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venerdì 23 dicembre 2022

Paraculate miste e pensieri consolanti

Qualche giorno  fa sono in seconda e rispiego per la quarta volta lo schema dei comparativi e superlativi assoluti speciali. Facendo notare che gliel'ho dato da studiare e non l'hanno studiato, ho messo un compito in classe, solo su quella pagina lì,  e non l'hanno studiato, dopo qualche giorno ho dato un'altra prova di grammatica mista, con altre cose, dove c'erano delle domande che prevedevano di sapere il superlativo di benevolo, quello di buono, di cattivo, di grande e di piccolo e non li sapevano.

Quindi, lo rileggiamo in classe di nuovo. Senza pubblica sculacciata nel cortile, che peraltro i piccoli fetenti si sarebbero anche meritata, a quel punto. 

Arriviamo all'esempio "È un uomo di sommo ingegno" e mi chiedono cosa voglia dire ingegno. Spiego, e aggiungo: "Per esempio, un ingegnere si suppone che sia molto intelligente, molto bravo, per fare il lavoro che fa". Al che uno mi fa: "Ma quanti tipi di ingegnere esistono?" e io dico: "Eh, tanti, perché guarda c'è l'ingegnere meccanico, quello navale, lo strutturista, l’ingegnere elettronico..." e, dal fondo della classe, il ragazzino con sindrome dello spettro autistico, che è intelligentissimo, mi fa: "Prof, quindi lei è un ingegnere scolastico?" e io: "Esattamente." Prendo nota di ricompensare del complimento il piccolo paraculo, alla prima occasione disponibile. 

Ieri, poiché finalmente facciamo di nuovo una vita normale dopo mille paranoie sanitarie, come nella miglior tradizione del mio mestiere vado a scuola con due linee di febbre, il cagotto e i crampi allo stomaco, per questi due motivi:

1) la Melensa e Sbirulino hanno preso permesso per tornarsene in Sicilia in anticipo sulle ferie, insieme a un altro collega napoletano, che peraltro sta perdendosi tutta la crescita del primo figlio e quindi lo capiamo, non vede l'ora di trasferirsi ma quest'anno non ci è riuscito. C'è un'ecatombe di supplenze da coprire. I muri della sala professori vibrano per i potenti brontolii dell'Orsone: "E quella mette la foto dalla nave in partenza nel porto di Genova, ma voglio dire, ma ti pare??? Fallo nel privato, di anticipare sulle ferie e lasciare gli altri nella merda, voglio vedere se ti tengono... e lei che scrive: io vi saluto da qua... stamattina volevo farmi un selfie davanti alla macchinetta del caffè con scritto: io invece ti saluto da qua!!!"

2) i tremendi alunni della terza A, coi quali ho un rapporto di amore e odio, mi hanno fatto sapere che la nuova arrivata, che chiameremo Fiorellino per i suoi modi delicati, fa gli anni. E visto che la ragazzina arriva dal Senegal, e in Piemonte, con la neve e tutto, non c'era mai stata, perché prima faceva la spola tra Africa e Toscana, e solo da 20 giorni è con noi, io e l'Arruffato, nuovo gentile collega di sostegno, raccogliamo l'input dei suoi compagni. Lui si presenta con una guantiera di dolcetti perché la sua ragazza lavora in una panetteria, io alle 07.38 ho attraversato correndo un supermarket per comprare le bibite, e le proiettiamo una candelina rosa sulla lavagna elettronica. La piccola non proferisce verbo, ma sorride intimidita quando tutti le cantano "Tanti auguri a te". Più tardi mi chiama vicino al suo banco per dirmi che la compagna Gialla, quella che abbiamo già raccolto tre volte dal pavimento nelle ultime settimane, non ha mangiato. Io sgrido con dolcezza la ragazzina albanese che fa lo sciopero della fame. Più tardi il collega, andando via, mi segnala che non la vede bene, ma io,che resto a sorvegliare l'intervallo, vedo Fiorellino e Lucia Mondella che le piazzano davanti una brioscina e non la mollano finché non l'ha mangiata tutta.

Passo la giornata in un delirio di nausea e vampate di febbre, oltre alla scuola mi toccano mille commissioni, un pranzo con la Princi e il BP, i regali di Natale e un altro giro al supermercato. Quando arrivo a casa alle sei di sera mi metto a letto e trapasso istantaneamente. Più tardi, mentre l'Uomo mangia da solo al piano di sotto, mi giro e mi rigiro cercando pace e in quella mi ricordo di una cosa che ho colto dai bambini di seconda: si parlava dell'Amore con la A maiuscola (siamo allo stilnovo) e, per spiegare cosa intendessi per "la persona giusta", ho citato la famosissima puntata di Friends in cui Ross fa a Chandler l'elenco delle virtù della sua nuova fidanzata e poi, quando arriva ai difetti, gliene trova soltanto uno: "Non è Rachel". In quel frangente ho scoperto, con immenso piacere, che molti dei miei alunni di 12 anni sanno cosa sia Friends e ne hanno guardato almeno un po' di puntate. La cosa mi allarga il cuore e benedico Mamma Netflix, non solo perché per una volta abbiamo qualcosa in comune in fatto di intrattenimento: io ho rivisto la serie durante uno dei lockdown, e ho pensato con sommo dispiacere a quanto si parlasse più liberamente di sesso, di uomini e di donne, di omosessualità, di famiglie alternative, di lavoro, etc. negli anni Novanta. Alcuni scambi di battute di Friends oggi sono introvabili, con la sottile censura che pervade tutta la televisione. E comunque, Friends e le battute anche più stupide della serie ("Oh. Mio. Dio.", cit. Janice) stanno a migliaia di anni luce dalle minchiate di TikTok, senza essere spaventosissime opere d'arte su serial killer pervertiti, come altri prodotti Netflix di cui i miei dodicenni fruiscono senza alcun controllo parentale. Mi addormento di nuovo, pensando contenta ai miei ragazzini che sanno chi è Phoebe, conoscono i traumi infantili di Chandler e i comportamenti ossessivo-compulsivi di Monica e imparano da Joey il senso della vera amicizia. 




lunedì 28 novembre 2022

Stoccolma

 "...e quindi poi, con gennaio, escono le graduatorie definitive del concorso ordinario."

"E allora puoi fare domanda per la sede... e cosa farai, Carter?" 

"Ah beh, se posso resto qua, ho la sindrome di Stoccolma."

Risate. Non c'è un cazzo da ridere, peraltro. La conversazione prosegue con la Rodriguez che ci confida che ieri sera era in botta, dopo un colloquio tremendo con una famiglia di disadattati. Io, settimana scorsa, una volta alle 4 e mezza di mattina mi sono svegliata pensando alla mia Black Panther di terza e al suo compagno Anthony Perkins, e non c'era verso di riaddormentarsi. 

L'Orsone ha di nuovo detto che sta valutando se chiedere il trasferimento. Lo ha detto a me, da solo, alle sette e mezza di mattina, quindi voglio sperare che fosse un tastare il terreno della propria anima, cosa nella quale ci esercitiamo insieme da anni, ricoprendo a turno il ruolo di  vomitatoio di sfoghi e quello di spirito inquieto. Io gli ho risposto che, a me, piacerebbe restare ad occuparmi dei miei disagiati: "Hai fatto proprio un bel danno a portarmi qua".

A proposito di danni. Il collega Fumato (solo di nome, in realtà è lucidissimo e molto in gamba) ha inaugurato una prassi pericolosa: a domanda impertinente degli alunni  risponde in modo da spiazzarli. Per esempio, in mensa: "Prof, ma lei conosce degli omosessuali?", chiede un ragazzino, io  rispondo: "Certo". E lui: "Io sono omosessuale." Il ragazzino a momenti piange di imbarazzo. Altŕo ragazzino, in cortile, al Fumato: "Prof, ma Lei sta con la Castagna?" E lui, sereno: "Sì." Giusto due giorni dopo, mi vedono attraversare la strada col collega di matematica Sbirulino, diretta a pranzo: "Eeee prof, va a pranzo con Sbirulino!!!" E anche lui risponde: "Beh,  certo!" e fa pure il gesto di abbracciarmi.

Dopo di che, non contenta della mia reputazione già pericolante, esco un'altra volta a pranzo, stavolta col collega Supermodello (lo so, lo so: le brave ragazze tornano a casa. Che dire. Mia figlia vive fuori da un anno e mezzo, l'Uomo non c'è mai all'ora dei pasti normali, i colleghi maschi che abitano fuori città non sempre rientrano a casa a metà giornata e io, dal canto mio, spesso e volentieri rientro a scuola, invece). Non ci sgamano perché andiamo via presto, ma ci vedono tutti quando torniamo verso scuola perché lui ha rientro al pomeriggio. Io sto per testare se anche lui dà risposte provocatorie, o volutamente a pene di segugio, dato l'andazzo degli uomini arrivati quest'anno da noi. Ma nessuno degli sfacciati osa fiatare. In effetti il collega è alto, snello, occhi verdissimi, capello lungo brizzolato portato raccolto, barba solo apparentemente trasandata, fossette malandrine. Eh sì, è un bel po' fuori target, il Supermodello. I piccoli spioni si fanno prudentemente un paio di domande, forse. Peraltro le sfatano, di sicuro, quando si ricordano che, per mia stessa ammissione, io ho 545 anni e sono già stata più volte bruciata sul rogo, quindi il mio aspetto esteriore è frutto di arti necromantiche e oscuri incantesimi, il che rende improbabile che io mi nutra del sangue di uomini più vecchi di me. Più facile che mi mangi Sbirulino, e le sue improbabili giacche da dandy. 






lunedì 14 novembre 2022

Episodio pilota

Se questa fosse una serie tv, questo sarebbe evidentemente l'episodio pilota. Telecamera a spalla, luce naturale e suono in presa diretta.

Si vedrebbe il risveglio della protagonista, una donna bionda sulla quarantina inoltrata,  in una bella casa in collina, i suoi preparativi del mattino, un primo caffè da sola e un secondo col marito, in una stanza col caminetto spento. Poi, lei che guida lungo una strada immersa nella pioggerellina, che si snoda tra colline verdeggianti benedette da uno stupendo foliage; sottofondo: "The Loneliest" dei Måneskin. Poi un terzo caffè con la figlia, ovviamente bellissima e elegantissima, in un bar del centro. La telecamera indugia sugli sguardi pieni di amore che le due donne si scambiano parlando e poi salutandosi.

Dopo si vedrebbe la donna attraversare una via, agghindata per Natale con decorazioni e casette di legno, in mezzo ai palazzi storici di una cittadina italiana, canticchiando tra i denti la stessa melodia che ascoltava prima in auto. Nella scena seguente, lei sale le scale di un vecchio edificio, entra, seguita sempre dalla telecamera a spalla, in un'affollata sala professori, scontra un uomo alto coi capelli lunghi che si sta infilando un cappotto nero, si scusa, anche lui si scusa: i due non si guardano, lo spettatore capisce subito che il rapporto tra i due personaggi andrà poi approfondito, nelle successive puntate. La donna saluta, attacca una conversazione di lavoro con un ragazzo giovane e molto elegante, con cui c'è evidentemente un'amicizia, intanto prende un altro caffè dalla macchinetta. Lo spettatore capisce anche che la donna morirà di orrende complicazioni cardiache e renali, a causa dei troppi caffè. 

Più tardi la stessa donna è in un'aula dal pavimento di linoleum rosa, sta leggendo pacatamente versi tradotti dall'arabo a una classe dove sono rappresentati tutti i possibili colori di capelli e di pelle, esclusi forse il turchese, il rosso fuoco e il verde acido. Qua e là cambia tono, perché qualcuno si agita o si alza. I ragazzini sono vestiti nei modi più vari e seduti storti, tutti piccolini, tranne uno alto e allampanato con gli occhi blu e una ragazza di colore molto grossa, con le treccine viola. Molti di loro stanno colorando lettere da appendere, per fare uno striscione con il nome dell'iniziativa a cui la classe ha aderito, una settimana intera dedicata alla lettura.

Ancora più tardi la scena riprende, in un frastuono indecente di sedie spostate, voci,  banchi che dondolano e corpi adolescenti delle più disparate misure che si muovono: siamo in una terza media irta di ripetenti grandi e grossi, i cui membri si dividono in gruppi, per ogni gruppo uno ha in mano un libro, così nuovo che la copertina scintilla e le pagine sono tutte ben pressate vicine, immacolate. 

