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domenica 31 marzo 2013

Discorsi lunghi

Poco tempo fa ho pubblicato un post sulla mia situazione familiare che ha dato il via a una serie di contributi, sofferti ma anche molto sensati, per tanti aspetti, da parte di alcune lettrici.

Sebbene mi sia accorta di aver smosso convinzioni e sentimenti molto delicati, vorrei tornare sull'argomento perchè, in realtà, da tempo cercavo di esprimere un concetto che mi si è chiarito di recente, badate, non guardando alla mia (disastrata) relazione con la famiglia d'origine bensì a quella tra madri e figlie che conosco da vent'anni e rotti, molte delle quali tra l'altro hanno in comune con me il fatto di non abitare più nella stessa città dei genitori. Le mie amiche storiche non si sentano eccessivamente chiamate in causa a livello personale, cito le loro vite solo perchè le vedo svolgersi da vicino e da tanto tempo, ma senza dubbio a tanti di voi verranno in mente situazioni simili.

Nell'ultimo commento al post Sogni e delitti scrivevo:
"...cercando di relativizzare, guardiamo ad altre società o al passato, quando il trucco per cui in contesti diversi l'anziano e il bambino potevano essere gestiti a casa senza paralizzare le vite degli altri era semplice: famiglia allargata, donne a casa, zie non sposate, figlie che non vanno a scuola permettevano anche a chi non ha della servitù di accudire una o più persone senza appoggiarsi a aiuti esterni. Oggi, qui, non si vive più così: all'età di mia madre e alla mia si è presi da molte cose fuori casa, che è anche giusto che vadano avanti; io tra l'altro faccio un lavoro statale e non rischio il posto, ma il mobbing, le critiche trasversali o dirette, il clima di tensione quando devo chiedere un permesso etc. non sono lo stesso cose simpatiche. Conosco persone che, nel privato, in situazioni simili, hanno dovuto mangiare tanta ma tanta materia escrementizia più di me, e ottenendo molto meno. Questo purtroppo rende difficilissimo stare vicini nel modo giusto ai nostri vecchi, senza sentirci defraudati. In fondo, non è colpa di un papà se è vecchio, così come non è colpa di un bimbo se è piccolo: ma non è nemmeno giusto che vada a rimetterci la persona (spesso, donna) di trenta - quarant'anni che, in ogni caso, facilmente già di suo si stava facendo un mazzo così su vari fronti. Almeno, a me così pare, e ripeto, nonostante tutto non riesco a immaginarmi senza mio padre, non ho nessun piacere di pensare alla casa di riposo e mi detesto ogni volta che penso o dico che non ce la faccio più."

Naturalmente questo commento contiene un errore gigantesco: la frase "senza paralizzare le vite degli altri" continua affermando che ci si appoggiava alle donne di famiglia, in particolare a quelle che non erano sposate o non avevano figli propri, e in generale a tutte, perchè non lavoravano fuori e non studiavano. Cioè, non è che io abbia sbagliato, mi rendo perfettamente conto che i non paralizzati erano solo gli uomini: però è anche vero che, per le donne, la stragrande maggioranza delle donne, le condizioni sociali e culturali erano tali che non ci si immaginava una vita diversa. Come dico sempre ai ragazzini spiegando l'Iran dei fondamentalisti e le catene di suicidi tra donne delle classi alte: "se tutte le donne che conosci fanno la stessa vita in casa, dietro ai figli etc., magari tu sei inserita in una cultura che condividi e dove stai bene. O magari no, magari sogni la parità. Però se ti levano la condizione di lavoratrice autonoma e rispettata e ti chiudono in casa a spolverare, e ti dicono che non puoi più decidere niente da sola, è ovvio che ti viene la depressione e l'istinto di ribellarti o di suicidarti".

Ecco, la riflessione che facevo io è appunto questa. Noi non viviamo in un quieto e silenzioso villaggio dell'interno del Niger, dove molte cose tra cui l'istruzione femminile devono ancora arrivare. Noi viviamo in un mondo dove E' NORMALE che le donne possano trovarsi un lavoro, mantenersi, aprirsi un mutuo, decidere per i propri figli, spostarsi, dormire fuori da sole, quindi anche delegare a terzi l'accudimento di figli e parenti anziani per poter portare avanti la propria vita anche fuori casa. E' normale che dalle donne ci si aspetti una professionalità sul lavoro e un impegno anche di flessibilità che, una volta, si chiedeva solo ai maschi, tanto se mai le mogli poi scaldavano la cena quando rientravano a casa all'ora in cui i bambini già dormivano.

E QUESTO MONDO NOI CE LO ABBIAMO PROPRIO PERCHE' LE NOSTRE MADRI HANNO CONTRIBUITO A CREARLO. Votando, iscrivendosi a facoltà molto "maschili" come Medicina e  Ingegneria, lavorando, andando a convivere, scegliendo i tempi e i modi della procreazione, cercando soluzioni creative per l'accudimento dei figli, divorziando, risposandosi, accettando trasferimenti per lavoro.  

Quindi, ogni volta che sento parlare di una madre di questa generazione che deturpa consapevolmente la vita di una figlia, sabotandole le uscite, o mettendola in castigo e trattandola diversamente dagli altri figli per le sue scelte lavorative o di coppia, o facendole persare la distanza dalla città d'origine, o... (e l'elenco potete completarlo meglio di me) penso una cosa. Penso che E' INCREDIBILE. Penso che quello che poteva essere normale per una delle nostre nonne non è possibile che passi per la testa di una delle nostre madri. Penso se non si rendono conto della mostruosa incoerenza di quel che stanno facendo.

In particolare, penso a me a quindici anni, quando guardavo la madre di Cavallino, tra l'altro insegnante di Lettere, che oltre a lavorare tanto e bene si sbatteva come un uovo per fare felici le sue figlie, e trovava il tempo di essere affettuosa anche con le loro amiche. Penso che volevo diventare come lei. Penso che allora raccontavo con fierezza di mia madre che era andata a convivere con un uomo che, oltre a essere distante da lei per età, era pure un suo superiore, e ovviamente non lo aveva fatto senza pagare un prezzo. Penso che all'epoca ero sicura che le mamme che non avevano potuto studiare ci guardassero con gioia, piene di meravigliose aspettative, mentre passavamo gli esami a Lettere Legge Farmacia o Ingegneria.

