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martedì 29 maggio 2012

La casa dei sogni

"Costruisci, arreda e decora la casa dei tuoi sogni".

Sappiate che anche il più scarso scrive almeno tre facciate, con un titolo così.

E comunque, su ventiquattro alunni, nella casa dei sogni uno voleva una biblioteca, uno una libreria in camera da letto, e uno una stanza dove un prof gli rispiegasse quel che non aveva capito a scuola.

Uno abitava in un castello su una scogliera, una "a New York, isolata", molti nel verde, nel bosco, su una collina.

Parecchi avevano il lidromassaggio, una aveva la vasca litromassaggio, e non si contano le cabine armadio, le palestre, le terme e le stanze delle scarpe. Una addirittura (il mio idolo) aveva il guardaroba, la stanza delle scarpe e un'altra stanza solo per borse, sciarpe e accessori.

La ragazzina dislessica di origini marocchine voleva una stanza tutta di cioccolata. E una stanza "dove posso prendere i bambini che non hanno una famiglia".

Bambino di Formaggio voleva una casa molto grande con il campo da calcio e la pista di motocross dentro, "e infine divento ricco ricco, molto ricco e aiuto i miei genitori".

Microlord ha scelto una costruzione a pianta ottagonale, uguale, a detta sua, al castello di Andria, e l'ha resa completamente ecocompatibile, con il metano prodotto dagli animali da cortile, il fossato con le turbine idroelettriche e i pannelli solari sulle torri.

No, ma io li amo da morire.

Winter is still raging

Povera Italia, piuttosto che niente la Pianura Padana si mette a sgroppare come un puledro impazzito.

Io comunque lo sento, il profumo del cambiamento.

Sono i ragazzi che hanno sfilato con la maglietta "io non ho paura". Il bel ragazzone dall'aria sana e sicura che, intervistato di fronte alla scuola Morvillo Falcone, ha detto "noi ci fidiamo di chi viene a scuola con noi". Credo intendesse compagni di scuola, insegnanti, gente che sta lavorando per il futuro, per una cultura che con la mafia tagli i ponti definitivamente, che la faccia morire di solitudine e di impotenza, come quando blocchi i vasi sanguigni che alimentano un tumore. Beh, tesoro, a me che faccio la prof sentirti dire che voi vi fidate mi ha dato veramente l'antidoto a tutto il resto.

E' Gramellini (sempre lui: ma quando glielo facciamo un monumento? o gli intitoliamo una piazza?) che scrive questo.

E' la reazione inorridita della gente alle parole del ministro Puzza (perchè i profumi sono diversi: sono le felpe di cotone dei miei alunni, sono le crostate del laboratorio di cucina, sono le pagine dei libri dopo che ci hai studiato sopra un anno) che ha osato dire all'intervistatore de "Il Secolo XIX" che la bidella che fa tutto da sola correndo da un piano all'altro di un istituto è un esempio e dovrebbero lavorare tutti così...* Dimostrando che era meglio se restava trincerato nell'agghiacciante silenzio in cui era caduta la scuola dal momento dell'estromissione della Mariastronza. Ha anche risposto, alla domanda sui precari, che i giornalisti fanno sempre le stesse domande, e a quella sui ragazzi che non hanno l'insegnante di sostegno che bisogna vedere le cose da un altro punto di vista. Ha cioè chiarito che nemmeno in questo governo verranno risolti dei problemi che purtroppo sono prioritari nel mondo dell'istruzione. Ma la gente lo ha smerdato subito. E questo va bene.

*Se per caso chi legge appartiene alla categoria di quanti credono che la bidella, di mestiere, lavi dei cessi e spazzi malamente delle aule, vi ricordo che il personale ausiliario nelle scuole, per legge, ha, tra gli altri, i seguenti compiti: sorvegliare le classi ai cambi d'ora, se un insegnante ritarda o viene chiamato fuori dall'aula; occuparsi degli alunni che si sentono male; contribuire a spostare - nutrire - lavare - accompagnare in bagno gli alunni gravemente disabili; chiamare i soccorsi e prestare le prime cure in caso di emergenza; staccare la corrente e provvedere all'evacuazione dell'edificio in caso di incendio / terremoto / altra situazione che richieda una fuga in massa; aprire e chiudere la scuola e tutti i laboratori, attivare il sistema di allarme, i server di internet, rispondere al telefono; sorvegliare l'ingresso e provvedere all'identificazione di chiunque entri (o esca, se è un alunno); ovviamente mantenere l'igiene di aule, corridoi, servizi; attrezzare le stanze per qualsiasi occasione speciale come riunioni, proiezioni, collegi docenti, etc.


E' la richiesta, che sta girando su Internet, di annullare una parata che in fondo lascia il tempo che trova, e uno stupido viaggio a Milano di quel coso inutile anzi dannoso che è questo papa, per non spendere soldi e darli invece alle popolazioni che hanno perso la casa, il posto di lavoro, la macchina, la torre comunale del Trecento, la chiesa parrocchiale e tanto altro nelle scosse di terremoto.

