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venerdì 26 gennaio 2018

A fare danno si è sempre in tempo

Come tutti sanno, ci vogliono millenni per produrre una gemma preziosa e un attimo per spezzarla. Dozzine di mesi per scrivere un capolavoro, e una frazione di secondo per appiccare il fuoco a una pila di libri. E potrei continuare con gli esempi.

Dieci anni e mezzo di reputazione tutto sommato buona a Scuolina Rosa, e quattro minuti per fornire materiale da sputtanamento sufficiente a guastarmi la vita.

Così, quando dico all'Orsone di farsi posto sul sedile posteriore della mia auto, tra bottiglie di Fiuggi (la Princi ha dei calcoli renali), cd di yoga e libri di storia, sono consapevole di stare controfirmando la mia pubblica esecuzione.

Lo porto a neanche trecento metri dalla scuola, al solito baretto. Ma ho appena accettato di pranzare con lui, di corsa, anche se gli ho cambiato tutti i programmi del rientro pomeridiano per poter rientrare a casa all'ora di pranzo e accudire la Princi.

In macchina si svolge la seguente spiegazione: "Orsone, allora, capiamoci: io sono una rispettabile insegnante sposata. Qui dentro non vedono l'ora di trovare qualcosa con cui affossarmi, ma in tutti questi anni gliene ho fatte due sotto il naso e non se ne sono accorti, adesso dare un passaggio a te da qui a lì mi devasterà la reputazione."
Ride. Sottolineo che non c'è un cazzo da ridere: "No, seriamente, guarda che se tu adesso ti metti in lite col Troll, e tutti sanno che io e te invece andiamo d'accordo, si crea una faida mortale. In pratica, se adesso ci schieriamo dalla stessa parte, tu l'anno prossimo devi inevitabilmente riprendere cattedra qui per venire a difendermi, non puoi andartene lasciandomi sola con le conseguenze."

Io e la mia incipiente influenza, infatti, siamo rimaste a pranzo perché l'Orsone, che la settimana scorsa mi ha sostenuto durante quella che passerà alla storia come "la Questione del Regolamento Fantasma", alla fine delle lezioni ieri mi si è attaccato con occhio allarmato dicendo: "Penso che litigherò col Troll". A causa di quello che i posteri ricorderanno come "il Delitto del Tagliacarte".

Protagonisti delle due vicende, un Gigante stranamente volubile, Castagna, il Troll, la Bestia Nera, la Bionda Svampita, l'Orsetto Lavatore (ribattezzato efficacemente Pirlotto), l'Orsone, la Preside Chic, Belzebù e Riace in terza B, una ragazzina di seconda A, e un reparto psichiatrico, l'intera seconda B. Coprotagonista, un regolamento scritto da noi stessi che adesso è carta da cesso. Personaggi secondari, comprimari e comparse: diversi genitori, altri prof, la terza B, Antigone (quella della tragedia greca, non è un soprannome) e una gita scolastica.

Ora, l'Orsone io l'ho avvisato un paio di mesi fa che si stava mettendo nei guai. Sono entrata in sala prof a metà mattina e gli ho fatto: "io e te il caffè di oggi lo prendiamo al bar", e ho colto l'occasione per spiegargli, al riparo dalle orecchie indiscrete che origliano dietro la finta parete dello stanzino del caffè, che stava correndo un bel rischio. Una settimana scarsa dopo è entrato in sala prof e mi ha detto: "avevi proprio ragione".
Così, quando ieri ha preso il cappotto e ha detto, forse senza rendersi conto che il Troll era lì e io e lei avevamo pelo dritto e denti scoperti, ma forse percependolo benissimo e facendolo apposta, "andiamo a mangiare?", la qui scrivente sventurata ha risposto.


domenica 21 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Itaca

Mi facevano male le mani a forza di arrotolare il filo, ero stanca. Faceva di nuovo un caldo insopportabile, nel cortile di pietra non muoveva un filo di vento. Dalle stanze interne venivano le loro risa sguaiate: anche quel giorno avevano banchettato a nostre spese, ed io non avevo più, da tempo, il coraggio di guardare l'espressione sfiduciata di Laerte.

