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giovedì 31 dicembre 2009

A fairy tale

C'era una volta un piccolo, sereno microstato, chiamato
Scazzolandia. Era situato in una tranquilla valle tra le montagne, tipo Liechtenstein, ma non aveva un clima freddo, bensì gradevole, una specie di perenne, pacato autunno.
A Scazzolandia ogni casa era separata dalle altre da diversi ettari di terreno boscoso o di prato. Dalle strade principali si allontanavano pacifici sentierini che portavano a ogni casa e solo a quella.

Non esistevano mezzi di trasporto rumorosi, solo macchinine elettriche che producevano un buffo ronzio, carri, cavalli e biciclette.
Non c'erano negozi, ma una compagnia di fattorini che consegnava silenziosamente cartoni di cibo e altri beni richiesti dalla gente, depositandoli all'inizio di ogni stradina.
Non si pagavano bollette e non c'erano tasse, ma non era un paradiso fiscale, per il semplice motivo che a Scazzolandia nessuno poteva mettere la propria residenza.
Scazzolandia infatti aveva una popolazione che variava a seconda della stagione. Alla frontiera potevano passare tutti quelli che volevano, purchè dopo un po' se ne andassero e lasciassero spazio ad altri.
Funzionava così: quando la vita diventava troppo pesante, bastava prendere un treno, uno zaino con un po' di cose e arrivare ai confini di Scazzolandia. Lì bisognava solo compilare un foglio in cui si diceva quanto, più o meno, si aveva intenzione di restare, le autorità prendevano silenziosamente atto della dichiarazione e si passava, lasciando la lista della spesa all'ufficio della compagnia che curava le consegne.
Poi ci si chiudeva nella propria casetta, si facevano passeggiate nel proprio terreno e si rispettava l'unica regola della costituzione di Scazzolandia: mai, mai e poi mai andare a trovare qualcuno o invitarlo a casa propria. Le stradine che portavano alle case, infatti, non potevano essere percorse da nessuno che non abitasse, temporaneamente, sia chiaro, proprio nella casa verso cui la stradina portava.
Naturalmente succedeva che qualcuno percorresse invece una delle strade principali e incontrasse altra gente, che ci si fermasse a parlare o a bere una cosa in un chioschetto pubblico, che si passeggiasse insieme lungo i confini tra due proprietà, chiacchierando piacevolmente. Ma poi, ognuno a casa sua.
Scazzolandia aveva solo questa regola e quella, stabilita da un trattato internazionale, di non accettare residenti fissi.
Poi era un Paese assolutamente aperto, non veniva discriminato nessuno, non c'erano limitazioni di alcun genere al tipo di vita che ognuno si sceglieva.

A Natale e a Capodanno Scazzolandia raggiungeva il numero massimo di abitanti registrati.

Un anno d'amore

Settembre. In principio era il registro

Sono una ventina di nomi nuovi per classe. Bisogna farsi insegnare la pronuncia di quelli stranieri, dedicare qualche minuto a capire le dinamiche della classe, individuare il leader, lo svogliato, il casinaro, il prepotente, le sciocchine, i caciaroni, azzeccare almeno tre battute veramente divertenti e prenderli sempre in contropiede, tutte le mattine, con qualcosa di inatteso.
A casa non porti mai niente da correggere, a scuola vai pianissimo e studi tutto come un naturalista. Fuori c'è il sole, si fanno ancora passeggiate stupende, le riunioni coi colleghi sono al vetriolo.
Ti riprometti di non fare gli errori che hai fatto l'anno scorso. Di tenere in ordine il registro e il cassetto. Di non rimanere indietro col lavoro.

Ottobre. Fondare le basi

Cominci a controllare tutti i quaderni ogni mattina, a dare note sul diario a chi non porta il compito, tre volte, quattro, quaranta volte di seguito. Convochi già qualche genitore.
Fai la prima sfuriata generale, nel corso della quale dici frasi tipo: "Qua bisogna che vi diate una regolata" e "I casi sono due, o vi mettete a lavorare seriamente, o vi mettete a lavorare seriamente".
Interroghi. Passi ad argomenti più spessi. Sgridi. Porti a casa i primi quaranta compiti scritti, stappi la penna rossa nuova e ti viene la prima botta di nausea nel correggerli.
Sei già indietro coi progetti, ma ancora in pari con le materie.
Fuori c'è il sole oppure piove, non fa freddo e tu vai a camminare parlando con un'amica dei problemi della scuola e incazzandoti a morte col governo e il ministero.

Novembre. Non si scherza più

Ormai sai con chi hai a che fare. E loro sanno abbastanza di te. Il lavoro ora dovrebbe essere serio e organizzato, ma loro non se ne sono ancora accorti.
Ti pesa scendere dal letto la mattina, fa freddo e sei preda dei primi giri di influenza, hai poche riunioni ma troppa carne al fuoco e sei indietro col programma.
Cominciano i pomeriggi in più (latino, recupero) e quando cala la sera e te ne vai conti le ore che ti separano del rientrare a scuola e non sai mai se sono troppe o troppo poche.

Dicembre. La Grande Fatica

Dicembre non passa mai. Le ferie sono lontanissime, il lavoro da fare tantissimo, ci sono i colloqui con le famiglie e devi correggere un sacco di roba e interrogare un sacco di gente.
Hai smesso di andare a camminare perchè fa buio presto e fa freddo. I ragazzi prendono sottogamba la pagella che a loro sembra lontanissima, tu invece sai benissimo di essere nella merda.

Gennaio. Il Massacro

Arrivano dalle vacanze tutti sorridenti e tentano il colpo: "Erano tantissimi, gli esercizi di compito!". Tempo due giorni hanno preso il primo cazziatone e hanno capito che mancano tre settimane alla pagella. Metà classe ha paura, l'altra metà cerca di comportarsi come sempre, però se dai un quattro ora scoppiano a piangere. I genitori vanno in paranoia.
Tu entri e ne interroghi sei per volta, mentre due fanno il tema di recupero, tre rifanno gli esercizi per punizione e dieci ti supplicano di poter ripassare per la prova di Scienze dell'ora successiva.
A casa sei colta dalle botte d'ansia alla vista dei pacchi di prove tutte mischiate da correggere e del registro da compilare. Se ti ammali sono cazzi tuoi e devi andare a scuola lo stesso. Se si ammalano loro e saltano due o tre giorni, poi ti ritrovi a interrogarli nell'intervallo, pucciando una barretta al cacao in un orrendo caffè tiepido, con le cosce strette perchè ti sei giocata gli unici tre minuti in cui potevi andare a fare pipì.
Il cazziatone scatta se ti interrompono mentre stai facendo quattro cose contemporaneamente, ed è forza sette, per cui dopo il primo si fanno furbi e non devi ripeterti.

Febbraio. La risacca

Pagelle date. Materie ferme da un paio di settimane per poter interrogare. Cominci argomenti nuovi e, come a settembre, ti prendi tutto il tempo, ti espandi, vai piano, aggiungi materiale. Ma adesso davanti hai dei faccini stanchi, che seguono se riescono, e se per caso la primavera anticipa di una o due settimane dormono proprio. A questa stagione, a qualcuna delle ragazze vengono le mestruazioni per la prima volta e ti sbiella per un mese e mezzo, poi di solito una mamma imbarazzata ti confessa che è un momento delicato e che non sa più come prenderla.
Non puoi ancora andare a camminare perchè le temperature registrano picchi di meno dodici. Hai un sonno tremendo e la mattina fai i calcoli sui secondi, invece che sui minuti, per poter strappare venti minuti di sonno in più.

Marzo. Love makes the world go round

Fuori aula: "Non si agiti, signora. A questa stagione sono stravolti. Sono stanchi, non lo fanno apposta. Non è il momento di mollare, ma vedrà che tra un paio di settimane passa, questa fase."
Dentro l'aula: "Non hai studiato. Guarda che se fai il furbo e ti metti a prendere degli otto a maggio, dopo averci preso per i fondelli tutto l'anno, ce ne accorgiamo sai? E ne teniamo conto"; "Quand'è che pensi di metterti a lavorare? Ad aprile? A maggio? Già che ci sei perchè non ne riparliamo direttamente a settembre, di nuovo in seconda?"; "Non mi crollare adesso, capito? Non è il momento"; e la clamorosa uscita in corridoio nel cambio d'ora: "Senti, io non mi voglio fare i fatti tuoi, ma non ci siamo, sei deconcentrato e nervoso, che succede?", seguita da pianto dirotto e torcimento spasmodico delle mani dell'alunno interessato, se femmina, o da contorsioni sullo stipite della porta, occhi bassi e piega amara della bocca, se maschio.
A questo punto dell'anno le famiglie ti conoscono, i bambini si confidano, tu li pensi continuamente.
Esci da scuola e non vedi l'ora di tornarci, ti crucci se un collega sembra aver decretato la bocciatura di un bambino anzitempo, o ancora peggio se ha decretato che potete promuoverlo perchè, tanto, bocciandolo non migliora. Ti sforzi di far vedere i miglioramenti realizzati, e combatti per quelli che non sono ancora migliorati, perchè non è ancora troppo tardi.
Porti gli irriducibili di peso in presidenza, strillando come un'aquila, ma se qualcuno ti tocca la tua classe, ti giri con i denti a sciabola e lo sguardo da killer e frapponi il tuo stesso corpo tra loro e qualunque cattiveria. Sono i TUOI alunni. Il tuo impegno li salverà. Non sei mai stanca quando sei a scuola, a casa invece sei uno zombie.

Aprile. Non potete mollare adesso

"Okay, gente. Ora mancano nove settimane alla fine della scuola e di queste una se ne va con le vacanze di Pasqua, l'altra col primo maggio e la gita. Fatevi i vostri conti."
Chiami i genitori a rapporto. Li spaventi a dovere. Dai compiti a raffica. Stai addosso come la scabbia, insistente e fastidiosa, a quelli che lavorano male.
C'è il sole, e nella pausa di mezzogiorno si va tutti alla gelateria sulla statale e poi a far venire l'ora di rientrare sul prato dietro la scuola o al parcogiochi.
A qualche ragazzo, noti quando ricominciano a comparire in maglietta, sono spuntati dei muscoli sulle braccia, a qualcun altro sta cambiando la voce.

Maggio. La Grande Fuga

"Bene. Da questo momento io non vi dirò più solo come dovete studiare, ma anche come dovete mangiare e dormire. Vi romperò virtualmente le scatole anche quando sarete a casa.Sarò come il coach degli atleti olimpionici. Niente caffè, niente Cocacola, mangiate pesce, mangiate mele, andate a letto presto e mettete lo studio prima di ogni altra cosa. Sapete che io difendo il vostro diritto e bisogno di fare attività fisica, ma da ora in poi, per quelli che hanno diverse materie sotto, sarò io a dire ai genitori di togliervi dagli allenamenti, se non si alza la media. Manca solo un mese, e non possiamo giocarci i voti o l'ammissione all'esame perchè avete fatto tardi davanti al computer o siete tornati scotti dalle gare."
Se hai lavorato bene, la classe è una squadra compatta, e prende sul serio questo discorso. Se hai una terza, li pompi a dovere col discorso dell'esame e delle ricerche. Qualcuno ti supplica di smetterla di dire che hanno l'esame perchè ha l'ansia.
C'è la gita scolastica e quando tornano sono scoppiati amori, si sono spezzati cuori, sono sorte amicizie e faide. "Allora, com'è andata la gita? Ah, un momento, prima che mi diciate qualcosa che non voglio sentire, sappiate che non sono interessata alla vostra vita sessuale, chiaro?"
Fai un paio di lezioni fuori al sole, e magari, se avanza il tempo, una passeggiata tra i campi al posto di una lezione di Geografia.
Correggi come una pazza, ma poi vai a camminare anche tu, la sera, pollini permettendo.

