Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

venerdì 23 dicembre 2022

Paraculate miste e pensieri consolanti

Qualche giorno  fa sono in seconda e rispiego per la quarta volta lo schema dei comparativi e superlativi assoluti speciali. Facendo notare che gliel'ho dato da studiare e non l'hanno studiato, ho messo un compito in classe, solo su quella pagina lì,  e non l'hanno studiato, dopo qualche giorno ho dato un'altra prova di grammatica mista, con altre cose, dove c'erano delle domande che prevedevano di sapere il superlativo di benevolo, quello di buono, di cattivo, di grande e di piccolo e non li sapevano.

Quindi, lo rileggiamo in classe di nuovo. Senza pubblica sculacciata nel cortile, che peraltro i piccoli fetenti si sarebbero anche meritata, a quel punto. 

Arriviamo all'esempio "È un uomo di sommo ingegno" e mi chiedono cosa voglia dire ingegno. Spiego, e aggiungo: "Per esempio, un ingegnere si suppone che sia molto intelligente, molto bravo, per fare il lavoro che fa". Al che uno mi fa: "Ma quanti tipi di ingegnere esistono?" e io dico: "Eh, tanti, perché guarda c'è l'ingegnere meccanico, quello navale, lo strutturista, l’ingegnere elettronico..." e, dal fondo della classe, il ragazzino con sindrome dello spettro autistico, che è intelligentissimo, mi fa: "Prof, quindi lei è un ingegnere scolastico?" e io: "Esattamente." Prendo nota di ricompensare del complimento il piccolo paraculo, alla prima occasione disponibile. 

Ieri, poiché finalmente facciamo di nuovo una vita normale dopo mille paranoie sanitarie, come nella miglior tradizione del mio mestiere vado a scuola con due linee di febbre, il cagotto e i crampi allo stomaco, per questi due motivi:

1) la Melensa e Sbirulino hanno preso permesso per tornarsene in Sicilia in anticipo sulle ferie, insieme a un altro collega napoletano, che peraltro sta perdendosi tutta la crescita del primo figlio e quindi lo capiamo, non vede l'ora di trasferirsi ma quest'anno non ci è riuscito. C'è un'ecatombe di supplenze da coprire. I muri della sala professori vibrano per i potenti brontolii dell'Orsone: "E quella mette la foto dalla nave in partenza nel porto di Genova, ma voglio dire, ma ti pare??? Fallo nel privato, di anticipare sulle ferie e lasciare gli altri nella merda, voglio vedere se ti tengono... e lei che scrive: io vi saluto da qua... stamattina volevo farmi un selfie davanti alla macchinetta del caffè con scritto: io invece ti saluto da qua!!!"

2) i tremendi alunni della terza A, coi quali ho un rapporto di amore e odio, mi hanno fatto sapere che la nuova arrivata, che chiameremo Fiorellino per i suoi modi delicati, fa gli anni. E visto che la ragazzina arriva dal Senegal, e in Piemonte, con la neve e tutto, non c'era mai stata, perché prima faceva la spola tra Africa e Toscana, e solo da 20 giorni è con noi, io e l'Arruffato, nuovo gentile collega di sostegno, raccogliamo l'input dei suoi compagni. Lui si presenta con una guantiera di dolcetti perché la sua ragazza lavora in una panetteria, io alle 07.38 ho attraversato correndo un supermarket per comprare le bibite, e le proiettiamo una candelina rosa sulla lavagna elettronica. La piccola non proferisce verbo, ma sorride intimidita quando tutti le cantano "Tanti auguri a te". Più tardi mi chiama vicino al suo banco per dirmi che la compagna Gialla, quella che abbiamo già raccolto tre volte dal pavimento nelle ultime settimane, non ha mangiato. Io sgrido con dolcezza la ragazzina albanese che fa lo sciopero della fame. Più tardi il collega, andando via, mi segnala che non la vede bene, ma io,che resto a sorvegliare l'intervallo, vedo Fiorellino e Lucia Mondella che le piazzano davanti una brioscina e non la mollano finché non l'ha mangiata tutta.