Zoom della telecamera su un gruppo di tre ragazzine, un'orsacchiottina tonda come una mela, con le fossette simpatiche e i capelli castano-biondi sulle spalle, una magra molto fine, olivastra, con i capelli mossi raccolti a modino, una più alta e grande, con la pelle più scura, gli occhiali e un sorriso allegro ma timido. Stanno cercando l'indice del libro per scegliere un racconto, si trovano in disaccordo, una sostiene che sia all'inizio dove, invece, sono elencate le opere dell'autore, una sfoglia il centro del testo, l'orsacchiotta interviene dicendo che non avrebbe senso mettere l'indice in mezzo al libro. La telecamera stringe sull'espressione preoccupata della donna, si capisce che non si aspettava che, dopo due anni insieme, i ragazzi di una sua classe ancora non sapessero dove trovare un indice, ma nei suoi occhi passa qualcosa, forse una speranza, un obiettivo, della pazienza, il pensiero che, allora, la settimana della lettura andava proprio fatta. 

E abbiamo introdotto il necessario per costruire una storia: si sono visti alcuni tra i personaggi più significativi, si è vista la collocazione geografica, si è visto il mood della protagonista e della serie stessa. Ora, in un bravo episodio pilota, nella quotidianità dovrebbe inserirsi un evento che attiri l'attenzione dello spettatore, incanali la trama in una direzione, faccia venir voglia di vedere la prossima puntata. La protagonista, sotto sotto, spera che non succeda alcunché.  Di tornarsene a casa in collina, sotto un cielo di diversi toni di bianco e grigio, a guardare la pioggia. Ma è palese, il primo piano sui suoi occhi pensosi lo ha chiarito, che sta invece aspettando, cinica e rassegnata, la prossima pagina della sceneggiatura. Difficilmente, in una serie che parte così,  ci sarà spazio per molte risate. Forse qualcos'altro, emozioni, riflessione, sfumature. Speriamo almeno che i tecnici della fotografia, che fin qui sono stati dei maestri, continuino così. 



lunedì 31 ottobre 2022

Il post scriptum del post horror che tutti vi aspettate ad Halloween

 Post scriptum.

La prima volta che ho visto gente, mascherata da Halloween, girare per strada il 31 ottobre era vent'anni fa. Tornavo, stanchissima, dalla stazione, doveva essere un giorno in cui avevo anche il doposcuola in quel di Asti e quasi due ore di viaggio complessive per arrivare a casa, perché erano le otto di sera, o quasi. 

L'anno dopo, non ricordo dove fossi, la sera del 31, né con chi. Ma niente maschere né feste né caramelle. Quello dopo ero in licenza matrimoniale, credo. Non ho idea. Ma di sicuro è dal 2005 che, ad Asti, non ce ne perdiamo uno. O quasi: ci devono essere stati un paio d'anni in cui lui non c'era e io mi sono barricata in casa a luci spente, per non dover aprire a nessuno. Perché, a me, di Halloween piace tutto: i dolci le maschere lo spavento i bambini il fatto di girare di notte il contatto coi morti il fatto di aprire la porta nel buio il fatto di sapere che è una festa pagana e il fatto di spiegarla agli alunni rivendicando le sue origini romane e preromane, altro che l'americanata. Ma la cosa che mi piace di più è che piace a lui. Che si ricorda di comprare le caramelle e verifica i particolari di come le esponiamo, e poi vuole essere presente ad aprire ai bambini, qualche volta lo ha fatto anche se io non c'ero. 

Quest'anno per la prima volta siamo a Paesino da Cartolina, nella Casa dei Sogni, abbiamo la lanternina sul cancello, le candeline per terra sulla mattonata intorno a un paiolo di metallo pieno di caramelle, e pure il gatto nero. Nostra figlia truccata tipo Joker gira per le vie del centro città, dove dei buontemponi mascherati da William, Harry, Kate e Meghan inscenano il funerale della regina e Sua Maestà, ovviamente, non ha la minima intenzione di morire. 

E io, forse è questa la parte più horror, ci ricasco anche stavolta, ci ricasco sempre, basta vedergli quel sorriso, basta pensare che in qualche modo ho una famiglia da qualche parte, basta mettere nel caminetto due avanzi di pallet marci trovati in cantina, e, oh, cazzo, è successo veramente, siamo veramente venuti a vivere nella Casa dei Sogni, quando l'ho vista la prima volta un anno e mezzo fa tutto questo sembrava fantascienza e, invece, eccola col nostro odore, i suoi fumetti nella libreria, i miei quadernoni, le foto della Princi, i quadretti trafugati a Via del Golf 13, un sano disordine in ogni stanza e la luce del tramonto dietro i vetri, il profilo dei monti laggiù contro il cielo, non ci volevo sperare e non ci posso ancora credere, ma non solo è mia, adesso è nostra.

Dein, cum milia multa fecerimus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut ne quis malus invidere possit... 

I Latini, quanto ne sapevano, di morti che tornano in vita. Di vite così intense che non ti importa di morire. Peccato tutto quel Cristianesimo, dopo, adesso neanche si può più fare la festa di Halloween, proprio quelli che dovrebbero credere nella vita eterna sono i più terrorizzati dal concetto di morte, e pensare che, già così, una che vive i sentimenti come me ha visto tutto il paradiso e tutto l'inferno prima dei quaranta,  cosa potrebbe ormai sorprendermi? O chi potrebbe dannarmi peggio di quanto mi sia già dannata da sola?

Felice Halloween. A chi crede e a chi no. La vita vi costringerà, a credere. 



 

 

Il post horror che tutti vi aspettate ad Halloween, ma peggio del solito

"Una mia amica farmacista mi ha detto che qua è pieno di ragazzetti che vanno a comprare le siringhe". 

"Una mia amica maestra della primaria mi ha detto che in prima elementare le madri li mandano a scuola col cambio, perché praticamente tutti se la fanno ancora addosso."

"Una mia amica che insegna alle superiori ha trovato un preservativo srotolato sul tavolo su cui devono mettere i cellulari quando lei inizia lezione."

"Tre giorni di sospensione, per uno che a tredici anni manda affanculo un pubblico ufficiale, sono veramente pochi. Quando lo riscrivete 'sto regolamento?"

"Ho detto: la prossima volta che apri la bocca ti ritiro la prova, e lui ha spalancato la bocca per scherno. Gli ho ritirato la prova."

"Le ho chiesto: Perché l'avete picchiata? E lei:  ma non lo so, guardavano tutti, facevano il filmato...Hai capito, perché filmare due che fanno pace stringendosi la mano non è altrettanto interessante..." 

Non siamo nemmeno a novembre, e già i docenti che conosco sono divisi in quattro categorie. 

Categoria zombie: si ammala ogni dieci giorni, deperisce, è diafano o giallastro.

Categoria spirito famelico degli inferni buddhisti: stramangia per compensare, è gonfio, ha le occhiaie perché si aggira di notte.

Categoria violenti contro Dio: smadonna ridendo, ringhia, si esprime con tre parolacce ogni due parti del discorso e gesti espliciti.

Categoria limbo: costoro non soffrono né si arrabbiano, ma escono al primo trillo di campanella e vanno a fare altro, qualunque cosa d'altro: gioielli artigianali, preparativi di nozze, parapendio, ritiri con obbligo del silenzio, novene, i più fortunati scopano. 

Chiaramente Carter è nella prima categoria, io sto nella seconda, l'Orsone nella terza. Con quelli della quarta io quasi non ci parlo, ho provato ad avere anche io una seconda vita in cui faccio yoga e giardinaggio e leggo fumetti coi piedi intrecciati a quelli dell'Uomo, ma il richiamo delle email e del registro elettronico è senza scampo.

E, siamo onesti, è davvero l'orrore stavolta, se non facciamo qualcosa qua le cose vanno a puttane sul serio, se a sei anni si pisciano e a tredici beccano denunce per pestaggio e mandano in culo i professori, non potete dirmi che va tutto bene e che è la solita sinistra che fa del disfattismo.






 

venerdì 7 ottobre 2022

Le giornate a casa in mutua quando sei un ansioso

 Ore 04.00: ti sveglia l'emicrania, sono 2 giorni che trascini la tua misera carcassa col raffreddore, e oggi dovresti a) arrancare a piedi fino alla stazione - 25 min, b) prendere regionale fino in Piemonte - 1h 34 min, c) andare a casa a piedi - 25 min, o più probabilmente in taxi - 10€, d) farti la doccia truccarti vestirti e) andare a scuola e tirare fino alle 16.30 f) andare a fare yoga fino alle 9 di sera.

Capisci che non hai la minima possibilità di farcela.

Decidi che adesso è troppo presto per fare alcunché e che la priorità è non staccarti la testa dal collo con un coltello da arrosto, quindi ti raggomitoli nella penombra e cerchi di dormire.

Ore 07.17: la tua educazione cattolica improntata sul senso di colpa e la tua etica del lavoro calvinista ti svegliano suonando le trombe del giudizio, nel minuto esatto in cui il tuo treno avrebbe dovuto lasciare la stazione. 

Ore 07.30: ti scrive tuo marito che sta valicando le colline da Paesino da Cartolina a Paesino a Punta per andare a lavorare,  immerso nella nebbia. Mandi messaggio al Vicepreside Faina. Chiami scuola.

Ore 08.00: stai iniziando a pensare come suddividere il lavoro della giornata tra cose di scuola e cose di  casa (visto che sei malata ma the show must go on e stare a casa, da anni, vuol solo dire lavorare in pigiama) quando un messaggio sul gruppo dei docenti ti fa inorridire: oggi pomeriggio oltre a te mancherà qualcun altro, una classe (la tua, sospetti) rimarrà scoperta, stanno affannandosi a cercare sostituti. Cazzo. 

Ore 08.30: chiami lo studio medico. Occupato. Molto male. Un antichissimo testo cinese, impartito come lettura del mattino ai giovani monaci shaolin, impone di non rilassarsi assolutamente mai finché non si è ottenuto il numero del certificato medico e non lo si è trasmesso alla scuola. Pertanto attenderai nella posizione della gru che sta per tuffarsi, su un piede solo, senza mai e poi mai iniziare un lavoro, finché non avrai parlato con la segretaria del medico.

Ore 09.10: parli con la segretaria. Ti dà il numero della sostituta del tuo medico. Suona libero. Hai istruzione di non richiamare perché ti chiama lei. Cazzo. Cambi gamba, attivi la suoneria e resti in ansia. Non inizi alcun lavoro. Frattanto ti scrivono tua madre e tua figlia. 

Sai già come andrà il resto della mattinata: non te la sentirai di dormire perché ogni 2 per 3 saresti svegliata da un messaggino, non puoi disattivare la suoneria, non riuscirai a lavorare perché hai una forma di disturbo ossessivo per cui più passano gli anni più,  per concentrarti, ti servono condizioni di imperturbabilità e il cellulare con la suoneria accesa, la vicina che ciancia al telefono in ufficio sotto di te a voce altissima e quella che ripete vocalizzi al neonato sopra di te,  praticamente,  garantiscono che la mattina sarà buttata. 

Però hai scritto su un foglietto tutte le cose che devi fare. Quindi adesso sudi, guardando il foglietto.

L'ansia ti fa pensare ossessivamente al cibo. Hai appena fatto colazione e il mal di testa non tollera pasti pesanti. L'ora di pranzo è lontanissima. E hai in casa solo gli avanzi di ieri sera. 

L'ansia ti fa venire voglia di lavarti. Ma se devi ancora fare tutto il viaggio in treno non ha molto senso lavarti i capelli ora. Inoltre, devi poter rispondere quando chiama la dottoressa.

L'ansia ti fa venire voglia di uscire.  Ma sei in mutua, e poi stai male, vestirsi sarebbe terribile. E deve chiamarti la dottoressa, non puoi essere in giro. Tra l'altro,  per il tipo di scuola in cui sei, fisso sicuro che ti chiamerà anche qualcuno dei colleghi, sebbene tu sia in mutua, perché è venerdì e quei malati di lavoro tra i quali tu, stranamente, ti senti al tuo posto devono, assolutamente, avere alcune informazioni non rimandabili a lunedì, per poter lavorare nel weekend. 

L'ansia ti porterà a controllare ogni 2 ore sul registro elettronico se nelle tue classi qualcuno ha preso una nota, perché è venerdì e il venerdì stronzifica gli alunni, e perché le supplenze sono un campo minato.

L'ansia farà di te tutto quello che vuole almeno finché non avrai sentito il medico. Dopo sarai così stanca di esser stata in tensione che non riuscirai a fare un cazzo. Il senso di colpa arriverà a livelli di allerta rossa e scenderà solo lunedì,  quando, tornando al lavoro, constaterai che non è crollato il mondo senza di te. 

