesso di cancellare i segni precedenti, come una materna gomma pane che ci mette pazienza con tutto il mio agitarmi. E basta caffè. Che poi dice che le saltano spesso i nervi, alla Castagna, e invece questi caffè così leggeri, così pieni d'aria pulita, erano la sua ancora in porto.
Sto celebrando le cose che sono andate bene, quelle che sono andate male e la tristezza che c'è stata in mezzo, totale, ma intanto a forza di essere al buio ci si è adattata forse la pupilla e ora si sta, in questo buio, come in una luce. Il più delle volte.
Sto celebrando il distacco da molte paure e l'inizio di qualcosa di nuovo. Di cui non ho idea e la vecchia Castagna, quella con l'ansia, questa cosa l'avrebbe odiata. Questa qui che vede al buio, si è tagliata i capelli e, laddove possibile, ha anche smesso di mentire, no. Tanto, ormai.
Sono stanchissima, delusa da tutto e amareggiata perché alla fin fine qualche voto ho dovuto alzarlo persino io, e comunque nella notte le sufficienze sono spuntate come funghi. L'Orsone è incazzato, e ha ragione.
In terza ho chiesto di alzarsi a tutti quelli che ritenevano di avere rischiato o di stare rischiando l'anno.
Si sono alzati esattamente tutti quelli che si meriterebbero di rimanere bocciati: 11 su 12 delle lettere che abbiamo mandato a marzo.
Poi ho anche chiesto di alzarsi a quelli che pensavano di poter fare di più di quello che hanno fatto nel corso di quest'anno.
Si sono alzati tutti tranne due. Ho detto ad una delle due di alzarsi per metà.
E ho fatto sedere altri due. Una era Mimosa.
Le ho chiesto se mi sapeva dire perché si era alzata e lei è scoppiata a piangere e ha detto che di letteratura doveva prendere voti più alti.
Ho risposto che non sempre si può fare l'en plein, e che lei che deve andare al classico fa bene a chiedersi se ha fatto il massimo, di Italiano.
Non sa che la porto a scrutinio con il 10, ed è l'unica della classe.
Correggere tutte le ricerche in formato cartaceo, ppt, word, mp4, e farlo in modalità "no ma io la prendo bene, sono rilassata, eh, sono solo SETTANTACINQUE".
Demi Moore mi fa una pippa.
Prenotare trapianto di reni: l'amicizia con l'Orsone mi ha ridotto male. D'estate dovrò fronteggiare due tipi di crisi d'astinenza: da caffeina, e da grosso uomo barbuto dalla battuta bastarda. Sarà brutta.
Pensare seriamente a smetterla di mangiare roba che germoglia nelle macchinette automatiche.
Bocciare della gente. In alternativa, non far vedere ai colleghi che mi brucia non bocciare.
Bere alcolici. Non so perché, ne ho voglia. Voglio proprio uscire una sera e farmi un drink. Conto sulla Bottadicoca. Anche se poi finisce alle due di notte con me e lei che strilliamo maledizioni ai mariti sedute nel suo SUV. Sì, ho un'amica bionda che guida un SUV bianco. Pazzesco eh. Lei sa benissimo cosa penso delle bionde col SUV bianco. E ride. Io so cosa pensa lei delle donne disordinate che correggono in ritardo le prove. E rido.
Viaggiare. Cazzo quest'anno voglio muovermi.
Andare a cercare dove cazzo sono finiti gli addominali. Là sotto da qualche parte. Io lo so che ci sono.
Dormire infinite ore tra le braccia dell'Uomo, in mutande.
Mettermi dei vestitini favolosi e dei tacchi da frattura ogni giorno in cui vedo i colleghi ma non ho lezione. Quest'anno mi sono rotta i coglioni di avere solo abbigliamento e scarpe atti a rincorrere i minorenni per i corridoi.
Cucinare qualcosa che non sappia di plastica e non sia precotto.
Camminare ore e ore, tempo permettendo, bevendomi il verde delle colline.
La quantità di merda ingerita per star dietro a questa terza è quasi pari a quella ingerita complessivamente in sette o otto anni di carriera.
Almeno non mi toccasse litigare coi colleghi, ma niente, il calice va bevuto fino in fondo, e io sto letteralmente contando i giorni che mi separano dal non essere più la loro coordinatrice.
Poi guardo le singole facce, e mi dispiace. Perché alcuni mi mancheranno e su altri ho investito talmente tanto che ho davvero paura per loro, per le dentate nel cemento che prenderanno. E in generale sono la loro prof, niente da dire, il mio impegno è stato sempre quello, la dedizione anche. È che proprio è una classe di cacca, e più conosciamo i primini e le loro iniziative, più ci rendiamo conto che questo gruppo è marcio.
Comunque, saranno caccosi, ma D'Annunzio lo capiscono. Il dionisiaco è loro congeniale. Domani pioverà nel pineto: per ora si è duellato fuori Roma e si è visto il crepuscolo sui colli fiesolani. Il panismo è scontato, in queste giornate in cui il cielo e il nostro umore variano ogni poche ore, piove ma fa caldo, e tutto germoglia e fiorisce, come se la campagna fosse ubriaca. Ci stiamo dentro, insomma.
Stamattina dopo la foto di classe a tema "Happy Days" il collega di religione li ha portati a prendere un gelato. Io li ho visti uscire e mi sono agitata: "ma ce la fate a rientrare per quando suona? Io devo spiegare!" Ha promesso di sì, ed è stato di parola.
Poco più tardi finiva l'ora buca ed ero seduta in sala prof con l'Orsone. L'Orsone, ieri, dopo un prescrutinio che sembrava l'assedio di Stalingrado, mi ha scovato distrutta davanti al pc in un angolino della sala computer, che masticavo amarissimo, e mi ha rivolto la parola piano piano, come se fossi malata: "Cosa fai?" E io con un filino di voce sofferente: "Gli ultimi tre verbali della terza, che dovevi fare tu..." "E perché li fai tu?" Io l'ho guardato con gli occhi vuoti. Da quel momento mi fa da psicologo/appendisfighe/life coach/pietra d'angolo: in corridoio, al bar, nel parcheggio, ci siamo dedicati a ricostruirmi il carattere.