Mi ero ritirata presto, dopo le faccende del mattino. Avrei tanto voluto distendermi e dormire. Ma quando arrivavo nella camera nuziale, e guardavo il tronco nodoso su cui giaceva il pagliericcio, ero ossessionata ogni volta dal pensiero delle sue mani, le sue bellissime mani, che lavoravano il legno e lo lisciavano con cura, che lavoravano la mia pelle e la facevano scintillare nella luce della luna. Mi portai quindi subito il cesto con la lana ai piedi dell'albero, in cortile, insieme ad un piccolo sedile. Speravo in un refolo d'aria che mi asciugasse il sudore. Ma tutto era giallo e rovente, come al solito d'estate: per sentire il vento avrei dovuto andarmene da lì, camminare per chilometri fino al mare, e io non sopportavo quasi più di uscire, se non all'alba, per i miei solitari vagabondaggi pieni di un rabbioso dolore. Poi quel giorno, in particolare, non mi sentivo in condizioni di affrontare la possibilità di incontrare Anfinomo. I suoi occhi gentili, il suo bianco sorriso, la mano delicata con cui a volte mi tratteneva nell'atrio e mi sospingeva verso la sala: "Perché non resti con noi, Penelope?" chiedeva, e io sapevo che, tra tutti i Proci, solo lui non parlava per interesse. Non voleva che scegliessi uno di loro per prendere il potere. Credevo che provasse solo a dirmi che dovevo vivere. Senza Ulisse, vivere?

I suoi cugini erano arrivati più di una volta a provocazioni grevi, a toni accesi. Lui, potevo sentirlo anche se mi allontanavo sdegnosamente dalla stanza, interveniva con voce pacata, ad un volume troppo basso per un uomo della sua statura. Mi ero sorpresa, una volta, a chiedermi come fosse la sua voce quando si alterava. Probabilmente, come tutti i buoni d'animo, gridava forte all'improvviso, e poi era il primo a spaventarsene. Comunque non lo avevo mai sentito arrabbiarsi.

Da qualche settimana Telemaco sembrava aver legato molto con Anfinomo. Li avevo visti giocare insieme, mimando movimenti di lotta, appena qualche giorno prima. Il mio bellissimo figlio, così simile al padre, e il suo corpo giovane avvinghiato con quello, non molto più vecchio, del mio pretendente. Risate, grugniti, muscoli guizzanti, il fiato corto. Passando, uno degli altri li aveva visti, aveva gettato un'occhiata maliziosa a me che osservavo dalla soglia, e aveva urlato: "Guardate ragazzi, Anfinomo ha trovato il modo per arrivare a Penelope: conquista il figlio, e avrai la madre!!!"
Tutti e due avevano smesso di colpo di lottare, Telemaco aveva stretto labbra e pugni, e guardato me con la furia in viso, ma a me bastava un cenno per dissuaderlo, e quel giorno mi limitai a un'occhiata. Dietro di lui, Anfinomo aveva lasciato ricadere le braccia, ripreso le distanze, e anche lui stava guardando me. Con espressione dispiaciuta. Nessuno di noi aveva proferito verbo, ed io ero rientrata nell'ombra della sala.

Quella sera ero andata a dormire con un senso di agitazione, di pericolo, e insieme qualcosa che non sapevo nominare, come un prurito in mezzo al cuore, come un rigagnolo d'acqua pulita che scorre da una crepa nel muro. Avevo chiuso gli occhi a fatica dopo molti aggiustamenti nel giaciglio, che sembrava fatto di spine. E sognato un'isola verdissima, lontana, con i delfini che saltavano fuori dalle onde, le ombre fresche che si spostavano lungo la sabbia rosata, una donna di eccezionale bellezza con un peplo bianco, e gli occhi di due verdi diversi del mio amato sposo che fissavano il mare. Una voce aveva sussurrato nel mio orecchio: "Arriva!", e mi ero svegliata di colpo, senza cognizione, con l'impulso di correre ad aprire la porta: così violento, questo istinto, da farmi alzare e correre davvero, così com'ero, nella sottile veste da notte, fino alla sala principale, dove il fuoco era sempre acceso per le gozzoviglie dei Proci.

Solo quando ero arrivata al centro della sala semibuia avevo considerato la mia situazione: mi ero appena slanciata, seminuda, verso una stanza dove avrei potuto trovare una dozzina di uomini ubriachi, solo perché il mio assurdo cuore credeva, per un ingannevole sogno mandato da chissà quale dio vendicativo, che in mezzo alla sala avrei trovato lui, sporco di sale, trasandato, coi capelli ingrigiti, e la mia corsa si sarebbe finalmente fermata nello spazio palpitante del suo petto.

