Oggi il sole era caldo e dolce.
E c'erano neve e ghiaccio per terra.
Il tè profumato, i biscotti strani, due conigli soffici dai nasoni buffi. Le amiche. Ancora stupite, come me, di questo sodalizio tra donne così diverse, capitate insieme da luoghi lontani, non solo geograficamente.
La figlia, le sue labbra scarlatte, le sue lacrime cocenti. Il pensiero che deve piangere così, invece di arrabbiarsi. Che c'è un amore rabbioso in quel pianto, che è quello che deve esprimersi. Che anche lui dovrebbe piangere così. Per lei. Per me. Per se stesso.
Lui. Sempre e sempre e sempre lui. Stanotte a cucchiaio intorno a me. Oggi che urlava e si mordeva una mano con gli occhi da pazzo. Stasera che faceva l'offeso. Adesso che dorme fiducioso qui a fianco.
Lui, sempre lui, niente che riesca davvero a soppiantare lui. Una mutazione genetica irreversibile.
Let’s raise a glass
Or two
Oh oh
To all the things I’ve lost on you
Oh oh
Nella mia testa rimbombano questa canzone, la risata bella delle amiche, i miei passi mentre per l'ennesima volta cammino sola.
E pezzi taglienti, come vetro, di alcuni dialoghi. Uno avvenuto solo in sogno. Uno con un sacco di non detto che però si capisce benissimo. Uno via messaggio. E uno di cui la seconda parte non si è sentita con le orecchie, ma si è letta negli occhi.
"Che commissioni devi fare?"
"Parlare con l'albergo."
"..."
"Ma che cos'hai?"
"..."
"Se ti va quando vengo in centro prendiamo un secondo caffè."
"Sì."
"Se vuoi io ci sono, anche solo per un caffè."
"Allora però prendiamolo oggi stesso, quel caffè."
"Devo dire che la voglia di ucciderlo è potentissima."
"Lo so."
"Devi andare anche tu?"
"No, io no. Io sto con te."
Quanto desiderio, quanto rimpianto, quanto dolore può sopportare un cuore umano prima di sfondarsi?
Il vento soffia forte. Mi sbatte contro le rocce. Le rocce allargano le braccia e mi prendono, ed è dolce lasciarsi sanguinare, sarebbe finalmente così riposante lasciarsi morire, appoggiandosi a qualcosa di solido. Nel sogno una delle rocce, la più tagliente, stringe la mia mano con una fermezza serena e incrollabile, mi fa quasi male ma è anche la risposta definitiva, completa, a ogni domanda sul perché io abbia scelto proprio questo scoglio per tuffarmici sopra e sfracellarmi le ossa. Perché così doveva essere.
Ma non posso fermarmi a guardare i tagli, a sentire il richiamo allettante delle rocce, arrendermi e sprofondare nel pietoso oblio che mi darebbe la morte per dissanguamento. Devo fasciare le ferite con quel che trovo: bende, scontrini, magliette da yoga, un lamantino di peluche. E anche con questi tagli, anche contro la forza del vento che sempre più mi confonde, io cammino fin qui ogni sera. Perché qui c'è lui. E più tardi, quando sarà tutto ancora più buio, si girerà verso di me e io sentirò ancora la mia vera voce che canta nel punto più profondo di me, là dove c'è quella luce che non si spegne.
mercoledì 28 dicembre 2016
giovedì 22 dicembre 2016
L'arte del riassunto
Fare
il riassunto (fatto bene) di un testo è considerato una competenza
di livello superiore, nella mia disciplina. Molto difficile da
insegnare, tra l'altro.
Io
a riassumere sono bravissima.
Per
esempio, cammino per due settimane in mezzo all'influenza di pancia e
a quella di gola e poi me le prendo in forma ridotta entrambe.
Contemporaneamente, per risparmiare tempo.
Per
esempio, arrivo in fondo all'annata di corso per istruttori yoga e,
invece di singhiozzare ogni singola volta che qualcosa che mi è
stato detto o che ho dovuto fare mi ha commosso / sconvolto /
costretto a rivedere la mia vita dalle fondamenta / sciolto dei nodi,
mi limito a fare tutto l'esame orale piangendo. Io. Piangendo. Un
orale d'esame. Sì.
Per
esempio, dato che qui ci sono morti due animali su tre e ci
ritroviamo con:
- una figlia che vuole un gattino,
- io che mi sento dire da tutti “ma scusa, vai al canile” e non voglio, non vorrò mai più un altro cane,
- un marito che dice di non volere niente e nessuno,
- io che però trovo la casa troppo vuota,
- la ciccionazza che mangia piante intere (e poi collassa) perchè si annoia ed è in ansia,
- lui che non può sostituire il suo gatto,
- lei che mi mente in modo spudorato e si fa regalare gattini da amiche e fidanzati inventando scuse su trovatelli improbabili (e io li rimando tutti al mittente, infuriata, sentendomi un mostro),
- io che non voglio venire meno alla parola data tempo fa di prenderle un micino, ma il solo passare dalla strada dove c'è il veterinario mi dà i crampi allo stomaco,
- lui con gli occhi rossi sulla tomba del gatto,
- la Fata Romena che non mette via i guinzagli e le cucce perchè sa che io non sopporto l'idea, insomma:data l'esistenza in casa nostra un'accozzaglia di desideri, lutto, rimpianti e paure......col dono della sintesi e l'abituale faccia marcia che mi contraddistingue, io anticipo il Natale di tre settimane e una sera, senza dire una funchia a nessuno, mi presento a casa con una gattina. Non piccola, perchè non si trovano gattini di due mesi a Natale. Non maschio, perchè ho capito che le frasi che cominciano con “lui” o “il gatto” in questa casa sono ancora tabù. Niente cane, perchè il prossimo cane sarà per l'Uomo, non per me che non voglio mai più essere guardata come mi guardava la Daisy. Niente trovatelli da rimettere al mondo, perchè questa gattina arriva sana pulita e ben pasciuta, senza una pulce, un verme o un parassita dell'orecchio, in quanto me l'ha data una toelettatrice, che è anche allevatrice, molto stimata qui da noi, e sa come tenere un cucciolo. Niente gattini troppo fortunati, perchè questa comunque, per esigenze di sicurezza, per stare lontana da un'altra gatta molto gelosa e aggressiva, viveva in un garage.
Ed
essendo la creaturina arrivata lì a soli due mesi, intrufolandosi in
detto garage da un finestrone che confina con il cortile di un
marmista, nel portarla a casa ho pensato ad un nome che mi evocasse
statue femminili. Da cui, Daphne. Va bene per la sua spiccata
tendenza a alzarsi sulle zampine di dietro per scappare in verticale
quando non vuole essere presa, e va bene per il candore niveo del suo
pelo adesso che dorme in casa.
Notare
che prima di prendere lei avevo una candidata più piccola, tutta
nera, e per contrasto col colore, ma anche e soprattutto per
omaggiare le mie molte giornate a piangere sulla seconda stagione di
Penny Dreadful, si sarebbe chiamata Lily. Che è un nome di fiore,
come Daisy. E però Daphne è una pianta, e comincia anche con la D.
E il piccolo chien nella sua tomba fredda sotto la neve in qualche
modo resta qui. Altro aspetto di un riassunto ben riuscito. I nomi
qui li decido io, si sa. Per fortuna la figlia lo ha trovato
bellissimo e non gliel'ha cambiato. Poi in quindici giorni lei è
chiaramente diventata anche Daffy, Flaffy, Fuffi, Fufù e Picci.
Tanto non risponde ancora. Per lei le parole dotate di significato
adesso sono: “no”, “vieni”, “scendi”, “acqua” e il
nome di nostra figlia. Che è la prima parola che ha capito, la
seconda è stata “vieni”, soprattutto se glielo dice la Princi.
La segue come un cane. A proposito di riassunti ben fatti.
Altre
cose che ha capito: la Princi è l'anima gemella. Sulla Princi si
dorme. Preferibilmente sulla pancia, della Princi, o sulla sua
faccia. Fin dalla prima sera. La Princi è il sole che rischiara la
terra. La Princi di pomeriggio studia e bisogna seguire attentamente
tutta la lezione sdraiandosi sul pavimento della stanza, senza
dormire. La Princi sta via un sacco di ore, ma quando torna bisogna
subito correre da lei. La Princi è mamma. Se la Princi è afflitta
dal dolore per le operazioni in bocca o è triste, bisogna occuparsi
di lei e scordarsi tutto il resto.
Anche
io sono mamma, inevitabilmente. Io sono quella che comanda, sgrida,
somministra cibo e risolve problemi, tra cui una botta terrificante
di ormoni della riproduzione che la faceva gridare fino alle tre e
mezza di mattina. Zac zac, veterinario, punti, antibiotico, e si
torna a essere un batuffolino di sei mesi che ha come unico scopo
nella vita curiosare dappertutto in modo ossessionante.
L'Uomo
è l'animale più selvatico. Devono averlo portato in casa da poco,
era chiaramente un randagio (quanto è vero, lo sappiamo solo io e la
Princi). Annusa sospettoso. Non condivideva volentieri il cibo fino a
qualche giorno fa. Si nasconde. Va via spesso e a lungo, quando torna
sembra che debba ogni volta riprendere le misure alle stanze, sta in
un angolo a lungo prima di muoversi per casa. Ha ampie croste e
ferite ancora aperte che si lecca, ringhia se qualcuno va troppo
vicino quando ha male. La Princi con lui adotta misure cautelari, non
gli va mai troppo sotto. La mamma grande lo tratta come tratta tutti
gli altri membri della famiglia: si mangia all'ora tale, si piscia
nel posto tale, se una porta è chiusa non si miagola in modo
straziante, fai cosa vuoi ma rispetta queste due o tre regole e poi
lei sarà con te sempre dolce e sorridente, avrà voglia di giocare,
le braccia sempre aperte e le mani sempre calde. Lui le obbedisce,
come tutti gli altri qui.
Sempre
a proposito di riassunti, la mamma grande qui ci ha messo qualche
settimana a inquadrare una persona nuova che si stava facendo strada
nelle sue giornate. Ed è giunta piuttosto seraficamente alla
conclusione che anche Penelope, in vent'anni, almeno uno dei Proci lo
avrà trovato papabile, in mancanza di meglio. Quello più giovane,
più spontaneo, meno avido. In tutta quella famiglia di pretendenti
ci sarà stato un cugino di terzo grado che era lì solo perchè
c'erano gli altri, a cui fregava di Penelope non per la casa, le
terre o gli armenti, ma perchè era forte e coerente e tanto sola,
uno che indipendentemente da tutto la trovava bella e stava
volentieri con lei a chiacchierare. E Penelope, qualche sera, sarà
pure tornata nelle sue stanze dicendosi: ma in fondo, perchè no? E
poi avrà guardato il letto intagliato nel tronco dell'ulivo da
Ulisse, avrà ripensato ai suoi occhi di due verdi diversi,
tormentati dalla voglia di partire, avrà guardato i vestiti in
ordine nel baule, si sarà affacciata a guardare Telemaco che
dormiva, e avrà detto tra sé e sé: lo sai, perchè no. E avrà
chiuso la porta.
Ultimo
esempio di riassunto, assai simile a quello felino.
Con
una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue
religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica
era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un
pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale
tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non
ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con
mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di
statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono
tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica
dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza
matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè
quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo,
festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il
fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non
avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in
casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette.
Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio
d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a
Stonehenge. Anche perchè tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi
non affonda radici in alcuna religione rivelata o filosofia. Quel che
ha fatto ha una base in pesantissima pietra che affonda da secoli
nella terra, e comunica col cielo sulla base di calcoli geometrici
perfetti. Non ha nessun bisogno, Castagna, di andare fino a
Stonehenge per sentire che lei è una di quelle pietre, nel posto
dove deve essere, con la pioggia o con il sole. E mica solo il giorno
del solstizio.
martedì 6 dicembre 2016
Acqua
"Ma lei è sempre a lavorare?" disse la bidella aprendo la porta.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.
La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.
Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.
Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.
La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.
Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.
Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer? Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.
E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.
Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.
Ah e sapete cosa è grandioso, anche?
Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.
"È che quest'anno si sta bene qui" rispose la Castagna.
