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martedì 24 aprile 2018

Questa parte della mia vita si potrebbe chiamare: casa.

Venerdì 20 aprile

La professoressa guardò l'ora mentre sfrecciava nel bosco e si disse che non ce l'avrebbe più fatta ormai a prendere il caffè con l'Orsone.

Pazienza.

Il venerdì mattina dell'anno scolastico 2017/2018 è dedicato a due missioni fondamentali:
1)
sentirsi una madre meravigliosa, giusto quei cinque minuti a settimana in cui non si lotta per aggiudicarsi il Madre di Merda 2018, per il fatto di mettere la sveglia alle 7 anche se si entra alle 10,45, fare il caffè alla figlia, darle un bacino e sincerarsi che abbia quel che le serve per la mattina a scuola, per poi
2)
dire, con goduria appena celata, "torno ancora un po' di là" e, mentre la figlia fuma una sigaretta facendo venire l'ora del pullman, infilarsi a letto per un'altra oretta, in cui si dorme il sonno più stupendo che ci sia, quello di quando anche l'Uomo non deve alzarsi. E ricordatevi che io ho sofferto di insonnia a un livello che clinicamente può bastare per spezzare un fisico, e ho rischiato seriamente di perdere del tutto e per sempre l'amore della mia vita. Per cui, ogni minuto che passo serenamente addormentata al suo fianco, in orari in cui non riuscivo più a dormire da quando avevo vent'anni, è come un altro giorno che sorge per uno che doveva finire sulla sedia elettrica e invece è stato graziato. Poi il sonno viene spesso sostituito, o meglio ancora seguito, dal chiacchierare sotto le coperte con l'Uomo, e se qualcuno mi ha mai voluto bene e si è preoccupato per me, dovrebbe origliare e sentire le risate con cui inizio la giornata. Io amo il venerdì. Se mi dite a chi devo vendere il mio corpo perchè l'anno prossimo nell'orario di entrambi ricapiti una mattina così, lo faccio senza pensarci due volte.

Quella mattina, una serie di motivi costringeva a rinunciare al paradisiaco risveglio del venerdì. Abbassando gli occhi sul telefono, la prof Castagna si accorse di avere una telefonata del Gigante. Alle otto e cinque di mattina? Lo richiamò nel primo punto della strada in cui, tra una coltivazione e un bosco, le tacche del telefono tornavano ad essere almeno due.
Scusami, volevo dirti che la madre di Quantoso'bono è già passata da scuola, ma le abbiamo detto di tornare dopo, perché tu entravi in servizio più tardi.”
Veramente io sto arrivando, comunque le avevo detto di venire dopo le 9, perché sapevo che c'eri anche tu.”
Ah ma io sono già qua, comunque le ho parlato un po' io, poi però vedila tu, ha detto di chiamarla al negozio quando siamo pronti.”
Sono lì tra 5 minuti.”

Poco dopo, il Gigante sedeva placidamente tutto solo sulla panchina dell'ingresso. La Castagna andò a sedersi al suo fianco. Si informarono a vicenda brevemente su quanto c'era da fare nella mattinata. Poi lui sospirò. Lei sospirò. Tutti e due sospiravano, per una volta, di soddisfazione.
Sono proprio contenta.”
Sì, anch'io, è andata proprio bene.”
Davvero.”
Stamattina sono arrivati, hanno posato le loro cose, quando è suonata la campanella si sono infilati nelle classi, senza colpo ferire, non li ho più sentiti, sono a casa loro.” “Meraviglioso.”
Ora chiama le mamme.”
No, Gigante, fammi aspettare un attimo, volevo salutare i Francesi. Sono venuta prima anche perché la collega ha detto che mi ha portato un pensierino che voleva lasciarmi prima di partire.”
Il Gigante annuì, e restarono lì senza fare assolutamente niente, tutti e due, per un paio di spettacolari minuti. Poichè entrambi sapevano di esserselo sudato, questo istante, e sono cose da assaporare, prima di rimettersi a correre.

