Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.
domenica 26 novembre 2017
domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
lunedì 13 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - ultimo capitolo
Mercoledì, ore 12 circa
Bussano alla porta della sala prof. Non solo, ma la porta resta chiusa. Quando succede così, è uno di quelli timidi.
"Avanti", esalo. Sperando di non dovermi alzare, perché ho il tubo dell'ossigeno collegato a una macchina che mi tiene in vita: i polmoni li ho sputati tutti e due sul pavimento della prima.
Il mercoledì abbiamo tre ore. Abbiamo fatto il primo tema.
Domande, a inizio mattinata:
"Cos'è un tema?"
"Cos'è un protocollo?"
"Perché ci vogliono un foglio per la brutta e uno per la bella?"
"Ma cosa devo fare?"
"Va bene il foglio piegato così?"
"Posso parlare di quella volta che..."
"Prof, ma tu lo correggi questo?"
"Cosa scrivo?"
"Ma in stampatello?"
Chiudere gli occhi. Respirare profondamente. Visualizzare le maestre impiccate ai pali della luce lungo la strada che sale al paese. Spiegare tutto. Una volta. Due. Dieci. Trentasei volte.
Durante il tema Offendino vuole andare a casa. È malato, ha mal di pancia. Ho trascurato di dirvi che da qualche giorno in prima c'è un nuovo alunno: un virus gastrointestinale grosso come un bambino, che sta facendo il giro dei banchi.
Nel casino generale, dovrei accorgermi che Fulminato non si staglia sulla classe come al solito con le sue strida, e che sta seduto. Ma ci faccio caso solo quando, con un filino di voce, si piega verso la cattedra dalla prima fila e mormora: "Posso andare in bagno? Ho male."
Di lì a poco dovremo mettere in atto la procedura standard ormai consolidata da giorni di pratica: Fulminato vomita in bagno, uno dei barellieri (a turno il Missile, lo Scugnizzo, il Cardinale o il Calunniato) monta di guardia sulla porta per segnalare se il malato di turno cade, sviene o piange, io chiamo un genitore che se lo venga a prendere, le bidelle perché lo prendano in carico, e gli Swat per contenere il resto della classe nel frattempo.
Intanto Cucciolino ha comprato quattro merendine, oggi. Lui mal di pancia non ce l'ha. Gliele sto conservando sulla cattedra. Perché non gliele rubino e perché non le mangi tutte subito.
Il tema, dopo tre ore, è ancora nella mente di Dio. Si sono agitati con fogli, margini, bianchetti, penne, idee vaghe. Il Calunniato è venuto alla cattedra dopo un'ora e mezza. Il Calunniato è il fratello piccolo di Teppa Gentile e di Satana. Da tutti, genitori, fratelli, maestra, definito "il peggiore dei tre". Io, che già stentavo a credere che esistesse qualcuno peggiore di Satana, lo trovo educato e in gamba. Da cui il nomignolo.
Un paio di occhi di un bell'azzurro scuro, che ricorda il mare di Genova quando è appena tornato il sole dopo la pioggia. Resto ogni volta stupita da quante sfumature di azzurro, blu, violetto e celeste possano avere gli occhi delle persone qua in Piemonte. In quindici anni non ho visto due volte la stessa. Comunque il foglio del Calunniato è bianco. E negli occhi azzurri si legge lo smarrimento. Il titolo era: "Descrivo un personaggio di fantasia che mi piace e racconto una sua avventura che mi ha emozionato".
"Io non so chi mettere."
"Ma dai, Calunniato. Un personaggio di una storia!"
"Ma io non leggo."
"Ma di un film, allora."
"Non so..."
"...una serie tv?"
"Non le guardo."
"...un giochino del computer?"
"Ma io non ci gioco..."
"Ma scusa, Calunniato, che fai al pomeriggio? Vai a donne?"
Sguardo da calunniato, appunto:
"Vado a cavallo..."
All'improvviso ho la visione di una famiglia di cinque, di cui quattro, i due genitori e i due figli grandi, tendenti all'irresponsabilità cronica, tutti presi da sbevazzate con amici, calcio, giochi online e telefonini, e uno che arriva alle otto di sera, stanco morto e con odore di stalla, dopo aver strigliato per bene il suo cavallo e anche altri del maneggio, mangia e crolla a letto fino al mattino dopo, sognando praterie e steccati da saltare.