C'è una sola cosa, un potere supremo, un incantesimo infallibile, che può sopire contemporaneamente ansie, sensi di inadeguatezza, morale calvinista, fastidio per i rumori e forse anche parte dei sintomi, e si chiama Netflix. L'arma finale grazie a cui gli ansiosi, che sono grandi lavoratori, consumatori compulsivi e utenti di vari servizi legati al benessere psicologico, stanno diventando delle tranquille piante da appartamento, dei bradipi inoffensivi. Costa meno dello psicologo, dello yoga e alla lunga anche degli psicofarmaci. E anche stavolta funzionerà. 



venerdì 23 settembre 2022

Michele

 Stanotte ho fatto un sogno talmente particolare che lo racconto.

Io e la Princi, e forse altri, andavamo a Paesino di Sogno. Giravamo la mia vecchia scuola, che lei ben ricorda, per esserci stata tanti pomeriggi a fare i compiti in aula computer, quando io avevo riunione e lei era ancora una randagina da non lasciare sola per strada. Tutti la trattavano come fosse di famiglia (e questo è uno dei motivi per cui andarsene da Scuolina Rosa è stato così difficile). 

Solo che la scuola era tutta incasinata, c'erano ragazzi africani in tuta da lavoro che smantellavano porte e infissi, e la giravamo per il gusto di girarla, consapevoli che le lezioni si stessero svolgendo altrove, a causa dei lavori. Infatti la scena successiva era in un'unica grandissima aula (la mensa? la palestra?) con alunni di più classi ammassati e una lunga cattedra con diversi professori che facevano lezione contemporaneamente. Scambiavo qualche parola con il Troll, dicendole con tono strafottente che io, in caso di bisogno, posso ancora chiedere al Vicepreside Faina... come se il quasi quarantenne scattante fosse già stato vice anche lì. Credo significhi che in lui ormai ripongo la stessa fiducia che riponevo nel Gigante, pur con i limiti di un evidente maschilismo innato che entrambi involontariamente hanno mostrato.

L'attenzione si spostava poi sugli interventi (provocatori ma intelligenti) di un alunno alto come una torre, evidentemente pluriripetente. E, dopo un attimo, ero nel pratone dietro la scuola che camminavo, spiegando a qualcuno che questo ragazzone era il figlio di un boss mafioso, messo lì sotto protezione, e che per fortuna era uno in gamba che accettava il confronto, altrimenti...

E in quel punto, Dio sa da dove nel mio povero cervello confuso, l'interlocutore nel mio sogno era diventato Michele C., compagno di scuola alle elementari e alle superiori, di cui ero stata perdutamente innamorata dal primo minuto in cui lo avevo visto all'asilo. Spiavo il suo arrivo al mattino con la mamma, quando accompagnavano la sorellina piccola e poi lui, serio come un ometto, si dirigeva alla scuola elementare contigua. La passione per Michele continuò durante quasi tutte le elementari. Io lo tormentavo con richieste di baci e bigliettini amorosi. Lui schivava, ma poi, quando scendevamo le scale in fila insieme, tra le pieghe dei nostri cappottini, senza farsi notare dagli altri, mi prendeva la mano. Insomma, già a otto anni ero la moglie segreta di qualcuno che non avrebbe ammesso pubblicamente di avere un legame con me. Che fantastica anticipazione del futuro.

Comunque, nel sogno io e Michele ci trovavamo  al limite del pratone, in un fosso erboso e asciutto, e ci acquattavamo lì,  semisdraiati contro la proda erbosa. Lui era come lo ricordavo alle superiori, cioè sbarbato, olivastro, con i capelli neri e fini, con i suoi zigomi bellissimi. Realizzavo all'improvviso, nel sogno, che ero di fianco a colui che aveva tenuto la mia mano nelle sue per mesi lungo le scale della scuola, e mentre lo pensavo tutti e due ci accomodavamo sul fianco in modo da guardarci negli occhi, sistemati come una coppia che parla a letto. E parlavamo, adesso non so più di cosa, con questo senso di intimità, capendoci benissimo. Arrivava qualcuno e ci tiravamo un po' su, ma dando solo relativamente peso al fatto di poter essere visti. Si stava così bene lì vicini. E, quando mi rendevo conto che lui aveva davvero raggiunto quel momento di serena fiducia in cui parli a ruota libera con qualcuno, senza fretta e senza filtri, facevo l'affondo: "Ma tu come stai?" 

Michele, sempre stato nella realtà compassatissimo nelle sue emozioni, mantenendo un aplomb notevole mi rispondeva: "Beh, lo sai che sto combattendo con quel cancro da tempo ormai" e io, che lo sapevo, rispondevo: "Certo, ma come vanno le cose?". Al che, lui: "Eh, vado avanti con le cure, ma a volte sembra che non servano proprio a niente". La voce si incrinava appena, ma gli occhi si smarrivano in un precipizio di paura e dolore. E io lo baciavo. Finivamo a baciarci delicatamente sulla bocca e sul viso, toccarci senza foga e stringerci appena, intanto io gli dicevo: "Mi dispiace, mi dispiace tanto che tu sia preoccupato" mentre tutti e due pensavamo quanto era ovvio e semplice, quanto era scontato, fin da piccoli, che stessimo insieme noi due. 

È suonata la sveglia. Ho aspettato che l'Uomo la spegnesse, poi mi sono resa faticosamente conto che non lo faceva perché era la mia. Mi sono alzata e vista nello specchio, avevo pianto nel sonno. 

Ho fatto colazione con l'Uomo, ieri sono stata in Liguria quindi oggi avevamo la focaccia e un dolce da dividerci, ridevamo, il caffè era caldo e buono. Una mattina normale, anzi, una mattina di quelle belle, nella Casa dei Sogni a Paesino da Cartolina. Adesso lui è uscito, e io resto con questo sogno, con l'idea che dentro a questo personaggio ci sono moltissime sfumature di altri, di me stessa, di ricordi, desideri, rimpianti. Eppure, per quanto sia folle, c'era proprio Michele, quello vero, al dettaglio microscopico. Michele che non vedo da più di vent'anni e nel frattempo ha perso i capelli, Michele che non è mai più stato il mio tipo dalle medie in avanti. Michele che mi baciava con la stessa pudica e silenziosa tenerezza con cui mi prendeva la mano per le scale all'uscita della scuola, quando nessuno ci faceva caso, però tutti i giorni.  


domenica 11 settembre 2022

In punto di vita

Un po' seccamente, a uno dei post precedenti Pellegrina commenta che ho piagnucolato in punto di morte per due anni poiché mio marito non era più lui. 

Libertà di espressione, ovviamente, specialmente da parte di una fedelissima lettrice, tuttavia mi sento come quando, in una sola frase di analisi logica, devo correggere così tanti errori che la riscrivo per intero a bordo pagina. 

Prima di tutto, gli anni non sono due. Sono SETTE. Sette E MEZZO, a voler vedere. Che questo possa portare a giudizi o anche solo a caute riflessioni su questo matrimonio,  su di me o su di lui, è ovvio, e pazienza. Adesso non è importante spiegare, e non sarà mai più necessario, credo, nella mia esistenza, giustificare alcunché. Troppo vecchia per voler essere capita o approvata. Va bene così. 

Seconda cosa, egli tuttora non è più lui. Non credo riavrò mai più la sensazione di ubriachezza felice, di vertigine appagata, che mi dava il  vedere la luce sprizzare dai due verdi diversi dei suoi occhi. Non perché io non ne berrei avidamente, ma perché quella luce non c'è più.  Adesso, a volte, c'è un colore, quando parliamo della Princi, o in certe mattine rilassate a Paesino da Cartolina. Ed è come il riflesso sul mare, in quei giorni in cui il sole è velato e le onde sembrano di metallo. Il verde acceso e l'oro, e il cristallo puro delle sue risate, sono stati portati via molto tempo fa. Ho fatto ridere di gusto alcuni uomini, in questi anni, e ho riconosciuto il timbro dell'abbandono gioioso che qui, a casa, non sento più. 

Ma nemmeno io sono più io. Scambio, avvenuto giusto una decina di giorni fa, in montagna, proprio tra me e l'Uomo: esordisco io con "Ho trovato il biondo platino, adesso quando torniamo me lo faccio". Lui, sgomento: "Ma no, ancora più chiaro di così? Ma no dai, poi non sembri più la stessa persona" e io seria "Uomo, io NON SONO la stessa persona." "Questo lo so, ma è troppo, ancora più biondo". 

A riprova del fatto che non sono la stessa di prima, al prossimo giro mi tingo di biondo platino, checché ne dica lui. E anche solo da questo si vede, che non sono la stessa. 

Ultima e più importante correzione.  Non ero in punto di morte. Sono, anche adesso, morta. Sono così convinta di essere trapassata nel 2015, che una volta sono andata a leggermi come funziona quella sindrome psichiatrica per cui uno crede di essere un cadavere. Ho però visto che i poveretti che ce l'hanno si astraggono dalla vita sociale (e quello può darsi) e lavorativa (e no, quello no, anzi) e a volte si lasciano morire da bun, come dicono qua in Piemonte,  perché smettono di mangiare (e non c'è proprio pericolo). 

Quindi io non sono una viva in punto di morte. Semmai, è proprio il contrario. Sono una morta che, qua e là, sente l'odore della vita e si ricorda com'era. Uno zombie che spia da dietro i vetri le famiglie sedute a tavola, non per mangiare loro i cervelli, solo per invidiare i loro gesti. A volte sono una trapassata a cui batte, forte forte, il cuore. A volte qualcosa, un abbraccio della Princi, una voce, una risata, uno sguardo, mi fanno sentire che ancora c'è qualcosa nel mio sangue che trasporta ossigeno. A volte la linea di confine tra la mia esistenza da fantasma e la vita vera è quasi cancellata, il sole riesce di nuovo a scaldarmi la pelle, i miei muscoli rispondono, rido, respiro. Amo. 

Non so quanti, di voi che leggete, possano capire quanto si apprezza la corrente impetuosa del fiume, quando si è sulla riva e ci si ricorda come si fa a nuotare. Si capisce infinitamente il valore delle cose, ci si arrabbia così poco rispetto a prima, si sorride con tenerezza a tutto. 

Vorrei tuffarmi? Oh sì. Ma non è il mio momento, non è il mio destino, adesso. Agito le catene al buio e macchio di sangue il tappeto ogni notte, finché l'equivalente di Virginia verrà a darmi pace, con la sua anima compassionevole. Chi cerca di usare lo smacchiatore Pinkerton, non ha capito niente. 

Ve la faccio breve

 Supplente annuale: "Buongiorno a tutti, ho preso 18 ore qui da voi!"

Noi: "E come mai? All'inferno non c'erano più cattedre?"

domenica 24 luglio 2022

Metamorphoseon libri

Ci sono state estati con le tapparelle giù,  estati sola a camminare lungo il mare, estati abbracciati in montagna. Momenti in cui c'eri, ma eri lontanissimo. Altri in cui eri via.

Sono andata via io. Sono stata in posti bellissimi sopra una certa quota, e li ho odiati perché tu non c'eri. Sono stata a ritiri di yoga e ho fatto corsi seguendoli online per i fatti miei. Ho riorganizzato case, cose. 

Ho cambiato ritmi e abitudini tante, tante volte. Da quando c'è la Princi, da quando tu gestisci per intero il cinema, praticamente non ho fatto altro che spostare, volta per volta, me stessa e tutto il resto dei miei impegni sulla scacchiera delle ore di una giornata.

Una cosa che non è mai cambiata è che l'estate non è mai stata il mio forte. Dover accontentare gli altri è sempre stata per me una grossa violenza, mentre soffrivo il caldo, che si trattasse di spostarmi in treno tra due regioni per andare a lavorare, o di chiacchierare con i miei genitori seduta nel salotto esposto a sud, in cui mia madre non spalancava mai le finestre, o di andare al mare con gli amici del fidanzato che volevano stare in spiaggia tutto il giorno.

Quando ho incontrato te le cose si sono messe meglio, perché hai la pelle più chiara della mia e soffri il sole peggio di me. Il primo anno che vivevamo insieme, siamo riusciti a stare due settimane in Sardegna senza quasi abbronzarci, per dire.

Questa comunque è un'estate senza precedenti, in cui ho iniziato tutto in ritardo e probabilmente alcune cose non le inizierò proprio. Per esempio, dovevo occuparmi di varie cose in Liguria, ma non ho fatto nulla perché sono rimasta presa dentro una spirale di questioni di sopravvivenza: come mi vesto se non posso usare due braccia? come faccio a mantenere in vita, puliti e di buon umore quattro gatti in due casi diverse, a 14 km l'una dall'altra, che però al mattino vogliono mangiare tutti e quattro? come faccio a essere presentabile a scuola o in un negozio o in un ufficio, se ho camminato a piedi nudi nel  cortile, scalzato radici con la vanga e ho delle foglie dei capelli, perché ho dato da bere a quella pianta che ho visto che sta soffrendo? 

