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sabato 28 luglio 2018

In principio era la confusione... perchè invece adesso no, eh.

Sono tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello, per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un convegno. 

Poi non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E' l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto: “Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no, ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa, e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.

Comunque. E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.

Rivedo una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto volte su dieci. 
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo. Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza autentica e contraddizioni. 
Mio marito è tante cose, un uomo intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia, il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.

Quella poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova  e senza sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata. Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene, notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda. Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti, il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte, rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre tutti dormivano. Compresa stanotte.

C'è un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita. Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.

Comunque il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando: nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega. 

Questo era vero anni fa ed è vero oggi. 

E c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.


lunedì 9 luglio 2018

Ma quando viene sera e tornerò da te...

Ce la stiamo mettendo tutta eh, per far diventare quest'estate una robina coi fiocchi.

E il ricorso su bocciatura all'orale.
E il calcolo renale.
E la bidella psichiatrica che deraglia.
E i saluti alla Brava Crista che va in pensione e lascia un buco immenso nell'area scientifico-matematica dell'istituto, ma se è per questo la Fräulein chiede il part time e va a Paesino Azzurro, e siamo a due buchi immensi nell'area scientifico-matematica di Scuolina Rosa.
E quella di lettere e quello annuale di matematica che cercano di non salutarsi troppo poco nell'atrio e di non salutarsi troppo nel parcheggio, diciamo pure di non salutarsi proprio, insomma, dato che  perdere un amico è doloroso. Il suono delle parole "e va beh" che sostituisce molte altre cose che no, da grandi, e da sposati, e da genitori, non si dicono più, anche se sono pulite e innocenti, così come un allegro "ciao!" sostituirebbe eventualmente il corrergli incontro e farsi sollevare in braccio che a me verrebbe istintivo, se mai un giorno dovessimo rivederci. L'ultima volta che ero così contenta di passare il mio tempo con una persona dell'altro sesso, e con tutti i vestiti addosso, avevo quindici anni e un migliore amico che vedevo solo in campagna. Bello scoprire che ci si può sentire così lo stesso a quaranta suonati, meno bello capire che a quaranta suonati non lo si può mica dire. Tranne che con gli occhi.
E le tasse di successione della zia. Pagabili comodamente in giorni sessanta.
E Diddle, l'alunno disabile, in coma farmacologico da quindici giorni, con "più punti lui che io sulla tessera dell'Esselunga" (disse il padre, poverino, nel corridoio della terapia intensiva) e con più infezioni lui che il manuale Merck.
E il ritiro yogico in posto bellissimo, dove il pensiero "cazzo basta sono stanca di vedere posti belli da sola, di non vedere posti belli perché senza di te non ci vado, di parlare con te di andare in posti belli dove poi non andiamo" ha distrutto fin dai primi dieci minuti ogni speranza e di fare yoga decentemente e di godersi la vacanza, sebbene i presupposti per una gradevolissima vacanza in montagna fossero tutti lì a disposizione.
E il fisico che cede sulla strada in salita, che cede nelle posizioni yoga, che arranca in tutto come non faceva più da due anni buoni.

Ma mica ci si arrende eh. Loro due pranzano di là mentre il mio mal di testa da campionato, io e la gatta piccola stiamo raggomitolati sul letto, e io li sento parlare senza distinguere cosa dicono, e i suoni delle loro voci per la miliardesima volta mi dicono dove, dopotutto, voglio essere. Come se non lo sapessi.

Sotto vi metto un po' di foto sparse, memento di questo periodo.
Khaleesi learning to ride dragons

Parlando di giardinaggio 

"Il barone rampante", regalo della Zuccherosa


Perché ti amo


Machiavelli





Eh.



Una bambina, un ragazzino, e l'importanza (presunta) del singolo gesto

Nel settembre del 2015 scrivevo dei nuovi alunni di prima. 
Era stata individuata fin da subito la strappacuore, e in tre anni non è mai cambiata. 