Mi vergogno come un ladro.
"Oh, ehm, tesoro, è un bellissimo passatempo, sei sempre all'aria aperta. Ma come facciamo per questo tema?"
Alla fine si decide a parlare di un personaggio di Squadra antimafia che si ricorda. Mi appunto mentalmente di dare un titolo sui cavalli la prossima volta.
Alla fine delle tre ore comunque sono stravolta. Ho strillato tanto per sgridarli al momento della consegna, che la terza nell'aula a fianco la trovo già col giubbotto antiproiettile addosso, e muta.
E quindi arriviamo a una timida bussata alla porta della sala prof, verso mezzogiorno.
"Avanti!"
Spuntano sei o sette faccine preoccupate. Non ricordo esattamente chi sono, ma il mio cervello registra che mi hanno mandato una selezione dei miei prediletti, assortendoli anche per colore come in una pubblicità di Benetton: dal biondissimo Missile ai ricci sparati dell'Irresistibile, che è etiope e sembra fatto di cioccolata col cacao al 99%. Uno di loro mi tende un ordinato foglio arancione con le scuse di tutta la classe.
"Siete dei fetenti. Disgraziati. Sparite dalla mia vista..." rantolo, mentre mi scappa un sorriso che mi scioglie come burro.
I colleghi presenti restano immobili, affascinati. È uno di quegli attimi perfetti, che tutti noi sappiamo essere la ragione per la quale, sempre e comunque, al suono della campanella, anche domani saremo lì.
Quando i ragazzi sono usciti, guardo il foglio. Le firme di tutti i presenti, un grosso scusi scritto sotto il nome del Cinghiale, che è quello che mi ha fatto sclerare per ultimo, e poi una che si distingue: "il suo amico Missile Coreano".
Due giorni dopo, il collega Orsone arriverà a sua volta decorato da un foglietto del "suo amico" Missile. E con una specie di uovo di Pasqua della Juve, ritagliato tutto storto dal Cinghiale, che glielo ha donato con la scritta "per il proffessore più bravo alluniverso".
E come fai a non amarli.
Bussano alla porta della sala prof. Non solo, ma la porta resta chiusa. Quando succede così, è uno di quelli timidi.
"Avanti", esalo. Sperando di non dovermi alzare, perché ho il tubo dell'ossigeno collegato a una macchina che mi tiene in vita: i polmoni li ho sputati tutti e due sul pavimento della prima.
Il mercoledì abbiamo tre ore. Abbiamo fatto il primo tema.
Domande, a inizio mattinata:
"Cos'è un tema?"
"Cos'è un protocollo?"
"Perché ci vogliono un foglio per la brutta e uno per la bella?"
"Ma cosa devo fare?"
"Va bene il foglio piegato così?"
"Posso parlare di quella volta che..."
"Prof, ma tu lo correggi questo?"
"Cosa scrivo?"
"Ma in stampatello?"
Chiudere gli occhi. Respirare profondamente. Visualizzare le maestre impiccate ai pali della luce lungo la strada che sale al paese. Spiegare tutto. Una volta. Due. Dieci. Trentasei volte.
Durante il tema Offendino vuole andare a casa. È malato, ha mal di pancia. Ho trascurato di dirvi che da qualche giorno in prima c'è un nuovo alunno: un virus gastrointestinale grosso come un bambino, che sta facendo il giro dei banchi.
Nel casino generale, dovrei accorgermi che Fulminato non si staglia sulla classe come al solito con le sue strida, e che sta seduto. Ma ci faccio caso solo quando, con un filino di voce, si piega verso la cattedra dalla prima fila e mormora: "Posso andare in bagno? Ho male."
Di lì a poco dovremo mettere in atto la procedura standard ormai consolidata da giorni di pratica: Fulminato vomita in bagno, uno dei barellieri (a turno il Missile, lo Scugnizzo, il Cardinale o il Calunniato) monta di guardia sulla porta per segnalare se il malato di turno cade, sviene o piange, io chiamo un genitore che se lo venga a prendere, le bidelle perché lo prendano in carico, e gli Swat per contenere il resto della classe nel frattempo.
Intanto Cucciolino ha comprato quattro merendine, oggi. Lui mal di pancia non ce l'ha. Gliele sto conservando sulla cattedra. Perché non gliele rubino e perché non le mangi tutte subito.
