Abbiamo 5 aule di musica, 2 laboratori di informatica e una sola sala prof. Disordinata, vecchia e piena di roba cigolante e instabile. Riscaldata come una serra olandese e buia come un tumulo etrusco. Soffitto a 4 metri e mezzo da terra. Tavolone in mezzo.
È uno dei posti che preferisco sulla faccia del pianeta, ma oggettivamente è orrenda. E noi che a Scuolina Rosa ci lamentavamo delle pesanti poltrone da cui saltavano via i piedini, o della cassettiera che chiudeva male. In confronto, eravamo a Versailles.
Come ho già raccontato qui, non tutti i docenti di Scuola Vintage possono essere avvistati in sala prof. Alcuni non ci mettono piede, altri ci passano di striscio. E non sanno cosa si perdono. C'è sempre un gran movimento, ci sono cose buone da mangiare, fogli e foglietti che svolazzano ovunque e borse di ogni forma, dimensione e colore. C'è anche un senso di cameratismo, per cui la gente sposta, appende, fruga, senza molta distinzione tra cosa è proprio e cosa è dei colleghi. Cioè tocchiamo gli uni nei cassetti degli altri, per sederci spostiamo i cappotti e le borse o mischiamo la roba nostra con l'altrui, le gomme e il bianchetto sono di tutti e di nessuno, e se un collega vuole offrirti un caffè ti dà in mano il portafoglio intero o ti dice "prendi la chiavetta nel mio zaino / nella mia borsa", senza fare la fatica di alzarsi. Però poi si alza lo stesso, per venirti vicino mentre bevi, il caffè è un rito tribale, nessuno beve mai da solo, forse perché è quel momento in cui sei senza mascherina e tutto sommato ormai è come cambiarsi in spogliatoio, una cosa che crea intimità, che fa squadra.
È un po' come quel periodo, al quarto anno di liceo, in cui eravamo stranamente simbiotici, ci scambiavamo cibo, versioni di latino, giacche, medicinali, qualcuno fluidi corporei, ma comunque era normale che prendessimo gli uni dagli altri passaggi in moto e in auto, ci baraccassimo a mangiare bere e dormire a casa di chi non aveva i genitori presenti, o ci sedessimo in braccio a qualcuno che non era lo scambiatore di fluidi titolare o la migliore amica, e magari non era neanche una persona con cui avevi molto in comune. A me, che sono una sessantottina mancata, quel periodo, vagamente peace and love, un po' promiscuo, garbava parecchio. Ma al liceo era, anche e soprattutto, una cosa ormonale. Qui è un discorso di consanguineità e di branco, fuori c'è la foresta, cazzo, è buio e fa freddo, noi siamo qui e per restare sani ci accudiamo a vicenda. Se uno di noi sta male, c'è il cerchio di quelli più forti, intorno, che lo protegge dai predatori.
In mezzo al continuo viavai e alle molte conversazioni, spesso animate, si intravedono le bolle. Le bolle sono quella cosa speciale per cui, in una stanza non poi così grande, qualcuno riesce a isolarsi in modo quasi completo, come la Melensa che scrive e telefona davanti al pc senza voltarsi né recepire rumori, mentre dietro succede di tutto. Le bolle sono quel mezzo di trasporto in cui viaggia il Vicepreside Faina senza lasciarsi minimamente coinvolgere, mirando al cassetto, fendendo la folla e librandosi al di sopra delle 300 domande che gli vengono rivolte se lo vediamo passare. Ogni volta succede lo stesso fenomeno incredibile: passa come un razzo, gli scagliamo addosso richieste, arriva al cassetto senza aver dato segno di aver sentito, fa quel che deve, si gira e esce, e mentre esce risponde a tutto, come una sola palla da bowling che fa strike di tutti i birilli. Durata dell'intero processo: dai 9 ai 15 secondi. Io, abituata agli occhi pensosi e al modo di parlare lento e serio del Gigante, resto sempre mesmerizzata dalla magnificenza di questo spettacolo, sembra il raggio verde sulla superficie dell'oceano.
