Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

martedì 28 luglio 2020

Una fiaba

C'erano una volta, in un bosco del Nord America, una sequoia e una margherita selvatica. La margherita cresceva non lontano dalla sequoia e la guardava svettare sopra gli altri alberi, enorme, possente, e si disperava perché non poteva essere una sequoia, ma era soltanto una sottile margherita.
La sequoia, dall'alto, invece, vedeva brillare i petali della margherita nel prato, si sentiva pesante e ingombrante con tutto quel legno, e avrebbe voluto dondolare al vento con la leggerezza della margherita e avere i suoi bei colori.

Una mattina, la margherita disse alla sequoia: "Quanto vorrei essere te! Io sono così piccola, tutti mi calpestano..." e la sequoia rispose: "No, io vorrei essere te, che sei così giovane e fresca! Sai quanti anni ho?"
La margherita rispose: "Ma infatti ti invidio anche per questo: io vivo soltanto poche settimane, e poi può sempre passare qualcuno che mi strappa dal terreno per portarmi a casa a morire in un vaso, com'è successo ad alcune mie compagne." La sequoia replicò: "Io, invece, ho visto nascere, crescere e morire tantissimi amici qua intorno, perché tante stagioni sono passate, mentre io diventavo così grande e pesante; e, anche così, rischio, da un giorno all'altro, di morire perché qualcuno taglia il mio tronco all'improvviso."

Le due piante si guardavano, entrambe molto dispiaciute. Ad un certo punto, quella stessa mattina, nel bosco arrivò una scolaresca in gita. La guida mostrò ai bambini la gigantesca sequoia, considerata monumento nazionale. I bambini guardavano in su con le bocche rotonde come la lettera O, sforzandosi di spingere gli occhi fino in cima al grandissimo albero. Una bambina con gli occhiali si lasciò scappare scappare a voce alta: "Ma è bellissimo!" e indietreggiò di un paio di passi per vederlo meglio. Così facendo, inciampò in un'irregolarità del terreno e ruzzolò a terra, fino a ritrovarsi a faccia avanti sul prato. Gli occhiali le erano scappati e rimase per un attimo stordita, ma un suo compagno di classe gentilmente li raccolse e glieli porse. Mettendoli sul naso, la bambina, che era ancora sdraiata per terra, vide proprio davanti a sé la margherita, che per fortuna non aveva schiacciato, e sorrise: "Ma è bellissima!", esclamò. Il compagno di classe, sottovoce perché gli altri bambini non sentissero, le disse: "Come te..." e le diede  la mano per aiutarla ad alzarsi. Lei si alzò in piedi, si rimise in ordine i vestiti spazzolando via un po' di terra, poi lo guardò, indicò la sequoia e gli disse: "Tu sei bello come lei." Si sorrisero e tornarono verso i compagni, camminando lentamente.

La sequoia e la margherita avevano assistito in silenzio alla scena, e soltanto quando i bambini se ne furono andati la margherita sospirò lievemente. Allora la sequoia le chiese: "Cosa c'è?" e la margherita rispose: "Sai, pensavo al discorsi che facevamo prima... e volevo quasi dirti che, riflettendoci, io e te in fondo abbiamo entrambe radici che succhiano dalla terra, foglie che si estendono per ricevere la luce del sole, un verde luccicante, un aspetto sano. Poco importa se io sono piccola e vivo poco e tu sei grande e quasi eterna, abbiamo comunque molte cose in comune."
La sequoia rispose: "Anche io volevo farti un discorso del genere, perché è stupido passare il tempo a invidiare gli altri e non essere contenti di quello che si è. Però, alla fine, preferisco aver sentito quello che si sono detti quei due bambini qua sotto.  Perché non sono le differenze e i punti in comune che fanno di noi due belle piante. Su quelli potremmo discutere in eterno. Quello che, invece, non si discute, è l'amore che rende ogni essere unico e speciale per qualcun altro."
Fece una pausa, poi continuò: "Io ti guardo pensando che sei bellissima dal giorno in cui sei sbocciata."
La margherita, emozionata, esclamò: "Anche io penso che tu sia bellissima, dal primo giorno in cui ti ho vista."
La grande sequoia sussurrò: "È l'unica cosa che conta." E la margherita ripetè: "Sì, è l'unica cosa che conta."


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Questa favola è per F.N., che è andata in crisi perché il libro di anatomia descrive il bacino maschile e quello femminile elencandone le differenti proprietà. E per tutte le attente, delicate e intelligenti persone che hanno dedicato tempo, questa sera; a risponderle sul gruppo del teacher training per farla sentire meglio. Siamo in un mondo strano, dove sembra che i pronomi siano un tabù, ma avere paura di un pronome non ha senso, cercare di abolire o sostituire un aggettivo neppure. L'unica cosa che conta... sappiamo bene qual è.

venerdì 24 luglio 2020

Telefono casa

Ci sono quei giorni, quando sei sola: quelli in cui cominci tutto molto tardi. Gli occhi li hai aperti alle 7, la colazione l'hai fatta, ti sei messa a lavorare, ma ti sei rifiutata di entrare nel mondo dei vivi fino a molto dopo le 14, quando te ne eri già tornata a letto a dormire e avevi già visto un insulso filmetto su Netflix. Misurando quando ti senti sola dal fatto che, in una giornata così, persino Chris Pratt riesce a piacerti, quando il genere scimmione molto muscoloso con  faccia da bambino non è mai stato il tuo, e, dopotutto, se proprio devi fantasticare, l'altra sera hai visto Interstellar, con quel capolavoro di maschio (e di persona, direi pure) del Matthew McChiavami, che, è noto, sceglieresti come unico uomo sulla Terra, se dovessi salvarne uno solo dall'estinzione (e non potesse essere il tuo, di Uomo, naturalmente).
Inutile dire che Interstellar, che non avevi mai visto, ti ha fatto piangere come un cazzo di agnellino, e sarebbe stato pure il compleanno di tuo padre, il quale DI SICURO il trucco della libreria lo avrebbe molto apprezzato.

