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martedì 29 gennaio 2019

Tà katà leptá, 3: del perché dopo dodici anni una se ne vuole andare



Scopri che a dicembre si sono parlati, dietro la tua schiena, per fare le cattedre di lettere dell'anno prossimo: a misura di Troll e, immagini, di qualche amichetta del giro di Paese Bruttone che deve arrivare. Ovviamente cercheranno di far saltare le tue ore di storia. Metti insieme le liti furibonde su questioni disciplinari degli ultimi due anni, gli insulti alla tua materia ricevuti dal vicepreside in prescrutinio l'anno scorso, la bocciatura all'orale d'esame di Belzebù a giugno, la promozione di altri cinque che dovevano assolutamente essere fermati e a cui il Gigante ha alzato i voti da quattro a sei nel giro di una notte, le pressioni fatte sulla collega M. per usare i suoi voti come jolly. E poi ci metti l'orario di merda di quest'anno, il fatto che con sei esigenze educative speciali, due accací e un progetto scuola lavoro a inizio anno fossero state date alla tua seconda ZERO ore di sostegno, mentre DICIOTTO erano state messe sulla classe da cui l'unico accací si era appena ritirato. E il fatto che a ottobre ti sia stato proposto di stravolgere le tue cattedre su due classi per andare a salvare il culo alla sezione dove è arrivata, dalle messe a disposizione, una poveretta sotto psicofarmaci. E di
farlo GRATIS.

ALLORA, E SOLTANTO ALLORA,  vai dal Gigante e gli rinfacci che ti tratta come una cazzo di supplente, che è falso come Giuda e scorretto. E ti complimenti con te stessa perché, la mattina di ottobre in cui lui e la preside hanno cercato di usarti come straccio da pavimenti, tu eri appena stata a parlare con il vicepreside di Scuola Vintage. Della proposta di lavoro che ti aveva ventilato l'Orsone. E che ti piace. Oh se ti piace.

Perciò, anche se tra la palestra e la scuola è tutto immacolato e si sentono cantare gli uccellini, mentre il sole rende magico il riflesso azzurrino della neve sul campanile, anche se seppellirai qui anni di gioie e di amori e di fatiche e di crescita, anche se questo vuol dire lasciare una delle tue cucciolate migliori, te ne andrai. Speri, almeno. E se non ti riuscirà di andartene, ragionerai, seriamente, sul rimanere diventando una delle figure più scomode che si possano immaginare all'interno di un gruppo di lavoro. 

lunedì 21 gennaio 2019

Cattiva come la Castagna

L'altro giorno la Yilmaz ha fatto  assistenza a quelli della II B che non erano alla standardizzata online del Genuino.
Fulminato: "Secondo lei io posso diventare ingegnere aeronautico o meccanico?"
La Yilmaz, pacatamente: "Secondo me puoi diventare seduto e zitto."
Qualcuno (giurerei di sapere chi) osserva: "Lei è cattiva come la Castagna."

La Castagna è CATTIVISSIMA. Soprattutto con la seconda B. Orfana dei quattro dell'Orsone, ma ancora recuperabile. Capre, grida loro. Banda di ignoranti. Ma possibile che ogni settimana debba rispiegare come si sta a scuola??? Smettetela di chiedermi se poi rileggo il dettato, e SCRIVETE, manica di ansiosi. E piantatela di interrompere mentre spiego, maledizione lo dico ogni volta che interrogo, quale parte di non-tocca-a-te non hai capito, Bambi? Grrraaaarrr. Prendete gli stramaledetti quaderni, sfaticati! Conto fino a uno! Dannazione mi fate morire!!! Ho detto SILENZIO! AH: UNA COSA, SANTO CIELO, HO PRATICAMENTE FIRMATO SOLO VOTI DAL SETTE A SALIRE, DISGRAZIATI, DATEMI I DIARI CHE VE LI METTO. E ZITTI!!!