Io trovo che in Italia di gente che sa ancora ragionare ce ne sia tanta. Ragionano bene anche quelli che, sull'onda della rabbia, inseguivano una macchina della polizia dove credevano fosse trasportato il sospettato dell'attentato di Brindisi. Perchè sì, è vero, erano in preda all'esaltazione e hanno sbagliato. Ma Melissa è morta a 16 anni mentre andava a scuola, e io continuo a pensare a quella famiglia che ha una figlia ustionata a Brindisi e un'altra con la cassa toracica sfondata a Lecce. E certo che sono vive, ma la loro vita è cambiata per sempre, e quando ho sentito dell'attentato, dopo i primi minuti di groppo in gola, di "non è possibile, ma come si può, ma Dio mio", ho detto "spero che quando li prendono li buttino in mezzo alla folla; ma scusa, Uomo, se nostra figlia venisse ferita o uccisa da una bomba messa davanti ai cancelli della scuola, tu, potendolo fare, non vorresti smembrare i responsabili a mani nude? Io sì".

Però ragionano bene soprattutto i ragazzi che a scuola continuano ad andarci, che vogliono tenere aperto il liceo anche di domenica. Sono loro quelli per cui noi andiamo avanti, possibilmente fino a 88 anni e con la schiena dritta come un fuso, come la maestra di Gramellini.

Que c'est tendre

Che dovrei finire un bel po' di lavoro, già, ma poi mi connetto e trovo che uno dei miei CS (Cocchi Storici) ha cambiato la foto profilo e mi incanto a guardare il prodigio di un mio exalunno che sta da più di un anno con un'exalunna dell'Uomo, e che dopo un sacco di mesi continua ad aggiungere foto tenerissime di loro due insieme, e in tutte queste foto la bacia con gli occhi chiusi.

E mi viene la melassa al posto del sangue, ma tu guarda quanto sono carini, dreeeaaams, are my realityyyyy, endaaaaaaaiiiiaaaaiiiuillooolueeeeisllooooviùùùù, maihartuillgouon, amare significa non dover mai dire mi dispiace, etc etc etc.

Che poi quest'ultima era una grande, grandissima stronzata, e ci arrivavo anche a undici anni quando ho singhiozzato per la prima volta davanti alla storia tragica di Oliver e Jenny. Però fa sempre la sua porca figura, come frase cosmica.

E comunque. Sono veramente carini.

venerdì 25 maggio 2012

Cronache dall'esilio Season 2

Non è che non stessi scrivendo, in questo mese, è che ero senza Internet.

Sono, sarò, ancora a lungo in bilico tra due città.

Qui, e nei successivi post, le puntate che (ditelo che stavate soffrendo...) vi siete persi.

Cronache dall’esilio season two: Touchables

E’ che a volte (a volte???), quando fai questo lavoro, ti credi un supereroe.

Perché sai le cose, perché risolvi i problemi, perché hai esperienza e qualche alunno ti crede, qualcuno pende dalle tue labbra, qualcuno ci tiene al tuo giudizio, qualcuno addirittura imita i tuoi atteggiamenti e si fa fare il tuo stesso taglio di capelli (giuro, quando avevo 30 anni e la seconda media di Scuolafica Dei Quartierialti è successo). Perché ti chiedono a bruciapelo una capitale impossibile come quella (vera) dello Sri Lanka (che non è Colombo, se ve lo state chiedendo) e tu la sai. O perché citi a memoria interi brani e la classe sgrana gli occhi. E perché tu sei grande, e loro sono così piccoli.

Poi ti guardi con gli occhi dei colleghi. O, peggio, con gli occhi di chi fa un altro mestiere. O ti guardi da solo in un momento della tua vita in cui NON stai facendo l’insegnante.

Ti scopri fragile. Ti scopri disorganizzato ai limiti dell’incuria. Ti scopri detestabile, o semplicemente meno in gamba di quel che ti pareva di essere, stancato dagli anni che, sì, ti hanno aggiunto qualcosa quanto a esperienza ma anche un po’ quanto a faccia di bronzo. I verbali? Massì, poi li scrivo, e che ci vuole.

Io queste critiche me le ero già mosse prima della situazione di emergenza in cui sono precipitata ora, ma evidentemente senza molto risultato, se adesso l’esistenza di un giovane, organizzatissimo e serissimo supplente sta sbriciolando la magra facciata di professionalità che tenevo su.

Pensavo alla vulnerabilità che ci portiamo addosso, sul lavoro. A D., F., M. e Milady, che hanno lavorato prima, dopo e durante la cura di un cancro. Al Gigante che è venuto a lavorare il giorno dopo un lutto tragico, improvviso, di quelli che ti lasciano sbalordito, incredulo che si possa morire così al di fuori di un racconto verista. Alla Bestia Nera che pranzava in mensa con tre diversi membri della famiglia ricoverati contemporaneamente: gli uomini di tutte e tre le generazioni, suocero marito figlio. Pensavo alle sere sui pacchi di compiti, alla sveglia alle sei meno un quarto del mattino e a quante insegnanti conosco che hanno affrontato periodi no, ma proprio no no no, e la cistite, e la gastrite, e l’emicrania, e quella che ingrassa abbuffandosi di pari passo con i tradimenti del marito, e quella che dimagrisce come uno stecco durante il divorzio. Non che non capiti negli altri mestieri. Ma è trovarseli davanti tutti e venti, tutti e trenta, piccoli, agitati, pieni di cose da dire e di domande da fare, che fa la differenza. Perché è inutile essere molto bravi a gestire la stanchezza, il dolore, la rabbia, la frustrazione, essere dei campioni nel nascondersi per mollare pugni nel muro e prendere a calci porte e singhiozzare seduti su un gradino o crollare esausti con un avambraccio sul volante della macchina in un parcheggio, se quando sei nel pieno del lavoro devi essere così rapido nel controllarti che non ti puoi nemmeno permettere quell’attimo di esitazione che c’è mentre attivi il filtro che normalmente separa quel che stai pensando da quel che devi/puoi dire.