3 giorni prima

La Castagna era sensualmente immersa in una miriade di temi sparpagliati sul letto matrimoniale, nella prima giornata veramente calda della stagione (“Hai presente Demi Moore nelle banconote? Ecco. Io però nei temi” aveva scherzato con l'Orsone qualche giorno prima, e a lui era andato di traverso il caffè, si suppone pensando a Demi Moore, comunque la Castagna si era molto divertita).
Sul gruppo whatsapp di Scuolina Rosa arrivò un messaggio che diceva: “La ragazzina è in ambulanza con la sua insegnante, ti raggiunge la Bionda appena l'Inutile torna da Montechiaro”.
Ovviamente era un errore averlo inviato al gruppo, ma tutti si agitarono. Venne fuori che la simpatica prova di resistenza per stroncare i giovani ospiti del gemellaggio (ore di pullman – pranzo in mensa – salita a piedi al castello con 29 gradi e il sole a picco – discesa nel cuore della collina, a 5 gradi, nel museo ospitato dalle segrete del castello) aveva fatto una vittima: la piccola R., che avrebbe passato le successive otto ore a svenire e vomitare a intervalli, per la gioia della sua prof di italiano e la costernazione dei genitori di Fulminato, che la aspettavano a casa in quanto famiglia ospitante.
Medico di Paesino di Sogno, pronto soccorso, una notte in pediatria. La prof francese rimase bloccata, dal momento di salire in ambulanza, fino alla mattina dopo, senza vestiti per cambiarsi e senza cena. Mille telefonate e sms dopo, la situazione si presentava così:
  • bambina francese ricoverata
  • prof francese nutrita con panini portati d'urgenza da casa della Brava Crista
  • prof Bionda e prof Inutile rientrate a casa dopo aver fatto picchetto in pronto soccorso, sostituite in pediatria da prof Troll e prof Bestia Nera 
  • prof Castagna che uscendo da yoga va a sua volta a vedere come è finita, trovando i colleghi italiani e francesi finalmente seduti, alle 21,45, davanti a una pizza.
Di lì a poco il commento della Bestia Nera (della? Bestia Nera? sì...) sarebbe stato “Però siamo proprio uniti quando c'è bisogno” e, poi, al Gigante, la medesima Bestia Nera avrebbe detto “Mi pare che abbiamo fatto proprio bella figura, nell'emergenza, e senza che nessuno ci coordinasse”.

Due giorni prima

Il Presuntuoso, in giro a fare danni nell'intervallo, come sempre, con Quantoso'bono e Riace, pensò bene di insultare la Bidella di Burro, dandole della passeggiatrice.
Ora. Al Gigante puoi fare molte cose. Ma è un uomo d'altri tempi. Non toccargli nessuna delle sue donne: mamma moglie figlia, ça va sans dire, ma nemmeno l'ultima delle supplenti o la più antipatica delle segretarie. I suoi ruggiti di quel mercoledì li udirono anche i leoni nello Tsavo National Park, e si impressionarono. Convocò la Castagna da una parte all'altra del corridoio sovrastando il caos dell'intervallo, e lei sentì, più che vedere, la presenza attenta dell'Orsone che si affiancava per accompagnarla. Solo che anche lei come leonessa non era male, e quindi in due mosse veloci uncinò il ragazzino, che cercava di capire da che parte gli convenisse girarsi per non farsi fare troppi lividi, lo precedette davanti alla porta della sala musica dove il Gigante si era rintanato tuonando, gli disse gelida: “Tu aspettami qui, fermo” e andò oltre, lasciandolo lì impietrito in mezzo a una fiumana di ragazzini che si divertivano. Arrivò fino alla bidella, le chiese come fosse andata, tornò indietro: l'Orsone ci aveva rinunciato ed era andato in classe, e il Presuntuoso non era più lì. Per un attimo lo sguardo di Castagna divenne quello di Ciclope e aprì un buco fumante nel pavimento, nel punto in cui doveva trovarsi il ragazzo. Poi la prof vide l'Impeccabile che fissava con le labbra smorte la porta della sala musica: “E' lì dentro?” “Sì...”
Castagna entrò e, tra lei e il Gigante, diedero a due voci al Presuntuoso la migliore anteprima di un cazziatone delle superiori di cui fossero capaci, per poi proseguire con nota rossa sul registro, trascrizione su diario e spargimento della notizia in giro tra colleghi.
Perchè il genio aveva pensato bene di fare la sua uscita la mattina prima di un consiglio di classe, aggiungendo immediatamente all'ordine del giorno della riunione un nuovo punto.

