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venerdì 23 settembre 2022

Michele

 Stanotte ho fatto un sogno talmente particolare che lo racconto.

Io e la Princi, e forse altri, andavamo a Paesino di Sogno. Giravamo la mia vecchia scuola, che lei ben ricorda, per esserci stata tanti pomeriggi a fare i compiti in aula computer, quando io avevo riunione e lei era ancora una randagina da non lasciare sola per strada. Tutti la trattavano come fosse di famiglia (e questo è uno dei motivi per cui andarsene da Scuolina Rosa è stato così difficile). 

Solo che la scuola era tutta incasinata, c'erano ragazzi africani in tuta da lavoro che smantellavano porte e infissi, e la giravamo per il gusto di girarla, consapevoli che le lezioni si stessero svolgendo altrove, a causa dei lavori. Infatti la scena successiva era in un'unica grandissima aula (la mensa? la palestra?) con alunni di più classi ammassati e una lunga cattedra con diversi professori che facevano lezione contemporaneamente. Scambiavo qualche parola con il Troll, dicendole con tono strafottente che io, in caso di bisogno, posso ancora chiedere al Vicepreside Faina... come se il quasi quarantenne scattante fosse già stato vice anche lì. Credo significhi che in lui ormai ripongo la stessa fiducia che riponevo nel Gigante, pur con i limiti di un evidente maschilismo innato che entrambi involontariamente hanno mostrato.

L'attenzione si spostava poi sugli interventi (provocatori ma intelligenti) di un alunno alto come una torre, evidentemente pluriripetente. E, dopo un attimo, ero nel pratone dietro la scuola che camminavo, spiegando a qualcuno che questo ragazzone era il figlio di un boss mafioso, messo lì sotto protezione, e che per fortuna era uno in gamba che accettava il confronto, altrimenti...

E in quel punto, Dio sa da dove nel mio povero cervello confuso, l'interlocutore nel mio sogno era diventato Michele C., compagno di scuola alle elementari e alle superiori, di cui ero stata perdutamente innamorata dal primo minuto in cui lo avevo visto all'asilo. Spiavo il suo arrivo al mattino con la mamma, quando accompagnavano la sorellina piccola e poi lui, serio come un ometto, si dirigeva alla scuola elementare contigua. La passione per Michele continuò durante quasi tutte le elementari. Io lo tormentavo con richieste di baci e bigliettini amorosi. Lui schivava, ma poi, quando scendevamo le scale in fila insieme, tra le pieghe dei nostri cappottini, senza farsi notare dagli altri, mi prendeva la mano. Insomma, già a otto anni ero la moglie segreta di qualcuno che non avrebbe ammesso pubblicamente di avere un legame con me. Che fantastica anticipazione del futuro.

Comunque, nel sogno io e Michele ci trovavamo  al limite del pratone, in un fosso erboso e asciutto, e ci acquattavamo lì,  semisdraiati contro la proda erbosa. Lui era come lo ricordavo alle superiori, cioè sbarbato, olivastro, con i capelli neri e fini, con i suoi zigomi bellissimi. Realizzavo all'improvviso, nel sogno, che ero di fianco a colui che aveva tenuto la mia mano nelle sue per mesi lungo le scale della scuola, e mentre lo pensavo tutti e due ci accomodavamo sul fianco in modo da guardarci negli occhi, sistemati come una coppia che parla a letto. E parlavamo, adesso non so più di cosa, con questo senso di intimità, capendoci benissimo. Arrivava qualcuno e ci tiravamo un po' su, ma dando solo relativamente peso al fatto di poter essere visti. Si stava così bene lì vicini. E, quando mi rendevo conto che lui aveva davvero raggiunto quel momento di serena fiducia in cui parli a ruota libera con qualcuno, senza fretta e senza filtri, facevo l'affondo: "Ma tu come stai?" 

Michele, sempre stato nella realtà compassatissimo nelle sue emozioni, mantenendo un aplomb notevole mi rispondeva: "Beh, lo sai che sto combattendo con quel cancro da tempo ormai" e io, che lo sapevo, rispondevo: "Certo, ma come vanno le cose?". Al che, lui: "Eh, vado avanti con le cure, ma a volte sembra che non servano proprio a niente". La voce si incrinava appena, ma gli occhi si smarrivano in un precipizio di paura e dolore. E io lo baciavo. Finivamo a baciarci delicatamente sulla bocca e sul viso, toccarci senza foga e stringerci appena, intanto io gli dicevo: "Mi dispiace, mi dispiace tanto che tu sia preoccupato" mentre tutti e due pensavamo quanto era ovvio e semplice, quanto era scontato, fin da piccoli, che stessimo insieme noi due. 

È suonata la sveglia. Ho aspettato che l'Uomo la spegnesse, poi mi sono resa faticosamente conto che non lo faceva perché era la mia. Mi sono alzata e vista nello specchio, avevo pianto nel sonno. 

