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martedì 30 maggio 2017

Del salutare una zia. E che zia. E di loti, caffè, e ippopotami



Non mi sono dimenticata che dovevo parlare di grammatica, antologia (oh!!! antologia!!! ho UN SACCO di cose da dire sull'uso dell'antologia!!!) e letteratura, e scrittura, e storia...

E' che ho fatto due cose o tre più urgenti, in questo periodo. Tipo accudire la Zia Buona. Che è stata davvero Buona con la B maiuscola, povera donna, fino alla fine. Immaginate una risonanza che mostra un cervello completamente fuso da molte piccole ischemie. Ce ne resta forse un trentacinque per cento che non è danneggiato. E quel trentacinque per cento cosa fa? Riconosce me. Carezza il viso a chi si avvicina. Stringe la mia mano. Getta baci. E alla fine, dopo aver perso anche la possibilità di muoversi, riesce a formulare un'unica parola, con giorni e giorni di esercizio: papà. Intendendo mio padre, suo fratello. La sola persona che ha invocato sempre, oltre a me.
Adesso non è più con me, ma è con lui. Insieme alla Zia Bella e ai loro genitori, amici, cugini. Tutti vestiti di lino chiaro, al sole, nel giardino in riviera. Eternamente giovani, elegantissimi, intelligenti, forti e atletici. Nessun cancro, nessuna ischemia, nessuna cardiopatia. Un bicchiere in mano, l'ombra degli alberi, il sorriso degli dèi sul viso abbronzato, come nelle foto della loro famosa festa in maschera. Sono contenta di averti finalmente traghettata là, zia, era tempo che andassi a raggiungerli, c'è un senso di grande pace nell'aver ricomposto la Trimurti, il maschio creatore e padrone, il fascino distruttivo della sorella più inquieta e la tua capacità di armonizzare. Spero che ci siano tutti i più bei gialli in inglese da leggere, là, e i marrons glacès.

Tra le altre cose urgenti che ho fatto si conta imparare a mettermi nella posizione del loto, che urgente non era forse, se sono diciannove anni che frequento i tappetini, però fa brutto un'insegnante di yoga che non la sa fare, e fa brutto anche che in posizione capovolta si veda che ho la panza, ma ce la giochiamo: sono aperte le scommesse, otterremo prima che si sciolga la pasta da pane che mi sta appoggiata sopra gli addominali o che si allunghino i tendini delle ginocchia? Non importa. Ci arriveremo. Un anno fa, altro che capovolgersi e annodarsi.

Altra cosa urgente fatta, o meglio, impostata, è un po' d'ordine nella mia vita privata. Dove non succede mai niente, ma c'è spesso motivo di preoccuparsi, fantasticare, spaventarsi e rimanere comunque confusi e nervosi. Poi di colpo si parla di bere un caffè; no, due!!! Due diversi caffè? E con chi!!!
Ed è allora che scopro che, dopo aver immaginato, per mesi e mesi, come cosa dove e quando, la sola domanda che conta è perchè. E, a conti fatti, la risposta non è soddisfacente. La cosa soddisfacente è farlo, il caffè, con la solita moka, nella solita cucina, e guardare la bellissima bocca dell'Uomo mentre lo beve. Negli ultimi due anni ho introdotto litri e litri del terribile veleno dal quale, con una predisposizione alla pressione intraoculare alta e una storia di infarti e ictus in famiglia, dovrei stare lontana come dal cianuro. Ma a parte il fatto che, per starne lontana del tutto, mi servirebbero i dodici passi e una stanza imbottita per le crisi di astinenza, c'è questo fatto che la frase “io faccio un caffè” (mia) e la domanda “vuoi/metti su/metto su un caffè?” (sua) ci hanno salvato da innumerevoli brutti momenti. E poi ci sono le sue mani mentre gira il cucchiaino, le sue cosce nel pigiama. I suoi occhi di due verdi diversi. Le sue ciglia che si muovono lentamente mentre lo assapora. Nella mia vita di coppia tutta piena di graffi, tagli mal rimarginati, scottature e cerotti, guardarlo bere il caffè è arrapante come la prima volta che l'ho visto nudo, che tra parentesi non mi ricordo, devo aver perso i sensi. Mi ricordo parecchie di quelle dopo, però. Infatti, se un giorno vorrà uccidermi, basta che metta dell'arsenico nella mia tazzina, io mica so cosa bevo quando mi siedo lì di fianco, è il mio momento di contemplazione, è una roba mistica. Gli altri due caffè che si potevano bere in queste settimane avrebbero avuto altrettanto da offrire a livello estetico, forse, ma, come disse Robert Redford in quella Bibbia della mia generazione che è “Proposta indecente”, non avrei mai guardato uno degli altri due come guardo lui. E poiché io, anche se mettendo in fila le foto non si direbbe, non scelgo mai solo in base alla fisicata, al sorriso fotonico, alle mani eleganti e agli occhi spettacolari, tutti e due gli altri caffè sarebbero benissimo in grado di capire che io voglia svegliarmi, ogni mattina della mia vita, con l'Uomo. Perchè lui, anche se a volte se ne scorda, è il solo che sarebbe disposto a spendere un milione di dollari, perchè vuole che io abbia l'ippopotamo.