Per dire che da qua, da qua dove ogni giorno mi ripeto che nessuno è indispensabile, da qua dove ora annaspo per tenere insieme diverse vite e diversi ruoli, e ogni santo giorno stramaledico ‘sta cazzo di fascia d’età tra i trenta e i quaranta in cui ti piove addosso di tutto, vedo che ho fatto bene a fermarmi a casa anche per questa seconda tranche.

Che pensavo di farlo per me, ma quando sono andata a chiedere il prolungamento dell’aspettativa sarei volentieri rimasta lì, invece, e ci ho patito le solite 72 ore di malumore e tristezza cosmica, ma poi ho capito che è per loro che lo faccio.
Perché si meritano un insegnante lucido e capace, non me stravolta come sono stata in buona parte di questi ultimi trenta giorni.

Questo è il primo aspetto. L’altro è diverso e più grave.

Il 2012 è stato ufficialmente eletto l’anno in cui prendo coscienza, con la massima serenità disponibile, del seguente concetto: “ma guarda tu quante cose non sono andate da come avrei/avremmo voluto.” E lo dico col sorriso, davvero. Cioè, non è che tutto quel che non è andato come speravo sia andato per forza solo ed esclusivamente male. Non è neanche che io sul serio abbia proprio proprio realizzato che certe cose che non sono successe non succederanno mai più e che anche per alcune che sono successe non c‘è più rimedio.
Comprendere il lavoro nella categoria di ciò che non sta andando come volevo non mi rende certo felice, però.

Era un po’ che lo dicevo, che stavo lavorando al minimo delle mie potenzialità. Ho rimesso in ordine un po’ di roba di scuola nel pc e ho potuto datare con una certa precisione l’ultimo periodo in cui ho lavorato davvero bene, e beh, a parte i momenti di gloria con la II B di Paesino Blu, a dire il vero con il lavoro fatto proprio bene ci fermiamo alla III C 2009/2010. Pazienza, mi dico, sono una tosta e supererò anche la fase di bassa sul lavoro. E vado avanti (anche perché vorrei vedermi a stare ferma o tornare indietro, messa come sono).

Il bagno d’umiltà ci voleva e lo faccio quasi con sollievo, dopo che per un po’ ho cercato di esporre il problema, prima nelle mie simpatiche conversazioni dissociate con me stessa nel cuore della notte, poi con voi, a volte con mio marito o mio cugino, e mi sono sentita spesso rispondere ma no ma no, ma va’ ma va’, ma dai ma dai.

E siccome sono tanto, tanto, tanto egoriferita e autocompiaciuta, ne approfitto per farmi i complimenti da sola: ci vogliono le palle per tornare a casa a testa alta, dopo essersi sentita dire da chiunque mi abbia incontrato che con il collega supplente si lavora bene, e che non è necessario che io ci sia agli scrutini. Perché sicuramente in parte questo significa che ho dei colleghi e una dirigente comprensivi e aperti a venire incontro alle mie necessità familiari. Ma quando la frase vira verso “il supplente sa tenere bene la classe, è molto preciso, etc.”, so che stiamo parlando d’altro.

E va bene così. Perché è vero, e bisogna ammettere che su alcuni punti sono vulnerabile da così tanto tempo che, se avessero voluto usarli contro di me, a quest’ ora mi avrebbero impanata e fritta. Devo dedurre che nessuno lì dentro desidera farmi le scarpe, quantomeno. E che il supplente è bravo davvero.

Quindi, quando io vengo agitata prima di dormire dal pensiero che i colleghi e magari anche i bambini si trovino meglio con il giovane che mi sostituisce, ho due risorse: una, pensare che ho lasciato i ragazzi in buone mani. E due, assaporare il fatto che, nel vedermi sulla porta, sia i primini che quelli di seconda mi siano saltati in braccio con strilli allegri, larghi sorrisi e la domanda: “Torna, prof?” Non c’entra con i miei problemi professionali, ma cazzo se scalda il cuore.

C’è molto da fare, da ricostruire, da restaurare. O forse c’è da andare avanti e, invece di riprendere, cambiare. Capire che l’età degli eroi è finita e che il mio lavoro dovrà essere diverso da com’era dieci anni fa, perché sono diversa io.
Credevo di averlo già accettato, invece non è vero, io sotto sotto voglio sentirmi ancora la stessa professoressina poco più che ventenne, piena di entusiasmo e di idee, che ha portato all’esame la sua prima terza nel 2003. Voglio entrare in classe accolta da ovazioni come Rocky Balboa sul ring, essere scintillante e originale, fare il mazzo ai colleghi, come dovessi vincere una gara.
Lo so che è stupido. Ma quanto sarei competitiva, di mio, se non mi dessi qualche freno, lo capiscono davvero solo quei tre o quattro tra i miei lettori che mi hanno visto al liceo o all’università e sanno che vengo da una famiglia, da un gruppo classe, da una storia di gente allevata e programmata per portare a casa il primo premio, non il secondo.