Comunque sono le tre di pomeriggio e tu stai tornando a casa, con il necessario per farti da mangiare, e non hai ancora fatto tutte le telefonate che dovevi fare. Casa, questa volta, è un monolocale in una casetta dai muri gialli come i petali del girasole.

Te la sei affittata per 3 settimane, cara Castagna, e adesso per tre settimane te ne stai.

La prima settimana hai spurgato. Pianto e dormito.  Avuto la concentrazione di un invertebrato con problemi di narcolessia. Sono usciti, sotto forma di stati di coma, lacrime e distrazione costante;
- mesi di Covid, Dad, lockdown, distanziamento sociale, cessazione dei diritti civili e soprattutto fase di riapertura che, forse, è stata la parte più ansiogena;
- il malore del Biosuocero;
- la malattia della Fraulein;
- l'emergenza postchirurgica della Princi;
- le moltissime settimane a starmene calma mentre tutta la mia vita veniva stravolta dalla coesistenza forzosa con figlia e marito vampirizzanti, senza pause (e non parli del lockdown: nel nido con loro due ci sei stata benissimo. Parli delle settimane in cui loro hanno ricominciato a uscire, fare cose, arrivare a orari tutti sfasati, e tu non avevi una cazzo di dimensione che si potesse dire tua, né dentro né fuori casa).

Poi è iniziata la giostra. Perché non sei qui a divertirti ma a studiare per il teacher training di yoga più FICO del mondo, che però si fa in 4 mesi e interamente in inglese ed è un bel culo. E a rimettere in ordine Via del Golf 13. Il che per esempio significa che stai smazzando disinfestazione - derattizzazione - rasatura muri - pulizie - calderina nuova - infissi - cucina da rifare - giardino. Ovvio che stai supervisionando e basta. Ma non sono piccole decisioni, e sei sola. E a te non piace essere sola. Gli altri si fanno coinvolgere fino a un certo punto, apprezzano che te ne occupi tu, ma sostanzialmente sono convinti tu stia stravaccata in piscina. E non è così.  Alla sera sei bollita. Al mattino sei in preda al boh cosmico.

La sera ti metti un pantaloncino a mutanda e una canottiera senza vergogna (che piacere sapere di non incontrare nessuno che ti conosce, e startene un po' a pelle nuda nell'aria di mare) e parti per la tua camminata. A volte sorridendo. A volte appesantita da molti pensieri. Ieri anche in lacrime, lungo il fiume, dove non c'era nessuno.

Sono tipo dolori del parto, si capisce. Questo 2020 sta producendo qualcosa, anche se non si capisce cosa. Di sicuro c'è solo che a settembre partirai con la tua nuova carriera e la tua nuova vita a Scuola Vintage.  Il che ti fa felice e ti agita al tempo stesso. Non sai come farai senza il tuo campanile, il bosco, il Gigante, tutto il tuo bagaglio di affetti e di ricordi. Ma sai che vuoi andare. Sai che vuoi sfondare e che puoi farlo, in un ambiente in cui probabilmente per le tue ali ci sarà spazio. Il resto... il resto non lo sai.

Qualcuno, questo cambiamento, lo ha preso male. Qualcuno ancora no, ma ce lo prenderà. "Tu vai dritta per la tua strada", ti ha detto una volta la tua prof di lettere alle medie. Tu eri una scimmietta di dodici anni, nervosa e infelice, ma non hai mai più passato un giorno della tua vita senza pensare a quel consiglio. La tua prof di lettere delle medie ti ha salvato la vita.

E vai dritta, infatti, coi tuoi fantasmi, sulla strada lungo la ferrovia, poi lungo il mare, poi lungo il fiume. Poi torni: fiume, mare, ferrovia. Coi fantasmi. Cancello.  I proprietari del residence e il custode che salutano, ormai sei di famiglia. Casetta gialla come i petali del girasole. Verandina. Pensieri. Fantasmi. Yoga. Dormire. Fantasmi. Pensieri. Domani da capo.

La casa di Via del Golf 13 sarà, da qui a un annetto, un gioiello. Tu, da qui a un anno, anche, speri. Chissà.

Poi però ogni 5 o 6 giorni vai a casa, ci vai facendo una statale con 45 minuti di curve e tutta la valle del Tanaro. Quando arrivi, non dormi, non cammini e fai poco per lo yoga. I pensieri sono moltiplicati per mille.  I fantasmi si perdono in cima al colle, tra i 45 minuti di curve e la valle del Tanaro. I fantasmi annegano nel caffè al mattino, quando ascolti il suono del cucchiaino nella sua tazzina. I fantasmi cercano di prenderti da sotto il letto, ma sopra il letto ci sono la tua micina nera che ti lecca le falangi una per una, l'orfanella bianca che vibra come una lavatrice a forza di fusa, e quel tripudio di grasso e amore della gatta rossa. Chiudi gli occhi e capisci che tutto il resto del tempo eri al buio, con un dito puntato alle stelle, che cercavi casa tua. Telefono casa.  Che a casa ormai rispondano solo se non hanno cose più urgenti da fare,  a te non cambia.

lunedì 29 giugno 2020

sabato 27 giugno 2020

Andava fatto

Questa potrebbe essere la mia ultima volta come presidente di sottocommissione e professoressa d'italiano all'esame di terza media a Scuolina Rosa.

Sento il rumore delle vele sbattute dal vento. Spalle al mare, guardo la mia isola rosa in mezzo al verde acceso della Valle delle Meraviglie.

Non oso mettermi di tre quarti e alzare gli occhi: vedrei le montagne laggiù in fondo. Vedrei il campanile barocco di Paesino di Sogno. Non voglio guardarlo.

Ieri ero in Piazza del Peccato con un manipolo di ragazzine della seconda, sottili e pallide come freschi giunchi, che avevano organizzato un saluto all'aria aperta. Ho alzato gli occhi e guardato la magnificenza del castello, piccolo ma elegantissimo, assolutamente perfetto. Amo ogni pietra, ogni imposta di legno.