Il tema, dopo tre ore, è ancora nella mente di Dio. Si sono agitati con fogli, margini, bianchetti, penne, idee vaghe. Il Calunniato è venuto alla cattedra dopo un'ora e mezza. Il Calunniato è il fratello piccolo di Teppa Gentile e di Satana. Da tutti, genitori, fratelli, maestra, definito "il peggiore dei tre". Io, che già stentavo a credere che esistesse qualcuno peggiore di Satana, lo trovo educato e in gamba. Da cui il nomignolo.
Un paio di occhi di un bell'azzurro scuro, che ricorda il mare di Genova quando è appena tornato il sole dopo la pioggia. Resto ogni volta stupita da quante sfumature di azzurro, blu, violetto e celeste possano avere gli occhi delle persone qua in Piemonte. In quindici anni non ho visto due volte la stessa. Comunque il foglio del Calunniato è bianco. E negli occhi azzurri si legge lo smarrimento. Il titolo era: "Descrivo un personaggio di fantasia che mi piace e racconto una sua avventura che mi ha emozionato".
"Io non so chi mettere."
"Ma dai, Calunniato. Un personaggio di una storia!"
"Ma io non leggo."
"Ma di un film, allora."
"Non so..."
"...una serie tv?"
"Non le guardo."
"...un giochino del computer?"
"Ma io non ci gioco..."
"Ma scusa, Calunniato, che fai al pomeriggio? Vai a donne?"
Sguardo da calunniato, appunto:
"Vado a cavallo..."
All'improvviso ho la visione di una famiglia di cinque, di cui quattro, i due genitori e i due figli grandi, tendenti all'irresponsabilità cronica, tutti presi da sbevazzate con amici, calcio, giochi online e telefonini, e uno che arriva alle otto di sera, stanco morto e con odore di stalla, dopo aver strigliato per bene il suo cavallo e anche altri del maneggio, mangia e crolla a letto fino al mattino dopo, sognando praterie e steccati da saltare.
Mi vergogno come un ladro.
"Oh, ehm, tesoro, è un bellissimo passatempo, sei sempre all'aria aperta. Ma come facciamo per questo tema?"
Alla fine si decide a parlare di un personaggio di Squadra antimafia che si ricorda. Mi appunto mentalmente di dare un titolo sui cavalli la prossima volta.
Alla fine delle tre ore comunque sono stravolta. Ho strillato tanto per sgridarli al momento della consegna, che la terza nell'aula a fianco la trovo già col giubbotto antiproiettile addosso, e muta.
E quindi arriviamo a una timida bussata alla porta della sala prof, verso mezzogiorno.
"Avanti!"
Spuntano sei o sette faccine preoccupate. Non ricordo esattamente chi sono, ma il mio cervello registra che mi hanno mandato una selezione dei miei prediletti, assortendoli anche per colore come in una pubblicità di Benetton: dal biondissimo Missile ai ricci sparati dell'Irresistibile, che è etiope e sembra fatto di cioccolata col cacao al 99%. Uno di loro mi tende un ordinato foglio arancione con le scuse di tutta la classe.
"Siete dei fetenti. Disgraziati. Sparite dalla mia vista..." rantolo, mentre mi scappa un sorriso che mi scioglie come burro.
I colleghi presenti restano immobili, affascinati. È uno di quegli attimi perfetti, che tutti noi sappiamo essere la ragione per la quale, sempre e comunque, al suono della campanella, anche domani saremo lì.
Quando i ragazzi sono usciti, guardo il foglio. Le firme di tutti i presenti, un grosso scusi scritto sotto il nome del Cinghiale, che è quello che mi ha fatto sclerare per ultimo, e poi una che si distingue: "il suo amico Missile Coreano".
Due giorni dopo, il collega Orsone arriverà a sua volta decorato da un foglietto del "suo amico" Missile. E con una specie di uovo di Pasqua della Juve, ritagliato tutto storto dal Cinghiale, che glielo ha donato con la scritta "per il proffessore più bravo alluniverso".
E come fai a non amarli.
domenica 12 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso, parte terza
Martedì,
tutta la mattina, santiddio, tutta, coi primini
Prima
dell'alba sono già dentro, devo tenere per quattro ore i Gini.
Perché
non ho voluto accompagnare i grandi alle superiori, ben mi sta,
adesso me li tengo io tre ore, ciccia.
