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lunedì 20 aprile 2020

I papaveri

La mia psicologa mi ha detto di immaginarmi in una determinata scena, che io le ho descritto nei dettagli.  Mi ha detto di associare alla sensazione che provavo un colore: ho risposto il rosso. Io indosso spesso il rosso quando voglio dimostrarmi sicura di me.
Poi mi ha chiesto di associare il rosso a un'altra immagine e io ho pensato ai papaveri. Ma, invece di intristirmi, ho capito che stavo pensando al punto da cui dovevo ripartire.

Quella primavera in cui faceva così caldo che ad aprile sono fioriti i papaveri. I papaveri che erano dappertutto quando è morta la Compagna Collega.
I papaveri di quando un'astronave aliena mi ha portato via, restituendomi qualche settimana dopo in uno stato pietoso. I papaveri di quando la mia vita si è rotta.

Devo ripartire da lì.

Oggi ho fatto domanda di trasferimento.

giovedì 16 aprile 2020

Dietro il sipario

Emergenza virus, giorno 51.

Oggi mettevo i voti di poesia a memoria.  La settimana scorsa ho interrogato in videochiamata sui sonetti di Foscolo i miei di terza. Sì lo so, sono indietro, tranquilli che ho già spiegato sia Manzoni che Leopardi. Un terzo della classe l'avevo interrogato quando ancora eravamo persone libere. Dovevo finire il giro. Ho sperato che non barassero. Credo che non lo abbiano fatto. Io sono stata attenta a tutto. Non ho dato il voto a Offendino ("prof gliela posso dire la prossima volta?") né a Fulminato ("Se non ti vedo in faccia non posso  considerarla interrogazione, dimmela per esercitarti"). Non ho pianto sentendo la vocetta delicata della mia preferita, la ragazzina del Marocco, non ho pianto con i vocioni di Strepitoso e del Cardinale, non ho pianto davanti agli occhi scuri dell'Irresistibile. Ma gli endecasillabi di "A Zacinto" sono tosti da reggere, le loro espressioni concentrate e i loro sguardi persi nello sforzo di pensare sono così intensi, che mi sembrava di sentire anche il loro profumo.

Mentre mettevo il voto all'Irresistibile mi chiedevo se sua madre fosse nella stanza, quando lui mi ha ripetuto la poesia. Poi mi sono immaginata la scena. Non era nella stanza, lo so. Era in quella a fianco.  Con la porta aperta.  Con le mani impegnate in qualche lavoro silenzioso, come pulire verdura o spolverare, per ascoltare in segreto la voce del suo bambino ormai alto e grande, che solennemente percorreva la metrica foscoliana.

Qualche mamma mi ha scritto che ascolta volentieri i miei audio, in fondo io parlo di cose belle e accessibili a tutti, ma più che altro penso a quanto sia particolare e interessante, per un adulto che fa un altro mestiere, poter sbirciare nella nostra quotidianità di classe,  nel vissuto di ogni giorno dei loro figli. Sentire il tono con cui rispondono, capire la modalità con cui li mettiamo alla prova. Io li convoco, 6 alla volta, per verificare se stanno studiando, e ragioniamo ad alta voce, i compagni intervengono, io chiedo a uno, e nella chat a fianco qualcun altro scrive iooooooo proooof ioooo la soooo. Io rido felice. Adesso, presi in gruppetto così, col lavoro ben avviato, me li godo. Imparo nuove cose sul nostro modo di lavorare, di incidere solchi nuovi nei loro cervellini. 

Scopro che il gatto della BastianaBaldassarra è sempre lì con lei mentre si connette, vengo interrotta durante un'interrogazione sulle date da un nipotino del Cinghiale ("cosa è successo a Wittenberg nel 1517?" "Baaa ba ba bbaaabbaba." "Eh?"), guardo Codino preparare la pasta con le zucchine mentre ascolta i suoi compagni interrogati sulle dorsali oceaniche ("Ma ci metti la maggiorana?" "Nooo. Il finocchietto essiccato." "Ah, scusa...")

Una mamma passa dietro con la tazza del caffè in mano e mi fa ciao.
Nell'altra stanza, l'Uomo pronuncia cognomi in lingue misteriose e vocine di primini leggono per lui i brani dell'antologia. Mia figlia entra in punta di piedi e si fa il caffè senza sbattere le stoviglie, poi si mette tutta storta per non entrare nell'inquadratura della fotocamera e li spia. "Carini", mi dice dopo. E io mi sciolgo: "Sono meravigliosi, poi c'erano tutti e hanno anche studiato, sai?"

Non sanno che sono probabilmente i miei ultimi alunni a Scuolina Rosa. Né credo arrivino a percepire quanto mi manchino. Ma l'ennesima sfida mi sta facendo sentire di nuovo giovane e piena di voglia di cambiare,  di crescere. Poi ci sono i giorni in cui odio il tavolo di cucina che è diventato  la mia cattedra, odio i mille cavi (caricabatterie,  modem, altro caricabatterie, prolunga, auricolari) che mi intrappolano sul divano come un insetto catturato da un ragno, odio il silenzio e vorrei un intervallo fragoroso, odio l'assenza di orari: ieri, tolte 2 ore per spesa, giro della salute intorno all'isolato e preparazione pasti, ho lavorato dalle 7 e mezza del mattino alle 23.
E, soprattutto, mi sembrano anni che la scuola è questo, e non quel che era prima, che doveva essere.

Eppure, come sempre, è più quel che il mio lavoro mi dà che quello che mi toglie.
Posso farcela, posso fare qualsiasi cosa, se sopravvivo a questo disastro mondiale continuando a insegnare senza perdermi d'animo.