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lunedì 31 marzo 2014

Immensità


Li ho ascoltati, uno dopo l'altro.

E come il vento odo stormir tra queste piante...

Lentamente, con intonazione corretta, con un buon ritmo di pause e enjambements.

...interminati spazi...

Qualcuno riusciva anche a guardarmi negli occhi. Calmi, concentrati.

...ove per poco il cor non si spaura.

La voce della Bambola. La voce di Huck. La voce di Winnie.

...e le morte stagioni...

La voce di Occhioni Tristi. La voce di Momo.

...così tra questa immensità...

Avevo un groppo in gola. Ma sul serio tra poco se ne andranno, e con loro le ore e ore di fatica bruta che mi sono costati?

Ma sul serio adesso finiamo di gustarci i miei riassuntini snelli delle Operette morali, e poi ancora due mesi di letteratura e poi non posso più spiegar loro nient'altro?

L'altro giorno dal nulla, in un momento in cui si parlava di tutt'altro, Huck se ne esce con “A settembre qua cominciate prima delle superiori, e va bene, così la vengo a trovare.”
Ghghghgh. Che me lo dicesse qualcuno l'ultima settimana di scuola, va bene, ma tre mesi prima è record.
Del resto Huck e io ci facciamo simpatia a vicenda, senza interruzioni, dal primo giorno di prima media.
Atreiu ha fatto scene greche prima dell'inizio del giro su “L'infinito”. Che lui non la sa e non se la ricorda e che ansia e che qua e che là. Poi da un momento all'altro, quando toccava a lui, mi ha detto la poesia da 10.
“Ah ma stavi scherzando, allora, mi hai fatto la scena apposta...”
Sorriso volpino.
Poi dopo un po', tra la recitazione di un compagno e quella dell'altro, lo sento che esclama: “Però che strano il senso di colpa! Ho detto la poesia e sto benissimo. Prima c'avevo un mal di pancia...”
Dopo si informa: “Ma lei 10 e lode come lo conta?”
“11.”
“Ahh. E io quanto ho preso?”
“10.”
“Uffa.”
“Volevi l'11?"
“Sì.”
Ci siamo fatti un bel sorriso. Il mio diceva: “obiettivo raggiunto”. Il suo: “ce la faccio!”

Dylan, invece.
Lo chiamo per ripetere la poesia. Si alza e mi porta il diario.
“Non le faccio perdere tempo.”
“Non provi nemmeno?”
“No no.”
“Neanche a vedere se te ne ricordi un pezzetto?”
"No.”
Io prendo il diario e ci stampo sopra un 2, senza batter ciglio.

Più tardi, la Isinbayeva si incasina e si ferma dopo quattro o cinque versi. Le do 4.
Allora Dylan risorge:
“Ma bastava provare per prendere 4, anche se non la sai?”
“Certo. E' diverso che non provarci nemmeno.”
“Posso provare?"
“No. Te l'ho chiesto prima, mi hai detto di no.”
Non replica.

Finisco il giro e lui è l'unico in questa situazione.
Due 4, qualcuno che ha rimediato un 7 perchè s'è impappinato troppo, parecchi 9, parecchi 10, qualche lode.
Lui: 2.

“Senti, Dylan, facciamo un discorso adesso.”
Cala il silenzio delle grandi occasioni. Il bellissimo della III A non accenna nemmeno una battuta o un sorrisetto, aspetta con aria tesa le mie parole. I compagni tengono il fiato. Io sono calmissima e ho la voce più dolce e tranquilla che posso avere.
“Sei andato avanti finora sicurissimo che, ogni volta che facevi così, ti avremmo preso per mano: no L. guarda che non si fa così, prova di qua, smettila di là, insomma L. sei un ragazzo in gamba, studia, etc. etc. Abbiamo provato con le buone, con le cattive. Tu continui a cercare queste nostre parole, a provocarci per farci intervenire, e poi fai lo stesso di prima. Allora potrei provare a non dirti più niente: tu fai cosa vuoi, ti arrangi, ti do un voto quando ti devo dare un voto, e poi ci vediamo all'esame. Magari funziona.”

