Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

lunedì 28 novembre 2016

Tra terra e cielo

Fammi mettere la chiavetta nel lettore.
Il lettore non legge i file.  
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.

Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.

E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."

---


Facciamo la posizione del ponte. Quella della stabilità tra terra e cielo. Quella del collegamento tra una riva e l'altra. Quella dell'acqua che scorre sotto. Tempestosa. Inarrestabile. A volte nera di fango. A volte verde, come il Tanaro. A volte grigio chiaro e azzurro ghiaccio, come la Dora.

E io penso a quando, dodici o tredici mesi fa, mi sembrava impossibile essere sdraiata su un tappetino, ad occuparmi di me, mentre si sbriciolava tutto. Eppure il ponte aveva un suo senso. Solo l'estate prima, mi alzavo dal tappetino dopo le posizioni a faccia in giù lasciandomi sotto la chiazza di pianto, facevo i movimenti di inarcamento della schiena e ogni volta che portavo il mento verso il basso ruscellavano lacrime, se ero sdraiata in shavasana mi colavano dritte nelle orecchie, in modo simmetrico. A ottobre invece il ponte mi faceva per la prima volta sentire che davvero l'acqua passava sotto e io ero sopra. Il dolore cadeva giù dal cuore nella gola, dalla gola col respiro lo ributtavo su, verso l'ombelico. Poi tornava su e ancora ritornava giù. Almeno non era come quel buco spaventoso nel petto, quella trave d'acciaio nel cuore, sempre fissa, con gli organi che le marcivano lentamente intorno. Almeno si muoveva.



Prendere le prime lezioni di yoga con Guru Cri e paragonarle a quel seminario fatto ad agosto, quando all'una e un quarto di notte ero sotto il lucernario con gli occhi sbarrati a guardare il niente, e anche alle due e mezza, e alle tre, e alle cinque, e dopo pranzo, e dopo cena, io, nella stanzina bianca, sola, a dissanguarmi.
Prendere quelle prime lezioni e paragonarle a quelle di novembre, quando estraevo le carte degli angeli, i tarocchi, le rune, e uscivano sempre: il ghiaccio. La pazienza. La forza. La pazienza. La pazienza. La pazienza. L'adattamento. Lo stare fermi. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. Il ghiaccio. La runa del ghiaccio mi è uscita tante di quelle volte che alla fine non la voltavo neanche più. Ferma. Stai ferma. Stai ferma. Stai ferma. Mettici pazienza. Ancora. Ancora. Ancora. E ancora. Dio. Mi sarei lanciata sotto un treno pur di non rileggere la stessa richiesta.

---

"Sabato, quando do l'esame... alla fine mi vieni a prendere?"
"Certo!"
"Vorrei che ci fossi."
"Sì."
La luce che io ben conosco nei suoi occhi di due verdi diversi.
Che credevi, che non ti ci volessi?
Credevi davvero che tutte quelle ore fossero passate lontano da te?




"Avrei tanto voluto essere lì con te."
"Tu c'eri."











domenica 27 novembre 2016

Il guardiano del faro

Quello che si droga, quella che si taglia, quella incinta, abbiamo già visto, sì.

Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.

Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.

L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.

Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.

A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).

E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).

Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.

Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.

Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.





mercoledì 9 novembre 2016

Amor materno

Oggi mi fermo a scuola con un gruppetto di III C. Nosferatu, Attimo Fuggente, Mammina, Sveglia, lo Stuonato, Cavallona, Carotina, l'Adorabile,  la Gnocca.

Con  55 minuti di pausa tra lezioni del mattino e del pomeriggio, posso ovviamente solo pranzare al baretto. Mi aggrego, visibilmente non invitata, alla collega Troll e al Genuino, che pranzano con otto alunni della loro terza. Mentre andiamo, la collega dice ai suoi pargoli: "Visto? Abbiamo trovato anche una zia" e poi spiega con aria complice: "Sai, abbiamo deciso che io sono la mamma, lui è il fratello grande, perché è un po' giovane per fare il papà, e allora tu puoi essere la zia". Il Genuino giustamente bofonchia: "Ma, ora magari il fratello grande..." E io secca: "Già, in rapporto agli alunni fratello grande è pericoloso. E anche mamma, considerato che molte madri raccattano calzini e stanno zitte... Io continuo a preferire professore e professoressa."

Dite che sono stronza?

