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giovedì 28 dicembre 2017

Due sogni

Avevo un bel post pieno di buoni propositi da scrivere. Ma era Natale, e c'era troppo da fare. I buoni propositi, invece di scriverli, è stato necessario metterli in pratica.

Poi l'Uomo ha fatto una cosa potenzialmente gravissima. Di quelle che ti possono cambiare completamente la prospettiva su una persona, anche se tutto il tuo essere lotta per non crederci. Ed è già la seconda cosa di questo tipo che fa, da settembre. Per circa diciotto ore sono rimasta del tutto annichilita da quanto stavo vedendo, e al tempo stesso uno o due passi indietro: no, ci sono responsabilità che NEMMENO IO voglio condividere con lui.

Ho comunque incrollabilmente dormito al suo fianco. Memore di un dialogo di qualche giorno prima con la Princi. Io: "Devo prendere qualcosa per i suoceri, per Natale", lei: "Che voglia", e io: "Sai com'è, io tengo la posizione."
Tenevo la posizione, l'altra notte, perché dentro di me una Castagna venticinquenne, con gli occhi sgranati, guardava un Uomo di ventisei anni, bello come il sole e pieno di amore, di battute intelligenti che spezzano le ginocchia e di idee rapinose, e la Castagna di quasi quarantadue anni non è riuscita, NEMMENO STAVOLTA, a impedire alla sua omonima di sperare che lui fosse, nel profondo, ancora se stesso. Ha ceduto e cercato di non far notare la sua atroce diffidenza e la sua delusione bruciante. Troppo pericoloso, se lui se ne fosse accorto.

Ma il sonno, soprattutto verso mattina, è stato orribile. Sogno che lui mi dice che ha un'altra famiglia, in un paese da queste parti. Che ci sono tre figli di questa donna e l'altra, quella prima, ne aveva due. Che vogliono andare a vivere insieme e si stanno organizzando. E intanto capito in una sala dell'ospedale, al primo giorno di specializzazione in pronto soccorso, e siamo tanti specializzandi, tra cui io, la Princi e altri due siamo piombati lì in ritardo, io mentre inseguivo l'Uomo che frattanto mi spezzava il cuore con queste sue parole, dette sgarbatamente. Il primario, giustamente, ci striglia. Poi, su e giù per l'ospedale,  correndo dietro all'Uomo, passo per un appartamento arredato con cattivo gusto anni Settanta, e mi viene presentato l'ex marito di quella che vuole andare a vivere con mio marito. Un tizio unticcio, finto figo, sgradevole e volgare al massimo, che sostiene che dobbiamo consolarci tra noi, dato che siamo stati lasciati. E io lo respingo, e questo diventa molesto. Poi mi scaravento dentro un ascensore dell'ospedale, e uno specializzando spocchioso mi squadra e dice: "ah, e tu sei una di quelle che sono arrivate in ritardo, una specializzanda di serie C". Al che io rispondo, senza minimamente alterarmi: "guarda, nella mia vita è sempre andata così: se non sono capace, mi tolgo, ma se in una cosa sono capace, stai pur certo che sono in serie A".

Ed è una gran bella risposta, cercherò prima o poi di spendermela anche da sveglia. Però lì sognavo, ero in un incubo angosciante, e non riuscivo a uscirne.

Il giorno dopo lui sceglie, anche se in ritardo, di fare la cosa giusta. La Castagna quarantaduenne resta a torcersi le mani, e l'anima. Quella di venticinque anni gira sul suo meraviglioso compagno di corso due occhi verdi pieni di fiducia, ammirazione e amore. Stregata dal suo carisma e dalla sua fragile, inquieta profondità. Proprio come allora. Ma cerca di non farlo notare. Troppo pericoloso.

