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lunedì 25 novembre 2019

Tra distruzione e meraviglia

L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.

La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.

Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.

L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.

Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.

Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure  di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.

Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando  il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa,  di tante spese?

E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?

E la Princi, va davvero via?

E noi?

E...

...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?

Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.

Mi chiedevo dove prendere le forze,  però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo  realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.

Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì. 

Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare. 

    








lunedì 4 novembre 2019

Cose belle, meno belle, bellissime - 2





La mia famiglia e altri animali 





Ho da poco scoperto, grazie ad uno spezzone di filmato proiettato ad una mostra qui da noi, che faccia avesse uno dei miei pittori prediletti, Monet, ed anche che il buon Claude, quando usciva per dipingere in quel magnifico giardino a Giverny, era accompagnato da un canetto saltellante, tutto contento di seguirlo en plein air.

Io invece, come ogni scrittore che si rispetti, e come ogni strega, e come ogni membro della mia famiglia, sono a scrivere, sul divano, con un gatto nero sui piedi.

Quasi del tutto nera. Ma non per questo meno malefica


A proposito di gatti neri. E di gente che scrive e pratica le arti oscure. Sanguedelmiosangue è stato operato, dopo soli sette mesi di angoscia, di un adenoma, che gli hanno estratto dal naso. Quindi potete immaginare dove fosse. Io ho avuto solo due crisi di nervi. Una appena mi è stata riferita la diagnosi, una appena saputo che era in sala operatoria.  Sono stata veramente brava. Se calcoliamo che sono due anni e mezzo che il suddetto cugino,  forse a causa della merda che letteralmente gli stava crescendo vicino al cervello, ha troncato i rapporti con me. E che io, dopo un certo tot, avevo troppe grane qui per continuare a soffrire anche di quello. Ma non è che non ci pensi. Adesso pare che ci si possano scrivere dei cauti sms in caso di vita o di morte, come dopo la rimozione di un adenoma, e che cazzo. Quindi lo posso dire che questa è una grossa fetta di cose che devo ancora farmi spiegare, che è doloroso, e che quanto sia brutto non parlarsi lo capisco soprattutto dai commenti e dalle rare domande che, con delicatezza da monaco tibetano che prepara un mandala, mi rivolgono ogni tanto mia madre,  mia figlia o gli amici. Che mi sottovalutano, data la mia ormai notevolissima capacità di non dare di testa pur essendo in situazioni allucinanti da un pezzo. Comunque, di base,  quel che importa è che il pezzo di troppo dell'abbondante cervello di SDMS sia stato rimosso e lui stia bene.

Con la stessa sicumera con cui non muoio di gastrite dietro a certe situazioni, sto attraversando, con mia madre, lo Squalo, il Geometrapiùbravodelmondo, una schiera di avvocati e altri ottimi collaboratori, la vendita dell'unico Bene con la B maiuscola che la mia famiglia mi abbia lasciato in eredità.  E che mi costa da anni, in soldi e angosce, quanto un male con la M altrettanto maiuscola. Siamo quasi alla fine e io sono qui che penso a cosa farò o meglio, all'ordine di precedenza delle cose da fare, una volta scambiata quella fucina  di disgrazie con un congruo mucchietto di denari. Vorrei tanto poter dire che in cima alla lista sta comprarmi una Fiesta rossa, tutta lucente. O meglio nera. Ma è chiaro che ci sono altre priorità molto più serie. E che la Fiesta, nella mia vita, ci deve passare solo di striscio, poiché essa porta devastazione.

Vorrei anche poter dire che in cima alla lista c'è un bell'appartamento grande per la mia famiglia, ma la famiglia non so se voglia venirci, quindi credo che resteremo nel piccolo e metteremo un po' in ordine qua.
Nel dubbio, ho iniziato a riorganizzare l'ufficio per sbatterci dentro tutte quelle cose che qui non ci stanno più (me, per esempio). 


Frattanto, comunque, abbiamo guadagnato spazio quando la Princi si è tolta dalla testa l'ingombrante massa di treccioline biondo platino con la quale era tornata dalla Spagna. Mi pare non sia l'unico spazio che abbiamo guadagnato, se a colazione l'altro giorno l'Uomo mi dice: "Sarà, ma prima io la sentivo sempre quando rientrava di notte, adesso non mi accorgo più di niente." E io gli dico: "Anch'io dormivo sempre con un orecchio teso, prima. Poi lo guardo e chiedo una precisazione: "Ma dici prima della Spagna?" E lui: "Sì ". Ed è ormai chiaro a tutti che la nostra vita familiare si divide in Prima Della Spagna e  Dopo La Spagna. Io sospetto tra l'altro che le conseguenze della Spagna ce le porteremo avanti per moltissimo tempo e potrebbero anche non essere negative, ma forse è prematuro parlarne.



Di sicuro, le premesse erano che la Princi  andasse a cacciarsi in un guaio ancora più grosso di quello in cui era a casa, e invece pare che l'unica cosa di imponente che abbia riportato a casa sia la nostalgia per un bellissimo pompiere, laureato e in gamba. Per gli sviluppi staremo a vedere, perché la Castagna ormai ha capito che sugli uomini della figlia non deve fare alcun genere di previsioni, dato che il suo tigresco amor materno la rende inadatta ad essere la suocera di chicchessia, e che spesso il chicchessia portato dalla figlia verso casa è qualcuno dal quale il buon senso consiglia di liberarsi in fretta. Comunque al pompiere carino fuori e intelligente dentro si potrebbe fare un po' di sconto, sì, dai.

La figlia dalla Spagna è tornata sempre molto magra e veramente tanto sbattuta, ma con evidenti risultati in termini di comprensione della vita.


E ora (oggi) mamma Castagna e piccola tigre hanno condiviso un pomeriggio a Torino, che si potrà forse riassumere in una serie di fotogrammi.

La figlia che dice alla madre: "Ti porto in un posto che ti piace" e la fa salire al terzo piano della biblioteca, vista di qua sulla Mole, di là sulla Dora, luce, silenzio, spazio. "Noi studiamo sempre qui" dice. Minchia. Lo stesso punto che avrei scelto io. Questa figlia... questa figlia. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!", cit., 2013)

Una coccinella sul vetro dell'auto.  In novembre. A Torino.



Vanchiglia. Sarà perché ci passa la Dora, quasi con lo stesso suono che ha a Oulx, ma Castagna, che detesta Torino, apprezza Vanchiglia.

"Goodnignt moon" di Shivaree alla radio, in tangenziale.

Lei, la figlia. Lui, il marito al telefono che segue ogni mossa. Forse, distante, anche il pompiere ha saputo della giornata. Lei, la madre, che, a un semaforo di corso Tortona, improvvisamente realizza che sta andando a cercare casa alla figlia, il che significa che la Spagna è finita, ma per parte della settimana la bambina abiterà fuori. Presa dalla trance agonistica e concentrata sull'università,  la mamma questo non lo aveva colto. Aveva nebulosamente colto il messaggio dal lato coniugale, "saremo noi due per la maggior parte del tempo". Non aveva colto il fatto di essersi appena riabituata a essere "di nuovo noi tre" e di rischiare di non vedere quasi più il pigiamino rosa aggirarsi per casa alla sera. Si sente, al semaforo di corso Tortona, un suono vischioso. Tipo pugnalata in un organo interno, in alto a sinistra. Cristo, che botta. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!")

Goodnight, moon.