Avevo un bel post pieno di buoni propositi da scrivere. Ma era Natale, e c'era troppo da fare. I buoni propositi, invece di scriverli, è stato necessario metterli in pratica.
Poi l'Uomo ha fatto una cosa potenzialmente gravissima. Di quelle che ti possono cambiare completamente la prospettiva su una persona, anche se tutto il tuo essere lotta per non crederci. Ed è già la seconda cosa di questo tipo che fa, da settembre. Per circa diciotto ore sono rimasta del tutto annichilita da quanto stavo vedendo, e al tempo stesso uno o due passi indietro: no, ci sono responsabilità che NEMMENO IO voglio condividere con lui.
Ho comunque incrollabilmente dormito al suo fianco. Memore di un dialogo di qualche giorno prima con la Princi. Io: "Devo prendere qualcosa per i suoceri, per Natale", lei: "Che voglia", e io: "Sai com'è, io tengo la posizione."
Tenevo la posizione, l'altra notte, perché dentro di me una Castagna venticinquenne, con gli occhi sgranati, guardava un Uomo di ventisei anni, bello come il sole e pieno di amore, di battute intelligenti che spezzano le ginocchia e di idee rapinose, e la Castagna di quasi quarantadue anni non è riuscita, NEMMENO STAVOLTA, a impedire alla sua omonima di sperare che lui fosse, nel profondo, ancora se stesso. Ha ceduto e cercato di non far notare la sua atroce diffidenza e la sua delusione bruciante. Troppo pericoloso, se lui se ne fosse accorto.
Ma il sonno, soprattutto verso mattina, è stato orribile. Sogno che lui mi dice che ha un'altra famiglia, in un paese da queste parti. Che ci sono tre figli di questa donna e l'altra, quella prima, ne aveva due. Che vogliono andare a vivere insieme e si stanno organizzando. E intanto capito in una sala dell'ospedale, al primo giorno di specializzazione in pronto soccorso, e siamo tanti specializzandi, tra cui io, la Princi e altri due siamo piombati lì in ritardo, io mentre inseguivo l'Uomo che frattanto mi spezzava il cuore con queste sue parole, dette sgarbatamente. Il primario, giustamente, ci striglia. Poi, su e giù per l'ospedale, correndo dietro all'Uomo, passo per un appartamento arredato con cattivo gusto anni Settanta, e mi viene presentato l'ex marito di quella che vuole andare a vivere con mio marito. Un tizio unticcio, finto figo, sgradevole e volgare al massimo, che sostiene che dobbiamo consolarci tra noi, dato che siamo stati lasciati. E io lo respingo, e questo diventa molesto. Poi mi scaravento dentro un ascensore dell'ospedale, e uno specializzando spocchioso mi squadra e dice: "ah, e tu sei una di quelle che sono arrivate in ritardo, una specializzanda di serie C". Al che io rispondo, senza minimamente alterarmi: "guarda, nella mia vita è sempre andata così: se non sono capace, mi tolgo, ma se in una cosa sono capace, stai pur certo che sono in serie A".
Ed è una gran bella risposta, cercherò prima o poi di spendermela anche da sveglia. Però lì sognavo, ero in un incubo angosciante, e non riuscivo a uscirne.
Il giorno dopo lui sceglie, anche se in ritardo, di fare la cosa giusta. La Castagna quarantaduenne resta a torcersi le mani, e l'anima. Quella di venticinque anni gira sul suo meraviglioso compagno di corso due occhi verdi pieni di fiducia, ammirazione e amore. Stregata dal suo carisma e dalla sua fragile, inquieta profondità. Proprio come allora. Ma cerca di non farlo notare. Troppo pericoloso.
La notte prima era stata la Castagna di quarantadue anni in cabina di regia a scegliere i sogni. La seconda notte il canale lo sceglie l'altra. Sogno di essere con l'Uomo nella casa di campagna. Sogno di fare l'amore con lui tutta la notte. Ahimè alle cinque e mezza lui si alza per andare in bagno, e strappa via il sonno in cui ero così felice.
Al mattino è durissima conciliare tutto, la paura, la speranza, la vergogna, la fiducia. La posizione è rimasta salda, anche se non si sa se sia un bene. La mente è confusa. Il cuore, purtroppo, ci vede benissimo.
giovedì 28 dicembre 2017
sabato 16 dicembre 2017
Posa la zavorra, capitolo 4 - E possibilmente non andarle dietro
Ci sto provando.
La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.
Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti, a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.
Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.
Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.
La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.
Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti, a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.
Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.
Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.
martedì 12 dicembre 2017
Undici anni e fare già sfracelli
"Chi era Calcante?"
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.
Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.
Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.
Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.
Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.
Non sono mai stanca. È bellissimo.
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.
Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.
Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.
Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.
Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.
Non sono mai stanca. È bellissimo.
martedì 5 dicembre 2017
I regali
“Tu
sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di
farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di
meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa
avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal
contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo”
(lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero
Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino,
tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere
sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà,
pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le
Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di
tecnica).
Comunque,
di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici,
amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante
una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a
scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo
anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo
smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle
medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è
morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i
miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è
contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle
persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e
a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su
cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in
banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non
perderai più.
Per
una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle
mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a
conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens?
Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna
o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un
giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il
meglio del 2017.
Lo
vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio
istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta
combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così:
mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per
abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè
so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso
punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso
anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio
oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.
E
non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno,
non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale.
Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata...
spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni.
“Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata
la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti
benissimo.
Alla
sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia
piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte
forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei
giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E'
stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso,
per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i
costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno
stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine,
un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il
tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due
esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la
minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno
semplice.
E
non è così che deve essere un regalo.
A
una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal
fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più
che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità
unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi
accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati
sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non
ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi
lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano
del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali,
se gli dici di smetterla di farti male, la smettono.
I
regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente
parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le
menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il
suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi
per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non
divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi
vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il
peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il
Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è
da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa
chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la
Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per
stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si
vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un
pezzo.
Io
sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di
malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se
morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè
cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho
apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose
magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho
sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano
in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti
scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento.
O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati
dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.
(Ma
l'avrà davvero scritto Dickens?)
domenica 26 novembre 2017
Psicologhe, carte degli angeli, cuscini e straccetti di tacchino
Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.
domenica 19 novembre 2017
E una notte tra molte
No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:
Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.
Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.
Basta, pietà.
E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.
E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.
No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.
Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.
Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.
Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.
lunedì 13 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - ultimo capitolo
Mercoledì, ore 12 circa
Bussano alla porta della sala prof. Non solo, ma la porta resta chiusa. Quando succede così, è uno di quelli timidi.
"Avanti", esalo. Sperando di non dovermi alzare, perché ho il tubo dell'ossigeno collegato a una macchina che mi tiene in vita: i polmoni li ho sputati tutti e due sul pavimento della prima.
Il mercoledì abbiamo tre ore. Abbiamo fatto il primo tema.
Domande, a inizio mattinata:
"Cos'è un tema?"
"Cos'è un protocollo?"
"Perché ci vogliono un foglio per la brutta e uno per la bella?"
"Ma cosa devo fare?"
"Va bene il foglio piegato così?"
"Posso parlare di quella volta che..."
"Prof, ma tu lo correggi questo?"
"Cosa scrivo?"
"Ma in stampatello?"
Chiudere gli occhi. Respirare profondamente. Visualizzare le maestre impiccate ai pali della luce lungo la strada che sale al paese. Spiegare tutto. Una volta. Due. Dieci. Trentasei volte.
Durante il tema Offendino vuole andare a casa. È malato, ha mal di pancia. Ho trascurato di dirvi che da qualche giorno in prima c'è un nuovo alunno: un virus gastrointestinale grosso come un bambino, che sta facendo il giro dei banchi.
Nel casino generale, dovrei accorgermi che Fulminato non si staglia sulla classe come al solito con le sue strida, e che sta seduto. Ma ci faccio caso solo quando, con un filino di voce, si piega verso la cattedra dalla prima fila e mormora: "Posso andare in bagno? Ho male."
Di lì a poco dovremo mettere in atto la procedura standard ormai consolidata da giorni di pratica: Fulminato vomita in bagno, uno dei barellieri (a turno il Missile, lo Scugnizzo, il Cardinale o il Calunniato) monta di guardia sulla porta per segnalare se il malato di turno cade, sviene o piange, io chiamo un genitore che se lo venga a prendere, le bidelle perché lo prendano in carico, e gli Swat per contenere il resto della classe nel frattempo.
Intanto Cucciolino ha comprato quattro merendine, oggi. Lui mal di pancia non ce l'ha. Gliele sto conservando sulla cattedra. Perché non gliele rubino e perché non le mangi tutte subito.
Il tema, dopo tre ore, è ancora nella mente di Dio. Si sono agitati con fogli, margini, bianchetti, penne, idee vaghe. Il Calunniato è venuto alla cattedra dopo un'ora e mezza. Il Calunniato è il fratello piccolo di Teppa Gentile e di Satana. Da tutti, genitori, fratelli, maestra, definito "il peggiore dei tre". Io, che già stentavo a credere che esistesse qualcuno peggiore di Satana, lo trovo educato e in gamba. Da cui il nomignolo.
Un paio di occhi di un bell'azzurro scuro, che ricorda il mare di Genova quando è appena tornato il sole dopo la pioggia. Resto ogni volta stupita da quante sfumature di azzurro, blu, violetto e celeste possano avere gli occhi delle persone qua in Piemonte. In quindici anni non ho visto due volte la stessa. Comunque il foglio del Calunniato è bianco. E negli occhi azzurri si legge lo smarrimento. Il titolo era: "Descrivo un personaggio di fantasia che mi piace e racconto una sua avventura che mi ha emozionato".