"È che io faccio sempre lo stesso sbaglio, nella vita, in tutti i campi, faccio vedere che ci tengo, e non dovrei." "No, non si deve vedere. Ma poi arrabbiarsi non ha senso." "Ma io sono sempre stata una che si scalda, io sono una passionale, a me manca la gente sanguigna, che si incazza per le cose, che combatte..."
Poi non so cos'altro mi stava dicendo, ma dopo cinquanta minuti di pacate riflessioni sul reagire in un modo o nell'altro, deve aver infilato nel discorso una puttanata adorabile delle sue, perché io sono scoppiata a ridere con le mani in faccia, mi sono ravviata indietro i ricci che ancora ridevo, e dietro di lui, alzando gli occhi, ho visto spuntare le faccette dei ragazzi di terza che, col cono gelato in mano, ci sorridevano guardandoci da fuori. Quella cosa incredibile che fanno i ragazzi delle medie, quando ti incrociano fuori dalla cattedra, magari nel parcheggio, e, anche se eri nella stessa stanza con loro fino a due ore prima, ti salutano felici come se ritrovassero dopo anni un vecchio amico.
Quantoso'bono era al centro del gruppetto, e per un attimo ho atteso che sul suo viso comparisse, come quasi sempre, la solita espressione da stronzo sbruffone che sta pensando qualcosa di malizioso. Invece ha guardato dentro qualche istante più a lungo degli altri, che già si erano distratti, e poi ha fatto un secondo sorriso sincero, pulito, e ancora più contento di vederci. Gliel'ho ricambiato. Ho fermato il fotogramma nella mia mente e annotato che sarà una cosa che ricorderò, in futuro, di quest'anno. Come la pioggia e il sole che, rincorrendosi, hanno fatto impazzire la campagna.
Cosa ci fa la Castagna alle 11 di sabato mattina a Rivoli, posto che la sua migliore amica Cavallino, che lavora a Rivoli, ovviamente il sabato non c'è?
E' una buona domanda, e se la sta facendo anche la Castagna, visto che avrebbe dovuto svoltare qualche uscita fa sullo svincolo per la Torino Savona. E' partita non molto tempo fa da una Asti umida e afosa per ritrovarsi in una Torino col cielo di cemento, ed è stata distratta durante la guida dalla telefonata dell'Impeccabile che la avvisava di come al Presuntuoso sia stata tolta la diagnosi accacì. Da ciò sono seguiti scambi di messaggi con l'Orsone e con la Pallida sull'opportunità di promuovere un tristo figuro del genere senza nemmeno la scusa del sostegno. E lo svincolo era lì a metà di uno di questi scambi, ma la Castagna non lo ha visto.
In ogni caso la Castagna è in viaggio perché sta per raggiungere il punto di ebollizione, peggiorato ulteriormente dalla quantità pazzesca di cose da finire entro lunedì e da una botta di allergia che l'ha portata a spellarsi tutta la faccia in sole 36 ore, soffiandosi freneticamente il naso. Certo che entro qualche ora si chiederà come ha potuto rinunciare a una notte tra le braccia dell'Uomo, tanto più significativa se si pensa che la settimana è iniziata con scazzo diffuso e non si dormiva nemmeno abbracciati, il che all'Uomo è costato più di quanto immagini, benchè senza dubbio anche sulla Castagna gli effetti si siano visti. Ma per il momento, appena imboccata l'autostrada giusta, la Castagna viaggia e sente la mandibola decontrarsi, finalmente. Non aveva senso rimanere bloccata nel solito tran tran agognando un po' di solitudine, e se il prezzo da pagare è una sera senza di lui... No, niente, non funziona. Okay. Soprassediamo un attimo.
E' stata comunque stata una settimana bella tosta: molti contatti sociali, soprattutto femminili. Due giorni di Mater nel weekend, pranzo con Cavallino mercoledì e cena con la Tipa giovedì; anche una chiacchierata notturna con la Fräulein e altri contatti umani sparsi. In tutto il resto del tempo, la Castagna ha lavorato senza orari, trascurando la famiglia, la cucina, i gatti, la tinta, la forma fisica e un sacco di altre cose, compreso un appuntamento con la ginecologa e uno con la psicologa. Per la serie no, non ho tempo per niente e nessuno, non rompetemi i coglioni, il mio utero sta benissimo e tutte le paturnie me le tengo per dopo, solo che, mentre sull' utero abbiamo ragionevole certezza che se la cavi da solo, sulle paturnie non possiamo essere altrettanto sicuri. Soprattutto in un momento come questo, in cui la Castagna è con le spalle al muro, circondata da gente che relativizza, minimizza o sconsiglia fortemente quasi tutto quello che lei sta pensando e facendo. In queste condizioni l'unica salvezza è Via del Golf 13, e infatti lì la Castagna stava andando quando si si è svanita lo svincolo.
Ti sei tenuta a galla con le unghie, ti sei arrampicata sullo scafo di metallo del Poseidon rovesciato. Per tanti mesi.
(Ti ricordi, papà, quando davano quel film? Piantavamo tutto per rivederlo insieme, e tu mi lasciavi fare un po' più tardi anche se il giorno dopo avevo scuola.)
Hai imparato a stare senza tante cose. A non chiederle più. Poi a non desiderarle quasi.
Poi sei stata in gelateria e hai guardato il campanile incorniciato dalla finestra. Hai assaggiato il tiramisu alla cannella dal piatto dell'Orsone. Hai riso alle battute di Guanciotti, ballato "Rock DJ" da seduta in auto mentre guidavi in sopraelevata, rassicurato come meglio potevi mille persone diverse, grandi, piccole, più vecchie di te.
Hai ricevuto il video dei ragazzini che si divertivano in discoteca, l'ultima sera in gita. Hai visto Pulcino pogare convinta. Hai lacrimato. Hai deciso di scrivere all'Adorabile, chiedergli il numero di Mamma Jeeg Cuore Acciaio e inviarle (shhh, segreto tra mamme) i 10 secondi di filmato in cui si vede la sua bambina che salta felice in mezzo alle compagne, senza ansie e senza autopunizioni. Poi hai lacrimato ancora un po'.