Comunque, si diceva, il mio è un mestiere dove ogni giorno puoi essere un eroe agli occhi di un gruppetto di persone e dove, quindi, ogni giorno ti confronti col fatto di essere invece un normale terrestre, e un terrestre più o meno sfigato e stressato, a seconda dei periodi.

Queste pause forzose in cui l'universo sembra accanirsi sulla tua vita, tu tenti di fare tutto e anche di più e ti arrabbi con te stessa perché non lo sai fare, finchè le nuvole si squarciano, scende un raggio dorato e una voce dallalto dei cieli tuona Castagna, figlia mia ma chi cazzo ti credevi di essere?… beh, queste pause fanno bene.

Cronache dall’esilio season two: I vecchi

Nella mia vita mi sono occupata molto di animali: sani, malati, piccoli, vecchi.
Ho allattato, ho nutrito, ho pulito ferite, somministrato medicine, spazzolato e lavato, sgridato, coccolato, tranquillizzato, insegnato a fare pipì nel posto giusto, in una sola indimenticabile occasione ho insegnato anche a volare. Ho tenuto in braccio animali che non si erano mai lasciati toccare da nessuno e che avevano paura e male. Ho fatto l’antitetanica e l’antibiotico diverse volte perché avevo le mani ridotte a brandelli da graffi e morsi. Ho accompagnato con pazienza la morte di animali vecchi e stanchi, ho deciso la morte rapida e indolore di animali malati e sofferenti.

Mi sono occupata praticamente sempre, in vari modi, di bambini, anche piccoli: bambini sani, handicappati, puliti, sporchi, beneducati, maleducati, parlanti o meno la mia lingua, rispettanti o meno le mie regole, da soli, a due per volta, a gruppi di quattro, a gruppi di venti. Ho cambiato pannolini, tenuto piccole mani, sbaciucchiato pancini, messo e tolto vestitini e pigiamini, ho imboccato, ho asciugato tante lacrime, battuto su tante spalle, scostato tante frangette, ho speso tanto fiato, ho messo qualcuno in castigo, ho fatto ridere e piangere e arrabbiare bambini di varie età e di vari colori.

Qualche volta mi sono occupata di malati, molto meno però. Non sono brava con la sofferenza degli umani, ho paura, sfugge totalmente al mio controllo, non è come la sofferenza di un animale. Io sono brava con chi ha l’influenza o un disturbo passeggero, ti faccio la tisana ti metto un’altra coperta so tutte le erbe per curare la cistite e come soccorrere una persona svenuta, ma se soffri davvero è facile che, invece che al tuo fianco, io sia a piangere in una stanza vicina o sulle scale del reparto.

E poi ci sono i vecchi. I vecchi non sono e non saranno mai la mia specialità, cercherò sempre di lasciare a qualcun altro il loro accudimento, anche se negli anni ho dovuto acquisire per forza di cose una certa pratica.

Per ruolo, assegnatomi da terzi o forse dal destino, e per alcune caratteristiche (non so se più per quelle positive o più per quelle negative) del mio modo di fare, a me è spesso toccato, invece dell’assistenza pratica, l’ingrato compito di forzare la loro volontà: “Vecchia Sibilla devi mangiare, se no muori di inedia, apri la bocca e mangiane ancora un cucchiaio; Prozia Maestra non devi piangere, cerca di non disperarti, vieni che andiamo in cappella a dire un’avemaria; Zia Buona devi farti prendere la pressione con regolarità, senza capricci, e devi camminare, dai andiamo a prendere un caffè al bar all’angolo; papà devi stare fermo, papà ti devi muovere ma con calma, papà mi devi aspettare per alzarti, papà non fare l’eroe e chiama l’infermiera, papà l’hai presa la pastiglia?, papà dammi qui quei fogli che in banca ci vado io, papà non spedire ‘sta lettera che all’inquilino ho appena detto il contrario, papà come sarebbe a dire che hai spostato di nuovo tutti i faldoni con gli atti notarili?” Dimostrazione pratica che l’esistenza della figlia/nipote/cugina la cui natura profonda è quella della rompicoglioni, in una famiglia, è un perno fondamentale sul quale si possono appoggiare molte cose e persone nel momento del bisogno, finchè tiene. Non che a me questo aspetto pesi poi eccessivamente: in fondo nel mio mestiere dò ordini di continuo, portami il diario chiudi la finestra vieni alla cattedra fila in presidenza ripetimi la poesia cancellami la lavagna lascia stare il tuo compagno andiamo entrate uscite in piedi sedetevi silenzio basta scrivete. Qui si tratta solo di usare un po’ di psicologia e una pazienza diversa da quella che ci vuole davanti a 24 preadolescenti. Il lato buono è che il rapporto è uno a uno e i tempi sono più lenti, i luoghi più intimi di quelli che hai a disposizione in una scuola.

Dopo quasi un mese di questo lavoro a tempo pieno, cammino per le strade di Genova, lontana dalla mia Scuolina Rosa, e d’istinto seguo con lo sguardo i ragazzini della fascia d’età di quelli che vedo di solito. Ascolto spezzoni dei loro discorsi, guardo come portano lo zaino e che vestiti indossano, immagino il loro comportamento in classe, prevedo i loro movimenti per strada, spio le loro mosse goffe e i loro atteggiamenti spavaldi.
Ma in questi giorni, come quando una cosa diventa il tuo quotidiano, come quando sei incinta e vedi tutte le carrozzine e ti sembrano migliaia, io vedo anche i vecchi.