Non sono solo queste le cose che caratterizzeranno quest'estate, però. Sono le lunghissime attese di pomeriggio, mentre si spera che la temperatura da 39 scenda almeno a 33, per poter trovare il coraggio di andare a fare la spesa. Sono queste infinite operazioni di pulizia e di protezione delle forme di vita (i nostri gatti, la lucertolina rimasta intrappolata nella cassetta delle lettere) o dalle forme di vita (blatte, ragni, cimici, zanzare e altri piacevoli bestiole che sono convinte di avere regolarmente pagato le rate del mutuo per vivere insieme a noi).  È l'aria immobile, quasi solida, della casa, quando al mattino nessuno ha ancora spalancato le finestre. È la luce del tramonto riflessa nei vetri. È l'odore di aceto di mele usato per stanare i ragni dai nidi, il canticchiare delle cince che vivono sopra la grondaia.

Ho ristretto il mio mondo, che non è già particolarmente affollato, alla tua esistenza, a quella  di nostra figlia e del fidanzato, a quella della Valchiria, che in questo momento è l'unica persona che riesce a stanarmi e che io riesco a stanare. Io e lei ci prendiamo cura dei rispettivi stati di devastazione in queste giornate incandescenti. Mi resterà il suo "ciao neh", insieme all'espressione serena delle altre amiche che ho frequentato in questa stagione di scarsa mobilità: Guru Cri, l'Inflessibile, la Caramella. 

E poi c'è  questa sensazione, nuova e molto forte, di essere approdata ad uno stadio diverso della mia vita, del quale vi racconterò.


lunedì 11 luglio 2022

Pillole amare e bonbon di zucchero, parte seconda

Oggi sono esattamente due mesi che abbiamo inserito nella nostra vita la nuova gattina, per gli amici la figlia di Belzebù. Il nostro stato mentale era già noto, ma stavolta abbiamo superato noi stessi, perché mentre noi viviamo ancora in città, con le tre fate ignoranti, la quarta se ne sta lassù a Paesino da Cartolina tutta sola, la regina del castello. L'idea sarebbe quella di abituarla a vivere più fuori che dentro. Diciamo che non avevamo fatto i conti col discorso che deve essere nutrita due volte al giorno, il che inizialmente rappresentava un'ottima scusa per iniziare la giornata con una gita in collina e finirla con una cena in giardino, ma dopo 15 giorni è stato un dramma di famiglia, considerato che io non potevo scendere dal letto. Adesso che io mi sono parzialmente ripresa, non abbiamo più bisogno di mandare su la Mater con la mia macchina, non abbiamo più bisogno di coordinare a fatica una catsitter e l'Uomo, fondamentalmente me la cavo quasi sempre da sola io. Questo significa che, al mattino per le sette e mezza, senza sabato e senza domenica che valgano, io prendo e attraverso la Valle delle Ombre per andare su a Paesino da Cartolina. 

Facendo questo vedo cose, per esempio vedo che c'è un signore che da più di una settimana dorme in macchina, in uno slargo di una strada di campagna. Vedo che ci sono dei ragazzi di colore che trasportano enormi boccioni d'acqua sulla schiena, in uno dei paesini che attraverso. Ho scoperto che il mio benzinaio ha due figli, il più grande non aveva tanta voglia di andare al centro estivo e così si è ritrovato a badare al fratellino nello spiazzo delle pompe di benzina, col papà che lo sgridava perché non ci metteva impegno. Dopodiché non l'ho più visto, perché penso che il centro estivo gli sia sembrata l'opzione migliore. Ho scoperto che ci sono delle belle ragazze bionde e castane, col fazzoletto in testa, e dei ragazzi giovanissimi, che al mattino presto raccolgono i fiori di zucca in un campo lungo la statale. Sto vedendo generazioni di volpacchiotti imparare ad attraversare la strada, con quelle zampine affusolate come quelle di un gatto e gli occhi curiosi.

Ormai è più di un anno che la Princi è andata a vivere con il BP, e noi siamo di nuovo da soli. La prostrazione dell'estate scorsa, in me,  ha lasciato lo spazio ad una stranissima sensazione di completezza, perché noi due in qualche modo abbiamo ripreso delle cose che avevamo perso da anni, ma da molto prima che arrivasse lei, credo. Per esempio, adesso io devo dormire seduta come un pilota di Formula 1, con sostegni sotto la schiena, la testa ed entrambe le braccia. Uso quindi cinque cuscini di diverse forme, ma, per qualche strano motivo, e nonostante il caldo, non solo nel lettone ci stiamo tutti e due, ma ci diamo molto meno fastidio di prima che mi si bloccasse la spalla. Al mattino mi ritrovo l'Uomo abbarbicato vicino, che si affaccia oltre la barriera di cuscini che mi separa dal resto del pianeta, e in quella posizione non russa ma respira dolcemente. Io mi incanto a guardarlo. I messaggini che ci mandiamo durante la giornata non sono più i messaggini di prima, quelli per controllare dove uno dei due fosse ed evitare di dare fastidio alle rispettive vite, o di avere gran brutte sorprese,  ma sono messaggi il cui contenuto fondamentalmente è mirato ad indicarci quand'è che riusciremo a rivederci a casa, metterci in mutande e starcene tranquilli tranquilli per un paio d'ore, io con le mie serie Netflix e lui col suo computer. Vicini. 

La casa nuova prende lentissimamente forma, anche lui ha iniziato a portarci dentro degli oggetti o a immaginare di comprarne, naturalmente iniziando da quadri orologi riviste e soprammobili inutili , invece che aiutarmi a montare mobili e scegliere elettrodomestici. Ma in qualche modo questo è un segnale meraviglioso. Dovevo sposare un uomo che avesse le mani per piantare chiodi, segare assi e riparare rubinetti, mi sono presa un poeta, un pensatore, un ghiro in letargo, pazienza. 

In questa nuova vita non ci sarà spazio per alcune cose che mi hanno danneggiato. In questa nuova vita io farò meno chilometri e non avrò più solo il braccio sinistro abbronzato, come i camionisti. Imparerò a tinteggiare e a potare e a guardare la luce del tramonto sulle montagne tutte le sere, non solo quando vado in vacanza. Mi mancherà mia figlia e mi preoccuperò per mia madre e mi incazzerò sul lavoro e mi rimprovererò ancora di non saper cucinare con criterio. Ma farò cose che non ho mai fatto prima, e creerò un nuovo piccolo mondo. Datemi tempo, una spalla nuova e il respiro dell'Uomo sul cuscino a fianco. E lo farò. 

mercoledì 6 luglio 2022

Pillole amare e bonbon di zucchero, parte prima

 E siamo arrivati a luglio, io da oltre 40 giorni col braccio al collo, Tata Romena con la tosse,  la Mater e l'Uomo con i denti da sistemare, la Princi lottando come un furetto incazzato col sistema (Inps + agenzia entrate + enti vari che hanno a che fare col lavoro): poverina, lei pensava che, firmando un contratto e andando puntuale a lavorare, le sue grane fossero finite...

Si chiude quello che, ad oggi, è senza dubbio stato il peggior anno scolastico di tutta la mia carriera e probabilmente uno dei peggiori dell'istruzione nazionale dalla fine del Ventennio.

Diversi nostri precari, affetti da una forma contagiosa ed evidentemente terminale di masochismo, hanno dichiarato che metteranno Scuola Vintage per prima nella lista delle scuole in cui l'algoritmo potrebbe mandarli a fare supplenza. Ci siamo solo parzialmente stupiti, vedremo a quanti l'estate fa passare la sindrome di Stoccolma, ma sospetto che, a parte quei pochi che si spostano davvero per avvicinarsi a casa e famiglia, ce li ritroveremo davvero alla porta. 

Questo è stato l'anno di Jane Eyre quanto lo scorso era stato il mio, a fine collegio era gratificata di larghi sorrisi della ds e osannata giustamente da tutti, chissà se ce la riprendiamo. 

Intanto il ministero e quel triste ometto che lo rappresenta hanno provveduto a dare altri colpi di mazza alla base della nostra professione, arrivando fino a parlare di "riaddestrarci", ma noi abbiamo già discusso degli euro che ci manderanno col PNRR impegnandoli TUTTI, pare proprio TUTTI,  per i progetti di recupero, forti di 34 bocciature su 9 classi, che la dicono lunga su come la scuola si stia rifacendo un'immagine rispetto al refugium peccatorum che doveva essere prima di questa dirigente. 

Ci sono 38 gradi. Zanzare di sera, zanzare tigre di giorno, scarafaggi di dimensioni precambriane di notte, centipedi nel portone in città, l'altro giorno in campagna avevo una tegenaria nel lavandino (apertura zampe cm 4) e per strada credo di aver visto una vipera, se era una vipera, comunque un serpente, non una biscia, e pure quello uscito da un esperimento genetico, viste le dimensioni.

Siamo invasi dai mostri, e non solo in parlamento, nel parlamento europeo, nel G7 e nella Nato. Siamo a un femminicidio ogni 24 ore, e stragi miste anche casuali. Cadono giù i ghiacciai. In rete impazzano schwa, asterischi, il "parlare corsivo" e altre ipocrisie, minchiate e aberrazioni della cultura contro cui la mia furia educativa si abbatterà con l'intensità di molti megatoni appena torno in cattedra.

Io e la Valchiria siamo passate imperterrite attraverso una sospensione dal lavoro, due Covid, una sessione d'esami e la fine dell'anno scolastico, sempre pranzando insieme almeno una volta alla settimana,  in videoconferenza quando non potevamo di persona. La sua frenetica presenza, mentre prepara tre concorsi, dà ripetizioni, gestisce una sessione d'esame, dona il sangue, litiga col marito, insegna zumba, coccola la figlia, me, i colleghi e le amiche, cucina, studia e fa la sindacalista, tutto CONTEMPORANEAMENTE, ormai è parte integrante del mio panorama quotidiano. Da quando ho male al braccio ha anche deciso che deve proteggermi e curarmi e, durante questa sua nuova missione, io sono riuscita a portare lei al centro benessere, a darle il numero della mia psicologa e a farmi dire cosa la fa stare malissimo nel rapporto con suo marito. 

Oggi ho trovato nella posta una mail di una collega della scuola primaria che nemmeno mi conosce, ma che mi ha sentito parlare in collegio docenti online e mi ringrazia per la chiarezza. Sono rimasta un po' lì a guardare la gentilezza gratuita da una sconosciuta, in un mondo che fa cagare. Ne vedo, ne ricevo e  ne offro tanta, di  gentilezza gratuita. Credo sia un modo della gente per cercare di resistere, di riprendersi. Fa l'effetto di un faro, piccola luce lontana oltre onde enormi e buie. 

Ho altre pillole del più e del meno da raccontare, ma ora devo mettermi la sveglia, mettermi giù e agitarmi 18 minuti fino a che non trovo la posizione per il braccio. Quando l'avrò trovata, l'Uomo si girerà nel sonno e inizierà a russarmi addosso. E lo dico sapendo che il braccio mi farebbe molto meno male se dormissi in diagonale, sola nel matrimoniale, con sette cuscini, avrei anche meno caldo, ma che ve lo dico a fare, lo sapete. Dormo con soli cinque cuscini e un marito scemo, che non mi valorizza per niente, che mi pesa come un ergastolo, e che è sempre lì, e pure io, sono sempre qua, alla fine. Ci sarebbero cose da raccontare, chissà,  forse un giorno. 









martedì 14 giugno 2022

La storia di Via del Golf 13 e di come passare un'estate noiosa

C'erano una volta un fascinoso dottore brizzolato e una dottoressina di neanche trent'anni con gli occhi blu. Una mattina presto, nel loro nido d'amore in campagna, a Via del Golf 13, i due diedero vita ad una piccola  professoressa di lettere scassamaroni. Ma di camere da letto, in quella casa, ce n'era una sola. Alla notizia dell'imminente arrivo di un erede, il dottore decise di trasformare quella che era la cucina in una cameretta e, con allegro abuso edilizio anni Settanta, fece costruire un casottino nel cortile posteriore e ci derivò luce, gas e acqua. Tempo dopo, naturalmente, l'escrescenza edilizia fu sanata da un condono, e l'allegra famigliola nel frattempo aveva passato molti anni trascorrendo il weekend nella piccola casa di campagna, con una microscopica cucina e una cameretta abitabile, con letto a scomparsa e uscita sul cortile posteriore.