Sento l'acqua che si infrange sulla chiglia della nave. E ancora non mi volto verso il mare.

Lunedì usciranno gli esiti delle domande di trasferimento. A Scuola Vintage i posti di lettere sono due. Uno dovrebbe essere mio.

Ho staccato dal muro alcune cose mie, ieri, e non provavo dolore.  Poi ho scritto col gessetto sulla mia lavagna un promemoria per i bidelli, casomai i miei ormai exalunni di terza venissero a scuola a prendersi i loro libri, le cartelline, le felpe che sono rimaste lì il 23 febbraio. Al suono del gessetto che picchia sull'ardesia ho avuto una vera ondata di emozioni. Ma non dolore. Una fitta mi è venuta quando mi sono allontanata e ho fotografato col cellulare la scritta, per postarla sulla piattaforma come promemoria per i ragazzi. Perché alle mie spalle sentivo il suono dei loro respiri e i loro movimenti irrequieti, ma voltandomi non ho trovato nessuno.

I marinai si urlano indicazioni calando l'ancora e lanciandosi corde. Il legno dello scafo scricchiola forte alle mie spalle. È arrivata la nave, attracca qui per me, dopo due anni.

Questo giugno è l'ultima volta di tante cose. Oggi ho incontrato Sanguedelmiosangue fuori dalla casa di Genova. L'ultima volta che l'avevo visto era Natale scorso. Non risponde ai messaggi, ha bloccato il mio numero su WhatsApp, non vuol più avere niente a che fare con me, ma quando mi incontra è gentile. Così abbiamo chiacchierato un po'. Lui sta diventando educatore professionale e counselor. Io sto cambiando scuola, forse, e sono successe tantissime cose da quando abbiamo smesso di frequentarci. Mi ha fatto il riassunto del 2019, annus horribilis della sua vita, perché è stato malato e ha dovuto aspettare a lungo per un intervento anche serio. E poi mi diceva che per lui il 2020 doveva essere l'anno della riscossa, quindi molto giustamente è scoppiata una pandemia che ha paralizzato tutto. Ci siamo fatti una risata, sopra ciò.
 Io gli ho raccontato che per me il 2019 stato l'anno in cui la Princi non ha toccato cibo in maniera sensata per 11 mesi e mezzo su 12, e io ho vissuto un incubo nel tentativo di nutrirla.
Ma il 2019 è stato anche un anno importantissimo per me,  l'anno in cui ho scoperto il Supermegaformatore Paraculo e il suo corso, e ho dato inizio a un progetto di rilancio della mia persona che ha evidentemente funzionato. Solo quando ci siamo salutati mi sono resa conto di non avergli detto le cose positive, di avere solo scherzato, con l'aria di farcela sempre, su quelle negative. Ma credo che il mio stesso aspetto dicesse chiaramente che l'ultimo anno, pur nella devastazione generalizzata, è stato un vero successo per me. Postumo, perché, come è noto, io sono morta cinque anni fa. Ma un anno postumo molto buono.

E così adesso eccomi qua, sul pontile, con la mia valigia: 13 anni di esperienza a Scuolina Rosa,  gli alberi del parcheggio che erano più bassi di me quando sono arrivata e ora fanno ombra alla scuola, un sacco di cicatrici dappertutto, qualche lapide su cui piangere, i tacchi alti, qualche ruga sulla fronte e gli occhi pieni di luce. Perché, dopotutto, l'ho fatto. Ho cliccato "invia" dopo aver compilato la domanda e poi sono scoppiata in un pianto dirotto. E Caracas mi ha tenuta stretta e portata sul terrazzo perché Piccola MegRyan, sua figlia, non mi vedesse. E mi ha detto: "Sei così bella. Lo so che adesso stai piangendo, ma sei bella." E io ho minimizzato e poi ho continuato a singhiozzare e intanto dicevo "Era la cosa da fare, era da fare" e il campanile di Paesino di Sogno rintoccava nel mio cuore come se dovesse spaccarlo. Ma dopo non ho più pianto.

Mi volto. Eccola, la nave pirata. Grande, azzurra, piena di sale e di forza. È qui. Stanno calando la passerella. Lunedì saprò se posso salire.

sabato 16 maggio 2020

Per darvi un'idea, anche approssimata

Ho deciso di postare qui, commentandolo pezzo per pezzo, il testo che stamattina (sabato) 16 maggio alle ore 7 (sì, alle 7, ero sveglia da 40 minuti ed era inutile restare a letto con i pensieri) ho postato sulla piattaforma che usiamo con la mia classe terza. In corsivo quel che vorrei poter scrivere davvero.


"Buongiorno,"

(Ragazzi, mi mancate! State bene? Eh? Che belli che siete, lo sapete che vi mangio con gli occhi tutte le volte che comparite nello schermo? E che quando chiudo la videochiamata ho un groppo in gola?) 

Vecchia bastarda sentimentale.

"ricapitoliamo quanto fatto nelle lezioni di ieri per chi se le è perse."

(Cioè pochissimi di voi, anche se adesso un gruppo deve alzarsi "presto", perché vi vedo dalle 9. Lo sapete quanto sono contenta che non saltiate neanche una lezione, e non parlo di quelli che come l'Irresistibile o Pulcino hanno la supermamma che mette la scuola al primo posto, pioggia o neve, pandemia o terremoto.  Parlo di quelli come te, Strepitoso, lo vedo che non passa mai nessuno in quella cucina, che sei da solo in casa ad annoiarti e ti svegli sei secondi prima della lezione e arrivi spettinato e con la voce da sonno, ma spacchi il secondo e sei preparato, parlo di te Cucciolino che sei sballottato tra casa di mamma nelle campagne di Casale e casa di papà a Torino, parlo di quelli di voi che fanno fatica a scaricare i file o che mi vedono o sentono tutta a scatti, ma non mollano. Sono così fiera di voi, ragazzi. Ho sudato tanto,con tanti colleghi diversi, per farvi stare seduti nei banchi, ora mi state restituendo quasi tutti degli ometti e delle donnine attenti  e responsabili che la prendono sul serio. Mi fate scoppiare d'orgoglio.) 