Passo la giornata in un delirio di nausea e vampate di febbre, oltre alla scuola mi toccano mille commissioni, un pranzo con la Princi e il BP, i regali di Natale e un altro giro al supermercato. Quando arrivo a casa alle sei di sera mi metto a letto e trapasso istantaneamente. Più tardi, mentre l'Uomo mangia da solo al piano di sotto, mi giro e mi rigiro cercando pace e in quella mi ricordo di una cosa che ho colto dai bambini di seconda: si parlava dell'Amore con la A maiuscola (siamo allo stilnovo) e, per spiegare cosa intendessi per "la persona giusta", ho citato la famosissima puntata di Friends in cui Ross fa a Chandler l'elenco delle virtù della sua nuova fidanzata e poi, quando arriva ai difetti, gliene trova soltanto uno: "Non è Rachel". In quel frangente ho scoperto, con immenso piacere, che molti dei miei alunni di 12 anni sanno cosa sia Friends e ne hanno guardato almeno un po' di puntate. La cosa mi allarga il cuore e benedico Mamma Netflix, non solo perché per una volta abbiamo qualcosa in comune in fatto di intrattenimento: io ho rivisto la serie durante uno dei lockdown, e ho pensato con sommo dispiacere a quanto si parlasse più liberamente di sesso, di uomini e di donne, di omosessualità, di famiglie alternative, di lavoro, etc. negli anni Novanta. Alcuni scambi di battute di Friends oggi sono introvabili, con la sottile censura che pervade tutta la televisione. E comunque, Friends e le battute anche più stupide della serie ("Oh. Mio. Dio.", cit. Janice) stanno a migliaia di anni luce dalle minchiate di TikTok, senza essere spaventosissime opere d'arte su serial killer pervertiti, come altri prodotti Netflix di cui i miei dodicenni fruiscono senza alcun controllo parentale. Mi addormento di nuovo, pensando contenta ai miei ragazzini che sanno chi è Phoebe, conoscono i traumi infantili di Chandler e i comportamenti ossessivo-compulsivi di Monica e imparano da Joey il senso della vera amicizia. 




lunedì 28 novembre 2022

Stoccolma

 "...e quindi poi, con gennaio, escono le graduatorie definitive del concorso ordinario."

"E allora puoi fare domanda per la sede... e cosa farai, Carter?" 

"Ah beh, se posso resto qua, ho la sindrome di Stoccolma."

Risate. Non c'è un cazzo da ridere, peraltro. La conversazione prosegue con la Rodriguez che ci confida che ieri sera era in botta, dopo un colloquio tremendo con una famiglia di disadattati. Io, settimana scorsa, una volta alle 4 e mezza di mattina mi sono svegliata pensando alla mia Black Panther di terza e al suo compagno Anthony Perkins, e non c'era verso di riaddormentarsi. 

L'Orsone ha di nuovo detto che sta valutando se chiedere il trasferimento. Lo ha detto a me, da solo, alle sette e mezza di mattina, quindi voglio sperare che fosse un tastare il terreno della propria anima, cosa nella quale ci esercitiamo insieme da anni, ricoprendo a turno il ruolo di  vomitatoio di sfoghi e quello di spirito inquieto. Io gli ho risposto che, a me, piacerebbe restare ad occuparmi dei miei disagiati: "Hai fatto proprio un bel danno a portarmi qua".

A proposito di danni. Il collega Fumato (solo di nome, in realtà è lucidissimo e molto in gamba) ha inaugurato una prassi pericolosa: a domanda impertinente degli alunni  risponde in modo da spiazzarli. Per esempio, in mensa: "Prof, ma lei conosce degli omosessuali?", chiede un ragazzino, io  rispondo: "Certo". E lui: "Io sono omosessuale." Il ragazzino a momenti piange di imbarazzo. Altŕo ragazzino, in cortile, al Fumato: "Prof, ma Lei sta con la Castagna?" E lui, sereno: "Sì." Giusto due giorni dopo, mi vedono attraversare la strada col collega di matematica Sbirulino, diretta a pranzo: "Eeee prof, va a pranzo con Sbirulino!!!" E anche lui risponde: "Beh,  certo!" e fa pure il gesto di abbracciarmi.

Dopo di che, non contenta della mia reputazione già pericolante, esco un'altra volta a pranzo, stavolta col collega Supermodello (lo so, lo so: le brave ragazze tornano a casa. Che dire. Mia figlia vive fuori da un anno e mezzo, l'Uomo non c'è mai all'ora dei pasti normali, i colleghi maschi che abitano fuori città non sempre rientrano a casa a metà giornata e io, dal canto mio, spesso e volentieri rientro a scuola, invece). Non ci sgamano perché andiamo via presto, ma ci vedono tutti quando torniamo verso scuola perché lui ha rientro al pomeriggio. Io sto per testare se anche lui dà risposte provocatorie, o volutamente a pene di segugio, dato l'andazzo degli uomini arrivati quest'anno da noi. Ma nessuno degli sfacciati osa fiatare. In effetti il collega è alto, snello, occhi verdissimi, capello lungo brizzolato portato raccolto, barba solo apparentemente trasandata, fossette malandrine. Eh sì, è un bel po' fuori target, il Supermodello. I piccoli spioni si fanno prudentemente un paio di domande, forse. Peraltro le sfatano, di sicuro, quando si ricordano che, per mia stessa ammissione, io ho 545 anni e sono già stata più volte bruciata sul rogo, quindi il mio aspetto esteriore è frutto di arti necromantiche e oscuri incantesimi, il che rende improbabile che io mi nutra del sangue di uomini più vecchi di me. Più facile che mi mangi Sbirulino, e le sue improbabili giacche da dandy. 






lunedì 14 novembre 2022

Episodio pilota

Se questa fosse una serie tv, questo sarebbe evidentemente l'episodio pilota. Telecamera a spalla, luce naturale e suono in presa diretta.

