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lunedì 30 novembre 2009

BUONI PROPOSITI

Prometto di non mettere più su questo blog roba autocommiserativa e off topic come quella che ho pubblicato negli ultimi giorni. Non sono una fan dei blog che devono essere utili a ogni costo, ma quando è troppo è troppo, e rileggendo... era troppo.

Prometto di non recedere di un passo da quello che realmente sento giusto e di affrontare le situazioni in sospeso con le persone, in particolare le amiche, per quanto doloroso e faticoso sia: almeno con la Frenci va fatto, e di corsa, ma bene, con Cavallino so che dovrei cercare di farcela e non autosgretolarmi al solo pensiero (ma d'altronde la migliore amica è la migliore amica, quella che non puoi proprio permetterti di mettere in discussione perchè è come l'uomo della tua vita, che non è certo immune da difetti, che ti somiglia meno di altre persone con cui ti trovi bene o addirittura meglio, ma che per te non può essere discusso, e non sai nemmeno i motivi). Con altre persone ci sono tante cose da limare e migliorare, e a volte è pigrizia, a volte sfiducia o qualche difficoltà pratica, a volte è che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire (e io sono famosa per sgolarmi, imparare l'alfabeto dei sordomuti, scrivere sui muri e far scoppiare una guerra atomica se non mi ascoltano, ma ci sono sordi MOLTO sordi).

Prometto di non diventare dipendente dall'Acutil, anche se ho una mezza idea che oggi la botta di fosfoserina nella pompa Na-K delle cellule cerebrali, a esattamente quattro ore dall'assunzione, mi abbia salvato da un frontale con un figlio di grandissima puttana che mi ha quasi buttato in un fosso venendomi addosso con una Ka (che tra parentesi è una macchina orrenda, vista di lato sembra un gatto accucciato in quella posizione che hanno i gatti un attimo prima di vomitare).

Prometto di fare la brava e di non strangolare la Fata Bionda anche se, da quando mi ha detto che faccio bene a piangere, piango di continuo e mi dò fastidio da sola.

Prometto di non correre in lacrime a rifugiarmi sull'ampio torace del vicepreside (detto il Gigante) se per caso domani Occhi d'Arabia viene a scuola con i segni delle botte che penso suo padre gli avrà dato, dopo che io stamattina l'ho informato sui simpatici gesti osceni che suo figlio si permette di fare davanti alla sua professoressa di Lettere: dico solo che il padre (un marocchino alto e grosso con un bel viso e la voce dolce) si è slacciato la cintura dei pantaloni e mi ha fatto vedere la fibbia, dicendo: "Questa faccio pagare cara" e io credo di essere diventata verde.

Prometto di non strillare più come la settimana scorsa per sgridare i ragazzi, perchè una tonsilla mi si è completamente fusa, ha preso a calci una ghiandola e ora sta cercando di spostarsi a vivere sotto l'orecchio.

Prometto che pur di vedere ancora lo sguardo divertito che avevano oggi Tom Cruise e Pezzo di Figliola farò durare le scenette in cui interpreto contemporaneamente Perpetua e Don Abbondio, o altri personaggi manzoniani, ancora una settimana.

Prometto che correggerò i sessanta compiti che ho nella borsa entro mercoledì.

Prometto che cercherò di mettermi nei panni di tutti e che conterò fino a centonovanta prima di rispondere alle mail.

Prometto che andrò a dormire a un'ora decente... a partire da domani.

A proposito di cugini

Il link (autorizzato) al post di Sanguedelmiosangue

http://follicorse.spaces.live.com/blog/cns!66D2314264F3C48D!574.entry

domenica 29 novembre 2009

Quasi alla fine di una giornata di cacca

La giornata è quasi trascorsa. In mezzo invece di mangiare ho gestito una questione familiare di quelle senza quasi via d'uscita (è quel quasi in cui cerco di infilarmi a ogni costo che mi frega) con risultati tali che mi brucia ancora adesso la delusione.
E' arrivato l'Uomo e per mia fortuna non si è messo tra me e le mie paturnie e ha sopportato lagne, scazzi e manie, intanto che io riuscivo almeno un po' a produrre ordine e pulizia in questo cesso di casa.
Poi è stata l'ora di mangiare (le 15, ora in cui non si può rimandare ulteriormente), e in un giorno come oggi sedersi a tavola o sulla sedia elettrica mi fa lo stesso effetto.
Poi ho pianto ancora un po' e dormito come si dorme quando hai lo stomaco troppo vuoto e le ossa peste dal nervoso.
Poi ho giocato al pc e solo ora che devo muovermi e cucinare (Dio, che condanna) mi rendo conto che sono triste come se tutto fosse successo mezzo secondo fa. E ho fatto un mesto giro sui blog di Bianca, Vita da Strega, Supermambanana, LGO e M., per scoprire che almeno ad altre due persone quest'orrenda domenica piovosa di novembre stava dando gioie analoghe alle mie. Non so se essere sollevata o ancora più triste.

DEL FARCELA, DEL NON FARCELA, DEL RICOMINCIARE TUTTI I GIORNI DA CAPO, DI UN PAIO DI DOMANDINE DA FARE A DIO UNA VOLTA ARRIVATA DI LA'

(Questo post è dedicato a mio cugino e al suo coraggio.
Se mi autorizza, poi vi rimando al suo blog e capirete dal post che vi mostrerò perchè sono sottosopra da due giorni, a pensare al coraggio e alla paura.)

Okay, comunque qui non si tratta di scuola e di post, solo di uno sfogo, come su un diario, e forse farei meglio a non pubblicarlo, ma non sono più capace, io che scrivevo tanto, a mano e a macchina, di usare un quaderno. Non che le cose che ho da dire per sfogarmi sembrino più intelligenti scritte al computer. Non che sia furbo divulgarle sul blog. Ma sono vittima di questa dipendenza (ah ah, un'altra, che bello, mi serviva proprio).

Non sono, per l'ennesima volta, dove dovrei essere, a fare quel che dovevo, che volevo fare. E piango a fiotti come quando avevo sedici anni, e in questo momento impiccherei la Fata Bionda che mi ha detto che va molto bene che io pianga, visto che erano tipo tre anni che non versavo una lacrima. Forse non lo facevo perchè sarà anche sano ma è doloroso, no? Forse ne avevo avuto abbastanza già tre anni fa?

Comunque. Stamattina non si lava non si pulisce non si dà da mangiare ai gatti, stamattina si piange.

Guardando il binario della stazione con il treno
che parte per Milano, l'Ingegnere che mi guarda deluso e me che NON salgo.
Guardando il barbecue sul prato con gli amici che ridono al sole e me che NON vado.
Guardando le foto della Scozia e dei laghi e gli aerei che passano nel cielo e me che NON li prendo.
Guardando le faccette speranzose dei bambini che mi chiedono se vado in gita a Barcellona e me che rispondo di NO.
Guardando gli occhi delle persone che NON vado a trovare, nemmeno quando stanno male o sono in ospedale.
Guardando mio marito e la sua delusione quando io NON tengo fede a un impegno.
Guardando i miei genitori quando non mi chiedono una cosa perchè sanno che NON la farò.

E tutti i treni che sono partiti senza di me. Tutti i pomeriggi con qualcuno che mi aspettava e non mi ha visto arrivare. Tutti i pranzi, le cene, i compleanni. Tutti i viaggi. Tutti i soldi spesi perchè degli psicotizi mi rimettessero in bolla, e lo sguardo di mio padre e di mia madre davanti al piatto pieno e alla mia porta chiusa.

Tutta quella fiducia negli occhi di certi alunni, e me che penso di chi cazzo si stanno fidando e quanto è sottile la facciata di normalità che tengo su.

Tutto il dolore e una rabbia che non si riesce a mettere in parole. Che cazzo sono nata a fare, perchè combatto, cosa spero di ottenere, se da una cosa come questa non si guarisce? E questa è una domanda tra quelle da segnarsi per quando quel signore barbuto mi darà un'occhiatina, prima di sprofondarmi nell'inferno dei comunisti.

Poi penso.

Penso che non servo a niente e però qualcuno ancora si volta a cercare dove sono quando gli serve un appoggio.

Penso che non sono guarita e che torturarsi non mi sta aiutando, ma che almeno ho sviluppato un'empatia tale con i poveri disgraziati come me che a volte vedo meglio i problemi di uno sconosciuto che di una persona che conosco bene e che mi parla spesso.

Penso che se non ci fossero telefoni, messaggini, mail e parole ma solo la vecchia cara telepatia degli animali, alcune persone potrebbero capire veramente quanto le conosco e le amo e quasi tutte rimarrebbero sorprese dal vedere cosa c'è realmente dietro la mia facciata dura e il mio modo di fare indisponente che cerco di limare senza quasi mai successo.

Penso che se io uscissi di casa come realmente sono, senza corazza e senza facciata, un moscerino in rotta di collisione potrebbe spezzarmi le ossa, ma io mi sentirei veramente libera.

Penso che sono ancora qui e che nella mia testa, povera testa cretina, ancora non ho mollato le persone a cui tenevo, anche quelle che non ne vogliono più sapere di me e quelle che mi calunniano, e spero che questo sarà uno dei motivi per i quali, quando lo vedrò, quel signore barbuto mi farà un minimo sconto. Perchè io invece ho visto altri CANCELLARE completamente amici e parenti per molto meno. E perchè la pazienza non sarebbe una delle mie doti di base, se andassimo a vedere.

Penso che rivedere un amico anche dopo mille problemi a me fa sempre lo stesso effetto e che la mia fiducia non cambia, anche se cambia quella degli altri.

Penso che non mi sto considerando così strana o malata da non fidarmi più della mia intelligenza, e che la mia intelligenza a volte è di brutto seconda al coraggio che mi ci vuole a essere lucida.

Penso che vorrei tanto una vacanza da me e dalle mie angosce e che sono abituata anche a non essere capita, allo sguardo rassegnato di chi non ci spera più, ma che a volte le persone hanno due registri per i conti, uno per se stessi e uno per gli altri, e una con i miei limiti si espone a vedere questo genere di partita doppia un po' troppo spesso. Ed è comunque preferibile essere guardata così che tagliare i ponti con la fragile e talvolta meschina umanità delle persone a cui voglio bene, alle quali, nonostante l'inadeguatezza sociale che mi contraddistingue e a volte il fastidio di dover spiegare per la milionesima volta che non ce la faccio, non intendo rinunciare.

Penso che l'unico sguardo che realmente mi permette di sopravvivere è quello che dallo specchio ogni mattina mi ribadisce che CI DEVO RIPROVARE.

E allora alzo la testa e mi ricordo che sono IO quella che è scesa fino a Nocera Inferiore a vedere coi suoi occhi.

Che sono IO quella che non ha mai detto "cosa ci vuoi fare?" quando una soluzione, anche lontana e anche molto scomoda, si poteva ancora trovare.

Che sono IO che prendo la parola quando qualcuno tenta di abusare del suo potere su qualcuno che non si difende anche se ne avrebbe diritto.

Che sono IO che mi faccio un cruccio quotidiano della limpidezza morale di certe scelte economiche e lavorative, e che lo faccio a mie spese.

Che sono IO quella che non si sposta di un millimetro dalla coerenza di posizioni condivise anche quando un amico delira e si sfascia la vita per una donna (o un'amica per un uomo...) e non sente ragioni, e che è ME che lo stesso amico ritrova, ferma al mio posto, quando rinsavisce.

Che sono IO che a volte cammino su un filo sottilissimo a cento piani da terra pur di proporre a qualcuno una visione diversa, e rischio di giocarmi le amicizie solo perchè, secondo me, essere amici vuole anche dire guardare il bello e il brutto, non solo fare sconti e parlare del più e del meno.

Che sono IO che scelgo di non mentire e faccio figure di merda gratis quando potrei inventare una scusa.

Che sono IO che mi sono mangiata chili di merda per riuscire a rimettere in contatto persone che non si parlavano più e che l'ho fatto quando non mi aspettavo più niente da nessuna di quelle persone, e che non si contano le volte che mi son trovata tirata in mezzo tra due, tre o più che litigavano, perchè la mia sincerità, a volte così totale da essere stupida, faceva comodo per far scoppiare il bubbone.

Che sono IO, io che sembro così irlandese, impulsiva ed egoista, che quando devo dire a qualcuno qualcosa penso prima a tutte le attenuanti che questa persona ha per aver fatto uno sbaglio o essere stanca, nervosa o insopportabile, ma poi se mi pare giusto trovo il coraggio di non dire "poverino, non è colpa sua, è fatto così" e di tentare la critica costruttiva sperando di non sembrare odiosa ma di essere utile.