La quale è andata a lavorare mille pomeriggi al mese anche quando si stava di merda, per la verità. Anche quando si stava male a casa, a scuola, in autostrada, sulla piazza del paese. Perché coi ragazzi si sta quasi sempre bene.
Anche quando i colleghi sono infidi, la preside innominabile, e il ministero bastardo. Anche quando il marito va via troppo spesso. Anche quando arrivano gli alieni. Anche quando muoiono le persone.
Comunque, se le cose andassero sempre come quest'anno, non si starebbe solo bene. Di più.
Dei colleghi poi vi dirò.
Parliamo dei bambini.
La seconda si è civilizzata. Con grandissimo dispendio di energie soprattutto mio, e del Magnifico, ma anche con contributi importanti di Genuino, Secca, Spessa e Pallida. E di Preside Chic. Che li ha voluti conoscere uno per uno, quelli terribili. Piegandone parecchi.
Sono meravigliosi alle prime ore del mattino, quando ascoltano tutto e stanno seri. Dante, il predicato nominale, i test di comprensione, fanno tutto con impegno. Poi gli dai da mangiare dopo la mezzanotte, o semplicemente provi a fargli fare una materia dopo le undici di mattina, e ti ritrovi Salvatore (nel senso del personaggio di Eco: "poenitentiagite! No sabe!"), Belzebù, Mr. Bean, l'Orientale satanista e il suo famiglio, Quantoso'figo e altri che perdono totalmente il controllo, e numerosi che vanno di conseguenza.
Ma la Castagna ha trovato la pozione miracolosa. Se all'una sta parlando di delitti politici, crimini di guerra, operazioni militari, genocidi, dittature sanguinose, internamento di intellettuali in manicomio, e altre violazioni dei diritti umani, sono tutti così presi che si scordano di fare lo zaino. Si sente solo la voce della prof e il tic tac dell'orologio. No, un attimo. Dalla seconda fila si sente un rumore di... fusa? Oh, sì. È Mimosa, ve la ricordate Mimosa, il pallino batuffoloso di capelli biondi che aveva tutti i tic?
Ecco. È seduta sullo spigolo della sedia, rapita, sorridente, nei suoi occhi grigioazzurri c'è qualcosa che sfolgora, fierissimo. È la piccola Politkovskaja che è in lei che sta crescendo. Giornalismo politico d'assalto? Calarsi da un elicottero nella giungla per trovare i trafficanti di diamanti? Raccogliere acqua al cromo esavalente nei pozzi? Rischiare la vita per infiltrarsi in un carcere femminile sudamericano e scrivere un reportage da premio Pulitzer? Ce l'abbiamo. L'ho interrogata sulla Russia di Putin e cazzo sembrava che nel teatro Dubrovka ci fosse stata, dalla passione che ci metteva. Figlia mia prediletta. Peserà ventisei chili, se le levi gli scarponcini e soffi vola via nel corridoio, tanto è piccina. Ma è d'acciaio. Farà strada.
E in terza fanno il laboratorio teatrale sui Promessi sposi, il corso di latino, parlano in inglese con gli attori che hanno recitato per noi Dr. Jekyll and Mr. Hyde, si fanno interrogare di geografia e prendono solo voti tra otto e dieci, ci scassiamo dal ridere su qualunque cosa, poi di colpo uno di loro si impanica con le lacrime agli occhi e trema, sono tutti troppo alti e troppo magri, tutti innamorati, qualcuno ha scoperto il liceo e vuole andarci, qualcuno (Mickey) ha deciso di far mangiare la Cavallona che dal vegetarianesimo pencolava pericolosamente verso l'anoressia, qualcuno (Deboroh) ha rubato le merendine dal cassetto della Bestia Nera, qualcuno (l'Adorabile) ha avuto una crisi di adolescenza talmente spaventosa da sembrare posseduto, perso tutta la concentrazione la serietà la sincerità e il buon senso, ed è riemerso dall'altro lato con otto centimetri di statura in più e un bisogno insopportabile di essere felice, oltre a avere ucciso il bambino lentigginoso dal musino a punta che sedeva quieto in primo banco, ed averlo sostituito in venticinque giorni con un fratello maggiore che scoppia di vita, bello e inarrestabile come un angelo un po' sporco.
Non dico quasi più niente, li guardo, indico cosa devono fare, e loro vanno avanti da soli, telepatici, spesso più avanti di quanto sarebbe ragionevole sperare. Poi si voltano e io li sto guardando attenta, capiscono dall'occhiata che va bene, cenno d'intesa, e via. Oltre. Io ferma sulla riva a guardarli salpare, che cosa grandiosa.
Ah e sapete cosa è grandioso, anche?
Spiegare Dante a mia figlia. Cazzo. Un godimento nel piacere, ricoperto di felicità. Non avevo idea.
sabato 3 dicembre 2016
Lo schiocco della frusta
Dicembre non è
eccessivamente freddo, finora. Il cielo oggi è rimasto grigio e
dello stesso colore tutto il giorno, però, tra poco farà buio e io
ho organizzato il resto della mia giornata in modo da starmene sola,
e tranquilla, fino all'ora di recuperare la Princi in discoteca.
La mia meravigliosa,
agognata tranquillità del sabato che diventa vuota, buia, piena di
fitte appena la porta si chiude alle spalle di mia figlia.
Stamattina scollinavo da
una valle all'altra sentendo nostalgia. Mi mancano diverse persone,
alcune a cui non pensavo da tempo. Devono essere i discorsi di ieri
sera con la Tipa.
E' un brutto guaio avere
sempre un telefono in mano. Se oggi avessi avuto tempo, credo che
avrei accostato la macchina e mandato messaggi di cui poi mi sarei
pentita. Per dire a qualcuno che mi mancano le sue mani, a qualcun
altro che mi mancano le sue lentiggini, a qualcun altro ancora che mi
manca la sua voce. Poi ad altri avrei pensato solo, perchè non puoi
mandare messaggi a una persona che dopo venticinque anni di
condivisione ti ha brutalmente cancellato dalla sua vita per non
trovarsi di fronte una testimone delle proprie debolezze, né si può
scrivere o telefonare a chi ormai è in un luogo dove queste cose non
servono più.
Alla fine ho chiamato solo
mia madre, per parlare del referendum.
Ma intanto avevo pensato.
Tu non ti ricordi se era mattina, pomeriggio, o una sera? Forse
avevamo appena fatto l'amore. Di sicuro eravamo nel nostro letto,
vicini vicini, stretti, con poca roba addosso. E uno dei due ha detto
all'altro: “E' strano, ma mi viene da dirti che mi manchi”.
L'altro, e giuro non so più chi aveva cominciato, ha detto “anche
tu mi manchi, è assurdo”, o qualcosa del genere.
E ce lo siamo detti ancora
dopo quella prima volta. E non era mi manchi perchè abbiamo fatto
l'amore distrattamente, o mi manchi perchè stiamo poco insieme, o mi
manchi perchè mi trascuri. Era mi manchi nel senso che sono con te,
dentro di te, intorno a te, tutti uniti come un corpo solo, l'anima
che beve dall'altra anima, piedi e gambe aggrovigliati da non sapere
più dove inizi tu e finisco io, ma non ti ho ancora abbastanza, non
ho placato il mio bisogno di fusione, voglio essere con te più
ancora di così, voglio che tu sia me. Che non esista nient'altro.
Che il mondo ci lasci in pace e che tutta la mia attenzione stia
nelle pupille dei miei occhi che cercano qualcosa di indescritto, di
non misurabile, in fondo ai tuoi. Sono quindici anni e mezzo che a me
frega soltanto di quello. Di sapere cosa ci sia laggiù.
Era avere l'anima di un
angelo, guardarti così. Volerti così.
Mi sento così sporca ora.
E così sola.
Nessuno mi manca quanto mi manchi tu, e nessuno c'è quanto ci sei tu. Ai punti che quando alla sera mi giro e ti guardo leggere, penso che non capisco cosa ci faccia lì sull'altro cuscino una parte di me, e come possa succedere che davvero a governare il mio corpo e il tuo ci siano due diversi sistemi neuronali. Non lo so, sul serio. Non mi ricordo perché sei via, quando te ne vai. Non mi ricordo che cosa devo andare a fare io se mi allontano da te, a volte.
So solo stare ferma ad aspettare di sentirti arrivare. E pensare alla storia terribile dello schiocco della frusta che mi ha raccontato la Fräulein. Che non è una leggenda.
lunedì 28 novembre 2016
Tra terra e cielo
Fammi mettere la chiavetta nel lettore.
Il lettore non legge i file.
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.
Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.
E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."
---
Il lettore non legge i file.
Ok, allora fammi accendere il PC e intanto metto su un incenso.
L'incenso si spegne subito.
Ok, shavasana.
Ho scordato il tappeto in macchina.
Va beh, shavasana lo stesso.
La gatta mi cammina addosso.
Ok, allora doccia.
E' finito il bagnoschiuma.
Rido.
Stivaletti. Capelli sciolti. Smalto.
Vado.
E la seconda ha fatto la sua prova e corretto i suoi esercizi senza fiatare, oggi erano presenti tutti e ventisette, e nessuno ha rotto.
E la terza, TUTTA la terza, aveva studiato le definizioni di latitudine e longitudine a memoria senza sgarrare. Pioggia di bei voti.
"E' contenta?"
"Molto."
---
Facciamo
la posizione del ponte. Quella della stabilità tra terra e cielo.
Quella del collegamento tra una riva e l'altra. Quella dell'acqua che
scorre sotto. Tempestosa. Inarrestabile. A volte nera di fango. A
volte verde, come il Tanaro. A volte grigio chiaro e azzurro
ghiaccio, come la Dora.
E
io penso a quando, dodici o tredici mesi fa, mi sembrava impossibile
essere sdraiata su un tappetino, ad occuparmi di me, mentre si
sbriciolava tutto. Eppure il ponte aveva un suo senso. Solo l'estate
prima, mi alzavo dal tappetino dopo le posizioni a faccia in giù
lasciandomi sotto la chiazza di pianto, facevo i movimenti di
inarcamento della schiena e ogni volta che portavo il mento verso il
basso ruscellavano lacrime, se ero sdraiata in shavasana mi colavano
dritte nelle orecchie, in modo simmetrico. A ottobre invece il ponte
mi faceva per la prima volta sentire che davvero l'acqua passava
sotto e io ero sopra. Il dolore cadeva giù dal cuore nella gola,
dalla gola col respiro lo ributtavo su, verso l'ombelico. Poi tornava
su e ancora ritornava giù. Almeno non era come quel buco spaventoso
nel petto, quella trave d'acciaio nel cuore, sempre fissa, con gli
organi che le marcivano lentamente intorno. Almeno si muoveva.
Prendere
le prime lezioni di yoga con Guru Cri e paragonarle a quel seminario
fatto ad agosto, quando all'una e un quarto di notte ero sotto il
lucernario con gli occhi sbarrati a guardare il niente, e anche alle
due e mezza, e alle tre, e alle cinque, e dopo pranzo, e dopo cena,
io, nella stanzina bianca, sola, a dissanguarmi.
Prendere
quelle prime lezioni e paragonarle a quelle di novembre, quando
estraevo le carte degli angeli, i tarocchi, le rune, e uscivano
sempre: il ghiaccio. La pazienza. La forza. La pazienza. La pazienza.
La pazienza. L'adattamento. Lo stare fermi. Il ghiaccio. Il ghiaccio.
Il ghiaccio. Il ghiaccio. La runa del ghiaccio mi è uscita tante di
quelle volte che alla fine non la voltavo neanche più. Ferma. Stai
ferma. Stai ferma. Stai ferma. Mettici pazienza. Ancora. Ancora.
Ancora. E ancora. Dio. Mi sarei lanciata sotto un treno pur di non
rileggere la stessa richiesta.
---
"Sabato, quando do l'esame... alla fine mi vieni a prendere?"
"Certo!"
"Vorrei che ci fossi."
"Sì."
La luce che io ben conosco nei suoi occhi di due verdi diversi.
Che credevi, che non ti ci volessi?
Credevi davvero che tutte quelle ore fossero passate lontano da te?
"Avrei tanto voluto essere lì con te."
