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sabato 25 febbraio 2023

La preside Savino, il Maledetto Ministero e il mio mondo quotidiano - Intro

Dopo due anni e mezzo a Scuola Vintage, e mentre la bufera mediatica si alza su quanto espresso dalla preside Savino, sento di dovervi parlare un po' in modo tecnico di scuola.

Tuttavia, per introdurvi a temi più spessi, vorrei iniziare con un dialogo tra me e i piccoli piranha di seconda, avvenuto giusto ieri, che, nella sua comicità e nella sua aberrazione, la dice lunga su come sia diventato il mio mestiere da quando sono finita nel gorgo senza ritorno di Scuola Vintage.

Castagna: "Devo dire ai bidelli di spostare qui davanti alla classe il defibrillatore, sono certa che servirà il giorno che mi farete scoppiare le coronarie..."

Alcuni: "Che cos'è il defrib... / il debrill

..."

Uno: "Ma no prof, nel caso la lasciamo lì."

Castagna: "Infatti.  Così poi posso dimostrare che non mi avete soccorso pur avendone la possibilità,  e finite tutti al riformatorio, che è dove dovreste stare."

Un altro: "Ma come fa a dimostrarlo, se è morta?"

Castagna: "Lo so che vi sembra impossibile, ma, molto lontano da qui, esistono persone che mi vogliono bene."

Mezza classe: "Euh!!!!"

venerdì 17 febbraio 2023

Hotel California 2023 edition

 Una sera di settembre di tanti anni fa, ero poco più di una ragazza idiota che aveva appena fatto un casino irreparabile nella sua vita, e un alieno, che solo io potevo riconoscere tra tutti i passanti, mentre era cammuffato in sembianze umane, mi trapassava da parte a parte con i suoi occhi dannati, in mezzo alla folla di una fiera. Andavo via col cuore a mille, persa in una vertigine. 

Non avevo fatto niente. Niente, a parte essere troppo sincera e lasciarmi portare dalla bufera infernal che mai non resta. Ero appena diventata madre e non sapevo più dove fossero i fari lungo la costa, l'oceano su cui navigavo era in preda al maelstrom. Una cosa bellissima era emersa dagli abissi e mi aveva portato per pochi giorni in mezzo ai coralli e alle perle, per poi risputarmi sulla sabbia dorata del torace dell'Uomo, mezza annegata dalle mie stesse lacrime. 

Molte lune dopo, sto comprando cose per cena, dopo una lunga giornata di lavoro, è san Valentino e voglio cucinare qualcosa di buono. 

E lui è lì. Immenso. Con quegli occhi assassini, le iridi con le pagliuzze luccicanti che mi ipnotizzano, le palpebre inferiori immediatamente gonfiate dall'emozione nel vedermi, una nuova piega di stanchezza e preoccupazione intorno alla bocca, e la sua voce. E la sua pelle. E il suo odore.

Sono, forse, cinque minuti di conversazione, davanti al banco della gastronomia. Il supermercato dietro di lui e intorno a me si dissolve. Il pavimento si scioglie. Sopra di noi c'è un cielo senza fine, nero e pieno di stelle. Nessun altro rumore, fuorché quello dei nostri respiri. Galassie di cose da dire, e frasi garbate del più e del meno. Se non mi guardasse come mi sta guardando, penserei di essermi inventata tutto. Ma non c'è nessun dubbio su quali siano le immagini che sta vedendo mentre mi fissa, e quali parole stia rileggendo mentalmente. Le stesse che so io. Le sento quasi pronunciate ad alta voce. Assordano tutto lo spazio che ci circonda: per quel che ne so io, se c'è rimasto qualche altro essere vivente nei dintorni, ha abbandonato quel che sta facendo e ci sta fissando esterrefatto, con le mani a tapparsi la bocca. 

Mi parte un gesto prima che possa fermarlo, gli stringo una guancia magra tra due dita, dicendo piano "ehi", mentre lui mi parla. Non si sposta, nè smette di parlare. Batte le palpebre, e continua. Poi la mia mano ricade e finisce contro la sua, tra le due giacche. E così capisco che, dopo esserci schioccati i due baci d'ordinanza sulle guance, siamo rimasti vicinissimi. Lui non sposta la mano. La tolgo io, dopo un'esitazione minima, che non si misura con gli orologi terrestri ma, su un qualche pianeta, dura un anno. 