Ultimamente lacrimi di niente. Davvero di niente. Non è che non ci sia motivo di piangere per le tue e le altrui situazioni. Ma ultimamente tu piangi più spesso di commozione per piccole cose belle. E noti la melodia di un uccello, noti la schiuma del caffè, noti la luce di questi giorni pieni di sole e tutti bagnati dalle piogge torrenziali della sera prima. Per un istante hai visto anche quell'espressione incantevole sul viso dell'Uomo, quando sorride senza l'ombra negli occhi, come un bambino. E hai pensato, buon Dio, che era meglio se non la vedevi, perché a te, tutta la vita, quell'espressione ti fregherà.
E se tutto questo stesse confluendo? E se tutto questo avesse senso? E se tutto questo portasse ineluttabilmente all'istante in cui, una buona volta, dopo tutti questi mesi, hai detto la verità senza sforzo?
Bene, abbiamo assodato alcuni punti.
Primo, che l'Uomo lavorerà a Autogrill, se non trova un'assegnazione provvisoria sulle superiori.
Dicesi Autogrill una scuola media di un paesino vicinissimo a Asti, che ha il difetto di sorgere attaccata all'autostrada per Torino. Dice il vicepreside che quando un TIR frena rumorosamente si voltano tutti verso la finestra, nel dubbio di vederselo arrivare in classe.
Spero sia una battuta.
Comunque potrebbe andare peggio, il paesino è comodo da raggiungere e il preside è lo stesso che l'Uomo aveva già, conosciamo anche diversi colleghi.
E poi ci sono le assegnazioni, con le quali l'Uomo potrebbe giungere alle superiori, cosa che lo renderebbe felice.
Quanto a me, per il momento l'unica notizia di rilievo è che la collega di cui occupavo provvisoriamente il posto è stata definitivamente trasferita a Finale Ligure (brutto eh, fare la prof in riviera?), quindi a questo punto l'unica persona in grado di vantare una precedenza sulle cattedre di lettere in ruolo a Scuolina Rosa sono io, Castagna.
Peccato che quest'anno ci sarà, a essere ottimisti, solo una cattedra a supplenza annuale. Che quindi non conta per il ruolo.
Bene, intanto aspettiamo le assegnazioni provvisorie, poi vedremo.
Costigliole sappiamo dov'è, nel caso serva.
Parentesi poetica.
La madre or sol, suo dì frenetico traendo con gli enigmisti in quel di Ceresole Reale, mantiene il silenzio radio.
Il caldo infuria, il pan ci manca (nel senso che cucino io, quindi passa la fame a tutti) e mio padre non dorme, anche se gli ho fatto il letto nella stanza con l'aria condizionata.
Nè più mai toccheremo le sacre sponde di Santo Stefano al Mare. O meglio, le toccheremo in agosto, visto che quelli del residence sono stati tanto gentili e tanto onesti da proporci un cambio di settimana.
Se non altro, finalmente io e l'Uomo ieri sera tardi ci siamo ricongiunti nella casa di Genova. Per modo di dire, ricongiunti.
Nella pratica lui è sceso dalla macchina alle undici passate e mi ha passato un trasportino puzzolente con dentro una gattina rossa tutta inzuppata di pipì.
Quindi è seguita una scena in cui Matilda è stata insaponata e sciacquata nel bidet come un infante (e per fortuna come un infante si è lasciata lavare, senza usare le unghie), poi io ho girato casa con stracci e ammoniaca, la maglietta bagnata e un braccio occupato da un fagotto di asciugamani umidi dal cui interno proveniva la seguente cantilena:
"Meeeeeeaaaaaau meeeeau miauuauu miauauauauauau meeeaaao meeeeaooo meouau mmeaooauauau meeeau mmmeeeaaaaaaauuuuuuuu"
Con delizia dei vicini, visto che ormai era mezzanotte e Matilda ha dei polmoni che potrebbe fare la professoressa alle medie.
Premonizioni tibetane e avvisi per la navigazione
Usciamo abbracciati per una colazione al bar, col cane al guinzaglio.
Tempo dieci minuti siamo al bar, io con il ghiaccio su un piede e le lacrime agli occhi.
Niente, è solo che il cane ha inchiodato in mezzo a un attraversamento, rischiando di farsi investire, io mi sono girata mentre la tiravo via e mi sono spezzata l'unghia dell'alluce dando un calcio secco al marciapiede.
Ho visto la Madonna, Nosso Senhor do Bonfim e il Dalai Lama che mi ballavano davanti una specie di tarantella. Menomale che c'era l'Uomo perchè praticamente ho smesso di respirare per qualche secondo.
Poi mentre, lacrimando e tenendo il piede sotto un sacchetto pieno di ghiaccio, mangiavo la mia brioche, ho guardato il mio calendarietto tibetano. Giorno di fuoco e acqua, sfavorevole, attenzione alla salute.
Ma vaff...
Un paio di avvisi.
Oggi è il settantacinquesimo compleanno del Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Ghyatso.
Noi andiamo in montagna quattro o cinque giorni. Non ci portiamo il pc stavolta, quindi auleintempesta è momentaneamente sospeso per sopraggiunte (e tanto agognate) ferie.
Vi ricordo che, conformi ai dettami di Sua Maestà il Sovrano di Grande Inverno (Sanguedelmiosangue, che impartisce ordini dal suo blog), DOVETE DIMAGRIRE, CHIATTONI. Scusate, niente di offensivo, è solo che il prossimo arrivo in montagna mi porta a ribadire l'imperativo del 2010, che Sanguedelmiosangue ha messo come unica regola del suo entourage (che poi siamo sostanzialmente io e la Diavolessa) - unica, a parte quella di venerarlo e offrirgli continui olocausti di mazzancolle impanate e maschere di bellezza allo yogurt.
Io vado a camminare come una pazza in giro per i monti e stanotte (scusate ma lo devo scrivere) DORMO CON LA COPERTA... Goduria...
Passatevela bene.
A presto, disse, mentre si allontanava zoppicando vistosamente.