"Tu c'eri."
domenica 27 novembre 2016
Il guardiano del faro
Quello che si droga, quella che si taglia, quella incinta, abbiamo già visto, sì.
Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.
Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.
L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.
Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.
A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).
E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).
Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.
Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.
Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.
Ma nella stessa classe un bambino malato e una satanista aspirante suicida, no.
Sulla malattia di Belzebù niente possiamo dire o fare. Solo tenerlo con noi e cercare di dargli gioia e forza. E non permettergli di fermarsi a fare il dettato se ha male, ma mandarlo a telefonare, poi correre a cercare il Gigante e il Magnifico e metterglieli alle calcagna, loro due così alti, mentre i compagni gli preparano la roba, e guardarlo andare via con il suo zaino più grosso di lui.
L'Orientale mi preoccupa moltissimo adesso. Stanno per fortuna arrivando, molto più velocemente del previsto, i servizi sociali. Che ovviamente useranno la scuola come base per incontrare la madre. Ma lei nel frattempo è sempre più chiusa e buia e fa tante assenze. E i bambini di lei hanno un pochino paura.
Ha fatto amicizia con la sorella di Dylan McKay, altra personalità chiaramente sciroccata, e con altre due o tre agitate. Dotate, se sono come la McKay, di famiglie che perdono i pezzi.
A proposito di perdere i pezzi, qui ci si dimenticano i testi di matematica (reazione a caldo della docente: 2), gli occhiali al cinema (ritrovati: ma perché tutto 'sto culo, lei? È proprio la nipote di mio papà), la pillola (la prima della scatola).
E non si dorme. Cioè si dorme una notte io una notte lui. Colpa del festival suo (crediamoci) e dell'esame di yoga mio (crediamo pure a questo).
Stamattina ho frenato davanti alla panetteria di Paesotto Sereno, quella che fa la focaccia alle ortiche e menta, in contemporanea con la Folletta, l'altra che, dice Maestro P., nella vita ha il ruolo di guardiano. Così abbiamo preso un caffè insieme.
Dopo le esercitazioni del mattino le ho detto: "Se ci fosse da iscriversi a un corso di yoga con una di voi quattro, io verrei da te. Quando fai lezione tu io chiudo gli occhi e mi lascio portare". Era felice.
Tra quattordici giorni l'esame.
Poi forse l'inizio di qualcosa di nuovo.
mercoledì 9 novembre 2016
Amor materno
Oggi mi fermo a scuola con un gruppetto di III C. Nosferatu, Attimo Fuggente, Mammina, Sveglia, lo Stuonato, Cavallona, Carotina, l'Adorabile, la Gnocca.
Con 55 minuti di pausa tra lezioni del mattino e del pomeriggio, posso ovviamente solo pranzare al baretto. Mi aggrego, visibilmente non invitata, alla collega Troll e al Genuino, che pranzano con otto alunni della loro terza. Mentre andiamo, la collega dice ai suoi pargoli: "Visto? Abbiamo trovato anche una zia" e poi spiega con aria complice: "Sai, abbiamo deciso che io sono la mamma, lui è il fratello grande, perché è un po' giovane per fare il papà, e allora tu puoi essere la zia". Il Genuino giustamente bofonchia: "Ma, ora magari il fratello grande..." E io secca: "Già, in rapporto agli alunni fratello grande è pericoloso. E anche mamma, considerato che molte madri raccattano calzini e stanno zitte... Io continuo a preferire professore e professoressa."
Dite che sono stronza?
Bravi, allora stavate attenti, sono proprio stronza. È che il Troll se lo merita. Eccome. È iniziata la guerra. Il Gigante ha cercato di avvisarmi, con una frase che suonava: "Tu hai preparato qualcosa per la manifestazione del 4 novembre?" E il cui significato reale era: "Occhio che si stanno organizzando senza di te, le tue colleghe di storia, ti smerderanno". Io capisco dopo, quando incontro la collega Troll che nel corridoio, falsa come Giuda, mi dice zuccherosamente: "Oh scusami, spero che tu non ci sia rimasta male, non volevamo tagliarti fuori, credevo che ti avessero avvisata, nella confusione abbiamo dimenticato di dirti che..."
Io taglio corto: "Cosa? avete preparato qualcosa da leggere davanti a sindaco alpini etc? Ah ok, non c'è problema. I vostri leggono, i miei no, niente di grave, tanto guarda in questo periodo ho altro di cui occuparmi" e tiro dritta, perché ho grane una sull'altra. Tra cui una segnalazione ai servizi sociali e un altro alunno in arrivo dalla comunità, pare.
Ormai comunque mancano meno di 24 ore, e qualsiasi bella idea mi venga non faremmo in tempo a realizzarla.
Mi limito a dire alla terza, in assenza di testimoni: "Di là le colleghe hanno fatto preparare delle letture da fare alla cerimonia. Io vi ho spiegato di che si tratta, e a parte questo mi limito a sapere che siete quelli che di storia ne capiscono di più, quindi mi aspetto che siate i più attenti ed educati. E, anche se non farete domande perché non ce ne sarà tempo, dò per scontato che le vostre sarebbero domande intelligenti." Come non far battere ciglio a ventitre alunni per una durata di due ore di alzabandiera, filmato, trombettista, discorso del sindaco e abbassabandiera. Sono talmente attenti che non si accorgono che al suono de "Il silenzio" io piango. Non che me ne stracatafotta una sega del 4 novembre, io detesto tutto ciò che ha a che fare coi militari, pace sia alle anime dei caduti eh. Ma mio padre era un alpino, ha fatto la guerra, al famoso pezzo per tromba gli scendeva sempre una lacrima. E mi manca da star male.
Comunque nei giorni successivi rifletto sui ruoli similgenitoriali che a noi prof toccano, volenti, nolenti e più o meno affetti da manie di protagonismo e/o tendenza a porsi come complici dei propri alunni (aggiungerei: a trattare i propri alunni come bimbetti dementi in terza media. Io ai miei che escono a pranzo dico: "e vedete di sedervi due tavoli più in là, che non sono in servizio e voglio mangiare in santa pace. Chiaro?")
Sono costretta a riflettere sui ruoli perché l'Orientale di seconda continua a tampinare tutti i prof dicendo che sua madre la picchia e la spinge sulle scale e qua e là e sa io fumo prof, e non mangio da due giorni, no però mio padre è meglio di no non lo chiamate sono separati, e c'era un uomo in casa l'altra sera e non so chi era e io qua io là, no, poi, però, ma cosa succede ora se chiamate i servizi. E la madre, in un italiano impossibile fatto di parole incollate a caso e pronunciate in modo stranissimo, prova a spiegare alla preside che lei è sola e non sa leggere e deve lavorare tutto il giorno fuori e la figlia non le obbedisce etc etc e forse meglio casa famiglia, poi però quando io dico che i servizi possono mandare un educatore a casa scoppia in lacrime perché gliela portano via, la figlia, oddio. Ma no signora, però avete bisogno d'aiuto, lo state chiedendo in due. (La ragazzina è una ninfetta pallista, la madre una poveretta confusa. Ma hanno ragione tutte e due: non si va avanti così, qualcosa bisogna fare.)
Insomma la ragazza le sta provando tutte, e il contrario di ciascuna, per attirare l'attenzione, e io ho detto la mia, e la mia è: sta inventando, ma sta male, la madre ammette di avere problemi, lasciarla sola, alzarle le mani e non riuscire a gestirla, e se le succede qualcosa noi eravamo informati. Al che la preside Chic si decide e fa scrivere la segnalazione. Il Genuino mi chiama preoccupato perché la ragazzina all'idea che la lettera parta è impazzita. Così ci ritroviamo a saltare mezz'ora di lezione e calmarla in tre. Tre su quattro che lei ha interpellato, perché ormai da un mese siamo sulla questione, e fondamentalmente oltre alla preside e al vice la ragazzina ha visto il Genuino che è il suo coordinatore, me che sono autorevole per esperienza sul campo, la Pianista e il Magnifico che sono di sostegno. E quindi si è creata una specie di task force che sembra una strana famigliola. La Pianista va in ansia e trema a ogni confessione della ragazzina. Il Genuino suda, le parla con tono gentile e tratta le cose burocratiche con il suo piglio un po' orsacchiottoso, ma con grande efficienza. Il Magnifico ascolta, annuisce, non si sbilancia e le fa domande, senza farle sconti. Io le spacco il mazzo ogni volta che si contraddice e cerco di prepararla al fatto che i servizi faranno molte domande e lei deve essere coraggiosa e magari anche sincera.
Lingua mortal non dice quanto mi sento merda dentro, di aver assunto il ruolo della Madre Normativa. Proprio io con la mia Princi preziosissima strappata a cose orrende e messa in salvo dai suoi prof.
Comunque, anche se nessuno ci chiama mamma zia fratellone o "bella, cuggi", alla fin fine siamo una specie di ipergenitore quadrimensionale multisfaccettato. Io, fossi nell'Orientale, mi fiderei. Ora speriamo che i servizi facciano il loro lavoro.
Con 55 minuti di pausa tra lezioni del mattino e del pomeriggio, posso ovviamente solo pranzare al baretto. Mi aggrego, visibilmente non invitata, alla collega Troll e al Genuino, che pranzano con otto alunni della loro terza. Mentre andiamo, la collega dice ai suoi pargoli: "Visto? Abbiamo trovato anche una zia" e poi spiega con aria complice: "Sai, abbiamo deciso che io sono la mamma, lui è il fratello grande, perché è un po' giovane per fare il papà, e allora tu puoi essere la zia". Il Genuino giustamente bofonchia: "Ma, ora magari il fratello grande..." E io secca: "Già, in rapporto agli alunni fratello grande è pericoloso. E anche mamma, considerato che molte madri raccattano calzini e stanno zitte... Io continuo a preferire professore e professoressa."
Dite che sono stronza?
Bravi, allora stavate attenti, sono proprio stronza. È che il Troll se lo merita. Eccome. È iniziata la guerra. Il Gigante ha cercato di avvisarmi, con una frase che suonava: "Tu hai preparato qualcosa per la manifestazione del 4 novembre?" E il cui significato reale era: "Occhio che si stanno organizzando senza di te, le tue colleghe di storia, ti smerderanno". Io capisco dopo, quando incontro la collega Troll che nel corridoio, falsa come Giuda, mi dice zuccherosamente: "Oh scusami, spero che tu non ci sia rimasta male, non volevamo tagliarti fuori, credevo che ti avessero avvisata, nella confusione abbiamo dimenticato di dirti che..."
Io taglio corto: "Cosa? avete preparato qualcosa da leggere davanti a sindaco alpini etc? Ah ok, non c'è problema. I vostri leggono, i miei no, niente di grave, tanto guarda in questo periodo ho altro di cui occuparmi" e tiro dritta, perché ho grane una sull'altra. Tra cui una segnalazione ai servizi sociali e un altro alunno in arrivo dalla comunità, pare.
Ormai comunque mancano meno di 24 ore, e qualsiasi bella idea mi venga non faremmo in tempo a realizzarla.
Mi limito a dire alla terza, in assenza di testimoni: "Di là le colleghe hanno fatto preparare delle letture da fare alla cerimonia. Io vi ho spiegato di che si tratta, e a parte questo mi limito a sapere che siete quelli che di storia ne capiscono di più, quindi mi aspetto che siate i più attenti ed educati. E, anche se non farete domande perché non ce ne sarà tempo, dò per scontato che le vostre sarebbero domande intelligenti." Come non far battere ciglio a ventitre alunni per una durata di due ore di alzabandiera, filmato, trombettista, discorso del sindaco e abbassabandiera. Sono talmente attenti che non si accorgono che al suono de "Il silenzio" io piango. Non che me ne stracatafotta una sega del 4 novembre, io detesto tutto ciò che ha a che fare coi militari, pace sia alle anime dei caduti eh. Ma mio padre era un alpino, ha fatto la guerra, al famoso pezzo per tromba gli scendeva sempre una lacrima. E mi manca da star male.
Comunque nei giorni successivi rifletto sui ruoli similgenitoriali che a noi prof toccano, volenti, nolenti e più o meno affetti da manie di protagonismo e/o tendenza a porsi come complici dei propri alunni (aggiungerei: a trattare i propri alunni come bimbetti dementi in terza media. Io ai miei che escono a pranzo dico: "e vedete di sedervi due tavoli più in là, che non sono in servizio e voglio mangiare in santa pace. Chiaro?")