Vorrei vedere la faccia dei colleghi che li hanno avuti  solo in prima, su tutti l'Orsone.

"Mi scuso per aver dovuto interrompere e rimandare il lavoro, ma questa situazione di connessione da casa ha molti inconvenienti, uno su tutti che le reti e i piani di consumo dei computer privati hanno dei limiti."

(E porca troia non sono gli strumenti tecnologici o le competenze  che ci mancano, non è vero che i docenti sono dei cavernicoli informatici, sono i giga che a stare connessi 12 ore al giorno per mettervi su voti e lezioni partono, mica tutti avevamo il wifi in casa, e non è che in tempi di Covid fosse facile farselo installare da un giorno all'altro.)

"Ieri mattina in ogni gruppo, tranne il quarto che doveva connettersi alle 12"

(quello che porca troia è saltato)

"abbiamo:
- parlato dell'elaborato finale che ciascuno di voi presenterà (recuperiamo lunedì perchè ho bisogno di chiedervi alcune cose a voce, individualmente) e delle materie che non risultano comprese nell'elaborato ma verranno portate all'esame per la breve interrogazione in videochiamata;"

Elaborato "snello", e "breve" videochiamata, su cui un team ristretto composto dalla qui scrivente Castagna, dal Genuino, dalla Pallida, dall'Impeccabile e da Undici lavora da giorni senza più orari, per gestire a  insaputa dei ragazzi il proprio lavoro in 6 materie (di cui 3 mie, così, meglio dirlo) e quello dei colleghi nelle altre, per mezzo di una cosa che ho proposto io, la "madre di tutte le tabelle" condivisa su Drive e aggiornata con amore possessivo da noi tre di lettere, matematica e inglese,  senza permettere agli altri docenti di toccarla, di vederla, addirittura di sapere della sua esistenza, fino a due giorni fa. Per gestire la tabella madre (o santa madre tabella,  o la madre tout court, ormai)  dal lunedì al venerdì iniziamo a scriverci sul gruppo ristretto alle 7,30 e finiamo a mezzanotte. No, meglio se lo dico, anche questo. 


"- parlato di come presentare solo all'orale un argomento del programma di Letteratura (guardate nel sottogruppo Italiano, vado tra un attimo a scrivere le indicazioni e aspettate di aver parlato con me lunedì per decidere quale argomento portare)
- terminato il programma di Letteratura con la spiegazione delle "Operette morali" di Leopardi e con cenni su Positivismo, Naturalismo, Verismo, Simbolismo e Decadentismo (guardate sotto Italiano, entro lunedì avrò caricato tutti i file audio con le spiegazioni, gli appunti e gli esempi)."

Il che significa che ho ripetuto la stessa lezione a tre gruppi (ma dovevano essere 4) quasi con le stesse parole, per una maniacale angoscia di non dare a tutti la stessa preparazione, e adesso nel weekend la ripeterò ancora per registrarla e metterla a disposizione degli assenti. È una roba che,  a metà del terzo giro, fa sentire in trance, come un disco troppo usato, e al tempo stesso da Dio, perché una cosa che mi è successa in questo periodo è stato di rimanere sola con le mie materie, con la mia voce che spiega, e intanto pensare: ma che materie meravigliose insegno?

"Inoltre: guardate nel sottogruppo Storia / Geografia per il quiz su comunismo, fascismo e nazismo e troverete anche nei prossimi giorni l'ultima lezione di Geografia e l'ultimo argomento di Storia."

È  che ne insegno un po' tante, di materie. E anche quest'anno, addirittura  così,  con la pandemia e la didattica a distanza, le ricerche da visionare sono NOVANTASEI. E non me le portano neppure all'orale, perché all'orale c'è il fottuto elaborato.

(E quanto odio scrivere ultimo argomento e ultima lezione, ragazzi. Perché lo avrei detto in classe, e a uno di voi sarebbe scappato detto "Prof, siamo alla fine delle medie, ma ci pensa?". E io avrei fatto quella brusca che non si perde in sentimentalismi e dice "ecco appunto, quasi alla fine, vediamo di arrivarci intanto eh, poi se proprio ci tenete potete rifare l'anno"... e voi siete quel tipo di classe in cui qualcuno avrebbe detto anche "e se ci facciamo bocciare tutti insieme, così stiamo ancora un po' qua?") 

"Nella lezione di lunedì ci occuperemo di finire i giri di interrogazione, prendere gli ultimi accordi per l'elaborato d'esame e andare avanti con i Promessi Sposi."

Perché l'Irresistibile, dopo aver preso un 9 di interrogazione a tappeto sulla guerra mondiale,  alla domanda di un compagno "prossima volta cosa facciamo?" ha deciso che la volta dopo leggevamo i Promessi. E va bene, poi voglio dire, se si chiama Irresistibile ci sarà un perché,  infatti ho detto subito di sì.  