Li vedo esitare sui marciapiedi sconnessi, e non riuscire a togliere le chiavi dalla serratura del portone, e portare le borse della spesa, e zoppicare. Vedo i vecchi decorosi e silenti e quelli che tentano di sembrare sicuri di sé e sono prepotenti, e imparo a distinguere le scarpe sfondate dai piedi deformi da quelle sfondate perché la pensione non consente di comprarne di nuove. Vedo i bastoni e le stampelle, e chi gira senza ma ne avrebbe bisogno. Vedo chi guida e chi arranca verso la fermata dell’autobus. Vedo chi è triste e chi è solo stanco, vedo chi ha i dolori perché è cambiato il tempo. Vedo chi ripone tutte le sue speranze nei nipotini e chi è solo, vedo chi ama il suo cane come un figlio, vedo chi detesta i giovani e i bambini, vedo chi ha al suo fianco un altrettanto vecchio coniuge e lo guarda con un amore senza tempo. Vedo che ci sono mille insidie per chi cammina male, per chi si stanca a stare in piedi, per chi vede o sente poco. Vedo la porta dell’ufficio pesantissima che non resta aperta e la rampa di scale prima dell’ascensore, che a Genova è un classico, vedo i buchi nel marciapiede, vedo la maleducazione della gente che dribbla l’anziano barcollante sbuffando.
Per fortuna vedo anche la gente gentile, le persone che attendono con pazienza, quelle che rispiegano con calma, quelle che parlano a voce più alta al vecchio duro d’orecchi ma senza scandire le parole come a un idiota, quelle che sorridono.

Ho appena affittato un negozietto sulla facciata del mio stesso palazzo a un fruttivendolo marocchino della mia età, e mi sono accorta con piacere che i vecchi del quartiere vengono nel negozio volentieri, col sorriso, ci perdono un po’ di tempo a chiacchierare tra loro e col personale e sono trattati principescamente.
Ho sentito, dopo solo tre giorni dall’apertura del negozio, questo dialogo: Vecchietta sdentatissima con accento fortemente zeneize: “Nan, e due fagiolini non me li dai? Eh?” Padrone del negozio: “Certo cara!!!” Vecchietta sdentatissima al ragazzo di bottega che le porge il sacchetto pieno di verdura: “Grazie, bella gioia”, e a me: “Ha visto che bravi? Hanno appena aperto sa? Son tanto gentili!!!” E mi ha fatto stare bene per giorni.
Perché solo i Genovesi sanno quanta allegria e tenerezza ci stanno nel chiamare qualcuno “nan”, e che sentirsi rivolgere un “bella gioia” (o anche “bella stella” e “stellin”) detto da una vecchietta genovese è come essere investiti da una bomba atomica di affetto, è proprio come l’abbraccio della nonna che stravede per te e ti aspettava da giorni, la nonna che ti ha appena fatto i friscieu bollenti e salatissimi e quando ne hai mangiati una tonnellata e stai per morire ti chiede se ne vuoi ancora.

Vedo questa e altre piccole scene che mi ricordano che i vecchi genovesi, che sono troppi, troppi davvero, in questa città da cui dopo la laurea scappano tutti, sono una delle forze e delle bellezze della mia gente.

E anche se stamattina ho spergiurato che piuttosto che occuparmi ancora di anziani voglio trasferirmi in un posto dove l’aspettativa di vita media è di 45 anni, tipo il Rwanda, lo so benissimo che mi ricorderò questo periodo come uno dei più ricchi di amore, dato e ricevuto, di tutta la mia vita.

Cronache dall’esilio season two: Cose senza le quali non ce l’avrei fatta / ce la starei facendo

Mio cugino, i dadini di grana padano e il cappuccino solubile

Mio marito, la sua idea geniale di andare a cena nei posti di quando eravamo appena diventati una coppia, il divano di Asti e Game of Thrones

Mia madre e la nostra comune capacità di resuscitare mia nonna e dire malignità a nastro ridendo con ghigno satanico

La Fata Pugliese e il suo caffè nero come l’inferno

Mia zia e i suoi occhi buoni

Mio padre e la sua testardaggine nel credersi immortale

La mia gatta, il suo dorso caldo contro la mia pancia quando ci raggomitoliamo in letto, le canzoni da bambini cantate in cucina: “Per fare un tavolo…” “Miaaau” “…ci vuole il legno…” “…miauuu…” (sapeste com’è intonata)

Lo scaldino e il riscaldamento autonomo (oggi 11 maggio è il primo giorno che non uso né uno né l’altro)

Il cortisone (vi ho detto che qualcosa mi ha morso e ho un’orrenda roba infetta sotto un tallone? Presumiamo si tratti di un morso di ragno. Noisette, che vai in Africa, sappi che una microscopica bestiola delle nostre latitudini mi sta dando grane da una settimana esatta, regolati con quei bestioni di tre chili e mezzo che troverai là)

Le telefonate e mail con le mie amiche

La lampada ad olio profumato

L’IKEA, i supermercati aperti fino alle 21 e 30 e le barrette Zona senza le quali dopo i primi quattro giorni avrei, per forza di cose, perso conoscenza