E non ritrovo queste figure mitiche nelle donne che oggi si aspettano da noi che facciamo tutto come se non esistesse altro che la famiglia. Non ritrovo l'intelligenza lucida della madre della Tipa, nell'evidente malignità con cui le tiene un broncio tragico se rientra mezz'ora dopo dal lavoro. Non ritrovo l'affettuoso sostegno alla nostra crescita della madre di Cavallino, nel suo continuo rinfacciarle di essere andata via da Genova per seguire l'uomo che ama. Non ritrovo la traccia del sentiero che loro per prime ci avevano additato. Eppure quante ne sentiamo, di donne tra i sessanta e i settanta, dire cattiverie sulle figlie che non hanno mai tempo per i bambini, che comprano da mangiare solo surgelati, che sono sempre nervose perchè hanno poco tempo. Le sentiamo dappertutto.

E' il festival dell'incoerenza. E non capisco perchè. Lo so che si sono fatte il mazzo, ma la domanda è: sono pentite? Non credo. E allora? Non hanno mai avuto un altro modello di madre, perchè le loro madri, nella maggioranza, erano a casa e non capivano il loro sbattersi, e quindi devono, arrivate alla soglia dell'essere nonne, riproporre l'unico tipo di presenza genitoriale che hanno conosciuto?

E noi? Io lo vedo che madri sono le mie amiche. Diventeranno questo stesso tipo di nonna? o a noi, visto che abbiamo trovato (si fa per dire) aperta la strada per le nostre scelte tra i venti e i quaranta, sarà demandato il compito di inventare la nuova strada per le donne tra i cinquanta e i settanta?

Ci avete mai pensato?

sabato 30 marzo 2013

Quando una se la chiama

Posto due righe per dire che, con il precedente "morte di salute" mi sono autoscagliata addosso una maledizione.

E lo sapevo che non dovevo parlare di malattie, troppi blog parlano di malattie. Ma io credevo di parlarne in senso ironico, apotropaico, di reagire, di invitare la blogpopolazione a farsi del bene, a non piangersi addosso, a non soccombere.

Bene, comunque, non lo farò più. Sono due giorni che vado avanti a melaleuca alternifolia (chi può capire capisce) e bevo mirtillo rosso (anche qui, decodificate) e, ahimè, non c'entra niente lo honeymoon disease, solo un estemporaneo crollo totale del mio sistema immunitario.  

Sob. E io ce la stavo mettendo tutta.

Va beh, fuori piove eh. Quindi non è che sarei andata in molti posti. Poi per carità con le mani in mano non ci sono rimasta lo stesso, vi dirò poi.

mercoledì 27 marzo 2013

Morte di salute - uno sfogo dovuto

E quindi, dopo l'epidemia di scarlattina, quella di congiuntivite e quella di influenza intestinale, adesso i bambini stanno passando la fase di tosse e febbre alta.
La scarlattina non l'ho presa, la congiuntivite nemmeno, l'intestinale l'ho fatta tra lavoro e reparto dove era ricoverato mio padre e non ho detto bah perchè tanto in quelle settimane avrei comunque avuto un'imponente gastrite - colite da stress, quindi tanto valeva metterci dentro il virus.
Poi però ho starnutito settecento volte in due ore, mi sono soffiata il naso ogni minuto e mezzo per tutta la mattina e, arrivata a casa, sono precipitata nel cuscino e non mi sono alzata più.

Questo ieri.

Oggi (sempre immersa nel copripiumone Ikea) rifletto su questo fatto della salute.

No perchè, una volta, la telefonata o la chattata con l'amica era così:
Come stai?
Bene e tu?
Mah io oggi male, ho il ciclo, sono gonfia e ho un po' di nausea.
Io ho avuto la tosse e niente voce fino a ieri, ma ora è passata.

Poi si parlava di fidanzati, mariti, lavoro, casa, serate, impegni, traslochi, etc.

Naturalmente le cose si sono andate un po' complicando quando le amiche hanno iniziato a riprodursi:

Come stai?
Eh, così, scusa se ieri non t'ho risposto quando hai chiamato, ero impegnata a vomitare la cena.
Ommamma!
Sì ma va bene eh? se no sai che balena che divento!
Ma oggi come stai?
Ma bene a parte un sonno boia, poi di notte quando vado a letto questo qua comincia a ballarmi la samba nella pancia. E così dormo male.

E poi si parlava: del bambino in arrivo, del marito, del lavoro, della casa, delle cose fatte in settimana etc.

Poi sono nati i bambini:

Come stai?
Bene, un po' stanca
Il/La/I bambino/a/i?
Eh guarda è venuta la pediatra, c'abbiamo la tosse / la febbre / la varicella / la gastrointestinale / il pancino duro / uno strano sfogo che spero non sia rosolia / etc etc

Poi si parlava: dei bambini e di quel che dicevano e facevano, dei mariti, del lavoro, della casa, etc.

Non so quando sia successo, non so se sia l'età, la crisi politico-economica che stiamo tutti somatizzando, la sfiga (nel 2012 era sicuramente la sfiga), ma a un certo punto le telefonate sono diventate dei bollettini di guerra, perchè, dopo la domanda tipica sui figli e il resoconto delle loro magagne (perchè, sappiatelo, i bambini in una certa fascia d'età o sono sempre malati o si sono appena fatti male con qualcosa) si passa ai genitori (e sappiamo che io detengo il record di papà più anziano, ma non è detto che gli altri, pur essendo più giovani, siano per forza messi bene) e per finire ai mariti (che ovviamente sono sanissimi ma fingono di prendere l'influenza per essere coccolati, essendo protervamente gelosi di tutti i bambini / i malati / gli anziani che dobbiamo imboccare) e a se stesse (spesso tagliando corto: chi ce l'ha il tempo di ammalarsi con tutto quel che dobbiamo fare?) e a varie ed eventuali che comprendono fratelli e sorelle, zii e zie, colleghi, alunni, amici etc. Quando finisce la parte sulla salute, o è finito il credito o si è troppo stanche per parlare d'altro.