Il culo che mi sono fatta per questa classe. E come ricomincerei domani, dal giorno uno della loro prima media, se potessi. L'ultima classe di Scuolina Rosa, quella che per amore contraccambiato sta al numero 2,  subito sotto l'inarrivabile prima classe in cui ho lavorato lì,  a trent'anni,  e a pari merito con la stupenda terza C degli scompleanni. I miei ragazzi.  Il lato bellissimo è che, lavorando in centro città, molti  li vedrò quando arriveranno o andranno via dalle superiori. Magari per allora non avremo più le mascherine e potremo abbracciarci stretti,  e alcuni di loro mi sovrasteranno con la testa, perché io sarò la solita prof di sempre e loro saranno diventati grandi.




domenica 10 maggio 2020

Let us try to be human

Io non lo so, se voi abbiate capito quanto uno stravolgimento totale della professione insegnante possa sconvolgere la mente di una persona come me. Sono emerse insicurezze che non provavo da secoli. E non serve a niente il fatto che poi io telefoni al Troll, e mi renda conto che mentre lei, a 2 mesi secchi dall'inizio dell'incubo dad, non ha neanche ancora fatto un giro di domande ai ragazzi, io ho un giro intero di letteratura, un giro intero di storia, un giro intero di geografia generale nella terza, un'interrogazione a tappeto sulle date di storia in seconda e tutte le domande su Dante sempre in seconda, più gli esercizi di grammatica, i dibattiti di educazione alla cittadinanza e addirittura un dettato. Non serve che poi esca a camminare con la Fraulein o con Caracas e dica: "Ma ti rendi conto che io ho chiamato lei, IO ho chiamato LEI per dirle che IO ero indietro col programma di letteratura e non sapevo come fare a portare avanti il lavoro abbastanza da aggiungere italiano orale allo stramaledetto elaborato che devono portare a questa farsa di discussione online? No scusa: IO ho chiamato LEI per dirle che ero indietro... e sai perché ero indietro? perché l'avevo già doppiata e non me ne ero accorta!!!" (Caracas, che è una ragazza intelligente: "Questa troverà il modo di girartela contro...")

Quindi, io dovrei averlo un senso di quanto riesco a fare le cose quando mi ci metto, nonostante tutto, nonostante la connessione che salta, nonostante le notti al computer con gli occhi che sanguinano, nonostante lo stress di non poter vedere i miei ragazzi in faccia all'inizio, e poi di non averli vicini, di non sentirli fare casino nei corridoi. Io queste cose qua le patisco a morte, e patisco tutto quello che ha a che fare con le stramaledette tabelle Excel che mi rovinano la vista, e patisco tutto quello che ha a che fare con 12.000 passaggi dello stesso file attraverso gruppi WhatsApp, condivisione in Drive, email, piattaforme didattiche, registri elettronici e cartelle di archiviazione. Io odio il lavoro fatto così, e ho perfettamente ragione di odiarlo, perfettamente, e dovrei semplicemente essere fiera della mia professionalità che riesce a farsi strada, nonostante tutte queste difficoltà.

E invece, mentre le cose vanno avanti (insomma: le scuole restano chiuse e il resto riapre), e io stessa evolvo, faccio domanda per trasferirmi e coltivo ottimi rapporti col mio futuro vicepreside, sono sprofondata in un abisso di insicurezze che neanche a 14 anni.

In mezzo a tutto questo mi guardo nello specchio e penso che non dovrei avere paura anche della mia ombra. Ho 44 anni, un sacco di esperienza e due palle cosi quadre sotto che dovrei veramente fare paura alle persone, con la vita complicata che ho avuto, invece faccio paura soltanto a me stessa.

Poi a volte dal nulla qualcuno riesce a convincermi che non devo sentirmi così. E attenzione, non ci riesce il Formatore Paraculo,  sebbene sia egli l'imperatore dei paraculi; non ci riesce mia figlia, sebbene per certe cose sia diventata una donna veramente in gamba; non ci riesce mia madre, sebbene  sia sempre stata la donna in gamba che è  e in più sia anche diventata una buona madre con gli anni; non ci riesce Caracas, che mi pompa tutto il giorno che devo dimagrire, che devo migliorare, che devo superare le mie paure, che devo arrivare a dei risultati (e io pompo lei altrettanto, sui risultati che deve raggiungere lei, e questa amicizia è bella e costruttiva); non ci riesce tutta una congerie di persone che ci mettono impegno ad aiutarmi ad essere presente, quando mi vedono crollare sull'orlo del delirio, dopo anni e anni di fatiche matrimoniali e dopo averlo preso nel culo sul lavoro un sacco di volte, quando in realtà avrei dovuto essere riconosciuta per quello che valevo, che non era poco.

No. Ma ci riesce una discussione con mio marito, i cui contenuti sono spaventosi,  ma mi rendo conto che, ascoltando la sua voce,  capisco dov'è il mio posto nel mondo e cosa ci facciamo noi qui, e perché, maledizione, siamo ancora qui dopo tutto questo tempo, dopo tutte queste difficoltà.

Ci riesce il sorriso di una persona che, alle volte, entra nella mia vita negli attimi in cui questa sta svoltando verso qualcosa di importante, mi prende per le spalle, mi gira, e io mi accorgo che stavo con la schiena voltata rispetto alla luce solare, in un posto buio e umido. Ma arriva lui, mi gira prendendomi delicatamente per le spalle, senza fare niente, senza entrare nella mia vita perché non è la sua e lui non ci vuole stare, e neanch'io ce lo voglio, però mi prende, mi gira e mi fa vedere la parte illuminata della strada, mi fa sentire il calore del primo sole di primavera sulla pelle.
Dopodiché, a me resta la consapevolezza che queste cose non mi appartengono, ma sono eventi inaspettati, effimeri, che si verificheranno ancora e ancora, soltanto quando per me saranno importanti, nei momenti di passaggio della mia vita. Come avere un alleato magico che salta fuori, la Fata Turchina,  il folletto benigno, il mago Merlino che spunta quando ti sembra che vada tutto storto: passa nella mia vita così, sorride, mi tiene un momento al caldo, mi dice che sono bella, se ne va. Stavolta mi ha persino ringraziato, si vede che anche io, che mi sputo sempre addosso, qualcosa agli altri so dare. (Sì , ho scritto vita quattro volte in venti righe,  perché lui questo mi porta, la certezza che per qualcuno in questi anni sono sempre stata viva, e che sono sempre io.)