In una bolla, io e Carter viviamo il nostro strano rapporto, di prof e alunno un tempo, che oggi sono colleghi, amici e gemellati dalla stessa visione della scuola, dalle stesse ansie e da un lutto gigantesco. A volte lui arriva sfinito e nervoso e con due passi delle gambe lunghissime scavalca tutti per venire da me a confessarsi, a volte io lo vedo entrare, sento il suo "come va?" a cui rispondo con un impercettibile movimento di ciglia, e lui esclama: "Sì, infatti", oppure: "Immaginavo". In generale, il resto della popolazione non si stupisce dei reciproci "Ti devo parlare", con cui spesso ci salutiamo.
Un'altra bolla è quella in cui la Valchiria e io, da qualche mese, in mezzo a chiacchierate rumorose con altri, ci buttiamo lì senza parere un "Giovedì cinese?" o uno "Stai dormendo abbastanza?" (risposta tipica: "AHAHAHA maffigurati": di solito è una domanda del tutto ironica, non di rado ci scriviamo alle due del mattino, in ogni caso vediamo i rispettivi accessi su Whatsapp).
Poi c'è la bolla in cui io e l'Orsone dialoghiamo sempre. Questa può posarsi sul solito angolo del tavolone, in cui io sparpaglio la mia roba e lui tamburella con le dita da musicista sul libro di scienze, oppure, se siamo distanti, può inglobare l'intera stanza. Parliamo per tutto il tempo a disposizione. Il nostro momento di bene del mattino può essere inframmezzato da domande di altri, caffè che offriamo o ci vengono offerti, comunque senza mai interrompere i nostri discorsi calmi, a voce bassissima, sulla vita a scuola e fuori, che possono sospendersi ma riprendono nell'attimo in cui la risposta di uno dei due, ma più spesso di entrambi, ha spinto fuori dalla bolla chi era intervenuto. Questa bolla a qualcuno fa impressione, a volte anche a me, ma è la naturale continuazione delle mattine d'inverno in cui prendevamo il caffè nello stanzino di Scuolina Rosa senza accendere il neon, solo con la luce dell'alba sopra il parcheggio, e dei pranzi al baretto in cui neanche si parlava. Rara felicità dell'aver trovato qualcuno con cui sintonizzarsi così, fraintesa inizialmente da alcuni, poi accettata come un dato di fatto, magari un po' invidiata, ma non con acrimonia. A lui in quella scuola danno tutti credito assoluto, io godo della proprietà transitiva: sostanzialmente, se l'Orsone mi ha scelto come sua scialuppa, per gli altri automaticamente vuol dire che vado bene.
Poi c'è la bolla condivisa tra i titani, quella verso cui si girano tutti quando c'è un problema: lassù si elaborano infatti le soluzioni, che poi piovono giù sul resto dei colleghi, magari altrettanto in gamba ma presenti da poco, o più timidi. Questa bolla in sé si delinea solo quando a uno dei colossi viene fatta una domanda e il suo sguardo, dall'interlocutore, si sposta sugli altri pari presenti nella stanza. Nessuno mette in discussione questa gerarchia, non dichiarata, motivata solo dalla passione per il lavoro e dalle capacità gestionali e comunicative, non da nonnismo (Carter è giovanissimo, ma svetta su parecchi) o da chiusura al nuovo (quella era Scuolina Rosa: e infatti i giovani, i nuovi e i meno titanici parlano liberamente e spesso aggiungono valore). Ma la linea che indica l'insieme si vede, a occhio nudo, saettare tra i corpi, recingerne alcuni e lasciare gli altri fuori, attenti ad ascoltare, prima di dire la loro.