Sì, perché praticamente adesso abbiamo alzato la pendenza della cyclette. E il risultato è che ci sono scene come: entro urlando di sedersi e perché diavolo non sono già con le mie materie sul tavolo e dove diavolo sono i compiti assegnati, scattare!!! Poi sorrido e dico con voce angelica: ah, e ve l'ho detto che il compitazzo di analisi logica che vi ho scagliato addosso per punizione a sorpresa è andato benone, e che sono soddisfattissima?
Oppure: adesso abbiamo solo tredici minuti e non so nemmeno se sia il caso, ma dovrei introdurre i concetti base dell'economia socialista, che faccio, provo? Ottenendo dodici minuti di silenzio religioso in cui i tre quarti della classe CAPISCONO i concetti base dell'economia socialista. E al tredicesimo minuto io sbotto: ma POSSIBILE che devo spiegarvi ogni santa volta come prendere il foglio per il tema, e in meno di un quarto d'ora capite Marx??? E loro restano silenziosi, con un deliziato sorriso sul volto, ad ascoltare un rumore di sottofondo, cui non sanno se credere davvero: la prof sta facendo le fusa.

Sono cattiva, sì. Poi mi sciolgo come una fettina di burro in padella, ogni volta che li guardo. E penso sempre più spesso a quando sono arrivata, alla prima prima che ho preso. Perché è stata la classe migliore della mia vita, quella con cui ci capivamo a sguardi, e anche questi sono così. E mi strazio al pensiero. Perché, adesso prendo fiato e lo dico, anche se fa un male porco, vado via. Faccio domanda per andarmene, almeno. Abbandono Scuolina Rosa. Non l'ho ancora detto a nessuno. Comincio domani.

A voi lo dico prima, perché ve lo devo. Per tutto quello che ho pensato di raccontarvi di questi ventisei fenomeni e non vi ho raccontato, per tutte le avventure di scuola che ho taciuto perché era doloroso parlarne. Oggi ho visto una cosa che mi ha fatto decidere, perché sarà un cambiamento epocale per me, dopo dodici anni, e non voglio affrontarlo da sola. Ho visto il mio allievo Irresistibile, di origine etiope, che seguiva le interrogazioni dei compagni con una strana macchiolina bianca in faccia. Mi sono avvicinata: era il bollino adesivo di un Ferrero Rocher. Sul suo faccino di cioccolata. Ha sbattuto le ciglia da gazzella con aria da farabutto, e io sono morta dal ridere. E ho pensato: ecco, vaffanculo, questo non me lo dimenticherò mai.

Fosse l'unica cosa, che non mi dimenticherò mai...




mercoledì 2 gennaio 2019

Tà katà leptá, 2. L'ango invernale

È iniziato l'ango invernale, un po' più breve di quello dei monasteri zen, per il quale ho preso alcuni solidi impegni con me stessa. Uno è truccarsi tutti i giorni, l'altro è riorganizzare completamente l'ufficio e 20 giorni ci vorranno tutti, visto che l'uomo ha portato su da Genova tutto quello che non voleva buttare che stava in casa o in cantina da sua nonna... Dio mio, la visione del vestito da sposa ingiallito di mia suocera appeso in corridoio, e menomale che era giorno, perché cagarsi addosso pensando a un fantasma era il minimo, e poi anche lucidamente: quanta cazzo di sfiga può portare il vestito da sposa di una divorziata?
Comunque anche io sono mesi che non metto piede a lavorare in ufficio.
L'altra cosa che devo fare molto importante è preparare il corso di perfezionamento di letterature comparate che, stupida io, non ho già dato, e che mi servirà per il punteggio interno, non appena mi sarà possibile aggiornarlo.

Lo spirito è più o meno quello degli altri Natali. Forse appena appena un po' meno scazzato,  perché quest'anno tutto sommato abbiamo deciso di non farcelo importare più di tanto. Il che nei giorni a venire si rivelerà un'ottima decisione.

martedì 1 gennaio 2019

Tà katà leptá, 1. I déjà vu, stati di regressione e paranoia, quando a una cosa ci tieni tanto che arrivano i mostri a farti paura

Sto cercando da due settimane il tempo e la voglia di finire un post lunghissimo, e alla fine ho deciso di spezzarvelo in più parti, katà leptá, come diceva Callimaco. O meglio il mio prof della tesi, quando non era il mio potentissimo prof della tesi, ma un supplentino poco più che ventenne, e insegnava lettere a una ragazza del liceo con gli occhi azzurri, che poi sarebbe diventata mia madre.