Niente, ce l'ho sempre più  chiaro, devo tornare a prima che tutti i casini succedessero, a prima che morisse la Compagna Collega, a prima che non ci fosse più mio padre, a prima che andasse tutto com'è andato, e andare a ritrovarmi lì dov'ero quando ero ancora io, prima di morire. Adesso che lo so, posso solo cercare di ripartire da lì, ma con l'esperienza di 5 anni di più sulla schiena.
E lo faccio in un mondo che non è normale, in un mondo dove le persone continuano a credere che sia obbligatorio portare la mascherina per strada, anche se nessuna cazzo di legge lo ha scritto, in un mondo dove ti sputano addosso se non credi alle cospirazioni, ti tirano le pietre se parli con le persone a cui vuoi bene senza rispettare le distanze di sicurezza, e trovano che tu sia pazzo se vuoi che riaprano le scuole e venga mantenuto un diritto di base dell'umanità come in tutti gli altri Paesi civili. La mia stessa madre è rimasta talmente invischiata nelle dinamiche di questa politica di merda, che adesso si domanda se può vedermi, e domani va a fare il test sierologico per scoprire se è immune, perché io potrei rappresentare un pericolo. Ah io sì, e invece la cassiera del supermercato no?  A volte ho la sensazione di camminare in un mondo che non ha senso, e poi sono gli altri che mi guardano come se fossi pazza,  e questo è straniante e fa male, e per una con la testa che ho io è la cosa peggiore che può succedere, la peggiore.

Anche se poi mi alzo, mi muovo, mi giro intorno e mi rendo conto che io faccio parte del progresso, che faccio parte del movimento, che Caracas e un tot di altre amiche hanno bisogno di me, che mia figlia ha bisogno di me, che mio marito ha bisogno di me, che mia madre ha bisogno di me, che i miei alunni sono contenti di vedermi quando compaio in quel cazzo di riquadro di Google Meet, che le cose stanno andando avanti, che ce la faremo, che ci rimetteremo in pista, che naturalmente tornerà tutto come prima e cercheremo di essere un po' meno stupidi, forse.

Forse devo soltanto dormire di più, forse devo soltanto, maledizione, smettere di stare incollata al computer, andare a dormire e svegliarmi una mattina in cui posso andare a scuola, con la mia macchina, e sentire le voci dei ragazzi che strillano mentre entrano, i loro zaini buttati sul pavimento in classe e, per l'ennesima volta: "Prof, posso aprire la finestra? / posso chiudere la finestra? Prof, posso andare in bagno?  / posso andare io a prendere la pinzatrice? Prof, andiamo a prendere il gelato nella pausa prima del recupero pomeridiano? / Prof, mio fratello ha detto che viene al mio esame, così la saluta."
Forse se mi ridessero tutto questo la mia vita riavrebbe di nuovo senso, o forse no.

Mi sento come quel povero cristo di Will Byers nel maledetto Sottosopra di Stranger Things. Un piede qui dove gli affetti e gli amici mi tengono per mano, uno dove tutto è buio e spaventoso. Cristo se era brutta la pandemia, anche per chi si è rifiutato di farsi spaventare da Internet. Guarda che segni che lascia, e sì che ho vissuto così nel profondo cose anche belle, in questi mesi. Comunque stamattina Caracas mi diceva "Io non voglio uscire da questo limbo" e io rispondevo: "Senti, io ieri per la prima volta mi sono incazzata di nuovo con una cretina che non era in  grado di guidare, e naturalmente aveva un minivan. Volevo scendere, aprirle la portiera e tirarla giù per il collo, perché guidava come fosse sotto Lexotan. E invece ho pensato: Dio che bello,  che  BELLO incazzarsi di nuovo con un altro automobilista, è la vita normale che ricomincia!"

Che bello, che disastro, essere umani.


venerdì 8 maggio 2020

The monsters riding wild inside of me

Giorno 76.

Un attimo prima che aprissero le gabbie,  è scattato il finimondo.
Forze cosmiche che erano state sopite per settimane sono uscite allo scoperto, brividi hanno scosso la terra.
Era la vita che ricominciava.

Chi prima sopportava, ha scrollato dalla schiena qualsiasi  peso e si è messo a camminare  ore, per uccidere i mostri con la stanchezza.
Chi costeggiava l'argomento si è rivelato, in preda a un bisogno irrefrenabile di gioia,  di sesso, di sfogo.
Chi cercava di sorridere ha pianto.
Chi piangeva ha riso troppo forte.

Qualcuno è guarito. E non dalla malattia, da qualcosa di molto più oscuro. Qualcuno, invece, sprofonda.

Scene indelebili, rubate da fuori, come se spiassimo dalle finestre di un palazzo e vedessimo la vita tornare nel segreto di ogni casa.

Due donne abbracciate, avvinghiate corpo a corpo come amanti, che piangono una nei capelli dell'altra, che non sanno più dove hanno le mani e le bocche, che si lasciano cadere insieme, con sussulti strazianti  che vanno dal ventre di una a quello dell'altra, come in un orgasmo, come in un mucchio di persone travolte dal crollo di un edificio.
Tutto il dolore del mondo in un solo pianto. Quanto sollievo, poter dire nel buio della notte: "Ho sofferto talmente tanto che mi vergogno a raccontarlo".

Un uomo che si spoglia sorridendo fiero. E una donna che lo guarda. E spiandola dalla finestra le si vede una ruga intenerita, ironica e un po' mesta intorno al labbro, certo sta provando desiderio ma più che altro divertimento, perché è rapinoso e travolgente e fa bene ed è bellissimo; ma non cambia,  lui non porta soluzioni né problemi, lui è solo il posto dove vuole stare adesso, tra qualche ora sarà altrove, e il posto è incantevole, ma non abbastanza da farle dimenticare che non può  tornare a casa, casa quella vera, col mare davanti, quella dove non si svegliava ogni mattina da un incubo diverso.

Una coppia che esce a passeggiare col cane e guarda la tv, ma non ce la fa a parlare,  la crosta è troppo dura e sotto la ferita è troppo sporca, i cordoni delle cicatrici fanno male quando cambia il cielo, e quando le bambine dormono il tempo in casa si contrae, come dovesse implodere in un Big Bang al contrario, coi metalli pesanti che precipitano in un nucleo spesso e duro al centro.