Vedo un reale senso di smarrimento nei suoi occhi. Non riesce a tirar su l'angolo della bocca per il solito sorrisetto amaro.
Se il discorso fosse durato ancora per tre o quattro frasi avrebbe pianto.
Mi sono fermata quando non era più in grado di alzare gli occhi dal banco.
E' sparito, non si è più mosso nè fatto sentire per un bel po'.

Dopo l'intervallo scrivo sulla lavagna tutte le fasi da cui è composto l'esame e poi chiedo di preparare un foglio con due colonne: punti deboli e punti di forza, rispetto all'esame appunto.
Li lascio a pensarci un po'. Intanto scrivo i voti della poesia sui diari.
Si materializza al mio fianco un Dylan tremante.
"E se a me viene così? Non mi viene nient'altro."
Il foglio contiene queste parole:

PUNTI DEBOLI
TUTTO

PUNTI DI FORZA
NIENTE

"Questa", gli dico sempre con voce tranquilla, "non è una valutazione sensata, Dylan. Vai a posto."

Spendo un po' di tempo a raccontare che, nella mia esperienza, lo studente perfetto esiste. Passa ogni cento anni come certe comete, ma c'è, io uno l'ho incontrato. L'anno dopo aver fatto le medie a Scuolina Rosa, era allo scientifico e aveva LA MEDIA DEL NOVE VIRGOLA OTTO. Vista coi miei occhi, sui quadri di fine anno.
Atreiu, con britannico sopracciglio inquisitore:
"Come 9,8? Di che materia?"
"Di tutte, Atreiu."
"Minchia!"
"E... sì. Credo che sia l'unico commento che si possa fare di fronte a una media del genere."
Poi continuo dicendo che invece quello che non esiste è lo studente che non impara. Quello che ha solo punti deboli. Quello che entra in prima e esce dalla terza senza essere migliorato in niente. Lo penso sul serio. A meno che non stiano a casa, se vengono a scuola noi qualcosa caviamo anche dal meno dotato.
Ma sono discorsi generali rivolti a tutta la classe. Con Dylan bisogna fare anche dell'altro.

Contavo di avere da lui una reazione di indifferenza, una battuta beffarda o un atteggiamento di sfida, quando gli ho comunicato che non gli dirò più niente.
Invece, mentre gli parlavo, nei suoi occhi ho visto il dolore di essere lasciato solo.
Pensavo comunque, anche solo per coerenza, di lasciarlo macerare qualche giorno nell'idea che effettivamente non avrei preso più in considerazione le sue richieste di attenzione.
Ma quando poi è venuto alla cattedra con PUNTI DEBOLI TUTTO, PUNTI DI FORZA NIENTE non stava facendo il pigro, lo stronzo, il paraculo. Era agitatissimo. 
Quindi non farò così, non posso mollarlo con le paranoie a marzo prima dell'esame.

Ma anche lui deve andare, prima o poi, là fuori. E io voglio che vada un po' più sereno.




mercoledì 26 marzo 2014

Di varie evoluzioni


I pranzi del martedì! Quanto mi sono mancati!

Prima la Dolcebionda ha portato i ragazzi a sciare, poi mi sono ammalata e ho saltato giorni e giorni, poi ho avuto un tristissimo martedì di lite furibonda al telefono con Princi, assistenti sociali, operatori vari della comunità, io, il parcheggio del bar e un toast moribondo che mi si raffreddava in mano.

Finalmente ci si ritrova nella consueta formazione del martedì: io, la Dolcebionda in tuta e capello lunghissimo a coda, Barbatello in grandissima forma da sport invernale con un filino di abbronzatura e sorriso smagliante (lo so. Lo so. Va bene tutto, avete ragione, ecc ecc, ma sono pur sempre una povera prof di lettere stressata, mi mandi a pranzo con il tirocinante venticinquenne, questo mi chiede l'amicizia su Facebook, almeno fatemelo guardare. Comunque, non gliel'ho ancora data. L'amicizia su Facebook.)