Nel pomeriggio, al consiglio, la Castagna si schierò dicendo all'Orsone: “Io chiedo una sospensione di tre giorni, stavolta, stammi dietro” e lui le confermò che avrebbe sostenuto la sua idea. Non immaginava, la Castagna, che invece non solo il Gigante avrebbe chiesto cinque giorni, ma avrebbe strigliato tutti i presenti, compresa e soprattutto lei, per non essere, a suo dire, abbastanza severi con quella terza. E voleva le teste anche di Quantoso'bono e di Riace, magari buttarli fuori dalla gita, etc. “Adesso basta fare tanti sorrisi”, ringhiava. Tanto che la Castagna, un po' avvilita, mormorò ai colleghi seduti vicino: “Ma se io mi alzo al mattino e faccio culi tutto il giorno...”, cosa talmente nota a tutti che si videro varie teste annuire, e persino lo Stronzo di Sostegno, nei giorni successivi, si sarebbe premurato di dire a Castagna che, con lei, la terza era inquadratissima. In ogni caso, l'unanimità dei presenti chiese un provvedimento più duro del solito e Castagna promise di parlare con le madri degli altri due moschettieri.

Quella sera, dopo molte ore di scuola e molti discorsi, una stanca ma risoluta Castagna entrò in casa alle sette e venti, si sciacquò il sudore, si pettinò i capelli e si trasferì dentro una camicetta di seta e un tailleur gonna color cioccolato, per poi ripartire alle otto e dieci alla volta del ristorante sulla famosa Piazza del Peccato, a Paesino di Sogno. Non era entusiasta di andare a cena: Piazza del Peccato era sempre un luogo a rischio di incontri ravvicinati del tipo meno indicato, la Fraulein era malata e aveva dato buca, l'Orsone si era ritirato in buon ordine, essendo in quanto orso assai poco propenso alle serate sociali.
Ma la cena fu veramente piacevole e bella: tutti erano contenti di essere andati d'accordo, di essersi mossi in squadra, sia con l'emergenza salute della piccola ospite, sia con la questione disciplinare, sia con l'accoglienza dei colleghi stranieri. Di cui uno, pur insegnando in Francia, parlava con lo splendido accento dei dintorni di Siena e soppesò, a lungo e con soddisfazione, il vino, una Barbera di Vinchio, con cui Bellissimo Padre, il proprietario dell'enoteca, ci stava facendo fare ulteriore splendida figura.
Un giro di dessert e caffè più tardi, Castagna usciva a fumarsi una sigaretta con Bellissimo Padre sotto il portico, e gli diceva quanto era contenta di come stava girando giù a Scuolina Rosa, e che lui non avesse venduto il locale. Bellissimo Padre era ormai un amico e non faceva più il timido quando gli facevano un complimento, almeno non con lei. Lei guardava una falce sottile di luna sopra il campanile barocco, e pensava a quanto amava il suo paesino, quella chiesa, quella piazza, quella vista, quel locale, ogni pietra, ogni albero, ogni filo di ragno, ogni pennellata di nebbia che si stendeva sulle colline. A proposito di godersi ognuna della cose che si è rischiato di perdere.