Che ho conosciuto a dozzine persone che tranciavano giudizi in base alle apparenze, che prima cercavano un tornaconto, che mentivano e si giravano la frittata, che rovinavano più o meno consapevolmente la vita agli altri e nonostante questo credo di aver bandito solo una o due facce dal mio album delle foto in modo definitivo, e non necessariamente perchè avessero fatto del male a me.

Che da quando ero una ragazzina ho sempre creduto fermamente nel dare un'altra possibilità alle persone e mi sono comportata di conseguenza, oggi poi che insegno non potrei effettivamente fare questo mestiere se non sapessi che, per fortuna, le persone CAMBIANO e, in generale, anche quando non ci riescono, tutte indistintamente VORREBBERO cambiare in meglio. I cattivi non esistono e mi dà fastidio quando nei film il cattivo muore e il buono se la ride con gli amici e si va a scopare la coprotagonista, senza un pensiero, senza un rimorso.

E allora mi dico che a qualcosa servo e che non mi devo vergognare di chi sono, che un contributo lo dò, che non arrivare dappertutto non vuol dire non arrivare mai da nessuna parte, e che porca puttana a volte ho tutto il diritto di piangere in santa pace, perchè troppa gente ride sempre e non si ferma a pensare, e soprattutto perchè anche quando sto ferma un anno a piangere in un lago di merda POI MI RIALZO, vaffanculo, e solitamente la prima cosa che faccio è RINGRAZIARE il tizio barbuto, quelli che mi hanno aiutato e quelli che mi hanno aspettato. E avere un sacco di pazienza per ricominciare con quelli che non hanno capito.

E questo qualcosa vorrà pur contare, cazzo. Non posso credere di fare tutta questa fatica per niente. Fosse così, io al tizio barbuto gliene devo dire un paio, ma subito.

sabato 28 novembre 2009

RADICI

(Si ringrazia M. per lo spunto)

Geografia generale, compito per il...

Portare una cartina d'Italia (o d'Europa, o del mondo) e la foto di un albero. L'albero siete voi, quindi deve essere un albero in cui potete identificarvi, che vi piace.

(Prevedere un buon quarto d'ora da dedicare al commento libero di queste istruzioni: io sono una quercia!, tu con quei capelli sembri un salice, io sono un ulivo, io un melo, chi vuol essere un ciliegio? io mi sento tanto una palma, ma da cocco o da datteri?, te sei grasso come un baobab, oh ma vaffanculo, non vi insultate, tu, chiedigli scusa, e tu, niente parolacce)

Esercizio:
incollate la cartina sul foglio e mettete l'albero sulla città in cui siete nati / vivete. Poi con un pennarello disegnate le radici dell'albero, che partono da tutti i luoghi in cui è passata la vostra famiglia prima di voi.
Fate una radice grossa se molta parte della stessa famiglia viene dallo stesso posto e una radice più sottile se da un luogo viene solo un nonno o un bisnonno.

Commento di gruppo a seguire.

Poi vi racconto com'è andata. Anche se è un esercizio più adatto alla prima.
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Il mio albero ha radici a Genova, in Liguria di Ponente (Noli), basso Piemonte (Langhe e Alto Monferrato), Lombardia (in particolare Valtellina, Tirano e Sondalo, ma anche Milano) e Umbria (Perugia).

Facendo l'albero genealogico di coppia (quello della famiglia di mia nonna materna, ramo valtellinese, siamo riusciti a ricostruirlo fino al 1500, scoprendo di avere un antenato cui è apparsa la Madonna a Tirano nel 1504 e un partecipante alla spedizione dei Mille), abbiamo scoperto che a venire a Asti in realtà stiamo tornando indietro sui passi di famiglia, dato che gli antenati dell'Uomo, oltre al numeroso zoccolo duro di Sestresi (trattandosi di Sestri Ponente è uno zoccolo durissimo: i Sestresi sono orgogliosi delle loro origini come nemmeno i Masai), sono dell'Alto Monferrato a loro volta. Lui ha qualcuno anche in Toscana, in Emilia e nel Piacentino, ma gli mancano le valli lombarde e l'Italia centrale.

Io ho sempre sostenuto che la mia avversione per il pesce e la mia simpatia per i piatti tipicamente da posti di montagna (polenta, tutto quel che si può fare con patate verza e formaggi, speck e tutto ciò che è affumicato, zuppe e minestre di ogni genere e tutti indistintamente i dolci a base di mele) siano un'eredità dei pastori di Sondalo da cui discendo. Il fatto che io in montagna sia a mio agio come in nessun altro posto al mondo sicuramente c'entra.

Mi sento fortemente genovese come mentalità, Genova è un amore che non ti si toglie da dentro e non ha paragoni con niente al mondo,

ma a parte questo, d'istinto so di essere più a casa nel Ponente che nel Levante, e venire a stare tra le colline astigiane in qualche modo mi ha collocato dove io realmente mi sentivo a casa. Calcolando che io amo il mare e soprattutto i monti (Asti era sul fondale di un mare preistorico e ci sono, visibili a occhio nudo, intere colline di sabbia piene di conchiglie, ma è un luogo freddo, con vista mozzafiato, da molti paesini, sulle Alpi), che vado pazza per i posti tipo Inghilterra dove ci sono nebbie, boschi umidi e colline dolci, in effetti qui va bene: l'unico posto dove non potrei mai vivere è una pianura. In effetti non c'è pianura in nessun luogo da cui discende la mia famiglia.

Un consiglio: fate l'albero genealogico con i vostri figli, facendovi aiutare da nonni e prozii. Vi giuro che scoprire di avere in famiglia un beato, un garibaldino, un esule politico, una prozia che era suora e ha gettato la tonaca, una bisnonna che faceva la levatrice, non di mestiere ma perchè tutte le donne che partorivano volevano lei che era brava, un pilota di Formula Uno degli anni Trenta, un partecipante alla campagna di Russia della divisione Julia, uno che ha lavorato per anni in una centrale elettrica in Brasile, come è successo a noi, è un modo stupendo per divertirsi, ricordare persone che non ci sono più, capire cose di se stessi e non perdere la memoria storica della famiglia, ma soprattutto, soprattutto, affascina i bambini, fa felici gli anziani e fa venire le vertigini a quelli della mia età che cominciano a capire qualcosa del perchè sono chi sono.

Se poi per caso insegnate Storia, è un vero sballo.

venerdì 27 novembre 2009

L'alunno strappacuore

Di alunno strappacuore ce n'è uno in ogni classe.
Non è per forza il più sfigato. Nè il più simpatico.
Non è il più bravo, nè il più fragile. Non è il più carino o il più beneducato.

E' quello che, quando c'è, potresti ignorarlo del tutto o volerlo scagliare dalla finestra, ma quando è assente, stai male, sei agitato e triste, perchè la classe sembra diversa.

L'alunno strappacuore è, talvolta, coincidente con la categoria "bambini che sono stata", a volte con quella "figli che vorrei avere". In altri casi è una cosa del tutto diversa. Si riconosce perchè a guardarlo il cuore perde un colpo, brevemente.

Non è la stessa cosa dell'alunno da salvare. Quello è un chiodo fisso e gli pensi tutto il giorno. Giovane Lupo, Senza Mamma, Tesoro, Figliodì, Poeta Hacker, Tragedia, e diversi altri, sono casi che ti levano la pelle e ti seguono a casa anche durante le ferie.

L'alunno strappacuore non ti fa quell'effetto. Ma quando non c'è tu non sei lo stesso insegnante. Il Danno è l'esempio estremo, ma ci sono bambini con i quali non si instaura in realtà tutto questo rapporto, e però sono fondamentali. Quando nella Scuolafica dei Quartieri Alti mancava il Falco, era così.

Il Falco ha dei notevoli occhi cangianti, di quel colore che non è grigio nè castano, ma è luminoso come acciaio. Era un alunno eccezionale, in una classe di livello altissimo. C'era anche gente con voti più alti dei suoi, che comunque erano sempre molto buoni. C'era gente con la battuta più pronta, o più affettivamente presente. Il Falco era un ragazzo di ottima famiglia, educato e corretto, mai un problema di disciplina o di rendimento, salvo una volta che, negli spogliatoi della palestra, se le era date di santa ragione con il Figlio Perfetto, altro mostro di intelligenza, bel ragazzo e bravo bambino, per un'annosa questione di donne (cioè per una compagna di classe, detta l'Irresistibile, non a caso). Avere il Falco in terza fila sulla mia destra voleva dire che io potevo parlare senza sosta per un'ora (in quella classe si poteva veramente spiegare per un'ora) e in qualunque secondo girare gli occhi e vedere, nei suoi, l'attenzione TOTALE e tutto il movimento delle rotelle nel cervello, che assimilavano, catalogavano, collegavano informazioni. Non perdeva una virgola, mai. Avessi avuto una classe di smidollati svogliati buoni a niente, credo che avrei mantenuto il livello alto solo per lui, per essere degna di cotanta attenzione.

Quest'anno ho l'Inglesina.

L'Inglesina non è affatto una brava alunna, è storditella e bisogna sempre richiamarla all'ordine; ho anche dovuto spiegarle l'anno scorso che, se non avesse smesso al più presto di venire a scuola con certi shorts microscopici di jeans sfilacciato e i collants bianchi e rosa sottili, Giovane Lupo non si sarebbe accontentato di guardarla famelico, con gli occhi a fessura, dalla porta della terza, e tra Bel Ragazzo e Grosso e Cattivo della III A sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale, dove lei sarebbe stata trattata più o meno come la Polonia.

L'Inglesina è oggettivamente molto carina e sviluppata fisicamente, ma anche tremendamente infantile come età mentale, in più è maldestramente bilingue e quindi fa degli errori di ortografia che, dopo oltre un anno di dettati e correzioni, riescono ancora a stupirmi. Per correggere i suoi compiti di italiano uso un Canadair pieno di inchiostro rosso.

L'Inglesina l'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso, quando ancora pensavamo che mi trasferissero, mi si è aggrappata al collo singhiozzando da spezzare il cuore, e io ero stupefatta perchè l'avevo sgridata per nove mesi senza sosta, ma in effetti nei suoi occhi castani la fiducia avrei dovuto riconoscerla, c'era sempre, anche durante i cazziatoni.

L'Inglesina ha due enormi astucci pieni di cazzate di quelle che fan fare i miliardi alle cartolerie, e bisogna sempre scuoterla perchè invece di scrivere ci mette un'ora a scegliere la biro (sempre fucsia, ne ha seicento di varie sfumature e spessori) con cui fare le cornicette, o perchè invece di seguire la lezione allinea sul banco gommine rosa, fucsia e viola, colle stick con i brillantini (rosa) o piccoli e inutili gadgets (rosa o viola).

Quando le strilli qualcosa perchè sei stufo di dirglielo, l'Inglesina perde per un istante l'abituale gioia che le splende negli occhi, e assume un'aria così tenera e sperduta che tu ti senti Annamaria Franzoni, e speri che qualcuno ti punisca per averla addolorata. Pochi secondi dopo, di solito, l'Inglesina deglutisce con aria amareggiata e poi si tranquillizza dedicandosi alle sue penne rosa e fucsia.

L'anno scorso, verso maggio, mi è spuntata davanti in classe all'inizio di una lezione e mi ha detto che aveva recuperato matematica, scienze e francese. Riusciva a sembrare un adorabile cerbiatto svampito anche con il tono fiero e lo sguardo vittorioso, erede diretta di Guglielmo il Conquistatore, William Wallace e Riccardo Cuor di Leone.

Quando ha preso l'influenza ero inconsolabile. Banco vuoto, niente pennine rosa, niente leggings aderenti e gonnellina di pizzo nero, All Star aperte e fiocco (rosa coi lustrini) nei capelli, che nemmeno Madonna ai tempi di Like A Virgin, niente domande inutili con l'accento inglese senza le erre, niente sorrisoni indecisi ma fiduciosi.

Mi sono accorta lì che era un'alunna strappacuore, che strano. Proprio lei, in una classe dove mi sono simpatici tutti.

lezione di Geografia generale di domani




Porca vacca, è l'una passata. Colpa di un nome che non mi ricordavo: il medico che si è fatto venire la febbre gialla (o era la dengue?) per studiarla. Corot? Charcot? Cottin? Un nome così.

Comunque domani si parla di Africa e di malattie da denutrizione e da parassitosi.