I famosi "tre mesi di ferie" degli insegnanti

Giugno, ci sono i saluti, c'è l'esame, ma ne parlerò fin troppo nei prossimi post, dato che sono alla mia quinta terza in quattro anni. E, probabilmente, se nessuno fa cadere il governo in tempo, purtroppo sarò anche al mio settimo cambio di scuola in otto anni di lavoro.

Luglio e Agosto sono due mesi brutti, perchè vai a scuola per le riunioni e i ragazzi non ci sono. Il che è contraddittorio, doloroso e assurdo, e a me fa sempre lo stesso effetto. Quello di quando entri in un ospedale da sano, per andare a trovare qualcuno, e ti sembra inconcepibile che un luogo del genere esista, e appena esci cerchi di dimenticartelo.

martedì 29 dicembre 2009

Letture delle vacanze della prof

Pacco di libri comprati online consegnato alla Professoressa Castagna il 28 dicembre 2009:

1) "Adesso basta" di Simone Perotti (non che io voglia cambiare mestiere. E' che il concetto di downshifting io lo sto applicando da due anni alla mia vita familiare. Ed è anche che, quando un manuale me lo consiglia la Frenci, solitamente è un signor manuale, vedi "Donne che amano troppo", "Simplify your life", etc)

2) "Spaceclearing" di Lucia Larese (perchè ho QUASI vinto, complici due aiutanti bravissime, la mia lotta contro il disordine)

3) "La cucina zen" (ah ah ah, questa si commenta da sola. Io non voglio imparare a cucinare, solo non avere orrendi attacchi d'angoscia al pensiero di entrare in cucina)

4) "La vita ridotta all'osso" dello stupendo Leo Hickman, che già seguivo su "Internazionale" (questo libro mi sta dando una soddisfazione enorme... ve ne parlerò presto)

Già che siam qua a parlare di manuali, posso permettermi di chiedere se questi citati qua li conoscete, se vi sono serviti?

Oltre a questi io sono sommersa da manuali di robe orientali miste, come ho già detto, ma pochi sono quelli sullo scaffale degli insostituibili. Sicuramente Leo Hickman ci entrerà di diritto e mi servirà un casino anche per le lezioni a scuola.

Dovessi dare un consiglio suggerirei, oltre a quelli che ho recepito dalla Frenci, "Il mestiere di moglie" di Susan Maushart. E l'intramontabile "Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere" (o era viceversa? l'ordine del titolo, intendo, non i pianeti) di John Gray.

E, come a qualcuno ho già detto, fondamentale per la sopravvivenza sul lavoro: "Il metodo antistronzi". Quello è veramente un libro UTILE. Secondo solo a "Come si fa una tesi di laurea" di Umberto Eco, in termini di applicabilità delle soluzioni.

Mi sono trovata bene anche con "E' facile perdere peso se sai come farlo", e mio suocero OGM ha smesso dopo trecento anni di fumare grazie al medesimo Carr, "E' facile smettere di fumare se sai come farlo".

Sono commercialissima come gusti di manualistica, dite? Mah, come dice il mio medico, "per certe cose ci sono solo tre farmaci, vendon sempre gli stessi da quarant'anni, vorrà dire che funzionano" (che è poi la filosofia della Cera di Cupra, del Glysolid, dell'acqua di rose Roberts e dell'Oil of Olaz: se continuano a venderli è perchè ci sono donne che li usano da sessant'anni, e se queste donne sono sessant'anni che non cambiano prodotto, ci saranno dei motivi).

Aspetto pareri.

lunedì 28 dicembre 2009

No, un momento

No, un momento.

Un attimo.

Chiariamo un punto.

Perchè stai zitto, perchè non mi dici cosa vuoi, perchè non ti arrabbi mai, e perchè quando ti arrabbi ne dici solo un paio, ma che mi segano le gambe?

Sei felice?

Ti rendo la vita impossibile?

No, perchè, okay, va bene, sto calma, non ho mai detto di non avere un carattere di merda, no, lo so, lo so, però...

E' chiaro o no che senza di te si sgretolerebbe comunque tutto? Che non ce ne sarebbe più per nessuno, se ogni giornata non finisse con il mio piede sinistro che trova il tuo polpaccio destro sotto le coperte e se ne resta lì al caldo e al sicuro?

Ma lo sai che quando non ci sei dormo con la luce accesa?
(E non ridete, voi altre, so di donne molto meno strane di me che lo fanno!!!)
E' un retaggio di quando arrivavi a notte fonda, e delle sere in cui proprio non tornavi e io dovevo ingannarmi malamente, desiderando che non fosse vero, raccontandomi che la luce l'avresti poi spenta tu.

Ma lo sai che quando vai via per qualche giorno, io il primo giorno faccio tutto quello di cui ho voglia, compreso mangiare i cornflakes a letto riempiendolo di briciole e cucinarmi quelle cose abominevoli di pasta e verdura stracotte, il secondo giorno mi fermo come minimo due ore e mezzo di più a lavorare, e il terzo sono intrattabile e con il magone?

Ma lo sai che ti spaccherei la faccia almeno sei volte ogni giorno per le cose più stupide, ma che mi spaccherei la testa seicento volte al giorno per tutto quello che vorrei fare per te e che non riesco a fare?

No, perchè, guarda, te lo dico, io, se tu non lo sapessi, non mi capacito di come siamo arrivati fin qua, che sono quasi nove anni, con tutto quel che c'è successo, ma poi succede una belinata qualsiasi e io scatto con tutti i muscoli in difesa del mio territorio e guai chi ti tocca, anzi chi ti guarda, se avessi ammazzato, o anche solo graffiato sulla faccia, che è il mio primo istinto da felino selvatico, tutte le donne che mi ha dato fastidio vederti accanto, per come ti guardavano o parlavano, a quest'ora avrei la coscienza che gronda sangue come quella di Erszebet Bathory.

No, nel senso, che qua, pochi scherzi, qua sei fondamentale. Tipo che, senza di te, non ci provavo nemmeno, a farcela.

Mi son spiegata?

domenica 27 dicembre 2009

Tornati a casa

Che pacco! Si è sciolta tutta la neve!!!

Comunque tornare a casa mi ha già rasserenato. Lavoro a maglia quietamente sul mio divano, vedo i film per la rassegna cinematografica di gennaio, faccio buoni propositi per il 2010. E ora sì che io e l'Uomo sembriamo in vacanza.

Domani si va a comperare la macchinina nuova a doppia alimentazione. E dalla maglierista a comprare i ferri piccoli per un lavoro fine fine, un maglioncino aderente con il collo ripiegato a barchetta e le spalle scoperte. E si fanno telefonate per salutare e ringraziare quelli che questo Natale stranissimo ha tagliato fuori dalla mia giornata, all'improvviso, con un colpo secco, indolore (e spero privo di strascichi futuri).

Si pensa alle amiche, soprattutto a quelle in difficoltà: cioè tutte. Perchè, chi più chi meno, devo dire, non ci stiamo granchè godendo le ferie. Si telefona ad alcune di loro. Si pensa più forte a quelle che, per motivi loro, non possono essere raggiunte via telefono.

Si porta il cane a fare pipì sull'erba gelata. Si compra la carne per la dieta dell'Uomo e per la mia (la Zona, dice la Fata Bionda, è la soluzione a mille guai). Si cucinano verdure al vapore, si vede la Diavolessa che mai come in queste feste ha avuto un diavolo per capello.

Si mette in ordine la casa canticchiando. Si cerca di essere felici. Qui è molto più facile.

sabato 26 dicembre 2009

e ora chiudiamo con ironia...

...Buon Natale a TUTTI, proprio a TUTTI... soprattutto ai cattivi, coi quali quest'anno mi identifico così bene

Ai grandi assenti

Il post di Sanguedelmiosangue sul Natale (da cui si evince facilmente che pure lui non ama granchè le feste, almeno ultimamente) contiene un ritratto pazzesco della Vecchia Sibilla (da lui citata come Nonna Elegante).

Questo Natale, che io ho boicottato nel peggiore dei modi, e per di più senza neppure sentirmi in colpa, l'ho vissuto senza nessuna emozione nè bella nè brutta.
La sensazione più forte che ho avuto si situa in un preciso momento della cena della Vigilia a casa dei miei genitori, quando nella conversazione (più gradevole del solito, grazie al buon umore di mio padre e ai tentativi incessanti di mia madre di fare, di questo povero squallido mondo, un posto migliore) c'è stato un buco di qualche secondo e ho avvertito con chiarezza cosa avrei tanto voluto sentire: la risata vellutata della Zia Bella. Siamo al quarto Natale senza di lei e mi manca come l'ossigeno. Non so come possa sopravvivere la Zia Buona senza di lei, dopo 78 anni di vita insieme. Io a casa loro avverto ancora uno strappo quando mi giro verso il corridoio e mi rendo conto che lei non arriverà, come sempre, a salutarmi, uscendo felina dalla sua stanza, con quegli zigomi perfetti distesi da un sorriso.

Poi leggendo il post di mio cugino mi accorgo di come anche la Vecchia Sibilla, altra bella donna famosa per avere un carattere di merda, entrava con eleganza strafottente nelle nostre vite, sbattendosene di tutto e di tutti ma indovinando cose che nemmeno noi eravamo ancora arrivati a sospettare, di noi stessi e di altri.
Tranne la mitica volta in cui ha detto di me (ovviamente in mia presenza) che non mi sarei mai sposata e Sanguedelmiosangue, all'epoca un adolescente che mi adorava, ha tentato con voce tremula un: "Beh... magari convive..."
In fondo era un centro di aggregazione. Ha ragione lui, da quando non c'è più certe cose hanno perso il collante, il senso di esistere.

E che dire di quell'uomo tormentato e spiritoso, con più problemi lui che tutti noi altri messi insieme, che era lo Zio Grande. Lui e le sue vicende scandalose, di divorzi e di faide familiari, lui e la salute rovinata dalle angosce, lui e la Zia Bambina che sembravano contemporaneamente sopportarsi a fatica e amarsi alla follia, lui e le sue sciarpe ultima moda, lui e le sue battute folgoranti, fatte con un sorriso storto all'angolo della bocca, che ti faceva capire subito perchè la Zia Bambina avesse mollato qualunque cosa per dedicargli la sua vita.

Addirittura, rileggendo attraverso gli occhi di mio cugino la vita come era quando eravamo ragazzini, sono arrivata a provare nostalgia di quella porta chiusa dietro cui si celava la stanza, piena di santini e cimeli di famiglia, della Prozia Maestra che tutti noi non sopportavamo, fino a quando non è diventata una povera vecchina in un ospizio, che piangeva tutte le sue lacrime perchè non poteva tornare a casa. Alla fine della sua vita era un ragnetto pieno di rughe, ormai troppo svampito per ricordare bene cosa aveva desiderato fare, che ancora scriveva in una calligrafia indiscutibilmente bella e cantava salmi alla Madonna con una vocetta tremolante ma intonata.
Curiosamente, lei e la nonna della Frenci, vicine di camera in ospizio, erano molto amiche. Quando la mitica nonna dal berretto storto è morta, io sono andata al funerale e ho visto la Prozia Maestra singhiozzare come non faceva dalla morte del Nonno Alpino, che era stato il suo preferito tra i fratelli.