Porto
le mie borse in prima.
Arriva
Cucciolino, in corso di certificazione per disturbo classificabile
nello spettro dell'autismo. Mi fa uno stupendo sorriso felice e mi
mostra le mani piene di roba: un pacchetto di croccantelle, uno di
biscotti di farina di riso al cioccolato, un KitKat.
“Cucciolino!
Hai fatto la spesa?”
Lo
guardo da vicino. Ha, come tutte le mattine, i bordi di cioccolato
intorno alla bocca.
“Cucciolino,
hai di nuovo i baffi! Vai a lavarti. Ma senti, questa roba non la
mangi mica tutta in una volta, eh. Dai, metti sotto il banco.”
Saltella
via, sempre felice, con strilletti di entusiasmo.
Scuoto
la testa. Io sono della generazione di Rain Man, “certo, sono un
ottimo guidatore, papà mi fa sempre guidare la Buick lungo il
vialetto, certo. Mancano trentasette minuti alla Ruota della
Fortuna”. E quel che so degli autistici e degli Asperger (tra cui,
visto molto da vicino, il fascinoso quanto folle veterinario che ha
curato la Daisy nell'ultimo mese di vita) è che non si relazionano
agli altri in modo normale, soprattutto per quanto riguarda il
contatto fisico. Ma Cucciolino, a parte che ancora non sappiamo se
quella sia la diagnosi, è diverso. Lui, se lo trovi a metà
intervallo nel corridoio che gira su se stesso, salta e canta da
solo, e gli dici “Dai, accompagnami in sala prof”, perchè smetta
di roteare, infila una minuscola mano nella tua. Se ti deve chiamare
mentre passi tra i banchi durante una prova, cerca di abbracciarti
con quelle braccine magre, dal tocco leggerissimo, sembra un
passerottino che ti si posa su un fianco. All'inizio la reazione era
di saltare indietro come toccata dal ferro rovente, per la sorpresa
più che altro. Poi ho capito che si può fare, agli altri sembra
normale, dato che lui è tutto così strano, e poi le sue dimensioni
lillipuziane (è grande come il suo zaino. Non sto scherzando. Se si
accuccia, ci si può nascondere dietro) fanno sì che l'istinto di
prenderlo in braccio venga a chiunque. Quindi lo coccolo: soprattutto
perchè l'interazione verbale con lui è difficile, a volte non
ascolta, a volte ascolta ma non risponde. Quando lo fa, lo fa con una
voce da bimbo di quattro anni e mezzo. Ma non è che dica stronzate
eh. Non so se sappia contare gli stuzzicadenti a occhio, ma i nomi
degli dei e degli eroi greci se li ricorda a menadito. L'altro giorno
gli ho dato da correggere il dettato: come a tutta la classe.
Dovevano prendere un foglio dal quaderno e riscrivere le frasi con la
correzione. Solo alla fine mi sono accorta che stava riscrivendo le
frasi corrette sopra quelle sbagliate, sul protocollo della prova: e
mi sono data dell'imbecille quasi ad alta voce per non averci
pensato, ma intanto mi è uscito un gemito, nooooo N. cos'hai
fattoooo, e mentre mi chinavo per vedere l'ho preso un po' di colpo
per le spallucce: lui è scoppiato a ridere di pancia, allora ho
caricato la cosa e continuando a frignare ommioooodddioooooo e
adeeeeessoooo come faaaacciaaaamooooo l'ho tutto scrollato, per
gioco. Si è scassato dal ridere, con un pigolio da bimbo piccolo che
ha affascinato tutta la classe.
Comunque,
a metà di martedì mattina la mia lezione viene interrotta da un
caso di cronaca nera: sotto il banco di Cucciolino non ci sono più
tutte e tre le merendine. Mancano le croccantelle. Io decido di
giocarmela secca, alla prima: dopo aver cercato bene, dato che non si
trovano, enuncio che quando sparisce qualcosa, o esce il
responsabile, o si salta l'intervallo tutti finchè non esce. “Ma...
tutti?” “Tutti, certo.”
Per
fortuna, i Gini sono talmente gini che non sono sgamati come altre
classi, e alla notizia vanno in panico. Soprattutto perchè io
riabbasso gli occhi e continuo la lezione. L'intervallo è di lì a
poco. La tensione cresce palpabile. Cicciobello, altro con diecimila
problemi, si offre di comprare le croccantelle a Cucciolino. Ma io
dico che non è così che funziona, tra l'altro sarebbe un gesto
gentile se Cucciolino non avesse più niente per merenda, ma ha il
tesoro degli Atridi sotto il banco.