"Io non so chi mettere."
"Ma dai, Calunniato. Un personaggio di una storia!"
"Ma io non leggo."
"Ma di un film, allora."
"Non so..."
"...una serie tv?"
"Non le guardo."
"...un giochino del computer?"
"Ma io non ci gioco..."
"Ma scusa, Calunniato, che fai al pomeriggio? Vai a donne?"
Sguardo da calunniato, appunto:
"Vado a cavallo..."
All'improvviso ho la visione di una famiglia di cinque, di cui quattro, i due genitori e i due figli grandi, tendenti all'irresponsabilità cronica, tutti presi da sbevazzate con amici, calcio, giochi online e telefonini, e uno che arriva alle otto di sera, stanco morto e con odore di stalla, dopo aver strigliato per bene il suo cavallo e anche altri del maneggio, mangia e crolla a letto fino al mattino dopo, sognando praterie e steccati da saltare.
Mi vergogno come un ladro.
"Oh, ehm, tesoro, è un bellissimo passatempo, sei sempre all'aria aperta. Ma come facciamo per questo tema?"
Alla fine si decide a parlare di un personaggio di Squadra antimafia che si ricorda. Mi appunto mentalmente di dare un titolo sui cavalli la prossima volta.
Alla fine delle tre ore comunque sono stravolta. Ho strillato tanto per sgridarli al momento della consegna, che la terza nell'aula a fianco la trovo già col giubbotto antiproiettile addosso, e muta.
E quindi arriviamo a una timida bussata alla porta della sala prof, verso mezzogiorno.
"Avanti!"
Spuntano sei o sette faccine preoccupate. Non ricordo esattamente chi sono, ma il mio cervello registra che mi hanno mandato una selezione dei miei prediletti, assortendoli anche per colore come in una pubblicità di Benetton: dal biondissimo Missile ai ricci sparati dell'Irresistibile, che è etiope e sembra fatto di cioccolata col cacao al 99%. Uno di loro mi tende un ordinato foglio arancione con le scuse di tutta la classe.
"Siete dei fetenti. Disgraziati. Sparite dalla mia vista..." rantolo, mentre mi scappa un sorriso che mi scioglie come burro.
I colleghi presenti restano immobili, affascinati. È uno di quegli attimi perfetti, che tutti noi sappiamo essere la ragione per la quale, sempre e comunque, al suono della campanella, anche domani saremo lì.
Quando i ragazzi sono usciti, guardo il foglio. Le firme di tutti i presenti, un grosso scusi scritto sotto il nome del Cinghiale, che è quello che mi ha fatto sclerare per ultimo, e poi una che si distingue: "il suo amico Missile Coreano".
Due giorni dopo, il collega Orsone arriverà a sua volta decorato da un foglietto del "suo amico" Missile. E con una specie di uovo di Pasqua della Juve, ritagliato tutto storto dal Cinghiale, che glielo ha donato con la scritta "per il proffessore più bravo alluniverso".
E come fai a non amarli.
Bussano alla porta della sala prof. Non solo, ma la porta resta chiusa. Quando succede così, è uno di quelli timidi.
"Avanti", esalo. Sperando di non dovermi alzare, perché ho il tubo dell'ossigeno collegato a una macchina che mi tiene in vita: i polmoni li ho sputati tutti e due sul pavimento della prima.
Il mercoledì abbiamo tre ore. Abbiamo fatto il primo tema.
Domande, a inizio mattinata:
"Cos'è un tema?"
"Cos'è un protocollo?"
"Perché ci vogliono un foglio per la brutta e uno per la bella?"
"Ma cosa devo fare?"
"Va bene il foglio piegato così?"
"Posso parlare di quella volta che..."
"Prof, ma tu lo correggi questo?"
"Cosa scrivo?"
"Ma in stampatello?"
Chiudere gli occhi. Respirare profondamente. Visualizzare le maestre impiccate ai pali della luce lungo la strada che sale al paese. Spiegare tutto. Una volta. Due. Dieci. Trentasei volte.
Durante il tema Offendino vuole andare a casa. È malato, ha mal di pancia. Ho trascurato di dirvi che da qualche giorno in prima c'è un nuovo alunno: un virus gastrointestinale grosso come un bambino, che sta facendo il giro dei banchi.
Nel casino generale, dovrei accorgermi che Fulminato non si staglia sulla classe come al solito con le sue strida, e che sta seduto. Ma ci faccio caso solo quando, con un filino di voce, si piega verso la cattedra dalla prima fila e mormora: "Posso andare in bagno? Ho male."
Di lì a poco dovremo mettere in atto la procedura standard ormai consolidata da giorni di pratica: Fulminato vomita in bagno, uno dei barellieri (a turno il Missile, lo Scugnizzo, il Cardinale o il Calunniato) monta di guardia sulla porta per segnalare se il malato di turno cade, sviene o piange, io chiamo un genitore che se lo venga a prendere, le bidelle perché lo prendano in carico, e gli Swat per contenere il resto della classe nel frattempo.
Intanto Cucciolino ha comprato quattro merendine, oggi. Lui mal di pancia non ce l'ha. Gliele sto conservando sulla cattedra. Perché non gliele rubino e perché non le mangi tutte subito.
Il tema, dopo tre ore, è ancora nella mente di Dio. Si sono agitati con fogli, margini, bianchetti, penne, idee vaghe. Il Calunniato è venuto alla cattedra dopo un'ora e mezza. Il Calunniato è il fratello piccolo di Teppa Gentile e di Satana. Da tutti, genitori, fratelli, maestra, definito "il peggiore dei tre". Io, che già stentavo a credere che esistesse qualcuno peggiore di Satana, lo trovo educato e in gamba. Da cui il nomignolo.
Un paio di occhi di un bell'azzurro scuro, che ricorda il mare di Genova quando è appena tornato il sole dopo la pioggia. Resto ogni volta stupita da quante sfumature di azzurro, blu, violetto e celeste possano avere gli occhi delle persone qua in Piemonte. In quindici anni non ho visto due volte la stessa. Comunque il foglio del Calunniato è bianco. E negli occhi azzurri si legge lo smarrimento. Il titolo era: "Descrivo un personaggio di fantasia che mi piace e racconto una sua avventura che mi ha emozionato".
"Io non so chi mettere."
"Ma dai, Calunniato. Un personaggio di una storia!"
"Ma io non leggo."
"Ma di un film, allora."
"Non so..."
"...una serie tv?"
"Non le guardo."
"...un giochino del computer?"
"Ma io non ci gioco..."
"Ma scusa, Calunniato, che fai al pomeriggio? Vai a donne?"
Sguardo da calunniato, appunto:
"Vado a cavallo..."
All'improvviso ho la visione di una famiglia di cinque, di cui quattro, i due genitori e i due figli grandi, tendenti all'irresponsabilità cronica, tutti presi da sbevazzate con amici, calcio, giochi online e telefonini, e uno che arriva alle otto di sera, stanco morto e con odore di stalla, dopo aver strigliato per bene il suo cavallo e anche altri del maneggio, mangia e crolla a letto fino al mattino dopo, sognando praterie e steccati da saltare.
Mi vergogno come un ladro.
"Oh, ehm, tesoro, è un bellissimo passatempo, sei sempre all'aria aperta. Ma come facciamo per questo tema?"
Alla fine si decide a parlare di un personaggio di Squadra antimafia che si ricorda. Mi appunto mentalmente di dare un titolo sui cavalli la prossima volta.
Alla fine delle tre ore comunque sono stravolta. Ho strillato tanto per sgridarli al momento della consegna, che la terza nell'aula a fianco la trovo già col giubbotto antiproiettile addosso, e muta.
E quindi arriviamo a una timida bussata alla porta della sala prof, verso mezzogiorno.
"Avanti!"
Spuntano sei o sette faccine preoccupate. Non ricordo esattamente chi sono, ma il mio cervello registra che mi hanno mandato una selezione dei miei prediletti, assortendoli anche per colore come in una pubblicità di Benetton: dal biondissimo Missile ai ricci sparati dell'Irresistibile, che è etiope e sembra fatto di cioccolata col cacao al 99%. Uno di loro mi tende un ordinato foglio arancione con le scuse di tutta la classe.
"Siete dei fetenti. Disgraziati. Sparite dalla mia vista..." rantolo, mentre mi scappa un sorriso che mi scioglie come burro.
I colleghi presenti restano immobili, affascinati. È uno di quegli attimi perfetti, che tutti noi sappiamo essere la ragione per la quale, sempre e comunque, al suono della campanella, anche domani saremo lì.
Quando i ragazzi sono usciti, guardo il foglio. Le firme di tutti i presenti, un grosso scusi scritto sotto il nome del Cinghiale, che è quello che mi ha fatto sclerare per ultimo, e poi una che si distingue: "il suo amico Missile Coreano".
Due giorni dopo, il collega Orsone arriverà a sua volta decorato da un foglietto del "suo amico" Missile. E con una specie di uovo di Pasqua della Juve, ritagliato tutto storto dal Cinghiale, che glielo ha donato con la scritta "per il proffessore più bravo alluniverso".
E come fai a non amarli.
domenica 12 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso, parte terza
Martedì,
tutta la mattina, santiddio, tutta, coi primini
Prima
dell'alba sono già dentro, devo tenere per quattro ore i Gini.
Perché
non ho voluto accompagnare i grandi alle superiori, ben mi sta,
adesso me li tengo io tre ore, ciccia.
Porto
le mie borse in prima.