Si vedrebbe il risveglio della protagonista, una donna bionda sulla quarantina inoltrata,  in una bella casa in collina, i suoi preparativi del mattino, un primo caffè da sola e un secondo col marito, in una stanza col caminetto spento. Poi, lei che guida lungo una strada immersa nella pioggerellina, che si snoda tra colline verdeggianti benedette da uno stupendo foliage; sottofondo: "The Loneliest" dei Måneskin. Poi un terzo caffè con la figlia, ovviamente bellissima e elegantissima, in un bar del centro. La telecamera indugia sugli sguardi pieni di amore che le due donne si scambiano parlando e poi salutandosi.

Dopo si vedrebbe la donna attraversare una via, agghindata per Natale con decorazioni e casette di legno, in mezzo ai palazzi storici di una cittadina italiana, canticchiando tra i denti la stessa melodia che ascoltava prima in auto. Nella scena seguente, lei sale le scale di un vecchio edificio, entra, seguita sempre dalla telecamera a spalla, in un'affollata sala professori, scontra un uomo alto coi capelli lunghi che si sta infilando un cappotto nero, si scusa, anche lui si scusa: i due non si guardano, lo spettatore capisce subito che il rapporto tra i due personaggi andrà poi approfondito, nelle successive puntate. La donna saluta, attacca una conversazione di lavoro con un ragazzo giovane e molto elegante, con cui c'è evidentemente un'amicizia, intanto prende un altro caffè dalla macchinetta. Lo spettatore capisce anche che la donna morirà di orrende complicazioni cardiache e renali, a causa dei troppi caffè. 

Più tardi la stessa donna è in un'aula dal pavimento di linoleum rosa, sta leggendo pacatamente versi tradotti dall'arabo a una classe dove sono rappresentati tutti i possibili colori di capelli e di pelle, esclusi forse il turchese, il rosso fuoco e il verde acido. Qua e là cambia tono, perché qualcuno si agita o si alza. I ragazzini sono vestiti nei modi più vari e seduti storti, tutti piccolini, tranne uno alto e allampanato con gli occhi blu e una ragazza di colore molto grossa, con le treccine viola. Molti di loro stanno colorando lettere da appendere, per fare uno striscione con il nome dell'iniziativa a cui la classe ha aderito, una settimana intera dedicata alla lettura.

Ancora più tardi la scena riprende, in un frastuono indecente di sedie spostate, voci,  banchi che dondolano e corpi adolescenti delle più disparate misure che si muovono: siamo in una terza media irta di ripetenti grandi e grossi, i cui membri si dividono in gruppi, per ogni gruppo uno ha in mano un libro, così nuovo che la copertina scintilla e le pagine sono tutte ben pressate vicine, immacolate. 

Zoom della telecamera su un gruppo di tre ragazzine, un'orsacchiottina tonda come una mela, con le fossette simpatiche e i capelli castano-biondi sulle spalle, una magra molto fine, olivastra, con i capelli mossi raccolti a modino, una più alta e grande, con la pelle più scura, gli occhiali e un sorriso allegro ma timido. Stanno cercando l'indice del libro per scegliere un racconto, si trovano in disaccordo, una sostiene che sia all'inizio dove, invece, sono elencate le opere dell'autore, una sfoglia il centro del testo, l'orsacchiotta interviene dicendo che non avrebbe senso mettere l'indice in mezzo al libro. La telecamera stringe sull'espressione preoccupata della donna, si capisce che non si aspettava che, dopo due anni insieme, i ragazzi di una sua classe ancora non sapessero dove trovare un indice, ma nei suoi occhi passa qualcosa, forse una speranza, un obiettivo, della pazienza, il pensiero che, allora, la settimana della lettura andava proprio fatta. 

E abbiamo introdotto il necessario per costruire una storia: si sono visti alcuni tra i personaggi più significativi, si è vista la collocazione geografica, si è visto il mood della protagonista e della serie stessa. Ora, in un bravo episodio pilota, nella quotidianità dovrebbe inserirsi un evento che attiri l'attenzione dello spettatore, incanali la trama in una direzione, faccia venir voglia di vedere la prossima puntata. La protagonista, sotto sotto, spera che non succeda alcunché.  Di tornarsene a casa in collina, sotto un cielo di diversi toni di bianco e grigio, a guardare la pioggia. Ma è palese, il primo piano sui suoi occhi pensosi lo ha chiarito, che sta invece aspettando, cinica e rassegnata, la prossima pagina della sceneggiatura. Difficilmente, in una serie che parte così,  ci sarà spazio per molte risate. Forse qualcos'altro, emozioni, riflessione, sfumature. Speriamo almeno che i tecnici della fotografia, che fin qui sono stati dei maestri, continuino così. 



lunedì 31 ottobre 2022

Il post scriptum del post horror che tutti vi aspettate ad Halloween

 Post scriptum.

La prima volta che ho visto gente, mascherata da Halloween, girare per strada il 31 ottobre era vent'anni fa. Tornavo, stanchissima, dalla stazione, doveva essere un giorno in cui avevo anche il doposcuola in quel di Asti e quasi due ore di viaggio complessive per arrivare a casa, perché erano le otto di sera, o quasi. 