Solitamente il pranzo è:
- Castagna, piatto di verdure miste, dolcetto alle mele o macedonia, caffè macchiato.
- Dolcebionda, secondo con contorno o toast, macedonia, caffè.
- Barbatello, la cosa più proteica che c'è, rare concessioni alle verdure possibilmente crude, caffè macchiato.

La Dolcebionda stavolta si scofana un piattone di pasta al ragù seguito da enorme porzione di meringata fatta in casa, bianca, strabordante, porcosa, piena di panna, ricoperta da un etto di cacao in polvere, di quelle robe che resuscitano i morti.

“Che sono tutti codesti carboidrati? Si vede che tuo marito non è a casa, sei in carenza d'affetto?”
(essendosi il marito della bionda fratturato malamente sulle piste da sci, si trova ora in regime postoperatorio a casa di mammà, mentre la Dolcebionda si sbatte tra scuola casa bambino e piste da sci).

Che Castagna fa la spiritosa, si sa, ma poi nessuno tiene il conto delle carte di Kitkat, Lindor, Rocher, Bueno di qua, Tronky di là, che affollano il posacenere della sua macchina (tredici anni insieme e una figlia adolescente problematica = sesso pochino, insonnia molta, compensazione con zuccheri inferiore solo a quella con caffeina).

Persino il tirocinantello si mangia la sua porzione di meringata, stavolta, benedetto dal materno sguardo della Castagna che, vedendolo titubare al pensiero di cotanta bomba calorica, lo incoraggia: “E su! Alla tua età lo bruci col metabolismo, 'sto dolce, stai sereno”). Sforzandosi di non pensare a come lei soleva bruciare le calorie a venticinque anni, giustappunto. Eeeeee, beata gioventù.

Castagna peraltro si sente sempre molto bella e luminosa il martedì quando la Princi deve venire a casa, salvo svegliarsi la mattina dopo (anche se veramente “svegliarsi” è un concetto inapplicabile. “Scendere dal divano dove ha passato la notte a rigirarsi con la tachicardia” è più congruo) sentendosi novantaseienne, piena di reumatismi e con le guance dei bassethound.

Di recente ho fatto la carta d'identità nuova e ho chiamato la Tipa poco dopo, per continuare una conversazione iniziata mentre ero in fila all'anagrafe, esordendo con: “Mmmmm, bella, la mia nuova foto della carta d'identità. Sembro la nonna di me stessa, in fila per il metadone.”)

Comunque la conversazione langue perchè la Dolcebionda, che forse è davvero un po' di cattivo umore, si legge il giornale mentre Barbatello e io parlottiamo di questioni sindacali.

Poi io affronto un tema che mi sta a cuore in questi giorni (e che se la batte con “ommioddio come andrà la prima seduta psicoterapeutica di Atreiu?”, “come posso costringere Dylan McKay a essere meno strafottente?” e “caaaazzzo... quarantotto temi da correggere”, per citare solo le preoccupazioni lavorative).

“Senti, Dolcebionda...”
“Sì?”
“Volevo dirti... Grunge Girl...”
“...è lesbica. Sì. Quindi?”
“Sì, d'accordo...”
“Beh, è evidente.”
“Sì sì. E anche che è innamorata di Piccola Afrodite, se è per questo.”
“Sì, lo so.”
“No, è che hanno cominciato a fare dei discorsi, i compagni. L'ho presa larga, per ora. Ma poi in separata sede a lei ho detto che se le dovessero dare fastidio con frasi insistenti o antipatiche su come si pettina, si veste o si comporta me lo deve dire.”
“Eh, però, questa bambina non si cambia in spogliatoio con le altre.”
“Cosa?”
“Non si cambia con le altre.”
“Sì ho sentito, no voglio dire, cazzo, ma poverina, allora però come fa?”
“E boh, cincischia, va dopo, si spoglia il meno possibile, tanto è sempre in tuta e comunque molto coperta.”

Ci sono rimasta di merda.

