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sabato 16 maggio 2020

Per darvi un'idea, anche approssimata

Ho deciso di postare qui, commentandolo pezzo per pezzo, il testo che stamattina (sabato) 16 maggio alle ore 7 (sì, alle 7, ero sveglia da 40 minuti ed era inutile restare a letto con i pensieri) ho postato sulla piattaforma che usiamo con la mia classe terza. In corsivo quel che vorrei poter scrivere davvero.


"Buongiorno,"

(Ragazzi, mi mancate! State bene? Eh? Che belli che siete, lo sapete che vi mangio con gli occhi tutte le volte che comparite nello schermo? E che quando chiudo la videochiamata ho un groppo in gola?) 

Vecchia bastarda sentimentale.

"ricapitoliamo quanto fatto nelle lezioni di ieri per chi se le è perse."

(Cioè pochissimi di voi, anche se adesso un gruppo deve alzarsi "presto", perché vi vedo dalle 9. Lo sapete quanto sono contenta che non saltiate neanche una lezione, e non parlo di quelli che come l'Irresistibile o Pulcino hanno la supermamma che mette la scuola al primo posto, pioggia o neve, pandemia o terremoto.  Parlo di quelli come te, Strepitoso, lo vedo che non passa mai nessuno in quella cucina, che sei da solo in casa ad annoiarti e ti svegli sei secondi prima della lezione e arrivi spettinato e con la voce da sonno, ma spacchi il secondo e sei preparato, parlo di te Cucciolino che sei sballottato tra casa di mamma nelle campagne di Casale e casa di papà a Torino, parlo di quelli di voi che fanno fatica a scaricare i file o che mi vedono o sentono tutta a scatti, ma non mollano. Sono così fiera di voi, ragazzi. Ho sudato tanto,con tanti colleghi diversi, per farvi stare seduti nei banchi, ora mi state restituendo quasi tutti degli ometti e delle donnine attenti  e responsabili che la prendono sul serio. Mi fate scoppiare d'orgoglio.) 

Vorrei vedere la faccia dei colleghi che li hanno avuti  solo in prima, su tutti l'Orsone.

"Mi scuso per aver dovuto interrompere e rimandare il lavoro, ma questa situazione di connessione da casa ha molti inconvenienti, uno su tutti che le reti e i piani di consumo dei computer privati hanno dei limiti."

(E porca troia non sono gli strumenti tecnologici o le competenze  che ci mancano, non è vero che i docenti sono dei cavernicoli informatici, sono i giga che a stare connessi 12 ore al giorno per mettervi su voti e lezioni partono, mica tutti avevamo il wifi in casa, e non è che in tempi di Covid fosse facile farselo installare da un giorno all'altro.)

"Ieri mattina in ogni gruppo, tranne il quarto che doveva connettersi alle 12"

(quello che porca troia è saltato)

"abbiamo:
- parlato dell'elaborato finale che ciascuno di voi presenterà (recuperiamo lunedì perchè ho bisogno di chiedervi alcune cose a voce, individualmente) e delle materie che non risultano comprese nell'elaborato ma verranno portate all'esame per la breve interrogazione in videochiamata;"

Elaborato "snello", e "breve" videochiamata, su cui un team ristretto composto dalla qui scrivente Castagna, dal Genuino, dalla Pallida, dall'Impeccabile e da Undici lavora da giorni senza più orari, per gestire a  insaputa dei ragazzi il proprio lavoro in 6 materie (di cui 3 mie, così, meglio dirlo) e quello dei colleghi nelle altre, per mezzo di una cosa che ho proposto io, la "madre di tutte le tabelle" condivisa su Drive e aggiornata con amore possessivo da noi tre di lettere, matematica e inglese,  senza permettere agli altri docenti di toccarla, di vederla, addirittura di sapere della sua esistenza, fino a due giorni fa. Per gestire la tabella madre (o santa madre tabella,  o la madre tout court, ormai)  dal lunedì al venerdì iniziamo a scriverci sul gruppo ristretto alle 7,30 e finiamo a mezzanotte. No, meglio se lo dico, anche questo. 


"- parlato di come presentare solo all'orale un argomento del programma di Letteratura (guardate nel sottogruppo Italiano, vado tra un attimo a scrivere le indicazioni e aspettate di aver parlato con me lunedì per decidere quale argomento portare)
- terminato il programma di Letteratura con la spiegazione delle "Operette morali" di Leopardi e con cenni su Positivismo, Naturalismo, Verismo, Simbolismo e Decadentismo (guardate sotto Italiano, entro lunedì avrò caricato tutti i file audio con le spiegazioni, gli appunti e gli esempi)."