Una mail che fa illuminare lo schermo del telefono nel cuore della notte, un fiore di orchidea, e le giornate che passano eterne e troppo veloci tra un incontro e un altro, e in cose come questa tutto è sbagliato e tutto importante, tutto che va ricordato e custodito, mentre la primavera impazzisce in mille colori, in un mondo con le strade deserte.

Un silenzio che avvolge lo stomaco, questa sensazione di troppo vuoto che niente, niente riesce a riempire, il risucchio dell'ansia che porta via i figli dai genitori, gli allievi dai maestri, gli amici dagli amici,  e qualche improvviso barlume di tenerezza: in una torta recapitata a domicilio, in una bottiglia di vino trovata davanti alla porta, nel gesto timido di colleghi con cui prima parlavi appena che ti postano canzoni all'una di notte, per dirti che sanno che sei triste. Gente che ti sorride, se entri in un negozio, come se fossi la nave all'orizzonte che li porterà via dall'isola sperduta. Voci piene di calore dietro le mascherine.

L'illusione che i piedi non tocchino terra quando si cammina, come le mani fasciate nel lattice non toccano davvero le cose.
Come se ci muovessimo tutti in un corridoio di un reparto ospedaliero in piena notte, quando fare piano è inutile, perché nessuno in realtà dorme.

E in mezzo a computer, cavi, oggetti in disordine, appigli elettronici per restare ancorati al lavoro, al mondo fuori dove le cose ricominciano a muoversi tutte storte, con il passo di chi ha avuto un ictus, noi, ancora noi: io in piedi tu al tavolo, la luce nei tuoi occhi, sempre quella che insopportabilmente mi soggioga da vent'anni, le lacrime, le parole, la speranza che si attorciglia come i tentacoli del glicine a un cuore spezzato, la familiare sensazione che non finirà davvero mai, l'ennesima resa, l'ennesimo errore, l'ennesimo sentire che solo qui è casa, fuori può crollare, bruciare,  infettarsi tutto, qui no, qui deve restare la vita. La tua, la mia vita, anche se non so più se sia mai esistita la nostra. O forse è talmente la nostra che non la capiamo neanche noi, non l'abbiamo mai capita, e non importa, finché dico ancora "Sì " e tu dici "Sì ". Il resto esplode in miliardi di pixel colorati, resta solo la base, quella su cui anche tutto il resto esiste.








lunedì 20 aprile 2020

I papaveri

La mia psicologa mi ha detto di immaginarmi in una determinata scena, che io le ho descritto nei dettagli.  Mi ha detto di associare alla sensazione che provavo un colore: ho risposto il rosso. Io indosso spesso il rosso quando voglio dimostrarmi sicura di me.
Poi mi ha chiesto di associare il rosso a un'altra immagine e io ho pensato ai papaveri. Ma, invece di intristirmi, ho capito che stavo pensando al punto da cui dovevo ripartire.

Quella primavera in cui faceva così caldo che ad aprile sono fioriti i papaveri. I papaveri che erano dappertutto quando è morta la Compagna Collega.
I papaveri di quando un'astronave aliena mi ha portato via, restituendomi qualche settimana dopo in uno stato pietoso. I papaveri di quando la mia vita si è rotta.

Devo ripartire da lì.

Oggi ho fatto domanda di trasferimento.

giovedì 16 aprile 2020

Dietro il sipario

Emergenza virus, giorno 51.

Oggi mettevo i voti di poesia a memoria.  La settimana scorsa ho interrogato in videochiamata sui sonetti di Foscolo i miei di terza. Sì lo so, sono indietro, tranquilli che ho già spiegato sia Manzoni che Leopardi. Un terzo della classe l'avevo interrogato quando ancora eravamo persone libere. Dovevo finire il giro. Ho sperato che non barassero. Credo che non lo abbiano fatto. Io sono stata attenta a tutto. Non ho dato il voto a Offendino ("prof gliela posso dire la prossima volta?") né a Fulminato ("Se non ti vedo in faccia non posso  considerarla interrogazione, dimmela per esercitarti"). Non ho pianto sentendo la vocetta delicata della mia preferita, la ragazzina del Marocco, non ho pianto con i vocioni di Strepitoso e del Cardinale, non ho pianto davanti agli occhi scuri dell'Irresistibile. Ma gli endecasillabi di "A Zacinto" sono tosti da reggere, le loro espressioni concentrate e i loro sguardi persi nello sforzo di pensare sono così intensi, che mi sembrava di sentire anche il loro profumo.

Mentre mettevo il voto all'Irresistibile mi chiedevo se sua madre fosse nella stanza, quando lui mi ha ripetuto la poesia. Poi mi sono immaginata la scena. Non era nella stanza, lo so. Era in quella a fianco.  Con la porta aperta.  Con le mani impegnate in qualche lavoro silenzioso, come pulire verdura o spolverare, per ascoltare in segreto la voce del suo bambino ormai alto e grande, che solennemente percorreva la metrica foscoliana.

Qualche mamma mi ha scritto che ascolta volentieri i miei audio, in fondo io parlo di cose belle e accessibili a tutti, ma più che altro penso a quanto sia particolare e interessante, per un adulto che fa un altro mestiere, poter sbirciare nella nostra quotidianità di classe,  nel vissuto di ogni giorno dei loro figli. Sentire il tono con cui rispondono, capire la modalità con cui li mettiamo alla prova. Io li convoco, 6 alla volta, per verificare se stanno studiando, e ragioniamo ad alta voce, i compagni intervengono, io chiedo a uno, e nella chat a fianco qualcun altro scrive iooooooo proooof ioooo la soooo. Io rido felice. Adesso, presi in gruppetto così, col lavoro ben avviato, me li godo. Imparo nuove cose sul nostro modo di lavorare, di incidere solchi nuovi nei loro cervellini. 