Uh: lo sapete che a giugno in Libia c'erano 13 casi di PESTE BUBBONICA? Peste bubbonica, quella di Don Rodrigo, di Boccaccio, etc. Non di Pericle (quella era febbre tifoidea). Ho detto a giugno duemilanove, eh?

Minchia, ho i brividi. Altro che suina.

giovedì 26 novembre 2009

Sorprese, ricordi, speranze, agghiaccianti certezze

La Fata Bionda mi ha dato dei compiti. Che io sto già cercando di bossarmi, a distanza di 24 ore scarse. Comunque, sostanzialmente devo registrare quel che mangio. Perchè devo smetterla di mangiare come un'adolescente disturbata, specie se voglio dei figli.

Devo pesarmi una volta alla settimana. E stamattina, allora, in un ritaglio di tempo dopo aver sognato per ore la scena di sesso tenerissima di "Boy A" (film apocalitticamente doloroso e bellissimo, ovviamente di un regista inglese, che abbiamo visto ieri sera) e sentendomi propensa al suicidio per la scarsità di sonno, le occhiaie (grigio scuro! stamattina erano grigio scuro!) e i suddetti compiti, ho messo giù la bilancia e ci sono salita.

66.
Non 66 e 700 o simili. Proprio 66. E zerozero.

Sono rimasta senza fiato.
Bisogna capire che io sottile non lo sono mai stata. Ma nemmeno trugna. Diciamo che sono una donna ben piazzata.
Il punto è che per me quel 6, il secondo dei due, è stato una sorpresa favolosa. Ero arrivata a 72. E il 6 è un numero stupendo da mettere per secondo sulla tabella del peso. Perchè non lo vedevo da cinque anni. E perchè 66 è SOLO 4 chili sopra la mia forma fisica tipica di quando avevo 25 anni. E lasciatemelo dire, a 25 anni ero in discreta forma.

Ma soprattutto, a 60 sto nella 42. E a 56 posso mettermi letteralmente QUALUNQUE vestito.
Quando dico qualunque, alludo all'abito da sera minimalista (corto, scollato e schiena TUTTA fuori) del ballo all'Accademia. Cioè l'unica sera della mia vita che non ho invidiato Nicole Kidman, perchè mi sentivo superlativa. Ho pensato se avevo una foto da mettervi, ma tragicamente di quella sera esiste solo una foto di quelle ufficiali, scattata all'ingresso dal fotografo della serata, che mi ritrae (tra l'altro di fronte, impedendo di apprezzare la schiena nuda) con l'Ingegnere in divisa da ufficiale. E ce l'ha l'Ingegnere. O forse non ce l'ha più, perchè quella CICCIONA di sua moglie, se l'ha vista, l'ha SICURAMENTE buttata via.

Comunque sessantasei e zerozero è stato un colpo di gioia che non mi capitava da secoli. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio ero tutta rossa di felicità, ma sempre con le occhiaie grigio scuro. Ma mi son messa di profilo e ho pensato che se l'obiettivo è sessantadue è sul serio vicino, e che se il mio culo stesse dieci centimetri più su farebbe già tutta un'altra figura. Finchè ho abitato a Genova, città piena di salite e scalinate, e non avevo la macchina, c'era, dieci centrimetri più su.

Ora. La sera dell'Accademia avevo ventitre anni. Non si pretende tanto. Ma pensare che tra 66 e 56 c'è solo un numero di differenza è qualcosa di paradisiaco, in senso psicologico, per quanto sia stupido in senso matematico. E dato che se adesso perdessi 10 chili resterei senza tette, mi va benissimo non mettermi mai più un vestito taglia 40. Tanto non ci devo mica tornare, al ballo dell'Accademia. Ma magari la 44 sì, posso raggiungerla.

Così ho fatto programmi di gloriose camminate, ginnastica e dieta. Che si sposano piuttosto bene con i compiti dati da Fata Bionda.
E sono uscita di casa, cane al guinzaglio, ballerine nere e cachemire a V da studentessa sopra i jeans, tutta contenta e leggeeeeera, che ballavo sui gradini. Il tempo di salire in macchina e guardare le mie occhiaie nello specchietto retrovisore, e sono stata folgorata da una certezza.

Ce la farò. Posso farlo. Ora perdo altri 4 chili, rientro nella 44, vado da Luisa Spagnoli perchè mi sono ripromessa di farmi un regalo lì quando potrò mettermi di nuovo la 44, e proprio quando finisco di rifare il guardaroba, resto incinta. E l'abito di Luisa Spagnoli se ne resta nell'armadio.

Andrà così.
Lo so.
Mi ci gioco quel che volete.

Sarà meglio che mi abitui alle occhiaie, comunque sia.

mercoledì 25 novembre 2009

Miscellanea di assurdità di un mercoledì mattina

Il mercoledì è un giorno in-cre-di-bi-le.
Tre ore in una terza senza intervalli in mezzo sono una manna quando c'è da fare un tema o da vedere un dvd, un disastro quando invece devi fare lezione. Devi per forza lasciare spazio all'assurdo in alcuni ritagli di tempo, o è un carcere per te e per loro.
Oggi c'era tema. Ed era lo stesso una gabbia di matti.
Prima e dopo queste tre ore ho un'ora in seconda. Quindi la II B dalle otto alle nove meno cinque ha una professoressa piena di energie, mentre dalle dodici e trentacinque alle tredici e trenta ha la sorella stravolta della professoressa precedente, che perde il filo dei discorsi e si innervosisce per un niente. Ma la II B ha tanta pazienza.

L'unico modo di resistere a un mercoledì è lasciar fluire, senza troppe aspettative.
Oggi avevo dormito 4 ore giuste e non ho opposto resistenza alla gabbia di matti.
Nella nebbia in cui fluttuavo (dicendo frasi come: "riscrivi qui, la virgola tra il soggetto e il verbo non si mette, ricordatevi che dovete anche copiare in bella, Tom Cruise! vai fuori col banco a fare 'sto lavoro, in corridoio, che qui se no non si concentra nessuno, Grande e Gentile, guarda che stavolta un tema di nove righe non lo correggo nemmeno e ti dò zero, Peste, santo cielo, impegnati, Straniero, non puoi continuare a ignorare l'esistenza degli articoli nella nostra lingua") ho colto alcune perle tra la seconda e la terza:

"Noooo prof non sposti Tom Cruise, lo lasci qui, ha i capelli morbidi"
(sorriso gattesco di Tom Cruise, con scritto in faccia: lo so, lo so, sono un oggetto di sesso per queste ragazze, che posso farci...)

"Prof, tajine di pollo c'è facile fare: cuscus facile, tajine più facile, tu prova"
(pensiero della prof: cazzo c'entra col tema sulla scuola ideale?)

"Ieri pomeriggio al recupero di italiano abbiamo fatto solo esercizi sui verbi per tre ore: è stato bellissimo"
(ah sì? beati voi, io alla fine avevo un mal di testa...)

"Prof, lo vuole il dvd di contenuti speciali di New Moon che è uscito con 'Cioè'?"
"Nnn. Nnn... Sì, sì ti prego, prestamelo!"

"Si è fatto male un ragazzo in palestra, uno dei suoi"
"Chi?"
"Gatti"
"Oddio! No, Gatti? Poverino"
"Tanto ha sette vite"
(Ah. Ah. Quanto manca alle vacanze di Natale?)


...e altre varie cazzate.
Oggi la Fata Bionda che non mi vedeva da due mesi mi ha chiesto: "come vanno i suoi ragazzi?" e io, che stavo uscendo dal suo studio soprappensiero, mi son sentita dire: "sono carini da morire". Poi ho pensato: forse sto lasciando fluire un po' troppo.

Ma sì. Si fluisce una volta sola.

Una piccola storia d'amore

Avevo paura. Mi spostavo in preda al panico. Mangiavo dove potevo, ma avevo sempre fame. Bevevo dalle pozzanghere, dormivo raggomitolata sotto gli alberi e i cespugli, con un occhio semiaperto, tremando.
Quando mi avevano lasciata sola ero piccola. Non avevo avuto un'infanzia tanto felice, non mi ricordavo quasi niente degli altri, madre e fratelli che certamente avevo, da qualche parte.

Una donna e altre persone cercavano di avvicinarmi, attirandomi con cibo e parole. Io scappavo. Mi tenevano d'occhio da quattro settimane, quando finalmente mi presero. Li avevo evitati il più possibile, ma sapevano in che zona mi muovevo e io avevo bisogno di mangiare. Se prima avevo avuto paura, dopo fu peggio.

C'era un rumore tremendo, una gran puzza di piscio, e del cemento bagnato al posto dell'erba. Mi facevano iniezioni e altre cose dolorose, ma mi davano da mangiare e da bere, e potevo ripararmi quando pioveva. Fuori dal riparo c'era un piccolo recinto che dividevo con un'altra, e le persone andavano e venivano; io speravo sempre che non venissero per me, e spesso era così, ma poi c'era anche chi mi afferrava mentre cercavo di farmi piccola piccola in un angolo, chi mi tastava, chi mi toccava anche se io non volevo.

Una domenica vennero due donne, una più vecchia con i capelli corti biondi e una voce molto dolce, una più giovane castana che parlava forte. La tizia che mi aveva catturata passò con loro due volte davanti alla gabbia, e la ragazza castana mi guardava, guardava la mia compagna che si agitava e correva e me che camminavo nervosamente avanti e indietro, cercando pace su quel cemento bagnato, pregando di poter scappare, ma sapendo che fuori sarei stata ugualmente male. Mi fissò e disse qualcosa alla mia carceriera. Quella aprì la gabbia e entrarono insieme. Scappai in fondo al rifugio, nel punto più lontano. La ragazza castana, quando le dissero che ero buona, che poteva toccarmi, non avvicinò nemmeno la mano, me la fece solo vedere. Non c'era cibo, ma nemmeno la siringa, nella sua mano. Parlava a voce molto bassa, ora, e disse che non voleva farmi paura, che non mi avrebbe toccato se io non volevo, ma io allora non conoscevo ancora le parole della sua lingua. La guardavo supplicandola di non usarmi altra violenza. Ero terrorizzata.

Tornò tre giorni dopo, venne subito davanti al mio recinto, parlò con tono deciso. Stavolta a prendermi fu l'altra carceriera, la buona nonna che ci coccolava tutti, mi portò nella rimessa e mi mise su un tavolo, e la ragazza castana mi tenne ferma perchè non saltassi giù, ma io ero troppo spaventata per muovermi. Parlarono, scrissero delle carte, frugarono nelle borse e nelle tasche, poi si salutarono. La ragazza castana mi prese con piglio inesperto, ma saldamente, e mi posò dentro un'auto. Un mese prima un'altra macchina mi aveva portato lì, e io sapevo che sarei stata portata in un altro posto ancora. Avevo paura. Lei guidò molto piano e si fermò due volte per cercare di confortarmi, ma io stavo con la testa sotto il tappetino e scavavo alla ricerca di una via di fuga.

Arrivammo. C'erano un uomo e un gatto. Non li vidi quasi. Mi fu dato un altro recinto all'aperto, con un riparo molto più piccolo, ma tutto pulito, senza compagni di cella, senza rumore e senza puzza. C'erano acqua e cibo. Mi rincantucciai in fondo al rifugio.

La settimana successiva uscii solo la notte di mia spontanea volontà, per mangiare, bere e sporcare su teli e giornali intorno al rifugio. Ma di giorno, la ragazza veniva da me e mi portava in una stanza grande, luminosa, dove io cercavo subito di ripararmi tra un mobile e il muro. Si preoccupava che avessi un asciugamano pulito su cui sedermi, mi parlava e mi toccava, ma senza farmi male e senza tenermi quando scappavo. Poi però mi legava e mi obbligava a uscire, prima in macchina e poi a piedi, per strade dove c'erano bambini, persone, animali, macchine. Impazzivo di paura, ma pensavo che finalmente ero fuori dal recinto. Lei mi tirava e mi parlava continuamente. I posti dove mi portava erano sempre verdi e abbastanza tranquilli. Il secondo e il terzo giorno mi portò in un bosco, c'era un grande prato dove io mi nascosi nell'erba alta, e quando lei mi tirò, io feci resistenza. Mi guardò ferita, alzò la voce, poi capì. Era stare nell'erba che mi era mancato tantissimo, per tutto quel mese che avevo passato in prigione. Mi lasciò sdraiata nel verde ancora un sacco di tempo, ma anche se glielo chiedevo con gli occhi, non tolse il legaccio che ci teneva unite.