E così io questo Natale in fondo lo sto passando snobbando i vivi, ma riallacciando coi morti. Forse per questo non mi sento in colpa. Non sarà il massimo per una donna giovane e in salute, ma dopotutto ci vuole anche qualcuno che si ricordi chi manca. Che abbia poca voglia di scartare regali e sbaciucchiare parenti profumate non è una bella cosa. Ma forse in questo limbo in cui aspetto che molte cose si sistemino ho senza saperlo lasciato aperta una finestra segreta, di quelle che stanno chiuse tutto l'anno, e ora al davanzale sono appoggiati, a guardare dentro, quell'antica Prozia Maestra che quando ero piccola mi portava ad accendere le candele a Nostra Signora della Guardia e, la sera a letto, faceva ballare la dentiera per vedermi ridere, la Zia Bella con le sue mani dalla pelle di seta, il Nonno Alpino che, a volte, smetteva di darci grissini e bocconcini buoni di arrosto, si trasformava nel pericoloso Nonno Chirurgo e ci visitava nel suo studio antiquato da dottore di una volta, facendoci moltissima paura, lo Zio Grande col suo passo leggero da indossatore, la Vecchia Sibilla con il suo sguardo perennemente insoddisfatto e le sue caviglie sottili.

Chissà cosa pensa tutta questa gente di noi dell'ultima generazione, sbandati e sconvolti nelle nostre vite, che non riusciamo a trovare abbastanza silenzio per far stare zitti i nostri mostri e ascoltare la nostra musica. Chissà se pensano che sia la strada buona, o se ridono di noi, o si preoccupano, o semplicemente ci osservano olimpici dall'alto di un posto meno stupido.

venerdì 25 dicembre 2009

Love it or leave it

Dopo aver letto questo:

http://mammacattiva.blogspot.com/2009/12/balla-che-ti-passa.html

penso al vivere con passione.
Penso alle risate che mi faccio a scuola quando ne dicono una di quelle belle.
Penso al nervoso che mi faccio davanti al telegiornale e a quando spiego ai ragazzi che una coscienza politica purchessia, nella vita, ci vuole.
Penso a come mi trema la voce quando rispiego per la miliardesima volta la stessa poesia.
Penso a quando canto a squarciagola con Sanguedelmiosangue in macchina.
Penso a quando l'Uomo arriva dopo una giornata di lavoro, e io lo vedo comparire sulla porta e istantaneamente me lo immagino senza vestiti addosso e mi impazzisce il cuore.

Io sono capace di vivere con passione un sacco di cose. Non chiedo di meglio. Mi è rimasta impressa questa frase: "preferirei sempre tre minuti di meraviglioso a un'intera vita fatta di niente di speciale". Chi indovina il film vince un buono per vederselo con me e Sanguedelmiosangue di fronte a un cesto di Kleenex per soffiarsi il naso.

Otto anni fa il Natale, per mia sfiga, ha smesso di funzionare per me. Ho fatto del mio meglio per esserci per gli altri. Nei successivi sette sono scomparse delle persone: alcune portate via dalla Signora in Nero, altre andate via con le loro gambe, perchè i soldi sono più importanti della famiglia. Io ero al mio posto e ci sono rimasta, anche quando non ne avevo proprio voglia,sono riuscita a esserci tutti gli anni tranne uno.

Non è colpa mia se di passione, nel volgere del tempo, ce ne ho potuta mettere sempre meno.

Ma se quest'anno pesa a tutti, se quest'anno siete tutti un po' più disillusi, un po' più disincantati o un po' più vecchi, e nessuno ha voglia di festeggiare niente, non potete contare su di me per metterci l'ipocrisia di un entusiasmo che non esiste.

Che Dio mi strafulmini se l'anno prossimo mi faccio fregare di nuovo.

Il Natale sarà anche tante cose, ma non dovrebbe essere obbligatorio.
Tanto meno doloroso e ingiusto, come sarà oggi per qualcuno.
Tanto meno litigioso.
Tanto meno finto.

martedì 22 dicembre 2009

PERSONE

Volevo mettere un post sui colleghi.
Volevo lagnarmi ancora un po' delle feste, che quest'anno passeremo così:
Asti - Genova - Milano - Genova - Arenzano - Genova - Asti (in 5 giorni), e puntualmente Asti è bianca di neve, Genova intrappolata nel ghiaccio, Milano in tilt con una nevicata che non si vedeva da anni, Arenzano non so, ma sarà come minimo flagellata dalla tramontana...

Ma è un momento strano. Comincia con venerdì 11, lo sciopero, continua con una settimana di malattia e lunedì, tornando a lavorare, cosa trovo? La caldaia della scuola si è rotta e quando entro io tutti i ragazzi (tranne una ventina su 200, nessuno di questi venti alunno mio) sono stati mandati a casa. E oggi? Niente pullmini, neve, presenti classe II B, 4, presenti classe III C, 2.

Così ho passato oltre dieci giorni a lavorare poco e niente e a esserci per le persone singole. Un pezzetto per volta. Una di queste persone ero io, e ho scoperto che era un po' che non mi rivolgevo la parola. Altre erano amici, colleghi, parenti, ai quali ho potuto dedicare il tempo di vederci, scriverci, telefonarci, o semplicemente parlare senza fretta.

Il che è veramente bello, molto più umano di una normale settimana di lavoro in cui alterno un diavolo per capello a una stanchezza insensata, e molto più natalizio di feste e brindisi.

Vi saluto, sto per essere risucchiata nel gorgo sopra descritto di spostamenti e pranzi. Se ne riparla dopo il 26.

Bacioni e, dopotutto tocca dirlo, Buon Natale

Castagna

domenica 20 dicembre 2009

The One and The Other One



Aveva i capelli più lunghi che avessi mai visto, e questa fu la prima osservazione. Era l'unica "grande" oltre a me e a Sorrisone, in mezzo a dei "babani" di quattordici anni (orrore! per noi che ne avevamo sedici ed eravamo ormai donne!!!).
Aveva una camera da sola, un buchetto mansardato, ma era ospite fissa da noi che avevamo la stanza d'angolo, molto grande, con due finestre.
Verso la fine della vacanza, però, non più veniva lei a parlare sul mio letto vicino alla finestra, andavo io a chiudermi nel suo stanzino.
Avevamo corso sui prati a piedi nudi, eravamo state sdraiate un intero pomeriggio a guardare le nuvole cambiare forma, esplorato giardini segreti all'imbrunire e dato da mangiare biscotti dolci e salati a una coppia di litigiosi scoiattoli.
Ci eravamo raccontate le nostre vite. Lei piangeva al pensiero di tornare a casa da sua madre che la tiranneggiava, e aveva scoperto di potersi benissimo sfogare con me che, all'epoca, con mia madre avevo un rapporto a dir poco traumatizzante. Ci piacevano gli stessi ragazzi per la strada, ma eravamo troppo diverse per poterci innamorare mai dello stesso tipo di persona. Sognavamo viaggi e storie d'amore.
A due giorni dalla partenza, l'ho guardata mentre mi parlava, il walkman in mano, seduta sul suo letto, e ho pensato: no, come faccio adesso?

Non è stato poi difficile. L'anno dopo, a forza di lettere, telefonate, incontri diplomatici genitori-professori, sia pure vivendo a distanza di 75 minuti d'autobus l'una dall'altra, e facendo due scuole impegnative che tempo libero ne lasciavano pochino, eravamo sedute vicine sull'aereo e lei mi teneva la mano mentre io fingevo di non iperventilare.
Poche ore dopo vedevamo l'alba sul mar del Nord e i fiordi della Scozia orientale.
Di quella vacanza ricordo soprattutto due sensazioni, come fosse ieri:
1) io NON VOGLIO tornare a casa MAI PIU' (mai pensato in altri viaggi) perchè questo posto è CASA MIA, e
2) la fusione totale con lei. Ventiquattro ore al giorno. A un certo punto nel nostro gruppo studio (non più composto da babanetti, ma da fanciulle ben più spigliate di noi e da baldi giovani, tanti e anche per la maggioranza gradevoli da vedere) qualcuno ha timidamente sondato il terreno (con lei, io mettevo troppa soggezione anche allora!) per scoprire se fossimo una coppia. Chissà cosa ci siamo perse, eh Tipa, a forza di stare sempre incollate io e te a parlare fitto fitto? Magari se fossimo state un po' meno assorbite l'una dall'altra quello bruno con gli occhi verde bosco (Maurizio? beh, comunque, sai l'amico di David, quello biondo) o addirittura il lepegosissimo Mauro... o quello di Genova con quel culo fantastico che si è fatto un giro con Sorrisone... chissà...
Mah, non lo so. So quello che non ci siamo perse, e cioè il fascino di quelle terre ventose, di quel mare, di quei laghi. So quanto ridere ci siamo fatte con gli altri. So che eravamo due figlie uniche e che probabilmente tutte e due sognavamo da una vita una vacanza con un'amica in cui nessun genitore rompesse i coglioni dicendo che era l'ora di tornare a casa.
So che svegliarmi con lei, passarci tutta la giornata e addormentarmi parlando con lei non era ancora abbastanza, e non ho memoria nè prima nè dopo di una tale simbiosi. So che avere diciassette anni è l'apice della bellezza e della vitalità e, proprio perchè su certe cose eravamo così diverse, era bellissimo avere diciassette anni insieme e non vergognarsi di cantare November Rain sull'autobus o di dormire abbracciate.

Sono passati diciassette anni da allora. La settimana scorsa ho spiegato la Svizzera in seconda e ho detto che il soggiorno dell'inverno scorso con mio marito a Morcote è in una delle prime posizioni nel mio elenco di vacanze fatte finora. Al che ovviamente mi hanno chiesto: "Qual è il viaggio più bello della sua vita?"
E io senza un attimo di esitazione: "La Scozia, nel 1993".
Perchè la Scozia è un posto dove potrei trasferirmi a vivere tra un quarto d'ora, se me lo chiedessero.
E in buona parte anche per i favolosi diciassette anni, che non ho purtroppo più.
Sicuramente non è secondario che dentro a queste due vacanze, in un Paese che adoro come la Gran Bretagna, sia scoppiata quest'amicizia così delicata e così profonda.
Oggi la figlia della Tipa mi chiama zia. Quando riesco a distrarmi per un attimo dal sorriso e dagli occhi pieni di luce della bimba, penso che un giorno capirà che non sono biologicamente sua parente, e allora vorrà sapere da sua madre quando ci siamo conosciute. E mi si allarga il cuore al pensiero che le racconteremo quelle vacanze.

tre pensierini lampo

1) (shoppingando) cazzo, quest'anno nei negozi per Natale non c'è NIENTE di guardabile

2) (preparandomi per la giornata lavorativa di domani) ho anche un po' d'ansia. E se sono cresciuti TANTISSIMO in questi 9 giorni? e se qualcuno ha preso note sul registro? e se non hanno fatto i compiti? e se non hanno nessuna voglia di vedermi? Io oggi ho incontrato al centro commerciale Cuba Caliente e avevo voglia di abbracciarlo.

3) (twilighteggiando) notte del 21 marzo 2001, alba del 22 (le famose 8 ore e mezzo di coccole): "It made no sense when he looked at me that way. Like I was the prize rather than the outrageously lucky winner."

sabato 19 dicembre 2009

All is calm, all is bright

Non l'avrei mai detto che una genovese potesse essere così stupidamente felice di veder nevicare sulla città in cui vive, si sposta e lavora.


