A volte mi alzo al mattino con la netta sensazione di stupore di chi è stato sbalzato via dalla sua vita e proiettato in quella di un altro.
Deve essere questo che succede a chi viene messo nel programma protezione testimoni. Via da tutto, una nuova biografia da imparare a memoria. Un ambiente diverso. Il passato dietro, per sempre. Il vuoto davanti. Libertà. Paura.
Guardo la mia vita e non mi sembra abbia nulla a che fare con la me di tre anni fa. Certo mi sono scelta io queste persone, questo lavoro, questa città, questi animali, questi amici. Ma.
La giornata comincia con un fortissimo rumore di fusa, ma non è più un magro piccolo mahatma grigio che viene in bagno con me, è una fochetta cicciottella prevalentemente color panna.
In cucina c'è ancora la tigrotta a righe rosse che miagola, ma nessun piccolo coyote puzzolente esce più stiracchiandosi e mugolando dall'angolo dietro la porta.
Niente guinzaglio da prendere. Come sempre faccio colazione da sola, spesso in chat con Agatha nel gelido nord(*1). O con il Grande Pagliaccio che a quell'ora sta uscendo per andare al capolinea del bus in una Genova sempre più umida e ventosa (*2).
Sveglio la Princi, la porto a scuola. Arrivo in sala prof e mi trucco seduta al mio posto d'angolo. Faccio lezione. Molti, troppi giorni ho da fare a scuola anche al pomeriggio, ma spesso invece di mangiare al baretto rientro, cucino, lascio tutto pronto alla truppa, poi corro via mentre la Princi e l'Uomo riconvergono verso casa. Scuolina Rosa risputa fuori quel che resta di me alle 17,10, o alle 19,00, o a volte anche dopo.
C'è la spesa, ci sono da lavare i capelli, ci sono tre o quattro mail o telefonate obbligatorie. C'è lo yoga. Tanto, e sempre più avanzato. C'è da decidere chi cena dove. La Princi spesso fuori col Tipello. Io e l'Uomo a casa, o al giap, o in pizzeria. O io sola sul divano.
Ci sono ore e ore di serie tv da vedere sul divano. A volte mano nella mano. A volte no. Ci sono le ore di buio. Io amo le ore di buio con lui.
La mia nuova famiglia conta la perdita di un padre (*3), un gatto, un cane, una sorella(*4), una strega (*5), un ex fidanzato di cui non mi sento più di fidarmi, quasi totalmente della Zia Buona che non parla praticamente più(*6), e l'aggiunta di una vice madre, di una Fraulein(*7), di un'amica nordica, un genero, una gattina, un gemello misterioso che a giugno tornerà nel limbo dei colleghi precari dopo avere per otto mesi affiancato il mio lavoro e il mio umore come un riflesso nell'acqua (*8), di Guru Cri (*9), delle Ananda Amiche, dei Maestri Guru del corso istruttori, del gruppo whatsappico e di cenette formato da colleghe o ex tali, Caramella - Pallida - Bottadicoca.
Poi le cose, e le persone, che non si mettono in discussione. Some things you just don't question. Madre. Cugino. Marito. Figlia. Amiche storiche intoccabili. Gatta. Gigante. Classi. Campanile di Paesino di Sogno. Psicofata. Stradina nel bosco. Silenzio.
Ma così tutto diverso e lontano, perché diversa e lontana sono io.
Per ritrovarmi devo andare a Via del Golf 13, a Misselthwaite Manor, o in cima a qualche collina del Monferrato. E quando arrivo, non mi ci trovo.
Perché metà di me non è con me. E un altro quarto è sparpagliato sulla statale.
Il quarto restante si alza e battaglia. Alla sera si raggomitola, fa il criceto, e dorme. Tornano gli altri tre quarti, allora. Nei sogni.(*10)
(*1) "Caffè."
(*2) "Non ti farei mai del male"
(*3) "È faticoso" - "Sì"
(*4) senza commento
(*5) anche su questa eviterei chiose
(*6) "Non è giusto"
(*7) "Stiamo ai primi danni"
(*8) "Ma come stai, tu?"