Il giorno dopo mi portò da una donna che mi mise in una vasca e mi fece cose terribili con l'acqua, il sapone e una macchina rumorosa che sputava aria calda. Mi lasciò per un'ora da questa persona e io credetti che sarei rimasta lì. Invece la ragazza castana mi venne a prendere e mi riportò nel mio nuovo recinto, e io ero pulita e mi sentivo meglio. Mi diede un asciugamano nuovo per il riparo e portò via quello che aveva l'odore di sporcizia di prima.

Mi era successa una cosa: perdevo sangue. La ragazza ora, oltre a mettermi e togliermi i legacci, mi vestiva con una mutandina e mi puliva e cambiava diverse volte al giorno. Era ferma nel prendermi e nel rigirarmi, ma non mi faceva mai male e ogni volta che finiva una di queste strane operazioni mi faceva un sacco di discorsi, col tono contento. Di pomeriggio stavamo in salotto: lei sul divano e io nascosta dietro. A partire dal quarto giorno mi era presa una cosa strana: se lei stava zitta e non si muoveva, io dovevo alzarmi per controllare che fosse ancora lì. Perchè naturalmente non poteva durare, questa situazione, non potevo farmi illusioni. Avrei guardato e scoperto che non c'era più nessuno, che ero sola. Questo pensiero mi torturava. Mi alzavo per guardare se lei c'era ancora. Spuntavo da dietro il bracciolo e lei rideva, e mi parlava. Si capiva che questa cosa di giocare a nascondino, per me così angosciante, a lei piaceva.

Al mattino apriva la porta finestra e mi faceva entrare. Io attraversavo cucina e salotto ventre a terra, con il terrore che mi prendesse, e mi andavo a mettere in un angolo buio, da cui spiavo ogni sua mossa. Di solito c'era una mezz'oretta di silenzio in cui lei mangiava e si vestiva, poi mi legava e uscivamo. Una mattina, quando venne a cercarmi nell'angolino dove mi ero prontamente rintanata, sapevo già che mi avrebbe toccata per cambiarmi la mutandina, e all'improvviso l'idea che le sue mani mi prendessero mi fece sbattere piano piano la coda. Lei sorrise e sembrò ancora più felice di quando giocavamo a nascondino.

Poi ci fu un sabato mattina. Lei non andò via come gli altri giorni, e mi portò in macchina fino a una strada nel bosco. Camminammo un bel po', da sole. Si stava bene. Non passavano macchine. A un certo punto si accucciò e mi tolse il laccio. La guardai. Libera? Potevo andare? Ero libera?
Feci una corsetta in avanti. Lei mi parlava, contenta. Camminai zigzagando sulla strada, assaporando tutte le possibilità impreviste: correre per i prati con la pancia piena, il pelo pulito, nessun laccio e nessuna gabbia o siringa in vista.

Poi lei si abbassò di nuovo. Mi mostrò il guinzaglio e disse: "Vieni qua, dalla mamma." Io la guardai. Aveva paura, glielo vedevo negli occhi. Non sorrideva più. Capii che pensava quel che pensavo io quando lei era sul divano zitta, e io non potevo vederla o sentirla e credevo di essermi sognata tutto. E mi sentivo certa che non sarebbe rimasta lì per me per sempre, che sarei stata di nuovo sola, che non sarei stata di nessuno, come prima.
"Vieni, Daisy?" ripetè. E io scodinzolai e tornai da lei correndo.
Quella volta, oltre a fare la voce contenta e a sorridere, pianse anche un po'. Ma andava tutto bene. Io avevo capito che, per lei, piangere in quel momento era come per me era stato muovere la coda la prima volta: una cosa che non volevo fare, ma che era venuta da dentro, senza che potessi fermarla, ed era una cosa bella.

Sono passati tre anni. Io stanotte non mi sto ad alzare dalla cuccia per controllare se c'è, perchè la sento che scrive al computer proprio qua sopra. Lei ogni tanto mette giù una mano o un piede, ma solo per una coccola, anche lei non ha più bisogno di controllare se ci sono, perchè mi sente che russo.
A volte, ormai, quando ci guardiamo non sbatto nemmeno la coda, e lei non sorride. Tanto si sa comunque che siamo felici. Ci capiamo con un'occhiata.

lunedì 23 novembre 2009

in risposta a My, sorella in spirito


...naturalmente con molte congratulazioni alla sua piccola Irene per il suo arrivo e anche per il suo ingresso nella cristianità. E con una pacca sulla spalla alla mamma e ai suoi ragionevoli dubbi.

Io e le feste (religiose e pagane)

All'origine di me ci sono due persone che si sono sposate un pomeriggio feriale in sacrestia e il giorno dopo sono andate a lavorare.
Mio padre ha acconsentito a portare la fede quando hanno fatto il trentesimo anniversario.
Il che non impedisce ai miei genitori di amarsi da trentasette anni in modo spesso commovente e di fare un sacco di cose romantiche, ma talmente tutti i giorni che non se ne accorgono neanche, di farle.

Io ho avuto tutte le feste religiose e pagane, più e meno affollate, con tutti i crismi, senza esagerare, tipo comunione in un castello in quel di Bereguardo (Cognatina) o (orrore, orrore) ballo delle debuttanti (Cavallino, detta anche Sodapop, Compagna di Banco, Testimone... insomma la mia migliore amica), anche se mio padre credo se lo sognasse di notte. Io proprio non ero il tipo, anche se ammetto di aver pranzato più di una volta al tavolo del comandante in crociera, e di essere stata al ballo dell'Accademia Navale di Livorno (lì avreste dovuto vedere il vestito, Parigi val bene una messa, era favoloso).

Per il resto...

Compleanni: preferibilmente a casa o in qualche ristorante con gli amici del solito giro.

Capodanni: io ODIO, DETESTO, ABORRO E SPREGIO il Capodanno, è una festa brutta, cattiva, stupida, inutile, antipatica, pessima insomma, ma solo raramente sono riuscita a evitarla, ancora più raramente a divertirmi. Giammai è stata da me organizzata.

Natale: quando hanno smesso di esserci bambini piccoli e hanno cominciato a mancare persone portate via dalla morte, nonchè a esserci serie grane in famiglia per orride questioni di eredità o soldi in genere, Natale è diventato sul mio calendario un giorno che vorrei tanto passare in un bunker dal quale non fosse assolutamente possibile vedere nessuna lucina colorata intermittente, nè roba rossa, dorata o argentata. Secondo solo al Capodanno in termini di fastidio.

Festa dei diciotto: quattro persone, io e le mie tre migliori amiche di allora, al ristorante a cena.

Festa di laurea: solo un aperitivo dopo la discussione della tesi, saremo stati una dozzina, io e le migliori amiche, qualche compagna di studi, il fidanzato, i miei genitori (che non dovevano nemmeno venire ma poi alla fine si sono presentati).

Addio al nubilato: no. E menomale che nessuna delle amiche ha insistito.

Addio al celibato dell'Uomo: cena a base di pesce con un cinque sei amici, pare niente sbevazzata o nightclub, o se ci sono stati doveva essere un night che apriva prestissimo, perchè è tornato sobrio e a un'ora onesta.
Non so se ci siano state altre feste in momenti in cui ero distratta o assente per lavoro...

Matrimonio: ecco, lì eravamo tanti. Soprattutto alla cerimonia civile (quella in chiesa dobbiamo ancora farla perchè all'epoca io ero credente e lui agnostico e ci sembrava brutto fare una cosa in cui non credevamo entrambi; il che mi ha permesso di sposarmi con un tubino corto, che era il mio sogno, tiè). Al pranzo eravamo novanta, dopo la cerimonia invece devo aver baciato dalle 130 alle 160 persone, quello è stato l'unico momento della giornata in cui sono stata una sposa in preda al panico nuziale.

Viaggio di nozze: lui dice che dobbiamo ancora farlo, io ritengo che sia stato vivere un mese in una mansarda prestata da una collega a Cisterna d'Asti in mezzo al silenzio stupendo dei boschi astigiani, prima di sposarci. Ogni tanto, quando siamo stufi della solita vita, facciamo una vacanza senza badare ai costi, e se ci scappa di spendere troppo ci autogiustifichiamo col fatto che dobbiamo ancora fare il viaggio di nozze. Io trovo che sia una scusa fotonica per fare qualche weekend fichissimo, e presto saremo anche autorizzati a passare ai viaggi di anniversario.

Matrimonio in chiesa: l'Uomo ha fatto la cresima (in cattedrale a Genova con altri adulti sconosciuti, seguita da pranzetto con l'amico che gli ha fatto da padrino e la di lui fidanzata) e due inverni fa ci siam sparati il corso prematrimoniale dai Salesiani di Asti, che ha ottenuto due cose: 1) uscire definitivamente da una brutta crisi di coppia e 2) allontanare ulteriormente me dalla mia chiesa.

Teorie, ancora da verificare, sul battesimo.

Io sono credente (da sempre e tanto) anche se, per essere gentile con la mia chiesa, dirò che abbiamo un rapporto conflittuale da quando decido con la mia testa.

Naturalmente per loro vivo nel peccato, convivendo more uxorio con un uomo che è a me vincolato solo da una firma in Comune e con il quale avevo commercio carnale già da mooolto prima di tale bieco contratto statale, per di più non era neppure il primo, che troia, e i tre quarti della sua famiglia erano o sono tuttora degli sporchi bolscevichi, senz'altro più dei miei parenti.

Inoltre ho consapevolmente scelto, per più di metà della mia vita sessuale attiva finora svoltasi, di utilizzare degli abominevoli mezzi farmaceutici e meccanici per impedire il concepimento, e come se non bastasse insegno persino a dei teneri adolescenti a pensare con la propria testa e faccio educazione sessuale a dei dodicenni.

Insomma, se sale al potere il Pierferdinando, mi bruciano sul rogo. Dove cercherò di salire stringendo al petto una copia dell' "Origine delle specie" di Charles Darwin e cantando "Aqui se queda la clara, etc etc".

Battezzare i figli dopo un anno e mezzo o anche dopo tre dalla nascita, come usa oggi, non mi sembra bello. Non me ne frega un cazzo dei regali, della festa e delle zie lontane, figurarsi dei confetti e del corredino.

Nonostante tutto, credo che vorrò educare i miei figli nella chiesa cattolica (purtroppo non siamo nati in Tibet) e allora voglio che siano battezzati il più presto possibile. Tipo me, che magari potevano anche aspettare un attimo, dato che sono di gennaio e quel giorno avevo meno di tre settimane e pioveva acqua gelida col tipico vento genovese.
Mi va bene la cappella della maternità anche se, per non mischiare cose allegre con posti di dolore, forse aspetterò di essere tornata a casa e di aver spinto la carrozzina fino alla chiesa locale, che è moderna, brutta e in una piazza squallida, ma è una chiesa dove i preti fanno i preti e non i politici, e i volontari levano i bambini dalla strada di pomeriggio con mille iniziative, quindi è valida come centro di aggregazione e speranza, in un quartiere come questo.

Mi dispiacerebbe dare ai miei figli degli esempi contraddittori, perciò mi sono giurata che, come mia madre, che quando aveva me piccola non andava granchè d'accordo col Vaticano a sua volta, andrò a messa con regolarità come facevo prima. E visto che penso che potrei finire a scazzottarmi con un prete se mi storcesse il naso perchè io e l'Uomo non siamo sposati in chiesa, ultimamente avevo pensato che sarebbe carino fare una cosina multisacramentale, tipo sposarci noi battezzando lui/lei, cioè il primo dei figli che spero arriveranno. Tipo quando la Frenci, a diciotto anni, nel giro di due ore ha preso battesimo, cresima e prima comunione e io ho pianto tantissimo, perchè era una cosa di una bellezza e profondità spirituale davvero rare.

Sarebbe bello, anche perchè tutta la famiglia sarebbe catalizzata dal bambino e lascerebbe me e mio marito in santa pace a pensare a quel che stiamo facendo. E vuoi mettere le foto. Non dovrei nemmeno fare la dieta per entrare nel vestito, perchè sarei scusata dal parto e dall'allattamento, qualunque taglia portassi.

Per ora bambini in arrivo non ce ne sono. E io e l'Uomo siamo innamorati e felici, abbiamo passato anche noi le nostre, ma siamo sopravvissuti, forse anche grazie a Qualcosa di superiore al nostro cercare di farcela, per cui, se riesco a mettere a tacere la mentalità critica per qualche mese, magari ci sposiamo in chiesa nel frattempo.