Fulminato,
il mio adorabile quanto insopportabile macedone, dopo un po' alza la
mano, con gli occhi bassi: “Le ho prese io le croccantelle di N.”
“Ah. E allora ridagliele.” “Non posso. Non ce le ho.” “???”
“E' che volevo fare l'intervallo.” Io e la Pianista riusciamo a
non ridere.
Suona
l'intervallo, me ne vado, lasciandoli con la collega. Espressione sul
volto dei Gini: quella di venticinque gattini lasciati in uno
scatolone ai bordi di una strada. Arrivo fino allo stanzino del caffè
e dopo un minuto, fuori dallo stanzino, si vedono gli ansiosi
occhioni blu del Missile Coreano, che mi stanno puntando. “Cosa ci
fai tu qui?” “Abbiamo trovato le croccantelle di N., prof.”
Giustamente hanno mandato lui a dirmelo, mi sembra di vedere tutti
gli altri che se la facevano sotto all'idea di attraversare la scuola
e incrociarmi. “Va bene, allora di' alla collega che potete
uscire.”
Al
mio rientro, già informata sul caso dalla Pianista, inchiodo
Cicciobello, che balbetta terrorizzato.
Se
Strepitoso è idealmente figlio di Meg Ryan e James Franco,
Cicciobello è il figlio di Anne Hathaway e non saprei quale padre,
comunque attraente. Ed è una palla d'ansia già in una giornata
normale.
“E
allora, spiega un po'?”
“No,
perchè, io sono entrato, no, e ho visto un pacchetto di croccantelle
per terra lì, no? E non sapevo di chi erano...”
“E
quindi hai detto: le metto sul banco e poi chiedo di chi sono?”
“...no.”
Occhioni nerissimi supplichevoli.
“Hai
detto: le metto sulla cattedra e poi chiedo di chi sono?”
“...no.”
Occhioni nerissimi bassi.
“E
dove le hai messe?”
“...nel
mio zaino.” Occhioni nerissimi che ormai puntano rassegnati al
pavimento. Credo che si stia visualizzando mentre, con la tuta
arancione e le catene ai piedi e alle mani, percorre il miglio verde
accompagnato dalle guardie. Là in fondo, anzi, si intravede anche la
sedia elettrica.
“E
magari la prossima volta fai una cosa un tantino più furba?”
Occhioni
nerissimi che mettono di nuovo a fuoco il pavimento.
“Tipo,
non so, lo dici subito, che ti è venuta quest'idea di metterti una
cosa non tua nello zaino?”
“S-sì.”
“Okay,
allora, prendete il libro.”
Sono
mesmerizzati. Non respira nessuno. Ma come? Non lo impicca? No, che
non lo impicco. Sono sicura che non serva.
Poco
dopo, stiamo lavorando indefessamente sui compiti di grammatica. E ad
un tratto, si scatena nella fila centrale un'altra onda di panico:
“N. ha perso un dente!!!”
Cucciolino
si gira e la mia sensazione è che un personaggio di American Horror
Story sia improvvisamente diventato tridimensionale e uscito dallo
schermo. Mi tende senza parlare un moncone di dentino insanguinato, e
nel frattempo spalanca la bocca cercando di produrre quanta più
possibile bava rossastra, la stessa bava con cui si è già
imbrattato ambedue le mani e che gli sta colando sul mento. Giurerei
che sta sorridendo. Per un attimo chiudo gli occhi, sperando di non
averlo visto veramente, e mi riprometto di non leggere mai più un
romanzo di Stephen King e di smetterla per sempre coi caffè e
qualunque altra sostanza psicotropa possa causare allucinazioni. Poi
riapro gli occhi e parto: “Cucciolino!!!Andiamo in bagno!!!”
Tenta di mettermi in mano il dentino. Lo prendo per le spalle e lo
giro su se stesso: “Quello mettilo subito nella tasca dei
pantaloni, Cucciolino, vieni che andiamo fuori!”
Esterrefatto,
un compagno: “Ma così si macchia di sangue i pantaloni!”