"perchè qui, quando nevica, è un po' come se tutto tornasse come doveva essere"

venerdì 18 dicembre 2009

Da domani posso uscire... e ovviamente nevica

Guarita, oggi all'una in punto sono uscita, potendo contare su 120 minuti di libertà concessimi dagli orari della mutua e ho fatto un trilione di cose, tra cui
- pagare 400 euro (sic) di bollette, perlopiù arretrate
- scoprire che Asti di venerdì all'una e mezza è deserta, specialmente con questo freddo, e popolata solo di adolescenti che sciamano fuori dalle superiori, intabarrati, con la sigaretta in bocca, camminando in mezzo alla strada
- far visitare il povero cane che ieri ha subito un'orrenda aggressione da parte del gatto e oggi sta insieme con lo scotch
- portare detto cane, povera bestia, dopo che aveva subito un bel giro dai suoi amici veterinari con tanto di vaccinazione trivalente e termometro (excuse my French)nel culo, a farsi due passi nel bosco (quelle cose che fai giusto dopo essere stato confinato in casa una settimana: azz... a momenti ci restiamo, nel bosco, fino al disgelo, belle rigide secche tipo uomo di Similaun)

...e lì, mentre guardavo la campagna immobile, si è messo a nevicare...

...prima tipo granelli di zucchero sparsi,

poi seriamente!

E nel frattempo noi due eravamo arrivate a casa, ci eravamo fatte due bei toast al formaggio e un litro di roba calda (tisana fragola e mango per me, un tè al cocco per l'Uomo, illusione di paesi tropicali) e piazzate sul divano.

Formazione: all'estrema sinistra (e dove se no?), mamma con Matilda appoggiata a un fianco e avvolta nel plaid, ai piedi di mamma, Daisy raggomitolata nella cuccia, a destra di Matilda, Bontcho appoggiato di schiena a papà, che a sua volta occupa la destra del divano, tenendo il portatile sulle ginocchia.
Un'intera famiglia in tre metri per un metro e cinquanta.

Ora fuori fiocca dibbestia, come direbbero certi miei alunni.

Io chiudo gli occhi e penso che l'Uomo stasera dopo cena si fa la strada di ritorno da Paesone Sfigato, spero non a piedi nella neve, perchè là quando piglia male è brutta.
Ma penso anche a tutte le campagne qua intorno e a Paesino di Sogno, alla mia scuolina rosa che non vedo da una settimana, a Terremoto, Babbà e Punta di Diamante che si massacrano di scivoloni e palle di neve, a Lagnosetta che porterà fuori il suo giovane cane a vedere per la prima volta il cortile tutto bianco, alla Peste che di sicuro è uno di quelli che ficcano una manata di neve nel colletto dell'amico distratto, allo Straniero e a Occhi d'Arabia che sentiranno la mancanza delle temperature primaverili di Casablanca (che in arabo, me l'hanno insegnato loro, si dice Darbainàt o qualcosa del genere). E penso a Mister Romania (exalunno mio e dell'Uomo, dell'anno che lavoravamo insieme) e alla sua famiglia, che essendo ortodossi hanno delle prescrizioni alimentari strane per l'Avvento, di cui non avevo mai sentito parlare.

Chiudo gli occhi. Cane e gatti sono in coma. Fuori continua e ora sono fiocchi seri, non cristalli sparsi. Ha l'aria di voler durare. Dovrei essere di cattivo umore, perchè domani ho mille commissioni da fare, perchè l'Uomo deve guidare al buio in questo climino e perchè se si mette come l'anno scorso dura fino a fine marzo (e dicono che quando nevica prima di Natale ce l'abbiamo in quel posto, in tal senso) e chissà che cazzo di acrobazie toccherà fare per andare a lavorare lunedì.

Solo che è bellissimo.

giovedì 17 dicembre 2009

The Man I Love, o del perchè "Twilight" può essere considerato - a suo modo - un capolavoro

State calmi. Lo SO, che insegno Lettere. Sono abilitata per portare gente fino alla maturità classica. Ho letto un sacco di roba. Ho preso gli studi coscienziosamente e a Lettere ho dato gli esami più pesanti con i docenti più famosi per serietà, non gli esami di rimedio di quelli che "faccio Lettere che è facile".

Nessuno qui confonde Stephenie Meyer con Umberto Eco, Calvino, Tolstoj (che per inciso si pronuncia Tàlstoi, non Tolstòi, tiè), Proust o Saramago.

Ma "Via col vento" non era mica di Dostoevskij, eppure era a suo modo un capolavoro.
"Harry ti presento Sally" non era un film di Eisenstein (che per inciso si pronuncia Isenstin e non Aisenstàin, dice l'Uomo che ha studiato Storia del cinema), eppure ora abbiate il coraggio di dirmi che non ha segnato un'epoca.
"Imagine" l'ha scritta John Lennon, mica Beethoven, e menomale, così è rimasta semplice e bellissima.
"Il bacio" di Hayez non è probabilmente ai livelli di un Van Gogh, ma chi non lo ama?
Insomma, ci siamo capiti.

Allora, il bello di "Twilight" è l'idea di fondo. Ma ora non vi tedio con quanto è mostruosamente SANO che si parli di desiderio, senso di colpa, attesa, rimorso (chi parla mai di rimorso, ormai?) e difficoltà di essere se stessi e conciliarsi con gli altri "diversi", in un libro scritto a inizio XXI secolo.
E' che leggendo non solo il primo libro della saga, ma anche gli altri tre (ora sono per la seconda volta -sì!- alla fine di "Eclipse") ho capito che quella donna sa scrivere le scene d'amore come non siamo più abituati a leggerle.

Fatto salvo che la miglior scena d'amore MAI scritta è ne "Il barone rampante":

"Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perchè non si era mai saputo. Lei conobbe lui e se stessa, perchè pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così."

Chapeau. Calvino scriveva come Dio.

Tolto ciò, Stephenie Meyer è bravissima a descrivere ogni singola emozione contenuta in ogni gesto, e per quanto non si abbiano più sedici anni, leggere le coccole tenerissime di Edward a Bella, ma anche il notevole bacio di Jacob alla medesima, dopo un po' ti fa trovare con il cuore in gola.
Cioè, lei descrive SENZA CORRERE. Ogni frase d'amore, anche le più ovvie, ogni movimento, ogni sussurro. E mentre sulle prime venti righe di una scena d'amore del genere dentro di me si accende una vocina che strilla: "cos'è, la pagano a pagine???", dopo trenta righe che Bella se ne sta rannicchiata contro Edward e non succede niente, parlano e basta, mi sento magicamente trasportata in quei pomeriggi di novembre in cui il mio primo amoruccio un po' più serio mi teneva abbracciata e io (che avevo appunto sedici anni e NON somigliavo a certe mie espertissime alunne) bevevo ogni singolo millesimo di minuto perchè ogni gesto era nuovo e ogni parola importantissima. O nelle lunghe, misteriose prime notti con l'Ingegnere e la casa libera, che, no, non significano necessariamente subito sesso.

Ma il motivo per cui Edward mi fa letteralmente MORIRE, è che in lui ci sono un sacco di cose dell'Uomo prima maniera.

Cioè, per carità, il mio Uomo è senz'altro un vampiro, nel senso che per molti anni mi ha succhiato via ogni energia col suo egoismo, ed è anche un po' uomo lupo, soprattutto per l'odore che ha quando torna dallo stadio, e anche per quanto è spaccamaroni quando ulula perchè una cosa non gli va bene.

Ma io leggo di questo personaggio serio, introverso, politically correct e pieno di misteri, che è Edward, e rivedo la persona che ho conosciuto quando (poche ore dopo il nostro primo incontro) l'Uomo con me ha cominciato a lasciar filtrare chi era, sotto la maschera di sicurezza di sè e giovialità costante che portava.
Leggo di Bella che arriva a lezione e si trova Edward seduto a fianco e chiudo gli occhi, beata, perchè sento l'odore dei corridoi del dipartimento di Fisica dove facevamo alcune lezioni della specializzazione, e lui mi sorrideva dalle scale, cercando di restare indietro senza farsi notare, per sedersi vicino a me.
Leggo di Edward che salva Bella dal camioncino in derapata sul ghiaccio e penso a quando l'Uomo mi ha tolto, sollevandomi di colpo con un braccio solo, dalla traiettoria di corsa di uno degli spaventosi cani di suo cugino (il cugino che vive nei boschi alleva solo cani sui novanta chili e oltre, solitamente gelosi a morte del loro territorio o, come in quel caso, pericolosamente socievoli).
Leggo di lui che la porta al ballo, e penso a tutti i posti dove sono entrata al braccio dell'Uomo sentendomi contemporaneamente una regina e una povera sfigata capitata per caso sottobraccio ad un principe.
Leggo di lei che non si vuole sposare subito e mi viene da ridere. Come ho potuto non dire di sì istantaneamente? Eppure anche io come lei non ero pronta, pur essendo sicurissima che, se qualcuno mi poteva mai far sentire pronta, doveva essere per forza lui.
Leggo di lui che se ne va e la lascia sola e di come sta lei nel frattempo, e, a parte tuffarsi da una scogliera nel mare in tempesta e passare i pomeriggi in garage con l'uomo lupo, so che abbiamo attraversato un periodo molto simile, io e Bella.
Leggo di lei che attraversa Volterra correndo per salvarlo e penso a me che sfreccio in autostrada alle due di mattina, per correre a verificare che non si sia fatto male sul serio in un incidente.
Poi faccio vedere all'Uomo il film, e lui dice: "Ma questi siamo noi due all'inizio, quando tu sapevi che io ti stavo dietro e facevi finta di non accorgertene." E ride di gusto quando Edward dice a Bella: "E' che tendo a essere... protettivo nei tuoi confronti", e poi mi prende la mano e mi sorride.

Perciò chi se ne frega se è solo una sensazione mia o se è vero che Stephenie Meyer è convincente, crea dei personaggi indimenticabili e ha delle idee originali.

Qua i casi sono due: o sono una ragazzina scema pur avendo, all'anagrafe, trentaquattro anni tra pochi giorni, oppure ho sposato Edward Cullen.

SPUNTI PRESI QUA E LA'

E, niente. Siamo qui.
Sempre a casa e cauta nel mangiare, ma perlomeno non mi vien più da cacciare (scusate il genovesismo) ogni volta che mi lavo i denti o mi piego in avanti per un motivo qualsiasi.

Spunti raccolti qua e là in questa settimana di grande immobilità, con parecchie pastiglie e lunghe dormite.

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Dopo ANNI (da leggersi con tono di voce alla Marrakech Express: "Erano ANNI che..." "Cos'erano?" "ANNI") che compro libri e manuali su discipline orientali, cinesi tibetane indiane giapponesi, tao shinto e mahayana, e innumerevoli materiali su feng shui zen meditazione e yoga, ormai ho affinato l'olfatto e becco quasi esclusivamente testi validi. Gli ultimi due colpi sono stati notevoli: "Il grande libro della meditazione" di red edizioni è pregevole, semplice ma completo e molto serio. Ha un buon cd in allegato e (giuratemi di non ridere) per la prima volta ho trovato la stessa atmosfera di un vero rilassamento yoga fatto in gruppo con un maestro, tanto che mi son messa da sola a fare OM prima che lo facesse la registrazione e non mi pareva neanche strano*.

*(Per la mia storia d'amore ormai di dodici anni con lo yoga, disciplina che SUL SERIO mi ha cambiato la vita, rimando a un apposito capitolo, se vi frega di saperne o se a me un giorno fregherà di raccontarne qualcosa)

Poi ho incocciato questo "Qi gong per dimagrire" (pron "ci kung", che se no il magnetico maestro Sergio si inalbera, lui che sa il cinese, e si indispettisce un po' anche il carismatico maestro Roberto, che però sorride sempre gentilmente) di Macro edizioni che era rimasto per un po' sepolto nei meandri del sedile posteriore della mia utilitaria (dove c'è uno strappo spaziotemporale in cui di solito perdo le cose). E lì per lì ho pensato: ma che vaccate mi compro? Invece ho cominciato a leggerlo oggi dopo pranzo e mi sento di consigliarlo, è equilibrato per ora e piuttosto convincente.

