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martedì 20 agosto 2019

The big M

Stasera l'amica, mezza collega, Maestrana, parlando del più e del meno dice: "no, bisogna prepararsi, che poi con la menopausa si ingrassa."

"Con la?" chiedo io. "Con...?"

CosacavolostaidicendoWillis?

Vi descrivo prima la scena, poi la sensazione.

Scena: sono seduta in piena luce sotto il porticato del castello a Paesino di Sogno, sì proprio lì,  in piena Piazza del Peccato, laddove la sventurata eccetera, laddove ancora un mese fa ho avuto le vertigini nel vedere una ben nota figura stagliarsi sopra tutte le altre in mezzo a una festa, e fermarsi immobile a fissarmi con il bicchiere in mano e quello sguardo pensoso, anche se ne sono uscita in piedi stavolta, con un pezzetto storto di bacio rubato e pochi rimpianti, forse solo quello di non aver preso un tiro dalla sua sigaretta guardandolo con l'aria di dire: peggio per te, cocco.
Sono seduta praticamente sotto i riflettori, rido ad alta voce, sono poco truccata, ho una camicetta scollata senza pietà con il minor numero di bottoni chiusi possibile, un paio di pantaloni morbidi ma tagliati in un modo che secondo me sono proprio fichi, e uno dei tacchi più assassini del mio repertorio, a spillo e luccicante, col piede quasi nudo. 
Sto passando una bellissima serata in cui, scoprirò rientrando, non ho sentito la mancanza di nessuno. Perché con questa amica, che strana è strana, ma di recente sta davvero molto meglio di testa, ci sto bene senza un perché.  E senza pretese. E sono proprio lì perché me la sento di essere lì, adesso. Rido di cuore e mi sento bene. Finalmente. Succede per brevi sprazzi,  ma sempre più spesso.

Così, quando lei nomina the big M, a me vengono gli occhi tondi come quelli di un cartone animato, ma soprattutto una nuvola passa per un attimo davanti al sole di tanta serenità. Cioè.  Non è che io pensi ad avere figli (non ho proprio sotterrato il follicolo di guerra, ma, insomma, mi sa che ormai). Non è che io voglia essere forever young, anzi ripeto spesso che sto molto meglio a 40 e oltre che a trentatre, trentacinque e forse anche ventisette,  lo dico da quando ne ho fatti 41 e non ho ancora cambiato idea. Non è che io viva col terrore di ingrassare, ma figuriamoci, poi non esiste questa cosa dopo quel che mi è successo nel 2019, e dopo che finalmente ho scoperto che esiste almeno un uomo abile e arruolato,  sul pianeta,  che alla mia frase "sto molto meglio col mio corpo da quando sono più grossa, mi sento bene" sorride beato e mi guarda come dire "oh Dio, non ci credo, ho trovato il santo Graal, la fenice, l'unicorno: una donna che non spaturnia sulla linea!".
Però... sono qui col mio piede affusolato nelle scarpine gnagne, il seno che mi scoppia via dalla camicetta, i capelli anni Ottanta perché fa umido, questa risata senza peso, questa nuova capacità di incedere per le piazze pericolose a testa alta... insomma, la menopausa non mi pare affatto un concetto che mi riguardi!

Sensazione: ecco, mi sento un po' come quella volta, sotto il campogiochi grande, quando tra una chiacchiera e l'altra la cugina di Musica, allora un'adolescente un po' cavallona, oggi un pezzo di figa che neanche in televisione, ci confessò, a me e Musica,  che lei aveva già baciato un ragazzo con la lingua. E io e Musica, prese come larve tra il bozzolo delle medie e lo spiegare le ali del ginnasio, entrambe ci schifammo. Lei insisteva: invece è  bello, vedrete che poi. Potrei dirvi esattamente come eravamo vestite, che luce e che temperatura c'erano, e il mio tono di voce mentre, un po' in disparte,  dicevo a Musica: non so, a me, sinceramente, il pensiero non è che proprio mi ispiri...
Beh chiaro, ero piccina, non avevo ancora  incontrato né quello di Spezia che baciava da Dio, né quello di Roma, che mi faceva così morire che come baciasse neanche lo riesco a ricostruire, perché ricordo solo che perdevo i sensi appena mi si avvicinava. E nessuno degli uomini veramente importanti della mia vita, tra i quali la palma del bacio perfetto va all'Uomo, come sbagliarsi.
Ma per dire che il pensiero della grande M è così remoto da me, adesso, come lo era, allora, quello dei baci veri.