Mi
compare sulla fronte una scritta luminosa: “Sai-quanto-cazzo-
me-ne-può-fottere-a-me-dei-pantaloni” e incenerisco con uno
sguardo il compagno che ha parlato. Poi andiamo in bagno e continuo a
non capire se Cucciolino sia terrorizzato o entusiasta, dato che non
parla. Si impegna nel decorare di sputazza sanguinolenta tutto il
lavandino. Per bontà di Dio, sta arrivando la Bidella Gentile,
quella nuova, con lo straccio per i pavimenti. “Signora me lo
guardi qua un attimo, questo, che si sta sciacquando, occhio che
prima di rientrare deve lavarsi le mani bene”. Dall'aula, un
solerte Missile mi ha appena portato un flacone di amuchina gel,
gentilmente offerto da Maestrina. La bidella butta un occhio verso il
bagno, annuisce con aria esperta e prosegue. Dal bagno esce il mio
braccio che la afferra: “No, guardi che non ha capito. Deve stare
qua, e guardare che l'amuchina non se la beva”. Molla lo straccio e
mi libera. Più tardi, quando ci rivedremo in corridoio, io la
ringrazierò e lei mi dirà quello che dicono tutti di Cucciolino
dopo averlo conosciuto: 1.”Che tenero quel bimbo!”, 2. “Ma
com'è piccolo!” e 3. “E' normale?” Sì. Sì. Beh, non direi.
Peraltro, facciamo quattro ore, due di letteratura due di grammatica, e io esco che sono ancora in grado di guidare fino a Genova. E' un risultato. Ma verrà compensato a breve...
...continua...
venerdì 10 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - parte seconda
Lunedì, ore 9,00 circa
Ho impostato l'esercitazione di scrittura in terza secondo le nuove norme ministeriali, li ho piazzati a lavorare. Bussano. Ed ecco l'Orientale, lupus in fabula, uno splendore infagottato in felpa enorme e berrettino da rapper, quella su cui io, il Magnifico, il Genuino e la Pianista ci siamo dannati l'anima e che alla fine abbiamo bocciato.
Non avrei pensato di essere così contenta di vederla.
No, onestamente: non avrei proprio pensato di vederla.
Risento la mia voce furente: "Tu così in terza con me non ci vieni!". Frase grossa, che non mi è mai uscita con nessuno, dopo la quale sono stata male giorni. Ed eccola. Sospesa dalla nuova scuola, senza obbligo di frequenza. Dove si fa portare in macchina da un amico, tra l'altro exalunno scapestrato di Scuolina Rosa, a passare la mattina? Da noi.
Dopo le mie lezioni si ferma un'ora a parlare con me della situazione familiare. I servizi hanno convocato più volte la famiglia, che non si è presentata. Hanno un appuntamento in tribunale, ma non mi ha saputo spiegare. Crede che vogliano valutare se metterla in comunità. Le ho parlato a lungo delle opportunità che può avere e dei rischi che corre a girare in centro con gente sbandata. È cresciuta, non fa smorfie, si spiega bene, ascolta davvero. Le faccio promettere che mi metterà in contatto con la sua coordinatrice, che io tra l'altro conosco da quando vivo qui.
Alla campanella del secondo intervallo io le dico che sto andando via, lei parte verso il corridoio, dopo avermi abbracciata. Le avrei dato un bacino, ma non osavo. Un attimo dopo rientra sparata in aula computer: "Prof", e, senza altre parole, un bacino me lo dà lei. Stavolta, siccome il Magnifico non c'era, mi ha raccattato il Dolce Cowboy, mentre mi scioglievo in lacrime. Cazzo, sto invecchiando, prima piangevo solo quando nessuno mi vedeva.
...a seguire: quattro giorni presi a caso, parte terza
Ho impostato l'esercitazione di scrittura in terza secondo le nuove norme ministeriali, li ho piazzati a lavorare. Bussano. Ed ecco l'Orientale, lupus in fabula, uno splendore infagottato in felpa enorme e berrettino da rapper, quella su cui io, il Magnifico, il Genuino e la Pianista ci siamo dannati l'anima e che alla fine abbiamo bocciato.
Non avrei pensato di essere così contenta di vederla.
No, onestamente: non avrei proprio pensato di vederla.