Agosto 2010
Un anno di auleintempesta
Ed eccoci. Finalmente a casa. Da ieri mattina. Alle nove e mezza mi ero già riappropriata dei miei libri. Alle dieci e mezza dei miei cd, annunciando il mio rientro alla piazza con finestre spalancate e Green Day a bomba. Ovviamente ho già fatto due lavatrici e un giro di ricognizione al supermercato. E puntualmente è arrivata la prima grana lavorativa. Grazie a Orsetto Lavatore, il collega di Religione che tutto sa e tutto origlia, mi viene riferito che stan cercando di smembrarmi le ore della III B. Togliendomi Geografia per darla alla collega Veterana. Che, tra l’altro, essendo la più anziana, se non le va bene può semplicemente dire di no. E che con me va d’accordo. La cosa non mi agita particolarmente, ma c’è un dettaglio: tra le righe, Orsetto Lavatore ha chiarito che questa telefonata lui me l’ha fatta perché il Gigante gli ha riferito di nascosto questa possibilità, discussa con la preside. Il Gigante la settimana prossima è in ferie. Ho capito che ha parlato con Orsetto Lavatore perché voleva che io fossi avvisata. E il Gigante queste cose non le fa se non c’è effettivo rischio che si stiano elaborando grosse porcate. Umm. Va bene. Ora vediamo. Per il momento non ho voglia di entrare di nuovo a capofitto in questi rigiri di telefonate segrete e sussurri tra i corridoi del palazzo. E non intendo dissotterrare l’ascia di guerra proprio subito. Aspetto di incontrare la Bestia Nera, che come sempre me la farà sfoderare nel giro di venti secondi. Mi limito a tenere gli occhi ben aperti. Intanto auleintempesta sta per compiere un anno. E, mi dico già da qualche tempo, i contenuti di questo blog non corrispondono realmente alla sua didascalia. Non si parla affatto solo di scuola, qui, ma moltissimo di me, dei fatti miei, del mio percorso umano, personale e spirituale. Leggere i blog di altri professori e quelli delle altre donne (molte, mamme che parlano soprattutto di famiglia) mi ha fatto capire che questo giornale di bordo scolastico è anche diventato, strada facendo, un diario intimo. Il che, se ci penso bene, è molto, molto adeguato al mio reale modo di lavorare, che non è scindibile dal mio modo di essere. Senza volere, con certe pagine di confessione ho dato un quadro molto più completo di me come insegnante che di me come persona, perché ci sono tante cose di cui qui non mi sento di parlare, a livello privato. Comunque, rifletterò se cambiare la didascalia. Per il momento, un grazie alla Frenci, che mi ha fatto scoprire questo modo di esprimersi. Un grazie a chi ha letto, e anche di più a chi ha letto tra le righe. Un grande abbraccio a chi ha capito e a chi è stato qui vicino anche se non capiva. E un invito, a molti e in particolare alla Tipa: scrivete un blog, fa bene. Non importa se vi leggono, anche se un commento spesso aiuta, scalda il cuore in una giornata invernale o suggerisce uno spunto. Importa molto di più leggere i blog degli altri, fa sentire molto ma molto meno soli. Però importa che si possa prendere una mezz’ora al giorno per guardarsi allo specchio e dirsi le cose con calma, in solitudine, in silenzio. A me ha chiarito tante cose. Ho il dubbio se avrei capito ugualmente quel che mi succedeva, senza queste pagine online, se avrei saputo elaborare sconfitte, cambiamenti, successi. Penso che non ci sarei riuscita così. E ora è il momento della commozione. Fuori i Kleenex. Ci sono persone da abbracciare forte forte. Prima di tutto, le mie amiche di sempre. Cavallino, la Tipa, la Frenci. Che sono state presenti qui tante volte, come sono state presenti in tutte le cose importanti della mia vita. Perché ci sono cose che NON SI DISCUTONO. Punto. Come il culo di Edo alle superiori (o il naso di Lorenzo, direbbe la Piccolina). Poi subito dopo in ordine di blogimportanza (e non solo) Sanguedelmiosangue e la Diavolessa, le mie amate mine vaganti, queer, queen, tossici, sinceri, autodistruttivi, immensamente nobili d’animo, raffinati nei gusti letterari e eleganti nello stile (anche nei momenti più trash …tipo “UNA NOTTE A NAAAPOLIIII“, per capirci). Perché siamo telluricamente fratelli nei nostri complicati rigiri sentimentali, e coi loro blog si è instaurata una buffa, profonda e a volte sconvolgente comunicazione a tre, che non ha interrotto le centinaia di messaggi, le chiacchierate e le camminate. E questa specie di strana seconda adolescenza che la Diavolessa ha portato nella mia esistenza. Poi tanti che non conosco di persona ma che di qui passano, o che si raccontano un po’ più in là nel blogmondo. Con menzione speciale a Minerva, la più assidua lettrice e una delle più profonde analiste del mondo delle emozioni (nonché una delle poche adolescenti che sanno usare la lingua italiana senza farne scempio, anzi con classe). A My, che mi somiglia in modo impressionante nei ragionamenti. A Wonderland, che mi fa ribaltare dal divano dalle risate. A LGO, lanoisette, Perboni e altri prof dallo sguardo acuminato e senza peli sulla lingua. A Soleil, a Bianca, a B Stevens, a tante altre blogmamme, blogfate, blogsorelle, blogregine di questo mondo enormemente femminile, come tutti i mondi intimi e nel contempo sociali. A ziacris, dall’animo indomabile, che è la vera ispiratrice, insieme allo spirito inquieto e mai defunto di mia nonna, del romanzo che sto scrivendo (ops, questo non ve l’avevo ancora detto, eh? Eh… beh. Se ne riparla se lo finisco.) Ma anche a quelle che scrivono troppo poco e mi piacerebbe leggerle di più: Symosymo, Donna Popcorn, la stessa Frenci (per cause di forza molto maggiore, lo so). E a quelli che non leggono qui ma mi piacerebbe che lo facessero: Musica, il Pagliaccio, la Piccolina, e la coprotagonista invisibile delle mie giornate lavorative, l’Inflessibile, che mi dà più di quanto riuscirò mai a spiegarle, con la sua spigolosa, spesso scomoda ma incrollabile presenza, e con le risate da ragazzina che io, tra pochi eletti, ho il privilegio di vederle fare. E così. Buon compleanno, auleintempesta, mia amata, egoriferita creazione, dai vicoli oscuri che nemmeno io conosco tutti, con improvvise uscite sul mare, con finestre nascoste da cui respirare l’odore delle colline, con trapunte calde sotto cui nascondersi nelle giornate di gelo. Lunedì si ricomincia. Settembre 2010 Sorsate
Ve lo ricordate quel libro: "la prima sorsata di birra e altri piaceri della vita"?
Leggete qua...