No perchè se Grunge Girl avesse sedici, diciassette anni, uno la potrebbe prendere da parte, per dirle se possiamo trovare qualcosa per metterla a suo agio, compatibilmente con il fatto che gli spogliatoi sono due e che coi maschi non ce la manderemmo comunque. Ma undici anni, cazzo, sono pochissimi per mettersi a fare dei discorsi così. Cioè, se lei piange e si sfoga e ti dice che a lei piacciono le ragazze e non sa come fare, tu la calmi, le parli, poi parli con la famiglia. Ma se lei fa finta di niente, tu non puoi andare a metterle in testa definizioni e problemi che lei magari non si fa e soprattutto, soprattuttissimo, dove te lo prendi il coraggio per andare a dirlo di tua iniziativa alla famiglia.

Finisce che io stamattina mi apparto con il Gigante e gli sottopongo la questione. E a lui vengono gli occhi lucidi da paparone intenerito, ma appunto, messi così non possiamo farci niente. Rimaniamo che terremo d'occhio la cosa.

Sono così dispiaciuta, e non so neanche di cosa. Che non ci sia uno spogliatoio numero tre, o uno spogliatoio con le cabine singole? Che i maschietti di prima comincino ad agitarsi perchè Grunge Girl non è assimilabile alle altre bambine, ma è comunque diversa da loro? Che Grunge Girl passi la tortura dei commenti del cazzo sul suo taglio di capelli alla Balotelli, o sul suo abbigliamento? Che
un giorno possa dichiarare il suo amore a Piccola Afrodite e magari non riescano più a essere amiche?

Boh. E' una brava bambina, mi si è molto legata, mi regala continuamente disegni buffi o piccoli, strani oggetti che fa con pezzetti di gomma, mine di matite, graffette. Vorrei proteggerla. O che vivessimo davvero già in un mondo dove non avesse bisogno di nessuna precauzione per poter essere quel che è.

Poi a volte mi chiedo chi protegge noi da quello che sappiamo di loro. Dalla paura di Atreiu per il primo colloquio in neuropsichiatria, dai tic maniacali di Dylan, dalle lacrime di Seta Nera che al mattino non vuole venire a scuola, dai pidocchi di Bambino di Formaggio, dallo sguardo disincantato del Malinconelfo, dalla rabbia repressa di Tostissima.

Menomale che ci sono anche tutte le cose belle, che in questo momento, tra gli ingestibili di terza (autosoprannominatisi “lo zoo”) che stanno diventando grandi a vista d'occhio e i fiduciosi primini che bevono avidamente le novità, sono talmente tante da perdere il conto.

Comunque, che la Dolcebionda se ne vada a fine giugno, e venga sostituita dalla tembile Celhodoro, più ci penso e più mi rende triste. Così triste, che nemmeno il pensiero (stupendo) che forse se ne vada anche la preside e venga sostituita, volesse il cielo, da Preside Bhof, con cui sono in ottimi rapporti, riesce a sollevarmi.

Se ne va anche l'Inflessibile, forse. E la F., che va in pensione, E forse l'Uomo passa alle superiori. Insomma. E' un anno di grandi cambiamenti. Lasciatemi almeno il Gigante e le mie amiche bidelle, altrimenti me ne vado anche io.

Ieri sera, a casa nostra:
la Princi all'Uomo: - Perchè vuoi andare alle superiori?
Io: - Perchè è stufo di passare i sabati mattina con sua moglie.
la Princi: - E' vero! Se vai alle superiori, l'anno prossimo il sabato andrai a scuola!!!
L'Uomo: - Anche tu!!! gnegnegnegne!
Io: - E io me ne resto a letto!!! Tiè a te! E a te! Tòòò!!!