L'anno dopo, non ricordo dove fossi, la sera del 31, né con chi. Ma niente maschere né feste né caramelle. Quello dopo ero in licenza matrimoniale, credo. Non ho idea. Ma di sicuro è dal 2005 che, ad Asti, non ce ne perdiamo uno. O quasi: ci devono essere stati un paio d'anni in cui lui non c'era e io mi sono barricata in casa a luci spente, per non dover aprire a nessuno. Perché, a me, di Halloween piace tutto: i dolci le maschere lo spavento i bambini il fatto di girare di notte il contatto coi morti il fatto di aprire la porta nel buio il fatto di sapere che è una festa pagana e il fatto di spiegarla agli alunni rivendicando le sue origini romane e preromane, altro che l'americanata. Ma la cosa che mi piace di più è che piace a lui. Che si ricorda di comprare le caramelle e verifica i particolari di come le esponiamo, e poi vuole essere presente ad aprire ai bambini, qualche volta lo ha fatto anche se io non c'ero. 

Quest'anno per la prima volta siamo a Paesino da Cartolina, nella Casa dei Sogni, abbiamo la lanternina sul cancello, le candeline per terra sulla mattonata intorno a un paiolo di metallo pieno di caramelle, e pure il gatto nero. Nostra figlia truccata tipo Joker gira per le vie del centro città, dove dei buontemponi mascherati da William, Harry, Kate e Meghan inscenano il funerale della regina e Sua Maestà, ovviamente, non ha la minima intenzione di morire. 

E io, forse è questa la parte più horror, ci ricasco anche stavolta, ci ricasco sempre, basta vedergli quel sorriso, basta pensare che in qualche modo ho una famiglia da qualche parte, basta mettere nel caminetto due avanzi di pallet marci trovati in cantina, e, oh, cazzo, è successo veramente, siamo veramente venuti a vivere nella Casa dei Sogni, quando l'ho vista la prima volta un anno e mezzo fa tutto questo sembrava fantascienza e, invece, eccola col nostro odore, i suoi fumetti nella libreria, i miei quadernoni, le foto della Princi, i quadretti trafugati a Via del Golf 13, un sano disordine in ogni stanza e la luce del tramonto dietro i vetri, il profilo dei monti laggiù contro il cielo, non ci volevo sperare e non ci posso ancora credere, ma non solo è mia, adesso è nostra.

Dein, cum milia multa fecerimus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut ne quis malus invidere possit... 

I Latini, quanto ne sapevano, di morti che tornano in vita. Di vite così intense che non ti importa di morire. Peccato tutto quel Cristianesimo, dopo, adesso neanche si può più fare la festa di Halloween, proprio quelli che dovrebbero credere nella vita eterna sono i più terrorizzati dal concetto di morte, e pensare che, già così, una che vive i sentimenti come me ha visto tutto il paradiso e tutto l'inferno prima dei quaranta,  cosa potrebbe ormai sorprendermi? O chi potrebbe dannarmi peggio di quanto mi sia già dannata da sola?

Felice Halloween. A chi crede e a chi no. La vita vi costringerà, a credere. 



 

 

Il post horror che tutti vi aspettate ad Halloween, ma peggio del solito

"Una mia amica farmacista mi ha detto che qua è pieno di ragazzetti che vanno a comprare le siringhe". 

"Una mia amica maestra della primaria mi ha detto che in prima elementare le madri li mandano a scuola col cambio, perché praticamente tutti se la fanno ancora addosso."

"Una mia amica che insegna alle superiori ha trovato un preservativo srotolato sul tavolo su cui devono mettere i cellulari quando lei inizia lezione."

"Tre giorni di sospensione, per uno che a tredici anni manda affanculo un pubblico ufficiale, sono veramente pochi. Quando lo riscrivete 'sto regolamento?"

"Ho detto: la prossima volta che apri la bocca ti ritiro la prova, e lui ha spalancato la bocca per scherno. Gli ho ritirato la prova."

"Le ho chiesto: Perché l'avete picchiata? E lei:  ma non lo so, guardavano tutti, facevano il filmato...Hai capito, perché filmare due che fanno pace stringendosi la mano non è altrettanto interessante..." 

Non siamo nemmeno a novembre, e già i docenti che conosco sono divisi in quattro categorie. 

Categoria zombie: si ammala ogni dieci giorni, deperisce, è diafano o giallastro.

Categoria spirito famelico degli inferni buddhisti: stramangia per compensare, è gonfio, ha le occhiaie perché si aggira di notte.

Categoria violenti contro Dio: smadonna ridendo, ringhia, si esprime con tre parolacce ogni due parti del discorso e gesti espliciti.

Categoria limbo: costoro non soffrono né si arrabbiano, ma escono al primo trillo di campanella e vanno a fare altro, qualunque cosa d'altro: gioielli artigianali, preparativi di nozze, parapendio, ritiri con obbligo del silenzio, novene, i più fortunati scopano. 