Esercizio: 10 cose magnifiche e assolutamente gratuite che ti rendono la vita più bella
Un buon libro
(Chiara, 15 anni)
Cercare costellazioni
(Manuela, 14 anni)
Quando guardo la partita di mio fratello e lui fa goal
(Daniela, 14 anni)
Guardare il diario e vedere che non ci sono compiti
(Stefania, 14 anni)
Passare ogni minuto della mia vita a fare del bene a tutti
(Fabiano, 14 anni)
Mangiare la polenta in montagna
(Maurizio, 14 anni)
Il venerdì pomeriggio
(Arianna, 14 anni)
Quando c'è tanto vento prenderlo tutto e sognare di poter volare via
(Elisa, 14 anni)
Abbracciare una sequoia di mille anni
(Alessandro, 14 anni)
Febbraio 2010 La crosta terrestre
Ci camminiamo sopra e ci cadiamo sbattendo la faccia, sbucciandoci le ginocchia, oppure ci sediamo su di essa e stendiamo le nostre membra al sole, nell'erba a fare l'amore, o nel fango a morire. Sembra l'unica cosa solida che abbiamo. "Stare coi piedi per terra", "essere terra terra", "costruire sulla roccia". Sì. Ma la crosta terrestre ha dei buchi da cui escono magma, sorgenti calde, fanghi bollenti, acque minerali. Ha delle spaccature che la attraversano in lungo e in largo. E si muove. Trema. E inghiotte le cose. Basta una frase detta distrattamente, un momento di scarsa attenzione, un dubbio, e dove si è spaccata una volta una faglia può ancora succedere di tutto, anche dopo anni, secoli e millenni. Basta che per un attimo tu non ti accorga che la persona che hai a fianco ha bisogno di te. Basta che tu sia voltato dall'altra parte quando qualcuno cerca i tuoi occhi. E la faglia si muove, scrolla via la polvere e l'erba, sanguina lava incandescente. E inghiotte un po' di me. Non è grave. E' una scossa di assestamento, è normale. Quando vivi lungo una faglia, sei abituato. Ma preferivi prima, quando la faglia non c'era. Perchè hai imparato a non avere paura delle scosse di assestamento. Ma non hai imparato a non sentire dolore.
Giugno 2010 Ultime ore di navigazione
Mare forza due. Cioè quel tanto di onde che bastano a sapere di essere lontani dalla terraferma. E sulla mia zattera, allegramente saltellante su piccole creste d'acqua, salgono e scendono qua e là, mentre veleggio tra queste ultime isole, alcuni naufraghi, qualche nuotatore professionista, compagni di viaggio stanchi o agitati, mentre molti giovani delfini mi accompagnano con salti e spruzzi e i loro versi simili a risate. Queste aule, dalle profondità insondabili, dal vento mutevole, sempre in bilico tra una brezza rigenerante e lo scatenarsi di un tifone, tra tre giorni saranno vuote. Il sole allora brucerà. Oggi ancora mi godo il profumo del sale e il richiamo dei gabbiani. Cominciano a essere parecchi, i branchi di delfini che in questi anni ho visto sparire all'orizzonte. Felici. E rumorosi. Si sta bene, in questo mare azzurro.
Ho riletto, una notte in cui non dormivo, alcune vecchie cose rimaste a pietrificarsi nella cartella Bozze, che non ho mai pubblicato, e pensato di fare un po' di pulizia. Ma anche di salvare qualcosa. Anche in modo un po' casuale. E' una specie di catarsi, come molte altre cose che sto facendo in questo anno 2018.
Ottobre 2009 Autocoscienza 1
Ma poi te li porti via, dentro, sulla pelle, tra i capelli, e te li sogni. Sei al supermercato e vedi i mandarini e pensi: ho trovato, levo due spicchi a un mandarino e gli faccio vedere come si misura l'arco di parallelo. Sei al cinema e ti chiedi se il film che stai vedendo puoi farlo vedere a scuola o se ci sono troppe parolacce o scene di sesso. Leggi un giornale e ti ritrovi a girare come un pazzo su internet per ore, per documentarti su una roba di attualità che non c'entra un cazzo con quel che devi fare domani, ma sai che li prenderà da pazzi e gli farà venire mille collegamenti. Una delle mattine più belle della mia vita sono arrivata a Torino in anticipo e sono andata da Zanaboni a comprare libri, mi ricordo che ho preso una cosa sul feng shui, un Terzani e un paio di romanzi, e poi sono arrivata al liceo, in prima, coi sacchetti della libreria e li abbiamo aperti, io e le mie otto ragazze, come fosse Natale, per poi commentare cos'è il feng shui, chi era Terzani, chi è questo scrittore e cos'altro ha scritto, etc etc. Insomma la fusione tra la vita e l'insegnamento. Favoloso, ma poi? La mia vita senza di loro esiste veramente? O sono un guscio secco, e tutta la polpa del mio entusiasmo e della mia voglia di comunicare resta nella vaschetta del cancellino?
La
professoressa guardò l'ora mentre sfrecciava nel bosco e si disse
che non ce l'avrebbe più fatta ormai a prendere il caffè con
l'Orsone.
Pazienza.
Il
venerdì mattina dell'anno scolastico 2017/2018 è dedicato a
due missioni fondamentali:
1)
sentirsi
una madre meravigliosa, giusto
quei cinque minuti a settimana in cui non si lotta per aggiudicarsi
il Madre di Merda 2018, per il fatto di mettere la sveglia
alle 7 anche se si entra alle 10,45, fare il caffè alla figlia,
darle un bacino e sincerarsi
che abbia quel che le serve per la mattina a scuola, per poi
2)
dire, con
goduria appena celata, "torno ancora un po' di là" e,
mentre la figlia fuma una sigaretta facendo venire l'ora del pullman,
infilarsi a letto per un'altra oretta, in cui si dorme il sonno più
stupendo che ci sia, quello di quando anche l'Uomo non deve alzarsi.
E ricordatevi che io ho sofferto di insonnia a un livello che
clinicamente può bastare per spezzare un fisico, e ho rischiato
seriamente di perdere del tutto e per sempre l'amore della mia vita.