Arriva
Cucciolino, in corso di certificazione per disturbo classificabile
nello spettro dell'autismo. Mi fa uno stupendo sorriso felice e mi
mostra le mani piene di roba: un pacchetto di croccantelle, uno di
biscotti di farina di riso al cioccolato, un KitKat.
“Cucciolino!
Hai fatto la spesa?”
Lo
guardo da vicino. Ha, come tutte le mattine, i bordi di cioccolato
intorno alla bocca.
“Cucciolino,
hai di nuovo i baffi! Vai a lavarti. Ma senti, questa roba non la
mangi mica tutta in una volta, eh. Dai, metti sotto il banco.”
Saltella
via, sempre felice, con strilletti di entusiasmo.
Scuoto
la testa. Io sono della generazione di Rain Man, “certo, sono un
ottimo guidatore, papà mi fa sempre guidare la Buick lungo il
vialetto, certo. Mancano trentasette minuti alla Ruota della
Fortuna”. E quel che so degli autistici e degli Asperger (tra cui,
visto molto da vicino, il fascinoso quanto folle veterinario che ha
curato la Daisy nell'ultimo mese di vita) è che non si relazionano
agli altri in modo normale, soprattutto per quanto riguarda il
contatto fisico. Ma Cucciolino, a parte che ancora non sappiamo se
quella sia la diagnosi, è diverso. Lui, se lo trovi a metà
intervallo nel corridoio che gira su se stesso, salta e canta da
solo, e gli dici “Dai, accompagnami in sala prof”, perchè smetta
di roteare, infila una minuscola mano nella tua. Se ti deve chiamare
mentre passi tra i banchi durante una prova, cerca di abbracciarti
con quelle braccine magre, dal tocco leggerissimo, sembra un
passerottino che ti si posa su un fianco. All'inizio la reazione era
di saltare indietro come toccata dal ferro rovente, per la sorpresa
più che altro. Poi ho capito che si può fare, agli altri sembra
normale, dato che lui è tutto così strano, e poi le sue dimensioni
lillipuziane (è grande come il suo zaino. Non sto scherzando. Se si
accuccia, ci si può nascondere dietro) fanno sì che l'istinto di
prenderlo in braccio venga a chiunque. Quindi lo coccolo: soprattutto
perchè l'interazione verbale con lui è difficile, a volte non
ascolta, a volte ascolta ma non risponde. Quando lo fa, lo fa con una
voce da bimbo di quattro anni e mezzo. Ma non è che dica stronzate
eh. Non so se sappia contare gli stuzzicadenti a occhio, ma i nomi
degli dei e degli eroi greci se li ricorda a menadito. L'altro giorno
gli ho dato da correggere il dettato: come a tutta la classe.
Dovevano prendere un foglio dal quaderno e riscrivere le frasi con la
correzione. Solo alla fine mi sono accorta che stava riscrivendo le
frasi corrette sopra quelle sbagliate, sul protocollo della prova: e
mi sono data dell'imbecille quasi ad alta voce per non averci
pensato, ma intanto mi è uscito un gemito, nooooo N. cos'hai
fattoooo, e mentre mi chinavo per vedere l'ho preso un po' di colpo
per le spallucce: lui è scoppiato a ridere di pancia, allora ho
caricato la cosa e continuando a frignare ommioooodddioooooo e
adeeeeessoooo come faaaacciaaaamooooo l'ho tutto scrollato, per
gioco. Si è scassato dal ridere, con un pigolio da bimbo piccolo che
ha affascinato tutta la classe.
Comunque,
a metà di martedì mattina la mia lezione viene interrotta da un
caso di cronaca nera: sotto il banco di Cucciolino non ci sono più
tutte e tre le merendine. Mancano le croccantelle. Io decido di
giocarmela secca, alla prima: dopo aver cercato bene, dato che non si
trovano, enuncio che quando sparisce qualcosa, o esce il
responsabile, o si salta l'intervallo tutti finchè non esce. “Ma...
tutti?” “Tutti, certo.”
Per
fortuna, i Gini sono talmente gini che non sono sgamati come altre
classi, e alla notizia vanno in panico. Soprattutto perchè io
riabbasso gli occhi e continuo la lezione. L'intervallo è di lì a
poco. La tensione cresce palpabile. Cicciobello, altro con diecimila
problemi, si offre di comprare le croccantelle a Cucciolino. Ma io
dico che non è così che funziona, tra l'altro sarebbe un gesto
gentile se Cucciolino non avesse più niente per merenda, ma ha il
tesoro degli Atridi sotto il banco.
Fulminato,
il mio adorabile quanto insopportabile macedone, dopo un po' alza la
mano, con gli occhi bassi: “Le ho prese io le croccantelle di N.”
“Ah. E allora ridagliele.” “Non posso. Non ce le ho.” “???”
“E' che volevo fare l'intervallo.” Io e la Pianista riusciamo a
non ridere.
Suona
l'intervallo, me ne vado, lasciandoli con la collega. Espressione sul
volto dei Gini: quella di venticinque gattini lasciati in uno
scatolone ai bordi di una strada. Arrivo fino allo stanzino del caffè
e dopo un minuto, fuori dallo stanzino, si vedono gli ansiosi
occhioni blu del Missile Coreano, che mi stanno puntando. “Cosa ci
fai tu qui?” “Abbiamo trovato le croccantelle di N., prof.”
Giustamente hanno mandato lui a dirmelo, mi sembra di vedere tutti
gli altri che se la facevano sotto all'idea di attraversare la scuola
e incrociarmi. “Va bene, allora di' alla collega che potete
uscire.”
Al
mio rientro, già informata sul caso dalla Pianista, inchiodo
Cicciobello, che balbetta terrorizzato.
Se
Strepitoso è idealmente figlio di Meg Ryan e James Franco,
Cicciobello è il figlio di Anne Hathaway e non saprei quale padre,
comunque attraente. Ed è una palla d'ansia già in una giornata
normale.
“E
allora, spiega un po'?”
“No,
perchè, io sono entrato, no, e ho visto un pacchetto di croccantelle
per terra lì, no? E non sapevo di chi erano...”
“E
quindi hai detto: le metto sul banco e poi chiedo di chi sono?”
“...no.”
Occhioni nerissimi supplichevoli.
“Hai
detto: le metto sulla cattedra e poi chiedo di chi sono?”
“...no.”
Occhioni nerissimi bassi.
“E
dove le hai messe?”
“...nel
mio zaino.” Occhioni nerissimi che ormai puntano rassegnati al
pavimento. Credo che si stia visualizzando mentre, con la tuta
arancione e le catene ai piedi e alle mani, percorre il miglio verde
accompagnato dalle guardie. Là in fondo, anzi, si intravede anche la
sedia elettrica.
“E
magari la prossima volta fai una cosa un tantino più furba?”
Occhioni
nerissimi che mettono di nuovo a fuoco il pavimento.
“Tipo,
non so, lo dici subito, che ti è venuta quest'idea di metterti una
cosa non tua nello zaino?”
“S-sì.”
“Okay,
allora, prendete il libro.”
Sono
mesmerizzati. Non respira nessuno. Ma come? Non lo impicca? No, che
non lo impicco. Sono sicura che non serva.
Poco
dopo, stiamo lavorando indefessamente sui compiti di grammatica. E ad
un tratto, si scatena nella fila centrale un'altra onda di panico:
“N. ha perso un dente!!!”
Cucciolino
si gira e la mia sensazione è che un personaggio di American Horror
Story sia improvvisamente diventato tridimensionale e uscito dallo
schermo. Mi tende senza parlare un moncone di dentino insanguinato, e
nel frattempo spalanca la bocca cercando di produrre quanta più
possibile bava rossastra, la stessa bava con cui si è già
imbrattato ambedue le mani e che gli sta colando sul mento. Giurerei
che sta sorridendo. Per un attimo chiudo gli occhi, sperando di non
averlo visto veramente, e mi riprometto di non leggere mai più un
romanzo di Stephen King e di smetterla per sempre coi caffè e
qualunque altra sostanza psicotropa possa causare allucinazioni. Poi
riapro gli occhi e parto: “Cucciolino!!!Andiamo in bagno!!!”
Tenta di mettermi in mano il dentino. Lo prendo per le spalle e lo
giro su se stesso: “Quello mettilo subito nella tasca dei
pantaloni, Cucciolino, vieni che andiamo fuori!”
Esterrefatto,
un compagno: “Ma così si macchia di sangue i pantaloni!”
Mi
compare sulla fronte una scritta luminosa: “Sai-quanto-cazzo-
me-ne-può-fottere-a-me-dei-pantaloni” e incenerisco con uno
sguardo il compagno che ha parlato. Poi andiamo in bagno e continuo a
non capire se Cucciolino sia terrorizzato o entusiasta, dato che non
parla. Si impegna nel decorare di sputazza sanguinolenta tutto il
lavandino. Per bontà di Dio, sta arrivando la Bidella Gentile,
quella nuova, con lo straccio per i pavimenti. “Signora me lo
guardi qua un attimo, questo, che si sta sciacquando, occhio che
prima di rientrare deve lavarsi le mani bene”. Dall'aula, un
solerte Missile mi ha appena portato un flacone di amuchina gel,
gentilmente offerto da Maestrina. La bidella butta un occhio verso il
bagno, annuisce con aria esperta e prosegue. Dal bagno esce il mio
braccio che la afferra: “No, guardi che non ha capito. Deve stare
qua, e guardare che l'amuchina non se la beva”. Molla lo straccio e
mi libera. Più tardi, quando ci rivedremo in corridoio, io la
ringrazierò e lei mi dirà quello che dicono tutti di Cucciolino
dopo averlo conosciuto: 1.”Che tenero quel bimbo!”, 2. “Ma
com'è piccolo!” e 3. “E' normale?” Sì. Sì. Beh, non direi.