Chiaramente Carter è nella prima categoria, io sto nella seconda, l'Orsone nella terza. Con quelli della quarta io quasi non ci parlo, ho provato ad avere anche io una seconda vita in cui faccio yoga e giardinaggio e leggo fumetti coi piedi intrecciati a quelli dell'Uomo, ma il richiamo delle email e del registro elettronico è senza scampo.

E, siamo onesti, è davvero l'orrore stavolta, se non facciamo qualcosa qua le cose vanno a puttane sul serio, se a sei anni si pisciano e a tredici beccano denunce per pestaggio e mandano in culo i professori, non potete dirmi che va tutto bene e che è la solita sinistra che fa del disfattismo.






 

venerdì 7 ottobre 2022

Le giornate a casa in mutua quando sei un ansioso

 Ore 04.00: ti sveglia l'emicrania, sono 2 giorni che trascini la tua misera carcassa col raffreddore, e oggi dovresti a) arrancare a piedi fino alla stazione - 25 min, b) prendere regionale fino in Piemonte - 1h 34 min, c) andare a casa a piedi - 25 min, o più probabilmente in taxi - 10€, d) farti la doccia truccarti vestirti e) andare a scuola e tirare fino alle 16.30 f) andare a fare yoga fino alle 9 di sera.

Capisci che non hai la minima possibilità di farcela.

Decidi che adesso è troppo presto per fare alcunché e che la priorità è non staccarti la testa dal collo con un coltello da arrosto, quindi ti raggomitoli nella penombra e cerchi di dormire.

Ore 07.17: la tua educazione cattolica improntata sul senso di colpa e la tua etica del lavoro calvinista ti svegliano suonando le trombe del giudizio, nel minuto esatto in cui il tuo treno avrebbe dovuto lasciare la stazione. 

Ore 07.30: ti scrive tuo marito che sta valicando le colline da Paesino da Cartolina a Paesino a Punta per andare a lavorare,  immerso nella nebbia. Mandi messaggio al Vicepreside Faina. Chiami scuola.

Ore 08.00: stai iniziando a pensare come suddividere il lavoro della giornata tra cose di scuola e cose di  casa (visto che sei malata ma the show must go on e stare a casa, da anni, vuol solo dire lavorare in pigiama) quando un messaggio sul gruppo dei docenti ti fa inorridire: oggi pomeriggio oltre a te mancherà qualcun altro, una classe (la tua, sospetti) rimarrà scoperta, stanno affannandosi a cercare sostituti. Cazzo. 

Ore 08.30: chiami lo studio medico. Occupato. Molto male. Un antichissimo testo cinese, impartito come lettura del mattino ai giovani monaci shaolin, impone di non rilassarsi assolutamente mai finché non si è ottenuto il numero del certificato medico e non lo si è trasmesso alla scuola. Pertanto attenderai nella posizione della gru che sta per tuffarsi, su un piede solo, senza mai e poi mai iniziare un lavoro, finché non avrai parlato con la segretaria del medico.

Ore 09.10: parli con la segretaria. Ti dà il numero della sostituta del tuo medico. Suona libero. Hai istruzione di non richiamare perché ti chiama lei. Cazzo. Cambi gamba, attivi la suoneria e resti in ansia. Non inizi alcun lavoro. Frattanto ti scrivono tua madre e tua figlia. 

Sai già come andrà il resto della mattinata: non te la sentirai di dormire perché ogni 2 per 3 saresti svegliata da un messaggino, non puoi disattivare la suoneria, non riuscirai a lavorare perché hai una forma di disturbo ossessivo per cui più passano gli anni più,  per concentrarti, ti servono condizioni di imperturbabilità e il cellulare con la suoneria accesa, la vicina che ciancia al telefono in ufficio sotto di te a voce altissima e quella che ripete vocalizzi al neonato sopra di te,  praticamente,  garantiscono che la mattina sarà buttata. 

Però hai scritto su un foglietto tutte le cose che devi fare. Quindi adesso sudi, guardando il foglietto.

L'ansia ti fa pensare ossessivamente al cibo. Hai appena fatto colazione e il mal di testa non tollera pasti pesanti. L'ora di pranzo è lontanissima. E hai in casa solo gli avanzi di ieri sera. 

L'ansia ti fa venire voglia di lavarti. Ma se devi ancora fare tutto il viaggio in treno non ha molto senso lavarti i capelli ora. Inoltre, devi poter rispondere quando chiama la dottoressa.

L'ansia ti fa venire voglia di uscire.  Ma sei in mutua, e poi stai male, vestirsi sarebbe terribile. E deve chiamarti la dottoressa, non puoi essere in giro. Tra l'altro,  per il tipo di scuola in cui sei, fisso sicuro che ti chiamerà anche qualcuno dei colleghi, sebbene tu sia in mutua, perché è venerdì e quei malati di lavoro tra i quali tu, stranamente, ti senti al tuo posto devono, assolutamente, avere alcune informazioni non rimandabili a lunedì, per poter lavorare nel weekend. 

L'ansia ti porterà a controllare ogni 2 ore sul registro elettronico se nelle tue classi qualcuno ha preso una nota, perché è venerdì e il venerdì stronzifica gli alunni, e perché le supplenze sono un campo minato.