Per cui, ogni minuto che passo serenamente addormentata al suo
fianco, in orari in cui non riuscivo più a dormire da quando avevo
vent'anni, è come un altro giorno che sorge per uno che doveva
finire sulla sedia elettrica e invece è stato graziato. Poi il sonno
viene spesso sostituito, o meglio ancora seguito, dal chiacchierare
sotto le coperte con l'Uomo, e se qualcuno mi ha mai voluto bene e si
è preoccupato per me, dovrebbe origliare e sentire le risate con cui
inizio la giornata. Io amo il venerdì. Se mi dite a chi devo vendere
il mio corpo perchè l'anno prossimo nell'orario di entrambi ricapiti
una mattina così, lo faccio senza pensarci due volte.
Quella mattina, una serie di motivi costringeva a rinunciare al paradisiaco risveglio
del venerdì. Abbassando gli occhi sul telefono, la prof Castagna si
accorse di avere una telefonata del Gigante. Alle otto e cinque di
mattina? Lo richiamò nel primo punto della strada in cui, tra una
coltivazione e un bosco, le tacche del telefono tornavano ad essere
almeno due.
“Scusami,
volevo dirti che la madre di Quantoso'bono è già passata da scuola,
ma le abbiamo detto di tornare dopo, perché tu entravi in servizio
più tardi.”
“Veramente
io sto arrivando, comunque le avevo detto di venire dopo le 9, perché
sapevo che c'eri anche tu.”
“Ah ma io
sono già qua, comunque le ho parlato un po' io, poi però vedila tu,
ha detto di chiamarla al negozio quando siamo pronti.”
“Sono lì
tra 5 minuti.”
Poco dopo, il
Gigante sedeva placidamente tutto solo sulla panchina dell'ingresso.
La Castagna andò a sedersi al suo fianco. Si informarono a vicenda
brevemente su quanto c'era da fare nella mattinata. Poi lui sospirò.
Lei sospirò. Tutti e due sospiravano, per una volta, di
soddisfazione.
“Sono
proprio contenta.”
“Sì,
anch'io, è andata proprio bene.”
”Davvero.”
“Stamattina
sono arrivati, hanno posato le loro cose, quando è suonata la
campanella si sono infilati nelle classi, senza colpo ferire, non li
ho più sentiti, sono a casa loro.” “Meraviglioso.”
“Ora chiama
le mamme.”
“No,
Gigante, fammi aspettare un attimo, volevo salutare i Francesi. Sono
venuta prima anche perché la collega ha detto che mi ha portato un
pensierino che voleva lasciarmi prima di partire.”
Il Gigante
annuì, e restarono lì senza fare assolutamente niente, tutti e due,
per un paio di spettacolari minuti. Poichè entrambi sapevano di
esserselo sudato, questo istante, e sono cose da assaporare, prima di
rimettersi a correre.
3 giorni
prima
La Castagna era
sensualmente immersa in una miriade di temi sparpagliati sul letto
matrimoniale, nella prima giornata veramente calda della stagione
(“Hai presente Demi Moore nelle banconote? Ecco. Io però nei temi”
aveva scherzato con l'Orsone qualche giorno prima, e a lui era andato
di traverso il caffè, si suppone pensando a Demi Moore, comunque
la Castagna si era molto divertita).
Sul gruppo whatsapp di
Scuolina Rosa arrivò un messaggio che diceva: “La ragazzina è in
ambulanza con la sua insegnante, ti raggiunge la Bionda appena l'Inutile
torna da Montechiaro”.
Ovviamente era un errore averlo inviato al gruppo,
ma tutti si agitarono. Venne fuori che la simpatica prova di
resistenza per stroncare i giovani ospiti del gemellaggio (ore di
pullman – pranzo in mensa – salita a piedi al castello con 29
gradi e il sole a picco – discesa nel cuore della collina, a 5
gradi, nel museo ospitato dalle segrete del castello) aveva fatto una
vittima: la piccola R., che avrebbe passato le successive otto ore a
svenire e vomitare a intervalli, per la gioia della sua prof di
italiano e la costernazione dei genitori di Fulminato, che la
aspettavano a casa in quanto famiglia ospitante. Medico di Paesino di
Sogno, pronto soccorso, una notte in pediatria. La prof francese
rimase bloccata, dal momento di salire in ambulanza, fino alla mattina
dopo, senza vestiti per cambiarsi e senza cena. Mille telefonate e
sms dopo, la situazione si presentava così:
bambina francese
ricoverata
prof francese nutrita con
panini portati d'urgenza da casa della Brava Crista
prof Bionda e
prof Inutile rientrate a casa dopo aver fatto picchetto in pronto
soccorso, sostituite in pediatria da prof Troll e prof Bestia Nera
prof Castagna che uscendo
da yoga va a sua volta a vedere come è finita, trovando i colleghi
italiani e francesi finalmente seduti, alle 21,45, davanti a una
pizza.
Di lì a poco il commento
della Bestia Nera (della? Bestia Nera? sì...) sarebbe stato “Però
siamo proprio uniti quando c'è bisogno” e, poi, al Gigante, la
medesima Bestia Nera avrebbe detto “Mi pare che abbiamo fatto
proprio bella figura, nell'emergenza, e senza che nessuno ci
coordinasse”.
Due giorni prima
Il Presuntuoso, in giro a
fare danni nell'intervallo, come sempre, con Quantoso'bono e Riace,
pensò bene di insultare la Bidella di Burro, dandole della
passeggiatrice.
Ora. Al Gigante puoi fare
molte cose. Ma è un uomo d'altri tempi. Non toccargli nessuna delle
sue donne: mamma moglie figlia, ça va sans dire, ma nemmeno l'ultima
delle supplenti o la più antipatica delle segretarie. I suoi ruggiti
di quel mercoledì li udirono anche i leoni nello Tsavo National
Park, e si impressionarono. Convocò la Castagna da una parte
all'altra del corridoio sovrastando il caos dell'intervallo, e lei
sentì, più che vedere, la presenza attenta dell'Orsone che si
affiancava per accompagnarla. Solo che anche lei come leonessa non
era male, e quindi in due mosse veloci uncinò il ragazzino, che
cercava di capire da che parte gli convenisse girarsi per non farsi
fare troppi lividi, lo precedette davanti alla porta della sala
musica dove il Gigante si era rintanato tuonando, gli disse gelida:
“Tu aspettami qui, fermo” e andò oltre, lasciandolo lì
impietrito in mezzo a una fiumana di ragazzini che si divertivano.