...
...
...
Beh, non ci conterei, fossi in voi.

Mine forever

Arrivavo a scuola dopo giorni di malattia.
C'era gente, colleghi e vicepreside nell'atrio, mi aspettavano per dirmi cose, farmi firmare, farmi sapere...
Io però guardavo il corridoio della B e pensavo che dovevo andare. C'era una luce strana, molto bianca. La porta della II B, bianchissima, quasi splendente, era chiusa e io andavo in quella direzione dicendo: "Controllo solo un momento se son tornati tutti", intendendo dall'epidemia di suina che ci ha stesi a turno nelle ultime settimane.
Ma percorrendo il corridoio, mi ritrovavo davanti alla classe con la porta aperta, e dentro, in silenzio, immersi nell'atmosfera densa di un'ora di qualcosa (Matematica? Francese?) da fare alla lavagna, non c'erano Punta di Diamante, Terremoto, Bimba Stupenda, Tempo delle Mele, etc etc.
C'era la mia terza dell'anno scorso al gran completo, tutti, sentivo persino il loro odore di shampoo, in mezzo c'era Giovane Lupo col suo abituale sopracciglio nervoso aggrottatissimo, e nel vedermi lui, Bel Ragazzo, Enfant Terrible e altri facevano un sussulto e aprivano la bocca in un'espressione che non era già gioia ma ancora stupore, mentre io con un gesto e uno sguardo li fermavo perchè non volevo che interrompessero la lezione, e mi lasciavo travolgere dalla felicità pensando: SONO TORNATI, SONO TORNATI TUTTI!


sabato 21 novembre 2009

Una giornata piena

Mattina sveglia 7 e mezza che veniva Grande Clown a far colazione a Asti. Arriva ore 9. Colazione, un po' di bla bla.

Ore 11 rientro a casa, e mi scoppia una lite atomica di quelle che non facevamo da un po' con l'Uomo, seguita da pianto dirotto ormonale e esistenziale di minuti quarantacinque.

Alle 12 e mezza andiamo a fare io una specie di colazione e lui un pranzo al Ligure.
Incontriamo Troppo Bella Per Essere Felice, mia alunna del primo anno di lavoro, che mi abbraccia, mi fa quel suo delizioso sorriso da bimba di quando l'ho conosciuta e mi dice che ora fa Scienze della Comunicazione a Torino. Poi Elfetto Femminista che mi salta in braccio in piazza. Adoro girare in città all'ora di uscita delle superiori.

Una e mezza parto per Collegno, dove rivedo dopo DUE anni la Frenci e conosco sua figlia.
L'Ikea nuova di Collegno è spaventosa, troppo grande e un bel po' piena, di sabato pomeriggio, non riesco a comprare niente, ma sto benone. Vado via pensando che la Frenci mi fa bene all'anima e con la curiosa sensazione di avere una nuova amica, data dalla pazzesca capacità di socializzare della sua bimba di nove mesi che mi ha trattato come se mi conoscesse, anche lei, da vent'anni, come sua madre. Bello.

Torno e l'Uomo mi fa andare prima al supermarket, poi a prendere i film da vedere in queste sere di scarsa tv.

Incontro l'Inglesina, anche detta Tempo delle Mele (per come si veste) e Bahama Girl, che escono tutte felici dalla pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Arrivo a casa h 19,30 e crollo addormentata, dato che in questi giorni di febbre e malesseri mangio niente e che una giornata con tutta 'sta vita sociale non mi capitava da un po', ma soprattutto che questi pianti sospetti e questi giorni di grande riflessione fanno spurgare roba che mi polverizzava il carattere da qualche dozzina di mesi, e son cose che stancano.

Poi ceniamo. E ora ci vediamo "La bussola d'oro". Un buon sabato.

venerdì 20 novembre 2009

E se

La vita.
Life, ooh life, ooh life, tudududu...

Prima di leggere tenete presente che sto male e che mi deve venire il ciclo, così non vi sentirete obbligati a tentare di consolarmi. Quando passano febbre e picchi ormonali mi ripiglio da sola. Tranquilli.

Vado?
Vado.

La vita non è mai come te la eri immaginata.

Tua nonna fuma due pacchetti al giorno dai 18 ai 68 anni, e poi muore di vecchiaia passati i novanta.
Tua zia invece fa sport e si nutre in modo sano tutta la vita, e poi un cancro mostruoso se la mangia viva.

Il tuo ragazzo ti regala un anello di fidanzamento, che tu non volevi assolutamente, e poi se ne va con un'altra.
Tu sposi uno di quelli che nella serissima biblioteca di Filologia Greca e Latina leggevano la Gazzetta dello Sport, mentre tu passavi sdegnosa con le cartelle delle pubblicazioni sul teatro latino sotto il braccio e non li consideravi di striscio.

La tua amica che diceva di non volere legami per fare carriera si sposa a ventiquattro anni e fa due figli, poi cerca lavoro a dieci minuti da casa e medita se fare il terzo.

Ecco. Alle svolte impreviste e alle sorprese bisogna abituarsi. Perchè tanto mica si può scegliere. O non sempre.

Però io stamattina, appena aperti gli occhi, ho formulato un pensiero: cosa farò di me stessa se a quarant'anni sarò ancora senza figli?

Perchè cazzo, questa è un'eventualità che non ho veramente mai considerato. Ho considerato molte cose, alcune anche grosse e radicali, nella mia vita: la conversione al protestantesimo, al buddhismo, la castità (uh!), il divorzio (ahimè), alcune relazioni extraconiugali (eh), una o due relazioni bisessuali (naaah), la morte in orrendo incidente aereo/automobilistico/ferroviario/ambientale, la morte in stupido incidente domestico, la morte dei miei cari, il suicidio, prendere sedici gatti, una bici rossa e una casa in Toscana, mollare tutto e andare in Africa (questa, onestamente, solo qualche giorno, quando il fidanzato mi ha lasciata sola con quel minchia di anello al dito), pubblicare un libro, fare carriera universitaria, diventare vegetariana, eccetera.

Ma ci sono tre cose che non ho mai nemmeno immaginato: farmi suora, smettere di insegnare e restare senza figli.

Solo che sulle prime due posso avere un certo controllo decisionale. Ma la terza?

Il punto non è tanto cosa, come, perchè.
Il punto è CHI: perchè io in questa fase della mia vita non sono viva, sono in attesa. Sono lì che aspetto che qualcosa cambi e ora che ho sistemato un po' di cosine tipo il matrimonio, il lavoro e quelle (poche) distrazioni che mi impedivano di concentrarmi sui grandi obiettivi... beh ora ci vorrebbero gli obiettivi, appunto.
E quindi io non sto vivendo, sto aspettando di vivere. Sto lì a dirmi che persona sarò quando avrò dei bambini. Ma intanto che razza di persona sono?
E che persona sarei se bambini non ne arrivassero?

No, perchè lo so che ci sono le cure, l'adozione e l'affido. Ma l'Uomo sull'affido per ora ci ha ripensato, e l'adozione con tutti quei controlli degli psicologi... uhm, io a una con tremila casini come me un figlio non lo darei.
E se non ci fosse cura? Conosco gente a cui è successo.

Okay, è il ciclo che deve arrivare, è l'influenza. Ma farsi di queste domande, posto che non si scoppi a piangere sul tacchino alle erbe come ho fatto poco fa (e questi sono proprio gli ormoni), può non essere del tutto peregrino.

Io della quarantenne che idea ho?
Vediamo i modelli di quarantenne disponibili nella mia, spero carente, immaginazione.

1) Mamma incasinata di più di un figlio, stressata e felice al tempo stesso, è quello che per ora provo a escludere, per avere spazio di immaginarmi le altre.

2) Zitellona solitaria che scrive poesie, annaffia rare orchidee e dipinge ceramiche, e tigre del letto ad acqua, taglia 42 faticosamente riconquistata con diete ferree e ore di palestra, che balla latinoamericano e rimorchia nei locali, spero che l'Uomo provveda ad escluderle ambedue.

3) Moglie sexy (taglia 44) che ogni weekend organizza qualcosa di intimo/esotico/divertente/eccitante per il marito che si tiene come un eterno trentenne, sì, oddio, impegnandomi posso farcela, a parte l'esotico perchè ho il terrore degli aerei, ma è la vita che vorrei? O mi stuferei subito?

4) Moglie pantofolosa (taglia 48) che tiene la casa a specchio, cucina manicaretti e riceve parenti... nonono cazzo no, piuttosto riconsidero il farmi suora!

5) Moglie intellettuale che scrive e pubblica e nel contempo si coinvolge con il marito nell'élite culturale e politica locale... beh sì questa è fattibile, più o meno è quel che già stiamo facendo.

6) Moglie spirituale che medita sul tappetino di bambù e cucina macrobiotico, lasciandosi crescere i capelli fino ad avere una lunghissima treccia sale e pepe e girando con gli occhi pieni di saggezza, struccata ma con una pelle luminosa come un giglio garantita dagli esercizi di pranayama... diciamo che giro struccata e ho i capelli lunghi. Punto. Solitamente la pelle luminosa ce l'ho, a volte sono anche saggia, ma non esageriamo. E figurarsi se cucino, non solo macrobiotico, in generale.

7) Moglie adulterina con relazioni con uomini (rigorosamente) più giovani: ma fatemi il favore. Non nego che mi scappa qualche fantasia sui ventiduenni all'apice della potenza sessuale, ma adultera io? Non riesco a vedermici, i sensi di colpa mi ridurrebbero in polpette nel giro di tre ore.

8) Moglie frustrata con fobie, angosce, paranoie e caratterino di merda: ecco è precisamente quello in cui sto cercando di NON trasformarmi definitivamente, anche se in alcuni periodi mi ci avvicino pericolosamente. O proprio coincido, come ultimamente.

9) Colonna della parrocchia locale che organizza campi estivi, catechismi e corsi prematrimoniali: data la mia educazione e ciò in cui credo, potrei anche rischiare questa strada, ma un giorno la comunista femminista rivoluzionaria che è in me entrerebbe in sacrestia con un fucile a canne mozze e farebbe un numero tipo Columbine.

10) Zia a tempo pieno dei figli delle amiche e di Cognatina. Questa mi piace. Sono certa di poter essere una valida zia. Salvo crisi di pianto dirotto ogni sera, al rientrare nella mia casa senza figli, e conseguente tentativo di rapimento di due fratellini da un orfanotrofio polacco, senza aspettare i documenti.

Insomma. Ci devo pensare ancora un po'.

Suggerimenti su come viversi i quaranta?
A parte avere due stupendi e intelligentissimi bambini con gli occhi verdi e i ricci castani o biondi, una femmina e un maschio in quest'ordine, e più avanti prenderne altri in affido finchè la vecchiaia non ci obblighi a smettere, che era il programmino originario.

giovedì 19 novembre 2009

Oink oink

Va bene farli piangere quando la collega di matematica li scopre con le regole sui triangoli nascoste dentro il compito in classe di geometria, e io rivesto i panni della Perfida Coordinatrice Licantropa.
Va bene torturare Bambino di Pane e Minimuto per cercare di farli parlare.
Va bene bacchettare sulle dita (purtroppo solo psicologicamente) quelli che esagerano e gettare nello sconforto la famiglia di Terremoto cominciando a novembre a parlare di bocciatura.
Ma trattarli male perchè io mi sento male e non riesco a connettere, come ho fatto ieri alla sesta ora, quello no.

Stamattina l'armata napoleonica della campagna d'Egitto mi batte i tamburi nella tempia sinistra, ieri sera avevo i brividi e la febbre e alzandomi dal divano ho fatto una sbandata laterale di un metro, ottenendo che l'Uomo mettesse in pausa il film di Star Trek e non si fidasse nemmeno più a lasciarmi arrivare alla camera da sola.
Stamattina lui: "ma dove cazzo vuoi andare, mettiti a letto" e io in preda all'automatismo: "ma no no vado, devo anche sostituire per un'ora l'Inflessibile, magari gli metto su un film".
Poi però gli ho dato ragione, quando ho pensato alle risposte acide e ai discorsi vaghi che sono usciti dalla mia bocca ieri. Sono didatticamente inutile e psicologicamente dannosa per le mie quarantun creature se sto così.

Mi arrendo ufficialmente alla più banale delle mode dell'autunno 2009 e me ne sto a letto con la suina.