Ho fatto colazione con l'Uomo, ieri sono stata in Liguria quindi oggi avevamo la focaccia e un dolce da dividerci, ridevamo, il caffè era caldo e buono. Una mattina normale, anzi, una mattina di quelle belle, nella Casa dei Sogni a Paesino da Cartolina. Adesso lui è uscito, e io resto con questo sogno, con l'idea che dentro a questo personaggio ci sono moltissime sfumature di altri, di me stessa, di ricordi, desideri, rimpianti. Eppure, per quanto sia folle, c'era proprio Michele, quello vero, al dettaglio microscopico. Michele che non vedo da più di vent'anni e nel frattempo ha perso i capelli, Michele che non è mai più stato il mio tipo dalle medie in avanti. Michele che mi baciava con la stessa pudica e silenziosa tenerezza con cui mi prendeva la mano per le scale all'uscita della scuola, quando nessuno ci faceva caso, però tutti i giorni.  


domenica 11 settembre 2022

In punto di vita

Un po' seccamente, a uno dei post precedenti Pellegrina commenta che ho piagnucolato in punto di morte per due anni poiché mio marito non era più lui. 

Libertà di espressione, ovviamente, specialmente da parte di una fedelissima lettrice, tuttavia mi sento come quando, in una sola frase di analisi logica, devo correggere così tanti errori che la riscrivo per intero a bordo pagina. 

Prima di tutto, gli anni non sono due. Sono SETTE. Sette E MEZZO, a voler vedere. Che questo possa portare a giudizi o anche solo a caute riflessioni su questo matrimonio,  su di me o su di lui, è ovvio, e pazienza. Adesso non è importante spiegare, e non sarà mai più necessario, credo, nella mia esistenza, giustificare alcunché. Troppo vecchia per voler essere capita o approvata. Va bene così. 

Seconda cosa, egli tuttora non è più lui. Non credo riavrò mai più la sensazione di ubriachezza felice, di vertigine appagata, che mi dava il  vedere la luce sprizzare dai due verdi diversi dei suoi occhi. Non perché io non ne berrei avidamente, ma perché quella luce non c'è più.  Adesso, a volte, c'è un colore, quando parliamo della Princi, o in certe mattine rilassate a Paesino da Cartolina. Ed è come il riflesso sul mare, in quei giorni in cui il sole è velato e le onde sembrano di metallo. Il verde acceso e l'oro, e il cristallo puro delle sue risate, sono stati portati via molto tempo fa. Ho fatto ridere di gusto alcuni uomini, in questi anni, e ho riconosciuto il timbro dell'abbandono gioioso che qui, a casa, non sento più. 

Ma nemmeno io sono più io. Scambio, avvenuto giusto una decina di giorni fa, in montagna, proprio tra me e l'Uomo: esordisco io con "Ho trovato il biondo platino, adesso quando torniamo me lo faccio". Lui, sgomento: "Ma no, ancora più chiaro di così? Ma no dai, poi non sembri più la stessa persona" e io seria "Uomo, io NON SONO la stessa persona." "Questo lo so, ma è troppo, ancora più biondo". 

A riprova del fatto che non sono la stessa di prima, al prossimo giro mi tingo di biondo platino, checché ne dica lui. E anche solo da questo si vede, che non sono la stessa. 

Ultima e più importante correzione.  Non ero in punto di morte. Sono, anche adesso, morta. Sono così convinta di essere trapassata nel 2015, che una volta sono andata a leggermi come funziona quella sindrome psichiatrica per cui uno crede di essere un cadavere. Ho però visto che i poveretti che ce l'hanno si astraggono dalla vita sociale (e quello può darsi) e lavorativa (e no, quello no, anzi) e a volte si lasciano morire da bun, come dicono qua in Piemonte,  perché smettono di mangiare (e non c'è proprio pericolo). 

Quindi io non sono una viva in punto di morte. Semmai, è proprio il contrario. Sono una morta che, qua e là, sente l'odore della vita e si ricorda com'era. Uno zombie che spia da dietro i vetri le famiglie sedute a tavola, non per mangiare loro i cervelli, solo per invidiare i loro gesti. A volte sono una trapassata a cui batte, forte forte, il cuore. A volte qualcosa, un abbraccio della Princi, una voce, una risata, uno sguardo, mi fanno sentire che ancora c'è qualcosa nel mio sangue che trasporta ossigeno. A volte la linea di confine tra la mia esistenza da fantasma e la vita vera è quasi cancellata, il sole riesce di nuovo a scaldarmi la pelle, i miei muscoli rispondono, rido, respiro. Amo. 

Non so quanti, di voi che leggete, possano capire quanto si apprezza la corrente impetuosa del fiume, quando si è sulla riva e ci si ricorda come si fa a nuotare. Si capisce infinitamente il valore delle cose, ci si arrabbia così poco rispetto a prima, si sorride con tenerezza a tutto. 

Vorrei tuffarmi? Oh sì. Ma non è il mio momento, non è il mio destino, adesso. Agito le catene al buio e macchio di sangue il tappeto ogni notte, finché l'equivalente di Virginia verrà a darmi pace, con la sua anima compassionevole. Chi cerca di usare lo smacchiatore Pinkerton, non ha capito niente. 

Ve la faccio breve

 Supplente annuale: "Buongiorno a tutti, ho preso 18 ore qui da voi!"

Noi: "E come mai? All'inferno non c'erano più cattedre?"