Cominciamo dalle cose folli. E finiremo con le cose folli. In mezzo, varie del più e del meno. Poi, torna Penelope. Nel tempio. 

 A partire da settembre, il 2018 è stato un anno di déjà vu.

Atteggiamenti, reazioni e pensieri che in passato erano normali, ma che da tempo erano dimenticati. Special guest: una colite nervosa talmente arrabbiata che ha recuperato in tre mesi tutti i fastidi che non mi aveva dato negli ultimi otto anni, e cioè da quando mi era sparita all'improvviso, da un giorno all'altro, potrei dire anche l'ora precisa, grazie alla Psicofata.

Non mi succedeva da anni, direi sei o sette, di dire: oh no cazzo è lunedì. Anzi, il pensiero di solito era: dai coraggio che domani, se Dio vuole, è lunedì. Il che la dice lunga sui miei atroci weekend Uomo-free.

E non mi succedeva da anni, direi anche qui almeno sei, ma forse di più, di dire: che freddo. Per carità, io preferisco di gran lunga la persona che sono quando la temperatura esterna è minore o uguale a cinque gradi. E tutti ricordiamo l'inverno tra 2011 e 2012, quando gelavano i motori, i tubi, le portiere della macchina, e, in una memorabile occasione, la porta di casa. Però quest'anno, chissà perché, la fatidica esclamazione è uscita di bocca anche a me due o tre volte. Forse perché la scorsa estate è durata sei mesi?

Né mi capitava di rendermi penosamente ridicola, facendomi prendere da un pensiero angoscioso fino ai punti da dover contattare l'entità aliena per farmelo togliere. Là dove vive lui per fortuna hanno gli strumenti adatti e guardano con bonarietà noi poveri terrestri, impantanati nelle nostre allucinazioni. Ho dato appuntamento all'Uomo davanti a un benzinaio per partire in cordata per Genova, lui non arriva più, io resto parcheggiata mezza sull'uscita di uno spiazzo e, mentre mi si affianca una Fiesta scura che deve fare manovra e uscire, e io intravedo di striscio uno molto alto e molto moro al volante nella semioscurità, perpendicolarmente al viso di questo arriva la luce dei fari della Focus dell'Uomo. Io mi impanico come un coniglio sulla superstrada, e mi faccio tutto un film, talmente tormentoso che in preda a un istinto suicida scrivo al rapitore alieno per farmi rassicurare. Lui getta uno sguardo setoso e distratto dalle nubi olimpiche tra le quali vive e, giurerei col mezzo sorriso degli dèi, risponde che la sua auto nuova è di un altro colore ed è parcheggiata sotto casa. Okay grazie un problema in meno eheheh evviva buon Natale eh, chiudo precipitosamente io. Poi resto a raccogliere la mia decenza spiaccicata come un chewingum sotto una scarpa. E a pensare a come cazzo ho distrutto la mia vita. In condizioni normali dovrei dedicare alcuni faticosi minuti a scrollarmi via la polvere di stelle che mi deposita sempre addosso il contatto con lui, ma stavolta sono troppo presa da un evento enorme, che probabilmente è causa dei miei episodi allucinatori nei parcheggi: stiamo scendendo a Genova tutti insieme. E dormiremo per la prima volta da secoli tutti lì, io e l'Uomo nel lettone che ci portammo via dalla nostra prima casa insieme.

Per darvi l'idea di quanto ci tenessi io, vi ho descritto con un efficace esempio il livello di paranoia raggiunto. Ma vi risparmio la regressione infantile della Princi. Che a un certo punto ringhiava rabbiosa: è solo dormire in un altro letto. Quindi ci teneva anche lei, e parecchio.