Peraltro, facciamo quattro ore, due di letteratura due di grammatica, e io esco che sono ancora in grado di guidare fino a Genova. E' un risultato. Ma verrà compensato a breve...
...continua...
venerdì 10 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - parte seconda
Lunedì, ore 9,00 circa
Ho impostato l'esercitazione di scrittura in terza secondo le nuove norme ministeriali, li ho piazzati a lavorare. Bussano. Ed ecco l'Orientale, lupus in fabula, uno splendore infagottato in felpa enorme e berrettino da rapper, quella su cui io, il Magnifico, il Genuino e la Pianista ci siamo dannati l'anima e che alla fine abbiamo bocciato.
Non avrei pensato di essere così contenta di vederla.
No, onestamente: non avrei proprio pensato di vederla.
Risento la mia voce furente: "Tu così in terza con me non ci vieni!". Frase grossa, che non mi è mai uscita con nessuno, dopo la quale sono stata male giorni. Ed eccola. Sospesa dalla nuova scuola, senza obbligo di frequenza. Dove si fa portare in macchina da un amico, tra l'altro exalunno scapestrato di Scuolina Rosa, a passare la mattina? Da noi.
Dopo le mie lezioni si ferma un'ora a parlare con me della situazione familiare. I servizi hanno convocato più volte la famiglia, che non si è presentata. Hanno un appuntamento in tribunale, ma non mi ha saputo spiegare. Crede che vogliano valutare se metterla in comunità. Le ho parlato a lungo delle opportunità che può avere e dei rischi che corre a girare in centro con gente sbandata. È cresciuta, non fa smorfie, si spiega bene, ascolta davvero. Le faccio promettere che mi metterà in contatto con la sua coordinatrice, che io tra l'altro conosco da quando vivo qui.
Alla campanella del secondo intervallo io le dico che sto andando via, lei parte verso il corridoio, dopo avermi abbracciata. Le avrei dato un bacino, ma non osavo. Un attimo dopo rientra sparata in aula computer: "Prof", e, senza altre parole, un bacino me lo dà lei. Stavolta, siccome il Magnifico non c'era, mi ha raccattato il Dolce Cowboy, mentre mi scioglievo in lacrime. Cazzo, sto invecchiando, prima piangevo solo quando nessuno mi vedeva.
...a seguire: quattro giorni presi a caso, parte terza
Ho impostato l'esercitazione di scrittura in terza secondo le nuove norme ministeriali, li ho piazzati a lavorare. Bussano. Ed ecco l'Orientale, lupus in fabula, uno splendore infagottato in felpa enorme e berrettino da rapper, quella su cui io, il Magnifico, il Genuino e la Pianista ci siamo dannati l'anima e che alla fine abbiamo bocciato.
Non avrei pensato di essere così contenta di vederla.
No, onestamente: non avrei proprio pensato di vederla.
Risento la mia voce furente: "Tu così in terza con me non ci vieni!". Frase grossa, che non mi è mai uscita con nessuno, dopo la quale sono stata male giorni. Ed eccola. Sospesa dalla nuova scuola, senza obbligo di frequenza. Dove si fa portare in macchina da un amico, tra l'altro exalunno scapestrato di Scuolina Rosa, a passare la mattina? Da noi.
Dopo le mie lezioni si ferma un'ora a parlare con me della situazione familiare. I servizi hanno convocato più volte la famiglia, che non si è presentata. Hanno un appuntamento in tribunale, ma non mi ha saputo spiegare. Crede che vogliano valutare se metterla in comunità. Le ho parlato a lungo delle opportunità che può avere e dei rischi che corre a girare in centro con gente sbandata. È cresciuta, non fa smorfie, si spiega bene, ascolta davvero. Le faccio promettere che mi metterà in contatto con la sua coordinatrice, che io tra l'altro conosco da quando vivo qui.
Alla campanella del secondo intervallo io le dico che sto andando via, lei parte verso il corridoio, dopo avermi abbracciata. Le avrei dato un bacino, ma non osavo. Un attimo dopo rientra sparata in aula computer: "Prof", e, senza altre parole, un bacino me lo dà lei. Stavolta, siccome il Magnifico non c'era, mi ha raccattato il Dolce Cowboy, mentre mi scioglievo in lacrime. Cazzo, sto invecchiando, prima piangevo solo quando nessuno mi vedeva.
...a seguire: quattro giorni presi a caso, parte terza
mercoledì 8 novembre 2017
Quattro giorni presi a caso - Prima parte
Venerdì
ore 08.30
Dovevo
entrare alle 10,45 al lavoro ma sono entrata alle 08,15. Sono andata
prima perchè doveva venire la zia – madre affidataria di Deboroh
con la certificazione della neuropsichiatria infantile sull'handicap
di Deboroh medesimo. Certificazione che la zia possiede da LUGLIO ma
che arriva venerdì tre novembre, quando è un po' tardino per
chiamare un insegnante di sostegno eh.
Zia
cerca di dare buca.
Impeccabile
si agita.
Io
prendo telefono.
Zia
alza culo di fronte al mio imperioso “sono entrata due ore e mezzo
prima apposta per incontrarla signora”.
Zia
arriva con cuginetta di Deboroh, duenne, sporca come un animale e
completamente piena di croste di varicella. Bimba tocca ovunque,
corre ovunque, tende le mani verso il barattolo delle caramelle della
sala prof, prendo io una caramella per lei prima che lo scagli in
terra, gliela do, la succhia e la SPUTA sul pavimento.
Il
foglio della certificazione è incompleto, gli altri fogli cui fa
riferimento zia non li ha portati, manca una visita all'ASL col
medico competente, Impeccabile mentre zia porta via bimba zozza si
agita, io la fulmino e scandisco: “ser-vi-zi”, lei si agita “eh
magari sentiamo l'assistente sociale dopo che la zia ha portato
Deboroh al controllo”, io la rifulmino e abbaio “no no PRIMA, e
poi chiamiamo la NPI per segnalare che manca un pezzo, e poi
richiamiamo la zia per verificare che ci vada, al controllo”.
Impeccabile
annuisce, mortificata.
Bidella
lava pavimento dove bimba zozza ha sputato caramella.
Io
mi allontano saettando maledizioni.
Venerdì
ore 12,00 circa
“Quando
posso recuperare?”
“Mai,
direi, visto che oggi era l'ultimo giorno.”
“Ma
prof...”
Non
do spago.
Quantoso'bono
non insiste. Sono ventisei, e venticinque di loro (anche Diddle, che
è totalmente spastico e non parla) hanno portato, come da programma,
il loro frammento di presentazione in Word, in .ppt, o in
qualsivoglia altro formato, contribuendo almeno con un pezzettino
alla megaricerca collettiva sul vulcanesimo. Lui ha dichiarato che
non c'era, il suo pezzo, nella cartella organizzata dall'Impeccabile
sul pc della classe.
Lo
abbiamo cercato nelle altre cartelle, se per caso un trascina e
incolla avesse scombinato i file. No eh, non c'è da nessuna parte.
Boh. Quattro. Non faccio in tempo a mettere i voti sui diari, ma è
chiaro che è un'insufficienza, a essere onesti sarebbe un due, ma
poi è la prima volta che non sento ragioni e non accetto posticipi.
Quattro può bastare.
Venerdì
ore 14,40
Sono
seduta in bagno a casa mia, sto facendo la seconda pipì della
giornata. Il mio cellulare prende a squillare a raffica: sei chiamate
di fila da un numero sconosciuto. Tra la quinta e la sesta chiedo di
identificarsi. E' la mamma di Quantoso'bono che vuole capire come mai
il figlio ha preso quattro, se la ricerca l'ha portata.
La
informo via messaggio che i materiali non sono stati presentati dal
suo bellissimo quanto rognosisssimo figlio. E suggerisco di parlarne
lunedì (e che cazzo sono pur sempre le tre meno un quarto di
venerdì, io sono a scuola ogni mattina e vari pomeriggi, anche fuori
dal mio orario). Si scusa e specifica che i materiali erano sulla
chiavetta. Quale chiavetta, rispondo io, in termini un po' più
articolati. No chiavetta no party, il bel bambino si tiene il
quattro.
Lunedì
ore 07.45
L'Orsone,
che in meno di un mese è diventato la mia non dolce ma perfida metà,
mi sta caricando come al solito di caffeina senza rimorsi. Morirò di
orrendi problemi circolatori, perchè ogni volta che mi vede andiamo
a prendere un caffè, non so quanti ne assuma lui in un giorno, però
è alto e pesa il doppio di me. Scrivendo ciò, formulo
inevitabilmente un pensiero (a dire il vero con un senso di sollievo)
su come mi sentirei se fosse il Magnifico che, ogni volta che mi
vede, mi toglie praticamente di peso da quel che sto facendo per
portarmi nello stanzino. Quasi al buio, tra l'altro, perchè è
presto e piove. Ma io e l'Orsone nella semioscurità tramiamo meglio
piani malefici, vendette trasversali, punizioni da manuale, trappole
di morte.
Parentesi:
ieri Missile Coreano (suona meglio di Testata Nucleare, e il concetto
è lo stesso) mi ha accolto, mentre tornavo dal bagno, con due dita
messe a croce davanti a sé, in stile “vade retro Satana”. Io
l'ho guardato senza sorridere e gli ho detto “Missile, la mia
oscura potenza non viene fermata da questi mezzucci, io entrerò
ugualmente”. E' fuggito verso il suo banco.