Per dire, oggi ho sentito cinque persone e se metto insieme le sfighe di salute più e meno grandi che mi hanno detto di se stesse o di altri, o che hanno sentito da me, ci faccio un elenco in cui cito almeno venti malattie e sei interventi diversi.
No, ma scusate, qua c'è bisogno di Gino Strada, siamo ridotti come Dresda dopo i bombardamenti.

Poi per carità. In parte è tutto tragicamente vero, purtroppo: siamo piene di grane, e le gestiamo tutte noi,  per cui non è che stiamo inventando, le preoccupazioni sanitarie sono davvero preoponderanti in certi momenti. In parte è che la stiamo prendendo troppo male.

Sapete che io mi sforzo di fare in modo che il 2012 sia definitivamente passato. E che il 2013, nei limiti del possibile, sia un po' meno schifoso. E lo faccio ricordandomi con coraggio ogni giorno di almeno una cosa buona.

Però qua dobbiamo smetterla di telefonarci così, con la lista dei caduti e dei dispersi. Dobbiamo fare uno sforzo. E siccome non è facile essere in grande forma, di questi temi, proviamo almeno ad ammalarci di cose più allegre.

Tipo: quand'è stata l'ultima volta che abbiamo avuto l'honeymoon disease? Facciamocelo un po' venire di nuovo, che sicuramente andremo in giro con un largo sorriso, nonostante il disagio. Quand'è l'ultima occasione in cui avete dovuto usare con cautela un braccio perchè avevate un tatuaggio fresco? (qui parlo di voi perchè io non mi tatuo). Quand'è che abbiamo dovuto spalmarci ululando una crema perchè ci eravamo scottate al sole, in vacanza (esistono, eh? le vacanze. Esistono. Non si sa dove e soprattutto non si sa quando, ma non le hanno vietate)? Quand'è che siamo arrivate al lavoro zoppicando perchè abbiamo preso una storta su un sentiero di montagna, o ci siamo stirate un polpaccio prendendo lezione di tennis da un appetitoso e scattante maestro (rigorosamente venticinquenne: il maestro di tennis venticinquenne era un must quando avevamo tredici anni, figurarsi ora che andiamo per i quaranta)? Perchè non starnutiamo più dopo essere state sorprese da un acquazzone mentre giravamo per negozi con un'amica, perchè non ci facciamo venire quei bei mal di stomaco della domenica mattina quando, con un grugno così, ci toccava lavarci i denti prima di colazione e pensare che forse il rum bianco non è il miglior amico della single? Dove sono quei bei maschi che avevano delle cicatrici dovute alla marmitta incandescente della moto, o alla ginocchiata in uno scoglio durante la pesca subacquea, invece di lamentarsi del tunnel carpale e dell'acidità di stomaco???

Avanti, su. Facciamoci venire qualcosa che valga la pena avere. Prendiamocelo come un impegno per la fase A dell'uscita dal tunnel. La successiva fase, la B, prevede che stiamo benino / moderatamente bene, e parliamo di tutt'altro. E la C che arriviamo al totale equilibrio psicofisico (beh, che c'è? io credo nelle vite successive a questa, mi è lecito almeno sperare, no?). Nell'attesa cerchiamo di farci del male facendoci del bene.

La prima che si strappa facendo sport vince un premio. Se si strappa facendo sesso, è da considerarsi già premiata, ma avrà pubbliche attestazioni di stima e invidia.

Vi voglio bene, rottami.

lunedì 25 marzo 2013

Oh que je suis belle...


Belin, conciata come sono, ho vinto un premio.

Ma tu guarda, quando una si sente una cacca pestata e poi scopre che da qualche parte (LONTANISSIMO, per la verità!!!) c'è una blogger, di cui avrebbe fatto meglio a non perdere le simpatiche tracce, che le manda una sorta di patpat da oltreoceano.

Sto parlando di Fede, che scrive le sue divertenti cronache dalla Pennsylvania... e che ovviamente ringrazio!

Diciamo che stasera ero in modalità "metto Apologize con il tasto repeat" che non è mai un buon segnale. Ma questo premio mi ha leggermente consolata: sono passata, sempre con il repeat inserito, a A whiter shade of pale, che è un evidente progresso.

Allora, il premio prevede di ringraziare, fare una nomination, che in questo momento può andare solo a Marco, e di raccontare di sè sette cose (ma non siete stufi, non vi racconto già di me fino alla nausea? vabbè ma solo perchè me lo avete chiesto eh?), ma prima volevo mettervi qua una to do list:

1) voglio scrivere un post intitolato SE e dedicarlo a StudentessaLiceale, che mi ha fatto una domanda da 20 milioni di dollari nei commenti al post precedente.

2) devo assegnare dei premi Castagna, che mi sono ovviamente inventata di sana pianta, perchè negli scorsi mesi, pur avendo ben chiaro a chi volevo assegnarli, non ne ho fatto niente.

Sette cose di me (cercherò di non ripetere cose già note, comunque dovesse capitarmi mi scuso):

1. quando bevo mi disinibisco, a livello verbale e non solo. Lo sanno in pochissimi, perchè non bevo praticamente mai. Fortuna che alle superiori, quando alle feste e i sabati sera facevo un uso modico ma regolare di alcool, non mi si filava nessuno.

2. fumo da quando avevo 16 anni, e sono la sola delle mie amiche, che in quel periodo hanno tutte provato la prima sigaretta, ad aver continuato a fumare dopo l'adolescenza.

3. una volta ho provato un vero abito di Valentino, e non me ne dimenticherò mai. Io compro i jeans e le scarpe ai grandi magazzini e il resto sui cataloghi online, indipendentemente dalla mia disponibilità economica, ma potrei individuare un paio di autentiche Ferragamo anche se fossero chiuse in un container ancorato nel cemento sul fondo dell'oceano. E' un fatto cromosomico.

4. pur essendo di solito molto razionale, talvolta anche scettica e assolutamente non superstiziosa, credo fermamente nelle percezioni extrasensoriali. E ho buoni motivi per farlo.

5. ho attacchi spaventosi di vertigini sulle scale a chiocciola, indipendentemente se siano al chiuso o all'aperto e coi gradini alti o bassi, larghi o stretti. Ho camminato su tetti e su passerelle, a volte con paura, altre volte senza problemi, ma le scale a chiocciola mi mettono in crisi.

6. ho orrore degli uomini che si mangiano le unghie.