Un giorno prima

La mattinata di Castagna era iniziata con un'ora e mezza di chiacchierata, mezza in italiano mezza in francese, tra lei, due ragazzine straniere di cui una di Mayotte (ma esistono veramente, allora, i famosi DOM e TOM!) e tutta la prima dei Gini, che saranno anche Gini ma come ospiti sono adorabili.
Ma poi ci fu la madre del Presuntuoso. Cui il Presuntuoso non aveva mica detto di che natura fosse l'insulto appioppato a Bidella di Burro. Toccò a Castagna (e come ti sbagli) riferire le parole esatte e vedere la povera donna scoppiare in lacrime per la vergogna. Fortuna che il Gigante, essendo impegnato nell'organizzazione della seconda parte della mattinata per i Francesini (gita a piedi in aperta campagna e picnic a base di pizza calda servita sul prato di una chiesetta romanica), aveva chiesto all'Orsone di accompagnarla. Non che di solito servisse chiederlo. Quaranta minuti di ramanza al ragazzino, pianto della signora e ragionamenti severi e pacati dopo, Castagna, stavolta da sola, andò a convocare al telefono la madre di Quantoso'bono, di nuovo!, e, ancora!, la madre di Riace. Tra la prima e la seconda telefonata le era venuto un bel mal di stomaco e alla fine della seconda una delle segretarie le disse: “Meglio se fai una pausa, sei tutta rossa a chiazze in faccia”. La Castagna non intendeva morire di problemi circolatori per la fatica somma di comunicare alle madri succitate “Si ricorda signora che avevamo detto di sentirci se c'era qualche problema? Ecco, dovrebbe venire a scuola a parlarmi...”, ma oggettivamente si sentiva male.
Nella stessa mattinata, il vice aprì la porta della terza mentre lei interrogava per chiederle dove fosse mai Belzebù. Assente, rispose lei, lui le abbaiò “poi ti dico” e richiuse la porta. Gli alunni esterrefatti le videro ingoiare un groppo di pianto: altre grane non le avrebbe proprio rette... Lei cercò di dominarsi e disse con un sorriso amaro una frase da registrare negli annali: “La vostra classe è ...una cosa cardiaca.
Al pomeriggio saggiamente Castagna decise di non rimanere a scuola a preparare la festa di addio, ma di passare un momento a casa a riprendersi. Pronti via, siccome era sola a pranzo e nessuno le chiedeva niente, si addormentò secca sul divano. Spaccare culi ai ragazzi è faticoso, dare notizie di merda alle madri è molto peggio.
Al risveglio, il suo cervello, che era andato a mille per parecchie ore, aveva rallentato i giri, e all'improvviso ebbe un flash: cosa le aveva detto l'Orsone, prendendo un caffè nello stanzino, tra una madre in lacrime e un vicepreside dai denti sguainati? Che avrebbe chiesto a Preside Chic se valeva per lui la pena fare domanda a Scuolina Rosa per i prossimi anni, dato che la sua assunzione dipendeva dalla chiamata diretta. E la Castagna era talmente suonata, dallo sforzo di far rispettare il regolamento alla sua terza, che neppure gli aveva gettato le braccia al collo.