Così, ve la butto lì. Se vi interessano altri consigli in materia, ho una biblioteca piuttosto fornita anche sull'ayurveda i chakra i 5 tibetani il chi insomma... ci siam capiti. Ah, se c'è don Luca in ascolto, ho letto anche una cosa bella che si intitola tipo "Yoga per i cristiani" (scritta da un sacerdote!).
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Va beh. Altro spunto, stasera ho fatto gli auguri alla Fata Bionda che mi sta dando ormai compiti di livello due, molto interessanti, sulle distorsioni cognitive, e andando via dal suo ministudio ho pensato (per la 13.457.689esima volta): che BELLA che è la Fata Bionda, che BELLA che è, è così bella che davanti a lei si sospende il giudizio.
Cioè, ci sono le belle donne, ci sono quelle tanto belle che tutti si girano a guardarle, e poi ci sono quelle come lei, così TANTO belle che gli uomini non oserebbero avvicinarle e le donne non perdono tempo ad essere invidiose, non è possibile sottoporre al metro comune una simile apparizione angelica. Una volta l'ho vista per la strada dalla macchina e non so come sia possibile ma l'Uomo, che era distratto dalla guida, non l'ha notata, e io ben zitta! guai se vedesse una roba simile! poi è la mia psicologa, mi si creerebbe un conflitto di interessi... Beh. Attraversava Corso Dante e per la prima volta la vedevo muoversi in mezzo alla gente normale. Gesù. Un ghepardo vestito di chiffon, una falcata regale, un profilo da sogno.
Non ce la fai ad avercela con una donna così, non potresti certo avercela con un quadro di Monet perchè esiste, anzi sei grato che esista una cosa del genere a rendere migliore questo povero mondo. Ma questa sensazione di azzeramento del giudizio è liberatoria. Poi ti chiedi che diavolo sarà, a parte dei geni da campionato. Lo yoga che fa da vent'anni? La dieta Zona che adesso farà fare anche a me? L'equilibrio interiore? Il saper assorbire le brutture e le miserie che noi pazienti le raccontiamo e andare a casa lo stesso con la testa alta, con quel collo da cigno che sembra uscito da un cammeo fiorentino?
Giurin giurello, io lo yoga, la dieta Zona e la facoltà di psicologia li avevo scoperti prima di conoscerla, non è che mi sta venendo un transfert d'identificazione (come potrei?). Ma finchè parliamo, che sia bella è secondario a quanto è brava e a quanto mi è utile. E' quando vado via che penso a lei come persona, e ci resto a bocca aperta.

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E ancora un flash, l'Uomo che stamattina nella scuola di Paesone Sfigato scrive il progetto per il comune tenendosi a fianco il Figliodinessuno, quello che è andato in comunità da pochi mesi perchè a casa non gli davano da mangiare e era sempre solo, Figliodinessuno che fa leve col braccio a tutti i professori e l'altro giorno si è beccato la sospensione per aver cancellato il suo nome e quello del suo migliore amico da una nota sul registro. Figliodinessuno che passa le mattine a fare dei disegni bellissimi per l'Uomo e poi gli dice: "Non lo vuole, vero?". Figliodinessuno che, dice l'assistente sociale, ha paura solo di lui perchè lo rispetta, e in comunità ha sempre qualcosa da raccontare dell'Uomo, a chiunque lo voglia sentire. Figliodinessuno che oggi si è visto recapitare da un ragazzo (orfano di padre, e a sua volta tremendo) un biglietto inneggiante a pratiche sessuali esplicite con quella tr*** di sua madre e han dovuto sollevarlo di peso perchè non lo facesse a brandelli. Figliodinessuno che domani è sospeso, e è quasi Natale, e che cazzo, possibile che l'altro disperato non abbia trovato di meglio da fare che insultargli la mamma?

Io ho detto all'Uomo che dobbiamo andare a trovare Figliodinessuno in comunità e che dobbiamo anche passare dalla mia, di comunità, quella che manda i ragazzi a scuola da me a Paesino di Sogno, e portare qualcosa per Natale, ma tutti e due sappiamo che, magari, lo faremo anche, ma preferiremmo una tortura vietcong a un pomeriggio simile.

Perchè l'abbiamo già fatto, e c'è quel momento in cui scendiamo dalla macchina e tutti, anche quelli che non ci conoscono, intuiscono che siamo lì per loro e ci si affollano intorno come i passeri sulle briciole, tutti che vogliono attenzione e parlarci e portarci a vedere qualcosa, e noi ci sentiamo due merde a non averli ancora adottati tutti. Anche i microspacciatori, anche le microprostitute, anche i microstupratori, i casi psichiatrici e i potenziali tossici, maniaci e suicidi che sappiamo perfettamente di avere davanti, in quel momento ce li porteremmo a casa. Non c'è fulmine del cielo che basti per tirarlo sulle famiglie che li hanno fatti crescere così, anche se facciamo lo sforzo di pensare che sono persone a loro volta cresciute male.
E poi, quando andiamo via per la strada nel bosco in mezzo alle curve e le luci della casa ci spariscono alle spalle, torniamo alla nostra merdosa vita dove non ci va mai bene niente e al nostro mondo dove c'è gente che dice frasi come: "Ma ne avete tanti, di stranieri, nella tua scuola?" o "Ma non dev'essere facile lavorare in una classe con tutti quegli ELEMENTI".
E pensiamo, fanculo, mettitici tu, al posto dell'ELEMENTO, quando fuori dalle finestre della comunità c'è il ghiaccio ed è buio e tuo padre e tua madre sono in Marocco, quando non sai chi sono i tuoi genitori, quando lo sai ma non te li lasciano vedere, quando puoi uscire solo sotto sorveglianza di un adulto e quando stai dentro devi lottare per non trovarti il letto pieno di dentifricio o peggio, e nascondere le cose a cui tieni perchè se gli altri realizzano che una cosa per te è preziosa te la rovinano o ti ricattano. Quando di notte uno urla, l'altro cerca di scappare e il terzo ha una crisi di pianto, e tu domani hai compito in classe e intanto non dormivi comunque, per la nostalgia di casa e la paura del futuro. Quando tutti costantemente ti fanno un culo così, in comunità e a scuola, e sei un sorvegliato speciale perchè sono i primi giorni e potresti dar di matto in qualsiasi momento, cosa che infatti puntualmente fai.
E soprattutto, quando torni dalle vacanze di Natale che hai passato con quel brandello di famiglia che ti resta e stai di merda per settimane. E tutti ti sgridano perchè ti comporti male.

mercoledì 16 dicembre 2009

Chiuso per malattia

"Voglio avere la febbre a trentanove e sette dal venti dicembre al tre di gennaio. Accetterei una lieve ripresa tra il ventotto e il trenta dicembre, però poi voglio la ricaduta." Sono parole mie. Quando si dice che una se le tira.

Veramente, io ho detto "voglio avere la febbre" e soprattutto "dal 20 dicembre al 3 gennaio": non "voglio svegliarmi in preda alla nausea alle tre di mattina del 14 dicembre e restare preda di mal di testa e sintomi gastrici misti fino al 18".

Ma non c'è il minimo dubbio che me la sia tirata. Il mio bravo Doc ieri mi ha fatto un male boia palpandomi le budella dall'esterno e mentre io mi contorcevo sul lettino, in una maniera che neanche le volte della peggior ceretta inguinale, ha decretato una bomba di farmaci sintomatici e tanto bel letto caldo.
Che dire? Obbedisco.
Considerando che questo non mi risparmia dal Natale, ma quantomeno mi permette di ridurre ogni possibilità di shopping agli ultimi frenetici 4 giorni, come HO SEMPRE FATTO da quando faccio regali, e (forse) di scampare dalle telefonate martellanti di mia madre sull'organizzazione ma soprattutto dall'insistenza del marito che cerca di comprare tutto entro il 15 dicembre, credo che sia l'ultima volta che mi lamento del Natale.
In compenso mi sono appena regalata un gennaio lavorativamente pessimo. Tornare a lavorare il 21 e 22 mi permetterà solo di verificare che i ragazzi abbiamo ricevuto le caterve di compiti delle vacanze che trasmetterò loro tramite l'Inflessibile, ma non certo di interrogare. Qua appena riparte la Befana arriva la Iena, e saranno settimane di fuoco.

Una cosa per volta, su. Tisana di melissa e quattro coperte, ora, ne riparliamo tra qualche giorno.

domenica 13 dicembre 2009

Il metodo dell'anticoncentrazione o delle professoresse mica tanto normali

Okay, stiamo calmi.

Il punto è che domani è SIA la giornata del colloquio con le famiglie, SIA la giornata in cui rientra al lavoro la Fata Romena, che la settimana scorsa non è venuta perchè c'era il ponte dell'otto dicembre.

Ora sono le 19.20 e io non ho ancora nè riordinato casa, nè preparato cena, nè corretto i compiti, nè preparato i vestiti per domani: il giorno del colloquio con le famiglie posso vestirmi come una donna normale, anzi quasi piacevole, addirittura osare una gonna, ora che non c'è più il Bellissimo Padre di Bel Ragazzo, perchè ovviamente prima qualche mala lingua avrebbe potuto collegare l'improvvisa apparizione delle mie gambe (costantemente coperte dai pantaloni quando lavoro) al fatto che nella mia fila di genitori ci fosse una valida imitazione di Richard Gere, oltretutto di recente separato, circondato da madri in visibilio. In effetti essendo io una donna dall'ormone normale avevo imparato, in tre anni, a reggere signorilmente la vista di cotanto papà, ma se per caso rideva avevo due opzioni: rimanere inebetita come una ragazzina di fronte ai pettorali di Jacob il lupo mannaro, oppure abbassare gli occhi sul registro e dirgli con tono secco da signorina Rottermeier: "NON rida".
Comunque se io mai oso una gonna (sotto il ginocchio, in presenza di minori) e un paio di stivali è per non sembrare una ragazzina idiota a certe madri supponenti, peraltro domani han dato neve, quindi mi sa che più che un pantalone nero e un po' di tacco non mi passo. Per rafforzare la mia autorità metterò la mia unica collana firmata, quella che stordisce qualunque donna in grado di figurarsene il prezzo: che io ho chiesto per i miei trent'anni ai miei genitori, esprimendo per la prima volta in vita mia il desiderio di acquistare un gioiello, perchè mi piaceva da morire, e che ho scoperto dopo essere un'arma non convenzionale per indurre le altre donne a inginocchiarsi ai miei piedi e venerarmi come una statua egizia. Avrei dovuto capirlo, visto che come testimonial la casa che la produce aveva usato prima Sharon Stone e poi Demi Moore.

Va bene, fine della divagazione salottiera, parliamo di noi: devo lavorare sodo, stasera, ormai sono le 21.21, non aiuta il fatto di aver perso mezz'ora al telefono con mio padre, mia madre e mia suocera a commentare la rottura del grugno di Berlusca (...e due schiaffi alla Mariastronza, no?). Aiuta invece il provvidenziale amico Blago che stasera piomba nei dintorni e porta l'Uomo a mangiare una macedonia di frutta giapponese teriyaki, suriyaki o cippanyaki, così almeno lui mi si toglie e io posso andare avanti col mio metodo dell'anticoncentrazione.

Il metodo dell'anticoncentrazione è un esempio chiarissimo di come nel mio mestiere gli squilibrati siano troppi. Funziona così: prendo il cellulare e metto un promemoria. Qualunque, l'importante è che suoni. Suona dopo dieci minuti. Io lo pospongo. Risuona dopo altri dieci minuti.