7. ho la compulsione a fare liste di qualsiasi cosa, soprattutto di impegni, per poi non rispettarle, perderle o rifarle cento volte.

mercoledì 20 marzo 2013

Flow

Ci sono queste giornate in cui il resto di... tutto il resto, insomma, è via, lontano, e io sto lì immersa nel mio lavoro. Un oggetto che coesiste coi libri i banchi i computer il linoleum, una pianta epifita che fiorisce sotto la lavagna, un membro di un grosso, colorato, rumoroso organismo che sa di giovane.

Mi lascio fluire. Tra le lacrime della Verace che mi bagnano la maglietta prima delle otto, perchè una zia è mancata all'improvviso, i fogli di Atreiu che si sparpagliano al suolo a metà di un compito in classe, le risatine della terza che per l'ennesima volta si fa beccare in fallo per non aver fatto firmare un avviso importante e se ne strabatte, la felpa coi buchi dell'Arcangelo Nero, le bugie spaventate di Momo Docteur che ho provato a mettere all'angolo senza risultato, il sorriso indifeso di Tesoro Diafano che ho colto di nuovo distratta, le magliette con scritte volgari di Christiane F., lo sguardo gelido dell'Arcangelo Occhiviola che credevo stesse pensando ai cazzi suoi e invece non si era perso una sillaba di quel che stavo chiedendo, e mi ha impanata e fritta senza muovere più muscoli del viso del necessario, nemmeno un sarcastico sopracciglio che mi sarei peraltro meritata.

Quando di pomeriggio ci ripenso, non vedo l'ora che siano di nuovo le otto di mattina.

martedì 19 marzo 2013

La seconda A, l'UFO e le mistificazioni a fin di bene


Tanto tempo fa ho sottoscritto un patto con la mia terza, quando ancora erano una seconda demotivata e spenta. Si era detto che per certi risultati avrebbero vinto dei premi. E uno dei premi era, per non mi ricordo quante sufficienze raggiunte in non so quale scritto, poter interrogare l’altra mia classe. Ieri quindi, all’ultima ora, quattro commissioni esaminatrici, formate ciascuna da tre di terza hanno interrogato quattro gruppi di esaminandi, formati ciascuno da quattro di seconda. Su Dante. Per l’occasione, i diversi team di seconda si erano anche dati dei nomi di battaglia, rigorosamente danteschi: “Le Beatrici” “Le Furie” “I Cerberi” e “La Comedìa”. Io ho letteralmente goduto come un riccio, soprattutto di poter fioccare dei dieci al Bufalo, a Dylan, alla Verace, e poi ragazzi, dovevate sentire Winnie: un mostro. Sapeva TUTTO. NEI DETTAGLI.

Comunque, non è finita ieri, perché, essendoci stata una improvvisa ricaduta nell’inverno, c’era un po’ di neve e i pullmini, non sia mai che si rovinino, non sono passati: quindi c’erano molti assenti sia in terza che in seconda.

Oggi invece erano tutti presenti e quindi, a un certo punto, si decide di formare altri tre team che verranno poi interrogati, alla prima occasione che si presenterà di riunire di nuovo le due classi.

Siamo alla lavagna, un gruppetto è in piedi e si sta agitando con i gessetti in mano, nella ricerca dell’abbinamento coi compagni giusti, del nome di battaglia eccetera. Altri sono in piedi in giro per la classe, dove non dovrebbero essere. Li ho appena rimessi tutti seduti che la Verace viene alla cattedra con l’UFO: un pezzo di plastica dura, nero, a forma di T,che forse viene da una cartellina di tecnica rotta. E che le è passato all’altezza di una spalla.

Ora. Il pezzo in questione ha due estremità leggermente taglienti, in quanto rotte. Abbastanza da fare male, se per caso prende qualcuno in un occhio.

Inoltre, il pezzo in questione non è dotato di vita propria, e si esclude il caso del poltergeist o di altro fenomeno paranormale.

Perciò io tengo tra due dita l’UFO e chiedo chi è stato a lanciarlo.

Silenzio.

Dichiaro di non poter credere, peraltro, che uno purchessia dei miei alunni sia schizofrenico, sonnambulo o sotto l’effetto di stupefacenti o alcool, quindi a mio parere chi ha tirato l’UFO è consapevole di averlo fatto.

Perciò, dico, starò ferma con questo pezzo di plastica in mano fino a che il responsabile di questo gesto potenzialmente pericoloso non verrà fuori. Starò ferma tutta l’ora.

Si alza Huck Finn e mi porta il diario. Io dico: “Ah ma tanto la nota non va sul diario, va proprio sul registro, chiaramente.” Huck Finn scoppia in un pianto dirotto. I suoi compagni allibiti: “Ma… prof, non è stato lui!!!”

Io mi giro e lo guardo: “Non sei stato tu?”

Scuote la testa, in lacrime.

“No, scusa, ma sei matto? Vuoi grane a tutti i costi? Ma come ti viene in mente di accusarti se non sei stato tu?”

“Eh, così, per stare tutta l’ora a far niente!!!”

Il mio sopracciglio quasi si stacca dalla faccia.

Comunque, l’ora passa e io sto lì con il pezzo di plastica in mano. Dopo 40 minuti, ho chiarito che prenderanno la nota di classe e salteranno l’intervallo tutti. Oggi, e da qui in poi tutte le volte che ci sono io. Finchè non esce il responsabile.

Non c’è verso. A un certo punto qualcuno propone di dare una nota a sorteggio. Al che io spiego il metodo nazista di mettere la gente in fila e sparare a uno ogni dieci, e onestamente, dico, non avrei piacere di applicarlo a scuola.

Dopo 45 minuti, inghiottendo amaro, dico che devo far intervenire il vicepreside. Il Gigante arriva con la faccia scura delle grandi occasioni, ma non serve a niente. Li consegna per tutto l’intervallo addirittura con l’obbligo di stare seduti e di non alzarsi nemmeno per andare in bagno.

Io aspetto ancora, fuori aula, che qualcuno si presenti. Aspetto fino alla fine del secondo intervallo e mezza dell’ora dopo. Aspetto anche le tre ore del pomeriggio, in cui sono a scuola con un gruppo di terza per il recupero e il potenziamento. Niente.