Rinfrancata dalla prospettiva di non essere mai più sola a fare fronte alle grane, Castagna si mise un paio di comodi e freschi buddha pants, una maglietta e i sandali e partì per scuola. Il bidello Guaglione, in canottiera nera, appendeva festoni e palloncini. La Zuccherina di Arte e l'Impeccabile preparavano cartelloni e bandierine con un gruppo di Francesini. Gli altri giocavano a squadre in palestra, sul prato e sul campo da beach volley (sì lo so, siamo troppo avanti ad avere un campo da beach volley in mezzo ai vigneti, che volete farci, è o non è la Valle delle Meraviglie?). Il Gigante preparava la musica sulla LIM e ordinava pizze al telefono. Castagna e le altre prof spacchettarono quintali di cibo, comprato o preparato dalle famiglie, e disposero tutto in bella mostra nell'auditorium. Arrivarono le famiglie ospitanti, i professori francesi, i colleghi, e intanto Castagna scomparve in un bagno e ne uscì con vestitino nero a fiorami, calze a rete e tacco medio, suscitando nel bidello Guaglione il commento: “Eccallà, agge sbagliate tutte cose, m'aviva a purtà nu frac”.
Poi ci fu la festa, e a partire dalla famiglia di Fulminato, che voleva farsi la foto tutta insieme con le due ragazzine francesi ospiti, tutti si fecero il servizio fotografico, persino le prof con un gargantuesco carrello di dolci, e poi sedute tutte in cerchio a finire la serata. Castagna aveva supervisionato tutta la sera il pc della LIM, sul quale i ragazzi francesi caricavano da Youtube brutti rap nordafricani, canzoni semioscene in spagnolo e altra roba poco condivisibile (una su tutte “Dame tu cosita” e annesso video con mosse trombatorie). Poi i ragazzi erano quasi tutti usciti sul prato e lei aveva iniziato a riordinare, mettendosi come soundtrack una più ascoltabile “Love the way you lie”. Era allora comparso un ragazzino francese con capelli disordinati e faccina sfigata, che educatamente chiesto il permesso in italiano aveva digitato una sua scelta. “Revolution”. Dei Beatles. La mandibola di Castagna si era sfracellata sul pavimento della sala. Visto che questa prof pareva favorevole a un po' di revival, il tipetto le aveva subito dopo proposto con mille erre rotanti: “Questo è mio gRRRRupo pRRRefeRRRRito, eh?” e aveva caricato i Police. “Message in a bottle”. Veramente. Lacrime. Commossa, la prof gli aveva alzato il volume. Più tardi era passato ai Led Zeppelin, ma a quel punto era definitivamente il suo mito.
La serata terminò con professoresse stanche e felici, che avevano già mangiato la torta panna pan di Spagna e semifreddo di fragole, ma mentre riordinavano la cucina si sbafavano facendo le fusa i resti delle leggendarie quiches della moglie del Gigante. Ore ventidue, cancelli chiusi, scuola buia. Tutti soddisfatti.


A ciò si deve il fatto che, la mattina dopo, mezz'ora prima di ripiombare nei casini disciplinari, la Castagna chiedesse al Gigante un attimo di tregua, e una meritata degustazione del sapore di cose ben fatte che aleggiava per la scuola. E poco più tardi si attardasse un momento sulla porta, insieme al Guaglione che fingeva di essere uscito per spazzare il marciapiede, a guardare il pullman francese, che faceva manovra nel piazzale e portava lontano, verso casa loro, trentacinque ragazzini contenti. E, di nuovo, a pensare a quanto profonde fossero ormai le sue radici in quella piccola sconosciuta fettina di Paradiso.

Casa.








sabato 7 aprile 2018

A Lhasa, provincia di Pisa - I vecchini del bar guardano il derby

A Lhasa in provincia di Pisa, dove mi rifugio per la seconda volta in un mese, gli annunci mortuari sono come sempre rasserenanti. La gente di qui, prima dei 99, non si sogna di morire. E te credo: chi cazzo muore quando può stare a godersi 90 anni di aria buona, colline profumate, sorrisi e ironia toscana? Leggere il Vernacoliere ogni settimana secondo me mantiene in salute. E poi qui, se muori, male che ti vada ti reincarni in tre minuti, con i monaci tibetani che cantano mantra, il Dalai Lama che aleggia col suo sguardo gentile in ogni dove, e il rischio di incontrare Richard Gere da un momento all'altro. E se ti reincarni in un bacarozzo, in un lombrico, in un pidocchio delle piante, stai da Dio lo stesso, perché qui alle formiche fanno il sentierino, bordato di piccoli sassi neri, perché attraversino il cortile senza essere calpestate, e la lombricaia sta proprio sotto gli alberi da frutta e gli stupa della pace. Figurati se spruzzerebbero mai un anticrittogamico.  Le formiche, che io sappia, attraversano da almeno 15 anni nello stesso punto, indisturbate. I lombrichi felici producono un concime talmente buono che ne basta un cucchiaino per avere ciclamini stupendi, e mia madre se lo fa portare su tutti gli anni.