Il che significa che ho ripetuto la stessa lezione a tre gruppi (ma dovevano essere 4) quasi con le stesse parole, per una maniacale angoscia di non dare a tutti la stessa preparazione, e adesso nel weekend la ripeterò ancora per registrarla e metterla a disposizione degli assenti. È una roba che,  a metà del terzo giro, fa sentire in trance, come un disco troppo usato, e al tempo stesso da Dio, perché una cosa che mi è successa in questo periodo è stato di rimanere sola con le mie materie, con la mia voce che spiega, e intanto pensare: ma che materie meravigliose insegno?

"Inoltre: guardate nel sottogruppo Storia / Geografia per il quiz su comunismo, fascismo e nazismo e troverete anche nei prossimi giorni l'ultima lezione di Geografia e l'ultimo argomento di Storia."

È  che ne insegno un po' tante, di materie. E anche quest'anno, addirittura  così,  con la pandemia e la didattica a distanza, le ricerche da visionare sono NOVANTASEI. E non me le portano neppure all'orale, perché all'orale c'è il fottuto elaborato.

(E quanto odio scrivere ultimo argomento e ultima lezione, ragazzi. Perché lo avrei detto in classe, e a uno di voi sarebbe scappato detto "Prof, siamo alla fine delle medie, ma ci pensa?". E io avrei fatto quella brusca che non si perde in sentimentalismi e dice "ecco appunto, quasi alla fine, vediamo di arrivarci intanto eh, poi se proprio ci tenete potete rifare l'anno"... e voi siete quel tipo di classe in cui qualcuno avrebbe detto anche "e se ci facciamo bocciare tutti insieme, così stiamo ancora un po' qua?") 

"Nella lezione di lunedì ci occuperemo di finire i giri di interrogazione, prendere gli ultimi accordi per l'elaborato d'esame e andare avanti con i Promessi Sposi."

Perché l'Irresistibile, dopo aver preso un 9 di interrogazione a tappeto sulla guerra mondiale,  alla domanda di un compagno "prossima volta cosa facciamo?" ha deciso che la volta dopo leggevamo i Promessi. E va bene, poi voglio dire, se si chiama Irresistibile ci sarà un perché,  infatti ho detto subito di sì.  

Il culo che mi sono fatta per questa classe. E come ricomincerei domani, dal giorno uno della loro prima media, se potessi. L'ultima classe di Scuolina Rosa, quella che per amore contraccambiato sta al numero 2,  subito sotto l'inarrivabile prima classe in cui ho lavorato lì,  a trent'anni,  e a pari merito con la stupenda terza C degli scompleanni. I miei ragazzi.  Il lato bellissimo è che, lavorando in centro città, molti  li vedrò quando arriveranno o andranno via dalle superiori. Magari per allora non avremo più le mascherine e potremo abbracciarci stretti,  e alcuni di loro mi sovrasteranno con la testa, perché io sarò la solita prof di sempre e loro saranno diventati grandi.




domenica 10 maggio 2020

Let us try to be human

Io non lo so, se voi abbiate capito quanto uno stravolgimento totale della professione insegnante possa sconvolgere la mente di una persona come me. Sono emerse insicurezze che non provavo da secoli. E non serve a niente il fatto che poi io telefoni al Troll, e mi renda conto che mentre lei, a 2 mesi secchi dall'inizio dell'incubo dad, non ha neanche ancora fatto un giro di domande ai ragazzi, io ho un giro intero di letteratura, un giro intero di storia, un giro intero di geografia generale nella terza, un'interrogazione a tappeto sulle date di storia in seconda e tutte le domande su Dante sempre in seconda, più gli esercizi di grammatica, i dibattiti di educazione alla cittadinanza e addirittura un dettato. Non serve che poi esca a camminare con la Fraulein o con Caracas e dica: "Ma ti rendi conto che io ho chiamato lei, IO ho chiamato LEI per dirle che IO ero indietro col programma di letteratura e non sapevo come fare a portare avanti il lavoro abbastanza da aggiungere italiano orale allo stramaledetto elaborato che devono portare a questa farsa di discussione online? No scusa: IO ho chiamato LEI per dirle che ero indietro... e sai perché ero indietro? perché l'avevo già doppiata e non me ne ero accorta!!!" (Caracas, che è una ragazza intelligente: "Questa troverà il modo di girartela contro...")