La notte prima era stata la Castagna di quarantadue anni in cabina di regia a scegliere i sogni. La seconda notte il canale lo sceglie l'altra. Sogno di essere con l'Uomo nella casa di campagna. Sogno di fare l'amore con lui tutta la notte. Ahimè alle cinque e mezza lui si alza per andare in bagno, e strappa via il sonno in cui ero così felice.

Al mattino è durissima conciliare tutto, la paura, la speranza, la vergogna, la fiducia. La posizione è rimasta salda, anche se non si sa se sia un bene. La mente è confusa. Il cuore, purtroppo, ci vede benissimo.

sabato 16 dicembre 2017

Posa la zavorra, capitolo 4 - E possibilmente non andarle dietro

Ci sto provando.

La poso, la zavorra, ogni volta che posso. Ho trovato un esercizio di digitopressione e con quello credo di aver risolto parecchio, forse addirittura il bruxare come una pazza la notte. Ho un nuovo file di meditazione in inglese e non arrivo mai a sentirne la fine, perché mi raggomitolo vicino al pc e dormo, dopo pranzo, nel sole invernale. Ricarico le pile con piccole cose: il giro delle coppette dell'acqua da riempire sui termosifoni nella nuova sala yoga, cinque minuti di gattino piumoso che mi cammina addosso sul divano, una telefonata in cui fingo di farcela, do notizie non troppo veritiere sulla situazione familiare, butto in caciara, ma soprattutto regalo qualcosa, che sia dare un po' d'attenzione a un'amica che ha bisogno di parlare o prestare la casa a qualcuno che ha voglia di andare a Genova. Non dico più di no quando mi chiedono un favore, a meno che non si sovrapponga a troppi impegni; non mi spazientisco per le attese, trovo in ogni cosa un momento di pausa e di calma a cui appoggiarmi, a volte anche solo apprezzando il sollievo da un disagio, come il passare del freddo umido mortale di Torino al tepore dell'auto riscaldata.

Ma i segni li riconosco benissimo. Quel bisogno spasmodico di sapere che ci sarà, nel pomeriggio, un momento in cui nessuno telefonerà, e potrò lasciarmi cadere preda di uno sfinimento che mi porto dietro dal primo minuto in cui mi sono mossa dopo la sveglia. La voce di uno, due, tre colleghi che chiedono: ma stai bene? (L'Orsone non lo chiede mai. L'Orsone ormai schiaccia il tasto del caffè macchiato e mi mette in mano il bicchierino, senza chiedere, sembra l'infermiera che fa il giro del mattino con le terapie, io neanche metto a fuoco che lo sta facendo, anzi se non tira fuori lui il resto dalla macchinetta ce lo lascio dentro, imbambolata, inerme. E' che di lui mi fido. Non fa domande che esulino dal contesto. Non rompe. I cinque minuti della macchinetta al mattino prima di iniziare stanno diventando un rifugio tranquillo.) Il fatto che certe cose, che in passato mi avrebbero dato carburante per reggere settimane intere, ora in cinque minuti me le scordi. Mi scordo anche quelle negative che mi avrebbero segato le gambe, eh, ma provare quasi nulla di fronte a fatti emotivamente significativi non è un bene. Il fatto che per cominciare una cosa io ci metta settanta minuti, che la mia attenzione ne duri uno e mezzo, che avere un impegno dopo le sei di sera mi faccia salire la tristezza, che quando, come questa settimana, sono sola all'ora dei pasti,  a pranzo non sappia se ho mangiato e cosa, e che ceni alle 18.45 per poi addormentarmi sul divano prima delle otto. Il fegato, i reni, lo stomaco, la gola che dolgono, a turno o insieme, la febbriciattola da stanchezza, la pelle che si secca. Addirittura 48 ore di emicrania, mai più successo da tanto tempo.