Il fatto è che, OVVIAMENTE, io so chi è stato. Non che lo abbia visto. Ma, quando mi sono alzata per andare a chiamare il vicepreside, ho sentito distintamente parte della classe rivolgersi a Momo Docteur e dirgli di parlare. Quando sono tornata, Momo, che è alto, era diventato pressochè invisibile nell’ultima fila. Ma io ho fatto finta di niente. Oggi pomeriggio l’Orsetto Lavatore, informato di tutto, mi ha detto: “Guarda che loro sanno chi è stato.” “Anche io, Momo.” “Esatto.” “Ma sappiamo anche perché non ce lo dice.” “Sì.”

Momo non può portare a casa una nota sul registro. E nemmeno una nota sul diario. E nemmeno un voto inferiore al sei. Perché papà, che è alto come un giocatore di basket, bello come un attore, più giovane di me e beneducatissimo, si fa un culo così nell’edilizia alzandosi all’alba per andare in cantiere e stando fuori tutto il giorno, e la sua famiglia, che conta una bella e giovanissima mamma, Momo, una bimba stupenda coi riccioli, e un piccino di un anno rubicondo come un vitello, non se lo sogna nemmeno di non rigare drittissima. Papà si fa rispettare, e Momo, che è il più grande ed è maschio, ha delle grosse responsabilità. Tipo che, se porta una pagella con diversi sette e otto e un paio di sei, prende una sberla per ognuno dei sei. Le aspettative sono alte, e a ragione, dato che il ragazzo è molto intelligente. Io preferisco non discutere la sberla di questo papà, soprattutto quando ho a che fare continuamente con il lassismo o la pigrizia delle altre famiglie.

Ora io vorrei che Momo si facesse coraggio e mi dicesse che è stato lui. Perché così potrei mettergli la nota sul registro, che gli devo. Ma anche scrivere sul suo diario una lunga comunicazione totalmente non attinente e innocua, tipo una richiesta di autorizzazione del tutto fantasiosa, e dirgli chiaro e tondo che se mi fa il favore di non farla vedere a nessuno e far finta che sia la nota riportata alla famiglia, siamo a posto così.

Capitemi. Io preferisco essere trasparente e sincerissima con tutti e sempre. E’ una questione di buon esempio. Ma ubi maior. Per esempio, una volta dopo un consiglio di classe della terza ho scritto delle convocazioni ai genitori di quelli che battevano la fiacca e non portavano i compiti, e poi mi sono trovata nello stanzino del caffè con la Bionda Svampita e l’Orsetto Lavatore che mi hanno supplicato di levare assolutamente la comunicazione dal diario della Puffetta. Motivazione: il papà della Puffetta, vedovo con una ragazzina di tredici anni e una bimba di sette, in quel periodo era senza lavoro, era solo, era nervoso e, a volte, sul visino tutto fossette o sul collo della mia alunna vedevamo dei brutti segnacci tipo livido.

Detto fatto, ho passato trenta minuti sola con la Puffetta in sala computer, prima a cercare di farmi un po’ raccontare come andava, a dire che bisogna tenere presente che papà ha tutti i suoi motivpi per non farcela più ma non deve esagerare lo stesso, a verificare come meglio potevo che le sberle arrivassero solo se c'era una causa reale di arrabbiarsi e non  così dal nulla (avete mai fatto un discorso del genere con un minorenne? perchè vi giuro che, circa a metà, pensate con desiderio alla Legione Straniera), e poi a pensare a come sbianchettare la convocazione sul diario e scriverci sopra qualcosa di ufficiale che decretasse la perfetta legalità della sbianchettatura. Abbiamo partorito un “Chiedo scusa, ho erroneamente riportato sul diario di M. una comunicazione destinata alla famiglia di un altro alunno.” Poi ho detto alla Puffetta di mandarmi papà quando possibile, e lui è venuto a parlare, e io ho preso il coraggio a quattro mani e gli ho detto che sapevo che erano in una situazione complessa, ma che sua figlia stava male e piangeva ogni volta che per qualche motivo in classe si parlava di malattie o ospedali o peggio di morte, che secondo me sentiva la mancanza della mamma peggio che all’inizio, e che avrebbe avuto bisogno di passare un po’ di tempo sereno con le amiche. E ho mangiato vetri per tutto il tempo, perché anche a lui sono venute le lacrime agli occhi e ha ammesso che a volte lei cercava le coccole e lui la mandava via perché era pieno di problemi e aveva da pensare anche alla piccola, e insomma poi s’è parlato più leggermente delle compagne con cui la Puffetta poteva magari studiare al pomeriggio, e alla fine quando lui è andato via io ero da buttare nella differenziata, stavo male, e come sempre avevo in testa la domanda ossessiva “oddio e se ho fatto peggio, e se ho fatto male, e se non è servito a niente?“ che costituisce il 36% dei pensieri che mi porto a casa tutti i giorni in questo mestiere, ma certi giorni peggio del solito.

Vorrei che Momo scoprisse che noi sappiamo di cosa ha paura, che io me la sento di rischiare, che posso fare una cosa simile per lui. E che ricambiasse non facendo più stupidaggini. Ma soprattutto vorrei che domani parlasse, altrimenti non posso fare niente.



sabato 16 marzo 2013

Sogni e delitti

Insomma, mio padre l'abbiam caricato prima su un'ambulanza per una cosa di reni poco funzionanti, ed era tutto sommato roba non grave (disidratazione a causa di un farmaco, corretta subito con una banale flebo) ma, naturalmente, data l'età, date le patologie croniche, dato l'insieme, ci sono volute due settimane per riportarlo indietro. Dopo le quali, soli tre giorni dopo le quali, un altro piccolo episodio, stavolta cardiaco, di notte, ci ha riportato tutti lì e di nuovo, come già l'anno scorso, in un reparto dove la gente sta tre giorni ci siamo stati una settimana secca, sebbene il fatto in sè fosse stato risolto in poche ore.

E poi è tornato a casa lunedì e mercoledì mia madre si è sentita male, anche lei tutto sommato una cosa non grave, anche lei in poche ore era di nuovo in piedi, e se non fosse che in generale ha l'energia di un vulcano hawaiano in piena attività non sarebbe poi stato il caso di allarmarsi molto, credo, nel vederla due giorni a letto. Soprattutto se si considera che aveva passato tre settimane a strapazzarsi in corse avanti e indietro dall'ospedale. Ma comunque, aveva le gambe tagliate e a letto c'è proprio dovuta stare.