Non so che ne sarà di me, confido nello yoga e nel bere ettolitri d'acqua. Mia madre è stata malissimo. Ma io fisicamente ho preso dalla famiglia di papà.

Comunque, mi resta il dubbio che una cosa come la menopausa possa essere anche solo lontanamente imparentata con me come sono ora, con questa specie di seconda giovinezza che mi sto, in qualche modo stranissimo, godendo adesso, nonostante tutto.

sabato 17 agosto 2019

Troppo giovane

E' andata così,  che mi sono rimessa a rileggere Polly (Valentina Santandrea di volevofarelarockstar, di cui tra poco più di un mese sentirete parlare tutti perché, ho scoperto, ora pubblicano un suo romanzo e una serie tv ispirata al suo blog. Che io, sia detto quanto è giusto, seguo da molto, molto tempo prima che diventasse famosa). 

Le butto un commento a un post dei suoi più belli, ma temo di aver postato non solo in chiaro, ma col mio account del lavoro, nome cognome indirizzo di Scuolina Rosa, nossignore non si può fare, solo che i commenti vanno in moderazione. Così le mando una mail e lei gentilmente fa sparire tutto, poi ne approfittiamo per parlare delle rispettive adolescenti, e  stanotte torno di nuovo  al suo blog e ci trovo un post proprio sulla ienitudine, la ienezza, la ienità, chiamatela come volete, delle figlie femmine che diventano mine antimadre. 

Leggo varie cose che sommamente condivido, tra cui la frase su come ogni adulto sfruttabile sia selvaggina per le loro cacce sfrenate a quel che desiderano (cibo, giga, soldi,  un passaggio in auto,  il permesso di rientrare anche fosse solo 15 minuti dopo). 

Poi leggo questo pezzo che vi stralcio. 

"Primo: loro sono state per molti anni IL progetto della mia vita, quello che non potevo permettermi di toppare. E poi sono state la prima cosa che ho fatto da adulta, sono arrivate prima che andassi a vivere da sola, prima che sapessi cosa volevo fare da grande, prima del primo contratto a tempo indeterminato, prima della mia prima casa in affitto e prima della mia casa di proprietà, prima del mio primo e poi del mio secondo trasferimento in un’altra città."

E certo, perché Polly le bimbe le ha avute in tenera età. E tre, per giunta. 

Io, che, come dicevo appunto con lei, per essere la madre di una ventiduenne sono giovanissima e non ho amiche della mia leva che vantino figli coetanei della Princi, quindi a volte sono una megera incompresa, non posso dire che la mia vita, quando è arrivata lei, non fosse già ben strutturata. Casa, lavoro fisso, mutuo pagato,  marito cane gatti, auto, tutto era al suo posto. Certo, mancava parecchia roba dentro, e si è visto poi che questo poteva abbondantemente devastare quella fuori. 

In realtà, e scusate se sono monotona,  la situazione descritta da Polly è molto più simile a quella di quando sono andata a vivere con l'Uomo. 

L'affitto da pagare era la sola cosa che avessimo, di tutte quelle citate da lei. E sapere cosa  avremmo fatto da grandi, quello sicuramente, perché ci siamo  incontrati alla prima lezione della specializzazione.  La casa di proprietà e il tempo indeterminato sono arrivati molto  tempo dopo,  nel frattempo avevamo già traslocato n volte, cambiato diverse province per trovare lavoro, messo un anello al dito e vissuto un bel paio di traumi che hanno lasciato il segno per sempre. 

Se ci penso, è agghiacciante quanto ero giovane.  Non tanto in termini di età, venticinque anni non sono pochi, ma per  il fatto che ad aprile, quando sono andata a stare da lui, vivevo fuori casa da soli quattro mesi, lui da poco  di più, e entrambi sotto l'ala della famiglia vicinissima e molto presente.  E non avevo praticamente mai lavorato, salvo pochi mesi, sebbene fossero già anni che babysittavo e davo lezioni. E poi avevo vissuto nella bambagia e nelle piume di pavone per tutta la vita. Anche il fidanzato ingegnere destinato a brillante carriera faceva parte della mia vita sicura e protetta. 