Risento la mia voce furente: "Tu così in terza con me non ci vieni!". Frase grossa, che non mi è mai uscita con nessuno, dopo la quale sono stata male giorni. Ed eccola. Sospesa dalla nuova scuola, senza obbligo di frequenza. Dove si fa portare in macchina da un amico, tra l'altro exalunno scapestrato di Scuolina Rosa, a passare la mattina? Da noi.
Dopo le mie lezioni si ferma un'ora a parlare con me della situazione familiare. I servizi hanno convocato più volte la famiglia, che non si è presentata. Hanno un appuntamento in tribunale, ma non mi ha saputo spiegare. Crede che vogliano valutare se metterla in comunità. Le ho parlato a lungo delle opportunità che può avere e dei rischi che corre a girare in centro con gente sbandata. È cresciuta, non fa smorfie, si spiega bene, ascolta davvero. Le faccio promettere che mi metterà in contatto con la sua coordinatrice, che io tra l'altro conosco da quando vivo qui.
Alla campanella del secondo intervallo io le dico che sto andando via, lei parte verso il corridoio, dopo avermi abbracciata. Le avrei dato un bacino, ma non osavo. Un attimo dopo rientra sparata in aula computer: "Prof", e, senza altre parole, un bacino me lo dà lei. Stavolta, siccome il Magnifico non c'era, mi ha raccattato il Dolce Cowboy, mentre mi scioglievo in lacrime. Cazzo, sto invecchiando, prima piangevo solo quando nessuno mi vedeva.
...a seguire: quattro giorni presi a caso, parte terza
mercoledì 8 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - Prima parte
Venerdì
ore 08.30
Dovevo
entrare alle 10,45 al lavoro ma sono entrata alle 08,15. Sono andata
prima perchè doveva venire la zia – madre affidataria di Deboroh
con la certificazione della neuropsichiatria infantile sull'handicap
di Deboroh medesimo. Certificazione che la zia possiede da LUGLIO ma
che arriva venerdì tre novembre, quando è un po' tardino per
chiamare un insegnante di sostegno eh.
Zia
cerca di dare buca.
Impeccabile
si agita.
Io
prendo telefono.
Zia
alza culo di fronte al mio imperioso “sono entrata due ore e mezzo
prima apposta per incontrarla signora”.
Zia
arriva con cuginetta di Deboroh, duenne, sporca come un animale e
completamente piena di croste di varicella. Bimba tocca ovunque,
corre ovunque, tende le mani verso il barattolo delle caramelle della
sala prof, prendo io una caramella per lei prima che lo scagli in
terra, gliela do, la succhia e la SPUTA sul pavimento.
Il
foglio della certificazione è incompleto, gli altri fogli cui fa
riferimento zia non li ha portati, manca una visita all'ASL col
medico competente, Impeccabile mentre zia porta via bimba zozza si
agita, io la fulmino e scandisco: “ser-vi-zi”, lei si agita “eh
magari sentiamo l'assistente sociale dopo che la zia ha portato
Deboroh al controllo”, io la rifulmino e abbaio “no no PRIMA, e
poi chiamiamo la NPI per segnalare che manca un pezzo, e poi
richiamiamo la zia per verificare che ci vada, al controllo”.
Impeccabile
annuisce, mortificata.
Bidella
lava pavimento dove bimba zozza ha sputato caramella.
Io
mi allontano saettando maledizioni.
Venerdì
ore 12,00 circa
“Quando
posso recuperare?”
“Mai,
direi, visto che oggi era l'ultimo giorno.”
“Ma
prof...”
Non
do spago.
Quantoso'bono
non insiste. Sono ventisei, e venticinque di loro (anche Diddle, che
è totalmente spastico e non parla) hanno portato, come da programma,
il loro frammento di presentazione in Word, in .ppt, o in
qualsivoglia altro formato, contribuendo almeno con un pezzettino
alla megaricerca collettiva sul vulcanesimo. Lui ha dichiarato che
non c'era, il suo pezzo, nella cartella organizzata dall'Impeccabile
sul pc della classe.
Lo
abbiamo cercato nelle altre cartelle, se per caso un trascina e
incolla avesse scombinato i file. No eh, non c'è da nessuna parte.
Boh. Quattro. Non faccio in tempo a mettere i voti sui diari, ma è
chiaro che è un'insufficienza, a essere onesti sarebbe un due, ma
poi è la prima volta che non sento ragioni e non accetto posticipi.
Quattro può bastare.