Potremmo mettere in conto a questo mesetto dimmerda magari anche il mio ciclo mestruale che si è presentato due volte in venti giorni, cosa inaudita, o il fatto che l'altra mattina, andando a lavorare, a un certo punto ho sentito dello sterrato sotto la ruota anteriore destra, così ho riportato la macchina dritta sulla strada e ho, molto lentamente, pensato: "come mai avevo una ruota sul bordo della strada? non stavo andando dritta?" e così, sempre molto lentamente, ho capito che non mi ricordavo niente dei tre secondi precedenti, perchè, ma guarda un po', per la terza volta in vita mia mi ero addormentata al volante. Solo che le altre due volte era pomeriggio tardo, o proprio sera. Stavolta ERANO LE ZEROSETTE E TRENTOTTO DI MATTINA. E io ero uscita da casa cinque minuti prima.

Buttandola in caciara, potrei lanciare una sfida a raccontare il posto più strano dove l'avete fatto, di addormentarvi, intendo. Quanto a me, the winner is: in piedi durante la fila alla cassa del supermercato, qualche anno fa.

E' che la cosa è un po' seria per buttarla in caciara.

Perchè qua non abbiamo ancora risolto l'accudimento di mio padre, nè peraltro in un anno quasi intero le sue condizioni e la sua autonomia si possono dire migliorate, anzi.

Perchè qua non abbiamo risolto gli strapazzi di mia madre.

Perchè qua l'altro giorno (nella breve pausa tra dimissione di papà e malore di mamma) mio marito è entrato in casa, ha annusato l'aria e ha detto, tutto sorpreso: "Hai cucinato?" e io, che comunque non sono certo stata sposata per meriti culinari, mi sono sentita una merda.

Perchè il Maalox e il Lexotan sono entrati nelle nostre vite e sembra non vogliano uscirne.

Perchè siamo fermi a come eravamo mesi fa, quando io ho detto che da sole non potevamo farcela e che io, che abito lontano, non posso essere una soluzione e nemmeno un'alternativa per quanto riguarda la salute di papà e la sua sicurezza.

Perchè non abbiamo quasi mai tempo di sederci e parlare del più e del meno, o anche di cose importanti, cercando di fare del nostro meglio per passare bene insieme i giorni che abbiamo a disposizione. Io non ho più un padre e una madre e loro non hanno più una figlia, qui ci sono solo tre persone che, per evidenti difficoltà pratiche, tirano a campare mettendo pezze a destra e a manca e arrabattandosi tra stanchezza, grane, spaventi, incastri rocamboleschi nello spazio-tempo, rancori e tristezza.

E così, anche se sono le due di notte, io non posso dormire finchè non mi chiedo ad alta voce:
ma è un delitto desiderare che le cose vadano meglio? E' un delitto dire chiaro e tondo che in questa situazione, l'unica cosa che veramente non possiamo, purtroppo, migliorare è l'autosufficienza di un uomo malato di novantadue anni? E' un delitto dire che devo per forza mandare avanti la mia vita qui, il mio matrimonio, il mio lavoro, tutti quei progetti che mi aspettano da tempo? E' un delitto pensare che sarebbe semplicissimo avere contemporaneamente mio padre accudito con ogni cura, mia madre libera di avere i suoi spazi senza lasciarlo solo, me a casa con mio marito, magari a mangiare lo stesso surgelati e piatti pronti ma, almeno, insieme, almeno senza la stanchezza, la preoccupazione, il dispiacere continuamente sul viso?

Questo lo scrivo qui, sputtanando platealmente numerose mancanze da parte mia e altrui, perchè oggi parlavo al telefono con quell'anima buona di Sanguedelmiosangue e all'improvviso, mentre mi sfogavo per la duecentomiliardesima volta con lui di questo stillicidio mortale che va avanti dal giugno 2011, ho avuto una visione. Una visione così bella che ho pensato di essermi fatta a mia insaputa di qualche sostanza, perchè ero seduta in macchina, esausta dopo l'ennesima discussione, eppure il mio spirito, di fronte a questa epifania, si è letteralmente librato in cielo, privo di catene, per un momento.

Ho visualizzato come POTREBBE essere la nostra vita tra qualche mese se, per un caso assolutamente incredibile, la generazione precedente avesse la bontà di dare per un momento retta alla nostra generazione, invece di impegnarsi sistematicamente nel renderci la vita impossibile. E qui non mi riferisco solo alla questione salute di mio padre.

Se ci dessero retta, tra qualche mese:
- mio padre sarebbe sempre anziano e malato, ma su questo non ci sono soluzioni;
- mia madre sarebbe scaricata dell'enorme peso del suo accudimento quotidiano e potrebbe, salvo emergenze, mantenere i suoi normali interessi di persona sana di neppure settant'anni;
- io potrei venire a trovare sia lui che lei senza avere l'ulcera, cercando di portare serenità invece che liti e angosce continue, e sarei tranquilla sulla salute di entrambi, nei limiti del possibile;
- delegheremmo un buon numero di grane a consulenti e esperti, venderemmo qualche proprietà e cercheremmo di minimizzare la mole di questioni di cui occuparci;
- ci guadagneremmo tutti del tempo di qualità da trascorrere insieme, a due per volta o tutti e tre;
- la Zia Buona sarebbe dov'è, con la sua badante e con noi che la andiamo a trovare per passare, come già facciamo, del tempo tutto sommato gradevole con lei, cosa che, ultimamente, abbiamo avuto sempre meno agio di fare, dato che avevamo sempre qualche emergenza;
- mio cugino avrebbe una casa sua, sulla quale quel farabutto del fidanzato di sua sorella non potrebbe avanzare alcuna pretesa, e abiterebbe da solo, con tutto quel che ciò comporta in termini di crescita personale;
- lo Psicozio avrebbe messo a posto suo figlio, togliendo tra l'altro al disgraziato che sta con sua figlia la possibilità di chiedere altri soldi, con la scusa che ora se ne spendono un po' per SDMS che, finora, non ha chiesto niente;
- la Psicozia avrebbe uno stimolo per uscire, cioè andare a trovare suo figlio, e forse si riscuoterebbe un po' (o forse no) dalla sua situazione psicologica mica tanto sana;
- mio marito avrebbe una moglie che, non sempre ma spesso, partecipa alle sue attività, oltre che portare avanti dei progetti di famiglia e di casa insieme a lui, e soprattutto le conversazioni tra noi potrebbero evitare di finire sempre con uno sconsolato sospiro e la sensazione di doversi accontentare, ancora per chissà quanto, di una vita in standby;
e non ho voglia di mettermi a scrivere cos'altro potrebbe rientrare nella mia vita, tra tutto quel che ne è uscito: gli altri parenti che trascuriamo da anni, i weekend buddhisti, oddio, persino i pomeriggi con le mie amiche, cazzo, se ci penso mi viene il capogiro, anzi, mi scoppiano i polmoni come ai sub che tornano in superficie troppo in fretta, perchè la superficie è tanto, adesso, che non la vediamo, siamo sempre sott'acqua, sempre con l'ansia di nuotare per non affondare, con l'ossigeno stantio delle bombole, e adesso, padre o non padre, madre o non madre, beh, adesso io ne ho abbastanza.