E da un giorno all'altro, ecco la spesa da fare per due, i conti da vedere, le distanze moltiplicate, la ricerca di un lavoro vero, decisioni difficili come accettare un posto fuori regione, fare la pendolare, e tutto quello di cui qui non ho mai parlato. Essere la nuora di qualcuno, per esempio. La cognata di qualcuno. Tenere in bolla una casa, non solo una stanza. Affrontare le cose senza i miei, o contro i miei, e contro i suoi, a volte. 

Essere una che di notte non dorme, perché deve far quadrare troppe cose e non è capace. Una che vorrebbe da subito complicarsi ulteriormente la vita con uno, due, poi dopo un pochino tre bambini. E,  almeno per quanto riguardava i primi due, avevamo i nomi pronti e tanta, tanta voglia di iniziare. 

Se mi giro, molte cose non so come le ho gestite, come ho fatto, come sono arrivata tutto sommato in fondo agli impegni che man mano prendevo,  tranne la seconda laurea,  ma va beh, quello di bilaurearsi era un capriccio, retaggio della mia vita precedente,  di stellina del liceo classico. Come la Normale di Pisa. 

(A una sola classe,  la mia preferita,  ho raccontato della Normale.  E di come ero contenta di non essere mai andata a dare gli esami di ammissione, anche perché c'era il rischio concreto che li passassi, dato che mi preparavo da un anno. Dio, che vita diversa avrei avuto. Menomale che non ci ho neanche tentato. I ragazzi erano choccati. A quattordici anni, in un paesino della Valle delle Meraviglie, nessuno gliela aveva mai nemmeno nominata, l'esistenza di università talmente prestigiose da essere a numero chiuso. E non riuscivano a capire perché io non  fossi andata. Avessi avuto loro come motivatori, avrei sfondato le porte della Sorbona e di Harvard, oltre che della Normale. Amori. Erano così sicuri che io potessi fare qualunque cosa, e al contempo tanto certi che mi avrebbero avuta tutta per loro, senza sospettare che forse, dopo una laurea alla Normale, non sarei finita  a spiegare geografia alle medie in un paesino di 3000 abitanti. No, sarei stata una cazzo di inutile e frustrata assistente con storie malate di intrighi  di palazzo, ansia cronica, relazioni sbagliate. In pratica, sarei morta sola e sarei stata masticata dai miei gatti affamati. E mentre parlavo con quella classe di tesori preziosi  pensavo questo, e anche a quanto fossi felice di essere una colonna portante della mia scuolina, invece.) 


Non lo so, come ho fatto, anzi di preciso non so COSA ho fatto. So solo che il collante di ogni cosa era che eravamo noi due insieme a fare tutto. Tutto ruotava intorno a lui, a essere noi due. E guardando questi  diciotto anni e mezzo, quel che ruotava, siamo onesti, erano soprattutto problemi.  Di soldi, di fedeltà, di famiglia, di salute, di chilometri, di schemi ripetuti. Di fatica, tantissima,  tanta da non  poterla descrivere. Eppure oggi che, come Polly, posso tirare qualche somma, vedo i risultati. E non parlo dell'avere la casa di proprietà.  Parlo di alcuni risultati enormi, eclatanti, come la Princi, il successo nel mestiere, l'indipendenza, ma soprattutto parlo di tante piccole gocce che ogni giorno fanno il mio oceano,  il nostro mare, che per me è ancora e sempre soprattutto identificato con lui, il mio vasto abisso da esplorare. Dopo tutto questo tempo,  è ormai chiaro che non basterà la mia vita per prendere questa Moby Dick, sempre che non capiti un incontro col colombre in extremis. Probabilmente morirò prima di aver saziato la sete di capirlo, di sapere che cosa sia tutto questo. Questo che è iniziato di colpo a una lezione  di storia, e dopo che lui è entrato  -in ritardo -  e si è fatto strada tra le file di sedie, mai per un solo secondo io sono più stata senza lui nella mia testa, nelle mie cellule.