Oink oink.

martedì 17 novembre 2009

No pasaran

Fa piacere vedere che l'Inflessibile, stavolta, di fronte all'ennesimo mobbing sul lavoro non mi prega di star zitta ma, a sua volta, prova ad affidarsi al buon senso dei colleghi e sputtana la Cretina, invece di asciugarsi una lacrima sul viso magro da sola, o al massimo di permettersi un amaro sfogo in macchina con me.

Fa piacere vedere che i ragazzi restano delusi quando spiego che non posso fare delle ore gratis di latino per non fare quella che lei, ma nemmeno fare i miracoli con le ore che mi pagano nè far entrare latino nelle materie del mattino, con 9 unità orarie invece che le 11 precedenti (che già non bastavano) per tre (quattro: c'è anche educazione civica ogni tanto) materie.

Fa piacere vedere che tutti, bambini compresi, sappiamo benissimo di esserci presi l'H1N1 e andiamo a scuola lo stesso, salvo febbrone, e continuiamo a prendere le caramelle dallo stesso pacchetto e a baciare sulla guancia i festeggiati dei compleanni.

Fa piacere sentire che il cùgio un po' per volta si autodelimiti nelle sue ansie e capisca i perchè delle sue improvvise botte di ipocondria (intendo i perchè occasionali, non quello genetico di fondo che condividiamo).

Fa piacere accorgersi che dopo mesi di depressione nera (il mio primo blog si chiamava Cronache dal pozzo, non state a cercarlo perchè ho cancellato tutto) ora rido, sento la mancanza degli amici, telefono a persone che non chiamavo da mesi e queste persone sono ancora lì anche se non me le merito.

Fa piacere stare fuori, dato che non fa ancora freddo.

Fa piacere che oggi io abbia pensato "it's too late, tonight, to drive the past out into the light" e sentito che era vero. E messo, spero, un punto a una frase non conclusa da troppo tempo.

Fa piacere che in classe ci sia spazio per la serenità anche dopo una settimana merdosa come quella appena passata.

Fa piacere che Coniglietto con me incassi dei cinque senza scoppiare in lacrime ma chiedendomi se posso aiutarlo a fare più esercizio di italiano e che Lagnosetta invece oggi si sia fatta un paio di meritatissimi scoppi di pianto (doloroso, ma aiuta a crescere: dice l'Uomo, "non ce la faccio a vedere piangere le bambine", giustamente io, che sono insegnante come lui, ma ho un cromosoma X dove lui ne ha uno Y, invece sopporto le frignate femminili e vado in paranoia quando a un fiero quattordicenne trema la voce.

Fa piacere che sia tornato Punta di Diamante, più alto e magro dopo la febbre e coi capelli tirati in su da ultrafigo, anche se brontola quando facciamo la Divina Commedia. Perchè i collegamenti che fa lui non li fa nessuno.

Fa piacere che Bimba Stupenda oggi abbia preso un buon voto di storia, invece di stare lì a guardarmi con i suoi eccezionali occhi marroni tanto timidi e quel visino angelico.

Fa piacere che Smilzo Carino si stia sciogliendo e abbia l'aria meno spaventata quando lo faccio parlare.

Fa piacere che mi manchino da pazzi Tom Cruise e la Peste, che quando ci sono butterei fuori volentieri, ma ora, che sono a casa stesi dal virus, mi viene il magone a vedere i loro posti vuoti.

Fa piacere che lo Straniero mi abbia spiegato faticosamente tutto un rito che si fa tra due settimane, tutti insieme appassionatamente tra Marocchini, sgozzando un montone vivo, per celebrare uno che "doveva ammazzare suo figlio e poi Dio fa venire montone e lui ammazzato montone invece che figlio", e che mi sia resa conto che parlava di Abramo e Isacco e abbia potuto valutare la reazione degli altri al pensiero che in realtà nella Bibbia e nel Corano ci son scritte un sacco di cose uguali.

Fa piacere fare questo mestiere.

sabato 14 novembre 2009

Bahama Girl e la verità nuda e cruda

Piccola Dorrit: -Professoressa, dovrebbe venire un momento da noi.
Castagna: -Si è fatto male qualcuno?
Piccola Dorrit: -No, ma dovrebbe venire lo stesso.

Urlatrice: -Io mi chiedo dove siamo? All'asilo!!!!!
Castagna: -Che succede?
Piccola Dorrit: -Ho visto bahama Girl che sputava sulla giacca di Urlatrice, vede qui? E' bagnato... e allora sono andata prima a chiamare Urlatrice e poi sono venuta a chiamare lei.
Urlatrice: -Ma io mi domando!!!
Castagna: -Hai SPUTATO sulla giacca? Hai SPUTATO APPOSTA sulla giacca della tua compagna?
Bahama Girl: -...
Castagna: -Hai sputato? Sì o no?
Bahama Girl: -...
Castagna: -ALLORA?
Bahama Girl: -... ... TANTO L'HO MANCATA!!!!!!!!!
Castagna: -AAAAAAAAAAAAAHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Datemi una penna rossa! Dammi il diario! Non ci credoooo!!!!!
Prof di ginnastica (Celhoduro): -Perchè lo hai fatto?
Bahama Girl: -...
Castagna: -Perchè?
Bahama Girl: -...
Urlatrice: -Cosa ti ho fatto, no tu dimmelo? Cosa?
Bahama Girl: -... ... ... ... ... MI STAI ANTIPATICA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

giovedì 12 novembre 2009

Tristesses d'une prof

Le sei e mezza di mattina.
Il caffè era buono, caldo, la casa silenziosa.
Fuori dalla finestra, si sentì un rumore che le ricordò qualcosa, flashbacks di un lungo e faticoso inverno passato. Si affacciò. Un uomo, in piazza, grattava via il ghiaccio dal parabrezza dell'auto.
Oh, merda.

Le sette e cinquantasette.
- Posso parlarle, professoressa? - Era Donna in Gamba, la madre di Enfant Terrible e di Bimba Stupenda, quest'anno eletta rappresentante dei genitori insieme a Figa Straniera.
- Arrivo, poso i libri - ansimò, gli occhiali appannati dal repentino sbalzo di temperatura e le braccia piene di libri e quaderni in precario equilibrio. La madre dell'alunna essendo impegnata con la collega di matematica, si concesse una corsa fino a posare le sue cose in II B. Sulla porta, Terremoto, tutto eccitato: "Prooof! C'è una nuova!"
Dentro l'aula, una bimba bruna in mezzo agli altri. "Ciao, sei qui con noi? ma temporanea o definitiva?"
Sapeva già la risposta, non era un'alunna di un'altra classe tagliata fuori da un'uscita didattica e affibbiata per un giorno a una classe non sua, perchè a scuola non si era mai vista.
Tornò rapida nell'atrio e disse alla bidella: "Ma ho una bambina nuova?"
Risposta: "Eh? Professoressa, la prossima ora può fare una supplenza?"
Poi la madre di Bimba Stupenda:
"Quando possiamo venire a parlarle? Sa... visto l'andamento della classe. Non parliamo a nome di tutte le mamme, ma sia io che l'altra rappresentante vorremmo vederla."
Dovevano essere arrivate le lettere di avviso ai genitori dei sei bambini identificati come fannulloni o, comunque, indietro rispetto alla classe. Una dei quali era Pasticcino Svizzero, la figlia di Figa Straniera.
Mmmm. Grane in vista coi genitori. Un'alunna nuova piovuta dallo spazio su un asteroide, alle otto di mattina. E una supplenza nell'unica ora buca.
Merda. Okay, succede. Però merda.

Le otto e trentacinque. Ascoltava quel che la classe aveva capito della linea ad alta velocità in Val di Susa, il progetto ambiente partorito per caso due settimane prima. Entrò il collega di musica, vicepreside e uomo di grande carisma, detto il Gigante.
"C'è una bambina nuova" disse, e non era una domanda. La individuò, poi chiese: "Tu lo sapevi?"
Lei disse no, alzando un sopracciglio dal significato chiarissimo. Lui non mosse un muscolo ma si soffermò un attimo con gli occhi nei suoi. Lei pensò tre cose, che si erano capiti perfettamente, che in quel momento la preside (detta, non a caso, la Cretina) aveva un vaffanculo grosso come una casa sulla testa e non lo sapeva, e che lui aveva degli occhi bellissimi, cosa che pensava ogni volta che lo vedeva. Lui uscì.

Le undici e cinquanta. Cambiavano materia in terza C, superate indenni più di due ore tra grammatica e letteratura. Occhi d'Arabia si agitava nel banco, e chiamò: "Prof? Guardi."
Lei era distratta da qualcosa che stava facendo su un diario o sul registro, e non si voltò, ma sentì la Peste che diceva: "Non lo fare, ti dà una nota". Decise di non voltarsi subito per dare il tempo a Occhi d'Arabia di ripensarci. Lui continuò a chiamarla. Lei si girò. Il ragazzo stava mimando un gesto osceno, esageratamente accentuato da un complicato gioco di braccia dentro e fuori dalla felpa. Un braccio, sotto la stoffa, rappresentava un membro maschile di proporzioni grottesche.
"Portami il diario" disse.
Lui non perse lo smalto. Lei continuò a fare lezione, con il diario lì. Non rise più e non sorrideva neanche, lavorava a testa bassa, seria, circondata dalla preoccupazione di quelli un po' meno idioti di Occhi d'Arabia, che sapevano perfettamente che non finiva lì.

Le dodici.
Rientrarono Quello Stronzo di Sostegno e il ragazzino dislessico (detto Caciarone) dalla lezione fuori aula. Caciarone, che era tremendo ma le voleva bene dal primo momento in cui si erano conosciuti, percependo istantaneamente un'atmosfera strana, si preoccupò: "Prof, è arrabbiata?"
Lei, con un sorriso a metà tra il triste e il gelido: "Furibonda mi sembra più adatto."
Poi ebbe una pessima idea. Disse a Quello Stronzo di Sostegno: "Ti faccio vedere una cosa" e a Occhi d'Arabia: "Fai vedere al professore cos'hai fatto poco fa". Pensando che, se il ragazzino lo rifaceva, era proprio un idiota, se invece si rifiutava, avrebbero dovuto tenerla perchè non lo gonfiasse di sberle, e l'avrebbe portato di peso davanti alla preside.
Occhi d'Arabia, povero imbecille, lo rifece, sotto gli occhi esterrefatti della classe che aspettava l'uragano. E Quello Stronzo di Sostegno rise.
A quel punto lo scherzo osceno le sembrò il problema minore. Aspettò che Quello Stronzo di Sostegno fosse andato via dopo aver bonariamente rimproverato l'alunno, poi fece a Occhi d'Arabia un cazziatone di quelli veramente pericolosi, perchè non urlati ma quasi sussurrati, in tono pacato, con freddezza marmorea. Sentì la solidarietà della classe e questo le diede un minimo conforto. Comunque, Occhi d'Arabia fu messo a tacere e cambiò faccia solo quando lei scrisse sul diario la convocazione urgente del padre a scuola.

Le tredici e trentatre.
La Cretina era nell'atrio. Le si piantò davanti: "Abbiamo un'alunna nuova", disse.
La Cretina la guardò, con gli occhi vuoti.
"Un'alunna nuova?"
Lei sostenne lo sguardo e non sorrideva, finchè la Cretina non esclamò: "Ah... la bambina che viene da Pontestura... ma no, doveva essere in II A!"
"Beh, era in II B."
"Ah sì sì, è che non volevano il tempo prolungato, è vero."
Pensò che, se la Cretina aveva avuto il tempo di dimenticarselo, forse il trasferimento della bambina non era poi l'esito di un atterraggio alieno, nè di un recupero di profughi da un barcone sul Tanaro di quella mattina stessa, ma una cosa che la Cretina sapeva da qualche giorno. La disprezzò, ma non era una novità.

Le tredici e trentanove.
Fermò la macchina ai bordi della strada per cercare un cd di musica un po' veloce, per sfogare la tensione, dato che non aveva sigarette e Dio sa se ne avrebbe voluta una.
Mise un cd grazie al quale cominciò a distendere i muscoli, mentre guidava ripensando alla mattinata. Dopo le prime canzoni veloci, ne saltò un paio che non le piacevano e incappò in un lento malinconico.

E la campagna scintillante intorno sparì, eclissata da un'ondata di ricordi.
Le risate in coro con bambini spiritosi e d'animo buono come quelli dell'anno prima, con i quali il rapporto era idilliaco.
Le strigliate che dava a Giovane Lupo e Enfant Terrible, finendo per guardarli negli occhi, scoprire che aveva una gran voglia di abbracciarli, e capire che loro lo sapevano.
Lo humour sempre corretto, anche quando era tagliente, del Poeta Hacker di Carboneri e di Sir Edward dal sorriso storto.
L'immagine luminosa del Danno che le riempiva le mani di fiori raccolti per la strada dicendole: "ora però deve commuoversi, prof, deve piangere!".