Memorie di una geisha (il libro e, per combinazione, visto che qui SDMS ha installato il decoder, anche il film: resta più bello il libro)

La vicina di casa / inquilina / panettiera che fa la focaccia buona e i dolcetti da tè buonissimi

Le molte e molte persone che hanno chiesto notizie di mio padre e gli hanno augurato tanto bene (avete mai letto “C’era due volte il barone Lamberto”? Esattamente quel che è successo a papà)

Un giovane supplente serio, puntuale e ordinatissimo che ha preso in carico i miei 46 scappati di casa, il mio registro che sembra la scena di un disastro aereo e le mie lezioni

Bontcho che dalla poltroncina azzurra ha supervisionato, con aria consapevole e saggia come quella di un buddha, tutto e tutti: me, l’Uomo, mio cugino, la Fata Pugliese, lo staff medico e infermieristico del San Martino, gli affari di famiglia e, credo, la politica locale, nazionale e internazionale (sembra che ora stia riflettendo sulla situazione greca).

Meno, devo dire, è stata utile la De, che ha scambiato tutto questo per una bellissima vacanza e non ha capito che se una notte, con sua somma gioia, l’abbiamo passata tutti a casa di mia madre e io l’ho lasciata ADDIRITTURA DORMIRE SUL MIO LETTO, non era per festeggiare il suo compleanno, ma perché mio padre era in serio pericolo di vita e io ero disperata.

Genova, che è insopportabile e meravigliosa, e i Genovesi che sono, che saranno sempre, la mia gente

Me stessa e la ferma decisione di non soccombere all’angoscia e al dolore, ma di spremere il massimo da me (e da tutti gli altri!) in questi giorni.

Cronache dall'esilio, season 2: aspettativa day one

Perfettamente organizzati i conti di casa, gli appuntamenti di lavoro, il fax da mandare a scuola… tutto bene insomma.

Seeee. Ditelo al mio colon, devono essersi scordati di informarlo.

Cronache dall'esilio, season 2: stessa spiaggia stesso mare

“E come l’anno scorso… sul mare col pattino…”

Però il mare è tipo lo Stretto di Magellano nella stagione delle burrasche (a quelle latitudini, 300 giorni l‘anno credo siano stagione di burrasca). O il Capo di Buona Speranza, che come è noto non è consigliabile doppiare su un pattino.

Okay. L’ospedale è lo stesso, ma ci hanno promosso a tre piani sopra la stanza della volta scorsa. Vediamo il monte di Portofino e il mare a perdita d’occhio. Fosse solo per la vista, gli chiederei se posso trasformare la sala d’attesa in un loft.

I medici sono diversi, ma bravi uguale.

Papà, la mamma e io siamo tanto, tanto più stanchi e sfiduciati. E c’è un che di tremendamente strano in questo nido d’aquila che, in qualche oscuro modo, è casa nostra: siamo sospesi impotenti e preoccupati sopra i padiglioni della clinica universitaria dove hanno lavorato per anni sia mio nonno materno che mio padre, e dove hanno studiato mia madre e mio zio, oltre a vari altri membri della famiglia ramo materno.

Però alcune cose sono uguali identiche all‘anno scorso. Per esempio, che qualcuno deve portare avanti il mio lavoro a Paesino di Sogno e io sono di nuovo a casa. Separata dall’Uomo che invece lavora. E in possesso di un certo numero di ore in cui pensare che voglio amare questa città, che è la mia, e non associarla sempre e solo a cose difficili, tristi e luttuose.

Mi sono dunque trasferita giù, un po’ ammagonata dall’aver dovuto lasciare il lavoro, e però forte dell’esperienza dell’anno scorso.

So cosa aspettarmi da me stessa, dalla mia famiglia, i miei punti deboli (entrare fisicamente con la mia persona all’interno di un ospedale è già un punto su cui sono debole… figurarsi il resto) e le mie risorse. So cosa mi farà incazzare e cosa mi darà conforto.

So che la sera andrò a correre e che al mattino farò ginnastica, e anche che riprenderò a fumare e le tre cose non sono minimamente in conflitto tra loro (e vorrei vedere: tutti tentativi di non impazzire).

Poi quest’anno ho deciso di spremere il meglio da questi giorni. E’ primavera inoltrata, il mare è blu, io sono viva, sono piena di amici, ho la salute (sì va beh un po’ minata dallo stress, ma non è il caso di farsene un problema) e non devo fare 220 km al giorno per correre da scuola a ospedale e da ospedale a casa.

Inoltre, ce ne fosse stato bisogno, si è chiarito che né io né mia madre tolleriamo a) il pensiero di restare senza papà b) il pensiero che papà soffra c) il pensiero che papà torni a casa pesantemente invalido, e però, siccome nessuna di queste cose si sta verificando oggi, oggi noi non dobbiamo morire d’ansia (rendetevi conto che io, IO: Castagna, ho fatto a mia madre uno shampoo sul fatto che dobbiamo resistere allo stress, non soccombere e prenderci cura di noi stesse. Capite la situazione totalmente surreale. Io ho attacchi d‘ansia se solo mi devo sedere in mezzo alla fila a teatro e ho cercato di dire a mia madre come deve resistere all‘angoscia per la salute di papà. Madonna buona, qualcuno venga subito a salvarci.)

