No, dai, ma non puoi fare uno scherzo così. Che martedì arrivi a scuola e dici che non ti senti bene, e il lunedì dopo sei morta.
Non puoi mollarci così. Noi, tuo marito, i tuoi ragazzi, le tue classi.
Non puoi fare un numero del genere e lasciare la terribile terza andare all'esame senza le tue urla.
Non puoi.
Che cazzo ti è saltato in mente, Compagna Collega?
Avrò detto un milione di volte, quando i colleghi si lamentavano del tuo caratteraccio, che quando fossi andata in pensione tu avrebbero comunque avuto me, che invecchiando sarei diventata uguale identica.
Rompicoglioni uguale. Di sinistra uguale. Senza peli sulla lingua uguale.
Mai più avrei pensato che oggi pomeriggio avrei sentito la mia voce dire in consiglio di classe: "Ci vuole un coordinatore, adesso" e poi il silenzio pesante dei colleghi, mentre tutti guardavamo per terra.
Nè che avrei visto il Malinconelfo alzarsi dal banco, dove era rimasto immobile e senza lacrime per più di un'ora, per andare ad abbracciare Atreiu, che dopo un'ora ancora piangeva. O le mie ragazzine sedute per terra nel bagno, mentre telefonavano ai genitori singhiozzando.
Non avrei pensato di rimanere così senza parole da non sapere nemmeno cosa dire per consolare i miei ragazzi.
Ma si può?
Vi prego, qualcuno mi dica che è uno scherzo. Che non sono veramente rimasta a scuola per nove ore dopo la notizia, perchè avevamo due riunioni e i colloqui con le famiglie. Che domani non devo accompagnare il supplente in macchina. Che posso andare nei boschi a piangere e a prendere a calci qualcosa.
martedì 8 aprile 2014
domenica 6 aprile 2014
Tre giorni su cinque di una settimana qualunque - Capp. 1 e 2
Il
martedì
Quello cartaceo è solo un quadernone del supermercato, si sta già rompendo e devo ripararlo con lo scotch, nonché fare tutta l'impaginazione con biro e righello.
Mi girano i coglioni.
Il bel figliolo stavolta arriva puntualmente per la fine delle mie lezioni, aspetta che io recuperi la mia roba, io cazzeggio un po' chiacchierando con lui alla macchinetta del caffè, pensando che se ne vada nel giro di qualche minuto, e invece mi segue in sala prof, poi mi segue nel parcheggio, alla mia frase “beh magari adesso devi andare” risponde “no, ho tutto il tempo”, e ignora due tentativi di salutarlo perchè devo andare io.
Che poi io alla fine vado via pensando a) mannaggia perchè proprio uno così appariscente mi si deve affezionare tanto e b) madonna siamo stati cinquanta minuti a parlare sotto il naso di tutta la scuola e c) porca vacca ora che ci penso è venuto direttamente da me e non ha fatto neanche il gesto di salutare altri insegnanti. Roba che poi una si tira delle notevoli pippe mentali. E quando finisce di tirarsele e si ricompone, le resta il dubbio di aver dato la stura a maldicenze, pettegolezzi e/o libere invenzioni da parte delle bidelle (che già mi vedevano scappare con il tipo tantrico tutto vestito debbianco dei laboratori), delle colleghe (note vipere) e anche un po' del marito (che si sta innervosendo di tutti 'sti pranzi col tirocinante... ma questa è una precisa strategia per farlo un po' ingelosire: il risultato serale è ...arcaico.)
...e altre amenità
Cap.
1
Del
perchè a volte bisognerebbe aver dato retta a papà e studiato
giurisprudenza*
*(sto scherzando. Neanche morta)
Vado
a lavorare TRE ORE PRIMA dell'inizio del mio orario per mettermi in
pari con i registri.
Quello
elettronico mi si pianta dopo aver inserito META' dei voti della
recitazione della poesia a memoria.Quello cartaceo è solo un quadernone del supermercato, si sta già rompendo e devo ripararlo con lo scotch, nonché fare tutta l'impaginazione con biro e righello.
Mi girano i coglioni.
Cap.
2
Del
perchè bisognerebbe allargare il proprio giro di frequentazioni
anche a gente adulta che non usi assorbenti per quattro giorni al mese
Arriva
il tipo che ci ha fatto fare il laboratorio di poesia, quello molto
tantrico, che non è assolutamente in grado di dirmi se gli
basteranno tre ore per raccontare il suo viaggio in India alla terza.
Cioè nel senzo che non è tanto per un fatto, quanto per un discorzo
de libbertà dai vincoli, no, di lentezza come visione della vita,
cioè sai, tipo che dipende anche molto dalla sensazione a pelle del
rimando del percepito da parte dei ragazzi, capito? Lov lov lov. Che
tra l'altro per carità sei carino, molto alternativo e abbastanza
magnetico, ma non abbracciarmi quando mi vieni a parlare a scuola,
oh, che poi arriva la collega Troll e vole sapè se stavamo a fà 'e
orge.