Continuo a pensare al solstizio d'inverno. Mi sono iscritta per questa domenica al workshop sul saluto al sole di Bunny, anche se significa essere a Alba prima delle otto e mezza e te la raccomando, una bella levataccia la mattina dopo l'ultima sera di festival, con il freddo apocalittico che sta facendo in questo periodo, che sembra di essere a Westeros. E per andare a Alba, poi. Ma capisco che sto cercando la fonte delle energie che sembro aver perso, che cerco ogni giorno come una rabdomante impazzita, che ogni notte credo di trovare nel contatto col corpo caldo dell'Uomo e che invece, al mattino, si rivela un filone in esaurimento, una falda ormai appena umida.

Continuo a pensare alla disperazione nera con cui ho vissuto il fatto che tutti, TUTTI, inclusa mia madre che mi conosce, che dormiva in camera con me e che parlava con me dei disastri familiari fino alle due di notte, al ritiro yoga mi abbiano detto che trasmettevo tanta bella energia. Cazzo, ho pensato. Allora fingo troppo bene, ormai. Menomale che in questi giorni qualche collega (la Bestia Nera, la Zuccherina di Arte, la Pianista, e sicuramente anche l'Orsone, che però tace) si è accorto che c'ero e non c'ero, che stavo in piedi con la sola forza di volontà, che succhiavo dai bimbi di prima le mie forze e appena mi allontanavo dal cerchio colorato della loro classe rumorosa iniziavo a vacillare. Mi ripeto, dicendo ancora una volta che, per fortuna, sia il bellissimo irraggiungibile rapitore alieno sia il Magnifico con le sue domande tossiche sono lontani, ma proprio ad anni luce, e questo è senz'altro un bene, perché non potrei reggere a due occhi scuri che mi leggono attraverso e men che meno a una voce vellutata che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Ho deciso che, negli ultimi quattro anni, ho dato fin troppo spazio al dolore causato da uomini che in realtà erano colpevoli, in quanto consapevoli di sparare sulla Croce Rossa. Ora mi tengo solo il dolore che mi causa l'Uomo, e va benissimo così, quello me lo scelgo, almeno. E lui è, il più delle volte, talmente preso dai cazzi suoi da non essere sul serio consapevole di quanto affonda la lama. Ma anche questo lo guardo da lontano, come da sott'acqua. Non devo affogare, non devo affogare. Me lo ripeto. Nuotare è faticoso. Sto diventando brava a galleggiare, a stare in apnea, ma non devo affogare. Non devo andare a fondo con la zavorra che sto mollando. Ma nemmeno fingere di essere un delfino, se l'unica cosa che mi sento di essere è un mollusco che si ritira in una sottile conchiglia e cerca di non essere visto dai predatori.

martedì 12 dicembre 2017

Undici anni e fare già sfracelli

"Chi era Calcante?"
Strepitoso non la sa. Gli altri tre arretrano e si accucciano un po' più in là.
"Che diavolo state facendo?"
"...non la sappiamo!!!"
"...state SCAPPANDO?"
Mi guardano, incerti tra il terrore e il riso. Tornano vicini alla cattedra.
"Allora, Calcante?"
"..."
Interpello la classe.
"Calcante?"
"...un Troiano?"
"No!"
"Un re!"
"Un guerriero!"
"Il padre di..."
"Il figlio di..."
"Un dio!"
"...un bell'uomo!"
Mi giro e incenerisco Strepitoso, che tenta come al solito di buttarla sul "sono adorabile, vero?"
Alla mia sinistra, come da uno stato di trance, una voce esala: "Un indovino."
Mi volto. Tutto aggrovigliato, un mucchietto di nervi e ossa che si arrampicano come una pianta folle intorno al banco e sulla cattedra, occhi blu proprio blu, biondo accecante: io stringo le palpebre e l'intera classe si prepara a sentirmi strillare al Missile qualcosa di tremendo. Invece sussurro: "E la sa. Mannaggia."
Lo applaudono. La sa fin troppo spesso. Rompe come una varicella virulenta, ma la sa. Ieri si è autodefinito: "Prof, sono un tossicoindipendente." Dopo che gli avevo chiesto che sostanze allucinogene avesse mangiato per colazione.