Passarono molti anni, e un giorno la professoressa decretò che era venuto finalmente il momento di rifare la cucina: con inenarrabili vicende e tempistiche bibliche, dovute alle distanze, alla pandemia e alla lentezza nelle consegne del mobilio, ella da sola, con il consiglio della Tipa e di un gradevole mobiliere lentigginoso di nome Andrea, produsse un piccolo capolavoro bianco e verde salvia. Quando fu il momento di allacciare gli elettrodomestici, però,  ci si rese conto che qualcosa non andava nei contatti elettrici del cucinotto, rispetto al resto della casa. In pratica, il piccolo abuso edilizio era allacciato in una maniera tale da minacciare di elettrocuzione qualsiasi operaio, senza far saltare il salvavita della casa. Tali interessanti novità e scoperte avvenivano tra lo scoppio della pandemia e l'autunno dell'anno successivo.

Nel frattempo, la professoressa di lettere e il consorte si erano perdutamente innamorati della loro casa dei sogni a Paesino da Cartolina, e se l'erano comprata. A quel punto avere un appartamentino in Liguria, divenuta nel frattempo comoda da raggiungere quanto l'Islanda a causa dei sempiterni crolli e lavori sulle autostrade, non aveva più molto senso. E così  la dottoressa dagli occhi blu decise che sarebbe stata meglio onorata la memoria del suo dottore se la casa fosse stata venduta, invece che lasciata andare in rovina.

E fu allora che la professoressa di lettere si ritrovò, nell'estate che doveva passare con un braccio al collo, a gestire la riparazione di un impianto elettrico quanto mai fantasioso, lo sgombero e la vendita di una casa in campagna. Ciò avveniva contestualmente alla decisione, presa dalla famiglia della professoressa, di trasferirsi nella casa di Paesino da Cartolina, lasciando quindi la casa di Asti, e di trasferirsi dal piccolo appartamento, che Castagna,  l'Uomo e la Princi occupavano quando scendevano a Genova, all'Avito Maniero di Famiglia nella stessa città. In buona sostanza, l'estate 2022 sarebbe stata dedicata a progettare, pianificare e in qualche modo iniziare due trasferimenti giganteschi in due città diverse, e contemporaneamente a svuotare e vendere una casa in una terza località.

La prof di lettere si dedicò quindi, con grande buona volontà, a creare delle apposite bacheche Pinterest, nelle quali pianificare il tutto, e mentre lo faceva si domandava come mai sarebbe riuscita a gestire un tale programma, se attraversare la piazza sotto casa per arrivare al bidone del vetro era diventato ora, per lei, un viaggio dopo il quale era necessario riposarsi. 

Nel frattempo, oscure forze cosmiche erano al lavoro nell'ombra...

lunedì 13 giugno 2022

Frozen!

Capsulite adesiva. Per gli amici, spalla congelata. Questo disse un giovane ecografista dall'aria gentile e competente. "Stia tranquilla che guarisce, ma ci vuole tempo." Tempo. Mesi. Qualche sito Internet prevede un anno al massimo, altri parlano di due. Il mio medico è in ferie. Sentiremo cosa dice. Per ora mi ha detto solo "Signora, lei deve stare ferma" con il tono preciso intifico a quello con cui mio padre diceva di qualcuno che era "uno sporco democristiano" o "un socialista corrotto". Gli sto obbedendo, nei limiti in cui può obbedire una donna di quarantasei anni con diverse case da gestire. Tipo, non porto su i cestelli d'acqua, non guido fino a Genova, non sto in giro più di mezza giornata (ci ho provato, a star fuori dalle sette e mezza del mattino a mezzanotte, mercoledì scorso. Causandomi un peggioramento evidente della cosa, che mi ha rimesso bene al mio posto),

Se non altro non ho più bisogno di stordirmi i farmaci per dormire, ed ho potuto riammettere l'Uomo nel nostro letto: poi però lui non ci vuole passare tutta la notte, perché teme di scontrarmi, se si gira dormendo. In effetti, se qualcosa o qualcuno mi scontra, grido. Ma insomma, le cose molto lentamente rientreranno. Ho rimandato a casa la Mater, che era accorsa ad assistermi. E declinato infinite offerte di aiuto da amici e sconosciuti. Mi arrangio, andando pianissimo, e pensando intensamente che grazie al cielo sono anni che mi sparo ritiri, meditazioni e esercizi di mindfulness, con la stessa frequenza con cui mangio. 

Poi capitano lo stesso delle cose faticose e imbarazzanti: tipo, un giorno sono andata fuori con mia madre e, quando mi ha lasciato sotto casa al ritorno, sono salita e volevo cambiarmi perché ero sudata, erano le tre di pomeriggio. La canottiera a manica larga, che mi ero infilata da sola al mattino, mi è stata tolta a mezzanotte e dieci dal marito quando è rientrato dai suoi giri, e solo allora ho potuto finalmente fare la doccia. Da allora il mio vestiario si è drasticamente modificato, ma, a meno che non mi avvolga in un lenzuolo come il Mahatma Gandhi, ogni cosa che indosso ha una manica o un buco in cui infilare e da cui sfilare il braccio. Mio marito mi spacchetta dai vestiti sudati ridendo. Io rido anche, ovviamente in sua presenza fingo di non sapere che, tra i disagi pratici e il caldo, mi è scoppiato un disturbo ossessivo-compulsivo per cui passo la giornata, ma tipo TUTTA la giornata, a lavarmi con una mano sola e spruzzarmi addosso qualsiasi cosa che non mi faccia sentire odori biologici. Domani vado dalla Psicofata e la supplico di resettarmi le sinapsi che hanno fatto corto circuito. 

Vestirsi e tenersi in ordine, fissazione per gli odori a parte, è l'aspetto più impressionante della situazione che affornto: non posso ancora pettinarmi con due mani, non posso tenere più di tanto il reggiseno perché la spalla mi gonfia, non posso allacciarmi i sandali perché non mi piego in avanti se estendo entrambi gli arti. Ieri ho comprato un paio di flipflop al supermercato, per la disperazione. Mi vergognavo ad andare in un negozio di calzature. Oggi, grande traguardo: con contorsioni tipo Cirque du Soleil, mezza raggomitolata sul letto, sono riuscita a darmi lo smalto alle unghie dei piedi. 

L'ultimo giorno di scuola invece che un bel vestitino e i tacchi avevo le scarpe basse, un paio di pantaloni comodi, i capelli legati in qualche maniera e il braccio al collo, e invece di fermarmi fino all'ora di uscita dei ragazzi sono fuggita, appena suonata la campanella dell'ultima lezione che dovevo alla scuola. Peraltro sono uscita e andata incontro a mia madre facendo la mia porca figura, dato che il Pezzo di Gnocco di matematica si è offerto di portarmi i libri e mi ha aperto tutte le porte, ci mancava che mi prendesse in braccio. Io per la strada cercavo di darmi un tono da donna che sa il fatto suo e si spupazza il toy boy, in realtà avevo voglia di piangere e arrivare in fretta a casa per mettermi in mutande, incastrarmi nella piramide di cuscini che mi ha costruito l'Uomo e chiudere un anno scolastico di merda se mai ne ho visto uno. 

Non solo cose brutte, eh. Ma troppo tempo per pensare. Troppo veramente. Da cui, il prossimo post. 

lunedì 30 maggio 2022

Adesso mi lamento - Vai, poi tocca a me

Questo distico era l'inizio di alcune telefonate che ci facevamo io e la Tipa, quando ancora il telefono era uno solo, attaccato al muro, su un tavolinetto antico, nell'INGRESSO di casa dei miei. La privacy? Niet. La bolletta, e il parental control, altro che firewall: papà. Menomale che i miei stavano via parecchio. 

Dunque, adesso mi lamento.

Punto uno: la tendinite fa male. Fa MALE.

Tipo che, la prossima volta che racconterò di Gano di Maganza squartato dai cavalli, mi verranno i brividi,  perché  questa era solo una spalla, e sono quasi svenuta dal dolore due volte in questa settimana.  

Punto due: non solo il fisico duole. Essere tirata su e sdraiata dal marito perché da sola non riesci,  fa male. Essere spogliata, lavata e rivestita dalla figlia perché da sola non riesci, fa male. Far fare a tua madre il facchino portabagagli e tutti i letti di casa perché tu non riesci, fa male. Mangiare fette di pane tostato perché nessuno ha lavato la pentola della pasta e tu non riesci, fa male.

Punto tre: interrompere di colpo quella bella cosa che si stava instaurando di passare le serate a Paesino da Cartolina, io lui la nuova gattina, del cibo cinese e birrina (o champagne, cazzo ce ne, mica possiamo farlo invecchiare come il cognac), fa male. 

Punto quattro: che la gattina, non a torto sospetta di essere stata infiocinata durante il breve periodo randagio sui tetti cittadini, decida di abortire, fa male. Fa male vederla raggomitolata stretta addosso a me, che cerca di calmarsi e dormire, dopo viaggi dal veterinario e  altre vicende,  lei che non si riesce a fotografare perché non sta mai ferma.

Punto cinque: non andare a lavorare, ma sapere di doverci comunque tornare prima delle ferie, fa male.

Punto sei: perdere i contatti telefonici e accorgerti di quanto tempo passa prima che alcune persone ti pensino e ti scrivano, fa male. E fa un po' male anche che continuino a scrivere quelli di cui andava bene aver perso il numero. 

Punto sette: dormire su un castello di cuscini a centro letto per dare sostegno e spazio al braccio, quindi senza l'Uomo relegato in camera della Princi, alla notte numero sette fa male. 

Punto otto: fare la fasciatura al braccio come imparato da papà, valutare lo stato di salute del gatto come imparato da papà, gestire il dolore fisico come imparato da papà, gestire la famiglia e le grane dovute all'impossibilità di lavorare come imparato da papà, ed essere senza le mani calde di papà, i suoi gesti attenti e il suo sguardo calmo, fa malissimo, fa sanguinare, in questi giorni è stata la cosa peggiore. 

Fine lamentazioni. Domani, col braccio al collo, macchine avanti tutta e vi racconto la parte non lamentosa. 





mercoledì 25 maggio 2022

Siparietti

Corridoio di Scuola Vintage, pomeriggio. L' elegante Preside Borbonica esce dal suo studio e quasi si aggrappa ad una stanchissima Castagna, unica presente in corridoio: "Oh cielo professoressa, mi è successa la cosa peggiore che mi potesse succedere... c'è un geco sul muro della mia stanza!" 

Castagna e il suo sopracciglio sinistro: "Ah, non una blatta di due centimetri e mezzo come in seconda B?"

"Venga, le faccio vedere!". È proprio impanicata. 

A 4 metri e 20 da terra, prima che il soffitto del piano nobile si inclini a cupola, un minuscolo geco marrone stacca dal bianco della pittura. Castagna: "Oh, ma è un cucciolo... me lo potrebbe dare? È un predatore naturale... lo faccio diventare grosso come un coccodrillo, se gli dò da mangiare gli scarafaggi che ci sono di là".

Qualcosa mi dice che la Preside Borbonica ha apprezzato il mio suggerimento di prendere un caffè insieme, una volta di queste, per parlare come due persone normali, invece che come due donne d'affari, già incazzate e sommerse dalla fretta e dai casini prima ancora di incontrarsi. 


Belvedere di uno dei molti paesini fighissimi nei dintorni di Paesino da Cartolina, notte. L'Inflessibile: "Sai, secondo me stai razionalizzando troppo." 

Castagna e il suo ciglio tremulo: "Eh già,  eh sì,  sto razionalizzando troppo, in fondo quello che devo fare è quello che ho sempre fatto meglio, essere semplicemente me stessa, cazzo, ho paura." 


Studio medico del Dottor Connery, mattina. Dottor Connery: "Continuiamo con cortisone e riposo. Deve tornare a lavorare?" 

Castagna e i suoi occhi a palla: "Beh, non volevo finire l'anno a casa! Anzi venerdì abbiamo una visita guidata e io penso che col braccio al collo e il cortisone..."

Dottor Connery: "..."

Castagna: "..." 

Pausa densa di significato. Castagna capitola: "Ok, metta anche venerdì."


Casa Castagna, tardo pomeriggio.

L'Uomo, reduce da una gran brutta notizia, che cerca di reagire: "Avrei questa idea di farmi una bottiglia di vinello bianco davanti al tramonto a Paesino da Cartolina"

Castagna subito disponibile: "Fammi vedere... il vino bianco devi comprarlo, c'è solo quella bottiglia di champagne che non abbiamo mai aperto."

Una breve pausa, poi: "Beh, anche lo champagne..."


lunedì 23 maggio 2022

D'estate muoio un po'

 ...ma muoio del tutto se ci sono 32 gradi a metà maggio e io devo fare, come in questi giorni, delle tirate lavorative 7.30-19. 

Settimana di merda, diciamolo. Giovedì l'altro, uno sgallettato di provata deficienza si presenta a scuola con coltellino a serramanico, per fortuna uno che sembra Oliver Hardy senza baffi trova il coraggio di dirlo alla Valchiria, il piccolo aspirante gangster viene disarmato e sanzionato secondo la legge più dura che si possa applicare alle medie, ma comunque alla Valchiria, che è appunto la Valchiria, non la mammoletta, tremavano le mani dalle lunghissime unghie smaltate in fucsia. 