E, guidando in mezzo al bosco, pianse, infatti.

Anatema

http://www.corriere.it/politica/09_novembre_11/gelmini-e-la-maternita-a-casa-neanche-un-giorno-marco-cremonesi_7e15a22c-ce8a-11de-9c90-00144f02aabc.shtml

Io, che sono una statale di merda, nonchè una che si batte per i diritti delle donne, dopo aver letto questo merdosissimo articolo ti scaglio una maledizione.

Possa tu avere nausea ogni singolo giorno a tutte le ore, vomitare fino a svenire, riempirti di chiazze sulla faccia e farti venire due caviglie da elefantessa e delle smagliature incancellabili, come segni di frustate. E possa il piccolo forzitaliota che metterai al mondo essere un insonne cronico, con due polmoni da Apocalisse e la diarrea liquida tutti i giorni all'ora dei tuoi pasti.

Inoltre spero che ti becchino di nuovo a passare col rosso con la macchina ministeriale, cosa che hai già fatto prendendo una multa salatissima che pagheremo noi contribuenti di merda, e che ti fermi un poliziotto manesco, in vena di molestie sessuali e abuso di potere, che non ti riconosca e ti faccia trovare un bello spavento.

Poi spero che tu ti becchi una babysitter come Mariela di Wonderland, ma insediata in casa tua da una cosca mafiosa a cui devi assolutamente fare il favore di tenerla, e che il babyparking del ministero sia invaso dalla muffa, come l'aula ex II C nella nostra scuola statale di merda. E dalle pulci del ratto norvegese, note portatrici di Yersinia pestis. Così vediamo se invece di portarti il bambino al lavoro, dove a tuo piacimento fai aprire e chiudere una nursery, come tutte le altre mamme statali di merda, non stai a casa tu, brutta stupidina insignificante, con quegli insulsi occhi da miope che non ti sei certo rovinata sui libri.

Già che ci sono, proporrei anche di sprofondare il "giornalista" (tra virgolette perchè il giornalismo serio è un po' diverso) nel girone dantesco dei leccaculo che, se non ricordate male le vostre lezioni di letteratura, sono completamente immersi negli escrementi.

mercoledì 11 novembre 2009

puah (post di ieri postato oggi)

Ecco. Sono giorni che una dovrebbe non farlo, questo mestiere. Sono giorni, quelli come oggi, che essere una prof è BRUTTO.

Prima l'epidemia è scoppiata in II B. Dieci su ventuno stecchiti dalla febbre nella stessa settimana. Poi è dilagata per i corridoi e ha colto, qua e là, alunni residui della II B, pezzi di III C, bambini di altre classi e prof. Tra cui me.
Tutto il weekend somministro vitamine, sciroppo, aspirina, Locabiotal e Benagol all'Uomo, e faccio avanti e indietro sotto la pioggia dal veterinario per far fare l'antibiotico a Matilda. Matilda dorme sul divano tutto sabato, stesa, dolorante. Domenica anche, ma a ben vedere man mano che le ore passano lei si alza, beve, mangia, abbozza un tentativo di giocare e anche un paio di dispetti dei suoi (il più tipico: trovare una foglia d'insalata, non importa se in un piatto usato, nell'insalatiera pronta da servire o nella spazzatura, e portarla in giro, lanciandola e riprendendola come se fosse un uccellino ferito, torturandola che neanche i Giapponesi in Indocina). Io invece resto sul divano, e verso sera mi schiarisco più volte la voce, poi ammetto che mi sento male. Da lì in poi la comunicazione con l'Uomo è del seguente tenore:
1 dove hai messo l'aspirina
2 dammi uno Zerinol
3 merda mi hai finito il Bisolvon

Naturalmente non mi viene la febbre alta. E ho già preso due giorni di ferie dall'inizio dell'anno. Quindi lunedì vado al lavoro tre ore, e oggi vado due ore presto al mattino e altre due al pomeriggio, pensando che ce la posso fare e che assolutamente non posso perdermi il primo giorno del corso pomeridiano di Latino della III C.

Ce l'ho fatta, sì. Erano obiettivamente poche ore. Ma se lavorassi in un ufficio dietro un computer, oggi avrei lavorato, con pause per caffè caldo, spray nasale, ristrutturazione faccia dopo la decima soffiata di naso, lavaggio mani e assunzione aspirina, standomene dietro il computer stesso e magari andando un po' più lenta. Ma senza infastidire nessuno.

Invece io lavoro con quello che, porca vacca, in queste situazioni si definisce materiale umano (puah! che schifo). E oggi ero il contrario dell'insegnante che vorrei avere. Mi sono sentita dire queste frasi:

1 Piantatela, ho mal di testa (era la frase tipica della mia maestra dell'asilo, una vecchia e odiosa carampana che aveva mal di testa TUTTI I GIORNI)
2 No, così non ce la faccio, leggiamo e basta per oggi
3 O tu o io. Se non la pianti di fare casino ti sbatto fuori, perchè oggi non ho la forza di tenerti zitto a urli, e mi chiedo se anche gli altri giorni non dovrei impiegare meglio le mie energie

Tutto questo in III C, dove Occhi d'Arabia, ristabilitosi dall'influenza, è tornato a crocifiggermi. Si è preso un'urlata nei primi dieci minuti di lunedì, ho smesso di mio solo perchè mi stava esplodendo la metà sinistra della scatola cranica. Lui non ha smesso. E stamattina ci riprovava.

Pomeriggio di oggi, ho fatto due ore di latino a Biondo Cavaliere, Passione Per lo Studio, Grande e Gentile, Smilzo Carino, Zietta e Piccola Mela. C'est à dire la crème della III C in fatto di buona educazione, solo Biondo Cavaliere al mattino rompe un po', gli altri sono tipo i figli perfetti da portare a una riunione di famiglia, quelli che dicono "permesso" "scusi" e "vado a tenere un po' di compagnia alla zia Aldegonda".

Ero noiooooooooooosa, ma noiooooooosa che mi davo fastidio da sola. Spiegavo, dicevo cosa fare, producevo lavagnate su lavagnate di roba da scrivere e infastidivo con domandine a turno. Ero così noiosa che quando Grande e Gentile, con il suo sguardo prudente, mi ha chiesto quando era la prossima lezione e ho risposto "martedì prossimo" mi aspettavo un "non so se vengo". Invece no. Alla fine della lezione ho realizzato che io mi sentivo a disagio, a parte la malattia, perchè c'era troppo silenzio. Che io ho interpretato subito come passività o disinteresse. Ho chiesto: "Vi siete stancati?", Risposta negativa. Mah, mistero, vedremo la prossima volta se ci sono tutti, se lavorano, se io sto meglio e invento qualcosa di carino e accattivante.

Mentre guidavo verso casa ho mentalmente paragonato questa prima lezione ad altre volte. E' il quarto anno che faccio latino: i primi sono stati i mitici della III B 2006/2007: il Mostro, Mani da Pianista e il Danno, che facevano il corso insieme a sei alunni dell'Inflessibile, rosicchiando ore di compresenza al mattino. Una volta mi hanno detto: "A lei piace Latino, vero? Quando ci fa lezione è sempre di buon umore." (Oh sì. Uno dei miei ricordi migliori, quel primo corso.)
Poi ci sono stati i Montigliozzi e poi la III B dell'anno scorso. Tutte lezioni fatte o di mattina, ritagliando cinquanta minuti rubati a un'altra materia, ammassati su tre banchi rotti in un'aula in disuso perchè ammuffita dopo allagamento (the joys of teaching in public school...) o addirittura in classe durante una mia materia, con interventi sparsi di alunni che nel frattempo avrebbero dovuto farsi un padellino di fatti loro su esercizi di storia o geografia.

Inoltre nei tre precedenti corsi di latino si schieravano elementi come: il primo anno, il Danno; il secondo anno, Sir Edward, Figliodì (poverino, non è un insulto: è che la mamma...), Spacco Tutto e altri (pensandoci, quell'anno come diavolo ho fatto a fare latino?); il terzo anno, Giovane Lupo (di cui ci è rimasta la frase storica, detta col suo scazzatissimo cipiglio da teppaglia di paese: " 'Sta roba ti prende") e Enfant Terrible ("pulcher: glorioso, luminoso, bello. Prof, ma sono io!" e da quel giorno fu detto e si firmò Pulcher ovunque).

Boh. Comunque stasera mi sento meglio. Speriamo sia passata. Domani ho tre ore in III C e se alla fine della prima vedo che sono così noiosa li mollo a quello di sostegno con una scusa e un pacco di esercizi. Altrimenti mi dò fastidio da sola.

lunedì 9 novembre 2009

5 motivi per essere felice

1. Sono quattro anni che non mi danno una seconda media, ma quest'anno ce l'ho e posso di nuovo deliziarmi a guardare la faccia che fanno quando dico frasi come: "Lucifero, enorme, piantato nel ghiaccio, con TRE facce e TRE bocche, MASTICA i tre peggiori peccatori della storia..." (giuro che su venti ce ne sono sempre un paio che rabbrividiscono in modo visibile)
2. Matilda è il gatto più amato della mia famiglia. E' amata da me che l'ho presa in negozio e ogni volta che rientro a casa me la strofino sulla faccia per dieci minuti (non è pericoloso, con lei, le unghie non le usa ed è l'unico gatto talmente di pezza che se fai finta di lasciarla cadere non irrigidisce i muscoli). E' amata dalla Daisy che l'ha vista prima di me (in realtà possiamo dire che è stata lei a comprarla, mettendo il naso nella gabbia e scodinzolandole). E' amata da Bontcho che quando la sgridiamo arriva di corsa e si mette in mezzo, miagolando una cosa tipo "io non vorrei essere costretto a dirtelo ma se la tocchi ancora finisce che mi incazzo". E' amata dall'Uomo che le perdona qualsiasi vaccata. Diciamo che per amare una tale delizia di gattino c'è la fila. Lei ha l'imbarazzo della scelta, ha più ammiratori di Catherine Deneuve. Comunque, quando è tornata a casa dopo l'operazione, una volta finita l'anestesia, mi è stata attaccata addosso venti ore. La mamma c'est toujours la mamma.
3. Piove e le foglie sono gialle, ma non fa ancora un freddo porco. Adoro questa stagione.
4. Da domani la Fata Romena entra a rendere questa casa un posto migliore, e meraviglia delle meraviglie accetterà anche di essere messa in regola molto presto. E paga l'Uomo. Che volere di più?
5. La prossima volta che vado in ufficio (domani) ci trovo lo specchio nel bagno e il quadro di Gallafrio che mio marito mi ha appena regalato e piazzato di fianco allo scaffale dei testi di Storia. La ragazza che guarda la pioggia. Oh gaudio.

PS
6. Non aver ceduto ai soliti ricatti... non lo conto in questi cinque punti perchè è il motivo per cui mi sto godendo tutte le altre cause di felicità. Non ha prezzo.

sabato 7 novembre 2009

FIRENZE, 1348

Che poi io odio le medicine. E gli aghi. E quella minima goccia di sangue che resta nel cotone che ti attaccano sulla vena dopo un prelievo mi fa già senso.

Figurarsi se mi vaccino contro una roba che non so se mi prenderò.

A casa nostra funzioniamo come è stato per tutti gli altri autunni. Olio di pesce, germe di grano, vitamine, spremuta d'arancia e Actimel. E io ogni volta che faccio il riso o la pasta spolverizzo tutto di peperoncino, che magari non mi difende da tutto ma ho la quasi assoluta certezza che sia l'antidoto supremo alle influenze di panza che i bambini prendono tre volte l'anno: "Prof mi sento male... devo vomitare..." (e PERCHE' non vai verso il bagno, invece che venire alla cattedra?????????????????). Magari sbaglio, ma ho quest'idea che se la parete gastrointestinale si disinfetta con della sana vitamina C forse me la cavo con un po' di nausea ogni tanto.