Mi adora. Ricambiato.
Qualche giorno fa l'Irresistibile cerca di placarmi, mentre gli ripeto per l'ennesima volta di sedersi, sbattendo lunghe ciglia nere da antilope africana sugli occhioni di cioccolata fondente.
"Ma cosa fai. Non basta farmi gli occhi dolci. Sono immune", lo gelo.
E alla mia sinistra, ecco il Missile Coreano, e dovevate sentire il tono calmo e sicuro da seduttore consumato: "Anche a me?"
Giro il raggio della morte su di lui. Crudelia De Mon + Miranda Priestley + Cersei Lannister, espressione di assoluto disprezzo. Non batte ciglio:
Alain Delon + Marcello Mastroianni + George Clooney.
Apro la bocca. E dico:
"..."
Attende, senza abbassare gli occhi.
"...no, va bene, a te no" mastico a denti stretti, solo perché un vero campione ammette di perdere.
La classe esulta. Il Missile si gira con l'espressione immutata, per lui non è una vittoria, lo sapeva, il disgraziato.

Poi per carità. Esco dalla prima portandomi appesi mille problemi, loro e dei loro genitori.
Però, casi particolari di giovanissimi tombeur de femmes a parte, è una classe dove si sta bene, e si lavora. Oltre che farsi sanguinare le tonsille (non è figurato) e ridere un sacco, si hanno soddisfazioni: prima prova di grammatica, teoria, due sufficienze, ventiquattro insufficienze. Spiego che intendo ripeterla, perché quando va così è l'insegnante che sbaglia qualcosa. Anche così, le lacrime versate dalle povere creature straripano sotto la porta fino a metà corridoio. Correzione della prova fatta in classe, sette giorni di tempo, seconda somministrazione cambiando le domande: due insufficienze, ventiquattro sufficienze, di cui molti sono nove e dieci.

Oggi il Gioiello, interrogato di Letteratura, mi rispiega per filo e per segno come ha fatto Schliemann a trovare il sito di Troia e che il restauro di Cnosso pensato da Evans oggi non si farebbe più, perché non è abbastanza rispettoso della realtà storica.

Il Gioiello è il motivo per cui lì dentro l'asticella è stata messa a un livello preoccupantemente alto. Guardavo i suoi occhi pensosi cercare di non perdere il filo dal fondo dell'aula, in mezzo a una baraonda di note, sgridate, Adhd che si alzano, autistici che canticchiano, Fulminati che cadono dalla sedia, Missili che si agitano, Irresistibili che si stiracchiano in quanto già troppo alti per il banco, ragazzine che perdono il segno e si agitano (devo parlarvi di Pulcino, la sorellina dell'Adorabile licenziato l'anno scorso) e altri fenomeni da baraccone. E ho pensato: "No, questo bambino merita una cosa diversa."
E d'istinto: "Adesso, E., lentamente e scegliendo bene le parole, rispiegami la lezione che ho appena fatto."
Si concentra, prudente e ponderato come uno che deve attraversare un fiume gelato, e lo fa.
"Ti dò il voto, bravo."
Gli altri hanno visto qualcosa nella mia espressione, sono ammutoliti, fiutando l'agone olimpico. "Cos'era questo, prof?" E io li ho visti, che distinguevano la pista di Formula Uno dalla normale strada di campagna.
"Era un esercizio di esposizione orale. Col voto."
"Posso farlo anch'io?"
"Anche io!"
"Io, prof!"
Così adesso loro tornano a casa con le pagine che io ho spiegato, e con quelle da studiare da zero. E prendono voti diversi, sull'interrogazione normale e sull'esposizione orale. Me li figuro che spiegano, sussiegosi, a madri confuse: "No, queste pagine sono per giovedì e le devo studiare da solo".
Abbiamo finito l'Iliade, iniziato l'Odissea e anticipato due cose sull'Eneide. Abbiamo esaminato Cnosso, le foto della grotta di Zeus, imparato i nóstoi dei principali eroi, scoperto che fine ha fatto Aiace Telamonio e dove si trova Ftia, imparato i nomi delle tre Parche, ammirato in silenzio la maschera di Agamennone, descriviamo mossa per mossa la morte di Patroclo, secondo me si bevevano anche lo scudo di Achille e il catalogo delle navi, se non mi fermavo io. Che mi sto tenendo tempo per l'Eneide.
Oggi ho avuto un'amnesia su come si chiamasse la madre di Ulisse, e ho detto loro che vado a rivedermi il nome, perché poi la si incontra in un episodio... che faccio fare solo a classi bravissime.
Il Gioiello, l'Irresistibile, il Rubizzo, la Maestrina e Pulcino hanno sorriso con aria d'intesa.