Arrivò fino alla bidella, le chiese come fosse andata, tornò
indietro: l'Orsone ci aveva rinunciato ed era andato in classe, e il
Presuntuoso non era più lì. Per un attimo lo sguardo di Castagna
divenne quello di Ciclope e aprì un buco fumante nel pavimento, nel
punto in cui doveva trovarsi il ragazzo. Poi la prof vide
l'Impeccabile che fissava con le labbra smorte la porta della sala
musica: “E' lì dentro?” “Sì...”
Castagna entrò e, tra lei
e il Gigante, diedero a due voci al Presuntuoso la migliore anteprima
di un cazziatone delle superiori di cui fossero capaci, per poi
proseguire con nota rossa sul registro, trascrizione su diario e
spargimento della notizia in giro tra colleghi.
Perchè il genio aveva
pensato bene di fare la sua uscita la mattina prima di un consiglio
di classe, aggiungendo immediatamente all'ordine del giorno della
riunione un nuovo punto.
Nel pomeriggio, al
consiglio, la Castagna si schierò dicendo all'Orsone: “Io chiedo
una sospensione di tre giorni, stavolta, stammi dietro” e lui le
confermò che avrebbe sostenuto la sua idea. Non immaginava, la
Castagna, che invece non solo il Gigante avrebbe chiesto cinque
giorni, ma avrebbe strigliato tutti i presenti, compresa e
soprattutto lei, per non essere, a suo dire, abbastanza severi con
quella terza. E voleva le teste anche di Quantoso'bono e di Riace,
magari buttarli fuori dalla gita, etc. “Adesso basta fare tanti
sorrisi”, ringhiava. Tanto che la Castagna, un po' avvilita,
mormorò ai colleghi seduti vicino: “Ma se io mi alzo al mattino e
faccio culi tutto il giorno...”, cosa talmente nota a tutti che si
videro varie teste annuire, e persino lo Stronzo di Sostegno, nei
giorni successivi, si sarebbe premurato di dire a Castagna che, con
lei, la terza era inquadratissima. In ogni caso, l'unanimità dei
presenti chiese un provvedimento più duro del solito e Castagna
promise di parlare con le madri degli altri due moschettieri.
Quella sera, dopo molte ore
di scuola e molti discorsi, una stanca ma risoluta Castagna entrò in
casa alle sette e venti, si sciacquò il sudore, si pettinò i
capelli e si trasferì dentro una camicetta di seta e un tailleur gonna color cioccolato, per poi ripartire alle otto e dieci alla volta del
ristorante sulla famosa Piazza del Peccato, a Paesino di Sogno. Non
era entusiasta di andare a cena: Piazza del Peccato era sempre un
luogo a rischio di incontri ravvicinati del tipo meno indicato, la
Fraulein era malata e aveva dato buca, l'Orsone si era ritirato in
buon ordine, essendo in quanto orso assai poco propenso alle serate
sociali.
Ma la cena fu veramente
piacevole e bella: tutti erano contenti di essere andati d'accordo,
di essersi mossi in squadra, sia con l'emergenza salute della piccola
ospite, sia con la questione disciplinare, sia con l'accoglienza dei
colleghi stranieri. Di cui uno, pur insegnando in Francia, parlava
con lo splendido accento dei dintorni di Siena e soppesò, a lungo e
con soddisfazione, il vino, una Barbera di Vinchio, con cui
Bellissimo Padre, il proprietario dell'enoteca, ci stava facendo fare
ulteriore splendida figura.
Un giro di dessert e caffè
più tardi, Castagna usciva a fumarsi una sigaretta con Bellissimo
Padre sotto il portico, e gli diceva quanto era contenta di come
stava girando giù a Scuolina Rosa, e che lui non avesse venduto il
locale. Bellissimo Padre era ormai un amico e non faceva più il
timido quando gli facevano un complimento, almeno non con lei. Lei
guardava una falce sottile di luna sopra il campanile barocco, e
pensava a quanto amava il suo paesino, quella chiesa, quella piazza,
quella vista, quel locale, ogni pietra, ogni albero, ogni filo di
ragno, ogni pennellata di nebbia che si stendeva sulle colline. A
proposito di godersi ognuna della cose che si è rischiato di
perdere.
Un giorno prima
La mattinata di Castagna
era iniziata con un'ora e mezza di chiacchierata, mezza in italiano
mezza in francese, tra lei, due ragazzine straniere di cui una di
Mayotte (ma esistono veramente, allora, i famosi DOM e TOM!) e tutta
la prima dei Gini, che saranno anche Gini ma come ospiti sono
adorabili.
Ma poi ci fu la madre del
Presuntuoso. Cui il Presuntuoso non aveva mica detto di che natura
fosse l'insulto appioppato a Bidella di Burro. Toccò a Castagna (e
come ti sbagli) riferire le parole esatte e vedere la povera donna
scoppiare in lacrime per la vergogna. Fortuna che il Gigante, essendo
impegnato nell'organizzazione della seconda parte della mattinata per
i Francesini (gita a piedi in aperta campagna e picnic a base di
pizza calda servita sul prato di una chiesetta romanica), aveva
chiesto all'Orsone di accompagnarla. Non che di solito servisse
chiederlo. Quaranta minuti di ramanza al ragazzino, pianto della
signora e ragionamenti severi e pacati dopo, Castagna, stavolta da
sola, andò a convocare al telefono la madre di Quantoso'bono, di
nuovo!, e, ancora!, la madre di Riace. Tra la prima e la seconda
telefonata le era venuto un bel mal di stomaco e alla fine della
seconda una delle segretarie le disse: “Meglio se fai una pausa,
sei tutta rossa a chiazze in faccia”. La Castagna non intendeva
morire di problemi circolatori per la fatica somma di comunicare alle
madri succitate “Si ricorda signora che avevamo detto di sentirci
se c'era qualche problema? Ecco, dovrebbe venire a scuola a
parlarmi...”, ma oggettivamente si sentiva male. Nella stessa
mattinata, il vice aprì la porta della terza mentre lei interrogava
per chiederle dove fosse mai Belzebù. Assente, rispose lei, lui le
abbaiò “poi ti dico” e richiuse la porta. Gli alunni
esterrefatti le videro ingoiare un groppo di pianto: altre grane non
le avrebbe proprio rette... Lei cercò di dominarsi e disse con un
sorriso amaro una frase da registrare negli annali: “La vostra
classe è ...una cosa cardiaca.”