Comunque,
io e l'Orsone siamo lì che ci affiliamo le zanne per sbranare
bambini, e arrivano Quantoso'bono e madre. Accolti sulla porta del
tenebroso stanzino, con spiegazione mia su quanto accaduto venerdì,
e aggiunta del collega: “Settimana scorsa ho dato delle domande di
scienze, da fare scritte, è stato a braccia incrociate e ha
consegnato in bianco”. Madre: “A.? Cos'hai da dire?”
Quantoso'bono
abbassa le lunghe ciglia e tace. La chiavetta con la ricerca c'era,
ok, la madre giura di avergliela messa lei personalmente
nell'astuccio. “Però signora, se lui non lo dice...” “Certo,
capisco...” “Perchè ti opponi così, A.?” Ciglia. Occhi
lucidi. Mascella contratta. Silenzio.
Torchiato
un po' il bello e inutile, senza risultato, io affermo che ora lui
può andare, lui va, la mamma resta. Poi guardo l'Orsone, gli invio
il messaggio subliminale “mo' je faccio er cucchiaio”, e entro
secca:
“Signora,
scusi se chiedo, ma la ragazzina la vede ancora?”
La
ragazzina è l'Orientale. Con la quale Quantoso'bono limonava
furiosamente da mesi, quando l'abbiamo bocciata. E che si è
trasferita in città.
“Uh
non me lo dica, no che non la vede più, li abbiamo allontanati, sa
com'è, E. aveva preso dei brutti giri... Poi due o tre volte si è
fatto accompagnare a Piccola Svizzera per vederla e lei non c'era nemmeno.
Allora gli abbiamo detto di lasciarla perdere.”
“Mmm
e questo quando è successo?”
“Da
poco, due settimane fa.”
“Ecco
vede, non sarebbero fatti miei eh, però in effetti più o meno due
settimane fa A. era talmente fuori che CAMMINAVA SUI SOFFITTI, invece
di stare fermo nel banco.”
Madre
annuisce, capendo benissimo cosa intendo. Collega assiste al mio goal
assestato con precisione chirurgica e annuisce. Annuisco pure io e
dico che magari proverò a parlare a Quantoso'bono.
...continua...
martedì 31 ottobre 2017
Questa prima
"Professoressa" dice a bassa voce Codino, con tono soave, in piedi vicino alla cattedra. "Lei è il diavolo in persona, ed è per questo che è la mia preferita."
"Strepitoso? Hai dato un coppino a Tenerone?"
Sorride spalancando gli occhioni: "Sì!"
"Eh, e allora vai, vai, Strepitoso, vai a fare l'intervallo in classe."
"Vado!"
Lo seguo. In classe aggiorno il registro, poi alzo gli occhi. Sta ciondolando intorno al banco.
"Cosa fai?"
Mi fa il suo speciale sorriso con l'arricciatina di naso che sarà la condanna a morte di tutte le sue compagne di scuola e di parecchie altre donne che lo incontreranno. Il figlio di Meg Ryan, sembra.
"Siediti, Strepitoso! E annoiati!"
"Ma veramente" dice con serena innocenza "io mi sto divertendo tantissimo."
Questa prima... Questa prima.
"Strepitoso? Hai dato un coppino a Tenerone?"
Sorride spalancando gli occhioni: "Sì!"
"Eh, e allora vai, vai, Strepitoso, vai a fare l'intervallo in classe."
"Vado!"
Lo seguo. In classe aggiorno il registro, poi alzo gli occhi. Sta ciondolando intorno al banco.
"Cosa fai?"
Mi fa il suo speciale sorriso con l'arricciatina di naso che sarà la condanna a morte di tutte le sue compagne di scuola e di parecchie altre donne che lo incontreranno. Il figlio di Meg Ryan, sembra.
"Siediti, Strepitoso! E annoiati!"
"Ma veramente" dice con serena innocenza "io mi sto divertendo tantissimo."
Questa prima... Questa prima.
domenica 29 ottobre 2017
Posa la zavorra, capitolo terzo. Telemenù!
Mia
madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con
l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva
nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo
sempre.
Il
pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si
fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e
quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me,
si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi
una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da
quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte
quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol,
autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già
la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci
vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è
stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de
noantri.
Con
la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente,
era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in
cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa
in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho
questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti
finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei
concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta,
poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel
quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia
sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più
giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così
tanta tenerezza.
Io
in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina
e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta,
anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura.
Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi,
sì. E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...
A
me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina.
Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare
fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore
d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi:
pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di
cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che
pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue.
Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco,
esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi
affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel
piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di
variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio
pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da
pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai
vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o
togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi,
diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più
neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.
Però.
C'è un però.
Ho
imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che
ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa
(abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia
auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più
in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo
cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la
povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di
Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno
pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è
pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore.
Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e
organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di
secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri
la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la
casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la
sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino.
Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e
tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire
contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche
il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato
il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo
cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si
rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette
in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per
stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta
all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e
la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire
l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi
di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla
torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato
qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo
oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze
e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia
madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di
mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con
me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo
da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma
meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi
risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in
braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e
luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure
quella di Sestri.
Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.
Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela
Il
corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.
Poi
ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma
alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che
mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un
lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose
ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire
con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade
ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga,
cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima
colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con
entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma,
nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto
i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non
potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi
quindici giorni.
In
particolare si segnalano due cose.
Una
sta nel prossimo post.
L'altra
è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori
faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio
prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno.
Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno,
che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e
come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che
non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che
contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a
terra ogni poche ore.
Poi
invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle
partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte,
come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e
distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono
messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che
ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con
un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro
trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la
vita con una frase.
Ed
eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto,
il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi
ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e
sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case
nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.
Non
la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.
domenica 15 ottobre 2017
Posa la zavorra, capitolo primo. Il weekend
Ho passato il weekend con quest'uomo neanche eccessivamente attraente, la sua voce vellutata e il suo bellissimo corso online di meditazione. Un quarto d'ora al giorno, ma siccome sono partita in ritardo e avevo sette lezioni da recuperare, a intervalli regolari mi sono connessa, ho ascoltato, meditato, e sono talmente contenta dei contenuti e dei risultati che sto prendendo appunti come a un corso vero.
Il pensiero "no basta, adesso devo trovare il modo di stare meglio, ma subito, cazzo" sono riuscita ad applicarlo abbastanza bene, complici alcuni aiutini, oltre a quello del maestro di meditazione figo. Una botta di shopping modello missile intelligente, studiando prima a tavolino modelli, colori e abbinamenti. Un bel riordino del guardaroba che mi ha dato soddisfazione, anche e soprattutto perché, a forza di decluttering, in casa non è rimasto più letteralmente niente che io non indossi con regolarità, e finalmente la quantità di roba che ho è proporzionata allo spazio a disposizione. Un po' di cioccolata, caffè, banane, a letto alle 20,15, ed ecco racimolata anche la serotonina che mi serviva. Contatti umani diradati al minimo. Una passeggiata da sola. Le gatte. La figlia che sta meglio e sorride.
Pagine e pagine di diario scarabocchiate sotto le coperte.
Devo continuare ad applicare il meglio possibile le difese che ho. Sarà una settimana merdica, la madre si opera di cataratta, dovrò stare lontana da casa, saltare yoga, andare e venire dal lavoro facendo la pendolare interregionale (cosa per cui non ho più né l'età né lo spirito) e non dormirò con l'Uomo (cioè non dormirò). Quel che è peggio, non dormirò nemmeno a casa mia, e dovrò incastrare tra madre e madre avvocato, banca e altre rotture di cazzo. Vedremo se il bel maestro e le sue tecniche funzioneranno veramente.
Inoltre vedremo se la settimana di body bootcamp di Allie, questa qui, mi ucciderà. A luglio ce la facevo, adesso ho riprovato e non mi alzo dal pavimento, gli addominali urlano dopo 12 minuti di lavoro. Però faccio nove o dieci chilometri ogni due o tre giorni con la Caramella e non li sento neanche più. Le ho chiesto di giurarmi che dopo la settimana a Genova alziamo a quindici. Me lo ha giurato. Ma sappiamo che,con l'ora solare e il tempo che, prima o poi, sarà autunnale davvero, la sfida sarà notevole. Però se non faccio attività fisica impazzisco, ormai è assodato.
Domani mi aspetta al varco un casino di categoria uno a scuola. Devo farmi le mie ragioni su una cosa che poi vi dico. Andiamo intanto a vedere se posso trasformare lo strudel di stamattina a colazione in addominali. Col potere della meditazione...
sabato 14 ottobre 2017
Soluzioni
Parliamone.
In quindici giorni mi sono scheggiata tre denti.
Se Cavallino potesse prendermi la testa, trapanarla, sfilare con le pinze alcuni concetti e richiuderla, sicuramente starei meglio. Per lei, che è sempre stata così e ha coerentemente, su queste basi chiarissime, costruito una vita, delle scelte personali, familiari e lavorative, e delle relazioni umane, il principio è semplice: non funziona? Fai altro. Non ti lamentare del problema se resti parte del problema: se lo volessi risolvere staresti usando le energie per farlo, se volessi ma non fosse possibile dovresti usare le energie per andartene il più lontano possibile dal problema stesso.
Non vuol dire mollare alla prima difficoltà, eh. Non esiste una dimensione della realtà in cui sia possibile sostenere che Cavallino non è una che combatte. Che non si spende, che non ci sputa il sangue. Ma quando si volta pagina, per scelta propria o altrui, chiuso. Glielo ho visto fare e so il prezzo che ha pagato. Ma lo ha fatto, e guai a fermarla.