Sarà anche un delitto; ma non può rimanere un sogno per sempre.

martedì 12 marzo 2013

A river runs through it

Stasera, tornando dopo 8 ore 8 di scuola, percepisco un profumo di erba fresca, un chiarore nell’aria, un tepore che lasciano presagire l’ormai definitiva conclusione dell’inverno (se vogliamo escludere la tipica botta di gelo marzolino da farsi cadere i denti, che qui spesso si verifica quando ormai nessuno ci crede più, e fa disfare il lavoro degli armadi a chi lo aveva già iniziato).

Solitamente non amo la primavera. Quando ero giovane, mi rendeva semplicemente più stanca e nervosa. Adesso, che vecchia certo non sono ma giovane nemmeno, e che vivo in Piemonte in mezzo alle campagne, la primavera significa soprattutto tanto, tanto, tanto lavoro, botte di allergia devastanti e, all’incirca per una quarantina di giorni, uno sforzo pazzesco all’ora di scendere dal letto, persino per me che sono mattiniera. Poi marzo è, per definizione, il mese in cui mi innamoro, prendo cotte, sbandate e dentate nel cemento. E quindi contiene il mio anniversario (il dodicesimo: vi rendete conto???) con l’Uomo, ma anche una tendenza a vagolare in macchina per le colline sfumacchiando nervosamente e rimestando nel torbido a proposito di alcuni ricordi, di persone e di situazioni del passato, e in generale a essere isterica, o semplicemente bimbaminkia. Tipo che io a marzo dovrei stare perennemente sdraiata a pancia in giù sul letto a disegnare cuoricini con la musica nelle orecchie, oppure ci sarebbe l’alternativa, più adulta, di rotolarmi tra le lenzuola tutto il santo giorno in degna compagnia. Alla mia età e con la vita che faccio, non mi posso permettere nessuna delle due cose, almeno nella misura che vorrei… Ma lasciamo stare.

Quest’anno l’inizio della primavera io lo vedo come una riva, la riva di un fiume turbolento e fangoso, ma anche imponente, maestoso, come il Rodano quando l’ho visto, in primavera appunto, nella ricchezza del disgelo.

Attraverso questo fiume, con una barca che talvolta faceva acqua, talvolta minacciava di impennarsi o rovesciarsi, talvolta dominava orgogliosamente le onde tenendo pervicacemente la rotta, io mi sento, nel corso dell’inverno, di aver traghettato me stessa, la mia famiglia, i miei doveri, le mie classi, i miei progetti, case, cose, persone, questioni. Ho immagini di creste schiumose scavalcate con un balzo, di gorghi, di risucchi, di muscoli brucianti a forza di pagaiare, del variegato popolo che abitava l’imbarcazione con me, spesso recalcitrante e poco collaborativo, talvolta addirittura sul punto di ammutinarsi, e di rado disposto a fare i turni per remare. Nel fiume c’erano meravigliose creature acquatiche semidivine con cui non ho avuto il tempo di parlare, e spaventosi rettili che ho evitato, pur non potendo esimermi dal beccare qualche sanguisuga (al mio ex avvocato, a diversi consulenti e a qualche inquilino o amministratore stanno, spero, fischiando le orecchie molto forte).

Vedo la riva, certo non ci sono ancora arrivata. Ma l’inverno è passato. La corrente è molto forte, ma sulle sponde vedo germogliare i salici. Speriamo di attraccare prima o poi.



IO PRIMA DI MORIRE DEVO TROVARE IL CORAGGIO DI SALIRE DI NUOVO SU UN AEREO, PERCHE' NON VOGLIO MORIRE SENZA AVER VISTO QUATTRO COSE: LE CASCATE DELL'IGUAZU, LE COLLINE NGONG IN KENYA, I L CILE E IL RIO DELLE AMAZZONI, PIU' PRECISAMENTE, LA SUA CONFLUENZA CON IL RIO NEGRO.

domenica 10 marzo 2013

A proposito di sangue - un post vomitevole

Già che si parlava di splatter, il momento più rappresentativo di questo weekend abbastanza orrendo è stato quando mi sono portata a casa dall'ospedale il maglione di lana in cui papà, sfilandosi gioiosamente la cannula della flebo mentre dormiva, ha versato tipo mezzo litro di sangue.

Perchè, essendo in un reparto emergenze, dove tutti hanno molto da fare la notte coi nuovi arrivi, ed essendo lui un'emergenza risolta da giorni, non c'era particolare controllo stanza per stanza nelle ore di riposo; il vicino di letto dormiva beato, lui dormiva dissanguandosi, ma non lo sapeva perchè era sotto l'effetto di un sonnifero, e al mattino bello presto l'infermiera ha trovato il disastro, cambiato mio padre, cambiato il letto e messo pigiama e maglione in un sacco di plastica. Che, sul fondo, era diventato come il sacchetto della trota, dopo che l'hanno slamata al laghetto e te l'hanno confezionata per portartela a casa.