Quindi insomma mi sono messa nell’ottica che dobbiamo farcela e, nei limiti del possibile, cercare di sentire che c’è il sole, di apprezzare le cose buone, di tenerci più o meno in ordine, di dormire.

Mangiare è già più impegnativo, ma tanto con tutta la carne che ho addosso posso permettermi qualche giorno di digiuno senza morire.

E perciò comincio col raccontarvi alcune cose buone e precisamente che, nell’emergenza, stavolta abbiamo dovuto per forza di cose appoggiarci. Alla Fata Pugliese per l’assistenza a papà. A mio marito per gli affari. A Sanguedelmiosangue per le cose pratiche. Il povero studentello è infatti stato assoldato come sguattero, ha trasferito se stesso, alcuni suoi inseparabili allegati tipo il computer, il libro di storia della Russia, le creme per la faccia, i drammi sentimentali e l’amico del cuore a casa nostra, e ha assistito ai miei andirivieni dall’ospedale e da Asti facendomi trovare il cane già portato a pisciare, i gatti nutriti, la spesa fatta, il bucato steso… Credo non sia mai stato più felice di tornarsene a casa sua, quando la settimana si è finalmente conclusa.

Poi è iniziato il ponte del primo maggio e anche l’Uomo s’è trasferito giù. Contemporaneamente i medici hanno cominciato a parlare di mandare a casa papà e dalla paranoia di livello 1 (“oddio muore“) siamo passati alla paranoia di livello 5 (“oddio e adesso cosa facciamo?”). In mezzo c’erano già stati il livello 2 (“oddio soffre”), il 3 (“oddio non recupera”) e il 4 (“oddio resta invalido”). Il problema è che, per quanto i livelli da 1 a 4 siano enormemente più tristi per tutti noi, la scala si rovescia completamente se calcoliamo la difficoltà di gestione da parte di una moglie e di una figlia. Se avete avuto anche voi in casa un uomo abituato a comandare e a stare bene di salute che all’improvviso deve cedere le armi e affidarsi agli altri, accettare di fare meno cose e di non farle tutte come vuole lui, etc, capirete perché mia madre è in panico nero da quando i medici hanno pronunciato il verbo “dimettere” due giorni fa.

Io sono oltre il panico. Sono cosciente già da un pezzo che la mia vita per anni e anni sarà un succedersi pressochè letale di grane. So che avrò grane sul lavoro, grane a casa mia, grane a casa dei miei genitori, grane in banca, grane con gli avvocati, grane con le tasse, grane con le case, grane con le relazioni sociali perché avrò troppe altre grane per avere la forza di coltivare una vita sociale, grane con tutto. E guardate che non mi sto piangendo addosso, sto facendo il riassunto degli ultimi dieci mesi della mia vita e una realistica e distaccata previsione di quel che sta per piovere nelle nostre vite se papà, forzosamente fermo in poltrona, cercherà di gestire lo stesso tutti gli affari e lo farà senza consultarci.

Però mi sono imposta il distacco, stavolta. Tipo che è arrivato giù mio marito e, invece di rotolarmi in terra ululando dall’ansia, mi sono messa addosso qualcosa e appena finito il giro in ospedale siamo usciti a cena. E che non abbiamo parlato di lavoro e di casini immobiliari, perché siamo stati bene a guardare il mare e le casette dei pescatori dei quartierini di Genova che hanno ancora la spiaggia con le barche davanti, o a fare la conta dei libri di Camilleri che non abbiamo ancora comprato e rimetterci rapidamente in pari, grazie alla prodigiosa bancarella di Corso Italia. Poi ci siamo anche detti che, da qualche parte nell’etere, mentre noi siamo qui a dibatterci nel marasma familiare, c’è un fascicolo contenente la nostra domanda di adozione, e che un giorno suonerà il telefono e tutto quello che ci preoccupa ora verrà spazzato via da un colpo di spugna, e comincerà una nuova vita. E mentre mettevo le chiavi nella portiera della macchina, venendo via dal quartierino di pescatori, ho improvvisamente e assurdamente desiderato ad alta voce che quella telefonata arrivasse, e lui ha detto: “Anche dopodomani?” e io ho detto “Anche dopodomani”, e lui ha sorriso.

Quindi lo vedete che va tutto bene, anche qua in esilio.

giovedì 24 maggio 2012

Misteri

Non ho molto tempo di dilungarmi.

Vorrei solo sapere perchè, quando una chiede aspettativa per motivi di famiglia e si ripresenta a scuola solo momentaneamente e di corsa per fare ordine sui registri, tirare le orecchie ad Atreiu che s'è fatto portare di nuovo in presidenza e distribuire un po' di compiti in classe arretrati, succedono i seguenti fenomeni:

- i bambini di seconda in cinque settimane crescono visibilmente di statura

- i bambini di prima imparano a stare seduti nei banchi al cambio d'ora

- arrivano i computer nuovi

- a sostituire il collega di tecnica (detto Grande Puffo) arriva un baldo venticinquenne alto come Shaquille O'Neal e dall'aria simpatica.

sabato 19 maggio 2012

No questo è troppo, questo è TROPPO, questo Paese deve sprofondare, essere incenerito, scomparire.

lunedì 7 maggio 2012

Ecco, appunto

Lo dicevo io che l'inverno stava arrivando.