Perchè, ciò?
Perchè io mi annoio e mi distraggo in modo infantile mentre lavoro, quando non ne ho voglia. Posso stare un'ora e mezza su Internet a cercare notizie su un oscuro personaggio della storia del femminismo, due ore a fare liste di Paesi del mondo che hanno giacimenti di uranio e guerre ad essi collegate, dalle due alle sei ore piegata su teche in vetro a sbavazzare su manoscritti del Trecento, e quattro ore a sfogliare quel concentrato di piacere sessuale che è l'enciclopedia del Medioevo a cura di Umberto Eco. Ma mi metti sotto venti temi e io, dopo uno e mezzo, ho la depressione, la barba e le piaghe da decubito.

Se invece sono in cucina, per esempio, a lavare piatti, mi avvilisco come Cenerentola la sera del ballo e mi metto a cercare topi che si trasformino in servitori, o zucche che diventino una Lancia Thesis e mi portino al castello. Oppure penso alla condizione della donna ieri e oggi e mi inalbero. Oppure recrimino sugli orribili sgarbi che mi ha fatto mio marito, poco importa se reali o presunti. O litigo mentalmente con mia madre/mia cugina/la mia preside/Berlusconi e poi mi incazzo sul serio con il primo che passa (di solito è la gatta).

Allora io, troppo furba, cosa faccio? Correggo per una decina di minuti, o per un multiplo di dieci (di solito non più di trenta perchè dopo mezz'ora di strafalcioni grammaticali vado in choc anafilattico); poi per dieci minuti riordino, stendo, lavo, pulisco verdure, avvio lavatrici, etc. Poi mi risiedo e via, altri dieci minuti di trascrizione voti sul registro, riordino fogli etc. Il promemoria del cellulare scandisce la mia follia, che pendola tra l'umiliazione della casalinga e le fatiche della professoressa. Sembra una tortura psicologica irachena, ma in realtà mi annoio di meno e scopro che in fondo certe orrende rotture di coglioni come piegare i vestiti da stirare durano meno di quanto io mi immagini.

Il problema è che, se c'è in casa l'Uomo, dopo un po' esce dalla stanza in cui si trova e mi chiede, con aria preoccupatissima per la mia salute mentale, cosa diavolo devo ricordarmi che continuo a rimandare. Oppure, in giorni di lutto tipo quando perde il Genoa, mi urla: "Lo fai tacere quel §#@^*$ di telefono???".
E oggi il Genoa ha perso.

sabato 12 dicembre 2009

CHRISTMAS SPLEEN

L'Uomo:
"No, mi devi dire QUANDO mi dedichi una giornata per i regali. Ma li compriamo a Genova o a Asti? A Natale siamo a Milano dai miei. A Capodanno siamo dagli Irlandesi. A Santo Stefano siamo da mia madre. I Tuoi, quando li vediamo? E la Zia Allegra? E mia sorella? E la Zietta? E poi vediamo, se il 23 siamo dalle Nonne e il 24 dai tuoi allora gli Psicozii li possiamo vedere... uhm, fammi pensare. Ah, intanto, vieni un attimo, devi aiutarmi a fare il pacchetto per mio padre. E niente piante, eh, per la Nonna Infera? E per la Compagna Cognata ho preso una tazza, ma poi ho pensato, gliel'abbiamo mica regalata l'anno scorso? E l'albero non lo facciamo quest'anno? Compriamo questo da mettere come presepe? I vicini hanno già messo le decorazioni sulla porta. Uh guarda, guarda, e se andassimo a fare un giro da Mediaworld, che abbiamo i punti da spenderci? Dì a tua madre di non regalarmi maglioni quest'anno. No, la Zia Imboscata non la vediamo stavolta, sono in brutta con mio padre. Però vediamo i Cugini di Campagna. E portiamo la Zia Matta e la Cugina Figa su con noi. Le porti tu, perchè io porto la Nonna Superna che nella tua macchina non ci sta. I Tuoi ce lo tengono il cane un giorno, che dai miei a Milano c'è la Iena Ridens di Cognatina? E lo so, poi bisogna andarla a riprendere a Genova, ma d'altra parte i gatti anche, no? E, scusa, ma i miei stavolta han preso un regalo per i tuoi, sei sicura che non facciamo figure, gliel'hai detto che gli arriva qualcosa? Questo va bene secondo te per Tizio, Pinco, Panco, Pallino? Abbiamo carta da regali? Dov'è lo scotch? Che schifo questo nastro com'è venuto male, rifammelo un po' tu... Per quanta gente hai detto che dobbiamo prendere i panettoni?"

Voglio vomitare. Ora, subito.

Voglio avere la febbre a trentanove e sette dal venti dicembre al tre di gennaio. Accetterei una lieve ripresa tra il ventotto e il trenta dicembre, però poi voglio la ricaduta.

Sarei veramente un mostro se dicessi che non festeggio, che me ne sto solo un po' qui a guardare dalla finestra il ghiaccio sull'erba e voglio bene a tutti, auguro un mondo di gioia a tutti, ma non faccio seicento chilometri avanti e indietro per tre regioni italiane, non incarto belinate che nessuno vuole e non vado a mangiare nè a brindare in nessun posto?
Dove sta scritto che devo avere un'emicrania da nervoso che dura dal 5 dicembre al 2 gennaio?
Dove sta scritto che voglio regali?

Io vorrei solo rallentare. Lo so, che già vado piano. Lo so, che poi quando è Natale, sono tutta elegante, profumata e coi capelli in ordine e sto portando in tavola gli antipasti, in parte fingo serenità, in parte sono davvero contenta di vedere tutti lì un po' insieme. Lo so, che quando è l'ora del pandoro qualcuno dice: "Questo lo fa Castagna, la scuotitrice ufficiale di pandori, come distribuisce lo zucchero a velo lei non lo sa fare nessuno" e io mi alzo sorridendo e vado a sculacciare gentilmente il sacchetto del pandoro finchè lo zucchero non è perfettamente uniforme. Lo so, che quando noi donne (nella simpatica famiglia maschilista di mio marito) siamo in cucina ad asciugare i bicchieri e parliamo (di solito, male degli assenti), c'è un buon profumo di caffè e io mi sento bene.

Ma non c'è paragone con la sensazione che provo il due gennaio, quando mi sveglio e penso che non devo vestirmi per uscire di corsa. Un insegnante sotto Natale ha venti giorni di ferie, ma io me ne godo cinque.

Io, di mio, vorrei una cosa diversa. Vorrei per una volta solo svegliarmi il 25 dicembre e affacciarmi alla finestra, in vestaglia, a guardare un abete ricoperto di neve. Vorrei un caminetto e un tappeto con sopra dei cuscini e un buon libro, una tazza di tè alla cannella e un plaid. Vorrei poter passare una mezz'ora tranquilla con ciascuno dei parenti, su un paio di comode poltrone a chiacchierare, senza avere mal di testa, senza che mi riempissero il bicchiere, senza fingere di mangiare il secondo e poi riempirmi di torroncini e frutta secca. Vorrei uscire in terrazzo a fumare una sigaretta con la Cugina Figa, o Cognatina, o Sanguedelmiosangue, e togliermi le scarpe col tacco per raggomitolarmi sul divano in braccio all'Uomo, senza sentirmi come se le festività fossero giorni lavorativi di gran lunga più pesanti di quando lavoro.

A me, da trentaquattro anni, l'unica parte del Natale che sia piaciuta davvero, e mi piace anche di più dello scambio di regali con mio marito, è quando siamo in pigiama tutti e tre, io, mio padre e mia madre, e ci scambiamo pacchetti in salotto in compagnia di un certo numero di gatti. Senza troppa musica, senza troppo cibo, senza troppa gente, semplicemente con un caffè in corpo e nessuna fretta. Ma da quando abito con l'Uomo non ce l'ho più questa parte.

In alternativa, vorrei fare Natale a casa mia, che da quando sono nata non l'ho mai fatto, sono sempre stata in giro almeno mezza giornata con la macchina piena di pacchetti. Ma, gente, qua se non mi arrivano figli continuerà così per sempre, non ci sono scuse.
E il pensiero, indipendentemente dal discorso figli, mi rattrista. Perchè è come se io, io in quanto Castagna, il Natale non avessi diritto di festeggiarlo.

venerdì 11 dicembre 2009

Cronache da un arcipelago

C'era una volta un grande mare.

C'erano una volta tante isole.

Su un'isola c'erano grandi montagne e una casetta in pietra, dove una donna castana stanca stava da ore al telefono con un'amica, mentre il suo uomo e il suo bambino dormivano, e metteva lucidità dove l'amica aveva dolore e faceva coraggio quando l'amica perdeva la fiducia.

Su un'isola bianca dove le macchine e i prati si ricoprivano velocemente di ghiaccio, c'era un'altra donna stanca al telefono con un'altra amica ancora più stanca, e tutte e due ripetevano vent'anni, vent'anni, prima da arrabbiate e ferite, poi meno arrabbiate e più ferite, poi più arrabbiate ma meno ferite, però continuavano a dirsi: vent'anni.

Su un'isola montuosa con ulivi argentati che si agitavano al vento, una donna dagli occhi azzurri vedeva per la prima volta una bimba di otto giorni con i capelli rossi, arrivata da chissà dove, entrare a far parte di una strana tribù femminile, dedita a crescere bimbi senza famiglia, e decideva di passare il Natale con lei.

Su un'isola fredda dove il cielo terso si era appena illuminato di un sole chiaro che non si vedeva da settimane, un elicottero atterrava con gran fragore sotto gli occhi interessati di un centinaio di ragazzini e, al riparo dietro la siepe di un campo sportivo, un ragazzo di ventiquattro anni veniva caricato su una barella rigida, mentre ripeteva "Mamma, non mi sono buttato, non mi sono buttato".

Su un'isola verde, pianeggiante sotto un cielo grigio, una bambina di cinque anni guardava affascinata la zia che impilava pacchi di compiti in classe corretti e no, e imparava a scrivere 4 e 1/2 e 6 +. Poi davanti a un elenco di nomi: questi sono i bambini castani, questi quelli biondi, questi quelli con gli occhiali... scriveva i voti da zero a dieci a caso e, arrivata a Birba, diceva: "Birba: tre... se lo merita".

Su un'isola coperta di seggiole e banchi, cigolanti sotto il peso irrequieto di ventidue ragazzini annoiati, arrivava un pacchetto dal lontano e misterioso Ecuador, contenente animaletti di avorio vegetale lavorati a mano da chissà quali lontani amici di pelle scura, in un luogo fatato dove i tucani stridono sugli alberi e i bambini di dieci anni vanno a scuola facendosi strada col machete.

Su un'isola in sciopero con tanti bambini e pochissimi adulti, una donna preoccupata e arrabbiatissima carezzava il viso contorto dal dolore e rigato di pianto di Terremoto, e lanciava invettive contro l'Incontenibile, reo di aver messo a rischio con un calcio l'apparecchiatura riproduttiva del suo amico; poi scopriva che anche l'Incontenibile aveva appena ripreso fiato dopo un trattamento simile da parte di Terremoto, e spediva i due, zoppicanti, dalla preside, con una bella nota sul registro (ore otto e zero tre del mattino, da Guinness di velocità).
Al rientro dei due, teneva una breve lezione sui traumi da schiacciamento in zone prive di sostegno osseo e fortemente vascolarizzate, dopo la quale Terremoto, probabilmente per controllare lo stato di salute della propria acciaccata rubinetteria, chiedeva di andare in bagno, al che tutti si facevano una bella risata liberatoria.

giovedì 10 dicembre 2009

mercoledì 9 dicembre 2009

Mobbing anche a me?

E perchè no.
Cazzo.