Non sono mai stanca. È bellissimo.






martedì 5 dicembre 2017

I regali

Tu sei una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo”, scrisse, stando a Pinterest, niente po' po' di meno che Dickens. Non ho idea dove, come e perchè Dickens possa avere detto una cosa così da Bacio Perugina. Estrapolata dal contesto, è poco più di “Nessuno può mettere Baby in un angolo” (lo so, che vi viene quel luccichio negli occhi, anche a voi: povero Patrick), o di una frase scritta con la colla glitterata sullo zaino, tipo “Vorrei essere una lacrima, per nascere dai tuoi occhi, vivere sulla tua guancia e morire sulla tua bocca” (che in realtà, pensandoci, è bellissima, ma è veramente abusata, sugli zaini, le Smemorande, i diari col lucchetto a forma di cuore e le cartelline di tecnica).

Comunque, di regali io nella mia vita ne ho incontrati tanti, tanti: amici, amiche, qualche raro collega, gente che incrocia la tua vita durante una vacanza o un viaggio, uomini, alunni e alunne, maestri di vita a scuola, all'università, a yoga. Qua e là forse sono stata un regalo anche io per qualcuno, se, dopo mille milioni di anni che abbiamo smesso di vederci in giro per Genova, la mia compagna di banco delle medie mi scrive alle cinque e mezzo di mattina che sua madre è morta, e in una sera gelida, col cielo rosso e viola, piange tra i miei capelli, e poi ancora il giorno dopo mi ripete quanto è contenta che io abbia potuto essere lì con lei. Poi esistono quelle persone che non sono regali, sono pietre preziose, pietre miliari, e a volte pietre che pesano, pietre che tagliano, pietre comunque su cui fondare te stesso e tutta la tua vita. Quelli che capitano in banco con te, su un aereo con te, ad un corso con te, e che non perderai più.

Per una curiosa posizione delle costellazioni, preannunciata da una delle mie solite botte di malinconia telepatica, mi tocca venire a conoscenza di questa frase di Dickens (ma sul serio sarà Dickens? Che faccio, mi rileggo il buon vecchio Charles, o chiedo alla 'povna o a qualcun altro che ce l'ha presente?) giusto giusto la sera di un giorno che non è stato, a livello sentimentale, precisamente il meglio del 2017.

Lo vedo arrivare e so che lo sapevo, già qualche giorno prima. Il mio istinto di sopravvivenza di base mi suggerisce subito la risposta combatti o fuggi, e faccio entrambe le cose. Perchè ormai è così: mi lancio a capofitto verso quel che mi farà sanguinare, per abbreviare l'attesa, per sfidare me stessa, o semplicemente perchè so che, se corro nella direzione opposta, mi ritroverò nello stesso punto, o comunque verrò presa. Così penso: eccoci, e intanto penso anche: cazzo menomale che tra tre ore pranzo con Cavallino, proprio oggi dopo trentamila volte che non riusciamo a organizzare.