Quindi, io dovrei averlo un senso di quanto riesco a fare le cose quando mi ci metto, nonostante tutto, nonostante la connessione che salta, nonostante le notti al computer con gli occhi che sanguinano, nonostante lo stress di non poter vedere i miei ragazzi in faccia all'inizio, e poi di non averli vicini, di non sentirli fare casino nei corridoi. Io queste cose qua le patisco a morte, e patisco tutto quello che ha a che fare con le stramaledette tabelle Excel che mi rovinano la vista, e patisco tutto quello che ha a che fare con 12.000 passaggi dello stesso file attraverso gruppi WhatsApp, condivisione in Drive, email, piattaforme didattiche, registri elettronici e cartelle di archiviazione. Io odio il lavoro fatto così, e ho perfettamente ragione di odiarlo, perfettamente, e dovrei semplicemente essere fiera della mia professionalità che riesce a farsi strada, nonostante tutte queste difficoltà.

E invece, mentre le cose vanno avanti (insomma: le scuole restano chiuse e il resto riapre), e io stessa evolvo, faccio domanda per trasferirmi e coltivo ottimi rapporti col mio futuro vicepreside, sono sprofondata in un abisso di insicurezze che neanche a 14 anni.

In mezzo a tutto questo mi guardo nello specchio e penso che non dovrei avere paura anche della mia ombra. Ho 44 anni, un sacco di esperienza e due palle cosi quadre sotto che dovrei veramente fare paura alle persone, con la vita complicata che ho avuto, invece faccio paura soltanto a me stessa.

Poi a volte dal nulla qualcuno riesce a convincermi che non devo sentirmi così. E attenzione, non ci riesce il Formatore Paraculo,  sebbene sia egli l'imperatore dei paraculi; non ci riesce mia figlia, sebbene per certe cose sia diventata una donna veramente in gamba; non ci riesce mia madre, sebbene  sia sempre stata la donna in gamba che è  e in più sia anche diventata una buona madre con gli anni; non ci riesce Caracas, che mi pompa tutto il giorno che devo dimagrire, che devo migliorare, che devo superare le mie paure, che devo arrivare a dei risultati (e io pompo lei altrettanto, sui risultati che deve raggiungere lei, e questa amicizia è bella e costruttiva); non ci riesce tutta una congerie di persone che ci mettono impegno ad aiutarmi ad essere presente, quando mi vedono crollare sull'orlo del delirio, dopo anni e anni di fatiche matrimoniali e dopo averlo preso nel culo sul lavoro un sacco di volte, quando in realtà avrei dovuto essere riconosciuta per quello che valevo, che non era poco.

No. Ma ci riesce una discussione con mio marito, i cui contenuti sono spaventosi,  ma mi rendo conto che, ascoltando la sua voce,  capisco dov'è il mio posto nel mondo e cosa ci facciamo noi qui, e perché, maledizione, siamo ancora qui dopo tutto questo tempo, dopo tutte queste difficoltà.

Ci riesce il sorriso di una persona che, alle volte, entra nella mia vita negli attimi in cui questa sta svoltando verso qualcosa di importante, mi prende per le spalle, mi gira, e io mi accorgo che stavo con la schiena voltata rispetto alla luce solare, in un posto buio e umido. Ma arriva lui, mi gira prendendomi delicatamente per le spalle, senza fare niente, senza entrare nella mia vita perché non è la sua e lui non ci vuole stare, e neanch'io ce lo voglio, però mi prende, mi gira e mi fa vedere la parte illuminata della strada, mi fa sentire il calore del primo sole di primavera sulla pelle.
Dopodiché, a me resta la consapevolezza che queste cose non mi appartengono, ma sono eventi inaspettati, effimeri, che si verificheranno ancora e ancora, soltanto quando per me saranno importanti, nei momenti di passaggio della mia vita. Come avere un alleato magico che salta fuori, la Fata Turchina,  il folletto benigno, il mago Merlino che spunta quando ti sembra che vada tutto storto: passa nella mia vita così, sorride, mi tiene un momento al caldo, mi dice che sono bella, se ne va. Stavolta mi ha persino ringraziato, si vede che anche io, che mi sputo sempre addosso, qualcosa agli altri so dare. (Sì , ho scritto vita quattro volte in venti righe,  perché lui questo mi porta, la certezza che per qualcuno in questi anni sono sempre stata viva, e che sono sempre io.)