E mentre al bar del circolo contemplo la sfogliatina holla hrema hotta, i biscotti bio e dei panini titanici, dall'aria succulenta, che sembrano appena fatti da una nonna amorevole per il nipote prediletto che gioca a rugby, dalla saletta tv non si sente un fiato. Mi affaccio e vedo i centenari nonnetti del paese che, in religioso silenzio, guardano la partita. Il derby Genoa - Samp.

Ecco.

Così, quando torno al monastero e attraverso di nuovo la zona del dormitorio maschile, per raggiungere la sola stanza libera che c'era rimasta quando, un mese fa, ho prenotato, ho fatto il giro completo della malinconia. Nonostante la bellissima giornata di corso sul pranayama, i pini marittimi alti dodici metri che vedo dal letto, le risate fatte coi compagni di corso e un cielo, ma un cielo, oggi così chiaro che vedevamo la Corsica coi monti innevati, e stasera così pieno di stelle che Galileo non doveva nemmeno sprecarsi a inventare niente per guardarle tutte... Eccoci di nuovo al punto di partenza. Non è come tre anni fa in quella cazzo di mansarda bianca dove non potevo chiudere occhio, e ogni visione della meravigliosa terra fuori dal villino mi straziava. Non è come l'estate scorsa, quando lo spettacolo dei ghiacciai spazzati dal vento di fine agosto mi faceva sanguinare gli occhi perché tu non eri seduto al mio fianco a guardare. Ma sempre allo stesso punto si ritorna.

Stamattina mi sono svegliata in un letto supercomodo, nel profumo di macchia mediterranea, nel canto di mille uccellini. E il primo pensiero cosciente è stato: "cosa ci faccio qui?".

Poi ho passato tutto il giorno a cercare un modo per farci parte delle vacanze estive, qui, a dire a tutti quanto vorrei starci un'intera stagione, a lavorare, seguire corsi, studiare, e passeggiare sotto gli stupa. Ho anche parlato per ore con gente che ha girato il mondo e aveva sul telefonino foto del salto Angel, di Bali, di Manaus, dell'Iguazu. Pensato a quanti posti magnifici bisogna che io veda ancora. A quante cose adesso avrei i mezzi di affrontare.

Ma alla sera, dopo una passeggiata al buio, una sigaretta sghignazzando fuori dalla sala di meditazione e un sacco di stronzatine divertenti condivise con gente che ha i miei stessi interessi,  vado a comprare una bottiglietta di gassata e due biscotti al baretto, e i vecchini guardano il derby. E torno nella mia camera bianca e arancio con il cuore che piange. Posso andare ovunque, zavorrata da mille pensieri e rimpianti, o libera e leggera come in quest'ultimo mese. Posso sapere perfettamente che a casa mi aspettano diverse persone e situazioni che rendono la mia vita infinitamente più sopportabile di come era qualche tempo fa. Ma poi i vecchini guardano il derby. E io piango, perché anche in capo al mondo troverei sempre qualcosa che vorrei guardare con te.

mercoledì 4 aprile 2018

La strega, Belzebù e l'albero

Quantoso'bono, sempre nella sua fase animale strano, me la batteva da giorni, dopo che io avevo spiegato come bonus le ultime cose molto belle apprese nel mio Tibet, in provincia di Pisa.
"Facciamo meditazione?"
"Quando la facciamo, la meditazione?"
"Poi ce la finisce di spiegare, quella cosa della meditazione?"

Alla fine, dopo giorni di prove scritte a raffica, la Castagna ha trovato un momento adatto. Ma, ha specificato, meditazione è un'altra cosa. Ha detto che avrebbe spiegato solo un piccolo esercizio di concentrazione, in quanto utile ai fini del lavoro scolastico, e di scordarsi i mantra o il muro bianco degli zen. "Svuotate il banco."

Hanno fissato per 60 secondi un oggetto messo sul banco. La gomma, un astuccio, un pacchetto di fazzoletti, un evidenziatore, un portachiavi. Si sono impegnati sul serio. Io osservavo i volti. Mimosa a un certo guardava me, Wonder Woman si grattava la testa.