Un paio d'ore dopo, sono in collina, intenta a cucinare nel mio angolino in muratura, dove io e l'Uomo ci arrangiamo da sei mesi, in attesa di una cucina vera. 

Nemmeno questa volta abbiamo mandato  al diavolo le rispettive vite, nemmeno questa volta siamo andati insieme davvero in quel posto senza leggi umane che sappiamo che esiste, perché ci siamo detti tante volte che è il nostro. Sono a casa e sto cucinando per l'Uomo, e sono contenta di esserci.  Da quella volta di Hotel California, ho fatto dozzine di cose innominabili, impensabili per una persona come me. Ho subito più umiliazioni di quante ne possa reggere un'anima sola, agito in modi che non pensavo potessero appartenermi, messo a rischio infinite volte la mia salute mentale e fisica. E intanto, come una formica drogata, ho continuato a trasportare pezzettini piccolissimi di vita verso quello che volevo. 

Oggi ho una figlia grande, un nuovo posto di lavoro, altre persone intorno, la casa dei miei sogni, l'Uomo ancora qui al mio fianco, un po' invecchiato, e tuttora meraviglioso e impossibile. Il 2022 è stato un nuovo inizio: tra mille problemi, come un rampicante testardo che si fa strada in mezzo ai mattoni, la nuova casa e le nuove strade che facciamo per andare a lavorare si sono installate nella nostra esistenza. Una vista diversa dalla finestra dopo 17 anni, un gatto in più, qualche abitudine quotidiana mai provata prima. Noi due. Di nuovo soli e, per me, di nuovo nucleo reale di tutto il resto. 

Lo so che lui, dal pianeta laggiù, mi sta pensando. Che è uscito dal supermercato anche lui con qualcosa di vivo nello stomaco, gli occhi sgranati e Hallelujah cantata da Jeff Buckley nel cervello. Lo so che questa cosa è il mio ed il suo veleno preferito. Che non sarà mai possibile trovare un antidoto, perché nessuno dei due vuole che questa febbre passi. 

Chissà se, però, lui quando torna a casa ha un posto davvero suo. Un luogo dove ogni sera, da brava formichina, mette le chiavi nella serratura e porta la sua briciola, contento di portarcela. Chissà se tra tot anni anche lui potrà pensare che il giro della sua vita, anche quando sembrava pericoloso e atroce come un giro della morte, lo ha portato dopotutto dove doveva. Chissà che piega farà la sua guancia, pensando alla mia collana di ametista che passava di fianco alla scollatura, alla ricrescita alla base dei miei capelli e alle mie dita sul suo viso. E se, dopo un pensiero di questi, allungherà una mano sul divano per trovare quella della sua donna e penserà che va tutto bene così, come lo penso io ritrovandomi il respiro dell'Uomo nei capelli, quando si gira verso di me negli ultimi minuti di sonno prima dell'alba. 

Chissà se, sul suo lontano pianeta, il battito di ciglia con cui scaccerà il ricordo del mio profumo durerà un millesimo di secondo o interi mesi, come può capitare faccia qui nell'atmosfera terrestre. Chissà se troverà mai qualcuno a cui possa raccontare che il pavimento del supermercato beccheggiava come un pontile, quando è tornato a ricostituirsi sotto i nostri piedi e me ne sono andata. Chissà se mi stramaledice quando non riesce a dormire, quando viene un temporale leggero di gocce calde e argentate sui papaveri, come quella volta nella Valle delle Meraviglie. 

Comunque sia andata, non ce lo saremmo potuti perdere, almeno di questo resterò sempre sicura, oltre tutti i sensi di colpa e i rimpianti. Proprio non avremmo potuto, no.

"E adesso che sei dovunque sei

Chissà se ti arriva il mio pensiero, 

Chissà se ne ridi o se ti fa piacere"