Invece, per mia fortuna, la sala era deserta. Il fuoco era prossimo a esaurirsi. Doveva essere molto tardi, o molto presto. Mi ero ricomposta, temendo di incontrare qualche servo già sveglio, venuto a riattizzare le fiamme. Ma avevo ancora gli occhi velati dal sogno, la mente confusa, e indugiavo a guardare le braci luminose. Poi un rumore mi aveva fatto saltare il cuore nel petto: dall'angolo della stanza una figura si stava sollevando da una panca, e per un attimo irragionevolmente avevo sperato che... ma subito dopo vidi, la corporatura, i capelli, il movimento stesso non erano quelli di Ulisse. Il debole chiarore del fuoco si rifletteva negli occhi neri di Anfinomo, mentre mi sorrideva, assonnato.

"Mi hanno lasciato qua" aveva detto a bassa voce, con tono di scusa.
Non riuscivo ancora a completare il mio risveglio. Sembrava una parte del sogno stesso. Poi mi ero accorta di tutto, dei miei capelli sciolti, del telo sottile che copriva il mio corpo, del buio, dei suoi occhi buoni che mi scrutavano con serietà. Avevo raddrizzato il collo, ripreso la postura che si addice a una regina, portato indietro le spalle, e in modo il più possibile tranquillo avevo detto: "Buon riposo, Anfinomo". Non aveva tentato di trattenermi. Rifacendo il corridoio, mentre reprimevo l'impulso di accelerare il passo, mi ero chiesta per un attimo se avrebbe parlato del nostro incontro con i suoi parenti. Ma sapevo che non sarebbe accaduto. Ero rimasta raggomitolata sul letto, seduta, a guardare la luce dell'alba che entrava sotto la porta, e per quella notte non avevo più osato dormire.

Quel giorno, sotto l'ulivo, ripensavo all'ondata di speranza, di incontenibile gioia, provata correndo nel buio verso la sala, e insieme al senso di fastidio che mi dava l'immagine, sempre presente adesso, di quell'isola così verde, di quella donna dai ricci perfetti. Mi dissi che era solo un sogno, ma ero nauseata, dal caldo forse, dal ripetersi incessante del movimento delle mie dita, e con insofferenza gettai a terra la lana che stavo lavorando. Mi guardai le mani, in grembo. Pensavo alla pelle delle mie braccia, delle mie cosce, del mio viso, che non riluceva più di giovinezza e turgore. Ai miei capelli, che sul davanti erano aureolati dei primi fili d'argento. A tutta la lana che avevo filato instancabilmente in quegli anni, mentre l'ulivo del cortile e Telemaco crescevano, e io mi lasciavo appassire.

Dovevo riscuotermi. Mi alzai per prendere la lana, e chinandomi avvertii il familiare gorgoglio nel basso ventre, l'appiccicoso fluire del sangue. Con un sospiro, decisi di lasciare dov'era la mia opera di filatura, e entrai nelle mie stanze, per ripulirmi. Un'altra luna che mi vedeva dormire sola. Il mio seno non si sarebbe più teso, gonfio di latte, alle labbra rosa di un bambino. Eppure, ogni mese, ancora questa piccola tortura. Scossi la testa, irritata e avvilita. E poi entrai nella camera nuziale, e allora lo vidi. Era in piedi accanto al talamo. Inorridii. Neppure le serve entravano senza il mio permesso.
Era di schiena. Teneva qualcosa tra le mani, se lo portava al viso. Le sue belle grandi spalle curve, le sue mani che toccavano la stoffa con dolcezza. Si voltò di scatto, sentendo il risucchio del mio respiro, ma avevo visto abbastanza. Aggrottai la fronte, fulminandolo: "Anfinomo!" Abbassò gli occhi a terra, con la destra mi tese il mio scialle leggero, senza arrivare a toccarmi. Mentre lo prendevo, il suo sguardo tornò su di me, malinconico e ferito. Volevo dire qualcosa. Se avesse parlato, sorriso, o tentato qualsiasi gesto, lo avrei allontanato con rabbia. Ma qualcosa nella sua espressione mi disarmò. Restammo un momento in piedi, uno davanti all'altra.

