Dieci dicembre, pomeriggio, tra una riunione online e l'altra.
Castagna: "Oggi comunque mi sono resa conto che mi sembrano 10 anni che sono lì da voi... in senso sia buono (possibilità di fare) che cattivo (impossibilità di fare qualsiasi altra cosa)."
L'Orsone: "In effetti hai ragione. Quest'anno è allucinante."
Non gliel'ho detto, ma credo che per me il passaggio da Scuolina Rosa a Scuola Vintage sarebbe stato un salto epocale anche in un altro momento storico.
Ho vissuto questa esperienza di cambiare contesto, a metà dell'anno del Covid, dopo averci pensato per 24 mesi, aver inoltrato la domanda, ed essere stata con il cuore in bocca per altri 3. E a casa a domandarmi come sarebbe stato per altri 2. Poi dice che il mio difetto principale in passato era non saper aspettare. Se mai un tratto del carattere si può del tutto abolire, io ci sono riuscita.
E poi all'improvviso era il primo settembre, io avevo i miei pantaloni estivi preferiti addosso e il cuore che faceva bum bum come quello di una scolaretta. Un vicepreside Faina con gli occhi fuori dalla testa per il milione e mezzo di cose da organizzare causa pandemia mi ha fatto fare un giro dell'edificio, così veloce e pieno di informazioni che alla fine mi girava la testa e non mi ero accorta di quanti chilometri avessi percorso. Sarebbe diventato assolutamente evidente che le passeggiate a scopo di fitness non servivano più, il primo giorno di effettiva lezione portato avanti coi tacchi. Quella scuola ha distanze considerevoli da percorrere e i tempi di spostamento incidono parecchio sulla durata di qualsiasi attività. Era necessario ottimizzare. Dopo un po' ho scoperto che, se, e sottolineo se, riesco ad andare alla stessa velocità del vice, che credo giochi a calcio da Dio perché sembra Quicksilver, o a tenere il passo con le lunghe gambe dell'Orsone, la percorrenza del corridoio da sala prof a II A è sufficiente a risolvere una grana, progettare un lavoro e/o farsi dare un buon numero di informazioni vitali. Quella tra sala prof e I C è ancora maggiore, e di solito la percorriamo io e il grosso orso tramando piani oscuri che riguardano cattedre, incarichi e linee didattiche dei prossimi anni.
Il primo mese, non l'ho detto a nessuno, forse solo a mio marito in uno di quegli istanti a letto la sera tardi in cui sembra di poter confessare tutto, mi sono spaventata. Il mio cervello era immerso costantemente nella nebbia. Troppe cose da ricordare: e i registri totalmente elettronici con troppe funzioni. E i nomi assurdi da 4 continenti (vi prego, iscrivetemi un bambino neozelandese, non posso fare 4 e non 5, per l'Antartide pazienza). E chi è responsabile di cosa e a chi si può e non si può chiedere cosa. E la segreteria. E i nomi di tutti i colleghi delle elementari che sono nelle 5 o 6 commissioni in cui l'Orsone mi ha messa d'ufficio. E le mille regole delle precauzioni sanitarie. E gente che conosci da una settimana che ti parla da dietro una mascherina, in un ambiente coi soffitti alti 4 metri e mezzo che fanno eco come una cattedrale tardogotica, magari con un difetto di pronuncia o un accento straniero, e tu ti senti scema perché devi farti ripetere le cose dodici volte. Certi giorni ero così confusa, e così agitata, che al ritorno facevo la strada verso casa ripetendomi, a giro, una di queste frasi: "sei troppo vecchia per ripartire da zero / ti credevi furba invece sei una ragazzina nevrotica, ti credevi brava invece eri solo in un ambiente protetto / cazzo, ma qua non sarà che il Covid mi ha bruciato dei pezzi di corteccia, oltre che togliermi l'olfatto per 15 giorni e mantenermelo sfalsato per altri 2 mesi?"
Insomma, era terrore allo stato solido. Mentre mi innamoravo della luce che entrava dai finestroni, mentre mi affezionavo al sapore del caffè della macchinetta, mentre imparavo a memoria il numero di passi tra la macchina e il cancello, mi ripetevo che avrei fallito e sarebbe stato un fiasco totale, e quel che è peggio sarei stata sola perché anche il mio pigmalione si sarebbe ricreduto sulla sua convinzione che impiantarmi nel sistema lo avrebbe sostenuto e migliorato.
Poi in una delle molte deliranti giornate di lavoro con computer di qua, telefonino di là, libri sulle ginocchia e quaderni in bilico tra i cavi, ho guardato quel che stavo facendo. E cazzo, no, non lo stavo facendo male.
Ieri a tavola ho detto ai miei che avevo passato la mattina a mettere a posto il calendario delle prossime prove e interrogazioni di recupero e, beh, potevo anche schiacciare un po' meno, se non altro su classi che si sono fatte un mese e mezzo a scuola e due a casa. Perché alla fine arrivo a chiusura di quadrimestre con una bella fetta di programma svolto e quasi lo stesso numero di voti che avrei dato in un anno normale...
Ah già un attimo, devo ridirlo, non si sa mai. Io sono una docente di quelle che devo andare avanti col programma e mi serve ancora un giro di voti e studiate a memoria la definizione, a memoria non vuol dire con parole tue, e come si diceva in latino questo? e i compiti ve li assegno perché li facciate e questo lo fate come dico io non come dice il libro. E se qualcuno non è ancora inorridito a sufficienza, a me la didattica per competenze, il byod e i compiti di realtà fanno cagare. Cagare. CA-GA-RE. Più tengo duro con la buona, sana, severa didattica tradizionale, più i miei ragazzi sono preparati e contenti di esserlo. Chiedere in giro.
Comunque. Anche la più stronza professoressa TRADIZIONALE con il pelo sullo stomaco e 19 anni di insegnamento dietro, a cambiare ambiente, contesto, bioma, ha paura e fa fatica ad adattarsi. Questo ve lo dovevo dire. E adesso che riapriamo e ci sono 3 settimane per portare al traguardo il lavoro del primo quadrimestre del mio primo anno a Scuola Vintage, ho di nuovo un'ansia che non dormo. Dice che è il danno di essere una fanatica e una perfezionista. Dice che è l'educazione cattoborghese e il complesso di Elettra e la personalità introversa e il disturbo ossessivo compulsivo. Ma tant'è.
Dopodomani, caffè in sala prof e tutte e nove le classi a scuola. La mia idea del paradiso.