Ed arrivo il primo giorno d'autunno, per celebrare il quale giustamente la Castagna si mise in macchina, diretta a Via del Golf 13. C'erano alcuni importanti novità nella sua vita, di cui non si vedeva assolutamente la presenza, ma che avrebbero potuto diventare interessanti a breve. Diciamo che era come avere un giardino seminato di bellissimi fiori e non si vedeva neppure una fogliolina, un germoglio, fare capolino dalla terra, ma ci si credeva, ci si voleva molto credere.
La Castagna, per esempio, stava riflettendo seriamente sul suo futuro a Scuolina Rosa, dopo l'evidente scempio del suo rapporto col Gigante e diverse altre difficoltà, che aveva deciso di essere troppo stufa di affrontare. Alla Castagna non piace perdere e non piace darsi per vinta, è una tenace e lo ha dimostrato in moltissimi campi della sua vita, più di quelli che sembrino a guardare dall'esterno. Spesso è stata confrontata dalla sua famiglia con i suoi fallimenti, o meglio le le sue marce indietro. A casa Castagna, soprattutto il padre sembrava non aver mai iniziato una cosa senza finirla, e il giudizio sui rinunciatari era impietoso. Spettacolare il numero di volte in cui la Mater, negli anni, ha ricordato alla Castagna che non è mai andata a dare l'esame di ammissione alla Normale di Pisa, pur essendosi preparata per mesi. E spettacolare il numero delle volte in cui la Castagna ha alzato gli occhi al soffitto, o fissato un punto a cazzo del pavimento, e alzato un sopracciglio che significava: grazie agli dei che non ci sono andata, pensa tu la mia vita se per disgrazia lo passavo, quell'esame. Spettacolare anche il numero di volte in cui suo padre si è preoccupato per gli sport che cominciava e non voleva portare avanti, e spettacolare l'impegno che la Castagna ci ha messo in tutti quelli che invece amava, il nuoto, il tennis e lo yoga, in momenti diversi della sua vita.
Quindi a conti fatti, e a dispetto del parere di alcuni, alla Castagna viene più facile stringere i denti e non mollare, piuttosto che cambiare strada. Se uno conta i grandi passaggi della sua vita è evidente.
Tuttavia bisogna saper perdere, bisogna sapersi allontanare da un campo di battaglia dove non si può ottenere nessun risultato, e bisogna saper dire addio. E forse verrà poi il momento di salutare Scuolina Rosa.
C'è tempo ancora per pensarci, e intanto però la Castagna si sente provare la sua forza e la sua resistenza nel volo, e si domanda dove atterrerà. E intanto escono altre cose dalle profondità della terra, sotto forma di iniziative della Princi, sotto forma di proposte dell'Uomo, sotto forma di cambiamenti della Mater.
La Castagna assiste a tutto questo e sa di aver avuto una parte in ognuno di questi cambiamenti e sviluppi. Forse sta per raccogliere i frutti di un lungo lavoro. Del resto si era parlato del 2018 come dell'anno in cui bisognava lasciar cadere tutto e farsi dare, in cambio della propria fatica, qualche aiuto. E riscuotere qualche restituzione.
martedì 25 settembre 2018
martedì 11 settembre 2018
Rispondendo a Macabea
[Non si sa perché ma dallo smartphone mi è fatto divieto di postare un commento al mio stesso post. E io ho finito la pazienza il 2 settembre duemiladiciassette]
Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.
Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...
Forza & coraggio Macabea.
Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.
Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.
Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...
Forza & coraggio Macabea.
Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.
domenica 9 settembre 2018
"È venuta per te"
Il cinque agosto, Madonna della Neve, ben lungi dal contemplare montagne innevate, sono uscita a camminare da sola, verso le dieci di sera, perché aveva fatto un caldo indecente tutto il santo giorno. E ho fatto bene. Per due motivi: uno, dal giorno successivo il caldo sarebbe diventato così atroce che non saremmo più riusciti a muovere un passo che non fosse motivato da esigenze di sopravvivenza. E due, perché sono uscita sola e tornata con un pezzo di me stessa che non sapevo di avere lasciato in giro.
Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.
Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!
In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.
Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.
È brutta. Magrina, macchiata male. Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.
Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.
Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.
Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.
Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.
Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!
In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.
Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.
È brutta. Magrina, macchiata male. Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.
Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.
Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.
Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.
sabato 8 settembre 2018
Debbo riperderti e non posso
L'autunno è quasi tra noi. Ci si addormenta con lenzuolino, coprilettino leggero e, talvolta, con parecchio Uomo sulla schiena.
Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.
Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio.
Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.
Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.
Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.
Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.
Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.
Lo voglio davvero passare, un altro anno così?
No, non credo.
Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.
Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio.
Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.
Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.
Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.
Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.
Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.
Lo voglio davvero passare, un altro anno così?
No, non credo.
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