(*9) "Come va?" "Ah, io ho dormito"
(*10) "Stanotte russicchiavi." "Ma scusa, scuotimi, svegliami, io mi giro e smetto." "No." "Perché no?" "No, tu devi dormire."
giovedì 23 febbraio 2017
domenica 5 febbraio 2017
La biblioteca
Sognò di svegliarsi e uscire dalla camera buia senza aprire le imposte. Non riusciva a capire dalla luce esterna che ora fosse del giorno, ma sembrava tardi. Pomeriggio, forse. Le persiane della sala erano in parte rotte e lasciavano filtrare una luce dorata, calda, in cui danzava la polvere.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
Sognò che aveva i piedi nudi e camminava sul pavimento in legno antico e sui tappeti folti e morbidi. Si guardava i piedi. Non alzò gli occhi alle pareti, in parte occupate dagli alti scaffali.
Sognò che al suo fianco penzolava una borsa di stoffa a righe colorate, quella in cui aveva messo, appena sveglia, prima ancora di scendere dal letto, il libro che era sul suo comodino. Un piccolo libro color madreperla, con un'iscrizione dorata sul frontespizio. Non aveva bisogno di sfogliarlo, non ricordava tutto ma sapeva cosa c'era scritto. Sapeva soprattutto il colore in cui tutto era stampato nel piccolo libro dalla sfumatura delle perle rosa: le lettere erano in oro, grandi, tondeggianti, istoriate come un manoscritto medievale e piene di svolazzi come un mobile rococò.
Sognò un grande tavolo al centro della sala, ed altri mobili in legno scuro che poggiavano sui tappeti con un peso certo, inamovibile. Ogni scaffale conteneva decine e decine di volumi, nuovi, vecchi, impolverati, alcuni con le pagine macchiate e le orecchie, qualche copertina mangiata dai parassiti della carta. Sorrise ad alcuni libri, sfiorando le coste consumate.
Sognò di sollevarne uno che era caduto a terra e si era aperto. Era scritto in inchiostro marrone con un bel corsivo deciso, sicuro. Lo chiuse. Aveva una copertina dal confortante color crema. Ne accarezzò le pagine sul lato. Il libro sembrava respirare, era tiepido, grazie ad un raggio di sole che lo aveva illuminato mentre era sul tappeto. Lo ripose su una mensola.
Sognò di continuare a camminare. Aveva volutamente evitato, nel suo giro della stanza, il tavolinetto nell'angolo, dove un libro rilegato in rosso scuro pulsava, con un ronzio fastidioso e ammaliante. Il peso della borsa con dentro il piccolo libro color madreperla era confortante, mentre camminava le sbatteva contro il fianco. Quel libro era sempre con lei, dovunque andasse.
Sognò di volersene andare, di girarsi per tornare alla porta. Ma il libro rosso scuro ora era sul tavolo centrale, impossibile da ignorare: le pagine aperte, mosse da un vento sovrannaturale, mostravano scritte color sangue. Passando, con mano titubante, lo richiuse. Sentì la copertina risollevarsi nell'attimo in cui tolse il peso delle proprie dita. Non poteva chiuderlo, ma poteva fare un'altra cosa. Prese un respiro profondo e guardò le pareti.
Sognò di avere le vertigini, come sempre quando smetteva di guardare in basso. Le parole sulle pareti avevano così tanti colori, erano scritte ovunque, in grafie differenti, ed erano innumerevoli. Ogni muro o soffitto della casa ne era ricoperto. Non aveva bisogno di rileggere quelle parole, le aveva scritte lei una per una, le avevano scritte loro in tutti gli anni insieme. Molte erano ripetute come mantra, alcune erano buffe, facevano parte di un linguaggio segreto che solo loro due capivano. Le scritte sulle pareti venivano con lei ovunque. Le vedeva ferma al capolinea dell'autobus, comparivano sul muro della casa di fronte; era nella sala d'attesa del medico e comparivano sul pavimento; si guardava nello specchio e vedeva i suoi occhi verdi tra le righe negli occhielli delle lettere. Era il suo libro. Lei, loro due, erano quel libro. Non voleva svegliarsi.
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