"Mamma!" gridò Telemaco da fuori.
Sussultai. Anfinomo raddrizzò le spalle, senza lasciare i miei occhi.
"Mamma!"
"Vengo, Telemaco!" risposi. Anfinomo si allontanò da me.
Sgusciai nel cortile, cercando di non lasciare la porta aperta dietro di me, ma accostandola con un movimento che speravo risultasse naturale.
"Mamma", la voce di Telemaco si incrinava come quando era piccolo, "è morto Argo!"
"Come?"
Gli scese una lacrima, che scacciò nervoso con le dita: "Stava arrivando gente... un viandante da lontano... e Eumeo ha detto che il cane si è tirato su, ha scodinzolato, e poi... mamma..."
"Povera bestia, era molto vecchio..."
"Sì..."
"Adesso non piangere, Telemaco, accompagnami a vedere chi è arrivato."







sabato 20 gennaio 2018

Ai due estremi del blu - Ogigia

"Non andare", mi disse più volte Calipso. "Il nostro sarà un amore immortale. Farò di te un dio, è quel che meriti."
Restavo sdraiato tra le sue braccia, ascoltando le onde fuori dalla grotta. I suoni distanti degli uccelli marini, di creature mostruose che risucchiavano acqua nelle fauci, degli spruzzi sollevati da banchi di pesci volanti. Gli schiocchi felici dei delfini. Tutto lì fuori, a portata di mano. E neanche due assi di legno tenute insieme da una corda, per andarmene. Gli dèi contro, da una vita.
La mano di Calipso intorno al sesso, e gli occhi muti di Penelope in mente.

Di giorno, le fronde stormivano sul mio capo, mentre strizzavo le palpebre per guardare il cielo tra le foglie. Il mio corpo, reso coriaceo dal sale e muscoloso dai combattimenti, che impigriva, che si allentava, nell'ozio dorato della spiaggia di Ogigia.
Due uccellini verde chiaro si inseguivano giocando. Pensavo alla piccola mano paffuta di Telemaco aggrappata al mio dito.

Poi lei venne, e disse: "Hanno detto che puoi andare. Che devi andare."
Le tremava la voce. Il mio cuore fece un balzo nel petto, mi sollevai per metà sulla sabbia, già cercavo con gli occhi un tronco da tagliare. Poi la guardai. Cercava di sorridermi, ma i suoi occhi erano puntati verso l'orizzonte. Per la miliardesima volta, ne ero certo, si chiedeva come avrei trovato Penelope: una quasi quarantenne con i segni del dolore in viso, un essere umano, fallibile, pieno di difetti. Lei, che era una dea e ogni giorno rifletteva nei capelli, nelle labbra, tutto lo splendore di un'isola fatata, cercava di immaginare il profumo di mia moglie, del nostro letto, delle stanze di casa nostra. Non poteva riuscirci.

Tentai di non farle notare con quanta eccitazione stessi mettendo finalmente insieme i pezzi per costruire la mia zattera. Mi portava da mangiare e da bere, sedeva vicino a me per un po', ma le passavano sul viso incantevole molte espressioni dure. Poi si alzava e scuotendo le spalle andava verso la grotta. Di notte mi amava con generosità, con passione. Di giorno prese a evitarmi sempre di più.

Una sera prima del tramonto finii il lavoro. Non volevo dormire con lei, rubarle un'ultima volta i piaceri che avevo imparato ad apprezzare, volevo stare vicino alla mia zattera, carezzare il legno, non chiudere occhio fino al primo raggio di luce, per non perdere neanche un secondo, per spingere in acqua la piccola imbarcazione non appena avessi potuto distinguere la linea del promontorio dal colore del cielo. Non sapevo come salutarla.

Venne lei, appena sceso il sole, quando mi ero da poco sdraiato sulle assi tiepide. Mi si raggomitolò vicino. Non voleva fare l'amore, non mi toccava neppure. Restò lì fino a poco prima che albeggiasse. Io non dissi niente. La guardai andare via, col peplo chiaro che ondeggiava, appena visibile, lungo il bagnasciuga nero, finchè scomparve. Non ero davvero certo che ci fosse mai stata.