Sono costretta a riflettere sui ruoli perché l'Orientale di seconda continua a tampinare tutti i prof dicendo che sua madre la picchia e la spinge sulle scale e qua e là e sa io fumo prof, e non mangio da due giorni, no però mio padre è meglio di no non lo chiamate sono separati, e c'era un uomo in casa l'altra sera e non so chi era e io qua io là, no, poi, però, ma cosa succede ora se chiamate i servizi. E la madre, in un italiano impossibile fatto di parole incollate a caso e pronunciate in modo stranissimo, prova a spiegare alla preside che lei è sola e non sa leggere e deve lavorare tutto il giorno fuori e la figlia non le obbedisce etc etc e forse meglio casa famiglia, poi però quando io dico che i servizi possono mandare un educatore a casa scoppia in lacrime perché gliela portano via, la figlia, oddio. Ma no signora, però avete bisogno d'aiuto, lo state chiedendo in due. (La ragazzina è una ninfetta pallista, la madre una poveretta confusa. Ma hanno ragione tutte e due: non si va avanti così, qualcosa bisogna fare.)
Insomma la ragazza le sta provando tutte, e il contrario di ciascuna, per attirare l'attenzione, e io ho detto la mia, e la mia è: sta inventando, ma sta male, la madre ammette di avere problemi, lasciarla sola, alzarle le mani e non riuscire a gestirla, e se le succede qualcosa noi eravamo informati. Al che la preside Chic si decide e fa scrivere la segnalazione. Il Genuino mi chiama preoccupato perché la ragazzina all'idea che la lettera parta è impazzita. Così ci ritroviamo a saltare mezz'ora di lezione e calmarla in tre. Tre su quattro che lei ha interpellato, perché ormai da un mese siamo sulla questione, e fondamentalmente oltre alla preside e al vice la ragazzina ha visto il Genuino che è il suo coordinatore, me che sono autorevole per esperienza sul campo, la Pianista e il Magnifico che sono di sostegno. E quindi si è creata una specie di task force che sembra una strana famigliola. La Pianista va in ansia e trema a ogni confessione della ragazzina. Il Genuino suda, le parla con tono gentile e tratta le cose burocratiche con il suo piglio un po' orsacchiottoso, ma con grande efficienza. Il Magnifico ascolta, annuisce, non si sbilancia e le fa domande, senza farle sconti. Io le spacco il mazzo ogni volta che si contraddice e cerco di prepararla al fatto che i servizi faranno molte domande e lei deve essere coraggiosa e magari anche sincera.
Lingua mortal non dice quanto mi sento merda dentro, di aver assunto il ruolo della Madre Normativa. Proprio io con la mia Princi preziosissima strappata a cose orrende e messa in salvo dai suoi prof.
Comunque, anche se nessuno ci chiama mamma zia fratellone o "bella, cuggi", alla fin fine siamo una specie di ipergenitore quadrimensionale multisfaccettato. Io, fossi nell'Orientale, mi fiderei. Ora speriamo che i servizi facciano il loro lavoro.
mercoledì 2 novembre 2016
E se poi fosse proprio questo il nostro modo
Lo so, che dovrei pensare ai terremotati, alla crisi, ai bambini in Siria, al pianeta che implode, agli omicidi-suicidi di Cornigliano o di via Nizza, oppure, almeno, a finire di correggere le prove di Grammatica della seconda.
Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.
E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.
A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.
Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.
Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.
Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.
Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.
Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.
Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."
Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.
Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.
Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.
Intanto però andate al minuto 14 di questa. Che oggi ho corso tutto il giorno e ora per calmarmi ci vuole Roba Bella. Con le maiuscole. E Mozart è bello, anche per un'ignorante come me che ascolta Bon Jovi.
E io me ne sto qui a pensare che forse noi funzioniamo, abbiamo sempre saputo funzionare, sapremo sempre e solo funzionare, così. Così, che non riusciamo a dormire sempre nella stessa casa. Così, che non abbiamo una base, ne abbiamo due, tre, quattro. Che non importa se il letto è un materasso per terra, se manca il gas, se c'è pelo di gatto su ogni abito perché il retro dell'armadio si è gonfiato per l'allagamento e la gatta ci entra comodamente e va a lavarsi in mezzo alla roba pulita. Che non importa se la figlia non è la nostra sul serio, e se trattiamo i cani e i gatti come bambini, e ci spostiamo con due macchine anche se siamo in tre, e lui c'è ma non c'è, e non c'è ma c'è, e io non uscirò mai dal tunnel della studentessa coi bei voti e mi iscriverò sempre a qualcosa e lui avrà sempre un terzo del suo cervello mostruosamente intelligente impegnato a pensare al calcio. Che non importa se a quarant'anni il regalo più gradito è un piccolo peluche dell'Acquario di Genova. Che a stento ci sappiamo vergognare davanti a terzi di tenere gli scontrini dei caffè presi insieme o i biglietti d'ingresso alle mostre o le bustine dello zucchero. Che viviamo male e facciamo vivere male gli altri e magari la sola cosa che sapevamo fare, amarci come due naufraghi appesi l'uno all'altra per non annegare, è stata la distruzione delle vite di entrambi, ma dimmi che torneresti indietro e cambieresti strada, dimmelo. Dimmi che non mi daresti più tutti quei passaggi sulla tua Astra bianca. Dimmi che non ti succede mai di vedermi arrivare e pensare che tutto quest'incubo dal 2014 in avanti non è mai successo, non a noi due, non è possibile.
A me è successo mentre arrivavi in macchina, qualche giorno fa. Ti aspettavo da qualche minuto e ho visto il tuo profilo mentre mi passavi davanti. Come se avessi venticinque anni e stessi aspettandoti per uno dei nostri primi appuntamenti, e di nuovo mi sentissi strana come allora, al pensiero che mi avessi scelta. Proprio tu. Proprio me.
Il movimento del concerto di Mozart non è certo farina del mio sacco. E' che il Dolce Cowboy, quando si ferma a scuola a lavorare al pc dopo pranzo, si mette a sentire su Youtube esecuzioni impeccabili di pezzi di classica, essendo egli in realtà un prof di musica. E l'altro giorno piovigginava, e c'era questo di sottofondo, e gentilmente andando via lui me lo ha lasciato acceso, il pc, per non interrompere il mio ascolto. Io sono scivolata coi miei registri fino al suo computer, quello vicino alla finestra, e mi sono lasciata drogare.
Poi già che c'ero sono tornata su cose più tipiche mie. Anzi, nostre. Per la precisione cose che tu hai fatto conoscere a me.
Ho guardato piovere ascoltando questa e, Uomo, cazzo, se tu potessi percepire come si spacca il mio cuore, come si sfarinano le mie ossa, come si bruciano i miei muscoli ogni volta che ti vorrei vicino con così tanta violenza e tu non ci sei, ti farei paura. Forse te ne faccio già. No, senza forse. Mi faccio paura anche da sola. Non lo sapevo, prima, che potevo essere questo. Non sapevo di poter essere molte cose.
Si impara a credere a forze primordiali, si impara a guardare il proprio sangue scorrere via e non fare niente per trattenerlo, perché di colpo è chiaro quel che si leggeva nei poemi epici, nelle leggende medievali, nei miti orientali, nella Bibbia, si impara a credere che se davvero vale la pena uno ci lascia anche le penne, senza pentirsi.
Suonerà estremamente patetico, a qualcuno. Per carità. Non pretendo di piacere o essere capita da mio marito, figurarsi dagli altri. Io ho sempre avuto una notevole tendenza a conformarmi alla figura tragica, e adesso capisco anche bene perchè. Ma c'è gente che legge qui che sa esattamente di cosa parlo. E sa che non si scherza più, non dopo tutto questo tempo.
Giusto poche ore fa, questo scambio: "tocca uscire o non se ne esce", dice la blogamica. E io ribadisco: "Io ho scelto di restarci dentro."
Poi per sdrammatizzare si sdrammatizza, è ovvio. Per sdrammatizzare ci sono le amiche storiche e quelle recenti. C'è Sanguedelmiosangue ("Lo sai vero di essere una lurida troia?" "No,dai. Sì, va bene. Un pochino, forse." "Ma sì, tanto io ti voglio bene lo stesso." "Lo so che mi vuoi bene, cuore di stracchino, figurati." "E sai cosa mi devi rispondere se io ti do della lurida puttana?" "Cosa?" "Devi dirmi: ADULTERA!!!" "Giusto: ADULTERA!!! Shame! Shame! Shame!!!" "Shame! Shame! Shame!!!"). Ci sono i mille modi di sopravvivere ogni giorno, che vanno dalla brioche con veramente tanta marmellata del baretto vicino alla scuola, alle sigarette sulla panchina con la Fräulein, a guidare cinque ore per passarne una a guardare i melograni a Via del Golf 13, a dire stronzate sul gruppo WhatsApp con la Bottadicoca, la Caramella e la Pallida.
Però mi sveglio al mattino e non mi arrendo. Anche se la corrente è forte, io nuoto ancora.
Un'ultima cosa. Un'altra che mi hai fatto scoprire tu.
lunedì 31 ottobre 2016
Qualche input positivo
Nelle ultime ore di questo pesante ottobre ho imparato che:
- esiste una cosa più difficile del corso istruttori yoga ed è il corso di perfezionamento per istruttori yoga
- posso fare garudasana in sarvangasana senza spaccarmi le vertebre del collo
- mi piacciono i ramen in brodo piccante
- alle tre di notte vengono delle belle idee, non è il caso di pensare solo a cose tristi. Poi va beh ho avuto gli incubi tra le 5 e le 7, ma insomma
- nessuno può costringermi a festeggiare Halloween se non me la sento, ma terrò delle caramelle in tasca per quando vado a prendere la Princi in discoteca, sia mai che incontri dei vampiri.
- esiste una cosa più difficile del corso istruttori yoga ed è il corso di perfezionamento per istruttori yoga
- posso fare garudasana in sarvangasana senza spaccarmi le vertebre del collo
- mi piacciono i ramen in brodo piccante
- alle tre di notte vengono delle belle idee, non è il caso di pensare solo a cose tristi. Poi va beh ho avuto gli incubi tra le 5 e le 7, ma insomma
- nessuno può costringermi a festeggiare Halloween se non me la sento, ma terrò delle caramelle in tasca per quando vado a prendere la Princi in discoteca, sia mai che incontri dei vampiri.
domenica 30 ottobre 2016
Fatica
Il fatto che dormo di nuovo. Come un cazzo di criceto in letargo, dormo. Il fatto che per dieci settimane ho corso in su e in giù per l'Italia con un trasportino in macchina. Il fatto che poi ero assuefatta a fare 5 ore di macchina ogni due o tre giorni e continuavo a guidare senza pace. Il fatto che prima un freddo boia e i termosifoni spenti, ora caldo umido primaverile e i termosifoni a mille.
Magari anche l'aver preso su di sé notevoli grane da pelare a scuola, l'aver accumulato impegni cercando di non pensarci, ma avendo in realtà l'angoscia di ritrovarsi addosso avvocati commercialisti fisco amministratori etc.
Tutto questo.
E l'Uomo di cui non si decifrano i pensieri. E la figlia che costantemente minaccia in modo neanche tanto velato conseguenze cosmiche.
E le amiche che ce ne fosse una che non è in crisi.
Fatto sta che in ottobre, che sarebbe il mio mese preferito, ho tirato l'anima coi denti. Oppressa dalla tristezza. E sempre scarica.
Adesso cambiano l'ora e verrà buio prestissimo. Sto pensando con desiderio a un antidepressivo, fosse ben solo l'erba di San Giovanni.
Clorofilla, dice la maestra di yoga. Pratica, pratica di più, fai del pranayama, dice la formatrice del corso istruttori. Mia figlia si autocura con potassio, magnesio, vitamina B, nicotina e massicce dosi di Tipello Tenero. Mio marito ha proposto la montagna, le terme, le caldarroste e di decorare casa per Halloween, peccato che abbiamo realizzato solo l'ultima delle proposte e comunque lui ad Halloween è via. Salta addosso al Magnifico, propongono unanimi Pellona e Noisette. Ti presto una nuova serie tv, dice Sanguedelmiosangue. Ti intestiamo Via del Golf 13, ha detto ieri mia madre.