Al pomeriggio saggiamente
Castagna decise di non rimanere a scuola a preparare la festa di
addio, ma di passare un momento a casa a riprendersi. Pronti via,
siccome era sola a pranzo e nessuno le chiedeva niente, si addormentò
secca sul divano. Spaccare culi ai ragazzi è faticoso, dare notizie
di merda alle madri è molto peggio.
Al risveglio, il suo
cervello, che era andato a mille per parecchie ore, aveva rallentato
i giri, e all'improvviso ebbe un flash: cosa le aveva detto l'Orsone,
prendendo un caffè nello stanzino, tra una madre in lacrime e un
vicepreside dai denti sguainati? Che avrebbe chiesto a Preside Chic
se valeva per lui la pena fare domanda a Scuolina Rosa per i prossimi
anni, dato che la sua assunzione dipendeva dalla chiamata diretta. E
la Castagna era talmente suonata, dallo sforzo di far rispettare il
regolamento alla sua terza, che neppure gli aveva gettato le braccia
al collo.
Rinfrancata dalla
prospettiva di non essere mai più sola a fare fronte alle grane,
Castagna si mise un paio di comodi e freschi buddha pants, una
maglietta e i sandali e partì per scuola. Il bidello Guaglione, in
canottiera nera, appendeva festoni e palloncini. La Zuccherina di
Arte e l'Impeccabile preparavano cartelloni e bandierine con un
gruppo di Francesini. Gli altri giocavano a squadre in palestra, sul
prato e sul campo da beach volley (sì lo so, siamo troppo avanti ad
avere un campo da beach volley in mezzo ai vigneti, che volete farci,
è o non è la Valle delle Meraviglie?). Il Gigante preparava la
musica sulla LIM e ordinava pizze al telefono. Castagna e le altre
prof spacchettarono quintali di cibo, comprato o preparato dalle
famiglie, e disposero tutto in bella mostra nell'auditorium.
Arrivarono le famiglie ospitanti, i professori francesi, i colleghi,
e intanto Castagna scomparve in un bagno e ne uscì con vestitino
nero a fiorami, calze a rete e tacco medio, suscitando nel bidello
Guaglione il commento: “Eccallà, agge sbagliate tutte cose,
m'aviva a purtà nu frac”.
Poi ci fu la festa, e a
partire dalla famiglia di Fulminato, che voleva farsi la foto tutta
insieme con le due ragazzine francesi ospiti, tutti si fecero il
servizio fotografico, persino le prof con un gargantuesco carrello di
dolci, e poi sedute tutte in cerchio a finire la serata. Castagna
aveva supervisionato tutta la sera il pc della LIM, sul quale i
ragazzi francesi caricavano da Youtube brutti rap nordafricani,
canzoni semioscene in spagnolo e altra roba poco condivisibile (una
su tutte “Dame tu cosita” e annesso video con mosse trombatorie).
Poi i ragazzi erano quasi tutti usciti sul prato e lei aveva
iniziato a riordinare, mettendosi come soundtrack una più ascoltabile
“Love the way you lie”. Era allora comparso un ragazzino francese
con capelli disordinati e faccina sfigata, che educatamente chiesto
il permesso in italiano aveva digitato una sua scelta. “Revolution”.
Dei Beatles. La mandibola di Castagna si era sfracellata sul
pavimento della sala. Visto che questa prof pareva favorevole a un
po' di revival, il tipetto le aveva subito dopo proposto con mille
erre rotanti: “Questo è mio gRRRRupo pRRRefeRRRRito, eh?” e
aveva caricato i Police. “Message in a bottle”. Veramente. Lacrime. Commossa,
la prof gli aveva alzato il volume. Più tardi era passato ai Led
Zeppelin, ma a quel punto era definitivamente il suo mito.
La serata terminò con
professoresse stanche e felici, che avevano già mangiato la torta
panna pan di Spagna e semifreddo di fragole, ma mentre riordinavano
la cucina si sbafavano facendo le fusa i resti delle leggendarie
quiches della moglie del Gigante. Ore ventidue, cancelli chiusi,
scuola buia. Tutti soddisfatti.
A ciò si deve il fatto
che, la mattina dopo, mezz'ora prima di ripiombare nei casini
disciplinari, la Castagna chiedesse al Gigante un attimo di tregua, e
una meritata degustazione del sapore di cose ben fatte che aleggiava
per la scuola. E poco più tardi si attardasse un momento sulla
porta, insieme al Guaglione che fingeva di essere uscito per spazzare
il marciapiede, a guardare il pullman francese, che faceva manovra
nel piazzale e portava lontano, verso casa loro, trentacinque
ragazzini contenti. E, di nuovo, a pensare a quanto profonde fossero
ormai le sue radici in quella piccola sconosciuta fettina di Paradiso. Casa.
LA VERITA', NIENT'ALTRO CHE LA VERITA', SUL MESTIERE DELLA PROF. OVVIAMENTE DAL MIO PUNTO DI VISTA. E UNA VITA DA PROF TUTTO INTORNO.
Chiaro che questo blog è una roba mia personale e ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 non costituisce attività di tipo giornalistico; non ho intenzione di violare gli altrui diritti al copyright usando links o foto prese dal web, e comunque, se continua questo andazzo, mi epureranno lo stesso, perchè insegno ai miei alunni a pensare con la propria testa.
Penso, parlo e agisco come la gente di mare, ma sto nascosta tra le colline, nella nebbia e nel ghiaccio, per scelta consapevole. Grazie alla convivenza quotidiana con una cinquantina di preadolescenti, resto giovane dentro e fuori, e sorrido molto. Piango di rado, almeno esternamente. Rido volentieri. Quando mi incazzo o devo farmi obbedire, supero i decibel del ruggito del leone. Nella vita sono innamorata di due cose: perdutamente, della scuola pubblica e di tutte le sue infinite disgrazie, e, burrascosamente, dell'Uomo. Alleviamo tra molte avventure una piccola tigre che qui è indicata come la Princi, essendo noi i suoi fedeli sudditi e lei la nostra implacabile e fascinosa regina dagli occhi d'Africa.