Spinsi in mare la zattera, e a ogni onda che la colpiva il mio corpo sussultava, come se i sobbalzi del legno fossero spinte dei miei lombi in un grembo azzurro, enorme. Appena fui abbastanza lontano dall'isola, urlai al cielo con rabbia, e con gioia. Stavo andando a casa. Ogigia, dietro di me, era una macchia verdeggiante, baciata dalla rugiada, ruscellante di cascate. In fondo alla grotta, Calipso forse piangeva. L'odore di pietre calde e legno d'ulivo della mia stanza nuziale si liberò nel mio cervello, un ricordo che non avevo voluto ridestare per anni. Ma sembrava quasi di essere sulla porta, se chiudevo gli occhi percepivo la ruvidezza del muro, il passo calmo di Penelope coi suoi calzari sottili, il fruscio della sua veste che cadeva a terra. Mi concentrai intensamente sul mare, che temevo potesse tradirmi ancora. Non potevo ancora cedere al miraggio. Non potevo correre a prenderla tra le mie braccia, strofinare la testa calda di Argo, vedere lo splendore dei vent'anni di Telemaco. Dovevo fare quel che avevo sempre fatto: navigare. E non morire. Strinsi le palpebre e scrutai l'orizzonte che si faceva cupo. Non mi sarei lasciato fermare.





martedì 16 gennaio 2018

Quattro fotogrammi

Uno.
Oggi sarebbe l'anniversario di matrimonio dei miei. Mia madre non indossa più la fede da un pezzo, io ogni volta che le guardo la mano sinistra ci resto di merda. Sono una sentimentale del cazzo, e, comunque, papà mi manca. Sono quattro anni che se ne è andato, e io che non capivo perché la settimana scorsa ero fisicamente e moralmente a pezzi: mi era sfuggito l'anniversario, a livello cosciente, e invece eccolo, da tutte le altre parti. Domani faccio quarantadue anni e vorrei tanto un suo abbraccio.

Due.
Cazzo, ma Dolores O'Riordan anche no, dai. Anche no.

Tre.
La Princi è tra i candidati per un'esperienza di stage all'estero. Ventotto giorni in Spagna, in famiglia, a lavorare come assistente di sala in pronto soccorso. Uno dei quindici posti riservati agli alunni di Ultima Frontiera è praticamente già suo, a giudicare da come me ne hanno parlato i professori. Un terzo di me scoppia di fierezza, orgoglio, invidia e entusiasmo. Un terzo di me si domanda come sopravviverà, quella che è tornata da due settimane di Sardegna con l'appendicite e ha detto "lo sapevo che se andavo via mi veniva qualcosa", quella che non sa contare i resti, e quella che fino a cinque minuti fa voleva la mamma per ogni cosa nuova. Un altro terzo guarda pensoso l'Uomo e si domanda: come sopravviverò io? Cosa succederà in quel mese?
Oggi comunque lei va alla prima lezione di teoria per la patente. Lacrimuccia. Stiamo invecchiando.

Quattro.
Belzebù sta per essere ricoverato di nuovo. Sta veramente male, di fisico e di testa. Non ci dormo. Penso che andrò a trovarlo al Gaslini. Non voglio coinvolgermi troppo, temo di sapere come andrà a finire e devo cercare di proteggermi, nei limiti del possibile, ma lui è così solo. La differenza tra il suo comportamento e quello degli altri è enorme, ormai, e come si fa a non iniziare davvero a trattarlo diversamente da tutti.
Sono intervenuta in suo favore, sbianchettando di mio pugno due note dell'Orsone per il suo sclero incontenibile dell'ultimo giorno in cui è venuto a scuola, la settimana scorsa. L'Orsone mi aveva dato il suo permesso, ma di certo ho sudato freddo nel prendere posizione davanti a un uomo così autorevole. E nel valutare fin dove arrivi adesso la possibilità di dire la mia, in una scuola dove, fino a due anni fa, ero trattata come una sguattera rimpiazzabile in qualsiasi momento. Ieri guardavo i ragazzi di terza, due ore e mezza con la testa china sul testo argomentativo, in un silenzio celestiale che perdurava anche se io mi spostavo in fondo al corridoio a far fare le fotocopie. Due anni e mezzo, ci ho messo, ad avere questo da loro. E diciotto anni, tra tirocini, supplenze e ruolo, ad avere questo da me stessa.