Bravi, allora stavate attenti, sono proprio stronza. È che il Troll se lo merita. Eccome. È iniziata la guerra. Il Gigante ha cercato di avvisarmi, con una frase che suonava: "Tu hai preparato qualcosa per la manifestazione del 4 novembre?" E il cui significato reale era: "Occhio che si stanno organizzando senza di te, le tue colleghe di storia, ti smerderanno". Io capisco dopo, quando incontro la collega Troll che nel corridoio, falsa come Giuda, mi dice zuccherosamente: "Oh scusami, spero che tu non ci sia rimasta male, non volevamo tagliarti fuori, credevo che ti avessero avvisata, nella confusione abbiamo dimenticato di dirti che..."
Io taglio corto: "Cosa? avete preparato qualcosa da leggere davanti a sindaco alpini etc? Ah ok, non c'è problema. I vostri leggono, i miei no, niente di grave, tanto guarda in questo periodo ho altro di cui occuparmi" e tiro dritta, perché ho grane una sull'altra. Tra cui una segnalazione ai servizi sociali e un altro alunno in arrivo dalla comunità, pare.
Ormai comunque mancano meno di 24 ore, e qualsiasi bella idea mi venga non faremmo in tempo a realizzarla.
Mi limito a dire alla terza, in assenza di testimoni: "Di là le colleghe hanno fatto preparare delle letture da fare alla cerimonia. Io vi ho spiegato di che si tratta, e a parte questo mi limito a sapere che siete quelli che di storia ne capiscono di più, quindi mi aspetto che siate i più attenti ed educati. E, anche se non farete domande perché non ce ne sarà tempo, dò per scontato che le vostre sarebbero domande intelligenti." Come non far battere ciglio a ventitre alunni per una durata di due ore di alzabandiera, filmato, trombettista, discorso del sindaco e abbassabandiera. Sono talmente attenti che non si accorgono che al suono de "Il silenzio" io piango. Non che me ne stracatafotta una sega del 4 novembre, io detesto tutto ciò che ha a che fare coi militari, pace sia alle anime dei caduti eh. Ma mio padre era un alpino, ha fatto la guerra, al famoso pezzo per tromba gli scendeva sempre una lacrima. E mi manca da star male.

Comunque nei giorni successivi rifletto sui ruoli similgenitoriali che a noi prof toccano, volenti, nolenti e più o meno affetti da manie di protagonismo e/o tendenza a porsi come complici dei propri alunni (aggiungerei: a trattare i propri alunni come bimbetti dementi in terza media. Io ai miei che escono a pranzo dico: "e vedete di sedervi due tavoli più in là, che non sono in servizio e voglio mangiare in santa pace. Chiaro?")

Sono costretta a riflettere sui ruoli perché l'Orientale di seconda continua a tampinare tutti i prof dicendo che sua madre la picchia e la spinge sulle scale e qua e là e sa io fumo prof, e non mangio da due giorni, no però mio padre è meglio di no non lo chiamate sono separati, e c'era un uomo in casa l'altra sera e non so chi era e io qua io là, no, poi, però, ma cosa succede ora se chiamate i servizi. E la madre, in un italiano impossibile fatto di parole incollate a caso e pronunciate in modo stranissimo, prova a spiegare alla preside che lei è sola e non sa leggere e deve lavorare tutto il giorno fuori e la figlia non le obbedisce etc etc e forse meglio casa famiglia, poi però quando io dico che i servizi possono mandare un educatore a casa scoppia in lacrime perché gliela portano via, la figlia, oddio. Ma no signora, però avete bisogno d'aiuto, lo state chiedendo in due. (La ragazzina è una ninfetta pallista, la madre una poveretta confusa. Ma hanno ragione tutte e due: non si va avanti così, qualcosa bisogna fare.)
Insomma la ragazza le sta provando tutte, e il contrario di ciascuna, per attirare l'attenzione, e io ho detto la mia, e la mia è: sta inventando, ma sta male, la madre ammette di avere problemi, lasciarla sola, alzarle le mani e non riuscire a gestirla, e se le succede qualcosa noi eravamo informati. Al che la preside Chic si decide e fa scrivere la segnalazione. Il Genuino mi chiama preoccupato perché la ragazzina all'idea che la lettera parta è impazzita. Così ci ritroviamo a saltare mezz'ora di lezione e calmarla in tre. Tre su quattro che lei ha interpellato, perché ormai da un mese siamo sulla questione, e fondamentalmente oltre alla preside e al vice la ragazzina ha visto il Genuino che è il suo coordinatore, me che sono autorevole per esperienza sul campo, la Pianista e il Magnifico che sono di sostegno. E quindi si è creata una specie di task force che sembra una strana famigliola.  La Pianista va in ansia e trema a ogni confessione della ragazzina. Il Genuino suda, le parla con tono gentile e tratta le cose burocratiche con il suo piglio un po' orsacchiottoso, ma con grande efficienza. Il Magnifico ascolta, annuisce, non si sbilancia e le fa domande, senza farle sconti. Io le spacco il mazzo ogni volta che si contraddice e cerco di prepararla al fatto che i servizi faranno molte domande e lei deve essere coraggiosa e magari anche sincera.
Lingua mortal non dice quanto mi sento merda dentro, di aver assunto il ruolo della Madre Normativa. Proprio io con la mia Princi preziosissima strappata a cose orrende e messa in salvo dai suoi prof.
Comunque, anche se nessuno ci chiama mamma zia fratellone o "bella, cuggi", alla fin fine siamo una specie di ipergenitore quadrimensionale multisfaccettato. Io, fossi nell'Orientale, mi fiderei. Ora speriamo che i servizi facciano il loro lavoro.




mercoledì 2 novembre 2016

E se poi fosse proprio questo il nostro modo

Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.

Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.

E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.

A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.

Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.

Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.

Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.

Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.

Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.

Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."

Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.

Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.

Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.