L'altra mattina c'era un altro tipo di bolla, che mi ha fatto tenerezza. Un marasma generale agitava la sala prof, si facevano tre o quattro discorsi contemporaneamente, da una parte all'altra del tavolo e della stanza, gente che andava e veniva incrociandosi, ma una striscia di territorio era inviolabile: quella in cui Jane Eyre si muoveva come uno zombie pallido pallido, tra la fotocopiatrice e il tavolo su cui smistava le prove. Jane Eyre si chiama così perché ha gli occhi seri, buoni e puliti, come la protagonista del romanzo che non perde la compostezza davanti alla moglie pazza del signor Rochester. È una ragazza di grandissima preparazione e capacità, molto onesta e sempre disponibile. È perennemente stanchissima, peserà 44 chili ma si carica sulla schiena delle some da yak e lo fa senza mai protestare. Se può aiutare lo fa e sorridendo. Alla fine dello scorso anno le ho detto che lavorare con lei era stato veramente un piacere e avevo imparato tantissimo... e credevo le venisse un collasso: assolutamente non se lo aspettava, da nessuno forse ma soprattutto non da me. Era così sorpresa che balbettava. Comunque, due settimane fa, barcollava letteralmente tra fotocopiatrice e tavolo per fare le copie della prova comune, tutta bianca in volto: ha preparato due concorsi mentre si smazzava mille incarichi pesanti, la terza peggiore della scuola e un fottio di altre cose, molte fra l'altro al posto mio mentre ero a casa sospesa o malata. Nessuno l'ha disturbata, stava insieme solo grazie ai nervi e si vedeva. Già era sottile, ora è minuscola. Non li ha poi passati, i concorsi, e ci è rimasta malissimo. Non ha chiesto aiuto su niente, e se riesco glielo dirò, che è sbagliato: persino l'impareggiabile dottor Carter, ieri, mi ha delegato di botto le copie della sua prova di seconda e non si è profuso in scuse (bello il mio bambino, che sta crescendo, non si imbarazza più di essere alla pari con me che ero la sua prof, tra sei mesi si sposa e spero mi inviti, io sono una sua grandissima fan).
Uh, a proposito di bambini: i due supplenti di violino e pianoforte, credo neodiplomati al conservatorio, che mi conoscono da febbraio, mi danno entrambi del lei. L'Orsone e Carter non se ne sono accorti, perché non ci incrociamo mai tutti contemporaneamente per questione di orari, altrimenti mi starebbero sfottendo a sangue, perché un pochettino ci patisco. E poi, il giorno stesso, appena io avessi cambiato corridoio, l'Orsone li farebbe smettere.
Io non ero una di quelle bambine che piangevano se si sbucciavano un ginocchio cadendo dalla bici, ci sputavo sopra e ripartivo. Giocavo prevalentemente coi maschi, e giocavo duro. Non ho mai voluto essere difesa da un uomo. Ma ho sempre voluto un fratello maggiore che guardasse oltre me, e valutasse con occhio prudente se mi andavo a mettere in un guaio. E visto che piccola non sono più, né di età né di stazza fisica, e ormai nemmeno di ruolo professionale, adesso ci vuole qualcuno che abbia le dimensioni corporee e morali di uno dei titani, per autoeleggersi a mio guardiano. E, tra l'altro, cercare di difendermi malgrado me stessa, di nascosto, perché quando lo sgamo che mi spiana la strada a volte lo sgrido, io faccio da sola, quindi lui trova ogni volta modi diversi per togliermi da casini in cui neanche so di essere mai entrata e, a volte, io lo scopro settimane dopo. Allora faccio una cosa che lo mette in crisi di brutto: vado secca a cercarlo, gli racconto che ho ricostruito tutte le sue mosse, e gli dico grazie, che è il modo migliore per vederlo fuggire nella foresta con un sommesso grugnito. Poi la mattina dopo torna all'angolo del tavolone, uno dei due tira fuori la chiavetta del caffè, e si riforma la bolla. Fingiamo di non sapere che questa dinamica si riproporrà in loop ancora molte, molte altre volte nel nostro rapporto professionale, e ci mettiamo insieme a prendere per il culo Carter che deve sposarsi, e viene massacrato di bassezze sul ruolo del marito sottomesso che gli toccherà, dato che sposa una iron lady e ne è pienamente consapevole.
Se potessi, io in quella stanza ci vivrei.