Poi hanno provato col banco vuoto. Occhi aperti. Occhi chiusi. Occhi aperti. Molto bello da vedere. Un gran silenzio. Visetti sereni. Anche il collega di sostegno ci si è messo. Pover'uomo. A volte, a forza di lavorare insieme, finisco a pensare che gli voglio anche bene.

Abbiamo commentato insieme le sensazioni fisiche, le distrazioni mentali, il flusso di pensieri. L'Avvocato: "Io veramente pensavo se la segreteria era aperta, per andare a chiamare per l'autorizzazione di oggi pomeriggio."

Erano affascinati. Ovviamente ne volevano ancora. Ho detto che non sono cose da prendere alla leggera e che non voglio trovarmi un genitore ad accusarmi di indottrinarli al buddhismo. Ma adesso, mentre scrivo, mi viene in mente che oltre ai mantra esistono i sankalpa e quelli, lo sanno bene anche nelle grandi aziende moderne, servono a motivarsi, a focalizzare, a essere efficaci. Proverò a proporne alcuni. Anzi, farò i bigliettini e ognuno si sceglierà il suo. Va beh. Fingiamo sempre di non sapere che ho passato metà delle vacanze di Pasqua a lavorare e che domani è l'ultimo giorno utile per esercitarsi prima delle maledette Invalsi online, e pensiamo al futuro. Per il momento ho detto loro che non ho niente contro il far vedere alcuni esercizi yoga utili al lavoro scolastico, così come anni fa ho fatto vedere l'albero a una classe che affrontava un momento di paura di tutto.

"E com'è l'albero prof?" sono scattati. "Eh, bisogna levarsi le scarpe, per farlo bene..." Voci maschili indignate: "Ah no no, allora no." "Ma non adesso, non oggi, veniamo una volta che ci siamo accordati, coi calzini puliti e i piedi appena lavati, uffa come siete anche voi però... dai, una volta ci mettiamo d'accordo e lo proviamo." "Ma non ce lo può far vedere lei intanto?" "Sì ma mi serve un..." "IO!!!!!" ha urlato Belzebù, e si è teletrasportato al mio fianco vicino alla cattedra. Non l'ho neanche visto, tanto s'è mosso in fretta. E ci siamo bilanciati, prima su un piede poi sull'altro, sotto lo sguardo attento dei suoi compagni. "Cosa fa la tua gamba, R.? Sta ferma?" "No, trema!" "E va bene così, altrimenti saresti già caduto..."

Ho spiegato loro che se vogliono capire cosa si intende per flusso mentale devono provare shavasana, che fa paura a un sacco di gente. Per il nome (e infatti i maestri spesso la chiamano, gentilmente, in sanscrito, o con una pseudotraduzione tipo "posizione del riposo" o "della quiete", quando i due nomi tradizionali sono "posizione della morte" e "posizione del cadavere", e io alle mie alunne lo dico: pensate a quando tutte le cose per cui vi incazzate oggi non saranno più affar vostro). E perché la mente non sta ferma un attimo. E ho detto loro che alcuni in shavasana si alzano, si agitano, si fanno venire l'ansia, o piangono, o dormono. Hanno capito benissimo.

"Se volete, la prossima volta che abbiamo tempo dopo un periodaccio di prove, ci portiamo un telo per sdraiarci, ci esercitiamo un po' sulla concentrazione e ve lo faccio anche fare, il cadavere, insieme ad altre piccole cose come l'albero, che ci insegnano qualcosa sulla fiducia in noi stessi."
"Sì ma prof" è spuntato Belzebù, tornato al banco, dove evidentemente stava rimuginando da un pezzo su un problema più estetico che igienico: "il pavimento è sporco, se mi metto in calzini poi mi fa schifo rimetterli nelle scarpe..." "E noi ci portiamo un paio di calzini apposta per fare yoga, no?" "Giusto, prof" mi ha detto, guardandomi come fossi una grande saggia.