Io ci arrivo, a capire che Cavallino ha ragione. Ci sono arrivata, a proteggermi dal dolore impedendo a pensieri, parole, immagini, messaggi di raggiungermi. L'ho fatto proibendo a chiunque di nominarmi l'Ingegnere, quando mi ha mollata. L'ho fatto innumerevoli volte non svoltando con la macchina verso il paese, quando l'essere proveniente da altra galassia poteva essere in zona e vederlo mi avrebbe devastato. L'ho fatto uscendo da una chiesa, abolendo delle abitudini, smettendo di interpellare persone sul perché e il percome i miei rapporti con loro fossero degenerati o si fossero interrotti. L'ho fatto seppellendo mio padre, perdendo il Gabbiano, rassegnandomi a non avere figli naturali, a vivere tra gente che non mi somiglia, in una casa che non si addice a nessuno di noi. L'ho fatto scegliendo le medie invece che le superiori, Scuolina Rosa invece che altre sedi, ho chiuso mille porte a beneficio di scelte che, lo sapevo, portavano nella direzione giusta. L'ho fatto accettando le fitte di dispiacere per i distacchi, senza però marcire nel rimpianto, senza recriminare, o almeno recriminando il meno possibile e lasciando che il tempo facesse il suo.
L'ho fatto, lo so fare. Ma se ci credo. Se vedo che i morti non resuscitano, che scelto un mestiere fai quello, che il destino ha deciso "figlia unica grande in affidamento" dopo tre decenni spesi a pensare "famiglia numerosa, minimo tre, naturale o adottiva, assolutamente niente figli unici e speriamo nel maschio, che come femmina basto e avanzo io". Se penso che stare a pensare al passato mi tenga al palo e non permetta di costruire il futuro.
Però ora, qui, non posso applicare questa soluzione, che è una buona soluzione e che io stessa ho usato a volte, ma che non è la "soluzione-per-me", nel contesto in cui sono.
C'è una sola direzione in cui andare ed è avanti, su questo io e Cavallino possiamo solo concordare. E non è che non capisca, quando lei si dispera di non riuscire a farmi immaginare un finale diverso. Non è che non sappia che effetto che fa, a quelli come lei che mi vogliono davvero bene quanto a se stessi, vedermi sfinita, coperta di tagli, con la morte nello sguardo, perché non so più dove prendere le energie, ma mi rifiuto di lasciare che la stanchezza mi vinca.
Io ho detto subito cosa intendevo fare, e non ho cambiato idea. Non perché sono una fanatica ossessiva, ma perché ogni singolo giorno mi sono chiesta se volevo e potevo resistere, non se dovevo, e ogni singolo giorno mi sono risposta di sì. Se avessi iniziato a rispondermi dei no, avrei cambiato rotta. Ma ho verificato, verifico ancora, che la sola cosa che io non voglio davvero fare è stare senza di lui.
Solo che il peso sta per rompermi. È una quarantina di giorni che mi sento Alfredino nel fottuto pozzo, precisamente nel momento in cui, invece di estrarlo, gli slogano un braccio e lui scivola ancora più giù. Non è che Alfredino potesse scavare nella direzione opposta, per liberarsi. Lui su voleva tornare. E io anche. Ma prendo atto che potrebbero non bastarmi le forze, le calorie, l'ossigeno.
Uscirò da questo ottobre coi denti da rifare, per esempio.
Non va bene. Devo trovare il modo di sbloccare un'altra vena di acqua che mi alimenti, prima che di me restino solo ossa rotte.
Solo che, se guardo, in fondo non so cos'altro aggiungere. Yoga, lavoro, e a brevi sprazzi i rapporti umani, compresi quelli con l'Uomo in effetti, funzionano bene. Amici ne ho. Voglia di fare cose anche, sia pure a intermittenza. Cosa devo fare per non sentirmi sopraffare e poter mantenere la rotta? C'è la rotta o devo riscriverla? È solo mia o è di entrambi? E notare che non chiederei mai più dove porti, la rotta. Non mi interessa. Basta andare.
Quindi... È un fatto di testa. Troppa rabbia che circola senza mai sfiatare. Troppe umiliazioni che non vengono risarcite. Troppo dolore che scorre sotto la quotidianità. È questo che devo mollare, non me stessa, non lui. In ogni caso con questa zavorra non potrei vivere nemmeno se lui se ne andasse domani. Va tolta.
In quindici giorni mi sono scheggiata tre denti.
Se Cavallino potesse prendermi la testa, trapanarla, sfilare con le pinze alcuni concetti e richiuderla, sicuramente starei meglio. Per lei, che è sempre stata così e ha coerentemente, su queste basi chiarissime, costruito una vita, delle scelte personali, familiari e lavorative, e delle relazioni umane, il principio è semplice: non funziona? Fai altro. Non ti lamentare del problema se resti parte del problema: se lo volessi risolvere staresti usando le energie per farlo, se volessi ma non fosse possibile dovresti usare le energie per andartene il più lontano possibile dal problema stesso.
Non vuol dire mollare alla prima difficoltà, eh. Non esiste una dimensione della realtà in cui sia possibile sostenere che Cavallino non è una che combatte. Che non si spende, che non ci sputa il sangue. Ma quando si volta pagina, per scelta propria o altrui, chiuso. Glielo ho visto fare e so il prezzo che ha pagato. Ma lo ha fatto, e guai a fermarla.
Io ci arrivo, a capire che Cavallino ha ragione. Ci sono arrivata, a proteggermi dal dolore impedendo a pensieri, parole, immagini, messaggi di raggiungermi. L'ho fatto proibendo a chiunque di nominarmi l'Ingegnere, quando mi ha mollata. L'ho fatto innumerevoli volte non svoltando con la macchina verso il paese, quando l'essere proveniente da altra galassia poteva essere in zona e vederlo mi avrebbe devastato. L'ho fatto uscendo da una chiesa, abolendo delle abitudini, smettendo di interpellare persone sul perché e il percome i miei rapporti con loro fossero degenerati o si fossero interrotti. L'ho fatto seppellendo mio padre, perdendo il Gabbiano, rassegnandomi a non avere figli naturali, a vivere tra gente che non mi somiglia, in una casa che non si addice a nessuno di noi. L'ho fatto scegliendo le medie invece che le superiori, Scuolina Rosa invece che altre sedi, ho chiuso mille porte a beneficio di scelte che, lo sapevo, portavano nella direzione giusta. L'ho fatto accettando le fitte di dispiacere per i distacchi, senza però marcire nel rimpianto, senza recriminare, o almeno recriminando il meno possibile e lasciando che il tempo facesse il suo.
L'ho fatto, lo so fare. Ma se ci credo. Se vedo che i morti non resuscitano, che scelto un mestiere fai quello, che il destino ha deciso "figlia unica grande in affidamento" dopo tre decenni spesi a pensare "famiglia numerosa, minimo tre, naturale o adottiva, assolutamente niente figli unici e speriamo nel maschio, che come femmina basto e avanzo io". Se penso che stare a pensare al passato mi tenga al palo e non permetta di costruire il futuro.
Però ora, qui, non posso applicare questa soluzione, che è una buona soluzione e che io stessa ho usato a volte, ma che non è la "soluzione-per-me", nel contesto in cui sono.
C'è una sola direzione in cui andare ed è avanti, su questo io e Cavallino possiamo solo concordare. E non è che non capisca, quando lei si dispera di non riuscire a farmi immaginare un finale diverso. Non è che non sappia che effetto che fa, a quelli come lei che mi vogliono davvero bene quanto a se stessi, vedermi sfinita, coperta di tagli, con la morte nello sguardo, perché non so più dove prendere le energie, ma mi rifiuto di lasciare che la stanchezza mi vinca.
Io ho detto subito cosa intendevo fare, e non ho cambiato idea. Non perché sono una fanatica ossessiva, ma perché ogni singolo giorno mi sono chiesta se volevo e potevo resistere, non se dovevo, e ogni singolo giorno mi sono risposta di sì. Se avessi iniziato a rispondermi dei no, avrei cambiato rotta. Ma ho verificato, verifico ancora, che la sola cosa che io non voglio davvero fare è stare senza di lui.
Solo che il peso sta per rompermi. È una quarantina di giorni che mi sento Alfredino nel fottuto pozzo, precisamente nel momento in cui, invece di estrarlo, gli slogano un braccio e lui scivola ancora più giù. Non è che Alfredino potesse scavare nella direzione opposta, per liberarsi. Lui su voleva tornare. E io anche. Ma prendo atto che potrebbero non bastarmi le forze, le calorie, l'ossigeno.
Uscirò da questo ottobre coi denti da rifare, per esempio.
Non va bene. Devo trovare il modo di sbloccare un'altra vena di acqua che mi alimenti, prima che di me restino solo ossa rotte.
Solo che, se guardo, in fondo non so cos'altro aggiungere. Yoga, lavoro, e a brevi sprazzi i rapporti umani, compresi quelli con l'Uomo in effetti, funzionano bene. Amici ne ho. Voglia di fare cose anche, sia pure a intermittenza. Cosa devo fare per non sentirmi sopraffare e poter mantenere la rotta? C'è la rotta o devo riscriverla? È solo mia o è di entrambi? E notare che non chiederei mai più dove porti, la rotta. Non mi interessa. Basta andare.
