Finisce un altro anno. UN'ALTRO HANO, come scriverebbe il Cinghiale. Il Cinghiale lo passiamo in seconda perché l'anno scorso aveva otto materie sotto e oltre 40 giorni di assenza e l'abbiamo segato. Quest'anno ha otto materie sotto e a scuola ci viene. È troppo piccolo per il percorso formazione lavoro e quindi lo spostiamo in avanti di una casella. Poi lo fermiamo di nuovo e via di corso per meccanici. Dove non andrà. Ma siamo totalmente scoperti, niente famiglia, niente servizi sociali, niente certificazione: la sua è una stirpe impermeabile da generazioni alla pubblica istruzione e al lavoro. Sono arrivata al terzo figlio di quattro di quella dinastia e non mi faccio illusioni. Questo, almeno, si lava. E mi vuole bene come un cucciolo di gorilla geloso. Se mi stesse arrivando addosso un camion, si butterebbe davanti a me per fermarlo. Invece di cercare di spostare me.
Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento. E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità era in grado di leggere senza piangere. La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché proprio io devo valutare un testo del genere.
Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.
Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano a tornare. Perché le persone dichiarano con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura di vedersi di persona per un caffè in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente, imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.
Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano, sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.
Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti mentono, quanti si riparano, quanti restano. È pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più, come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è espresso in alfabeto latino ma anche quel che c'è scritto sotto in caratteri arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando cambiavano intensità mentre mi guardava.
Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia condanna definitiva. Forse sarà solo una scrematura di chi può davvero starmi vicino.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)



1 commento:
Ma che ne so, io. Del perché ho bisogno di leggeri per capirmi un po' di più?
M.
Posta un commento