Pausa
pranzo.
Il
tirocinante della collega di ginnastica, che mi posta via messaggio
privato cose sullo sciamanesimo, l'abolizione della caccia alle
balene e i guerrieri della luce, a mia richiesta di spiegare cosa sia
il seminario di movimento arcaico di cui parla bene sulla sua pagina
FB, mi tiene un'interessante spiegazione sui corsi di sessualità
arcaica. Con estremo diletto della collega Dolcebionda, che frattanto
ci sta portando a pranzo nella sua monovolume e se la ghigna. Io
commento solo: “Oh vedi, ecco cosa avrei dovuto fare a ventitre
anni. Ora, come dire, mi vedo un po' impegnata.” Lui
ribatte: “Ma puoi benissimo frequentare in coppia con tuo marito”,
e lì sono colta da ilarità convulsa. Muahahahahahahah, iscrivere
l'Uomo alle lezioni di trombata primordiale, oddio, muoio, pietà.
Quando entro nel bar sto ridendo così forte che si girano tutti.
Intervallo
del pomeriggio.
Arriva
Bel Ragazzo Pacato, il mio exalunno diciannovenne che fedelmente,
dalla fine della terza media, mi viene a trovare due volte l'anno. La
Dolcebionda, che non l'aveva mai visto, si scompensa abbastanza. Devo
dire che, tra la statura e la corporatura imponenti, la barba lunga,
il sorriso fotonico e tutto l'insieme, è piuttosto difficile
ricordarsi di lui quando era un bambino con le guancine tonde e gli
occhialini da intellettuale. Il bel figliolo stavolta arriva puntualmente per la fine delle mie lezioni, aspetta che io recuperi la mia roba, io cazzeggio un po' chiacchierando con lui alla macchinetta del caffè, pensando che se ne vada nel giro di qualche minuto, e invece mi segue in sala prof, poi mi segue nel parcheggio, alla mia frase “beh magari adesso devi andare” risponde “no, ho tutto il tempo”, e ignora due tentativi di salutarlo perchè devo andare io.
Che poi io alla fine vado via pensando a) mannaggia perchè proprio uno così appariscente mi si deve affezionare tanto e b) madonna siamo stati cinquanta minuti a parlare sotto il naso di tutta la scuola e c) porca vacca ora che ci penso è venuto direttamente da me e non ha fatto neanche il gesto di salutare altri insegnanti. Roba che poi una si tira delle notevoli pippe mentali. E quando finisce di tirarsele e si ricompone, le resta il dubbio di aver dato la stura a maldicenze, pettegolezzi e/o libere invenzioni da parte delle bidelle (che già mi vedevano scappare con il tipo tantrico tutto vestito debbianco dei laboratori), delle colleghe (note vipere) e anche un po' del marito (che si sta innervosendo di tutti 'sti pranzi col tirocinante... ma questa è una precisa strategia per farlo un po' ingelosire: il risultato serale è ...arcaico.)
Decido
che non è colpa mia se era il primo di aprile e il tirocinante della bionda e il mio exalunno erano
in vena di scherzare, né se faccio un mestiere in cui siamo
praticamente solo donne e bambini e quindi non riesco a rapportarmi
decentemente con i maschi adulti e in particolare con la fascia tra i
venti e i trenta, sulla quale mi dichiaro francamente ignorante.
Peraltro non è colpa mia nemmeno se si avvicina la crisi degli anta,
che in fatto di seghe mentali è tipo una seconda adolescenza. E poi
'sticazzi, oh, io ero al mio posto in trincea, in jeans e camicetta
come mio solito, non posso farci niente se a fuori arrivano
pericolose incursioni, né se il mio fascino ligure spopola qua tra
le colline nebbiose (tzè!).
[Ricordiamo
del resto che io sono “la ragazza più bella della spiaggia”,
vero Tipa? (Tranquilli, non sono impazzita, è solo una vecchissima
battuta che può capire solo una persona. E la spiaggia in questione,
in ogni caso, era un rettangolo di spiaggia libera di sei metri per
tre, dove io e la Tipa eravamo le uniche due sopra i sette e sotto i
sessanta. Il tipo cui gli esegeti del periodo tardoellenistico
attribuiscono questa definizione, evidentemente, preferiva le brune)]
A
seguire:
Del
perchè bisognerebbe ricordarsi sempre che la vita è come la
scaletta di un pollaio: corta e piena di merda
Del
perchè a volte bisognerebbe piantare un pugno sul tavolo in
consiglio di classe e far pesare gli anni di esperienza che, dopotutto, ormai sono dodici
...e altre amenità
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