Quindi... È un fatto di testa. Troppa rabbia che circola senza mai sfiatare. Troppe umiliazioni che non vengono risarcite. Troppo dolore che scorre sotto la quotidianità. È questo che devo mollare, non me stessa, non lui. In ogni caso con questa zavorra non potrei vivere nemmeno se lui se ne andasse domani. Va tolta.
martedì 10 ottobre 2017
Cos'è la vita
La clinica è su una collina verde, con appena una spruzzata di colori autunnali, la contraddistinguono infermiere bellissime, un'invasione di cimici e coccinelle, delle camere luminose. C'è una piccola funicolare molto carina per arrivarci.
La Princi ha magliettina rosa, pigiamino rosa, ciabattine rosa. I capelli legati a coda come una bambina, il cerotto sulla pancia e un rubinettino di plastica nella mano. Sorride. Passata la paura. Passato il disagio dell'anestesia. Domani torna a casa e ci vorrà il recinto elettrificato per impedirle di andare a scuola.
Non le dirò mai cos'è stato per noi questo ottobre. Non ha colto, presa come era dai suoi controlli medici, dalle lezioni, dall'anniversario col Padreterno. Se ha colto, del resto, se lo terrà per sè, salvo spiattellarmelo addosso in un momento in cui sarò più fragile (più di così? scherziamo?) e starò malissimo (perché peggio di adesso si può, sì, lo so).
Domani torno al lavoro e mi sembrano settimane che non li vedo, i Terrible Fiftyone. Sono contentissima di avere tre ore coi Gini.
Di rivedere i colleghi, coi quali il primo consiglio di classe al completo è andato benone, e i primi colloqui con mamme di Gini problematici ancora di più.
Di dedicare le mie forze al resto. Che non sarà leggero. Prevedo dolorosi passaggi di consegne in vari campi. Sono istupidita dalle mie stesse preoccupazioni, sono talmente oltre l'ansia che non riesco a agitarmi per più di una cosa alla volta.
Adesso ho gonnellina, tacchi, camicetta, bolerino traforato, lo scialle di Desigual che adoro, perché me lo ha regalato la Princi, per il Natale di tre anni fa. Capelli piastrati. Tra un attimo mi trucco e poi mi siedo composta, incellofanata come una bambola, aspettando di capire se questa è una serata "mangio un boccone con Tizio Caio Pino Gino", una serata "non mangio ho male qua ho fastidio là", una serata "sto rientrando, vuoi mangiare una cosa fuori?"
In ogni caso, testa alta, sorridere, incedere con passo sciolto.
Non so più in che squadra giochi lui, ma condividiamo lo spogliatoio e non posso partire già sconfitta.
La Princi ha magliettina rosa, pigiamino rosa, ciabattine rosa. I capelli legati a coda come una bambina, il cerotto sulla pancia e un rubinettino di plastica nella mano. Sorride. Passata la paura. Passato il disagio dell'anestesia. Domani torna a casa e ci vorrà il recinto elettrificato per impedirle di andare a scuola.
Non le dirò mai cos'è stato per noi questo ottobre. Non ha colto, presa come era dai suoi controlli medici, dalle lezioni, dall'anniversario col Padreterno. Se ha colto, del resto, se lo terrà per sè, salvo spiattellarmelo addosso in un momento in cui sarò più fragile (più di così? scherziamo?) e starò malissimo (perché peggio di adesso si può, sì, lo so).
Domani torno al lavoro e mi sembrano settimane che non li vedo, i Terrible Fiftyone. Sono contentissima di avere tre ore coi Gini.
Di rivedere i colleghi, coi quali il primo consiglio di classe al completo è andato benone, e i primi colloqui con mamme di Gini problematici ancora di più.
Di dedicare le mie forze al resto. Che non sarà leggero. Prevedo dolorosi passaggi di consegne in vari campi. Sono istupidita dalle mie stesse preoccupazioni, sono talmente oltre l'ansia che non riesco a agitarmi per più di una cosa alla volta.
Adesso ho gonnellina, tacchi, camicetta, bolerino traforato, lo scialle di Desigual che adoro, perché me lo ha regalato la Princi, per il Natale di tre anni fa. Capelli piastrati. Tra un attimo mi trucco e poi mi siedo composta, incellofanata come una bambola, aspettando di capire se questa è una serata "mangio un boccone con Tizio Caio Pino Gino", una serata "non mangio ho male qua ho fastidio là", una serata "sto rientrando, vuoi mangiare una cosa fuori?"
In ogni caso, testa alta, sorridere, incedere con passo sciolto.
Non so più in che squadra giochi lui, ma condividiamo lo spogliatoio e non posso partire già sconfitta.
domenica 1 ottobre 2017
Primo ottobre
Ottobre, che è il mese che amo di più, quest'anno si apre con premesse che non mi piacciono.
Non che non ci siano cose da riconoscere come positive, eh.
Ieri ho preso il primo diploma di perfezionamento post formazione, e ho due gruppi yoga (con due persone ciascuno, per ora, ma è già molto di più di quel che avrei sognato un anno esatto fa, quando credevo che avrei mollato anche il corso istruttori).
A casa, la figlia mi parla di nuovo (tempistiche del parlarsi con la mamma secondo mia figlia nel 2017: gennaio, mezzo febbraio, mezzo luglio, un terzo di agosto quando eravamo a casa entrambe, una settimana di settembre. Negli altri mesi, denti dell'arcata di sopra inchiavardati a denti dell'arcata di sotto, bofonchiare indistinto se costretta, e sguardo ostile) e che dire, dato che dovremo passare insieme in clinica parecchie ore, sono dell'idea che serva, arrivare là rivolgendosi almeno la parola.
Sul lavoro, fatiche erculee per far stare seduti i primini a parte, le cose vanno bene. Niente più presidente di commissione esterno all'esame di terza, pare: e così la mia vita e quella della C. potrebbero davvero non incrociarsi più. Evviva. Invece, se confermeranno questa scelta, si lavorerà con la Preside Chic, che quando non è troppo tesa è anche simpatica, e comunque conosce la legislazione e non si comporta come un sovrano assoluto. Solo quaranta ore da recuperare contro le precedenti cinquantasette che la C. ultimamente imponeva: mi pareva che stessimo un ciccinino esagerando, soprattutto perché, in dieci anni sempre passati a fare lo stesso numero di ore settimanali nello stesso istituto, avevo visto aggiungersi almeno otto ore di recupero alla tabella, pur avendo un calendario lezioni che prevede già di iniziare prima di tutte le altre scuole della provincia, e di venire anche a lavorare durante qualche sabato o qualche ponte. Ma di questo parleremo diffusamente, perché per quelli come me, che a inizio anno presentano da un minimo di tre a un massimo di cinque progetti in buona parte da svolgersi sulle ore di recupero, non è detto che sia un bene snellire dette ore. (E perché devo attentamente dettagliare, a quelli che passano di qui solo per sputare sentenze su quanto poco abbiano voglia di lavorare i professori, cosa intendo per "ore settimanali", "progetti", "ore di recupero" e "calendario lezioni", altrimenti qua sotto scoppia un flame fomentato da incompetenti che non conoscono il gergo tecnico e tra l'altro, come successo tempo fa, non leggono le risposte in cui glielo si spiega).
Altri capitoli, come le grane di famiglia da gestire a Genova e dintorni, quelle di famiglia che non gestisco io ma si smazza l'Uomo, i soldi, i lavori da seguire in tre città diverse, sono al momento in stand by. La collaborazione con Sanguedelmiosangue si è malamente interrotta e quella con Grande Pagliaccio inizia domani, ma non mi convince per motivi personali più che professionali, per cui mi avvicino a questo cambiamento con diffidenza. Comunque qualcuno che metta le mani nell'ufficio ci vuole, e me lo farò piacere, non ho alternative.
Alla fin fine, è il capitolo Uomo che risucchia tutte le mie energie positive, non è possibile negarlo. Per quanto, a voler vedere, lo squilibrio che mi ha colpito da luglio in avanti non lo ha probabilmente creato direttamente lui: a meno che io non abbia doti di chiaroveggenza che mi stessero informando su quel che faceva quando ancora non me lo aveva raccontato, avrei potuto sentirmi abbastanza bene quest'estate. In ogni caso, le forze mi abbandonano ogni poche ore, la batteria va subito a terra, guardo passare la mia vita come se non potessi più farne parte. A volte piango, ma non quando e quanto dovrei. A volte sono arrabbiata o eccitata o contenta, ma sempre con uno sfasamento rispetto a quel che sta davvero accadendo, per cui vivo in una bolla in cui le cose, da fuori, arrivano in ritardo, in anticipo, distorte e scollegate dalla realtà. La Fräulein mi costringe a guardare i fatti. Ma i fatti sono contraddittori e dolorosissimi, non aiuta guardarli se si sta già male. Non guardarli del resto è peggio, ha ragione lei.
Mi sento alla deriva.