L'ansia farà di te tutto quello che vuole almeno finché non avrai sentito il medico. Dopo sarai così stanca di esser stata in tensione che non riuscirai a fare un cazzo. Il senso di colpa arriverà a livelli di allerta rossa e scenderà solo lunedì,  quando, tornando al lavoro, constaterai che non è crollato il mondo senza di te. 

C'è una sola cosa, un potere supremo, un incantesimo infallibile, che può sopire contemporaneamente ansie, sensi di inadeguatezza, morale calvinista, fastidio per i rumori e forse anche parte dei sintomi, e si chiama Netflix. L'arma finale grazie a cui gli ansiosi, che sono grandi lavoratori, consumatori compulsivi e utenti di vari servizi legati al benessere psicologico, stanno diventando delle tranquille piante da appartamento, dei bradipi inoffensivi. Costa meno dello psicologo, dello yoga e alla lunga anche degli psicofarmaci. E anche stavolta funzionerà. 



venerdì 23 settembre 2022

Michele

 Stanotte ho fatto un sogno talmente particolare che lo racconto.

Io e la Princi, e forse altri, andavamo a Paesino di Sogno. Giravamo la mia vecchia scuola, che lei ben ricorda, per esserci stata tanti pomeriggi a fare i compiti in aula computer, quando io avevo riunione e lei era ancora una randagina da non lasciare sola per strada. Tutti la trattavano come fosse di famiglia (e questo è uno dei motivi per cui andarsene da Scuolina Rosa è stato così difficile). 

Solo che la scuola era tutta incasinata, c'erano ragazzi africani in tuta da lavoro che smantellavano porte e infissi, e la giravamo per il gusto di girarla, consapevoli che le lezioni si stessero svolgendo altrove, a causa dei lavori. Infatti la scena successiva era in un'unica grandissima aula (la mensa? la palestra?) con alunni di più classi ammassati e una lunga cattedra con diversi professori che facevano lezione contemporaneamente. Scambiavo qualche parola con il Troll, dicendole con tono strafottente che io, in caso di bisogno, posso ancora chiedere al Vicepreside Faina... come se il quasi quarantenne scattante fosse già stato vice anche lì. Credo significhi che in lui ormai ripongo la stessa fiducia che riponevo nel Gigante, pur con i limiti di un evidente maschilismo innato che entrambi involontariamente hanno mostrato.

L'attenzione si spostava poi sugli interventi (provocatori ma intelligenti) di un alunno alto come una torre, evidentemente pluriripetente. E, dopo un attimo, ero nel pratone dietro la scuola che camminavo, spiegando a qualcuno che questo ragazzone era il figlio di un boss mafioso, messo lì sotto protezione, e che per fortuna era uno in gamba che accettava il confronto, altrimenti...

E in quel punto, Dio sa da dove nel mio povero cervello confuso, l'interlocutore nel mio sogno era diventato Michele C., compagno di scuola alle elementari e alle superiori, di cui ero stata perdutamente innamorata dal primo minuto in cui lo avevo visto all'asilo. Spiavo il suo arrivo al mattino con la mamma, quando accompagnavano la sorellina piccola e poi lui, serio come un ometto, si dirigeva alla scuola elementare contigua. La passione per Michele continuò durante quasi tutte le elementari. Io lo tormentavo con richieste di baci e bigliettini amorosi. Lui schivava, ma poi, quando scendevamo le scale in fila insieme, tra le pieghe dei nostri cappottini, senza farsi notare dagli altri, mi prendeva la mano. Insomma, già a otto anni ero la moglie segreta di qualcuno che non avrebbe ammesso pubblicamente di avere un legame con me. Che fantastica anticipazione del futuro.

Comunque, nel sogno io e Michele ci trovavamo  al limite del pratone, in un fosso erboso e asciutto, e ci acquattavamo lì,  semisdraiati contro la proda erbosa. Lui era come lo ricordavo alle superiori, cioè sbarbato, olivastro, con i capelli neri e fini, con i suoi zigomi bellissimi. Realizzavo all'improvviso, nel sogno, che ero di fianco a colui che aveva tenuto la mia mano nelle sue per mesi lungo le scale della scuola, e mentre lo pensavo tutti e due ci accomodavamo sul fianco in modo da guardarci negli occhi, sistemati come una coppia che parla a letto. E parlavamo, adesso non so più di cosa, con questo senso di intimità, capendoci benissimo. Arrivava qualcuno e ci tiravamo un po' su, ma dando solo relativamente peso al fatto di poter essere visti. Si stava così bene lì vicini. E, quando mi rendevo conto che lui aveva davvero raggiunto quel momento di serena fiducia in cui parli a ruota libera con qualcuno, senza fretta e senza filtri, facevo l'affondo: "Ma tu come stai?" 