A me domenica viene un attacco d'ansia che dura ore: fiatone, conati, palpitazioni, agitazione frenetica. Secoli che non stavo così. Riconduco il tutto a due fattori: un post che mi è saltato in faccia da Facebook, relativo al mio alunno che è mancato lo scorso anno, che mi ha fatto piangere sangue, e il fatto che, fanculo, io ne ho viste un bel po', ma il coltello a scuola no. Ci sono anche altri motivi, parecchio personali, se non ne parlo nemmeno qui. 

Ne capitano di tutti i tipi: dal ragazzino che mi vomita in classe a quella che mettiamo sull'ambulanza. E queste sono le sanitarie, vi risparmio le disciplinari. Persino io ho dato note sul registro in diverse classi, stiamo perdendo tutti la presa sulle creature, il modo in cui la maggior parte di noi viene trattata rasenta l'insulto quasi ovunque e quotidianamente. 

Mettiamoci anche il sole che batte sui finestroni, il crollo della qualità della mensa da dicembre in poi, l'odore di adolescenti (perché non ho una terza? Le terze e le prime profumano. Ho due seconde, l'età del salto ormonale, dall'odore di bimbo che ha corso un po' al fetore del maschietto che non si lava se la madre non lo minaccia). E le dannate mascherine in faccia. Io questa primavera ho rifatto il Covid in versione omicron ed ho avuto due diversi periodi di attacchi allergici dovuti a due botte di caldo con annessa fioritura: sotto la mascherina ho il naso con le mucose secche e sanguinanti, spellato e con tagli che non so quando si rimargineranno, forse mi si staccherà proprio il naso dalla faccia, tipo sifilitica del 1890. 

A tutti noi docenti, indistintamente, saltano i nervi ogni tre per due, venerdì ho persino rimbeccato secco l'Orsone che, non so perchè, era infastidito invece che contento che avessi portato le brioches, anche lui aveva il ciclo, mi sa. E se battibecchiamo io e lui, figurarsi in che stato sono le interazioni tra gli altri. 

Oggi sono a casa dal lavoro, imbottita di Tachipirina per dolori atroci a un braccio che mi porto da sabato mattina. Non riesco a sfilarmi una maglietta da sola, a pettinarmi e a prendere un oggetto che sia sopra una mensola più alta del mio punto vita. Mi autocommisererei sentendomi una vecchia invalida, ma sono consapevole che, a Scuolina Rosa, con questi dolori ci sarei anche andata a lavorare, magari facendomi portare in auto da qualcuno.  A Scuola Vintage, sinceramente,  non ci provo neanche, se i miei tempi di rotazione del busto sono rallentati, se ho dolori che mi strappano gemiti da cui possa apparire come una possibile preda ai piccoli cannibali. Esperienza insegna che lì dentro ci vai solo se hai la preparazione atletica, le prestazioni e la resistenza dei Marines. Fossi più giovane cercherei la morte sul campo, ora onestamente cerco un antidolorifico.

lunedì 9 maggio 2022

A volte, la soluzione è lì seduta

 ...proprio come E.T. in mezzo ai pupazzi. Non la vedi perché ce l'hai proprio sotto il naso. 

Questa primavera, nella quale apparentemente non ho fatto altro che alternare lavorolavorolavoro con scanzonati momenti di svago (io? Scanzonati? Svago? Ok. Solo svago. Scanzonata lo ero solo sabato mattina a Genova quando cantavo "Una notte a Napoli" con l'Uomo), sembra aver segnato una battuta d'arresto rispetto al 2021, anno tremendo con lutti, decisioni toste da prendere, contraccolpi vari. 

In realtà,  come sul monte Toc, c'era un piano di scivolamento della cima friabile su una lastra di roccia dura. Pian pianino, la vetta spostava il suo peso. 

A nostro rischio e pericolo, arriviamo a metà maggio con una situazione apparentemente immutata. Nella quale, però,  si parla di nuovo al plurale. 

Andiamo a Genova questo weekend

Potremmo spostarci in questo appartamento, ora che si è sfittato. Ma non volevamo ristrutturare l'Avito Maniero di Famiglia? [State calmi, è solo un appartamento molto grande.] Ah già,  è vero.

Prendiamo un gatto [un altro??? No: un'altra.]

Naturalmente il piano di scivolamento di un singolo pezzo della crosta terrestre si interfaccia, interseca e intercondiziona con tutta la placca, che a sua volta si modifica in base a quanto accade sotto etc etc. La farfalla che sbatte le ali etc, l'entropia etc. Poi, noi, cose una alla volta, mai. E figurati quindi se adesso non iniziano a succedere altre cose, stanotte ho sognato il bellissimo alieno, conoscendo il suo modo telepatico di preannunciarsi facilmente me lo ritroverò tra i piedi o tra le braccia a breve, poi si muovono creature nell'ombra, poi vai a sapere, che quando credo di aver capito qualcosa mi precipita sempre un gaio asteroide sul tetto, mi si apre una voragine in giardino o si mescolano le carte dell'universo e salta fuori un casino a piacere, tra i mille che possono toccarti in una vita tutto sommato normale.

Comunque, la gattina la recuperiamo oggi pomeriggio. Intanto. Ci complicherà l'esistenza, perché dovremo portarla a vivere nella casa nuova: evidente segno che, lavori fatti o meno, stiamo cominciando a viverci anche noi. E così,  oltre al fornello da campo, penso sia arrivato il momento di portare su anche un letto. 

Lo so, che gli adulti non fanno le cose così.  Che ci vogliono un geometra e una ditta e un mobilificio e l'imbianchino e non so nemmeno ancora come si fa a far funzionare correttamente un impianto di irrigazione (l'ho fatto apposta a non imparare, così posso salire a bagnare il prato quasi ogni giorno). Ma so anche che noi abbiamo sempre fatto le cose a modo nostro: si rompeva il vecchio divano letto, e in attesa di un matrimoniale come si deve buttavamo il materassino sottile a terra e ci dormivamo, e non solo, tutti felici, pazienza il mal di schiena, io, lui e il nostro gattino grigio, contenti come i bambini quando gli fai fare il finto campeggio in giardino o in salotto. Non si poteva cucinare, e ci portavamo borse e borsine di cibo da mangiare in mezzo agli scatoloni, pizze nel cartone, e le brioches che uno dei due, arrivando all'alba da un'altra regione, prendeva in autogrill. Mai fregato un cazzo. Io, lui e la nostra carovana di animali. Stupidi. Socialmente inadatti. Noi. 

L'approssimarsi dei cinquanta non pare indicare molti miglioramenti,  dal punto di vista organizzativo.  Saremo due nonni molto interessanti,  il giorno in cui ci toccherà. Ammesso che nostra figlia si fidi mai a lasciare la sua prole a due disadattati senza pace. 

Per adesso, la famiglia si allarga, ancora una volta, e, come tutte le altre volte,  sarà un'iniezione di allegria. Segue documentazione fotografica della nostra ultima, piccola, nera follia. 

mercoledì 13 aprile 2022

Excerpta dalla vita quotidiana di Scuola Vintage

1)

Compiti delle vacanze per la Seconda Molla: 

Antologia: studiare pag 77 e 82, leggere brano p 83, es 2, 3 e 4 p. 86 (il 4 è da fare sul quaderno, e non sarà accettata la giustificazione "non l'ho capito" né quella "l'ho lasciato a casa").

Compiti delle vacanze per la Dinamica Prima: 

Grammatica: studiare da p. 314 a p. 316, es. "prima prova" p. 316, es. 14, 15 e 16 p. 332. Gli alunni A. e G. devono ricevere punteggio per ultimare valutazione. (Chi si dovesse presentare senza compiti riceverebbe valutazione di insufficienza grave.)

Annotazione in agenda per la Seconda Supponente:

Ora, se io fossi un genitore, leggerei tra le righe. 


2)

[12/4, 19:42] Castagna: Sbaglio o abbiamo la risacca da Invalsi?

[12/4, 19:42] Valchiria: In che senso?

[12/4, 19:42] Castagna: Io sono un attimo spenta... in realtà sto somatizzando un po' le vicende familiari

[12/4, 19:43] Valchiria: Cos’è successo???

[12/4, 19:43] Castagna: No pensavo che oggi al cinese avevamo 2 facce che erano tutto un programma...

[12/4, 19:43] Valchiria: Io sono stanchissima e tu pure…..

[12/4, 19:44] Castagna: Quando ci siamo sedute a tavola secondo me ci avessero dato un divano invece di due sedie saremmo partite

[12/4, 19:44] Valchiria: 45 ore la scorsa settimana ti sei fatta…. Non so se mi spiego. E a che ritmo!

[12/4, 19:44] Castagna: Eh... anche oggi venuta via 17.30

"Gli insegnanti sono degli statali pagati per lavorare tre ore al giorno e non fare un cazzo" (cit.)

3) 

La somministrazione delle prove Invalsi:


Castagna (si attacca al telefono, il tempo per intervenire se una schermata della verifica Invalsi salta sono 10 minuti, dopo di che il sistema chiude la prova per sempre): driiin driiin, clic, "Sei a scuola???"

Vicepreside Faina: "No, sono a casa" 

Castagna: "Niente, ciao!" (si riattacca al telefono) driin driiin driiin 

[5/4, 15:24] Orsone: Sono ai consigli dì classe

[5/4, 15:24] Castagna: Urgenza tecnica

[5/4, 15:24] Orsone: Dove, invalsi?

Tempo pochi secondi, si spalanca la porta del laboratorio informatico e tutta la classe sorride, vedendolo entrare. Il problema è risolto di lì a poco. Tra i denti, piegandosi sul pc impallato, lui le ha detto: "no, ma proprio adesso che stavamo decidendo i giorni di sospensione da dare?", ma lei non ha dato il minimo segno di pentimento. 

La sera dopo:

[6/4, 21:59] Orsone: Oggi in terza mi hanno detto che rivolgono 1000 domande a me perché gli altri o non rispondono o si incazzano subito… mi hanno fatto quasi tenerezza..."

[6/4, 22:00] Castagna: Ieri quando sei passato erano proprio contenti di vederti

...ciò, a riprova di quanto Castagna, appena tornata dal Covid, ha detto con fermezza al titano, che dava segni inequivocabili di esaurimento: "Questi qui non hanno niente, hanno bisogno di una persona come te nella loro vita". 

4) 

Antologia delle note date nell'ultimo mese.

Si riportano, rispettivamente:

- un'annotazione un po' scandalizzata del Vicepreside, la cui parola orale o scritta dovrebbe essere legge; uno scazzo della Castagna con la Dinamica Prima; un classico della letteratura scolastica ottocentesca, rivisitato dall'Orsone nella sua seconda; un evidente reato di lesa maestà, ai danni della Castagna, nella Terza da Incubo in cui fa compresenza

Queste si commentano da sé, e devo dire che manca quella che sarebbe stata il best seller dell'intero anno scolastico, cioè la fedele trascrizione di quanto l'Orsone ha visto qualche giorno fa entrando nella sua terza. L'Orsone ha dichiarato che, d'ora in poi, si limiterà a scrivere esattamente quel che fanno, perciò, se si fosse trasformata in una nota sul registro, la sua rendicontazione puntuale dei fatti  sarebbe suonata all'incirca così:

"Al mio arrivo in classe, trovo l'alunno A. intento a mimare l'accoppiamento con un banco, mentre il compagno B. a sua volta mima l'accoppiamento a tergo con lui."





lunedì 11 aprile 2022

Mentre che 'l vento, come fa, ci tace

 Il Fidanzato BP e Castagna hanno trascurato un particolare, che la carbonella richiedesse il liquido apposito per prendere bene fuoco. 

Alle 12,35 questo non pare un problema, il fidanzato BP ha sentenziato che ce la faremo benissimo aspettando solo un po' di più, mentre alle 13,25, in cima alla collina, di domenica, con il primo supermercato aperto a 20 minuti di macchina, comincia a delinearsi un'ipotesi di digiuno, dacché nella Casa dei Sogni di Paesino Cartolina non esiste ancora una cucina, e la spaghettata di rimedio non è un'opzione praticabile. Qua, si griglia o si muore. 
Dopo che, tre o quattro volte a testa, la Princi, Castagna e Madre di BP hanno suggerito che sarebbe forse il caso di scendere a valle a recuperare il liquido, la Princi con dolcissima fermezza si impone: "BP, se non ci decidiamo chiude il supermercato" e mamma Castagna, nota per le sue performances nei rally, si spara giù per la valle. Prima delle 14, non solo è stata al supermercato e ha comprato il tossicissimo composto chimico, ma è già nuovamente parcheggiata di fianco all'ulivo e il BP armeggia con il liquido, dei curiosi riccioli di legno incerato e altra carbonella. Ma ahimè, il lavoro iniziato male andrebbe rifatto da zero, e alle 16 la famiglia si accontenta di verdure semicrude, formaggio poco sciolto, due o tre salamelle e un paio di bistecche di maiale. Per fortuna Castagna è stata generosa con il dolce. 