(Sì. Perchè ci crediamo tutti, come no, che se loro si alzano per uscire io mi giro di là e continuo a dormire. Certo.)

giovedì 20 marzo 2014

Ora non esageriamo con il transfert

Che poi ti accorgi che il tuo ultimo post era un po' peso, con la malattia straziante del padre il richiamo pauroso alla malattia di un figlio il piccolo spavento per l'alunna svenuta e il grosso groppo in gola del rimando alla pagina della Pellona. Tipo che la povera Susibita, dopo aver letto, si sentiva una cacca perchè si era tolta di torno per tre ore e mezza la piccola Nina dopo una varicella e aveva provato sollievo (è noto che io non ho figli piccoli, ma posso, ve lo giuro, figurarmi che anche Madre Teresa, dopo aver sperimentato tre settimane di reclusione di un infante con bollicine pruriginose, diventi leggermente desiderosa di trovare qualcuno che le dia il cambio e tornarsene di corsa dai suoi lebbrosi!)

Comunque, quando "lanciate" con un sospiro di sollievo il sangue del vostro sangue all'asilo o altrove, lo fate perchè vi potete fidare. E sapete di potevi fidare perchè esistono figure di riferimento che non sono la mamma, per fortuna.

A questo proposito, vorrei elencarvi alcune domande che ho ascoltato ieri dopo aver parlato con la terza dell'orale d'esame.

Dylan McKay: "Prof, ma sa quando ci diceva che quello che ha fatto niente tutto l'anno i prof lo torturano di domande e gli altri della commissione intanto stanno zitti e non lo aiutano?"
E io: "Dylan, come mai ti interessa questo argomento?"

Olivia: "Prof, ma se per esempio io ho un professore che mi odia... cioè, la Compagna Collega mi ha detto che vado male e all'esame mi farà domande difficilissime?"
E io: "Perchè, Olivia, la Compagna Collega te lo dice a marzo? se fosse veramente intenzionata a trattarti male non pensi che starebbe zitta e poi ti farebbe delle carognate all'esame? perchè ti avvisa due mesi prima?"
Dylan, con tono di ovvietà: "Volpe, te lo dice adesso per spaventarti, così ti dai da fare, no?"

Atreiu: "Prof... potrebbe farmi da mamma?"

Euh, beh, dai, adesso. 


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(Voi lo sapete, direi, che quando questi andranno via, tra tre mesi, io resterò giorni e giorni senza mangiare e bere, a ululare di disperazione e solitudine alla luna, come un cazzo di coyote impazzito. Mi si porteranno via l'anima, questi.)




martedì 18 marzo 2014

Umani

Vorrei che leggeste questo post della Pellona, di cui mi pregio di essere da tempo una assidua lettrice, perchè è una persona incredibile, fa una vita incredibile, e scrive in modo incredibile del suo incredibile mestiere.

Tenetevi un momento per leggerlo in cui non ci sia troppa gente in giro, perchè potrebbe farvi effetti abbastanza evidenti.

Poi pensate a tutte le persone che si sono occupate di voi e dei vostri cari quando avevate bisogno e, se non le avete ringraziate, vergognatevi. Io ho la coscienza pulitissima, in tal senso, perchè grazie è una parola che ho detto migliaia di volte nelle lunghe peregrinazioni tra un ospedale e l'altro, dal dicembre 2010 a due mesi fa. Forse siamo stati molto fortunati e abbiamo incontrato persone speciali, forse mio padre era un medico e mia madre lo è tuttora e i loro colleghi ci trattavano con più attenzione, di certo in un letto d'ospedale mio padre era un paziente beneducato e intelligente, ma, quando aveva bisogno o era male ossigenato e non capiva, era un rompicoglioni quanto chiunque altro, e noi eravamo tutti molto rispettosi e fiduciosi delle figure professionali, ma quando avevamo paura, o non avevamo capito le indicazioni, o eravamo in piena emergenza, eravamo dei parenti rompicoglioni quanto chiunque altro.