Io ho solo voglia di una grande stanza matrimoniale con tendaggi e telerie da letto sui colori del bronzo, dell'arancio e dell'oro, con un bel sole fuori, e di raggomitolarmi e dormire. Mi manca il mio cane. Mangio senza sentire i sapori. Cucino e mi viene tutto male. Giro in macchina in mezzo ai boschi colorati e mi chiedo se dovrei passare dal canile a prenderne un altro. Ma mi manca lei.
Fosse la sola cosa che mi manca.
Comunque.
Adesso devo studiare per l'esame da istruttrice. E oggi inizio la postformazione, perché dice la nostra docente che siamo promosse. In ogni caso c'è da scrivere la tesina e io la scriverò sulla fiducia, quindi chiaramente non posso crollare ora. E questo è quanto.
Mah. Se sono sopravvissuta a tutto il 2015 e mezzo 2016, praticamente possiamo dare per scontato che sia in grado di fare qualsiasi cosa. Quindi la mia cura è proiettarmi in avanti e pensare a come sarà tutto questo tra un po', quando avrò ultimato alcuni dei miei progetti. Che evidentemente vanno avanti anche quando io sono totalmente morta.
martedì 18 ottobre 2016
Heart keeps beating
Hanno messo il mio cane in una busta con il disegnino del rischio biologico. Una busta bianco crema. Con la cerniera. E giù nella terra. E poi ha piovuto e io ho pensato alla terra bagnata che si assestava intorno alla busta. E alla mia piccola povera mummietta di cane tutta fasciata nelle traversine bianche. Piccolo chien. Che è morto lontano da casa, e io mi sveglio di notte e non mi perdono perché non c'ero.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.
I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.
Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.
La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.
Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.
La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.
Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.
La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.
I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.
Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
Io poi non lo so perché i miei animali, così ben tenuti e amati e coccolati, vanno a finire in modi così orrendi, che per guardarli senza svenire ci vuole uno stomaco da chirurgo di guerra, perché proprio loro sviluppano tutti dei tumori strani che i medici vogliono studiare e che guariscono, in modi assurdi, e poi però il mio gatto e il mio cane a conti fatti muoiono lo stesso.
I veterinari geniali, giovani e boriosi, che ho conosciuto curando il cane, mi sono costati una fortuna, mi hanno trattato malissimo, hanno coccolato il mio povero botolo malato in modo commovente e mi sono rimasti in mente tutti, quello figo e impossibile da gestire a livello di maleducazione e asocialità (una sindrome di Asperger?) che era lì quando la Daisy è morta, quello meno figo e gentile che aveva voglia di parlare del suo lavoro e staccava le foglie profumate dell'erba limoncina, per portarsele al naso con le dita lunghe e delicate, quella castana con lo sguardo buono e il sorriso amaro, tutti gli altri. Un giorno, quando sarò meno ammaccata dal dolore, vi racconterò.
Guardo la gatta e non ne ho mai abbastanza di prenderla in braccio e stringere il suo bel corpicino caldo e morbido, e sentirla miagolare. Sta sempre con me quando sono in casa. Si è presa il centro del divano e le ciotole della cucina, si è adattata, ma quando vede uno di noi sulla porta, con una borsa o una valigia in mano, va in ansia. E te credo. Da questa casa sparisce la gente, non si sa mai se chi passa la porta tornerà. Cioè, tranne me. Io è chiaro che torno. Prima o poi. Sempre più stanca, e triste, e sola. Ma torno. E ricomincio da capo. Ogni giorno. Ogni notte.
La figlia è di nuovo fidanzata e sta di nuovo facendo fatica a studiare e dice di nuovo che vuole lasciare il nuoto e andare in palestra a fare pesi. E ci fa sudare e litiga con le sue psicologhe e rompe con la sua migliore amica e adesso mangia solo roba salata a colazione. E io scendo dal letto la mattina, e le preparo la frittata, il toast, la quiche, il panino. Sempre più sfiduciata, e scoglionata, e sola. E ricomincio da capo. Ogni mattina.
Il marito si è finalmente tagliato i riccioli disordinati, è diventato fiduciario del plesso dove insegna, sta lavorando a un progetto per creare un nuovo indirizzo scolastico professionale, dice che qui si sta tanto bene, nell'Astigiano. Era lì quando abbiamo seppellito il cane, è venuto con me a visitare una chiesa romanica dell'undicesimo secolo aperta apposta per noi ed è inorridito di fronte alla pila di scheletri e teschi nel vano sottostante, illuminata con la torcia del cellulare, mentre io mi incantavo all'idea di guardare dei veri corpi di gente morta quattrocento anni fa di peste bubbonica. (Eh, lo so. E' che una che insegna storia, poi, quando queste cose le vede coi suoi occhi, ha un momento profondissimo di quella cosa, quella cosa che succede solo a chi ha la fissa di studiare storia. E poi era molto più macabro il corpo del cane con la testa scalottata per l'esame autoptico, altro che cazzi.) Dopo, l'Uomo è andato via perché doveva andare, che novità, ma io adesso lo guardo andare e riesco a morire un pochino di meno, perché alla sera mi racconta del calcio, del festival, a pranzo ci parla della scuola, e trova buono il cibo e bello il cielo, e c'è, e quando non c'è so sempre quando torna, e allora preparo da mangiare, metto in ordine, mi alleno, lavoro, mi tengo bene e cerco di stare serena. Poi arriva il momento in cui siamo in camera dopo cena insieme e chiudiamo fuori tutto il mondo, e quel momento ripaga di ogni frustrazione e insicurezza e dubbio, pur in questa situazione assolutamente, totalmente di merda, quello permette di farcela, di ricaricare le pile. E ricomincio da capo. Ogni sera.
La Bionda Svampita povera donna ha seppellito il marito a febbraio, e adesso le si è ammalata la mamma. La Fräulein è stata a casa con una brutta influenza. E nella loro classe è arrivato un nuovo tizio di sostegno che sembra una guida del CAI. Barbuto come Babbo Natale, e con lo zaino e la giacca a vento. Forse pensava che Paesino di Sogno fosse in cima al Monviso. Non abbiamo idea da dove venga.
Il Genuino e il Pennellone, i due colleghi nuovi di matematica, si stanno ambientando. Il Pennellone per ora mi sta sulle balle, il Genuino è chiaramente un lavoratore, e un caro ragazzo, ma un po' bisognoso di rassicurazione. La Nuova di Inglese, la Spessa di Tecnica e il Magnifico di Sostegno si muovono con maggiore naturalezza. Sembrano in gamba. La Pianista barcolla, con occhiaie grandi come posti auto. Sono diventata tutor della Secca che è nell'anno di prova. Il Gigante e la Bestia Nera mi stanno mandando al posto loro a trattare con le superiori, in alcuni casi, per il percorso antidispersione.
La Preside Chic mi stordisce sempre con la sublime, ineffabile eleganza dei suoi abbinamenti e sto sviluppando un morboso bisogno di nascondermi nel bagagliaio della sua auto e arrivare di nascosto a casa sua, per andare a godere di intensi momenti di soddisfazione prettamente sessuale davanti al suo armadio delle scarpe. Ha un parco scarpe, fondato su intramontabili pilastri di finezza, che fa scomparire la Preside C., la stragrande maggioranza delle donne eleganti di Asti, tutte le colleghe infighettate di Scuolina Bianca, e darebbe del filo da torcere persino a Noisette. Al primo collegio docenti aveva un tubino e delle décolletées così indiscutibili che Coco Chanel le avrebbe stretto volentieri la mano con un sorriso complice. Poi è in gamba. Tanto in gamba che secondo me i tre quarti dei colleghi non capiscono quel che dice, perché è troppo intelligente e smart. Una femmina alfissima, peraltro. Una Donna di Classe se mai ne ho vista una. Andiamo anche d'accordo, direi. Ora sono curiosa di vederla in consiglio di istituto.
I ragazzi sono storditi. Hanno la testa nel culo, fanno poco e male quello che gli dici, sembra che non ascoltino, prendono iniziative che nessuno ha chiesto, poi però non seguono le istruzioni più semplici. Sto castagnizzando la seconda, che l'anno scorso vedevo per un'ora alla settimana di geografia e ora tartasso di grammatica, letteratura, antologia, scrittura, Invalsi, ortografia, e geografia. Sono dei selvaggi, io li civilizzo a suon di ramanzine feroci e gli faccio fare i balletti quando uno di loro azzecca l'analisi verbale, passo con nonchalance dallo spiegare l'Eneide scrivendo in latino sulla lavagna al ficcare note sul diario perché mangiano in classe, dal tenerli mesmerizzati a sentire per mezz'ora di fila la storia della Politkovskaja al controllare che non abbiano di nuovo pisciato per terra nel bagno dei maschi. Fatica. La terza è pressoché uguale, con la differenza che in seconda fino alla settimana scorsa gridavo, in terza mi basta lo sguardo. Ma non dovrebbero essere così storditi, sono in terza, santiddio, tutto questo lavoro l'avevamo già fatta lo scorso anno. Non lo so. Arrivo al mattino nel parcheggio con gli occhi gonfi di stanchezza, inizio lezione che ho già preso tre volte il caffè e fumato una Marlboro, io che non fumo mai di mattina. Mi scrollo di dosso i pensieri, che restano in macchina a ringhiare, per poi saltarmi addosso quando riapro la portiera alle due meno venti. E ricomincio da capo. Ogni giorno.
Le foglie sono gialle e rosse, le montagne luccicano imponenti sotto il sole che scioglie la neve, e i tre melograni della casa in campagna, che mio padre aveva espressamente proibito al giardiniere di tagliare perché io li adoravo, hanno già i frutti, ancora verdolini. E' di nuovo autunno e io mi stupisco di esserci, quest'anno, a vederlo.
martedì 11 ottobre 2016
Parte di me
Con un cane è diverso, vedrai.
Me lo avevano detto tutti.
E infatti: sono nata e morirò con un gatto sul letto, li ho amati tutti da morire, ma questo, questo di avere una parte di te che zampetta attaccata a un guinzaglio blu, questo di essere il sole la luna e tutte le stelle per qualcuno, si fa una sola volta nella vita.
Ma questo cane fa sempre così, anche a casa? mi chiese una volta mio padre.
Così cosa?
Di non staccarsi mai da te.
Sì, sempre.
E risento le tue unghiette sul pavimento quando arrivavi correndo e trascinando il cuscino in bocca per sistemarti vicino a me.
Sei stata straordinaria fino alla fine, hai fatto innamorare tutti, hai voluto un bene infinito a tutti. Ti interessava tutto, eri curiosa, capace di ricordare, di capire, testarda come una spina in un dito e paziente come un monaco zen.
L'ultima cosa incredibile di te era che in clinica accudivi i cani malati stando vicino a loro quando dovevano svegliarsi dall'anestesia. Me lo hanno detto, ma solo quando l'ho visto coi miei occhi ho pensato che non mi meritavo neanche di averti. Cazzo, se non ti reincarni tu in qualcosa di migliore, proprio non so chi (il gatto lo lascio fuori dal discorso, solo perché era già un bodhisattva che si cammuffava sotto una pelliccetta grigia).
Sei stata una piccola, instancabile guerriera. Ci hai insegnato cose. Ci hai lasciato un guinzaglio blu, molti cappottini, un cuscino distrutto, e un prato dove correvi e scavavi dissotterrando conchiglie preistoriche. Andrò lì quando vorrò stare un po' con te, piccolo chien, disgraziata, che cazzo di strazio atroce che è non poterti più accarezzare, avanzo di canile. Ti ho amata tanto.
giovedì 6 ottobre 2016
Come d'autunno sugli alberi le foglie
Uomo a Genova, figlia con capricci misti, cane rientrato ieri da clinica abbastanza malconcio.
No ma va tutto bene, l'Uomo lo vedo oggi a pranzo, la figlia si lamenta e aggredisce continuamente ma alla fin fine fa quel che deve fare, il cane ieri era disappetente e col cagotto ma oggi se la tengo a digiuno sicuramente poi riesco a darle una siringata di sciroppo e 4 diverse frazioni di pastiglia senza che faccia storie.