Niente, ce l'ho sempre più  chiaro, devo tornare a prima che tutti i casini succedessero, a prima che morisse la Compagna Collega, a prima che non ci fosse più mio padre, a prima che andasse tutto com'è andato, e andare a ritrovarmi lì dov'ero quando ero ancora io, prima di morire. Adesso che lo so, posso solo cercare di ripartire da lì, ma con l'esperienza di 5 anni di più sulla schiena.
E lo faccio in un mondo che non è normale, in un mondo dove le persone continuano a credere che sia obbligatorio portare la mascherina per strada, anche se nessuna cazzo di legge lo ha scritto, in un mondo dove ti sputano addosso se non credi alle cospirazioni, ti tirano le pietre se parli con le persone a cui vuoi bene senza rispettare le distanze di sicurezza, e trovano che tu sia pazzo se vuoi che riaprano le scuole e venga mantenuto un diritto di base dell'umanità come in tutti gli altri Paesi civili. La mia stessa madre è rimasta talmente invischiata nelle dinamiche di questa politica di merda, che adesso si domanda se può vedermi, e domani va a fare il test sierologico per scoprire se è immune, perché io potrei rappresentare un pericolo. Ah io sì, e invece la cassiera del supermercato no?  A volte ho la sensazione di camminare in un mondo che non ha senso, e poi sono gli altri che mi guardano come se fossi pazza,  e questo è straniante e fa male, e per una con la testa che ho io è la cosa peggiore che può succedere, la peggiore.

Anche se poi mi alzo, mi muovo, mi giro intorno e mi rendo conto che io faccio parte del progresso, che faccio parte del movimento, che Caracas e un tot di altre amiche hanno bisogno di me, che mia figlia ha bisogno di me, che mio marito ha bisogno di me, che mia madre ha bisogno di me, che i miei alunni sono contenti di vedermi quando compaio in quel cazzo di riquadro di Google Meet, che le cose stanno andando avanti, che ce la faremo, che ci rimetteremo in pista, che naturalmente tornerà tutto come prima e cercheremo di essere un po' meno stupidi, forse.

Forse devo soltanto dormire di più, forse devo soltanto, maledizione, smettere di stare incollata al computer, andare a dormire e svegliarmi una mattina in cui posso andare a scuola, con la mia macchina, e sentire le voci dei ragazzi che strillano mentre entrano, i loro zaini buttati sul pavimento in classe e, per l'ennesima volta: "Prof, posso aprire la finestra? / posso chiudere la finestra? Prof, posso andare in bagno?  / posso andare io a prendere la pinzatrice? Prof, andiamo a prendere il gelato nella pausa prima del recupero pomeridiano? / Prof, mio fratello ha detto che viene al mio esame, così la saluta."
Forse se mi ridessero tutto questo la mia vita riavrebbe di nuovo senso, o forse no.

Mi sento come quel povero cristo di Will Byers nel maledetto Sottosopra di Stranger Things. Un piede qui dove gli affetti e gli amici mi tengono per mano, uno dove tutto è buio e spaventoso. Cristo se era brutta la pandemia, anche per chi si è rifiutato di farsi spaventare da Internet. Guarda che segni che lascia, e sì che ho vissuto così nel profondo cose anche belle, in questi mesi. Comunque stamattina Caracas mi diceva "Io non voglio uscire da questo limbo" e io rispondevo: "Senti, io ieri per la prima volta mi sono incazzata di nuovo con una cretina che non era in  grado di guidare, e naturalmente aveva un minivan. Volevo scendere, aprirle la portiera e tirarla giù per il collo, perché guidava come fosse sotto Lexotan. E invece ho pensato: Dio che bello,  che  BELLO incazzarsi di nuovo con un altro automobilista, è la vita normale che ricomincia!"

Che bello, che disastro, essere umani.


venerdì 8 maggio 2020

The monsters riding wild inside of me

Giorno 76.

Un attimo prima che aprissero le gabbie,  è scattato il finimondo.
Forze cosmiche che erano state sopite per settimane sono uscite allo scoperto, brividi hanno scosso la terra.
Era la vita che ricominciava.