Io personalmente, nel corso di tanti mesi di sofferenze, sono stata beccata da perfetti estranei due o tre volte in flagrante attacco di panico o in botta di pianto irrefrenabile, e devo dire che ho visto trasformarsi la faccia del medico da quando mi ha guardato di striscio ("chi è questa? ah, è la figlia del letto 21") a quando ha capito che avevo bisogno di aiuto ("poverina è in crisi, le dedico un minuto e mezzo, ma glielo dedico bene") e poi sono andata avanti giorni a scusarmi e a ringraziare: a volte incontravo questi poveri eroi quotidiani nei corridoi dell'ospedale, ed io ero così sfinita e loro così impegnati, che non potevo fare altro che dire un buongiorno, ma anche se ero a pezzi e mi faceva male l'anima al pensiero di tener duro un altro secondo, mi sono sempre sforzata di mettere nel buongiorno un tono veramente caldo, un sorriso e uno sguardo pieno di riconoscenza. Ricordo un dottore che una sera in fine orario visite si è trascinato, visibilmente cotto, fino alla macchinetta del caffè e mia madre, anche se dispiaciuta di arpionarlo in un momento di pausa, gli ha chiesto delle cose perchè stavamo andando via e avevamo bisogno di informazioni, e io ho pensato se questo ci risponde di merda è colpa nostra, e lui poveretto, che chissà da quanto era in turno, invece, ci ha risposto a tono, non sbrigativamente, ma con una fatica di mettere insieme le parole che la vedevi proprio. Mi ricordo di aver pensato che se non lo avessi guardato negli occhi con una vera e profondissima gratitudine, qualunque frase per scusarci e ringraziarlo sarebbe stata inutile e banale.

Adesso comunque, a proposito di esseri umani, ve ne dico una.

L'altra mattina l'Araba Felice, la mia alunna marocchina di terza, chiede di uscire per andare in bagno. Dopo qualche tempo dalla seconda esce un ragazzino, e la vede lunga distesa sul pavimento nell'antibagno delle ragazze. Chiama aiuto, accorrono il Dolce Cowboy, che è il suo prof di sostegno, il Gigante e due bidelle.
Ciò avviene nel corridoio ovest, mentre io ho appena sbattuto fuori dalla porta il Bambino Più Grasso nel corridoio est, perchè rompeva. Il suddetto si riaffaccia in classe, però, per dirmi che c'è una ragazza che sta male. Io finisco quel che devo fare, poi faccio rientrare il Bambino Più Grasso, lascio la prima a finire gli esercizi con l'assistente di Iammeià, per andare a far partire la stampa di una prova scritta, e in pratica non rientro più, perchè nel corridoio mi viene detto che l'alunna che sta male è una delle mie. Vado a vedere e la trovo distesa sul tavolo in auditorium, coperta con maglie e giacche, che sta lì tutta bianca, immobile e con gli occhi voltati. Ci sono i colleghi e le bidelle e sta arrivando l'ambulanza.
I volontari della Croce Rossa sono due uomini maturi, paterni, molto gentili e mentre le prendono i parametri ci accorgiamo tutti che si sta riprendendo, anche se ci ha messo un po'. Risponde alle domande, non gira più gli occhi e la pressione, almeno da sdraiata, è normale anche se bassina.
Comunque, visto che i genitori non sono arrivati, i due volontari decidono che la caricheranno in ambulanza, il Gigante dice che andrà con lei e il Dolce Cowboy lo seguirà con la macchina per riportarlo indietro, una volta che avranno finito all'ospedale e saranno arrivati padre e madre della piccola (è più alta di me, okay, ma stava male e quindi era piccola, punto).

Mentre sono lì che la imbragano sulla barella, uno dei  volontari chiede al Dolce Cowboy come sta suo figlio. Il quale figlio, diciassettenne e con seri problemi di salute dalla nascita, mentre io mi picchiavo con la mia congiuntivite, ha avuto di punto in bianco, dopo anni di tranquillità, un ricoverone d'urgenza, di quelli che a un papà e a una mamma fanno cadere tutti i capelli e qualche dente dallo spavento. Ai punti che, anche se si è stabilizzato abbastanza in fretta, i medici consigliano di portarlo a Firenze dove era stato seguito fin da piccolissimo. Così pronti via, la mamma non può partire perchè stanno iniziando i percorsi abilitanti speciali (no comment...), parte papà. Quest'uomo dolce e discreto, così magro, così gentile, che una volta d'estate mi ha raccontato tutta la storia del suo bambino sulla porta di un'aula vuota e buia, io, che ero una delle poche a non saperne niente a Scuolina Rosa, appoggiata a uno stipite, e lui all'altro e il cuore in mano, un'ora, un'ora e mezza, non so più. Mi ricordo di aver pensato quanta intimità pazzesca s'era creata all'improvviso con quest'uomo che non si fa mai i fatti degli altri e non fa mai una parola di troppo, e dal nulla, in una mattina in cui l'agenda segnava "riordino plessi", stava lì a dirmi che lui avrebbe tanto voluto un altro figlio, che pensava che sarebbe stato bello comunque avere una famiglia numerosa, ma sua moglie aveva sempre vissuto malissimo i problemi del loro unico bambino e si dava la colpa di tutto, come se esistesse una colpa per queste cose, e non avrebbe mai rischiato una seconda volta.