Ieri però riflettevo che anche nell'ottobre scorso mi sentivo così. La situazione era molto meno grave, è vero. Ma il senso di straniamento era simile. Credo che sia perché, mentre io amo l'autunno, l'inizio della scuola, l'accorciarsi delle giornate fresche, lui soffre ogni anno di più il fatto di ricominciare. Nel suo meraviglioso mondo ideale è sempre estate, si lavora per passione e non per dovere, si molla una cosa e ne si inizia un'altra. La metodicità, la sopportazione, la coerenza richieste dall'inverno a lui sono sempre pesate. Questo da molto prima che iniziassero i nostri casini. Negli ultimi anni, tra novembre e dicembre, abbiamo avuto il festival, che dava la svolta: o estraeva da sottoterra tutta la rabbia, la frustrazione e lo scontento, o cementava la coppia come squadra che funziona e intanto regalava qualche soddisfazione, troppo spesso epidermica a mio parere, ma si sa che io e lui non vediamo le cose allo stesso modo in questo. Chissà quest'anno cosa porterà la stagione del festival. La povera pazza speranzosa che alberga in me ricorda mattine in cui ci si svegliava nel buio, terrorizzati dai passi troppo lunghi che stavamo facendo, e ci si stringeva per darsi coraggio, nonché sere in cui si rientrava mano nella mano, a notte fonda, con una bella sensazione di aver lavorato bene. Se invece di una povera scema innamorata dentro di me ci fosse una tizia con un minimo di equilibrio, ricorderei anche le tremende serate in cui essere presenti al festival significava sentire tra la folla i commenti su di lui, mentre lui non sapeva neanche se c'ero, passava distratto e mi salutava senza vedermi e dimenticandosi di presentarmi agli ospiti, sorrideva a cani e porci e poi a casa bistrattava tutti perché era nervoso.
Diciamo che forse, quest'anno, avere la sensazione abbastanza salda che alla stagione del festival sarò ancora presente non è abbastanza . Avrei bisogno di altre conferme, di altri appoggi, per reggere questo ottobre che si presenta denso di prove, mentre lui vaga distratto con un telefono in mano e l'altro in tasca, e io non riesco a tenere su la dannata fronte.
Sia quel che sia. Il mio posto lo sappiamo qual è. Oggi forse faremo un salto in montagna, nominalmente la scusa è quella di riportare su il materiale da viaggio (ciotole, lettiera e paletta) della gatta di mia madre, che è rimasto da noi dopo la vacanza in Val d'Aosta. Non ci si dorme, probabilmente non ci si cena, vedere le montagne coi colori autunnali però può darsi mi faccia bene. E poi devo resistere a questo mortifero richiamo di dormire tutto il giorno, interrotto solo da spasmodico desiderio di mangiare, di andare a sfondarmi di yoga o di fare otto o nove chilometri di camminata con la Caramella. Cerchiamo di non proiettare aspettative. Cerchiamo di tenere il centro. Cerchiamo di non pensare a questa voragine del 2017 che mi ha spogliato di quasi ogni pretesa e mi ha ridotto un 3% della persona che ero. Quel 3% è tostissimo, quantomeno, ha i denti di un piranha e la presa non vuole mollarla.
Non che non ci siano cose da riconoscere come positive, eh.
Ieri ho preso il primo diploma di perfezionamento post formazione, e ho due gruppi yoga (con due persone ciascuno, per ora, ma è già molto di più di quel che avrei sognato un anno esatto fa, quando credevo che avrei mollato anche il corso istruttori).
A casa, la figlia mi parla di nuovo (tempistiche del parlarsi con la mamma secondo mia figlia nel 2017: gennaio, mezzo febbraio, mezzo luglio, un terzo di agosto quando eravamo a casa entrambe, una settimana di settembre. Negli altri mesi, denti dell'arcata di sopra inchiavardati a denti dell'arcata di sotto, bofonchiare indistinto se costretta, e sguardo ostile) e che dire, dato che dovremo passare insieme in clinica parecchie ore, sono dell'idea che serva, arrivare là rivolgendosi almeno la parola.
Sul lavoro, fatiche erculee per far stare seduti i primini a parte, le cose vanno bene. Niente più presidente di commissione esterno all'esame di terza, pare: e così la mia vita e quella della C. potrebbero davvero non incrociarsi più. Evviva. Invece, se confermeranno questa scelta, si lavorerà con la Preside Chic, che quando non è troppo tesa è anche simpatica, e comunque conosce la legislazione e non si comporta come un sovrano assoluto. Solo quaranta ore da recuperare contro le precedenti cinquantasette che la C. ultimamente imponeva: mi pareva che stessimo un ciccinino esagerando, soprattutto perché, in dieci anni sempre passati a fare lo stesso numero di ore settimanali nello stesso istituto, avevo visto aggiungersi almeno otto ore di recupero alla tabella, pur avendo un calendario lezioni che prevede già di iniziare prima di tutte le altre scuole della provincia, e di venire anche a lavorare durante qualche sabato o qualche ponte. Ma di questo parleremo diffusamente, perché per quelli come me, che a inizio anno presentano da un minimo di tre a un massimo di cinque progetti in buona parte da svolgersi sulle ore di recupero, non è detto che sia un bene snellire dette ore. (E perché devo attentamente dettagliare, a quelli che passano di qui solo per sputare sentenze su quanto poco abbiano voglia di lavorare i professori, cosa intendo per "ore settimanali", "progetti", "ore di recupero" e "calendario lezioni", altrimenti qua sotto scoppia un flame fomentato da incompetenti che non conoscono il gergo tecnico e tra l'altro, come successo tempo fa, non leggono le risposte in cui glielo si spiega).
Altri capitoli, come le grane di famiglia da gestire a Genova e dintorni, quelle di famiglia che non gestisco io ma si smazza l'Uomo, i soldi, i lavori da seguire in tre città diverse, sono al momento in stand by. La collaborazione con Sanguedelmiosangue si è malamente interrotta e quella con Grande Pagliaccio inizia domani, ma non mi convince per motivi personali più che professionali, per cui mi avvicino a questo cambiamento con diffidenza. Comunque qualcuno che metta le mani nell'ufficio ci vuole, e me lo farò piacere, non ho alternative.
Alla fin fine, è il capitolo Uomo che risucchia tutte le mie energie positive, non è possibile negarlo. Per quanto, a voler vedere, lo squilibrio che mi ha colpito da luglio in avanti non lo ha probabilmente creato direttamente lui: a meno che io non abbia doti di chiaroveggenza che mi stessero informando su quel che faceva quando ancora non me lo aveva raccontato, avrei potuto sentirmi abbastanza bene quest'estate. In ogni caso, le forze mi abbandonano ogni poche ore, la batteria va subito a terra, guardo passare la mia vita come se non potessi più farne parte. A volte piango, ma non quando e quanto dovrei. A volte sono arrabbiata o eccitata o contenta, ma sempre con uno sfasamento rispetto a quel che sta davvero accadendo, per cui vivo in una bolla in cui le cose, da fuori, arrivano in ritardo, in anticipo, distorte e scollegate dalla realtà. La Fräulein mi costringe a guardare i fatti. Ma i fatti sono contraddittori e dolorosissimi, non aiuta guardarli se si sta già male. Non guardarli del resto è peggio, ha ragione lei.
Mi sento alla deriva.
Ieri però riflettevo che anche nell'ottobre scorso mi sentivo così. La situazione era molto meno grave, è vero. Ma il senso di straniamento era simile. Credo che sia perché, mentre io amo l'autunno, l'inizio della scuola, l'accorciarsi delle giornate fresche, lui soffre ogni anno di più il fatto di ricominciare. Nel suo meraviglioso mondo ideale è sempre estate, si lavora per passione e non per dovere, si molla una cosa e ne si inizia un'altra. La metodicità, la sopportazione, la coerenza richieste dall'inverno a lui sono sempre pesate. Questo da molto prima che iniziassero i nostri casini. Negli ultimi anni, tra novembre e dicembre, abbiamo avuto il festival, che dava la svolta: o estraeva da sottoterra tutta la rabbia, la frustrazione e lo scontento, o cementava la coppia come squadra che funziona e intanto regalava qualche soddisfazione, troppo spesso epidermica a mio parere, ma si sa che io e lui non vediamo le cose allo stesso modo in questo. Chissà quest'anno cosa porterà la stagione del festival. La povera pazza speranzosa che alberga in me ricorda mattine in cui ci si svegliava nel buio, terrorizzati dai passi troppo lunghi che stavamo facendo, e ci si stringeva per darsi coraggio, nonché sere in cui si rientrava mano nella mano, a notte fonda, con una bella sensazione di aver lavorato bene. Se invece di una povera scema innamorata dentro di me ci fosse una tizia con un minimo di equilibrio, ricorderei anche le tremende serate in cui essere presenti al festival significava sentire tra la folla i commenti su di lui, mentre lui non sapeva neanche se c'ero, passava distratto e mi salutava senza vedermi e dimenticandosi di presentarmi agli ospiti, sorrideva a cani e porci e poi a casa bistrattava tutti perché era nervoso.
Diciamo che forse, quest'anno, avere la sensazione abbastanza salda che alla stagione del festival sarò ancora presente non è abbastanza . Avrei bisogno di altre conferme, di altri appoggi, per reggere questo ottobre che si presenta denso di prove, mentre lui vaga distratto con un telefono in mano e l'altro in tasca, e io non riesco a tenere su la dannata fronte.
Sia quel che sia. Il mio posto lo sappiamo qual è. Oggi forse faremo un salto in montagna, nominalmente la scusa è quella di riportare su il materiale da viaggio (ciotole, lettiera e paletta) della gatta di mia madre, che è rimasto da noi dopo la vacanza in Val d'Aosta. Non ci si dorme, probabilmente non ci si cena, vedere le montagne coi colori autunnali però può darsi mi faccia bene. E poi devo resistere a questo mortifero richiamo di dormire tutto il giorno, interrotto solo da spasmodico desiderio di mangiare, di andare a sfondarmi di yoga o di fare otto o nove chilometri di camminata con la Caramella. Cerchiamo di non proiettare aspettative. Cerchiamo di tenere il centro. Cerchiamo di non pensare a questa voragine del 2017 che mi ha spogliato di quasi ogni pretesa e mi ha ridotto un 3% della persona che ero. Quel 3% è tostissimo, quantomeno, ha i denti di un piranha e la presa non vuole mollarla.
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