Michele, sempre stato nella realtà compassatissimo nelle sue emozioni, mantenendo un aplomb notevole mi rispondeva: "Beh, lo sai che sto combattendo con quel cancro da tempo ormai" e io, che lo sapevo, rispondevo: "Certo, ma come vanno le cose?". Al che, lui: "Eh, vado avanti con le cure, ma a volte sembra che non servano proprio a niente". La voce si incrinava appena, ma gli occhi si smarrivano in un precipizio di paura e dolore. E io lo baciavo. Finivamo a baciarci delicatamente sulla bocca e sul viso, toccarci senza foga e stringerci appena, intanto io gli dicevo: "Mi dispiace, mi dispiace tanto che tu sia preoccupato" mentre tutti e due pensavamo quanto era ovvio e semplice, quanto era scontato, fin da piccoli, che stessimo insieme noi due. 

È suonata la sveglia. Ho aspettato che l'Uomo la spegnesse, poi mi sono resa faticosamente conto che non lo faceva perché era la mia. Mi sono alzata e vista nello specchio, avevo pianto nel sonno. 

Ho fatto colazione con l'Uomo, ieri sono stata in Liguria quindi oggi avevamo la focaccia e un dolce da dividerci, ridevamo, il caffè era caldo e buono. Una mattina normale, anzi, una mattina di quelle belle, nella Casa dei Sogni a Paesino da Cartolina. Adesso lui è uscito, e io resto con questo sogno, con l'idea che dentro a questo personaggio ci sono moltissime sfumature di altri, di me stessa, di ricordi, desideri, rimpianti. Eppure, per quanto sia folle, c'era proprio Michele, quello vero, al dettaglio microscopico. Michele che non vedo da più di vent'anni e nel frattempo ha perso i capelli, Michele che non è mai più stato il mio tipo dalle medie in avanti. Michele che mi baciava con la stessa pudica e silenziosa tenerezza con cui mi prendeva la mano per le scale all'uscita della scuola, quando nessuno ci faceva caso, però tutti i giorni.  


domenica 11 settembre 2022

In punto di vita

Un po' seccamente, a uno dei post precedenti Pellegrina commenta che ho piagnucolato in punto di morte per due anni poiché mio marito non era più lui. 

Libertà di espressione, ovviamente, specialmente da parte di una fedelissima lettrice, tuttavia mi sento come quando, in una sola frase di analisi logica, devo correggere così tanti errori che la riscrivo per intero a bordo pagina. 

Prima di tutto, gli anni non sono due. Sono SETTE. Sette E MEZZO, a voler vedere. Che questo possa portare a giudizi o anche solo a caute riflessioni su questo matrimonio,  su di me o su di lui, è ovvio, e pazienza. Adesso non è importante spiegare, e non sarà mai più necessario, credo, nella mia esistenza, giustificare alcunché. Troppo vecchia per voler essere capita o approvata. Va bene così. 

Seconda cosa, egli tuttora non è più lui. Non credo riavrò mai più la sensazione di ubriachezza felice, di vertigine appagata, che mi dava il  vedere la luce sprizzare dai due verdi diversi dei suoi occhi. Non perché io non ne berrei avidamente, ma perché quella luce non c'è più.  Adesso, a volte, c'è un colore, quando parliamo della Princi, o in certe mattine rilassate a Paesino da Cartolina. Ed è come il riflesso sul mare, in quei giorni in cui il sole è velato e le onde sembrano di metallo. Il verde acceso e l'oro, e il cristallo puro delle sue risate, sono stati portati via molto tempo fa. Ho fatto ridere di gusto alcuni uomini, in questi anni, e ho riconosciuto il timbro dell'abbandono gioioso che qui, a casa, non sento più. 

Ma nemmeno io sono più io. Scambio, avvenuto giusto una decina di giorni fa, in montagna, proprio tra me e l'Uomo: esordisco io con "Ho trovato il biondo platino, adesso quando torniamo me lo faccio". Lui, sgomento: "Ma no, ancora più chiaro di così? Ma no dai, poi non sembri più la stessa persona" e io seria "Uomo, io NON SONO la stessa persona." "Questo lo so, ma è troppo, ancora più biondo". 

A riprova del fatto che non sono la stessa di prima, al prossimo giro mi tingo di biondo platino, checché ne dica lui. E anche solo da questo si vede, che non sono la stessa. 

Ultima e più importante correzione.  Non ero in punto di morte. Sono, anche adesso, morta. Sono così convinta di essere trapassata nel 2015, che una volta sono andata a leggermi come funziona quella sindrome psichiatrica per cui uno crede di essere un cadavere. Ho però visto che i poveretti che ce l'hanno si astraggono dalla vita sociale (e quello può darsi) e lavorativa (e no, quello no, anzi) e a volte si lasciano morire da bun, come dicono qua in Piemonte,  perché smettono di mangiare (e non c'è proprio pericolo). 

Quindi io non sono una viva in punto di morte. Semmai, è proprio il contrario. Sono una morta che, qua e là, sente l'odore della vita e si ricorda com'era. Uno zombie che spia da dietro i vetri le famiglie sedute a tavola, non per mangiare loro i cervelli, solo per invidiare i loro gesti. A volte sono una trapassata a cui batte, forte forte, il cuore. A volte qualcosa, un abbraccio della Princi, una voce, una risata, uno sguardo, mi fanno sentire che ancora c'è qualcosa nel mio sangue che trasporta ossigeno. A volte la linea di confine tra la mia esistenza da fantasma e la vita vera è quasi cancellata, il sole riesce di nuovo a scaldarmi la pelle, i miei muscoli rispondono, rido, respiro. Amo. 