Insomma, il volontario era proprio quello che aveva fatto il viaggio a Firenze con Dolce Cowboy e suo figlio. E così si informava. Ma non era dell'umanità del volontario che volevo raccontarvi. Era che le cose sono andate per le lunghe al pronto soccorso, perchè la mamma dell'Araba Felice non credo parli italiano, sicuramente non guida e forse non è autorizzata a girare sola, fatto sta che alle due il Gigante era ancora seduto vicino alla ragazzina in Pediatria, e in attesa dei genitori nessuno la visitava, anche se lei stava visibilmente meglio. Invece, all'ora dell'uscita da scuola del figlio, il Dolce Cowboy era andato a prenderlo e il Gigante si era messo d'accordo con la preside per essere recuperato in macchina. E allora, il giorno dopo, il Gigante, alle macchinette del caffè, diceva a me e alla Bestia Nera che, prima di andare via dall'ospedale, il Dolce Cowboy aveva dato alla ragazzina marocchina un bacino sulla fronte, e che lui era un po' contrario a queste effusioni con gli alunni ma l'aveva trovata una cosa molto tenera, lì per lì, anche perchè il Cowboy, poverino, era preoccupatissimo... insomma, ci ha raccontato questa scena e, siccome prima o poi ci siamo passati tutti, abbiamo capito che intendeva parlare di quel tipo di comportamenti istintivi, magari un po' esagerati ma tanto sinceri, che si hanno quando si vive un'esperienza di grandissimo impatto, e si tiene duro tutto il giorno, salvo poi perdere il senso delle convenienze, o dei soliti confini dettati dai ruoli, in un momento apparentemente di minor gravità. Quel che io chiamo "girare per la strada scuoiati vivi".


La Bestia Nera, sempre con quel suo tono molto pratico e poco trasporto affettivo, come se proclamasse chissà quale marzialissimo ordine, ha detto che agli ultimi consigli di classe il Dolce Cowboy si era addormentato in piena riunione: "Ma per forza, perchè non dormono, nè lui nè la moglie, di notte stanno svegli a guardare il ragazzo, hanno paura che non respiri bene. Ma hai visto quanti chili ha perso, che già era magro magro?"



E mi sono vista nella mente quel bacino sulla fronte della ragazzina e ho pensato che a casa sicuramente è lui quello che fa il pratico, lo sbrigativo e il disinvolto, per non spaventare suo figlio, per tenere su sua moglie. Poi stasera ho letto della Pellona che bacia il bimbo malato prima dell'intervento, e ho pensato alle carezze che lui, il Gigante e io stessa abbiamo prodigato alla ragazzina mentre cercavamo di farla riprendere, e no, mi sono detta, la Pellona ha ragione, ma la maggior parte delle volte non serve nemmeno che qualcuno ringrazi: la maggior parte delle volte essere umani sul lavoro, concederci il lusso di una parola gentile, di un gesto affettuoso, è quello che ci permette di resistere a tutto, anche sugli altri fronti.

giovedì 13 marzo 2014

Sorprese





Tornata al lavoro:

- scopro di aver passato la congiuntivite al Malinconelfo. Ci resto di merda.
- Dylan ha un'altra nota sul registro.
- Topoloso ha una scena muta per assenza di compiti di grammatica.
- Bambino di Formaggio puzza da star male e ha picchiato tre compagni nello spogliatoio di ginnastica.
- Tutta la terza è stata sgridata da Bestia Nera, Gigante e Compagna Collega, per aver trattato la mia supplente come una merda, aver detto pubblicamente che le supplenti non possono interrogare e aver cercato di bossarsela quando lei dava dei compiti a casa.