Chi prima sopportava, ha scrollato dalla schiena qualsiasi  peso e si è messo a camminare  ore, per uccidere i mostri con la stanchezza.
Chi costeggiava l'argomento si è rivelato, in preda a un bisogno irrefrenabile di gioia,  di sesso, di sfogo.
Chi cercava di sorridere ha pianto.
Chi piangeva ha riso troppo forte.

Qualcuno è guarito. E non dalla malattia, da qualcosa di molto più oscuro. Qualcuno, invece, sprofonda.

Scene indelebili, rubate da fuori, come se spiassimo dalle finestre di un palazzo e vedessimo la vita tornare nel segreto di ogni casa.

Due donne abbracciate, avvinghiate corpo a corpo come amanti, che piangono una nei capelli dell'altra, che non sanno più dove hanno le mani e le bocche, che si lasciano cadere insieme, con sussulti strazianti  che vanno dal ventre di una a quello dell'altra, come in un orgasmo, come in un mucchio di persone travolte dal crollo di un edificio.
Tutto il dolore del mondo in un solo pianto. Quanto sollievo, poter dire nel buio della notte: "Ho sofferto talmente tanto che mi vergogno a raccontarlo".

Un uomo che si spoglia sorridendo fiero. E una donna che lo guarda. E spiandola dalla finestra le si vede una ruga intenerita, ironica e un po' mesta intorno al labbro, certo sta provando desiderio ma più che altro divertimento, perché è rapinoso e travolgente e fa bene ed è bellissimo; ma non cambia,  lui non porta soluzioni né problemi, lui è solo il posto dove vuole stare adesso, tra qualche ora sarà altrove, e il posto è incantevole, ma non abbastanza da farle dimenticare che non può  tornare a casa, casa quella vera, col mare davanti, quella dove non si svegliava ogni mattina da un incubo diverso.

Una coppia che esce a passeggiare col cane e guarda la tv, ma non ce la fa a parlare,  la crosta è troppo dura e sotto la ferita è troppo sporca, i cordoni delle cicatrici fanno male quando cambia il cielo, e quando le bambine dormono il tempo in casa si contrae, come dovesse implodere in un Big Bang al contrario, coi metalli pesanti che precipitano in un nucleo spesso e duro al centro.

Una mail che fa illuminare lo schermo del telefono nel cuore della notte, un fiore di orchidea, e le giornate che passano eterne e troppo veloci tra un incontro e un altro, e in cose come questa tutto è sbagliato e tutto importante, tutto che va ricordato e custodito, mentre la primavera impazzisce in mille colori, in un mondo con le strade deserte.

Un silenzio che avvolge lo stomaco, questa sensazione di troppo vuoto che niente, niente riesce a riempire, il risucchio dell'ansia che porta via i figli dai genitori, gli allievi dai maestri, gli amici dagli amici,  e qualche improvviso barlume di tenerezza: in una torta recapitata a domicilio, in una bottiglia di vino trovata davanti alla porta, nel gesto timido di colleghi con cui prima parlavi appena che ti postano canzoni all'una di notte, per dirti che sanno che sei triste. Gente che ti sorride, se entri in un negozio, come se fossi la nave all'orizzonte che li porterà via dall'isola sperduta. Voci piene di calore dietro le mascherine.

L'illusione che i piedi non tocchino terra quando si cammina, come le mani fasciate nel lattice non toccano davvero le cose.
Come se ci muovessimo tutti in un corridoio di un reparto ospedaliero in piena notte, quando fare piano è inutile, perché nessuno in realtà dorme.

E in mezzo a computer, cavi, oggetti in disordine, appigli elettronici per restare ancorati al lavoro, al mondo fuori dove le cose ricominciano a muoversi tutte storte, con il passo di chi ha avuto un ictus, noi, ancora noi: io in piedi tu al tavolo, la luce nei tuoi occhi, sempre quella che insopportabilmente mi soggioga da vent'anni, le lacrime, le parole, la speranza che si attorciglia come i tentacoli del glicine a un cuore spezzato, la familiare sensazione che non finirà davvero mai, l'ennesima resa, l'ennesimo errore, l'ennesimo sentire che solo qui è casa, fuori può crollare, bruciare,  infettarsi tutto, qui no, qui deve restare la vita. La tua, la mia vita, anche se non so più se sia mai esistita la nostra. O forse è talmente la nostra che non la capiamo neanche noi, non l'abbiamo mai capita, e non importa, finché dico ancora "Sì " e tu dici "Sì ". Il resto esplode in miliardi di pixel colorati, resta solo la base, quella su cui anche tutto il resto esiste.