Scopro che il gatto della BastianaBaldassarra è sempre lì con lei mentre si connette, vengo interrotta durante un'interrogazione sulle date da un nipotino del Cinghiale ("cosa è successo a Wittenberg nel 1517?" "Baaa ba ba bbaaabbaba." "Eh?"), guardo Codino preparare la pasta con le zucchine mentre ascolta i suoi compagni interrogati sulle dorsali oceaniche ("Ma ci metti la maggiorana?" "Nooo. Il finocchietto essiccato." "Ah, scusa...")

Una mamma passa dietro con la tazza del caffè in mano e mi fa ciao.
Nell'altra stanza, l'Uomo pronuncia cognomi in lingue misteriose e vocine di primini leggono per lui i brani dell'antologia. Mia figlia entra in punta di piedi e si fa il caffè senza sbattere le stoviglie, poi si mette tutta storta per non entrare nell'inquadratura della fotocamera e li spia. "Carini", mi dice dopo. E io mi sciolgo: "Sono meravigliosi, poi c'erano tutti e hanno anche studiato, sai?"

Non sanno che sono probabilmente i miei ultimi alunni a Scuolina Rosa. Né credo arrivino a percepire quanto mi manchino. Ma l'ennesima sfida mi sta facendo sentire di nuovo giovane e piena di voglia di cambiare,  di crescere. Poi ci sono i giorni in cui odio il tavolo di cucina che è diventato  la mia cattedra, odio i mille cavi (caricabatterie,  modem, altro caricabatterie, prolunga, auricolari) che mi intrappolano sul divano come un insetto catturato da un ragno, odio il silenzio e vorrei un intervallo fragoroso, odio l'assenza di orari: ieri, tolte 2 ore per spesa, giro della salute intorno all'isolato e preparazione pasti, ho lavorato dalle 7 e mezza del mattino alle 23.
E, soprattutto, mi sembrano anni che la scuola è questo, e non quel che era prima, che doveva essere.

Eppure, come sempre, è più quel che il mio lavoro mi dà che quello che mi toglie.
Posso farcela, posso fare qualsiasi cosa, se sopravvivo a questo disastro mondiale continuando a insegnare senza perdermi d'animo.

giovedì 26 marzo 2020

In disordine, senza logica, penso

Che la gente si sbatte, tra un reparto e l'altro, poverini, con tutto quello che han da fare, per riuscire ad affacciarsi in una stanza di quelle degli infettivi, dove evidentemente non ci si potrebbe affacciare, e dire a una nonnina novantenne ricoverata da sola che sua nipote, la Pallida, le vuole bene.

Che la gente di Scuolina Rosa si dà il turno al telefono per tener su di morale Violette, che sta dando di testa sola davanti al pc nella sua casa in collina. E mia madre, anche, sta su di morale per tener su me, che sto su per lei e pergli altri due, e poi adesso un po' di gente si appoggia e io per telefono, per videochiamata, per messaggio, mi sento molto meno inutile di quel che credevo, con quel poco che ho imparato mi muovo bene, a far star calmi gli altri, almeno alcuni.

Che la gente sorride,  a random, per strada. Non so cosa intendano col sorriso: io, finché sono andata in giro, intendevo 1. Non ho paura che mi contagi, con me non fare balletti, 2. Non intendo farti male, non mi avvicino se non vuoi, 3. Che situazione di merda, su con la vita eh, però,  non facciamoci imparanoiare, ok? Palle in mano.

Che io la borsa per l'ospedale l'ho fatta, perché se uno di noi due di colpo respira male ho paura di non essere lucida a sufficienza per ricordarmi che cosa devo prendere, e poi non è che ci possiamo vedere negli orari  di visita, quindi nessuno fa il cambio biancheria. Ma poi ho passato la serata facendo finta di niente e tossendo lo stretto indispensabile, e lui stasera non è arrivato a 38 e mezzo e quindi andiamo meglio di ieri e dell'altroieri, quindi avanti tutta che il giorno 34 dell'emergenza e il giorno 9 della malattia sono passati, e forse riusciamo a farla tutta a casa, con nostra figlia le gatte le nostre serie tv e i romanzi della Vargas e di Stephen King, e noi due insieme, il che va bene, molto bene, perché la sera, quando chiudo la porta della camera e penso che potrei anche togliermi la maschera, perché non vedrò la Princi fino a domani, poi non me la tolgo per non far agitare l'Uomo, e dopo un po' che faccio  finta di essere serena magari succede che lui dice qualcosa e ridiamo,  e lo sono davvero, serena. In fondo a me frega solo che siamo qui insieme, sul serio, solo questo e veramente poco altro nella vita, ormai è così,  e quindi tutto questo silenzio, queste strade così vuote che ci saltellano le lepri,  questo non poter andare non dover fare non saper dire, ma sì,  guarda,  che anni fa sarebbe stato un incubo e invece guardaci ora, noi due, così,  da settimane. Perché forse tutto quello che ho imparato a forza, compreso fingere serenità quando sono a pezzi, compreso stare immobile sul fondo del lago per non muovere l'acqua, compreso aspettare che le lancette facciano il giro ancora e ancora,  guarda a cosa serviva, ad averlo qui con me adesso,  cosi, noi due, da settimane, senza doverci dire le cose perché la pensiamo uguale.

Che là fuori ci sono cose, persone,  mondi. Nostri, in parte. Ma voler pensare alla normalità significa anche non fare  le cose male e di fretta, presi dall'angoscia, credere che tutto sarà ancora lì dopo, i banchi la piazza del castello lo yoga le amiche i ristoranti le autostrade la piscina, tutto sarà lì come prima ma, nel rivederlo,  sorrideremo di più.

Che hai visto lati delle persone che non sapevi esistessero,  e belin sai che c'è,  le avevi scelte sul serio bene, le tue persone,  ma veramente, e questo ti sprona a essere il meglio di te. Sì, la vita è caduca, sì,  beh sai la novità peraltro, ma vissuta così  va bene.