Un po' però mi sto agitando. Che sia l'influenza A, la B o la C, quella dei maiali o dei gatti o degli ornitorinchi, ho dei bambini a letto con 40 e mezzo di febbre. L'ultima volta che ho sfondato i trentanove non riuscivo a fare una frase coerente nè a tenere gli occhi aperti per più di mezzo minuto, e ho terrorizzato il fidanzato Ingegnere, che era arrivato a casa mia con l'idea tipica del weekend... e invece si è trovato a tenermi la mano che scottava e a rimettermi giù quando cercavo di levarmi le coperte. Quindi tutto ciò si svolgeva milleduecento anni fa circa. Quando potevo stare sveglia fino alle sei e poi studiare nove ore per un esame o preparare pranzi del primo dell'anno per dieci.
Oggi che una notte passata sul divano per tenere calda la gattina reduce da intervento mi fa svegliare con dolori tipo novantenne, la bocca felpata e mezzo cranio dolorante, e che al posto dell'Ingegnere c'è un marito che (uguale, in questo, alla Biosuocera) tende all'ansia di fronte ai problemi di salute e, quel che è peggio, alla somministrazione casuale di farmaci misti, posso io permettermi di delirare? Non credo.

Ora mi bevo un altro Actimel.

venerdì 6 novembre 2009

Ieri

No, ma io avevo un sacco di buoni propositi, lo giuro.

Solo che si è messo a fare freddo, e ho cominciato la serata con un gatto vicino, sul divano (la piccola) e finito al termine della seconda puntata di Dr. House (che tra l'altro era straziante) con un cane sulle ginocchia, un gatto sotto un braccio (la piccola) e uno a fianco (il grande).
Tutti e tre in preda ai brividi (noi ci lamentiamo del cambio di armadi, ma anche farsi spuntare la pelliccia invernale è un lavoro di settantadue ore minimo). Sembrava di stare su uno di quei letti americani che vibrano.

No, ma io volevo fare una riga di cose.

Solo che negli ultimi due giorni ho dormito 9 ore (su due notti). E sono tornata a casa, dove mi aspettavano in tre, offesi di essere stati abbandonati tre giorni, e l'unica (il cane) che era stata con me in quei tre giorni ha pensato fosse giusto ingelosirsi.

E altri 41 (assenti per febbrone esclusi) volevano sapere come ho potuto non presentarmi al lavoro in un giorno in cui dovevo controllare gli schemi di Storia che loro avevano fatto sotto minaccia di morte, piaghe d'Egitto e ritorsioni fino alla sesta generazione.

Oggi mi sono impigrita sui blog, ho scaricato dei giochi da Internet e ho visto il dietro le quinte di "New Moon" su Youtube. Proprio il contrario di quel che avevo detto di voler fare, ma cazzo, la Diavolessa aveva una riunione e Sanguedelmiosangue è a Genova. Camminare nei boschi con una cagnetta freddolosa e senza parlare con nessuno era troppo, oggi.

Però ho questo pensiero, che sono settimane che non faccio seriamente la spesa, dato che l'Uomo sta facendo per sè, secondo lo schema della dieta che il suo personal trainer (la cui pancia sembra una scalinata in marmo) gli ha dato in palestra.
E che devo comprare un pentolino da tisane, una pentola in più e un po' di bicchieri, che se viene qualcuno mi tocca ordinare per forza dal cinese, dato che non ho più la benchè minima stoviglia sensata.
E che quando ero una gradevole universitaria taglia quarantadue facevo delle torte. Delle torte buone. E che visto che il marito non può mangiare torte ma io devo riacquistare fiducia nella possibilità, che so remota, di ridiventare una cuoca ai limiti della sufficienza, domenica farò una torta e lunedì la porterò a scuola. LORO la trovano buona sicuramente. Così mi inietto un po' di autostima, poi dopata a dovere provo a fare un risotto.

giovedì 5 novembre 2009

mercoledì 4 novembre 2009

Back HOME

Bene, sono rientrata a lavorare dopo 4 giorni (non ero malata, ero impegnata, ma ero messa male lo stesso, tra famiglia e menate cosmiche) e cosa trovo:
- gli Italiani (spero non tutti) a dire l'ennesima banalità sul crocifisso nelle aule.
- la Gelmini col culo all'aria: http://www.agi.it/indiscreto/notizie/gossip-tcgom-lato-b-di-gelmini-schiaccia-quello-di-noemi ...e non commento (ho già dato sfogo su Facebook, d'impulso)
- la III C che SORRIDE vedendomi arrivare (non tutti e venti, c'era qualche assente e qualcuno si è fatto i fatti suoi, ovviamente, ma il clima era gradevole: "prof, è tornata!") e io che, già guidando verso la scuola, realizzo che non vedo l'ora di vederli, non solo i ventun piccini che mi sono amorevolmente allevata l'anno scorso (leggasi II B), ma anche i venti grandi. Solo che di piccini ne ho visti 13 perchè 8 erano a letto col febbrone. E ai grandi gliel'ho detto, che mi sono mancati.

E poi era l'ora di spiegare "A Zacinto" ma avevamo fatto due ore di grammatica e erano ostili alla parafrasi. Allora ho detto: "no, no, questa ve la spiego quando ne avete voglia, non ho intenzione di rovinarmela, me la sono tenuta per ultima perchè è quella che mi piace di più".
Ho interrogato di geografia e visto che quelli a posto facevano casino ho detto di usare quel tempo per scegliere quale sonetto studiare tra i tre più famosi di Foscolo.
"Studiare?"
"A memoria?"
"Adesso?"
"Qui?"
"Provateci, intanto scegliete quale fare, tra venti minuti ve lo chiedo."
"Tutto?"
"Tra venti minuti?"
"Sì-ì" (improvviso attacco di nostalgia per i tempi d'oro in cui i tredicenni NON si sognavano di contestare un professore)
Venti minuti dopo. Metà classe aveva scelto "A Zacinto" (ruffianoni...), per fortuna le tre più brave avevano scelto tre poesie diverse, così le abbiamo sentite recitare, più o meno bene, tutte.

Poi: "Ma prof?"
"Sì?"
"Perchè le piace A Zacinto?"
Li guardo.
...
...
...
Vado? Vado.

"Beh, mi piace il paragone con la storia di Ulisse, ricordate il suo rientro a casa, no? (segue divagazione con miniripasso). Mi piace che Foscolo riesce a dirlo in poche parole, quanto ha viaggiato Ulisse, e mi piace che dica baciò la sua petrosa Itaca, perchè l'isola non è uno spettacolo di posto tropicale con le palme, non ha le spiagge assurde, è un'isola rocciosa, povera, spazzata dal vento, ma è la sua. E' casa. E per me comunque la descrizione più bella è dove dice che Venere, nascendo dall'acqua, perchè vi ricordate vero che Afrodite nasce dalla schiuma del mare, già adulta, nuda e bellissima? ("Uau", commenta uno con la fantasia pronta), sorride e il suo sorriso fa fiorire tutta l'isola."

Pausa.
Loro zittini, vedo che qualcuno sta immaginandosi la scena.

AHAHAHAH FREGATI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

(Questo ad alta voce non l'ho detto, ma intanto l'ho spiegata o no la poesia? Eheheheh. Sono soddisfazioni)

martedì 3 novembre 2009

CAOS CALMO - Riflessioni di novembre

L’altro giorno ho come dire avuto una brutta giornata. Che stranamente ho risolto da sola, forse proprio perché ero sola. Che stranamente, con un paio di compromessi col marito su dove andare e a che ora, è finita bene. Che mi è di nuovo costata momenti di fatica e paura. Ma è finita, ripeto, bene.
A metà tra il momento brutto e quello buono ho fatto una passeggiata col cane, senza la Diavolessa che aveva una delle bimbe malata e, di suo, doveva essere a sua volta in giornata no.
E ho messo a fuoco alcuni punti. In ordine sparso.
- Sto troppo al pc.
- Il blog mi porta via un’eternità.
- I blog delle amiche (e quello di Sanguedelmiosangue) sono deliziosi e portano una pacca sulla spalla, una risata o una lacrimuccia contenta nei momenti più inattesi.
- Mangio troppi dolci, ora che l’Uomo è a dieta e mangia per i fatti suoi sono fin troppo libera nel nutrirmi e, nelle giornate no, veramente mi strazio di saccarosio.
- L’autunno io dovrei passarlo tutto fuori a camminare nei boschi. Dovrei andare a casa solo quando scende la notte.
- Sto troppo seduta e troppo in macchina.
- Mi si rizzano i capelli in testa ogni volta che suona il telefono. Spegnerlo?
- Il cane è ingrassato, lo dice la signora della toelettatura con disprezzo. In effetti quando i gatti dormono si annoia di brutto, a casa. Deve camminare di più con me nei boschi autunnali.
- L’altro giorno sono scesa dal letto e con la coda dell’occhio ho visto la mia coscia destra arrivare dieci secondi dopo. L’Uomo mi trova ancora attraente, ma è meglio se non esagero.
- Mio marito mi tratta come una regina (il colpo di prendermi quel quadro favoloso con la ragazza che guarda la pioggia mi ha spezzato le ginocchia e ha ridotto in gelatina il mio caratteraccio, almeno per un po’) e io ho riscoperto che il momento migliore della settimana è quando mi becco lì, come un’ebete senza senso del tempo, a guardarlo negli occhi, il che mi riporta a un bel po’ fa, quando ci siamo conosciuti e se appena appena eravamo nello stesso edificio sembravamo attratti da un grosso magnete, e poi a quando le ore di sonno erano abbondantemente superate da quelle stretti abbracciati a parlare. E vogliamo perdercelo?
- La possibilità di riprendere gli studi a Torino prevede un esame di storia della filosofia il primo anno. E io mi sto improvvisamente ritrovando a guardare con desiderio i sei volumetti dell’Abbagnano edizione economica, che mi sono comprata coi miei soldi quando ancora esisteva la Feltrinelli Universitaria in Piazza della Nunziata e io giravo con la borsa di trapunta azzurrina.
- Ma soprattutto, una mia exalunna, una veramente in gamba e che mi è mancata ogni giorno da quando ho cambiato scuola, mi ha scritto. Non una mail, ma una lettera di carta. Una vera lettera, da Parigi, per dirmi tante cose, talmente toccanti che ho letto a rate per non essere travolta. E qualcosa di gigantesco si è smosso in me, la sensazione che i rapporti umani vadano coltivati così, guardandosi negli occhi, scrivendosi nero su bianco con la calligrafia di sempre, mettendosi spalla contro spalla su una panchina o anche lavandosi i denti dopo pranzo nei bagni del personale con la mia amica Tipa, come ho fatto l’altro giorno pensando com’era naturale essere lì a parlare con la schiuma del dentifricio in bocca, con lei che ormai sento quasi solo per telefono ma con cui una volta mi lavavo e dormivo per settimane durante le vacanze. L’idea che tutta questa roba, il blog la chat Facebook la mail i messaggini, siano un’immane presa per il culo. E ho aperto un discorso in III C, facendo notare ai ragazzi che vedersi in chat o di persona non è lo stesso, che da quando c’è Facebook io litigo molto di più con le persone e soprattutto con quelli che conosco da anni, perché sono probabilmente frequenti i momenti i cui, d’istinto, scrivi qualcosa che non ha fronzoli e che, di persona, sarebbe accompagnato da un tono di voce, da uno sguardo o una smorfia che permetta di capire i contenuti e le implicazioni, mentre così scritto può essere letto come una prevaricazione, un giudizio tranciante o una sgarberia. E ci resti male soprattutto perché tu scrivevi con la stessa confidenza con cui avresti parlato, e dall’altra parte ti aspetti la stessa confidenza, ma leggere un messaggino di tre righe non è lo stesso che scambiare due parole.
Da tutto questo, oltre che da una questione di stato che ho fatto scoppiare stamattina (e infatti sono le nove, quasi, e io non sono né a lavorare né a fare quel che ci si aspettava da me), scaturisce il bisogno di un mese con meno telefono e meno computer. Non sparisco, ma cerco di rieducare un po’ la volontà e muovermi di più. Attenzione, non per mettermi a disposizione di chiunque, non per complicarmi ancora la vita tra ricatti e sensi di colpa, ma per riscoprire persone e cose che mi stanno aspettando con pazienza da mesi. E per respirare l’odore del bosco, pensando all’autunno, alle foglie che muoiono ma anche ai frutti che maturano. E ai semi ancora nascosti. Che prima o poi, vaffanculo, germoglieranno, come è germogliata alla fine ogni cosa che io ho realmente cercato e voluto e per cui mi sono sbattuta, alla faccia marcia di chi mi pensa sempre e solo come debole. e alla faccia mia che a volte mi rannicchio e mi dò per vinta. Ma solo a volte.