Sono entrata in classe che sembravo una forza oscura evocata dagli abissi. Dopo trentacinque minuti avevo confermato i voti della supplente e le sue note, fatto recuperare un dettato, ritirato con un ringhio sommesso le ricerche di Geografia per l'esame e fissato due prove di recupero.

Ma:

“Ha visto, prof, che negli appunti della supplente e sul registro io non sono segnato neanche una volta?”

Questo regalo di Atreiu mi aspettava, infiocchettato e con il mio nome scritto sopra, insieme al suo insicuro faccino triangolare pieno di lentiggini.

mercoledì 5 marzo 2014

Cose di cui andar fieri

Sono cintura nera di estrazioni dentarie. Ho tolto quattro denti del giudizio, e altri tre, dai sedici anni a oggi. Non so quanti sono quelli devitalizzati. I miei denti, in proporzione, hanno avuto tanti guai quanti la minoranza curda in Iraq.

Questo fa di me una che in casa ha Arnica 30 CH, ghiaccio, clorexidina, ibuprofene, l'antibiotico giusto e il cd con le tecniche di visualizzazione antidolore già prima dell'intervento. Nonchè, abbiamo sperimentato stavolta, una che si cura un ascesso gengivale per quattro giorni da sola e, quando arriva dal dentista, è talmente ben pulita che non deve nemmeno prendere l'antibiotico.

"Ha preso qualche medicina, a parte l'antidolorifico?"
"Non ho preso niente."
"Ma ha preso l'antidolorifico, no?"
"No."
"No?"
"No, ho fatto senza."
La gente non ha idea di come funzionino le tecniche di training autogeno, le visualizzazioni e la respirazione yogica, finchè non prova. Stavolta ne ho provato una favolosa: gli omini vestiti di bianco che puliscono l'ascesso con cura, e arredano il dente come fosse un confortevole soggiorno, tutto bianco. Sì, lo so che si chiamano leucociti. Ma vi giuro erano molto belli visualizzati come piccoli operai volenterosi.

Detto questo, oggi l'estrazione è stata talmente tranquilla che ho solo:
- gridato (non emesso lamenti, quello qualche volta mi era successo, proprio gridato, prima volta in vita mia) dal male
- preso a calci la poltroncina (mai fatto prima)
- scostato brutalmente dalla mia faccia (sospetto anche sputazzandole addosso, in uno sbuffo di nervoso) l'adorabile assistente alla poltrona con cui vado tanto d'accordo, perchè dovevo buttar fuori l'aria tutta in una volta e avevo due o tre strumenti in bocca (anche questo è, e spero resti, un unicum).

Lei, affettuosa:
"Magari è più l'agitazione che altro"
E io, secca:
"No no. Fa male"

Mi sono scusata per mezz'ora, appena ho potuto, con il mio affascinante odontoiatra e con la ragazza, ma ormai avevo dato spettacolo, e tutto il coraggio dimostrato a casa non era servito a alzare il mio punteggio.

Non gliela racconto quella degli omini bianchi, mi sa. Ma voi tenetela presente, che magari nel privato di una notte di dolore vi può essere utile.

(Sì, se ve lo state domandando sì: ero comunque a casa in mutua per una complicazione della congiuntivite. Praticamente vengo da una settimana al buio e alcuni giorni di mal di testa da visione distorta. Il mal di denti, che ovviamente è venuto tra venerdì e sabato, in questo quadro gioioso è stato come la caramellina che ti lasciano sul cuscino le cameriere degli hotel.)










martedì 4 marzo 2014

E tipo...

... non potremmo avere lui come Ministro della Pubblica Istruzione?