Il primo sfortunato tentativo di grigliata lascia l'uomo di casa, in questo caso il BP, molto abbattuto. Si tratta niente meno che di trovare una soluzione praticabile per invitare 10 persone a Pasquetta, e il grigliatore ufficiale dovrà mostrarsi all'altezza della situazione. Egli peraltro, con sana ostinazione, non rinuncia a domare la carbonella disobbediente: chiama in aiuto il BPino, fratello assai più giovane e silenzioso ma davvero efficace, che arriva, con un grugnito timido saluta, si posiziona massiccio davanti alla griglia, e, affiancato dal più snello e nervoso BP, svuota tutta la griglia della cenere bollente, rifà tutto da capo e ottiene una splendida fiamma alta. La famiglia, che si era allontanata dalla griglia giusto il tempo di una passeggiata di un'oretta e di mezz'ora al sole sul prato, riapparecchia prontamente il tavolo e giù di costine di maiale, salsiccia e tutto quello che si può ancora grigliare. Il BPino mangia in silenzio, con tale entusiasmo che Castagna inizia a temere voglia grigliarsi anche il cane del vicino. 

Nel frattempo. Il sorriso della Princi di fronte a qualsiasi cosa, ma letteralmente qualsiasi cosa, una gerbera bianca, il BP che combatte con il fuoco, me, la consuocera, il prato, il cielo, le stanze ancora da arredare, il panorama, il tubo dell'acqua per bagnare le aiuole, è talmente incantevole e sereno che io stessa mi farei tagliare a pezzi e grigliare con le salamelle senza smettere un secondo di gongolare. Mai vista mia figlia con lo stesso umore positivo per così tante ore di seguito. 

Sul prato, mentre lei mi accarezza i capelli e il sole mi scalda la schiena, il buco enorme che mi passa da parte a parte è vuoto di qualsiasi sentimento o sensazione, non so più niente, fuorché che il mio disperato desiderio di dare a me stessa e alla mia famiglia una casa che sembri una casa, un focolare, un posto bello, sembra stia realizzandosi. Ho ripubblicato il post in cui ne parlavo, che avevo dovuto estrapolare di corsa per un leak sulla mia privacy che non riuscivo a risolvere. 

E intanto che la Princi fa sommessamente le fusa, godendosi la mamma, il fidanzato, il sole e la domenica di meritato riposo, ecco questa cosa a cui non sono abituata: la tempesta è ferma. Il vento ci tace. E non "si tace", come è erroneamente riportato in alcune edizioni. Il vento che sempre soffia attraverso quel buco sanguinolento nel mio petto, il frusciare costante dei pensieri che ho avuto per anni, spariti. Un silenzio assordante, che quasi non va bene, dopo tutto quel dolore. Lo so che così non sono io. Lo so che sono immobile in un'altra dimensione, circondata come da tante statue, che sono le possibilità ora evidenti, alle quali ho chiesto di congelarsi in un fotogramma e di non muoversi per qualche giorno. Lo so che cos'è questo. L'ho già vissuto, è l'occhio del ciclone, il secondo di aria ferma prima del terremoto, il risucchio di energia dell'esplosione che l'orecchio non ha ancora potuto sentire sotto forma di boato. Ho paura, ma è una paura bella, quella degli innamorati, dei tuffatori, delle persone vive. 




Il post che si era perso





SOGNAI TALMENTE FORTE CHE MI USCI' IL SANGUE DAL NASO
- UN POST DEL 15 FEBBRAIO 

Giorno 57, ancora a casa. 

In questi due mesi ho sperimentato come potrebbe essere la mia vita se non lavorassi, però non ero davvero fuori dalla scuola, né come docente né come allieva. 

Come prof, ero interpellata quotidianamente dal Supplente Nerd e da almeno un/una collega. E con la testa a quanto devo fare al rientro (saranno 3 mesi tipo addestramento dei marines, adesso che torno, con tutti i progetti che dovevano partire un mese fa, la formazione docenti, il coordinamento di dipartimento e secoli di arretrati... il supplente è un caro ragazzo, ma io ho 20 anni di esperienza, e comunque, alla sua età, ero già molto più cattiva. A me, nessuno ha mai detto che ero una cara ragazza. Per fortuna). 

Come allieva, sto correndo dietro a due certificazioni della Yoga Alliance, che devo riuscire a prendere entro giugno. Un pacco di lavoro, teorico e pratico, con cui non sono mai in pari, da due anni a questa parte.Tra poco riprenderò a lavorare, e la lucidità con cui mi sparo ore di file video e audio in inglese, meditazioni, pratiche e esercizi di teoria sarà minata da una faticaccia nera in classe, dai risvegli molto prima del sole e dagli effetti dopanti dei caffè della macchinetta. Om shanti. Andrà tutto a puttane, con la benedizione di Shiva e Lakshmi. Ho prenotato un ritiro di Restorative Yoga, in maggio, al quale arriverò probabilmente sfondata dall'ansia. Eh. Pazienza.

Ma il punto non era questo. Il punto, Charlie... è che nel frattempo si sono avviate altre cose nella mia vita e io, volente o nolente, tra una decina dj giorni circa mi ritroverò a fare quattro lavori.

La prof dalle 6 alle 14 (a volte alle 16, coi progetti anche alle 19, se c'è collegio docenti anche alle 20.00). 

L'allieva e maestra di yoga: allieva fino a giugno, ma poi penso mi iscriverò all'ultimo corso da 300 ore della stessa scuola; maestra 2 volte a settimana, per adesso. 

Quella che gestisce grane e casini di famiglia a Genova (variabile da: " adesso niente, me ne occupo dopo gli scrutini" a "non ci dormo la notte da un mese").

E, grande ritorno, la donna di casa: ormai, fino al nostro trasferimento nella Casa dei Sogni non si riparla di appoggiarsi a qualcuno per le faccende di casa, tranne per il fatto di stirare... il problema è che, da anni, non c'è più nessuno neanche a Genova e in ufficio; in vacanza ci siamo sempre arrangiati; e adesso siamo con un piede in una casa e uno nell'altra sia qui che a Genova, per un totale che non voglio calcolare di stanze da tenere pulite e una teoria direi senza fine di spazi da riorganizzare. Compreso lo svuotamento (che inizia oggi) dell'avito maniero di famiglia (è un modo di dire, non è un maniero ma un grande appartamento,  però gli avi ci hanno messo piede circa 75 anni fa e accumulato la storia di un'intera famiglia, pure numerosa, e con tendenza al collezionismo). 

Fin qui, complice il fatto di dormire veramente quasi il doppio del solito, tra risvegli lenti e pisolini sempre più lunghi, ho preso tutto abbastanza bene, un po' perché non volevo impazzire di dolore stando a casa dal lavoro, un po' perché la mia etica calvinista mi imponeva di farmi comunque il culo a capanna per espiare il fatto di non lavorare (non bastasse la sospensione totale dello stipendio!). E, diciamo la verità, mi sono presa un sacco di tempo per cose belle, tra cui vedere tanto gli amici e fare qualche trasferta senza correre. Ho imparato di nuovo a dormire il sabato e la domenica mattina finché non mi sveglia l'Uomo, speriamo di mantenere la buona pratica anche quando le settimane saranno molto più pesanti. 

Solo che, da riposata e senza nessuno alle calcagna, stamattina per la prima volta ho dato un'occhiata mentalmente alla direzione che sta prendendo la mia vita. Se tutto va come deve, tra due o tre anni io e la Castagna family saremo arrivati, come meriteremmo tutti, alla seguente situazione: papino e mammina Castagna che vivono a Paesino da Cartolina, lavorano, gestiscono i rispettivi impegni hobby secondi lavori e le rispettive famiglie di provenienza; Princi si spera sistemata e magari anche riprodotta in scala; un numero preoccupante di gatti; una casa ristrutturata a Genova. Meno grane altrove, alleggerimento progressivo dei casini familiari, etc etc. Insomma, per i 50 anni mi prefiguro un bel po' di traguardi raggiunti.

Adesso, per favore, non stiamo a dire che scrivo queste righe in mezzo a una pandemia planetaria e alla sospensione della democrazia parlamentare in Italia e altrove. Non stiamo a dire che scrivo queste righe alla vigilia dello scoppio di una guerra. Non stiamo a dire che tra economia, politica, salute, famiglia, centinaia di cose possono prendere una piega di merda da un secondo all'altro. Lasciatemi un attimo tranquilla a sognare. Ho fatto tanta fatica ad arrivare a immaginarmi questa vita, e ancora non so se potrò davvero arrivarci.

Non ci credo sul serio, ovviamente. È, più che altro, il miraggio di un'isola verso la quale nuoto ostinatamente da anni. Ma, per un minuto, fingiamo che possa diventare tutto vero.

Suona la sveglia. Sguscio fuori dal letto senza svegliare l'Uomo. Tutti i gatti sono in corridoio dietro la porta, scendiamo le scale insieme, in un coro di miagolii. Se arrivo in fondo senza inciampare in un gatto sovrappeso e rompermi la testa, sono già partita bene. 

Yoga. In una stanza apposita tutta mia. 

Colazione. Silenzio, forse la campana della chiesa, la collina che si sveglia. Briciole sul prato. Uccellini in giardino. Uccellini morti in tinello (una delle gatte è un'ottima cacciatrice). Una biscia decapitata sotto il portico (sempre regalo delle gatte). Scopa, paletta, buttare i cadaveri. 

Abluzioni in un bagno finalmente con la vasca. Cabina armadio (aspettate, che lo assaporo di nuovo: cabina. Armadio. Cabina. Armadio). 

Ricerca disperata delle gatte in giro per tutta casa e un pezzo di giardino: "UOMOOOOOOOOOOOO!!!! DOV'ÈÈÈ LA NERAAAAAAAAAA????? DEVO ANDAAAREEEE"

Uscita in retro con l'auto, senza schiacciare una delle mie gatte, nè  un gatto del vicino, nè altre forme di vita. Sorriso ai pochi abitanti del paesino che sono già in giro. Colline. Alba gloriosa, vette innevate in distanza, discesa nella Valle delle Ombre, nebbiolina, nebbia, nebbia da paura, nebbione senza visuale, a tentoni fin sotto l'autostrada. Città. 

Scuola. Ore e ore.

Ufficio, oppure Genova, oppure passare a trovare la figlia, o altre faccende, oppure altra scuola.

Yoga, certe sere. Camminata? Forse. Con un'amica? Magari.

Spesa.  

Ripartenza per le colline. Quasi buio. 

Casa. Gatti urlanti. Conteggio gatti, messaggi  Whatsapp: UOMOOOOOOOO, NON TROVO LA PICCOLAAAAAAA, ODDIOOOOOO È FINITA SOTTO UNA MACCHINA, L'HANNO RAPITA GLI ZINGARI DEL CIRCO, SE L'È MANGIATA UN COYOTE... Ah no, niente, scusa, era nella cabina armadio che dormiva. A che ora arrivi? Ah ok. Ho dimenticato la carta igienica, il detersivo per i piatti e il formaggio grana. Ok. A dopo.

Togliere le scarpe, accendere il pc per la lezione online, 

A questo punto, se siete stati attenti, vi sarete accorti che, da quando è suonata la sveglia, sono passate 32 ore. Forse qualcuno ha pulito casa e stirato in mia assenza, per allora dovrei essermi sistemata. Ma nessuno ha ancora cucinato, corretto compiti, parlato con un geometra (io devo sempre parlare con qualche geometra) mandato la mail all'avvocato (io devo sempre scrivere a qualche avvocato), sistemato le piante in giardino, spazzato le foglie, gestito la Mater al telefono, messaggiato la Princi per quella multa e per passarle una ricetta, visto 18 mail di lavoro e 7 chat di gruppo sempre di lavoro, letto le notizie. E tra 45 minuti inizia la lezione online. E tra 75 minuti arriva l'Uomo. E stasera, come tutte le sere, cenerà di corsa e inchiummandosi di cibo perché non si è fermato un attimo tutto il giorno, per poi dire: "Non posso andare a letto perché ho mangiato troppo, esplodo, vediamo un film?" Un film tedesco, lentissimo, di 107 minuti.

Poi per carità,  è la mia vita ideale. Muoio dopo tre settimane probabilmente, ma muoio intensamente felice. Ma no dai, non muoio, poi c'è il weekend. In cui,  sempre idealmente, arriva la Princi a trovarci. Coi nipotini. 