Dato che
a) io odio la pesca alla trota, e non da quando ho visto la luce sulla via del buddhismo, ma da quando avevo cinque anni e andavamo al laghetto con i nonni
b) io sento gli odori a distanza di chilometri
c) io tendo a svenire alla vista del sangue
d) io, dopo aver visto dal vivo qualsiasi cosa che abbia a che fare con le macellerie o gli ospedali, tendo a portarmi avanti per 48 ore un sordo mal di stomaco
ci si domanda come abbia potuto pensare di estrarre il maglione dal sacchetto e mettermi a lavarlo.

Ho flashes orrendi del quinto e del sesto risciacquo, in cui continuava a venir giù acqua rossa e io pensavo se, cadendo eventualmente svenuta, mi sarei fatta peggio in avanti, picchiando la faccia sul lavello, o indietro, battendo la testa sul pavimento: ma in quella è arrivata mia madre. Che si è chiesta ad alta voce non se io avessi bisogno di sedermi, di due schiaffetti e di una boccetta di sali, ma se il maglione si sarebbe infeltrito. Non che sia insensibile. E' che è un medico, LEI. Io NO. Le devono essere sfuggiti il pallore cadaverico e l'espressione lugubre con la quale le ho detto che non potevo semplicemente mettere a bagno il maglione e aspettare la Fata Pugliese lunedì, perchè c'era talmente tanto sangue che avrebbe puzzato subito mezza casa.

Mia madre non si ricorda di quella volta che è arrivata a casa, tanti anni fa, e non trovava più il sacchetto del macellaio, tanto che alla fine si era convinta di averlo posato sul bancone, pagando, e essere uscita dal negozio senza prenderlo. Senonchè tre giorni dopo, andando a fare la spesa con la sua Mini rossa, saliamo in macchina e notiamo un odore: che attribuiamo al fatto che ha piovuto e forse si sono un po' ammuffiti i tappetini. Poi lei scende, va nel supermarket e io no. Io cerco la fonte dell'odore che, al mio supernaso, non è per niente di muffa e viene dal sedile dietro. E così scopro conto che la Mini dietro ha come due tasconi portaoggetti, a fianco dei sedili, e in uno cosa c'è? Un sacchetto bianco. Con dentro qualcosa di marrone. Semisciolto. Che puzza, non fatemi dire di cosa, avete capito benissimo. Ecco, io dovevo avere tipo dodici anni e l'incoscienza della gioventù perchè ho preso il sacchetto, l'ho buttato in un bidone, sono tornata in macchina e poi le ho raccontato tutto, senza nemmeno vomitare. Succedesse di nuovo ora, smetterei di mangiare per una settimana.

Comunque, ho un attimo esagerato con il Napisan e il detersivo, quindi devo a mio padre un maglione di shetland grigio, perchè questo qua, che è profumatissimo e perfettamente pulito, è uscito dal lavaggio con la consistenza di un Muppet.

Però non sono svenuta, eh. Forse, Noise, dopotutto sono pronta per provare la Mooncup. Ma dopo la butto via perchè non me la sento di lavarla.

  

martedì 5 marzo 2013

L'assassino e i suoi colleghi

Ditemi un film che vi ha fatto paura. Proprio paura che poi non riuscivate a passare per le stanze di casa senza accendere tutte le luci in sequenza, e avevate i brividi quando alle vostre spalle una stanza restava buia.

Tipo: io mi stramaledico per aver visto anche solo dieci minuti di Cape Fear. Da sola, di sera e nella casa dei miei, notoriamente troppo grande e piena di angoli oscurissimi, e molto, troppo silenziosa alla fine del film di seconda serata, dato che entrambi i miei andavano a dormire molto prima di me. Tipo: Un bacio prima di morire, con un fascinoso quanto disturbato Matt Dillon che sega a pezzi una donna nella vasca da bagno di un albergo.

Ecco, questo era PRIMA di conoscere mio marito. E essere, lentamente ma inesorabilmente, iniziata al vasto mondo dei film thriller, horror e splatter. Che continuo a rifiutarmi di vedere al cinema, troppa ansia. Ma che vedo dal divano di casa, con una certa preoccupazione e la copertina di pile, da tirare su di colpo davanti alla faccia a mo’ di paravento. Così nella mia vita sono entrati: CSI, True Blood, la musichina di Profondo Rosso, Alien, certi vampiri non beneducati e swarowskati come Edward Cullen, i mostri di Resident Evil, svariati pazzi sanguinari armati di sega elettrica/ascia/pinze per tortura/bisturi, etc. Mi sto lentamente abituando al sangue, anche se mi rifiuto categoricamente di sopportare le automutilazioni alla Lars Von Trier, la violenza insistita di Quentin Tarantino, tutta la serie di Saw e altre chicche che i cultori del genere tanto amano.

Da quando mi sparo le “serate orrorazzo” con l’Uomo, due cose mi hanno veramente tolto il sonno pur piacendomi tantissimo. Una è stata “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati. E l’altra sono i film di Alex Infascelli. Ho capito che ce ne sono di fatti meglio. Ma le tematiche sono inquietanti, vedasi “H2Odio”.

Comunque, ieri sera mio marito era a cena con l’assassino. Questo assassino qua.


Assassino molto simpatico e alla mano, peraltro, che, oggi, mentre l’Uomo lo accompagnava a prendere l’aereo, ha fatto alcune telefonate di lavoro. Tra l’altro, per parlare con alcune persone che vorrebbe coinvolgere in un progetto che ci riguarda da vicino e di cui vi dirò poi.

Prima telefonata:

Seconda telefonata:

Terza telefonata:

Ah beh. Comincio a interessarmi seriamente a quell’invito a Roma che ci è stato varie volte fatto.*

[*Mi corre l’obbligo di rendere noto che, in questo caso specifico, la mandibola mi è caduta non per il fascino indiscutibile dei tre succitati (sì, Vostro Onore, ho più volte ammesso di nutrire smodato desiderio carnale per Claudio Santamaria, lo riconosco, peraltro ditemi che non conoscete anche donne che darebbero via il figlio primogenito per cenare con uno degli altri due), ma per il livello artistico delle persone con cui forse avremo a che fare più avanti. Non che Ravello di per sé non sia già a un livello davvero notevole: a parte fare l‘assassino per Infascelli, questo, as a kid, lavorava già con Ettore Scola, mica pizza e fichi. Ma ragazzi, Pierfrancesco “Picchio” Favino? Ne vogliamo parlare?]