Venerdì
ore 14,40
Sono
seduta in bagno a casa mia, sto facendo la seconda pipì della
giornata. Il mio cellulare prende a squillare a raffica: sei chiamate
di fila da un numero sconosciuto. Tra la quinta e la sesta chiedo di
identificarsi. E' la mamma di Quantoso'bono che vuole capire come mai
il figlio ha preso quattro, se la ricerca l'ha portata.
La
informo via messaggio che i materiali non sono stati presentati dal
suo bellissimo quanto rognosisssimo figlio. E suggerisco di parlarne
lunedì (e che cazzo sono pur sempre le tre meno un quarto di
venerdì, io sono a scuola ogni mattina e vari pomeriggi, anche fuori
dal mio orario). Si scusa e specifica che i materiali erano sulla
chiavetta. Quale chiavetta, rispondo io, in termini un po' più
articolati. No chiavetta no party, il bel bambino si tiene il
quattro.
Lunedì
ore 07.45
L'Orsone,
che in meno di un mese è diventato la mia non dolce ma perfida metà,
mi sta caricando come al solito di caffeina senza rimorsi. Morirò di
orrendi problemi circolatori, perchè ogni volta che mi vede andiamo
a prendere un caffè, non so quanti ne assuma lui in un giorno, però
è alto e pesa il doppio di me. Scrivendo ciò, formulo
inevitabilmente un pensiero (a dire il vero con un senso di sollievo)
su come mi sentirei se fosse il Magnifico che, ogni volta che mi
vede, mi toglie praticamente di peso da quel che sto facendo per
portarmi nello stanzino. Quasi al buio, tra l'altro, perchè è
presto e piove. Ma io e l'Orsone nella semioscurità tramiamo meglio
piani malefici, vendette trasversali, punizioni da manuale, trappole
di morte.
Parentesi:
ieri Missile Coreano (suona meglio di Testata Nucleare, e il concetto
è lo stesso) mi ha accolto, mentre tornavo dal bagno, con due dita
messe a croce davanti a sé, in stile “vade retro Satana”. Io
l'ho guardato senza sorridere e gli ho detto “Missile, la mia
oscura potenza non viene fermata da questi mezzucci, io entrerò
ugualmente”. E' fuggito verso il suo banco.
Comunque,
io e l'Orsone siamo lì che ci affiliamo le zanne per sbranare
bambini, e arrivano Quantoso'bono e madre. Accolti sulla porta del
tenebroso stanzino, con spiegazione mia su quanto accaduto venerdì,
e aggiunta del collega: “Settimana scorsa ho dato delle domande di
scienze, da fare scritte, è stato a braccia incrociate e ha
consegnato in bianco”. Madre: “A.? Cos'hai da dire?”
Quantoso'bono
abbassa le lunghe ciglia e tace. La chiavetta con la ricerca c'era,
ok, la madre giura di avergliela messa lei personalmente
nell'astuccio. “Però signora, se lui non lo dice...” “Certo,
capisco...” “Perchè ti opponi così, A.?” Ciglia. Occhi
lucidi. Mascella contratta. Silenzio.
Torchiato
un po' il bello e inutile, senza risultato, io affermo che ora lui
può andare, lui va, la mamma resta. Poi guardo l'Orsone, gli invio
il messaggio subliminale “mo' je faccio er cucchiaio”, e entro
secca:
“Signora,
scusi se chiedo, ma la ragazzina la vede ancora?”
La
ragazzina è l'Orientale. Con la quale Quantoso'bono limonava
furiosamente da mesi, quando l'abbiamo bocciata. E che si è
trasferita in città.
“Uh
non me lo dica, no che non la vede più, li abbiamo allontanati, sa
com'è, E. aveva preso dei brutti giri... Poi due o tre volte si è
fatto accompagnare a Piccola Svizzera per vederla e lei non c'era nemmeno.
Allora gli abbiamo detto di lasciarla perdere.”
“Mmm
e questo quando è successo?”
“Da
poco, due settimane fa.”
“Ecco
vede, non sarebbero fatti miei eh, però in effetti più o meno due
settimane fa A. era talmente fuori che CAMMINAVA SUI SOFFITTI, invece
di stare fermo nel banco.”
Madre
annuisce, capendo benissimo cosa intendo. Collega assiste al mio goal
assestato con precisione chirurgica e annuisce. Annuisco pure io e
dico che magari proverò a parlare a Quantoso'bono.
...continua...
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