Rido e piango insieme mentre immagino, con migliaia di dettagli precisissimi, la mia frenetica e felice giornata tipo. Consapevole che probabilmente non ci arriverò mai, che mille cose cambieranno strada facendo e chissà quanta altra bellezza e quanto altro dolore, e chissà quanti altri sbagli e quanta altra fatica, e quanta altra soddisfazione. Niente nella mia vita è stato come me lo aspettavo, a parte il mio lavoro. Niente andrà come credo. Eppure, che forza vitale in queste fantasie, che spinta verso il mare aperto che sento sempre, che voglia di arrivare a quel momento stupendo, impagabile, in cui mi siederò stanca morta sotto il portico e guarderò gli altri che amo e penserò: ecco




martedì 29 marzo 2022

Bolle. No, non Roberto, mi spiace

Abbiamo 5 aule di musica, 2 laboratori di informatica e una sola sala prof.  Disordinata, vecchia e piena di roba cigolante e instabile. Riscaldata come una serra olandese e buia come un tumulo etrusco. Soffitto a 4 metri e mezzo da terra. Tavolone in mezzo. 

È uno dei  posti che preferisco sulla faccia del pianeta, ma oggettivamente è orrenda. E noi che a Scuolina Rosa ci lamentavamo delle pesanti poltrone da cui saltavano via i piedini, o della cassettiera che chiudeva male. In confronto, eravamo a Versailles. 

Come ho già raccontato qui, non tutti i docenti di Scuola Vintage possono essere avvistati in sala prof. Alcuni non ci mettono piede, altri ci passano di striscio. E non sanno cosa si perdono. C'è sempre un gran movimento,  ci sono cose buone da mangiare, fogli e foglietti che svolazzano ovunque e borse di ogni forma, dimensione e colore. C'è anche un senso di cameratismo,  per cui la gente sposta, appende, fruga, senza molta distinzione tra cosa è proprio e cosa è dei colleghi. Cioè tocchiamo gli uni nei cassetti degli altri, per sederci spostiamo i cappotti e le borse o mischiamo la roba nostra con l'altrui, le gomme e il bianchetto sono di tutti e di nessuno, e se un collega vuole offrirti un caffè ti dà in mano il portafoglio intero o ti dice "prendi la chiavetta nel mio zaino / nella mia borsa", senza fare la fatica di alzarsi. Però poi si alza lo stesso, per venirti vicino mentre bevi, il caffè è un rito tribale,  nessuno beve mai da solo, forse perché è quel momento in cui sei senza mascherina e tutto sommato ormai è come cambiarsi in spogliatoio, una cosa che crea intimità, che fa squadra. 

È  un po' come quel periodo, al quarto anno di liceo, in cui eravamo stranamente simbiotici, ci scambiavamo cibo, versioni di latino, giacche, medicinali, qualcuno fluidi corporei, ma comunque era  normale che prendessimo gli uni dagli altri passaggi in moto e in auto, ci baraccassimo a mangiare bere e dormire a casa di chi non aveva i genitori presenti, o ci sedessimo in braccio a qualcuno che non era lo scambiatore di fluidi titolare o la migliore amica, e magari non era neanche una persona con cui avevi molto in comune. A me, che sono una sessantottina mancata, quel periodo, vagamente peace and love, un po' promiscuo, garbava parecchio. Ma al liceo era, anche e soprattutto, una cosa ormonale. Qui è un discorso di consanguineità e di branco, fuori c'è la foresta, cazzo, è buio e fa freddo, noi siamo qui e per restare sani ci accudiamo a vicenda. Se uno di noi sta male, c'è il cerchio di quelli più forti, intorno, che lo protegge dai predatori. 

In mezzo al continuo viavai e alle molte conversazioni,  spesso animate, si intravedono le bolle. Le bolle sono quella cosa speciale per cui, in una stanza non poi così grande, qualcuno riesce a isolarsi in modo quasi completo, come la Melensa che scrive e telefona davanti al pc  senza voltarsi né recepire rumori, mentre dietro succede di tutto. Le bolle sono quel mezzo di trasporto in cui viaggia il Vicepreside Faina senza lasciarsi minimamente coinvolgere, mirando al cassetto,  fendendo la folla e librandosi al di sopra delle 300 domande che gli vengono rivolte se lo vediamo passare.  Ogni volta succede lo stesso fenomeno incredibile: passa come un razzo, gli scagliamo addosso richieste, arriva al cassetto senza aver dato segno di aver sentito, fa quel che deve, si gira e esce, e mentre esce risponde a tutto, come una sola palla da bowling che fa strike di tutti i birilli. Durata dell'intero processo: dai 9 ai 15 secondi. Io, abituata agli occhi pensosi e al modo di parlare lento e serio del Gigante, resto sempre mesmerizzata dalla magnificenza di questo spettacolo, sembra il raggio verde sulla superficie dell'oceano. 

In una bolla, io e Carter viviamo il nostro strano rapporto, di prof e alunno un tempo, che oggi sono colleghi, amici e gemellati dalla stessa visione della scuola, dalle stesse ansie e da un lutto gigantesco. A volte lui arriva sfinito e nervoso e con due passi delle gambe lunghissime scavalca tutti per venire da me a confessarsi, a volte io lo vedo entrare, sento il suo "come va?" a cui rispondo con un impercettibile movimento di ciglia, e lui esclama: "Sì, infatti", oppure: "Immaginavo". In generale, il resto della popolazione non si stupisce dei reciproci "Ti devo parlare", con cui spesso ci salutiamo. 

Un'altra bolla è quella in cui la Valchiria e io, da qualche mese, in mezzo a chiacchierate rumorose con altri, ci buttiamo lì senza parere un "Giovedì cinese?" o uno "Stai dormendo abbastanza?" (risposta tipica: "AHAHAHA maffigurati": di solito è una domanda del tutto ironica, non di rado ci scriviamo alle due del mattino, in ogni caso vediamo i rispettivi accessi su Whatsapp). 

Poi c'è la bolla in cui io e l'Orsone dialoghiamo sempre. Questa può posarsi sul solito angolo del tavolone,  in cui io sparpaglio la mia roba e lui tamburella con le dita da musicista sul libro di scienze, oppure, se siamo distanti, può inglobare l'intera stanza. Parliamo per tutto il tempo a disposizione. Il nostro momento di bene del mattino  può essere inframmezzato da domande di altri, caffè che offriamo o ci vengono offerti,  comunque senza mai interrompere i nostri discorsi calmi, a voce bassissima, sulla vita a scuola e fuori, che possono sospendersi ma riprendono nell'attimo in cui la risposta di uno dei due, ma più spesso di entrambi, ha spinto fuori dalla bolla chi era intervenuto. Questa bolla a qualcuno fa impressione, a volte anche a me, ma è la naturale continuazione delle mattine d'inverno in cui prendevamo il caffè nello stanzino di Scuolina Rosa senza accendere il neon, solo con la luce dell'alba sopra il parcheggio, e dei pranzi al baretto in cui neanche si parlava. Rara felicità dell'aver trovato qualcuno con cui sintonizzarsi così, fraintesa inizialmente da alcuni, poi accettata come un dato di fatto, magari un po' invidiata, ma non con acrimonia. A lui in quella scuola danno tutti credito assoluto, io godo della proprietà transitiva: sostanzialmente, se l'Orsone mi ha scelto come sua scialuppa, per gli altri automaticamente vuol dire che vado bene. 

Poi c'è la bolla condivisa tra i titani, quella verso cui si girano tutti quando c'è un problema: lassù  si elaborano infatti le soluzioni, che poi piovono giù sul resto dei colleghi, magari altrettanto in gamba ma presenti da poco, o più timidi. Questa bolla in sé si delinea solo quando a uno dei colossi viene fatta una domanda e il suo sguardo, dall'interlocutore,  si sposta sugli altri pari presenti nella stanza. Nessuno mette in discussione questa gerarchia, non dichiarata, motivata solo dalla passione per il lavoro e dalle capacità gestionali e comunicative, non da nonnismo (Carter è giovanissimo, ma svetta su parecchi) o da chiusura al nuovo (quella era Scuolina Rosa: e infatti i giovani, i nuovi e i meno titanici parlano liberamente e spesso aggiungono valore). Ma la linea che indica l'insieme si vede, a occhio nudo, saettare tra i corpi, recingerne alcuni e lasciare gli altri fuori, attenti ad ascoltare, prima di dire la loro. 

L'altra mattina c'era un altro tipo di bolla, che mi ha fatto tenerezza. Un marasma generale agitava la sala prof, si facevano tre o quattro discorsi contemporaneamente, da una parte all'altra del tavolo e della stanza, gente che andava e veniva incrociandosi, ma una striscia di territorio era inviolabile: quella in cui Jane Eyre si muoveva come uno zombie pallido pallido, tra la  fotocopiatrice e il tavolo su cui smistava le prove. Jane Eyre si chiama così perché ha gli occhi seri, buoni e puliti, come la protagonista del romanzo che non perde la compostezza davanti alla moglie pazza del signor Rochester. È una ragazza di grandissima preparazione e capacità,  molto onesta e sempre disponibile. È perennemente stanchissima, peserà 44 chili ma si carica sulla schiena delle some da yak e lo fa senza mai protestare. Se può aiutare lo fa e sorridendo. Alla fine dello scorso anno le ho detto che lavorare con lei era stato veramente un piacere e avevo imparato tantissimo... e credevo le venisse un collasso: assolutamente non se lo aspettava, da nessuno forse ma soprattutto non da me.  Era così sorpresa che balbettava. Comunque, due settimane fa, barcollava letteralmente tra fotocopiatrice e tavolo per fare le copie della prova comune, tutta bianca in volto: ha preparato due concorsi mentre si smazzava mille incarichi pesanti, la terza peggiore della scuola e un fottio di altre cose, molte fra l'altro al posto mio mentre ero a casa sospesa o malata. Nessuno l'ha disturbata, stava insieme solo grazie ai nervi e si vedeva. Già era sottile, ora è minuscola. Non li ha poi passati, i concorsi, e ci è rimasta malissimo. Non ha chiesto aiuto su niente, e se riesco glielo dirò,  che è sbagliato: persino l'impareggiabile dottor Carter, ieri, mi ha delegato di botto le copie della sua prova di seconda e non si è profuso in scuse (bello il mio bambino, che sta crescendo, non si imbarazza più di essere alla pari con me che ero la sua prof, tra sei mesi si sposa e spero mi inviti, io sono una sua grandissima fan). 

Uh, a proposito di bambini: i due supplenti di violino e pianoforte, credo neodiplomati al conservatorio,  che mi conoscono da febbraio, mi danno entrambi del lei. L'Orsone e Carter non se ne sono accorti, perché non ci incrociamo mai tutti contemporaneamente per questione di orari, altrimenti mi starebbero sfottendo a sangue, perché un pochettino ci patisco. E poi, il giorno stesso, appena io avessi cambiato corridoio, l'Orsone li farebbe smettere. 

Io non ero una di quelle bambine che piangevano se si sbucciavano un ginocchio cadendo dalla bici, ci sputavo sopra e ripartivo. Giocavo prevalentemente coi maschi, e giocavo duro. Non ho mai voluto essere difesa da un uomo. Ma ho sempre voluto un fratello maggiore che guardasse oltre me, e valutasse con occhio prudente se mi andavo a mettere in un guaio. E visto che piccola non sono più, né di età né di stazza fisica, e ormai nemmeno di ruolo professionale,  adesso ci vuole qualcuno che abbia le dimensioni corporee e morali di uno dei titani, per autoeleggersi a mio guardiano. E, tra l'altro, cercare di difendermi malgrado me stessa, di nascosto, perché quando lo sgamo che mi spiana la strada a volte lo sgrido, io faccio da sola, quindi lui trova ogni volta modi diversi per togliermi da casini in cui neanche so di essere mai entrata e, a volte, io lo scopro settimane dopo. Allora faccio una cosa che lo mette in crisi di brutto: vado secca a cercarlo, gli racconto che ho ricostruito tutte le sue mosse, e gli dico grazie, che è il modo migliore per vederlo fuggire nella foresta con un sommesso grugnito. Poi la mattina dopo torna all'angolo del tavolone, uno dei due tira fuori la chiavetta del caffè, e si riforma la bolla. Fingiamo di non sapere che questa dinamica si riproporrà in loop ancora molte, molte altre volte nel nostro rapporto professionale, e ci mettiamo insieme a prendere per il culo Carter che deve sposarsi, e viene massacrato di bassezze sul ruolo del marito sottomesso che gli toccherà,  dato che sposa una iron lady e ne è pienamente consapevole. 

Se potessi, io in quella stanza ci vivrei.