Hanno sparato a un dirigente, alle otto di mattina, in una via di Genova, e non una viuzza laterale, non una scalinata tra due muri come quella dove hanno ucciso Coco.

E adesso? Quelli di prima ne avrebbero forse approfittato per mettere una bella legge marziale. Questi cosa pensano di fare?

Sindacati, che CAZZO avete fatto finora?

In Francia vincono i socialisti, in Russia rimpallano, poveretti, tra il marcio e la muffa. E in Grecia?

...e in Italia?

Oddio, come siamo messi male.

venerdì 4 maggio 2012

auleintempesta featuring Massimo Gramellini, e preoccupazioni varie

Qui per l'articolo del Gram.
Menomale che c'è gente che lo dice, e in prima pagina.

Non so, è che sembra che stiamo effettivamente precipitando. Io ammetto di essermi dedicata poco, pochissimo, alla politica negli ultimi mesi: l'adozione, il festival, la scuola, gli affari, la salute di mio padre, ce ne ho avute di cose da smazzare. Meno tempo per i giornali, zero per la televisione, ma qualche articolo l'ho letto anche io. E sì, ho la sensazione che manchi qualcosa. Che stiano pestando troppo duro. Anche se era ovvio che la risalita non sarebbe stata facile, dopo anni, decenni di gestione pessima, di bancarotte fraudolente e di spese inutili. Ma così non va, troppo amore per i conti che devono tornare, poca attenzione per i problemi, troppa sensazione di stare parlando solo di ingranaggi, ma la gente è in cassa integrazione, la gente non trova lavoro, la gente non paga i debiti, non sono rotelle che girano, sono persone che a casa si prendono la testa tra le mani quando arrivano le bollette.

Oggi sono stata a scuola. I bambini erano pochissimi perchè c'erano delle gare sportive. I primini mi si sono raccolti addosso come pulcini, prof mandi via quel supplente cattivo, prof quando torna, io ho preso nove di geografia, come sta suo padre prof, prof ma questo ci dice di stare zitti quando interroga i compagni (e io invece no???).
Era tutto un mondo colorato e allegro di cui non so proprio come ho potuto fare a meno negli ultimi giorni. Eppure la prima persona che ho incontrato, Dolce Cowboy, voleva sapere come possiamo intervenire sulla famiglia di Bambino di Formaggio, mobilitare i servizi sociali, trovare il modo di fargli fare quel paio d'occhiali che gli serve. Perchè ci sono, dei modi per intervenire, e noi ancora cerchiamo di usarli, e le leggi sono ancora dalla nostra parte, ma cosa faremo quando anche le leggi non ci supporteranno più nel tentativo di mettere pezze e cerotti sul futuro già mezzo compromesso di certi bambini?

Domenica devo votare e non ho la più vaga idea di chi scegliere.

La goduria del riccio

Pensi che hai tutti i muscoli che ti fanno male e la testa che ti gira e sei tutta sudata.

Attribuiresti la colpa alle quindici precedenti tremende giornate, alle molte ore su una sedia scomoda tra il letto e il muro, o anche solo ai pochi minuti in cui tuo padre, quel vecchietto bianco e fragile che hanno messo al posto del titano che conoscevi, non ha opposto resistenza al farsi trasportare in sedia a rotelle attraverso l'ospedale.

Sei stanca, sì. E triste. Ma non è questo che ti fa dolere i muscoli. E' che da due ore non stai respirando, impegnatissima a seguire.
L'ultima volta che stavi così col fiato sospeso eri una ragazzina, eri a Montecarlo, e stavi guardando una partita di tennis tra Goran Ivanisevic e uno spagnolo, e gli scambi erano lunghissimi.
Stavolta c'è un uomo solo. Che parla con una voce caldissima e potente, con dolcezza e sarcasmo, con sapienza e allegria, con indignazione e poesia.

E la testa ti gira, perchè quell'uomo sta mettendo in scena un secolo di scienza, di storia, di filosofia, di cultura, controcultura, ignoranza, fede, tecnica, curiosità. E la sua voce sta riportando in vita Giordano Bruno, Galilei, Keplero, Campanella, Shakespeare, papi, dogi, cardinali, signori fiorentini, studenti padovani, personaggi uno dentro l'altro, uno sopra l'altro, e sapere, tanto tantissimo sapere, tanto di quel sapere che ti chiedi perchè hai mollato la classe di abilitazione A037 di storia e filosofia, che adesso magari insegneresti al liceo e la sera ti scoperesti a sangue testi come quello sul Seicento di Claudio Costantini o L'etica protestante e lo spirito del capitalismo o il Ginsborg o Il capitale o Seneca o i diari di bordo dei grandi esploratori, per poi, la mattina, cavalcare gloriosamente le idee, le intuizioni e le vicende dei grandi di tutto il mondo davanti a una classe di gente che sa di cosa stai parlando.

E sei tutta sudata perchè Marco Paolini è un tuo mito sovrano, da quando una sera con tuo padre anni fa hai visto in tv lo spettacolo sul Vajont, e questa è la prima volta che lo senti live in un teatro, e la sua voce dal vivo è di più, di più di più di più di quell'esperienza goduriosissima che ti eri prefigurata ascoltandone la registrazione.

Negli ultimi 21 giorni ho vissuto solo ed esclusivamente emozioni enormi, questa è una di quelle positive.