Ho la pelle dura. E la graduatoria in pugno. E ormai sono scafata. Non penso che salti realmente una classe l'anno prossimo. Penso che provino solo a mettermi paura. Non mi guarderò in giro per cercare un'altra sistemazione, al massimo sarò a Costigliole nei prossimi due annetti. Oppure potrei giocarmi la supercarta e chiedere l'utilizzo sulle superiori. Ma NON lo farò.

Ho la precedenza per otto anni. E lo so. Io voglio quel posto. E' il mio. Berlusconi e la Mariastronza non regneranno in eterno. Io sono giovane e la graduatoria parla chiaro.

La vedremo. Per il momento il non essere invitata a pranzo da nessuno tranne che dall'Inflessibile mi fa solo piacere, con tutti i problemi che mi sta dando questa rieducazione alimentare del piffero.

martedì 8 dicembre 2009

FAR AWAY, SO CLOSE: OTTO DICEMBRE, IL CIELO SOPRA TORINO

Ponte dell'Immacolata.
Gente in coda in autostrada, per ore, dopo un bagno di folla ai mercatini di Natale. Gente in giro per negozi, pacchi grandissimi per i bambini e pacchi piccolissimi (ma non perchè contengano solitari) per gli adulti. Gente sotto la pioggia, gente sotto la nebbia.

Domande, messaggi e dubbi senza una risposta, la sensazione spiccata che ci sia una lacerazione che sanguina e che non si rimarginerà affatto col tempo. Se mai, finirà per infettarsi, se non è già in suppurazione, e comunque il sanguinamento non sta pulendo via nessuna infezione.

Un'altra volta, ex abrupto, tocca confrontarsi con la morte di una persona che tutti pensavano nel pieno della forma.
Non ci si confronta solo con la morte, però. La morte si porta via il padre di un amico, e i testimoni quello che cercano di salvare non è il padre in questione, è lo scarso, doloroso e faticoso equilibrio già difficile di chi resta.
Un'altra volta si viaggia, un'altra volta si fanno telefonate, un'altra volta si cerca di tranquillizzare i bambini e ricordarsi che anche gli adulti crollano. E ci si mette a tavola lo stesso e ci si lava lo stesso e si fanno giocare i nipotini lo stesso e si va a dormire, tardi e con mille pensieri, lo stesso.

Stavolta l'amaro, per me che in fondo non ho fatto altro che passare due giorni coi nipotini, non consiste nel fatto in sè, nè tantomeno nel fare qualcosa per qualcun altro. Consiste nell'incontrare la persona che ero sulle scale di una casetta nel verde di un sobborgo torinese. Consiste nel capire che io e la persona che ero ci somigliamo ancora, che qualcuno lo sa e non ha paura a chiedere un appoggio, che qualcuno sa che questo appoggio potrebbe anche non arrivare; consiste nell'accumulare critiche o ovvi salti di conclusioni da parte di altri, e nel dover ancora una volta scavalcare un'enorme staccionata irta di punte, la mia vergogna, per poter proseguire, convinta che tornare sui miei passi non serve e illudersi di aver lasciato dietro ogni paura e ogni egoismo nemmeno.
Sapendo che sbaglierò ancora, sapendo che non sempre ce la farò, sapendo che i conti da saldare sono ancora diversi ma che, per saldarli, bisogna che dall'altra parte riscuotano, invece che tirarti i soldi in faccia perchè non hai fatto il versamento quando se lo sarebbero aspettato da te.
Consiste nel chiedersi chi è il debitore, chi il creditore, chi l'usuraio, chi il benefattore, chi il vendicativo, chi il porgitore di altre guance: "what if I'm not the hero? what if I'm the bad one?". E nel pensare che l'unica scelta condivisibile sarebbe guardarsi con occhi stanchi ma onesti, come me e la Tipa su un'interminabile striscia di asfalto bagnato, e dirsi che, in fondo, quel che conta, non è questo, ma chi sopravvive e chi no. Pensare che una medaglia ce la meritiamo tutti per quelle volte in cui ci siamo appesi alla vita coi denti e abbiamo resistito, e che togliere medaglie ad altri non ce ne fa vincere di più.

Consiste nel focalizzare che l'unica cosa giusta l'ho detta guidando verso Torino quando, FINALMENTE, ha smesso di piovere:
"La vita E' DURA, ti arriva addosso di tutto quando pensi di stare bene, non puoi aggiungertene continuamente, devi autoproteggerti". E pensare che autoproteggersi è giusto, ma chiudersi è pericoloso anche se a volte necessario, allungare una mano fa bene perchè a volte si trova un puntello, e chi è trovato magari aspettava solo che qualcuno si fidasse ancora di lui.

E perciò di questo ponte io mi porto via la staccionata irta di chiodi, la ferita che sanguina, le guance pallidissime della Tipa che non soccombe anche se si vede che stavolta è dura, la faccetta felice della Nipotina nel vedermi e il sorriso da pirata del Corcopino, la mano che si tende e quel cielo grigio pallido sopra la piana torinese, sopra montagne appena accennate tra le nuvole, e i miei stivali che percorrono il corridoio di un supermercato enorme un attimo prima di rientrare definitivamente nella normalità, mentre cerco con gli occhi i cartelli e penso se troverò mai la pazienza in offerta speciale, o un reparto dove vendano cerotti per l'anima.

domenica 6 dicembre 2009

ancora un messaggio preciso, senza maiuscole

...per qualcuno che ora non posso contattare altrimenti, anche se mi puzza che non legga nemmeno il blog, e perchè dovrebbe farlo, in fondo.

http://bakis.ombelicaleautoreferenziale.com/post/21709599/%5B+Divagazioni+notturne+%5D

non c'entra del tutto con noi e non so a cosa si riferisca l'autore. che non conosco.
non so a chi delle due serva ma mi serve pensare che assomigli in parte a quel che sta succedendo.

Così, dato che si parla di downshifting un po' ovunque

Genova è la mia città e io la amo.
I miei genitori sono i miei genitori e guai chi me li tocca.
Mia zia è stata uno dei punti più fermi di tutta la mia vita, presente, coerente con se stessa, generosa e gratuitamente convinta che io sia perfetta.

PERO'.

Però, ci sono persone, situazioni e cose che io amo: la mia città, i miei genitori, mia zia, mio cugino, il mio mestiere, mio marito, i miei animali, gli amici, leggere, scrivere, parlare e sentir parlare in varie lingue straniere, camminare all'aperto, studiare, i ragazzi delle mie classi, ridere, vedere bei film, la Scozia, le città di mare e le città medievali, le chiese con le candele di cera, van Gogh, Monet, Zafòn, la Allende, i cavalli, le montagne...

Alcune di queste passioni o di questi affetti mi sono costati. E mica poco. A quattro anni e qualcosa leggevo e da allora nessuno mi ha mai negato i libri. Tutta indistintamente la mia famiglia ama gli animali e fa cose pazzesche pur di tenerne uno o più in casa (escluso il cavallo, passione che io ho scoperto tardi, se no credo che mio padre, che li adora, non avrebbe avuto niente in contrario). La casa in montagna mio padre ce l'ha da ben prima di conoscere mia madre e non mi sono mai fatta mancare la vacanza d'estate sulle Alpi. La mia famiglia è stata in parte provata, in parte risparmiata dalla vita e sono ancora con me quasi tutti. I quadri dell'Ottocento francese posso andarmeli a vedere quando voglio, così come Firenze, Trieste, Roma, Edimburgo cioè le città che adoro (oltre alle mie due città di appartenenza).

Ma alcune cose neanche tanto secondarie, come l'Uomo e il mio mestiere, me le sono dovute sudare.

E non si contano i chilometri, le attese, il freddo e il caldo sopportati, la fatica fisica di dividere la mia vita tra due regioni, le umiliazioni (lavorateci un po', due anni in scuole private cattoliche, poi vedete se non iniziate ad apprezzare tutte le altre confessioni, esclusa magari Scientology). Le ore di sonno perse, le lacrime e l'orrenda sensazione di non poter andare avanti così ma di non poter neanche abolire niente di quel che stavo facendo. La gelosia. Il mal di stomaco alle due di notte.

Ecco, però, mica me lo aveva scritto il medico.

Ero io che volevo queste cose e io che pagavo per averle.

Poi ho fatto un errore. In un momento nero che ho già descritto, convinta di aver ormai pochissimo da perdere e provata dal lutto e dal sentirmi tradita, ho barattato la mia casa sulle alture di Sestri, che non era mia, che era in affitto, che era da ristrutturare, che aveva mille difetti, che era pericolosamente vicina a troppi parenti dell'Uomo, per un gioiellino di piccolo appartamento tutto riordinato a regola d'arte, in un quartiere bene, vicinissimo a mia zia e a pochi minuti di macchina dai miei. Avevo visto troppi ospedali, parcheggi a pagamento e fette di focaccia mangiate sulle ginocchia in una piazzola, avevo quasi perso l'uomo dei miei sogni e non ne potevo più di entrare nella mia bellissima casa in alto, col vento di mare che agitava il bucato sul terrazzo, con la cucina grande come un salotto e il letto dove avevamo sempre dormito io e lui, e pensare che tutto quanto stava per finire.

Ora sono passati tre anni e mezzo dal trasloco. L'Uomo è sempre con me, molte cose sono andate meno storte del previsto, il padrone della nostra magnifica casa non ha voluto vendercela e senza nemmeno ristrutturarla l'ha affittata a un gruppo di operai che lavorano nei cantieri navali (e notare: extracomunitari, cosa che qui ad Asti avrebbe scatenato una riunione spontanea di condominio con minacce di morte al proprietario dell'appartamento, mentre a Sestri ha significato solo un ovvio controllo, i primi giorni, sulla capacità di sei maschi di vivere civilmente senza fare rumore di notte e senza sgocciolare col bucato sui fiori della nonna dell'Uomo, poi tutto normale).

E noi stiamo in Albaro bassa che, grazie a Dio, alcune targhe delle vie definiscono Foce Alta o San Pietro, altrimenti dovrei veramente vergognarmi per avere così platealmente rinunciato a uno dei miei credo fondamentali: io non abiterò mai più in Albaro...

Bene, il punto è che quando io mi sveglio a Asti, nel mio quartierino popolare ad alta incidenza di rumori notturni e diurni, spaccio e rissa alcoolica tra ex utenti del Sert, e devo andare a Genova, ho il magone.

Io li voglio vedere i miei genitori, io voglio andarci a trovare mia zia, io sono contenta quando cammino in Corso Italia respirando l'aria salata col mio cane. Ma quando mi sveglio e devo partire penso, in ordine neanche tanto sparso, le seguenti cose:
- il Turchino in autostrada sotto nebbia o pioggia o anche con un sole così
- quell'orrendo pezzo di A12 tra Voltri e Sampierdarena
- le valigie da portare in casa e niente parcheggio
- il cane da portare fuori e i marciapiedi pieni di schifezze, poco verde e lontano da casa, il vento di traverso, la pioggia e l'umido
- i supermercati decenti a chilometri da casa con parcheggi ridicolmente piccoli e code millenarie alle casse
- le finestre che danno su un muraglione di cemento spoglio
- il retro della casa che dà su una roba incolta dove fruscii misteriosi rivelano la presenza di animali poco puliti e parecchio acrobatici (leggi topi, io non sono in grado di dirlo ad alta voce altrimenti vomito)
- la gente dei quartieri bene che è troppo ricca e altezzosa per chinarsi a pulire dove il proprio cane ha sporcato
- la Rottermeier ovvero la governante di mia zia che viene a tirare giù le tapparelle del salotto alle diciotto, quarantacinque minuti e zerozero secondi per segnalare che l'orario di visita è finito
- e tutti i sensi inenarrabili di colpa che mi faccio quando vedo i miei e mia zia e mi accorgo che per l'ennesima volta non ci sono stata abbastanza, e molte cose sono rimaste in sospeso dalla volta prima o se le sono arrangiate senza di me
- e soprattutto l'orribile e chiarissima sensazione che quando stavo a Sestri e ci volevano minimo 35 massimo 55 minuti a venire in centro riuscivo a vedere tutti, amici, parenti, persone ricoverate, e ora, che sono attaccata a quasi tutti quelli che devo vedere, quando arrivo mi ci vogliono due ore di decompressione per accettare il fatto di essere a Genova, ore che passo come un povero autistico semisdraiata sul divano a guardare X Files in inglese o a lavorare a maglia e a pensare: grazie a Dio non devo ancora uscire...