Ero una ragazzina di ventiquattro anni che non sapeva vivere, quel giorno di ottobre. Avevo solo due anni più di mia figlia come è ora. Non mi sono guardata  indietro, né fermata, né arresa, da allora. E la cosa pazzesca è che lo guardo ancora nello stesso modo, i miei occhi non sono invecchiati di un giorno. A volte, anche lui mi guarda ancora così. E ogni giorno mette qualche goccia nell'oceano, anche se nemmeno lo sa. 





giovedì 25 luglio 2019

Il terzo gusto della Coppa dei Campioni



E niente, per ora questo 2019 sembra la Coppa dei Campioni, quella mezza cioccolato mezza panna, che a tutt'oggi è un motivo fantastico per rimpiangere le estati degli anni Ottanta.
Mezzo cioccolato mezzo panna, il 2019. I primi sei mesi, veramente,  erano marroni, ma non a causa del cacao.  Da gennaio, comunque, il Bambino Supremo che stava mangiandosi la mia Coppa dei Campioni prendeva  cucchiaiate proprio sulla  riga divisoria tra i due colori, a volte più chiare a volte più scure, e poi a un certo punto probabilmente ha fatto quello che facevamo  tutti, ha iniziato a mescolare i due gusti fino a creare quella favolosa crema che nascondeva il terzo gusto di quel gelato.

La Castagna si sente mangiata a cucchiaiate da questo Infante Goloso cui non frega un cazzo se lei è felice o se medita di morire, se un momento vuole mollare tutto e due ore dopo ride come una ragazzina.


L'unica, direbbe mio padre, è abbozzare. Quindi, comprare la tinta 8.0, diventare un po' più bionda e buttarsi a capofitto in questo marasma, dove tutto è il contrario di tutto.

Scuolina Rosa è casa, è famiglia,  ed è anche il posto da cui andarsene, e scuotendo FORTE la polvere dai sandali.

La Princi è un incubo pieno di zanne rabbiose, una tiranna senza scrupoli, e un uccellino tremante tra le braccia, una stella che brilla pura, in un cielo che io, così faticosamente, cerco di tenere su con la schiena, solo per lei.

Gli uomini sono quella cosa misteriosa che abbiamo rinunciato definitivamente a capire, e forse anche a sopportare, e sono occhi sorridenti che, ora lo vedo anche io, si soffermano in modo lusinghiero e danno una ragione di essere a noi donne ogni volta che notano un vestito, un gesto, un tono di voce.

Le vacanze in città sono una piscina azzurrissima immersa in una valletta verde, la playlist ascoltata a palla guidando sulle colline, e anche un'agonia di sudore, polvere dei lavori sui terrazzi, insetti, bucati infiniti da lavare. Qualche meravigliosa fuga di pochissime, e perciò preziose, ore con lui. E tante tante tante ore da sola.

L'Uomo è un tizio scostante e nervoso che ha troppi impegni e nessun orario, ma anche, ai miei occhi eternamente giovani, un bellissimo ragazzo spettinato che circola mezzo nudo e, quando non stiamo sudando troppo, si lascia accarezzare, e oggi è rientrato, appena uscito dalla porta, per darmi un altro bacio.

Castagna ha fatto qualche foto di se stessa  per capire cosa farne dei capelli, che a forza di piscina erano di 4 colori diversi, e poi è rimasta perplessa di fronte al proprio sguardo indecifrabile, senza riconoscersi, e tutto sommato piacendosi, anche se il pensiero che le è venuto subito dopo è che lei, di una che ha uno sguardo così, francamente non si fiderebbe.

Abbozzare, direbbe papà . Che cosa ne posso se la vita da me ha tirato fuori questo, in fondo. Indietro non si torna, dicono. Quindi, vedere cosa viene dopo. Che poi è un discorso di entropia dell'universo, come il terzo gusto della Coppa dei Campioni.





giovedì 11 luglio 2019

Mento alto, spalle su

A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce,  la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.

Fools they think I do not know
The road I'm taking

If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose

Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino. 
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth

Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura. 

The world's so frightening

E francamente ti autocommiseri.

Nothing's going right today
'cause nothing ever does

Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi. 

E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado… 
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head

E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti. 

Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"

E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo. 

giovedì 27 giugno 2019

Lo schiavo nero e la piratessa bianca

Sì lo so che le ong ci mangiano. Sì lo so che lo Stato italiano, cui si fa sempre più fatica a mettere la maiuscola, ha preso precisi accordi, legali e non, per essere la terra di sbarco dei migranti, l'approdo deputato, e che ci mangia sui centri territoriali e che gli accordi con l'UE prevedono che ci teniamo tutti quelli registrati almeno tre anni, con impronta digitale  e senza lavoro  perché altrimenti perdiamo i finanziamenti.  Comunque a me sembra che la ragazzina tedesca che pilota la Sea Watch sia bellissima.  Una che ha studiato e fatto robe che a certi nostri politici (uomini ma anche donne, la Melona, la Mariastronza...) è inutile spiegargliele, perché non sanno di che si parla, anzi probabilmente loro sono fermi ai testi medici preilluministici che sostenevano che nella scatola cranica di una  donna ci fosse meno materia cerebrale che in quella di un uomo. Spiegare loro chi è Carola è come pretendere di far esporre la Critica della ragion pratica a un pesce rosso.

Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso.  Ora è  in Inghilterra,  si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.

Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri.  Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.

Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che  li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.

Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché  parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.

Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà,  e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.

Di torri d'avorio e bambine che corrono sul prato

Siamo a due giorni dalla fine degli impegni lavorativi. Sperimento un notevole vuoto emotivo. Quest'anno niente addii strazianti, se togliamo la ragazzina della comunità di cui non ho mai detto nulla qui, e la zingarella che ha dato l'esame col percorso scuola- lavoro, che è  la ragione per cui ero in piedi all'alba la mattina del tema: le ho promesso assistenza psicologica per ogni giorno degli scritti.

Ma non è  solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più  sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta. 

Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate. 

Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.

Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.

Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché  loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.

Adesso ho un nuovo traguardo da tentare,  e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un  rilassamento profondo. Risulta da ciò  che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio  di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po'  prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è  abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.

La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.

Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata,  diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare.  Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età,  anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa  pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là,  c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è  primavera,  siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.

Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po'  di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.

Adesso, e alla luce più  che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è  tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così  forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima. 

domenica 2 giugno 2019

Il mito

La Caramella (che non sa tante cose) afferma che ho il mito dell'Uomo. Che credo in una cosa che non si dà nel mondo reale,  l'amore eterno,  la persona giusta, l'uomo della  vita.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata  dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano  senza ingrassare,  e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione  io,  la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è  che la vita è  bastarda e si rovina  tutto.

Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima  di prendere  una brutta piega.

venerdì 31 maggio 2019

Ma che ne so, io

Finisce un altro anno. UN'ALTRO HANO, come scriverebbe il Cinghiale. Il Cinghiale lo passiamo in seconda perché l'anno scorso aveva otto materie sotto e oltre 40 giorni di assenza e l'abbiamo segato. Quest'anno ha otto materie sotto e a scuola ci viene. È  troppo piccolo per il percorso formazione  lavoro e quindi lo spostiamo in avanti di una casella. Poi lo fermiamo di nuovo e via di corso per meccanici. Dove non andrà.  Ma siamo totalmente  scoperti, niente famiglia, niente servizi sociali,  niente certificazione: la sua è una stirpe impermeabile  da generazioni alla pubblica istruzione e al lavoro. Sono arrivata al terzo figlio di quattro di quella dinastia e non mi faccio illusioni. Questo, almeno, si lava. E mi vuole bene come un cucciolo di gorilla geloso. Se mi stesse arrivando addosso un camion, si butterebbe davanti a me per fermarlo. Invece di cercare di spostare me.

Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così  male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento.  E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità  era in grado di leggere senza piangere.  La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché  proprio io devo valutare  un testo del genere.

Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli  color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti  e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.

Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano  a tornare. Perché le persone dichiarano  con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo  evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello  che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura  di vedersi di persona per un caffè  in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è  clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà  di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente,  imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.

Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano,  sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.

Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti  mentono, quanti si riparano, quanti restano. È  pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più,  come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è  espresso in alfabeto latino ma anche  quel  che c'è  scritto sotto in caratteri  arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga  una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando  cambiavano intensità mentre mi guardava.

Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi  degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle  chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia  condanna  definitiva. Forse sarà  solo una scrematura di chi può  davvero starmi vicino.








sabato 18 maggio 2019

Quando fioriscono i papaveri

"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."

Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.

La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.

Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.

La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.

Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una  di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.

Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu,  ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio  caldo  e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.





domenica 28 aprile 2019

Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento

Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.

Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.

L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili  per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.