E non mi tengo, vado dritta verso di lui. Il pianeta, tutto intorno, non si dissolve, resto lucida, presente. Ma completamente naturale. Infatti più tardi lui mi scriverà: “ti ho percepito turbata... spero di essermi sbagliato.” Vaffanculo tu e le tue percezioni. “Ovvio che non ti sbagli”, rispondo, senza problemi. E' passata la fase dell'incertezza, del detto ma non detto, qua ci si è capiti benissimo.

Alla sera c'è questa frase. Subito la collego a lui, alla sua energia piena di luce, al suo bacio schietto, che mi si è affondato forte forte nella guancia, come quelli dei bambini. Poi ci ripenso nei giorni successivi. Non è un regalo, avere a che fare con lui. E' stato un problema, per tutto l'anno scorso, e sarebbe peggio adesso, per molti motivi. E' stato un tormento, quando cercava a tutti i costi di estrarmi dal guscio, di bucarmi la corazza. Non è nemmeno stato, come sappiamo chi, un rapimento irresistibile, una vertigine, un'intossicazione. I piedi sono rimasti inchiodati al suolo tutto il tempo, niente luci o suoni dal cielo o scosse di terremoto, solo due esseri umani che si incontrano, ognuno con la sua vita, e senza la minima intenzione di cambiarla. Non è stato doloroso, ma nemmeno semplice.

E non è così che deve essere un regalo.

A una settimana, tra l'altro particolarmente grigia e solitaria, dal fatto, registro che sto passando in uno di quei periodi in cui, più che lavorare a Scuolina Rosa, io sono Scuolina Rosa. Un'entità unica, un composto chimico di professoressa e cemento. E allora mi accorgo della verità: i regali sono gratuiti. I regali azzeccati sono quelli adatti a te, per come sei in questo momento. I regali non ti tormentano, non ti chiedono di dire come stai davvero per poi lasciarti nuda e inerme e non darti in cambio niente, non ti parlano del profumo dei tuoi capelli senza poi cercare di baciarti. I regali, se gli dici di smetterla di farti male, la smettono

I regali sono l'Orsone, che è la mia metà perfetta professionalmente parlando, e la sua lucidissima intelligenza che scavalca tutte le menate, e il fatto che mi riempia di caffè, mi faccia ridere con il suo linguaggio più sboccato del mio, e mi consulti su come regolarsi per le questioni disciplinari anche nell'altra classe, quella che non divide con me. I regali sono la Pallida che mi manda i messaggi vocali appena uscita da scuola, sui casi umani di cui condividiamo il peso, e non dice mai no quando può dare una mano. I regali sono il Gigante che mi dice che conta su di me, per una riunione in cui c'è da litigare con le maestre. I regali sono la collega M. che sa chiedere e dare supporto, ogni volta che ci vuole. I regali sono la Fraulein che deve riassaggiare tutti i cioccolatini due volte per stabilire con me qual è il più buono della scatola, e non si vergogna di continuare a mangiarne quando persino io ho smesso da un pezzo.

Io sono fortunata, e lo so benissimo: anche se spesso scrivo di malinconie, rabbie, rimpianti, rimorsi e dolori veri e propri, se morissi domani non potrei certo lamentarmi, e ci penso spesso, perchè cose magnifiche, nella mia vita, ne ho avute di continuo. E le ho apprezzate davvero. Ma i regali veri sono più rari delle cose magnifiche, perchè molte di quelle le ho pagate col mio sangue, ho sudato anche io per costruirle. I regali gratuiti, che non lasciano in bocca il sapore della polvere, che non lasciano cicatrici, non ti scrivono che ti hanno percepito turbata. Ti sollevano dal turbamento. O ti ci portano attraverso, ma tenendoti stretta forte, e arrivati dall'altra parte non chiedono neanche un grazie.

(Ma l'avrà davvero scritto Dickens?)