Totale del bilancio: dovevo spendere 20.000 euro per rifare bagno cucina infissi e pittura di una casa non mia e sopportare che mia madre continuasse a dirmi quanto è lontana Sestri da Albaro, saremmo stati tutti più felici.

Morale della favola: regola numero 1, fai sacrifici solo quando sei convinto di quel che stai facendo e senza mai giocare alla vittima che sceglie il male minore; regola numero 2, impara che quando una cosa ti fa felice hai le energie anche per tutto il resto; regola numero 3, non barattare mai i sogni per la realtà e funzioneranno sia il sogno che la realtà.

Roba da trasmettere, con cautela perchè hanno 14 anni, agli studenti quando devono scegliere le scuole superiori. Roba da tenere presente sempre, perchè io errori ne ho fatti e sensi di colpa ne ho, ma l'unica scelta di cui veramente mi sono dovuta pentire, l'unica cosa di cui realmente ho pensato finora "tornassi indietro..." è questa.

E ora, pronti a caricare le valigie, si parte. Accidenti.

giovedì 3 dicembre 2009

No, e qualche flash decente in una settimana buia

No.
E' l'unica parola che direi se potessi essere sincera, in certi momenti.

In questi giorni l'ho anche detta:

1)"blablablablah Natale blablablah blah parenti blahblah pranzi cene feste regali blah?"
E io:
"No. Riduciamo. Spostiamo. Tagliamo"

2) "blablablablah uscita didattica blahblah commissione progetti blah?"
E io:
"Da che ora a che ora? Vediamo...no."

3) "blablablablah parente affezionata blablablah blah sicuramente presente matrimonio blahblah e felice per loro?"
"No guarda, tanto affezionata sì, a lanciare riso e fare foto mentre una persona che per me è come una sorella sposa un senzapalle presuntuoso che vi sfrutta tutti e la farà vivere di merda, no"

4) "blablablablah non lo faccio mai più blablablah blah non chiami mio padre blahblah professoressa glielo giuro?"
"Spiritoso. Potevi pensarci prima. No"

5) "blablablablah taglio fondi blablablah blah mancanza finanziamenti blahblah tagliare le ore dei progetti di recupero?"
"ASSOLUTAMENTE NO"

Ma c'era un altro no che dovevo dire e starei urlandolo, se non temessi di far peggio, spero che mordersi la lingua almeno serva a qualcosa, perchè ci sto di merda.

Flash decente n.1
Ieri sono arrivata a casa con l'umore sotto i tacchi. Il Gigante stavolta invece che a uno dei ragazzini ha fatto il mazzo a me, e aveva ragione. E questa è solo la parte lavorativa di una giornata per altri aspetti spaventosa. L'Uomo cenava fuori e io ho tentato un recupero della serata andando dalla Diavolessa a vedere la finale di X Factor, con Bibi e Pallina stravaccate addosso sul divano di pelle, e per un'ora circa ho tenuto le mani sulla pancina calda o di Bibi o di Pallina (cazzo ne so? sono gemelle identiche ed era buio) e il naso nei suoi capelli profumati di shampoo per bambine e mi sono sentita a casa.

Flash decente n.2
Ieri mattina ho interrogato di Letteratura in seconda e per la prima volta ho chiesto Dante. Erano proprio preparati. E oggi ho fatto la prova scritta su stilnovismo e primi canti dell'Inferno e, da quel che ho visto, andrà bene alla maggioranza di loro. Grande gioia mia e loro e così, quando passo da Punta di Diamante che, in tutto il compito da Oscar che ha prodotto, soffre e si agita perchè non gli viene un'unica risposta, e vedo che invece che Guido Guinizzelli ha scritto Guido Guidolini, non so perchè ma scoppio a ridere e, guardando la sua furba faccetta, proprio me la rido di gusto fino alle lacrime, probabilmente permettendo alla parte allegra di me, che da giorni stava chiusa in cantina con le catene ai piedi, di uscire allo scoperto. E penso che sì, ha ragione Cavallino, nella vita a trentacinque anni devi ormai sapere chi sei, e se sei una che ride volentieri non devi assolutamente perdere il centro di te perchè qualcosa va storto.

Flash decente n.3
Oggi si parla di convocazioni straordinarie, provvedimenti disciplinari e casini vari, e sapendo che sarà una giornata difficile vado a scuola alle otto già col mal di testa, conscia che me lo dovrò tenere, perchè comunque finirò di lavorare alle cinque passate. Il recupero del pomeriggio è solo per la terza: composizione del gruppo, Occhi d'Arabia, la Peste, Testa di Ricci, lo Straniero, Faccia Pulita. Assenti: Coniglietto.
Un attimo prima di entrare in classe realizzo che ho convocato solo maschi e tremo al pensiero di tre ore con la crème della III C. Infatti mi triturano, spero imparino a distinguere un transitivo da un intransitivo, ma tenerli zitti non è possibile, fermi è difficile, attenti è un'utopia, concentrati è un miraggio.
Dopo l'intervallo lo Straniero rientra con qualcosa di strano, me ne accorgo quando, parlandomi, sbatte le palpebre:
"Straniero, come mai hai un brillantino sopra l'occhio, ti sei sbaciucchiato con una ragazza nell'intervallo?" dico senza pensare molto se sto facendo una battuta o ci sto azzeccando di brutto.
Fischio invidioso dei compagni, risata colpevole e grido di innocenza dell'interessato:
"NOOOO, no ha stato con ragazza!"
"No?" chiedo, iniziando a divertirmi, perchè non avevo mai fatto caso a come arrossisce un quindicenne marocchino: diventa appena appena rosa, sotto il tipico colorito olivastro dei Berberi.
"No ha stata lei, ha sbattuto contro!", ma intanto ride, mi guarda con gli occhi che la sanno lunga e improvvisamente dimostra tutto l'anno e mezzo che ha più degli altri.
"See, see" interviene Occhi d'Arabia.
"No te lo giuro, prof, no è mia ragazza!"
E Occhi d'Arabia: "Allora domani le chiedo se vuol mettersi con me"
Al che lo Straniero, con una dizione perfetta: "No: ti ammazzo!"

mercoledì 2 dicembre 2009

Spalle al muro (?)

Questo non è un post autocommiserativo

Questo è un messaggio preciso a una persona precisa che per il momento non riesco a contattare in altro modo

Questo è quindi ovviamente off topic

I pareri di terzi, anche se chiaramente scrivono in generale e alla cieca senza sapere a cosa mi riferisco, sono comunque graditi, perchè in realtà sto brancolando nell'oscurità dopo segnali contraddittori della persona coinvolta.

Ho fatto degli errori, tanti e gravi e la cosa peggiore è che non li ho capiti.
Nella mia natura (forse ingenua e superficiale, sicuramente ottimista) e nel mio modo di fare bambino ed egoista sta l'istinto, quando faccio un danno, di giustificarmi, e anche quello di correre a rimediare.
Non sono il tipo che, avendo fatto un danno, sta zitto sperando che gli altri se lo scordino. O si astiene dal muoversi per non farne altri.
Sono il tipo che si agita e corre a portare la colla per riattaccare i cocci. Questo non significa che sia il tipo che non si accorge di aver rovinato qualcosa, nè che sottovaluti quanto sono taglienti i cocci per gli altri. La mia reazione è lo stesso quella di FARE QUALCOS'ALTRO che in parte possa compensare, o possa davvero risolvere, se si può. Il che naturalmente richiede che uno possa entrare di nuovo nella stanza dove ha rotto l'oggetto.

Quello che non sono (più) è il tipo che, avendo fatto un danno, si chiude in una stanza e si procura del dolore fisico con una frusta finchè la persona ferita viene a dire che può bastare. Non credo nella penitenza, molto di più nella riparazione.
E sinceramente penso sia un atteggiamento sano.

Se non ricevo altri input di segno chiaramente opposto, farò di testa mia e continuerò a cercare di telefonarti.

martedì 1 dicembre 2009

Incontro a mezzogiorno

Appena mi hai visto nella tua espressione sono passati:
1 speriamo che non si fermi
2 speriamo che non sappia che ore sono
3 speriamo che non me lo chieda

Io però ho fermato la macchina, abbassato il vetro e ti ho sorriso:
"Come va?"
E tu subito:
"Bene, ogginonsonoascuolaperchèuscivoprimacioèhmmm..."
Io sempre luminosa e sorridente:
"Come sta andando? Il pagellino è arrivato?"
"Sì, ne ho tre sotto, ma sono tre cinque eh, e non sono storia e italiano"
E prima che potessi chiederti cosa sono, mi hai tappato la bocca con:
"Italiano ho sette, storia sei"
E io fiduciosa e sempre più sorridente:
"Ma bene, sono molto contenta... comunque me lo dicevano i tuoi compagni che ti trovi bene"
"Sì... oddio... mi trovo, dai" e hai sorriso, finalmente un po' più sincero.
"Massì dai. Non sei ancora scappato al XXX (nota scuola superiore professionale, dalle cui finestre piovono le sedie)"
E tu hai fatto ancora quel tuo sorriso nervoso che mi è tanto mancato e hai detto:
"No"
E io ti ho salutato, sempre sorridendoti con calore.

Ho visto la tua paura.
Ho visto il nervosismo all'idea che ti chiedessi se ci vai, a scuola, e cosa facevi per strada a quell'ora.
Ho visto che ti aspettavi l'Inquisizione spagnola.
Ho visto che l'importante era non darmi modo di sapere e parlarmi il meno possibile.
Ho visto una brutta ferita sul tuo labbro superiore.
Ho visto che sei ancora magro magro e cammini raso muro, un po' storto, con l'aria selvatica di sempre.
Ho visto che quelle sopracciglia fini sono sempre aggrottate e il tuo sguardo sfugge ancora, dopo tre anni, dagli occhi di chi ti vuole bene e si preoccupa per te.
Ho visto, quando ho accettato con un sorriso il tuo "mi trovo, dai", una piccola, lontana luce di simpatia e fiducia, l'ombra pallida di quella che vedevo ogni giorno quando noi prof delle medie ti proteggevamo e guidavamo e sgridavamo e cercavamo di motivarti a stare fuori dai guai.
Ho pensato a quella volta che mi hai detto "io non finirò come mio fratello, solo con la terza media" e dentro quel discorso tutti e due stavamo parlando di ben altro che di un titolo di studio.
Ho per la miliardesima volta in tre anni pensato che ragazzo saresti se non fossi nato lì dove sei. Se avessi potuto portarti via.
E ti ho lasciato andare, Giovane Lupo, comunque felice di averti visto, pensando agli animali randagi che ringhiano anche a chi li ha appena nutriti, alle tue sopracciglia perennemente tese in una posa di rabbia e dolore e alle ciglia che invece sbattono inconsapevolmente, tra sorpresa e piacere, quando capisci che, anche se tu ringhi e mostri i denti, alcune mani non si ritrarranno mai e potrai sempre avere una carezza, se ti vorrai avvicinare.