E non è una tragedia nemmeno che Cavallino mi abbia inserito nel gruppo WhatsApp delle superiori con cui si cerca di organizzare un'assai improbabile rimpatriata. Tanto non ce la faremo mai.
Stamattina primo attacco di panico sotto la doccia, secondo davanti al caffè. Ora sveglio la belva (bipede: le due quadrupedi sono già in giro da oltre un'ora) e poi con la scusa che ho scuola, da correre alla farmacia veterinaria, un impegno in una superiore e un'altra riunione a Scuolina Rosa, e stasera abbiamo una bicchierata di addio al nubilato trasversale (madri e figlie insieme), penso che fino a domani la sfangherò senza litigi.
Sì beh a meno che non ci piombino addosso i servizi sociali a scuola, ecco. O meglio, la madre a causa della quale li abbiamo allertati.
Cosa fai nella vita? L'acrobata.
No ma va tutto bene, l'Uomo lo vedo oggi a pranzo, la figlia si lamenta e aggredisce continuamente ma alla fin fine fa quel che deve fare, il cane ieri era disappetente e col cagotto ma oggi se la tengo a digiuno sicuramente poi riesco a darle una siringata di sciroppo e 4 diverse frazioni di pastiglia senza che faccia storie.
E non è una tragedia nemmeno che Cavallino mi abbia inserito nel gruppo WhatsApp delle superiori con cui si cerca di organizzare un'assai improbabile rimpatriata. Tanto non ce la faremo mai.
Stamattina primo attacco di panico sotto la doccia, secondo davanti al caffè. Ora sveglio la belva (bipede: le due quadrupedi sono già in giro da oltre un'ora) e poi con la scusa che ho scuola, da correre alla farmacia veterinaria, un impegno in una superiore e un'altra riunione a Scuolina Rosa, e stasera abbiamo una bicchierata di addio al nubilato trasversale (madri e figlie insieme), penso che fino a domani la sfangherò senza litigi.
Sì beh a meno che non ci piombino addosso i servizi sociali a scuola, ecco. O meglio, la madre a causa della quale li abbiamo allertati.
Cosa fai nella vita? L'acrobata.
giovedì 29 settembre 2016
Quando una donna si taglia i capelli...
Ecco beh.
Sto per farlo.
Tra l'altro da stamattina, esattamente da 8 minuti, posseggo una connessione Internet tutta mia, non sullo schermino del tablet, non condivisa in wifi e non dipendente dalle buone grazie di Mamma, il server della scuola, che più che Mamma bisognerebbe chiamare Trisavola dato che viaggia a 2 MB e ci fa disperare tutti.
Ritornare a auleintempesta è solo una delle molte cose che devo fare quest'autunno. Ed è come tornare a trovare dei parenti che non vedevi da tempo: dolce, emozionante, fastidioso, doloroso. Doloroso per le spiegazioni che bisogna in qualche modo dare. Fastidioso perché le abitudini si perdono e riacquisirle a volte costa sforzo. Ma era una buona abitudine usare il tempo libero qui. E, come ha detto ieri la Bottadicoca: "Vedo che la guerra è cominciata". Vi avevo promesso il diario di bordo dell'attacco di HMS Castagna contro la fregata avversaria Troll. E al crepuscolo degli dei, al tramonto si pensa definitivo della sezione C, Castagna, che vuole morire in una fiammata di gloria, intende lottare. E vincere.
A costo di essere seppellita nel legno della cattedra come Nelson nell'albero maestro.
Posso cominciare dicendovi intanto due o tre cose carine.
Le prime sono senz'altro due uscite dei ragazzi.
In terza Nosferatu (già autore della bellissima analisi "modo indicativo, tempo soleggiato" che fino a qualche mese fa campeggiava in una scritta colorata sull'esterno della nostra classe (sì, sull'esterno, perché NOI, a scuola, ci divertiamo anche):
- Nosferatu, come al solito, se mi fai il dettato e io ti devo correggere l'ortografia, si deve poter distinguere nella tua scrittura se questo è un accento o un apostrofo...
- E' un acciostrofo, prof.
In seconda Satana (che è di nuovo in seconda!!! e l'ho di nuovo bocciato io!!!) spiega a un compagno:
- Perché Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva mai?
- Perché aveva friendzonato tipo un po' di volte il dio Apollo.
Ho l'aula con quattro finestre sull'angolo nordest della scuola. Enorme e luminosissima. Dentro, nelle mie ore, ci siamo io, la Pianista o il Magnifico di sostegno, ventisette ragazzini, una famiglia di ragni che figlia continuamente, e svariate dozzine di pidocchi.
Nel corridoio ovest c'è la mia terza. Dove sono ventitré, di cui uno totalmente disabile, uno che è arrivato dall'Albania il 16 agosto e non parla italiano, due della comunità psichiatrica, due scappati dalla sezione A perché non avevano voglia di lavorare, e gli altri, quelli che non abbiamo segato cioè.
"Fa caldo, prof" ansima l'Albarino che ha la botta ormonale.
Io trovo che, da quando se ne sono andate la Baciapile di Tecnica, la Stronza di Arte, un prof di sostegno innominabile per incompetenza, sporcizia e problemi psichiatrici misti, la Generala, la Stepford Wife e soprattutto la preside C., si stia veramente a una temperatura ottimale. Per la maturazione delle Castagne e l'avvizzimento dei Troll, quantomeno.
Poi ci sono tutte le cose da raccontare che stanno al di qua. In casa. Per ora vi dico solo che la Piccola De è in clinica da ventidue giorni e che, anche in questa cosa della sua malattia, c'è stato un bivio:
Signora veda lei il cane è suo, ma sta molto male
Contro
Ci sarebbe come ultima spiaggia la possibilità di fare una risonanza
...Castagna crede nei miracoli. Il gatto dopo tutto ha convissuto con un carcinoma per due anni, ed è morto prima il tumore, solo dopo il gatto, di vecchiaia. Ma andando in giro per centri di ricerca, con la triste sensazione di usare il suo cane per aiutare la scienza e basta, Castagna ha scoperto che il suo cane ci crede molto più di lei, ai miracoli. E comunque la piccola randagina con un tumore di tre centimetri per due nel cervello è capace di farci passare in venti giorni da "senta io sono a 3 ore di macchina da qua, se soffre troppo chiamatemi ma non aspettatemi per fare quello che dovete" a "il suo cane è uno spettacolo. È troppo intelligente, e poi è simpatica. Ma lo sa che la usiamo per tenere compagnia agli altri cani quando si svegliano dall'anestesia? E poi ormai va da sola a cercarsi il dottore e entra nelle macchine, basta dirle che tocca a lei".
Che poi noi qui non swagghiamo e non bragghiamo troppo quando fanno dei complimenti al qi: "se è intelligente con il cervello schiacciato dal tumore, pensi cosa può essere senza", ha risposto mamma Castagna vibrando d'orgoglio, e poi si è chiesta se poteva sposare il veterinario cui si deve la resurrezione.
E poi si chiede quotidianamente molte altre cose, ma se vale la pena non se lo chiede più, non ne ha più tempo, è troppo in tempesta il mare per discutere la rotta.
Deve tagliarsi i capelli. Ecco cosa.
Sto per farlo.
Tra l'altro da stamattina, esattamente da 8 minuti, posseggo una connessione Internet tutta mia, non sullo schermino del tablet, non condivisa in wifi e non dipendente dalle buone grazie di Mamma, il server della scuola, che più che Mamma bisognerebbe chiamare Trisavola dato che viaggia a 2 MB e ci fa disperare tutti.
Ritornare a auleintempesta è solo una delle molte cose che devo fare quest'autunno. Ed è come tornare a trovare dei parenti che non vedevi da tempo: dolce, emozionante, fastidioso, doloroso. Doloroso per le spiegazioni che bisogna in qualche modo dare. Fastidioso perché le abitudini si perdono e riacquisirle a volte costa sforzo. Ma era una buona abitudine usare il tempo libero qui. E, come ha detto ieri la Bottadicoca: "Vedo che la guerra è cominciata". Vi avevo promesso il diario di bordo dell'attacco di HMS Castagna contro la fregata avversaria Troll. E al crepuscolo degli dei, al tramonto si pensa definitivo della sezione C, Castagna, che vuole morire in una fiammata di gloria, intende lottare. E vincere.
A costo di essere seppellita nel legno della cattedra come Nelson nell'albero maestro.
Posso cominciare dicendovi intanto due o tre cose carine.
Le prime sono senz'altro due uscite dei ragazzi.
In terza Nosferatu (già autore della bellissima analisi "modo indicativo, tempo soleggiato" che fino a qualche mese fa campeggiava in una scritta colorata sull'esterno della nostra classe (sì, sull'esterno, perché NOI, a scuola, ci divertiamo anche):
- Nosferatu, come al solito, se mi fai il dettato e io ti devo correggere l'ortografia, si deve poter distinguere nella tua scrittura se questo è un accento o un apostrofo...
- E' un acciostrofo, prof.
In seconda Satana (che è di nuovo in seconda!!! e l'ho di nuovo bocciato io!!!) spiega a un compagno:
- Perché Cassandra vedeva il futuro ma nessuno le credeva mai?
- Perché aveva friendzonato tipo un po' di volte il dio Apollo.
Ho l'aula con quattro finestre sull'angolo nordest della scuola. Enorme e luminosissima. Dentro, nelle mie ore, ci siamo io, la Pianista o il Magnifico di sostegno, ventisette ragazzini, una famiglia di ragni che figlia continuamente, e svariate dozzine di pidocchi.
Nel corridoio ovest c'è la mia terza. Dove sono ventitré, di cui uno totalmente disabile, uno che è arrivato dall'Albania il 16 agosto e non parla italiano, due della comunità psichiatrica, due scappati dalla sezione A perché non avevano voglia di lavorare, e gli altri, quelli che non abbiamo segato cioè.
"Fa caldo, prof" ansima l'Albarino che ha la botta ormonale.
Io trovo che, da quando se ne sono andate la Baciapile di Tecnica, la Stronza di Arte, un prof di sostegno innominabile per incompetenza, sporcizia e problemi psichiatrici misti, la Generala, la Stepford Wife e soprattutto la preside C., si stia veramente a una temperatura ottimale. Per la maturazione delle Castagne e l'avvizzimento dei Troll, quantomeno.
Poi ci sono tutte le cose da raccontare che stanno al di qua. In casa. Per ora vi dico solo che la Piccola De è in clinica da ventidue giorni e che, anche in questa cosa della sua malattia, c'è stato un bivio:
Signora veda lei il cane è suo, ma sta molto male
Contro
Ci sarebbe come ultima spiaggia la possibilità di fare una risonanza
...Castagna crede nei miracoli. Il gatto dopo tutto ha convissuto con un carcinoma per due anni, ed è morto prima il tumore, solo dopo il gatto, di vecchiaia. Ma andando in giro per centri di ricerca, con la triste sensazione di usare il suo cane per aiutare la scienza e basta, Castagna ha scoperto che il suo cane ci crede molto più di lei, ai miracoli. E comunque la piccola randagina con un tumore di tre centimetri per due nel cervello è capace di farci passare in venti giorni da "senta io sono a 3 ore di macchina da qua, se soffre troppo chiamatemi ma non aspettatemi per fare quello che dovete" a "il suo cane è uno spettacolo. È troppo intelligente, e poi è simpatica. Ma lo sa che la usiamo per tenere compagnia agli altri cani quando si svegliano dall'anestesia? E poi ormai va da sola a cercarsi il dottore e entra nelle macchine, basta dirle che tocca a lei".
Che poi noi qui non swagghiamo e non bragghiamo troppo quando fanno dei complimenti al qi: "se è intelligente con il cervello schiacciato dal tumore, pensi cosa può essere senza", ha risposto mamma Castagna vibrando d'orgoglio, e poi si è chiesta se poteva sposare il veterinario cui si deve la resurrezione.
E poi si chiede quotidianamente molte altre cose, ma se vale la pena non se lo chiede più, non ne ha più tempo, è troppo in tempesta il mare per discutere la rotta.
Deve tagliarsi i capelli. Ecco cosa.
sabato 20 agosto 2016
Il qui e ora
Agosto duemilasedici è varie cose.
Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.
Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.
Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.
Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."
Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.
Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.
Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.
Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.
Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.
Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.
Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.
Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".
Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.
Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.
Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.
Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.
Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.
Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."
Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.
Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.
Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.
Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.
Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.
Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.
Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.
Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".
Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.
Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.
domenica 7 agosto 2016
Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Inferni, mani e raggi di luce
Quando è morto mio padre in realtà non era così buio. Sì, era dicembre e stavamo tutto il giorno in quella stanzina piccola con la luce del letto d'ospedale e le persiane chiuse, ma io non ricordo un buio interiore.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.
Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.
C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.
Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.
Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina. E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.
Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.
Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.
L'unico rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.
In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa. Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.
Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.
La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.
E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.
Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.
Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.
Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.
C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.
Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.
Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina. E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.
Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.
Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.
L'unico rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.
In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa. Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.
Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.
La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.
E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.
Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.
Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.
mercoledì 27 luglio 2016
Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Intro
Stamattina mi sento di dirvi delle cose. Un po' si deve al fatto che ieri ne ho parlato con la mia psicologa, la Fata Bionda.
La Fata Bionda mi ha chiesto di cosa sono stufa, e io sono stufa delle zone d'ombra delle persone, o meglio, sono stufa di avere a che fare con persone che hanno zone d'ombra grandi come il Baden-Württemberg.
Poi in realtà questo post lo scrivo perché mi stavo alzando da letto, dopo aver letto le ultime di Zerocalcare, e pensavo che mi sarei messa a lavorare subito, perché il mio corso online alla Macquarie University ha una scadenza il primo agosto, e io già so che non riuscirò a rispettarla se non mi ci metto immediatamente. Ci sono 13 consegne da preparare. E domani finalmente rientra l'Uomo. A questo punto, ho pensato, adesso lo racconto ai miei blogamici che seguo questi corsi da due anni, tanto lo sanno già che sono una secchiona di merda, e allora mi sono resa conto che tutte le volte che leggo l'icona di Coursera sulla mia bacheca, sulla copertina del mio tablet o sul desktop del mio computer, penso sempre alla stessa scena e penso che quella scena, in qualche modo, sia l'origine del male che è successo in questi mesi nella mia vita. La piega quantica che ha risucchiato via la luce.
Per scrivere questo post devo parlare male di una persona, anzi di molte persone, e siccome sono tutte persone che hanno a che fare con me, alla fine devo parlare male di me stessa. Come sempre succede quando uno si espone su Internet a raccontare i cazzi suoi.
D'altra parte per parlare davvero male di qualcuno bisogna conoscerlo. E e si dà il caso che le persone di cui parlo qui siano tra le persone che io più amo, a cui più tengo sulla faccia della terra. E quando dico amo, non intendo ci sono stata bene in vacanza, ci ho scopato bene un paio di volte, sono stata contenta di farci un viaggio in treno insieme. Intendo sono stata al loro fianco per anni e anni, ho visto i loro momenti bui, condiviso tutte le loro fatiche. Sono stata lì anche a prezzo di grandi sacrifici, a costo di grandi litigi. Io c'ero e questo mi dà il diritto di dire quello che penso, così come loro hanno diritto di dire quello che pensano di me che mi sono a mia volta esposta.
Diciamo che nella mia concezione dell'amore questi sono quei rapporti in cui io metto veramente alla prova quello che sento per qualcuno e dopo, una volta che ne sono sicura, non posso più usare il passato, dire l'ho amato, siamo stati amici, ci siamo voluti bene.
Nel momento in cui il mio rapporto con qualcuno arriva a farmi conoscere i suoi punti bui i suoi difetti i suoi problemi e io resto, quello per me è l'Amore definitivo. Per gli altri invece un motivo per allontanarsi, forse. Ma non per quelli che mi scelgo io. Quelli restano, di solito. Perché ognuno, diceva Montale, riconosce i suoi. E qualcuno se ne è andato, lo stesso: ma a me non frega un cazzo. Io amo così, mi metto in gioco così. Io sono fatta così. E non dimentico.
Ma andiamo con ordine, perché questo è un post che fa soffrire. Ho perso l'abitudine a scrivere fluentemente e con belle parole su cazzate di cui alla fin fine non importa niente a nessuno.
Gli argomenti che sto affrontando nella mia vita sono talmente grossi che la maggior parte delle volte, qui, non ne riesco nemmeno a dire due parole. Perché il buio e il dolore creano confusione ed è nella confusione che io vivo (vivo è un po' eccessivo: diciamo respiro) da mesi.
La scena che si ripresenta alla mia mente ha una data precisa. Una luce precisa. E la voce della Frenci. La Frenci, sì. Mai più sentita nominare qui, giusto? Qualcuno di voi legge e commenta ancora i suoi articoli in rete. Qualcuno la vede e la frequenta. Io non più. Non è una scelta mia. E non era una blogamica. Era mia sorella. Gemella.
Dalle versioni di greco all'atrio di un pronto soccorso. Dal testo di linguistica al pentolino del Nescafè. Dal muretto di Vernazzola all'altare di un santuario.
Quel giorno la Frenci mi parla di Coursera. Siamo sedute allo spazio bimbi dell'Ikea di Torino. I suoi due giocano lì sotto. Noi sorseggiamo caffè. Uno dei milioni di caffè americani che le ho visto bere. E parliamo fitto fitto. Come abbiamo parlato sempre. Per VENTICINQUE anni.
Quel giorno lei mi apre per l'ennesima volta una strada. Come io a lei avevo aperto Lettere. Lei a me aveva aperto il commercio equo. Io a lei lo yoga. Mi racconta della piattaforma che offre corsi delle migliori università del mondo, con o senza attestazione di svolgimento, GRATIS.
Sorridiamo. Sento il suo odore di spezie e stoffe tinte a mano. Ce la ridiamo come al solito. C'è luce.
Poi io dico: "Ecco vedi. Proprio questo mi serviva. Togliermi delle soddisfazioni senza rincorrere col tempo e i soldi una seconda laurea, e soprattutto i voti. Basta, ormai, essere valutati. Io so cosa valgo. Voglio studiare. Voglio una cosa bella gratis."
La mia voce dice: "Voglio una cosa bella gratis".
E in quel momento gli dèi mi ascoltano. E puniscono la mia hybris. Dandomi quel che chiedo, o peggio, facendomi credere di ottenerlo.
Dopo pochissimi giorni da quel dialogo, alla mia porta si presenta, del tutto spontaneamente, una cosa bella. Bellissima. E inaspettata. Ma non era gratis. E da quell'istante le zone d'ombra hanno preso il potere tutto intorno a me. Quel giorno all'Ikea è stata probabilmente l'ultima volta che ho sorriso immersa nella luce.
La Fata Bionda mi ha chiesto di cosa sono stufa, e io sono stufa delle zone d'ombra delle persone, o meglio, sono stufa di avere a che fare con persone che hanno zone d'ombra grandi come il Baden-Württemberg.
Poi in realtà questo post lo scrivo perché mi stavo alzando da letto, dopo aver letto le ultime di Zerocalcare, e pensavo che mi sarei messa a lavorare subito, perché il mio corso online alla Macquarie University ha una scadenza il primo agosto, e io già so che non riuscirò a rispettarla se non mi ci metto immediatamente. Ci sono 13 consegne da preparare. E domani finalmente rientra l'Uomo. A questo punto, ho pensato, adesso lo racconto ai miei blogamici che seguo questi corsi da due anni, tanto lo sanno già che sono una secchiona di merda, e allora mi sono resa conto che tutte le volte che leggo l'icona di Coursera sulla mia bacheca, sulla copertina del mio tablet o sul desktop del mio computer, penso sempre alla stessa scena e penso che quella scena, in qualche modo, sia l'origine del male che è successo in questi mesi nella mia vita. La piega quantica che ha risucchiato via la luce.
Per scrivere questo post devo parlare male di una persona, anzi di molte persone, e siccome sono tutte persone che hanno a che fare con me, alla fine devo parlare male di me stessa. Come sempre succede quando uno si espone su Internet a raccontare i cazzi suoi.
D'altra parte per parlare davvero male di qualcuno bisogna conoscerlo. E e si dà il caso che le persone di cui parlo qui siano tra le persone che io più amo, a cui più tengo sulla faccia della terra. E quando dico amo, non intendo ci sono stata bene in vacanza, ci ho scopato bene un paio di volte, sono stata contenta di farci un viaggio in treno insieme. Intendo sono stata al loro fianco per anni e anni, ho visto i loro momenti bui, condiviso tutte le loro fatiche. Sono stata lì anche a prezzo di grandi sacrifici, a costo di grandi litigi. Io c'ero e questo mi dà il diritto di dire quello che penso, così come loro hanno diritto di dire quello che pensano di me che mi sono a mia volta esposta.
Diciamo che nella mia concezione dell'amore questi sono quei rapporti in cui io metto veramente alla prova quello che sento per qualcuno e dopo, una volta che ne sono sicura, non posso più usare il passato, dire l'ho amato, siamo stati amici, ci siamo voluti bene.
Nel momento in cui il mio rapporto con qualcuno arriva a farmi conoscere i suoi punti bui i suoi difetti i suoi problemi e io resto, quello per me è l'Amore definitivo. Per gli altri invece un motivo per allontanarsi, forse. Ma non per quelli che mi scelgo io. Quelli restano, di solito. Perché ognuno, diceva Montale, riconosce i suoi. E qualcuno se ne è andato, lo stesso: ma a me non frega un cazzo. Io amo così, mi metto in gioco così. Io sono fatta così. E non dimentico.
Ma andiamo con ordine, perché questo è un post che fa soffrire. Ho perso l'abitudine a scrivere fluentemente e con belle parole su cazzate di cui alla fin fine non importa niente a nessuno.
Gli argomenti che sto affrontando nella mia vita sono talmente grossi che la maggior parte delle volte, qui, non ne riesco nemmeno a dire due parole. Perché il buio e il dolore creano confusione ed è nella confusione che io vivo (vivo è un po' eccessivo: diciamo respiro) da mesi.
La scena che si ripresenta alla mia mente ha una data precisa. Una luce precisa. E la voce della Frenci. La Frenci, sì. Mai più sentita nominare qui, giusto? Qualcuno di voi legge e commenta ancora i suoi articoli in rete. Qualcuno la vede e la frequenta. Io non più. Non è una scelta mia. E non era una blogamica. Era mia sorella. Gemella.
Dalle versioni di greco all'atrio di un pronto soccorso. Dal testo di linguistica al pentolino del Nescafè. Dal muretto di Vernazzola all'altare di un santuario.
Quel giorno la Frenci mi parla di Coursera. Siamo sedute allo spazio bimbi dell'Ikea di Torino. I suoi due giocano lì sotto. Noi sorseggiamo caffè. Uno dei milioni di caffè americani che le ho visto bere. E parliamo fitto fitto. Come abbiamo parlato sempre. Per VENTICINQUE anni.
Quel giorno lei mi apre per l'ennesima volta una strada. Come io a lei avevo aperto Lettere. Lei a me aveva aperto il commercio equo. Io a lei lo yoga. Mi racconta della piattaforma che offre corsi delle migliori università del mondo, con o senza attestazione di svolgimento, GRATIS.
Sorridiamo. Sento il suo odore di spezie e stoffe tinte a mano. Ce la ridiamo come al solito. C'è luce.
Poi io dico: "Ecco vedi. Proprio questo mi serviva. Togliermi delle soddisfazioni senza rincorrere col tempo e i soldi una seconda laurea, e soprattutto i voti. Basta, ormai, essere valutati. Io so cosa valgo. Voglio studiare. Voglio una cosa bella gratis."
La mia voce dice: "Voglio una cosa bella gratis".
E in quel momento gli dèi mi ascoltano. E puniscono la mia hybris. Dandomi quel che chiedo, o peggio, facendomi credere di ottenerlo.
Dopo pochissimi giorni da quel dialogo, alla mia porta si presenta, del tutto spontaneamente, una cosa bella. Bellissima. E inaspettata. Ma non era gratis. E da quell'istante le zone d'ombra hanno preso il potere tutto intorno a me. Quel giorno all'Ikea è stata probabilmente l'ultima volta che ho sorriso immersa nella luce.
lunedì 18 luglio 2016
Sotto l'albero della bodhi
Oggi sono tornata in piscina dopo un anno, e non potevo fare a meno di notare la differenza.
Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro. Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.
Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.
La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.
Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.
Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.
Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.
Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse. Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.
Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.
Digressione a scopo informativo: tra le molte cose che non vi ho detto in questi ultimi mesi, sto facendo un corso per diventare istruttrice di yoga.
Questo perché a settembre ho conosciuto Cristina, la mia maestra-guru, e il ragionamento è stato molto semplice: l'unico posto dove io riuscivo in questi mesi, almeno apparentemente e per poco tempo, a mettere a tacere il dolore, era il tappetino da yoga a lezione con Cristina. Poi il dolore è rimasto, ma le trasformazioni che sono iniziate si sono radicate proprio lì, a fianco del dolore stesso, e non erano apparenti, e non erano per poco tempo. Allora una si guarda allo specchio e si dice: hai 40 anni, fai yoga da quando ne avevi 22, solo ora improvvisamente riesci a fare tutto, le respirazioni profonde, la meditazione senza agitarti, il rilassamento quello vero, le posizioni in equilibrio a occhi chiusi, addirittura qualcosina con gli addominali. Bene, ora guardati dritta negli occhi e dimmi se non è il caso di fare di questa cosa un progetto dotato di senso.
E e così mi sono messa a cercare un corso su internet e pensavo che avrei dovuto aspettare settembre per cominciarlo; invece era la fine di gennaio e il corso, udite udite, cominciava a febbraio. C'era numero chiuso, dovevamo essere massimo in 6, ho fatto un colloquio e la maestra più severa del mondo mi ha presa.
Così adesso passo alcuni weekend in una piccola stanza fresca, anzi, freddissima d'inverno e fresca adesso, dalle parti di Alba, dove due insegnanti diversi come il giorno e la notte e molto bravi entrambi stanno formando me e altre 5 persone. Sentirete parlare anche in futuro di loro, sono brave ragazze. Andiamo dai 25 ai 50 anni, stiamo diventando amiche, ci aiutiamo a studiare e spesso ci facciamo anche un sacco di ridere. Poi un weekend su due una delle altre scoppia a piangere e confessa qualcosa di tremendo che le sta succedendo. Io non ho detto assolutamente niente della mia situazione personale e continuerò così, ma sto bene veramente con loro. Adesso la leader riconosciuta del gruppo allieve, Bunny, e "le grandi" che saremmo io, Grace e Folletta, faremo anche la vacanza yoga di 4 giorni in altissima montagna, e questa è una delle poche cose che ho voglia di fare da mesi e mesi.
Fine digressione.
Quindi dicevo, oggi torno in piscina e mi trovo un angolino sotto un albero, in mezzo a una folla indicibile di persone, roba che non sai dove camminare per non pestare gli asciugamani agli altri. Io mi piazzo lì con la mia edizione critica degli Yoga Sutra di Patanjali, il seno e le cosce un po' più sodi rispetto all'anno scorso, e qualche strumento in più di un anno fa per reggere la solitudine e il dolore.
La Princi è arrivata prima di me e si è scelta un lettino bordo piscina in pieno sole. Facciamo questa strana giornata, anzi mezza giornata, in cui siamo insieme ma ognuna per i fatti suoi. Tra l'altro lei non ha amici presenti con cui passare il tempo, per cui sonnecchia, beve acqua naturale e cerca di mascherare dietro il suo notevole fascino un po' scazzato il fatto che sta smaltendo la sua prima sbronza, per la quale dobbiamo dire grazie alla bicchierata di compleanno che si è organizzata ieri con gli amici, ed alla stronzaggine dell'ex fidanzato.
Digressione informativa: l'ex fidanzato della Princi è talmente un uomo di merda che non gli darò nemmeno un soprannome o uno spazio qui. L'ha lasciato lei, perché è una ragazza intelligente. Poi, solo dopo, ne abbiamo sapute alcune che ci hanno lasciati basiti, di questo sfigato. Sanguedelmiosangue lo ha giustamente definito "povero misero coglione" e oggi ha aggiunto alla definizione, peraltro esauriente, la glossa "...anche un po' laido". Si sente, che mio cugino è uno che ha studiato.
Fine della digressione. È che davvero non vi ho raccontato un sacco di roba successa in questi mesi.
Quindi la Princi smaltisce i drink e coccola le sue cicatrici amorose da sola, oppure fa il giro di mezzo parco, si siede vicino a me e fa imbarazzanti scatti e selfie, in cui la mia pelle lattea contrasta con la sua color dattero.
Non fa troppo caldo, l'umore scende e risale, poi si stabilizza su un dolore sordo come al solito e mi trovo a pensare a queste settimane: alterno giorni in cui corro come una pazza tra banche medici documenti impegni uffici riorganizzazione delle case parenti, e giorni o mezze giornate come oggi, in cui stacco completamente con il cervello e con il corpo. Ho imparato, capisco, a fare questa cosa per passare del tempo di qualità con lui, per succhiare ogni singolo istante della sua presenza, e adesso questa capacità mi torna anche quando lui non c'è, complice forse anche la centratura maggiore data dallo yoga. Come molte altre volte mi ritrovo anche a pensare che prendermi cura di me, rilassarmi e riposarmi richiede quasi più energia che lavorare ormai, eppure è diventato un impegno fisso in agenda.
Poi basta una frase, un sospetto, un messaggio, e all'improvviso si accartoccia questa calma apparente, emerge tutto il magma che le sta sotto. Non sempre è dolore. A volte è un'esplosione di gioia per qualcosa che non mi aspettavo ma che evidentemente speravo accadesse. Forse faccio male a chiamarla apparente: questa è una calma reale, di cui io oggi sono padrona e che riesco ogni volta a ricreare, nonostante gli orribili scossoni, le ferite e i continui attacchi di paura che questa situazione mi provoca.
Intanto, siamo oltre la metà di luglio. La prima tranche di ferie finiva oggi. Lui a me non ha neanche detto quando le ha prese, direi adesso, però, visto che è via. È la prima volta che non compiliamo il foglio ferie insieme e questo la dice lunga, temo. Ma anche i messaggi dicono la loro. L'anno scorso a questa data scriveva a volte solo la sera, per dare la buonanotte. Un giorno ve lo racconterò, forse, dove cazzo sono stata io per tutti questi mesi. Ma forse non riuscirò mai a metterlo in parole.
mercoledì 6 luglio 2016
My name is Victor Frankenstein
Questa sera sono riuscita nell'intento. Capitemi. Io mi sono laureata a Lettere dando quanti più esami di lingue potevo. Lui si è laureato a Lettere con una tesi su Amleto. Lui mi ha iniziato al genere horror. Io ho iniziato lui al vedere le serie tv inglesi in lingua madre.
Cioè. Vedere insieme Penny Dreadful è inevitabile. L'ho preso in una sera in cui non poteva resistermi, indebolito da un virus, dall'assenza della figlia e dal mio circolare per casa da giorni in pigiamini inesistenti.
Piangere davanti a Penny Dreadful, dopo che io l'ho fatto già da sola davanti alla prima serie (2 volte), alla seconda e a metà della terza, sarà una logica conseguenza. Ma vuoi mettere piangere sola davanti al pc dell'ufficio e piangere sul divano vicino a lui.
In questa settimana così strana, in cui siamo qui di nascosto da tutti. Crede lui, almeno. Invece lo sanno tutti i miei: parenti, amici e la sola collega, la Fraulein, che conosca il macello in cui siamo finiti. Lo sa la figlia. Lo sanno conseguentemente amici, psicologhe, educatrici, parenti di amici della figlia. E la categoria parenti di amici della figlia ha punti di contatto con la categoria amici di lui. Ma lui continua a credere che sia il caso di uniformarsi alle regole di un mondo in cui, se non riesci a lasciare tua moglie, sei strano. Lo stesso mondo che crede che se prendi una sbandata automaticamente manderai in merda un matrimonio. Lo stesso mondo che crede che una ragazzina di neanche 19 anni si faccia fregare dalla vista di un anello e non guardi negli occhi chi glielo regala.
Noi tre siamo strani, forse.
Ma non me ne potrebbe fregare di meno. Del mondo, intendo.
Le cose di cui mi frega sono che ieri notte abbiamo salvato un riccio da morte certa. Che abbiamo mangiato i gofri sul prato. Che lui canticchia. Che io sorrido. Che la figlia, pur nel marasma, tifa ancora per noi. Che c'è una piccola tomba in un prato verde e noi, da quando non c'è più il nostro piccolo genio protettore, dormiamo di nuovo qui insieme, perché questo è stato il suo ultimo regalo. Che c'è una casa in montagna che ha il nostro odore. Che le vacanze sono iniziate il giorno uno in cui è finito il lavoro, perfino per me, quest'anno.
Non fraintendetemi. Non va bene. Non è tutto a posto. Non è come prima e MAI, MAI, dovrà essere come prima, lo so, ne sono convinta e però mentre lo dico so cosa sento, quel dolore sordo lì nel centro. Sto come una profuga che forse un giorno si adatterà al nuovo stato in cui vive, ma mai potrà tornare a casa. Mai. Sono morta a 39 anni e la mia esistenza ora non è più quella, anzi: la mia esistenza non è. Punto.
Ma al livello di questo nuovo piano della sostanza in cui, mio malgrado, mi sono trasferita, io, ectoplasma di quella me che voleva le cose, che decideva, che pensava di sapere, in qualche modo tocco ciò che ancora esiste. Non sono più nessuno. Ma ho rapporti con persone, che non saprei dire se esistano realmente o siano, come me e l'Uomo, entità perse in un limbo, lemuri opachi intinti nel dolore. Cioè, tranne la Princi. Lei è vera. Lei è sangue che pulsa e odore di frutta e pelle fresca contro la mia così accaldata. E pochi altri, direi, esistono concretamente. Il Gigante coi suoi bellissimi occhi scuri. La Fraulein con la sua voce decisa. Mia madre.
Poi gli altri, gli altri non lo so. È come annegare in un'acqua bianco latte, sentendo le alghe sotto le dita dei piedi, vedendo emergere dalla nebbia volti, voci, una mano grande, scura, dolce, che stringe piano la mia (e inevitabilmente: grazie, grazie per questo gesto leggero, per essere stato per l'ennesima volta attento a non rompermi), una voce in lontananza che si incrina capendo che anche questa volta negherò la mia presenza, le facce e le frasi dei miei amici, di Sanguedelmiosangue, delle compagne dei due corsi yoga. Sono persone che come me stanno soffrendo ai punti da chiedersi se possa mai finire, che annaspano sperando di aver capito cosa sia giusto fare. Alla cieca.
A distanza di pochi giorni, una blogamica da poco ritrovata e SDMS mi hanno chiesto se secondo me è la generazione, il momento storico in cui siamo.
Non ho dubbi nel rispondere sì. Ma questo non toglie la responsabilità personale di lottare fino alla fine per quel che è bene. Anche se abbiamo perso in partenza. Penny Dreadful, appunto.
Mio marito, che della nebbia lattiginosa, dell'inconfessabile lato oscuro, dell'attrazione per la morte è in questa temperie il principe e il pontefice, è sempre stato un uomo di una sensibilità immane. E che ora stia facendo carne trita e polvere di ossa delle figure che ha intorno a sé non elimina che sia una persona profonda e intelligente: almeno tanto quanto il suo essere profondo e intelligente non lo giustifica nel momento in cui si guarda allo specchio e si vede coperto di sangue altrui. Mi chiedo se capirà davvero perché io ci tenessi tanto a fargli vedere questa serie tv. Sì beh certo per i poeti sepolcrali e romantici inglesi, e per i costumi di Gabriella Pescucci, isn't it obvious, Mr. Chandler?
E io guardo la lacrima incredula che si stacca dai meravigliosi occhi tormentati di Harry Treadaway, quando il suo personaggio si accorge di essere riuscito nell'intento di fare qualcosa di buono. Che gli è costato anni di duro lavoro, notti bianche e patti col diavolo. Compromessi uno dietro l'altro, cinismo. Sangue. Per un istante di assoluta perfezione di cui nessuno può condividere la gloria, nemmeno la creatura che con le tue stesse mani hai portato in vita.
My name is Victor Frankenstein.
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