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mercoledì 28 dicembre 2016

Lost on you

Oggi il sole era caldo e dolce.

E c'erano neve e ghiaccio per terra.

Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.

La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.

Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.

Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh

Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.

E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.

"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."

"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."

"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."

"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."

Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?

Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.

Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.








giovedì 22 dicembre 2016

L'arte del riassunto

Fare il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da insegnare, tra l'altro.

Io a riassumere sono bravissima.

Per esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe. Contemporaneamente, per risparmiare tempo.

Per esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e, invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto / costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi, mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un orale d'esame. Sì.

Per esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci ritroviamo con:
  • una figlia che vuole un gattino,
  • io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
  • un marito che dice di non volere niente e nessuno,
  • io che però trovo la casa troppo vuota,
  • la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
  • lui che non può sostituire il suo gatto,
  • lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
  • io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
  • lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
  • la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:
    data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure...
    ...col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.

Ed essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo pelo adesso che dorme in casa.
Notare che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore, come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D. E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci. Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi. La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.

Altre cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida, somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco, era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare, le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce, come tutti gli altri qui.

Sempre a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane, più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola, uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi, tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà chiuso la porta.

Ultimo esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno del solstizio.

martedì 6 dicembre 2016

Acqua

"Ma lei è sempre a lavorare?" disse la bidella aprendo la porta.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.

La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.

Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.

Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.

La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.

Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.

Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer?  Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.

E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.

Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.

Ah e sapete cosa è grandioso, anche?

Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.


sabato 3 dicembre 2016

Lo schiocco della frusta

Dicembre non è eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola, e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.

La mia meravigliosa, agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.

Stamattina scollinavo da una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone, alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri sera con la Tipa.

E' un brutto guaio avere sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non servono più.

Alla fine ho chiamato solo mia madre, per parlare del referendum.

Ma intanto avevo pensato. Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto, vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”. L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te, dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro. Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.

Era avere l'anima di un angelo, guardarti così. Volerti così.

Mi sento così sporca ora. E così sola.


Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.

So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.