Scrivevo allora: 

E' piccola in modo assurdo. Ha la coda mossa e un po' sfatta, e gli occhi azzurri, ha gli occhiali, ed è tutta un tic nervoso. Hffh hfffh. Tira su col naso. E dicono le maestre che quando è tesa scatta anche con la testa, verso la spalla, da non riuscire a scrivere. Hffh hffh. Me la mangerei di bacioni, di quelli con lo schiocco proprio. Non so ancora come chiamarla, ma ha anche un nome incantevole che più adatto a lei non si potrebbe. Ed è sveglia, sarà nevrotica quanto si vuole, ma fatevelo dire, io e lei insieme faremo grandi cose. Devo trovarle il soprannome più bello e tenero del mondo. Aiutatemi. 

Murasaki suggeri Aspen, il pioppo tremulo. E io subito: 

Murasaki ho trovato. Mimosa. Quella del genere che ritrae le foglie se la tocchi. Grazie!!! Poi è biondina, piccina e vaporosa come un pallino giallo di mimosa. E' perfetto.

Qualche giorno fa Mimosa, acconciatura uscita da un quadro di Botticelli, sandali neri molto fini, vestitino impeccabile a righe, un pallore ottocentesco sul faccino acqua e sapone,  ha sostenuto l'esame orale. Partendo da Geografia: portava una tesina un po' misera  sugli USA e un robusto, e e totalmente autonomo, collegamento con le riserve dei nativi, di cui si era appassionata e occupata da sola, fronteggiando tra l'altro, a scuola, nelle ore di potenziamento, una preoccupante assenza di documentazione in rete sul tema. Invece della solita ricerchina peperepé abbiamo ascoltato un ragionamento, dialogato piacevolmente con me, sull'argomento. Poi lo ha ripreso in inglese. Io ho tentato il colpo e le ho messo davanti i primi versi dei Sepolcri, senza titolo e senza autore. 
"Guarda se puoi commentare questa, altrimenti ho l'alternativa".
Legge i primi versi e si ferma: "Non me la ricordo."
"Sei sicura? Guarda qui: qual fia ristoro a' dì perduti un sasso..."
"Ah!"
E io: "Eh. Vai."
Non la fermava più nessuno, dopo. Sentivo distintamente il mio cuore fare bubum bubum a ogni passaggio. Di un testo che NON aveva davanti. Visto UNA volta sola, nel primo quadrimestre, sulla lavagna elettronica. 
Mi sono ripresa la fotocopia dicendole: "Basta, va bene, l'altra non te la chiedo, mi hai già fatto cappotto."

Alla fine dell'orale, è passata davanti alla mia postazione raccogliendo le sue ricerche, ma le stavano parlando. Ho aspettato che posasse tutto e le ho detto: "Vieni un po' qui che devo fare una cosa". Non so se se lo aspettasse, ma so che se lo sognava da quando avevamo parlato dell'esame in classe. Così, quando mi ha visto alzarmi e tenderle la mano, mi ha restituito la stretta con una forza e una fermezza che da un fringuellino biondo nessuno si attende, zitta, ma con gli occhi pieni di luce. 

Era l'ultima della mattinata. Sono andata via col mio cuore tutto fasciato di cerotti che ancora batteva forte, in mezzo al profumo dei tigli che mi confonde, con il pensiero che tutto quel che fa la differenza, nella mia vita, lo hanno fatto momenti come questo, sia visti dal lato della prof che sta godendosi la soddisfazione per un lavoro ben riuscito, sia visti dal lato dell'alunna che riceve i complimenti per un impegno durato anni di fila, senza mai mollare di tanto così. Noi che amiamo la poesia siamo particolarmente sensibili all'atroce, ottusa inutilità delle parole e dei gesti di ogni giorno, e all'improvviso rivelarsi di ciò che vale la pena, in uno sguardo, in un tono di voce, in un sorriso. Ciò ci fotte. Ma è lo stesso che rende eterne le poesie che leggiamo. È come quando tutti hanno preso bonariamente in giro Quantoso'bono per il tema in cui, per pagine e pagine, esprime il suo mea culpa per essersi comportato per due anni su tre come una merda, e la sua volontà di cambiare, e il suo chiedersi come fare; io l'ho rivisto dopo in corridoio, e gli ho detto solo: "Io ci credo, a quello che hai scritto nel tema. Alcuni hanno pensato che scrivessi per imburrare la commissione... Ma io ci credo." Lui si terrà questa frase. Io mi terrò il suo silenzio. Altre due cose che un giorno, forse, faranno la differenza.