Non so quanti, di voi che leggete, possano capire quanto si apprezza la corrente impetuosa del fiume, quando si è sulla riva e ci si ricorda come si fa a nuotare. Si capisce infinitamente il valore delle cose, ci si arrabbia così poco rispetto a prima, si sorride con tenerezza a tutto. 

Vorrei tuffarmi? Oh sì. Ma non è il mio momento, non è il mio destino, adesso. Agito le catene al buio e macchio di sangue il tappeto ogni notte, finché l'equivalente di Virginia verrà a darmi pace, con la sua anima compassionevole. Chi cerca di usare lo smacchiatore Pinkerton, non ha capito niente. 

Ve la faccio breve

 Supplente annuale: "Buongiorno a tutti, ho preso 18 ore qui da voi!"

Noi: "E come mai? All'inferno non c'erano più cattedre?"

domenica 24 luglio 2022

Metamorphoseon libri

Ci sono state estati con le tapparelle giù,  estati sola a camminare lungo il mare, estati abbracciati in montagna. Momenti in cui c'eri, ma eri lontanissimo. Altri in cui eri via.

Sono andata via io. Sono stata in posti bellissimi sopra una certa quota, e li ho odiati perché tu non c'eri. Sono stata a ritiri di yoga e ho fatto corsi seguendoli online per i fatti miei. Ho riorganizzato case, cose. 

Ho cambiato ritmi e abitudini tante, tante volte. Da quando c'è la Princi, da quando tu gestisci per intero il cinema, praticamente non ho fatto altro che spostare, volta per volta, me stessa e tutto il resto dei miei impegni sulla scacchiera delle ore di una giornata.

Una cosa che non è mai cambiata è che l'estate non è mai stata il mio forte. Dover accontentare gli altri è sempre stata per me una grossa violenza, mentre soffrivo il caldo, che si trattasse di spostarmi in treno tra due regioni per andare a lavorare, o di chiacchierare con i miei genitori seduta nel salotto esposto a sud, in cui mia madre non spalancava mai le finestre, o di andare al mare con gli amici del fidanzato che volevano stare in spiaggia tutto il giorno.

Quando ho incontrato te le cose si sono messe meglio, perché hai la pelle più chiara della mia e soffri il sole peggio di me. Il primo anno che vivevamo insieme, siamo riusciti a stare due settimane in Sardegna senza quasi abbronzarci, per dire.

Questa comunque è un'estate senza precedenti, in cui ho iniziato tutto in ritardo e probabilmente alcune cose non le inizierò proprio. Per esempio, dovevo occuparmi di varie cose in Liguria, ma non ho fatto nulla perché sono rimasta presa dentro una spirale di questioni di sopravvivenza: come mi vesto se non posso usare due braccia? come faccio a mantenere in vita, puliti e di buon umore quattro gatti in due casi diverse, a 14 km l'una dall'altra, che però al mattino vogliono mangiare tutti e quattro? come faccio a essere presentabile a scuola o in un negozio o in un ufficio, se ho camminato a piedi nudi nel  cortile, scalzato radici con la vanga e ho delle foglie dei capelli, perché ho dato da bere a quella pianta che ho visto che sta soffrendo? 

Non sono solo queste le cose che caratterizzeranno quest'estate, però. Sono le lunghissime attese di pomeriggio, mentre si spera che la temperatura da 39 scenda almeno a 33, per poter trovare il coraggio di andare a fare la spesa. Sono queste infinite operazioni di pulizia e di protezione delle forme di vita (i nostri gatti, la lucertolina rimasta intrappolata nella cassetta delle lettere) o dalle forme di vita (blatte, ragni, cimici, zanzare e altri piacevoli bestiole che sono convinte di avere regolarmente pagato le rate del mutuo per vivere insieme a noi).  È l'aria immobile, quasi solida, della casa, quando al mattino nessuno ha ancora spalancato le finestre. È la luce del tramonto riflessa nei vetri. È l'odore di aceto di mele usato per stanare i ragni dai nidi, il canticchiare delle cince che vivono sopra la grondaia.

Ho ristretto il mio mondo, che non è già particolarmente affollato, alla tua esistenza, a quella  di nostra figlia e del fidanzato, a quella della Valchiria, che in questo momento è l'unica persona che riesce a stanarmi e che io riesco a stanare. Io e lei ci prendiamo cura dei rispettivi stati di devastazione in queste giornate incandescenti. Mi resterà il suo "ciao neh", insieme all'espressione serena delle altre amiche che ho frequentato in questa stagione di scarsa mobilità: Guru Cri, l'Inflessibile, la Caramella. 

E poi c'è  questa sensazione, nuova e molto forte, di essere approdata ad uno stadio diverso della mia vita, del quale vi racconterò.